Il Pescara regala la panchina a Zeman? Superato l’Empoli 1-2

Bucchi in discussione ad Empoli, era a rischio già prima di affrontare il Pescara. I toscani, sconfitti 1-2 dal Delfino, saranno ore di riflessione in quanto ora ci sarà la sosta. Occasione per il ritorno di Zeman?

Empoli, piazza da sempre attenta alla crescita dei giovani e di una certa filosofia, potrebbe essere la panchina giusta per il rilancio del Boemo. Nel 2014/15 i ragazzi di Sarri furono letteralmente travolti dal gioco verticale del Boemo. Oggi l’Empoli avrebbe bisogno di ritrovare un maestro di calcio. Con Laribi, Romagnoli, Mancuso e Veseli, Zeman ritroverebbe giocatori con cui ha già lavorato e troverebbe Provedel, portiere cercato al Lugano. Inoltre troverebbe due mezzeali come Frattesi e Bandinelli, che con lui potrebbero esplodere e poi gli attaccanti La Gumina e Dezi che nel tridente zemaniano andrebbero a nozze. Si attendono sviluppi.

SALVIO IMPARATO

AD10S Diego, il mondo piange e ricorda Maradona, divino poeta del calcio

Il 2020 si porta via anche Maradona. AD10S Diego, il calcio perde la sua divinità, il suo più alto poeta che ha reso questo sport magico esaltandone il racconto.

Difficile, quasi impossibile scrivere qualcosa e non risultare banale o retorico se si parla di Maradona. Di lui è stato già detto tutto, già tanto tempo prima che la sua anima volasse via. AD10S Diego ci lasci una serie di immagini e ricordi indelebili e solo con quelli vale la pena ricordarti… Raccontarti.

AD10S DIEGO, CI CONOSCEMMO AD ISCHIA

Era il 30 giugno 1984 mi trovavo in vacanza ad Ischia. Erano i tempi in cui le vacanze, per un bambino di 7 anni come me, duravano tre mesi e in quel giorno ricordo di aver conosciuto Maradona, il calcio e il Napoli. Era una tranquilla mattina d’estate e prima di andare in spiaggia c’era il rito del giornale e prima colazione. Si andava Fiat 500 blue con tettuccio/cappottina apribile, guidata da mio zio Alfonso, con lui eravamo io e mio fratello più piccolo di tre anni, io del 1975 e lui del 1978 e guardacaso si chiama Diego, nato qualche mese prima dell’esclusione del Pibe De Oro dai mondiali argentini. Menotti gli preferì Houseman nonostante Maradona divenne capocannoniere del campionato argentino con 22 reti.

Beh tornando a quella mattina, mio zio rientrò in auto urlando – <<è nostro, è nostro>> – e incominciò un tour dell’isola suonando il clacson e sventolando il giornale con la notiziao, come se avessimo già vinto uno scudetto. Tra gioia ed incredulità questo fu il mio primo approccio con Maradona, una festa come se già sapessimo cosa ci avrebbe regalato.

IL NAPOLI ALLA RADIO

Da quel giorno tanti ricordi, alcuni lucidi alcuni offuscati. Ricordo benissimo le partite alla radio le domeniche pomeriggio, la voce del mitico Antonio Fontana accompagnato da Guido Prestesimone.

Maradona, Maradona, Maradona e gooooooool stupendo Maradona”

Ricordo benissimo le preghiere durante le partite in cui non si sbloccava il risultato e arrivava un miracolo di Diego. La cavalcata scudetto che partì da una vittoria a Torino contro la Juventus. I bianconeri passarono in vantaggio nella ripresa con Laudrup, poi un Napoli ispirato da Diego andò in gol tre volte con Ferrario, Giordano e Volpecina, che giornata. Gli azzurri non battevano la Juve a Torino da oltre 30 anni.

LO SCUDETTO

Poi ne venne una più memorabile, quella del primo scudetto nella storia del Napoli, che senza te sarebbe stata ben diversa. Una storia che ha impiantato una nuova memoria in chi è cresciuto con i tuoi gol e i tuoi improvvisi colpi di scena. Una memoria fatta di luoghi indimenticabili. Ricordo benissimo dov’ero, quando segnasti il gol in tuffo di testa ed esultasti rotolandoti, nella pozzanghera di Marassi, quando finalmente tornasti dall’Argentina con la barba lunga dopo settimane di telenovela perché volevi andare via da Napoli direzione Marsiglia. Ricordo ogni stanza e ogni sensazione della storia che hai scritto dentro di me.

I MONDIALI

Ho tifato per te sempre, nel 1986 e anche durante la semifinale dei Mondiali 1990 al San Paolo contro l’Italia, fui quasi cacciato dalla casa del mio migliore amico in quella notte magica dove riuscisti a portare una mediocre Argentina in finale. Quelle lacrime, dopo il furto dell’Olimpico contro la Germania, le abbiamo piante insieme a te e hanno misurato l’immenso amore che ti sei saputo prendere e meritare con le tue magia, anche quelle senza maglia del Napoli

LE SQUALIFICHE

Ogni volta che i potenti del calcio ti punivano, anche perché sapevano approfittare di ogni tua innocente debolezza, chi ti ama non ti ha mai giudicato, anzi ti ha aspettato sempre e ha sudato con te mentre ti rimettevi in forma per il maledetto Mondiale 94 in USA. Ha esultato urlando insieme a te dopo quel gol contro la Grecia e ha pianto per la tua squalifica e durante quell’intervista a cuore aperto, rilasciata al mitico Gianni Minà.

NAPOLI ANCORA TI ASPETTA PER IL TERZO TRICOLORE

Un tifoso cresciuto con il tuo Napoli è ancora qui ad aspettarti che torni dalla squalifica infame del 1991, per regalarci un altro scudetto. Il terzo tricolore da cucire al petto. Chi ti ha amato ti vive sempre così, come il grande amore che ci ha lasciato e speriamo che ritorni. Perché tu sei andato via per tornare ancora, lo sappiamo che ti credi. Dovevi pur trovare il modo di tornare a Napoli per farci vincere, con quel corpo stanco e devastato non potevi farlo e hai scelto di essere entità anzi santità, perchè eternità già lo eri diventato. Hai studiato tutto alla perfezione, lo Stadio San Paolo si chiamerà Stadio Diego Armando Maradona e dall’Olimpo il terzo scudetto verrà dalla mano de D10S.

AD10S Pibe De Oro

SALVIO IMPARATO

Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo

Burrai: “Zeman mi disse che al massimo mi sarei stirato e mi fece allenare”

Burrai, ex calciatore del Cagliari e Foggia di Zeman, si racconta su acperugiacalcio.com. Ha parlato di passato, presente e futuro

Salvatore Burrai all’inizio della sua carriera, ha avuto la fortuna di essere allenato da Massimiliano Allegri e Zdenek Zeman.

”Max oltre alle grandi capacità calcistiche era sempre sorridente e nello spogliatoio con il suo buon umore metteva tutti a proprio agio. Quando ci rivediamo ci rincontriamo sempre con lo stesso entusiasmo”

Burrai e il timore Zeman

“Dai racconti di Peppino Pavone, che avevo avuto prima a Manfredonia, ero intimorito di incontrare Zeman a Foggia. Mi aspettavo di trovare un burbero, invece è una persona molto solare e divertente. Non sembra ma ama scherzare ed è sempre pronto alla battuta. Un giorno chiesi di fare un lavoro diverso e gli dissi che avevo molto dolore alle gambe, lui restò in silenzio nel fumo della sigaretta e poi mi disse – << ti alleni lo stessi, non hai niente al massimo ti puoi stirare>> – sorrise e mi allenai senza problemi. Però rischiai davvero di farmi qualcosa.

Il futuro da allenatore

“Ho avuto la fortuna di scrivere tutto quello che facevo con gli allenatori che ho avuto, lunedì ho l’esame per il patentino Uefa B e un giorno mi piacerebbe fare l’allenatore. Ma sia chiaro, per ora mi sento ancora un calciatore.”

L’arrivo in estate al Perugia

“Sto meglio – confessa Burrai -, domenica ho fatto un pezzo di partita e sono indietro rispetto agli altri, restare un mese lontano dal campo non è facile ma questa settimana ho lavorato bene. Stiamo vivendo un bel momento dopo le difficoltà iniziali. Ci conoscevamo poco e dovevamo capire le idee di Caserta. Ma qualcosa è cambiato, siamo diventati gruppo e squadra, la svolta è arrivata a Mantova, dove ci siamo vergognati tantissimo per la sconfitta e per come è arrivata. Quel giorno ha decretato l’inizio del nostro campionato. Ora stiamo andando molto bene ma non abbiamo fatto niente, piedi per terra, il campionato è lungo e difficile”.

SALVIO IMPARATO

Ciccio Baiano: “Non si lavora più come Zeman, il calcio è evoluto male”

Ciccio Baiano è intervenuto ai microfoni del Corriere Fiorentino. Ha parlato del periodo Viola e di Zeman.

Cicco Baiano, cosa non sta funzionando?

«Praticamente tutto – confessa Ciccio Baiano – la squadra segna poco e se ne fa uno, ne prende due. Contro il Benevento non ho visto ardore, la situazione è brutta. La squadra gioca con paura, non reagisco: questo mi preoccupa molto».

Teme per la retrocessione come nel 1993?

«No, ma solo per un motivo: perché c’è chi sta peggio della Fiorentina. Con il campionato a venti squadre di solito retrocedono almeno due neopromosse. E guardandosi intorno c’è anche chi sta peggio dei viola, questo ci salva».

C’è un aspetto più degli altri che non la preoccupa?

«L’attacco, mi fa arrabbiare parecchio perché io ci tengo alla Fiorentina».

Vlahovic non la convince?

«Ma chi crede di essere? Si sente penalizzato? Non lo è, è un miracolato. Attenzione: credo che in futuro potrà essere un attaccante importante, ma oggi cos’ha dimostrato per mettere il muso? Guardate com’è entrato nella partita di Roma. Deve capire che ancora non ha fatto nulla per meritare la maglia da titolare a Firenze. Quando si entra in campo ci vuole uno spirito diverso. Vale per lui ma anche per gli altri: subentrando bisogna dimostrare all’allenatore che ha sbagliato a non darti fiducia. Quindi dico che lui, ma anche gli altri, devono pedalare».

Contro il Benevento sembrava che nessuno sapesse saltare un avversario. Vuole mostrare lei come si fa?

«Non potrei fare nulla (sorride ndr), certe cose non si insegnano. Soltanto Chiesa è in grado di saltare l’uomo in velocità, ma lui non c’è più. Lo sa fare Castrovilli, come Ribéry che ci riesce solo perché ha più tecnica degli altri ma non il passo. Ecco, vedo una squadra che cammina».

Allora cosa servirebbe? Un allenatore come Zeman che lei aveva al Foggia?

«Non si lavora più come con lui – sentenzia Ciccio Baiano – in questo il calcio è evoluto male. Tutti fanno preparazione col pallone ma così non ci si accorge di chi lavora al massimo e chi no. Quando invece corri, si vede chi resta indietro. Poi bisogna lavorare anche sulla testa: la squadra è spenta, non azzanna. Si vede che non ci sono leader nello spogliatoio. In questi momenti, per il bene di tutti, bisogna cercare il confronto e se serve mettere il compagno al muro ma qui non lo fa nessuno. Alla fine per quieto vivere non ce n’è uno che alza la voce. Mi sembra che in tanti non si siano resi conto di come si stiano mettendo le cose.

Napoli-Milan 1-3: il diavolo veste Ibra

Un Napoli stanco e tatticamente sconclusionato presta il fianco alle ripartenze di una squadra ottimamente contropiedista e pratica, ma lunga e vulnerabile, il Milan. I rossoneri mai eccezionali all’infuori di Ibra, il quale però basta e avanza per vincere al San Paolo questa classica Napoli-Milan

1. Un 424 troppo stanco e occupato, davvero Gattuso lo nominò invano

Napoli-Milan, Gattuso sceglie un Napoli poco equilibrato, schierando quattro punte d’attacco e un solo centrocampista di quantità, Bakayoko. L’ex mediano milanista peraltro debilitato da una breve quanto intensa influenza. La stanchezza dei giocatori chiave del Napoli, a causa dei viaggi al seguito delle nazionali o di contrattempi di salute, ha impedito che potessero reggere fisicamente lo squilibrio tattico proposto dal proprio allenatore.


Le intenzioni di Rino erano assolutamente in buona fede: sorprendere il Milan che ha la tendenza ad allungarsi e a lasciare la mediana e la linea di difesa a cantare la messa in solitaria contro gli avanti avversari. L’esporsi ai contropiedi di cui il Milan sta diventando maestro. I trequarti rossoneri hanno una grande gamba. La scelta dunque di abbandonare Chalanoglu con Rebic e Ibra sopra la linea della palla diviene un rischio calcolato.


Tuttavia, pagato a caro prezzo per colpa delle distrazioni perpetrate dai calicatori azzurri, in primis Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Koulibaly, dal cui lato rispettivamente hanno avuto luogo le azioni dei tre gol e l’espulsione di Bakayoko. Quest’ultima è, insieme alle tardive sostituzioni, l’ultimo tassello con cui Gattusso ha completato il puzzle della sconfitta da lui magistralmente architettata.

Infatti, riconducibile alla distrazione dello staff tecnico non cambiare l’unico uomo di quantità della mediana durante una fase del match in cui gli spazi si erano aperti e le possibilità di dover provvedere a un fallo tattico da giallo aumentate esponenzialmente; almeno quanto non aver calcolato le giuste tempistiche dei cambi e non aver potuto quindi operare il quinto cambio.

2. Petagna o Elmas o Zielinski: waiting for godot

Sebbene sia stata riscontrata la buona fede del mister a schierare le quattro punte piccole e iper offensive contemporaneamente in campo, l’assenza di Osimhen ha eliminato la linea di passaggio sussidiaria che ormai il Napoli persegue una volta su due quando è in difficoltà nel palleggio, ossia il lancio lungo. Non convince perciò la scelta di lasciare in panca Petagna. Il ragazzo ex Spal non è un fenomeno ma sa far salire la squadra con passaggio diretto alla sua figura.


Così il Napoli non ha mai trovato il bandolo della matassa in Napoli-Milan. Troppo stanco per pressare in avanti e recuperare velocemente il pallone e dare continua linfa alla manovra d’attacco; troppo offensivo per praticare una sana difesa e contropiede; slegato l’attacco dal resto della squadra per praticare un calcio palleggiato. D’altronde, ogniqualvolta si trattava di ripartire da dietro la manovra ristagnava pesantemente.


Qualcuno attribuisce responsabilità ai piedi di Meret meno delicati di quelli di Ospina, come meno sviluppata è del portiere friulano la visione del gioco, ma non sarebbe bastato schieraro un centrocampista in più a galla tra centrocampo e attacco, lato centro sinistro del campo, per dare mastice alla scollatura? Chi avrebbe in tale circostanza potuto oscurare Zielinski o Elmas, papabili per ricoprire tale ruolo? Kessiè e Bennacer prendevano ad uomo Bakayoko e Ruiz mentre i due terzini le nostre due ali. Realmente Pioli avrebbe spinto Kjaer sulla mezz’ala azzurra fin sù la metà campo avversaria? Chiaro che no, ma avrebbe abbassato un centrocampista e liberato uno tra Bakayoko e Ruiz per giocare la palla in completa serenità.

3. Napoli-Milan e i casi irrisolti: la maledizione ancelottiana

Così ragionando, bisognerebbe auspicare, in mancanza di Osimhem, un 433. In realtà basterebbe un centrocampista in più all’interno dell’11 titolare. Al momento Zielinski, causa covid, è un giocatore su cui non è possibile fare affidamento. Elmas, tuttavia, proveniva da due partite in nazionale deliranti. Concedergli giusto i 5 minuti di recupero è sembrata una cattiveria più che una chance.


Un maggior numero di centrocampisti pregiudicherebbe la titolarità di uno tra Insigne e Mertens. Ancelotti ricorda benissimo come è finita quando ha messo in discussione il capitano. Su Mertens, dato il numero di partite e i cinque cambi, potrebbe tranquillamente operarsi un discorso di alternanza con Osimhen. Quest’utimo contro le difese alte; il belga contro le basse. Ruotano i portieri perché non anche le punte centrali? Al momento, con Zielinski in scarsa forma psicofisica, inutile parlarne.


La iattura ancelottiana incombe anche per una serie di analogie inquietanti: oltre al passaggio dal 433 iniziale al 4231 attuale, anche per l’appoggiare scelte all’epoca della gestione Ancelotti molto criticate. Fabian Ruiz mediano e il turnover dei portieri. Il primo ha giocato veramente male mentre Meret migliora la propria qualità in possesso della sfera ma sta smarrendo pericolosamente le distanze tra i pali. Identica regressione avvertita sotto la gestione del preparatore dei portieri, Fiori, ora al Napoli, da Donnarumma durante il biennio rossonero di Gattuso.


Altrettanto preoccupanti sono le somiglianze nei punti dopo Napoli-Milan, in campionato tra Gattuso dei primi mesi della stagione ’20-’21 e Ancelotti dei primi mesi della stagione ’19-’20: in campionato, entrambi hanno racimolato 15 punti. Il Napoli di oggi, chiaramente, paga la sconfitta a tavolino contro la Juventus, che brucia almeno quanto l’autogol di Koulibaly al 93esimo di un anno prima per il definitivo 4-3 in favore dei bianconeri. In Europa, 7 erano i punti raccolti da Ancelotti in Champions; 6 da Gattuso in Europa League. Per non parlare della circostanze che durante il pregara di Genk-Napoli Ancelotti dovette mandare in tribuna per ragioni comportamentali Insigne e Ghoulam, mentre Gattuso, prima di Rijeka-Napoli, ha dovuto punire anch’egli due uomini: sempre Ghoulam e poi Mario Rui.

Massimo Scotto di Santolo

Marocchi manda in onda il calcio antico e Conte non ci sta (VIDEO)

Marocchi in tv difende un calcio che in Italia sta sparendo. Indimenticabili gli attacchi a Zeman e il siparietto con Balotelli. Il cappello in aria a Conte non è proprio andato giù.

Esistono modi e modi per difendere un calcio che in Italia sta mano a mano sparendo. È ancora radicata una certa mentalità certo, che frena certi progetti di gioco, però di base oggi un allenatore parte sempre con il tentativo di fornire un’identità di gioco. Ma Marocchi ieri, in diretta su Sky con Conte, non ha aiutato la sua visione di calcio “preistorico” a restare in auge. Il suo modo di esprimere un concetto, con il termine “cappello in aria”, non è stato entusiasmante se non per gli amanti del calcio da oratorio.

Per quanto i risultati di classifica e di palato non stiano dando ragione a Conte, per quanto possa non piacere a tanti, non gli si può dare torto nella polemica con Marocchi. Ad un allenatore moderno non gli si può chiedere di non allenare il gioco e di far giocare un calcio alla viva il parroco. Di certo Conte poteva evitare di sparare a zero sul calcio dei suoi tempi, etichettandolo di improvvisazione e rischiando di fare di tutta un erba un fascio. Ai suoi tempi c’erano Zeman, Sacchi, Del Neri etc., gente che faceva dell’organizzazione di gioco il loro credo predicando nel deserto. Siamo sicuri non ce l’avesse con loro e nemmeno con Zeman quando ha detto di non essere il tipo di allenatore che manda tutti avanti.

SALVIO IMPARATO

https://fb.watch/1XgCxqvBbf/ (il video Conte vs Marocchi)

Onofri: “Per battere Zeman preparai la partita con Stroppa”

Claudio Onofri presenta la sfida Crotone-Lazio ai microfoni di cittàceleste raccontando un aneddoto su Stroppa legato a Zeman.

“Potrebbe essere una gara apparentemente scontata in favore della Lazio, ma – confessa Onofri – il Crotone ha un modo di giocare che può dare fastidio, l’Atalanta ha sofferto non poco così come la Juventus che ha pareggiato. Sono convinto che la Lazio dovrà fare una grande partita per vincere e non abbassarsi a pensare ai soli due punti o i 19 gol subiti dal Crotone. Cosa dovuta, forse, dal fatto che alcuni elementi non sono adatti alla Serie A. Ci sono delle lacune. Ma anche giocatori interessanti come Messias che due anni fa giocava in Serie D ed ora è titolare in Serie A”.

Conferma che Stroppa è un allenatore che ci vede bene?

“Sì, sì. Di questo sono convinto. Se vuoi ti racconto un aneddoto…”.

Certo!

“Un anno allenavo il Genoa e Stroppa era un mio giocatore, dovevamo andare ad affrontare la Salernitana di Zeman e Stroppa era stato un suo giocatore. Tutta la settimana preparai la partita insieme a Giovanni Stroppa. Vincemmo. Ho intuito subito che avrebbe potuto fare l’allenatore una volta smesso di giocare”.

Dall’altra parte c’è la Lazio, come vedi la squadra di Inzaghi in questo momento?

“La partita di Torino e quella di Roma contro la Juventus ha fatto vedere che la squadra sta tornando al trend dello scorso anno, con risultati ottenuti all’ultimo minuto. Simone Inzaghi ha trovato lo spirito necessario per un nuovo campionato da protagonista. Questa è una caratteristica importante nel calcio, mica un dettaglio. Chiaro che servono giocatori all’altezza, ma questa dote di non mollare mai è importante specie in un campionato equilibrato come questo. I dettagli fanno la differenza. Stanno venendo di nuovo fuori le cose positive della Lazio”.

Hai parlato di un Crotone che pressa alto, sarà una gara aperta o con maggiori tatticismi?

“Credo che le squadre giocheranno attraverso i loro canoni. Il Genoa vinse 4-1, ma per lunghi tratti ho visto un Crotone pericoloso. Bisognerà cercare di scavalcare un pressing altissimo, loro ti vengono a prendere a metà campo. Questo lascia molto campo dietro, e se hai delle iniziative rapide e veloci con verticalizzazioni o lanci, allora puoi scardinare la linea. Sicuramente Inzaghi sta studiando questa situazione”.

Luis Alberto servirebbe eccome, allora…

“Ho seguito la vicenda, non so. Non fanno bene queste cose, bisogna essere professionisti dentro e fuori dal campo. Bisogna rivalutare la situazione, anche perché parliamo di un giocatore importate”.

Così come Immobile, un altro che nella profondità trova il suo pane. Giusto?

“Esatto, hai detto tutto tu, bravo. Con i suoi movimenti a circolo non lo prendi più, anche perché ha velocità e forza nelle gambe. Per il Crotone è un contesto positivo, ma se non lo interpreti bene allora le cose vanno male, bisognerà sfruttare i momenti”.

Causa Covid questo campionato è molto equilibrato, ti unisci al coro e pensi che per la vetta sarà lotta a 7 squadre?

“Non credo dipenda solo dal Covid, sicuramente incide molto. La Juventus ha una partita in meno, ma ad oggi non sarebbe nemmeno in Champions League. Si è affidata, secondo me sbagliando, a Pirlo. Ma non perché sia lui, semplicemente perché non ha mai allenato ed allenatori non si nasce, si diventa. Serve un percorso completo, un conto è che fosse diventato allenatore dopo 4 anni di Primavera, ma scegliere così mi sembra illogico. Se ci fosse una trasmissione diretta tra come sei stato da calciatore e come potresti essere da allenatore, allora Maradona avrebbe dovuto vincere tutto. Ma non basta. Tornando al discorso campionato: la Juventus è in difficoltà, Lazio ed Atalanta si stanno confermando, l’Inter si sta consolidata e poi c’è il Napoli. Squadra forte e allenata da un Gattuso che stravedo, uno che ha fatto la gavetta pur chiamandosi Gattuso. Ci vuole rispetto per la categoria, dai. C’è un equilibrio, per tornare al campionato. Milan e Roma? Sì, anche loro. La lotta è a sette. Per tornare alla Lazio, se tutte le cose vanno al loro posto – per esempio la situazione Luis Alberto – può confermare quello che ha fatto l’anno scorso”.

Gattuso e De Zerbi i nuovi Zeman, il Boemo ancora un esempio (VIDEO)

Oggi ci arriva un messaggio su Whatsapp. Due ragazzi hanno realizzato un video sul calcio modello Zdenek Zeman.

È importante che, nonostante Zeman sia fuori da tre anni, esistano giovani concentrati sul modello zemaniano, mentre il calcio attuale sembra sempre più propenso a dimenticarlo. Ecco perché abbiamo pensato di condividere questo video. È una testimonianza importante, una traccia lasciata da Zeman va sempre esaltata e quindi abbiamo preso qualche informazione in più.

Loro si chiamano Dennis Lazzaro (riprese) ed Emanuele Chiappini narratore.

“Siamo due ragazzi della provincia di Milano, impegnati nel calcio dilettantistico. Siamo un allenatore con patentino Uefa B, e un preparatore atletico laureato in scienze motorie. Purtroppo eravamo impegnati in un campionato Juniores in Lombardia e vista la situazione siamo fermi. Per la prima volta abbiamo pensato di educare i nostri ragazzi attraverso i social. Questo è il nostro primo approccio con questa tecnologia.”

EDUCARE CON IL MODELLO ZEMAN

“Per stare vicino ai nostri ragazzi e trasmettergli qualcosa, quali migliori concetti sono sportivamente educativi se non quelli di Zeman? Come lui dice, il calcio più che un sport è un gioco, ed è un messaggio con un’etica forte e rispecchia le nostre idee. Essendo il calcio lo sport che sarà sempre più praticato dai giovani ci teniamo ad usare la rete per informare e fare cultura invece di creare contenuti trash o di reaction. Zeman fa parte del nostro percorso di ricerca, di crescita, e sarà l’apripista per contenuti di qualità.”

GATTUSO E DE ZERBI GLI ZEMAN ATTUALI

“Per quanto riguarda a livello di MESSAGGIO, Ringhio (Gattuso) è l’allenatore e l’uomo che più segue le tracce del Maestro (Zeman). Numerosi gli episodi di aiuto e di esempio positivo verso staff, calciatori, tisoseria e dirigenti. Davvero una mosca bianca in questo calcio più concentrato sul business. De Zerbi invece segue le tracce offensive del Boemo cercando di dare più equilibrio con il palleggio e una linea difensiva ben coordinata”.

SALVIO IMPARATO

Totti: “Ho avuto il covid con polmonite, non è stata una passeggiata”

Francesco Totti, attraverso i suoi profili social, confessa di aver avuto il coronavirus sfociato in polmonite bilaterale.

Ecco il post integrale di Totti

“Ciao a tutti! Come avete saputo in queste ultime settimane non sono stato bene.
Ora mi sono ripreso e posso dirvi con un certo sollievo che ho avuto il COVID e non è stata una passeggiata: febbre che non scendeva, saturazione dell’ossigeno bassa e le forze che se ne andavano.
La diagnosi è stata un colpo al cuore: POLMONITE BILATERALE per infezione da Sars Cov 2! Vista la tempestività della diagnosi sono riuscito a curarmi da casa, 15 lunghi giorni ma adesso che tutto è passato voglio ringraziare coloro che mi sono stati più vicini e quindi un grazie speciale al Prof. Alberto Zangrillo alla Prof. Monica Rocco e Silvia Angeletti.
Il COVID si può battere con le giuste precauzioni e indicazioni”.

https://www.instagram.com/p/CHz-W1VBdH6/?igshid=47k92g7z27ir

Varrella: “Sacchi e Zeman hanno aperto un nuovo fronte ai giovani”

Varrella intervenuto a Radio Punto Nuovo, nel corso di Punto Nuovo Sport, ha parlato dell’attuale esperienza da Ct del San Marino, di Sacchi, Zeman e il nuovo fronte allenatori.

“In Campania – afferma Varrella – ho allenato tanto, ho tanti bei ricordi in questa terra, ma mio padre era nato a Pozzuoli,  quindi ho sempre vissuto da innamorato le mie esperienze lì. Sono stato il vice di Sacchi, ero l’uomo che dalla tribuna con walkie talkie dicevo a Sacchi se la linea si muovesse bene.

Oggi ct di San Marino

“L’ho sempre considerato – confessa Varrella – come il piacere del nostro entroterra romagnolo, ho capito l’amore per la loro nazione che hanno i sammarinesi. Devo ammettere che San Marino vive il rapporto con le Nazionali in modo un po’ particolare: il ragazzino che dà 4 calci al pallone, già gioca nell’under 16 o nell’under 17. L’imbarazzo è che vivono un mondo dilettantistico all’ennesima potenza e sono in difficoltà al lasciare il lavoro, dovendo entrare anche in questione in Coni sammarinese.

Sarajevo nel 1996

Non venimmo mai abbandonati, c’era un’aria ostile, difficile. Il famoso viale dove i cecchini sparavano costantemente, qualche cecchino pare ci fosse ancora. Fu una visione triste, brutale: un conflitto vissuto in modo intenso”.

Sacchi e Zeman ispirazione per gli evoluti

“Sacchismo, ascesa e caduta e qual è il modello dominante? Sacchi e Zeman, hanno aperto un fronte nuovo ai giovani d’oggi. In Europa già si vedeva un calcio diverso: abbiamo etichettato il calcio olandese come il calcio fisico, era una farsa. Il calcio olandese interpretava il correre meglio. Grazie a Sacchi e Zeman esistono i Guardiola, i Klopp, gli evoluti attuali.

Pirlo e Gasperini

“Ho fatto a Pirlo, duranti i corsi Uefa Pro, tre lezioni. Gasperini è evoluto perché i suoi giocatori interpretano una tattica individuale non più nell’uomo copre uomo, ma uomo marca uomo. Non solo si toglie tempo e spazio, ma si fa in modo che non riceva il pallone”.