Il Pescara regala la panchina a Zeman? Superato l’Empoli 1-2

Bucchi in discussione ad Empoli, era a rischio già prima di affrontare il Pescara. I toscani, sconfitti 1-2 dal Delfino, saranno ore di riflessione in quanto ora ci sarà la sosta. Occasione per il ritorno di Zeman?

Empoli, piazza da sempre attenta alla crescita dei giovani e di una certa filosofia, potrebbe essere la panchina giusta per il rilancio del Boemo. Nel 2014/15 i ragazzi di Sarri furono letteralmente travolti dal gioco verticale del Boemo. Oggi l’Empoli avrebbe bisogno di ritrovare un maestro di calcio. Con Laribi, Romagnoli, Mancuso e Veseli, Zeman ritroverebbe giocatori con cui ha già lavorato e troverebbe Provedel, portiere cercato al Lugano. Inoltre troverebbe due mezzeali come Frattesi e Bandinelli, che con lui potrebbero esplodere e poi gli attaccanti La Gumina e Dezi che nel tridente zemaniano andrebbero a nozze. Si attendono sviluppi.

SALVIO IMPARATO

SUPERLEGA: se non hanno più pane, che mangino brioche

Dodici club, ormai definiti cinematograficamente “quella sproca dozzina”, hanno attuato il primo vero scisma del calcio, creando una Superlega privata. La partecipazione richiede un diritto di sangue: l’essere allo stesso tempo sfacciatamente ricchi, indebitati e in tutto il mondo seguiti. Tale privilegio autoassegnatosi dalle squadre dissidenti sembra riportare alla memoria vecchi discorsi illuministici e pasoliniani, i quali intrecciano il dato economico con quello etico.

1. La notte dei lunghi coltelli

Il 18 Aprile di due notti fa è una Domenica di inizio Primavera, durante la quale i campionati nazionali offrono ognuno il suo posticipo più o meno rilevante. L’Italia offre la brodaglia Napoli Inter 1-1. Un pareggio timido tra una squadra, l’Inter, già campione e una squadra fragile, il Napoli.

Poco dopo, nel bel mezzo dei soporiferi postpartita, una notizia inizia a rincorrersi sul web. L’indomani diverrà ufficiale: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Inter, Juventus, Milan, Man City, Man utd, Arsenal, Chelsea, Tottenham e Liverpool hanno deciso tra lo stupore generale di creare una Competizione internazionale, infrasettimanale e privata – la Superlega -, completamente sostitutiva della Champions e finanziata dal colosso bancario Jp Morgan per un prestito di 3 miliardi e mezzo. E’ invece in corso la ricerca del broadcaster disposto a trasmettere il nuovo prodotto calcistico mentre gli uffici di rappresentanza e di comunicazione della Superlega sono già attivi.

Non casuale la scelta di uscire allo scoperto da parte dei “Leghisti”, commettendo per molti (tra cui il Presidente della Uefa Ceferin su tutti, nonché padrino della figlia di Andrea Agnelli) un autentico tradimento, poco prima dell’annuncio della nuova Champions League.

Format il quale la sporca dozzina ha preteso e ha supportato nella creazione. Tuttavia, nel 2024 La Champions prevederà più partite ma incassi simili a quelli attuali. Non è bastato alla Uefa cedere anche sulla rivisitazione, ora ritrattata, del Fair Play finanziario. Agnelli e soci hanno ritenuto queste gentili concessioni non sufficienti per le esigenze presenti e future di quelli che si autodefiniscono i più grandi club nel panorama calcistico mondiale.

2. Il conformista

-Una immediata riflessione sopraggiunge, cioè quanto avessero ragione Pasolini e Moravia sul fatto che chi si scandalizza è un conformista. La Superlega era un lento fiume carsico in attesa di fuoriuscire. Il Covid ha aperto la voragine divenuta sorgente. Ragionevole e giustificato arrabbiarsi, meno rimaner stupiti alla notizia, soprattutto da parte degli addetti ai lavori -.

3. Il dato economico

L’immediata considerazione che soggiace alla creazione della Superlega è la seguente: i dodici club fondatori radunano insieme una posizione debitoria di 6 mld. A questi ultimi vanno immediatamente aggiunti i quasi 4 del finanziamento della Jp Morgan. Una tantum la banca americana garantirebbe ai partecipi della competizione elitaria in questione tranches da 350 mld. I diritti televisivi sarebbero a parte.

I club più ricchi, maggiori vincitori degli ultimi trofei Uefa e federali messi in palio, non trovano nel sistema calcistico comunitario i giusti stimoli finanziari. Nel frattempo l’importanza conseguita dai loro brand gli consente di rischiare una tale separazione. Champions e campionati che sorti avrebbero senza i suddetti club, visto che questi ultimi sommano uno dei quattro miliardi di tifosi in giro per il mondo?

4. Compatibilità con i campionati nazionali

Anche se formalmente nessuno dei presidenti dissidenti ha voglia di abbandonare i campionati nazionali. Al momento, però, le leghe federali offrono 12 turni infrasettimanali. La Superlega richiede almeno 23 slot infrassetiminali. Come conciliare? I campionati avrebbero lo stesso appeal in mancanza dei clud dissidenti? E questi ultimi esclusi dai campionati domestici potrebbero reggere una sola competizione da poco meno di 30 partite? Essi infatti hanno intenzione di rinunciare alla Champions, Europa e Conference League.

Va subito detto che come in egual ambito comunitario nulla è stato possibile compiere, da un punto di vista giuridico-ostativo, contro la creazione della Eurolega di Basket, che ricalaca il modello della Superlega, resta complicato bannare gli artefici della separazione dalla Uefa, dalla Fifa e dalle rispettive Federazioni cui appartengono. Vano potrebbe risultare inoltre anche il tentativo di escludere i calciatori sotto contratto di tali squadre dalle competizioni per Nazioni.

Infondato anche il paragone con la suddetta Eurolega o con la Nba: la prima, da ultime notizie, dopo uno inizio di successo sta perdendo pezzi. La seconda è un’associazione privata esterna agli organismi sportivi internazionali, ha alle spalle una base dilettantistica, prevede una trade tra giocatori senza passaggi di danaro e infine con il sistema del Draft impone l’alternanza al vertice.

5. Florentino Perez

Florentino Perez, in una intervista di ieri sera alla compiacente emittente Chiringuito Tv, assicura dal canto suo che, sebbene la partecipazione alla Superlega sia su inviti, i benefici economici degli invitati ricadrà anche sui non invitati. Sono stati predisposti infatti un premio di non partecipazione di 10 mln cadauno ma anche, va da sé, una capacità di rispondere a richieste economiche più esose per l’acquisto dei calciatori militanti nelle squadre esterne alla Nuova Lega.

6. La posizione di Rumenigge

Ed è proprio questo il punto: benché la Superlega assicuri che i soldi di Jp Morgan dovranno utilizzarsi su infrastrutture all’interno di un sistema che prevederà un salary cap, la situazione d’indebitamento, causativa della Superlega, preesiste all’ideazione di tale competizione. I buchi di bilancio, da una parte, provengono dalla costruzioni di stadi avveneristici; dall’altra, dalla formazione di rose di calciatori strapagati almeno quanto i loro procuratori. Il Covid ha aggravato le perdite.

Permettersi stadi e/o giocatori oltre le proprie possibilità davvero è una colpa della Uefa o dei club di Provincia? Oppure è riconducibile semplicemente a malagestione manageriale dei club indebitati riottosi a perdere a causa di un ridimensionamento momentaneo ma obbligato? Ed è proprio questa la posizione monitoria che Rumenigge, con tutto il calcio tedesco compatto alle sue spalle, assume sulla Superlega rifiutandone – per ora – l’invito a parteciparne.

7. Uno stato pre-rivoluzionario

Alla domanda su-esposta la sporca dozzina risponde si. L’incapacità della Uefa di dotare le sue competizione di maggiori introiti nasce da una politica eccessivamente inclusiva nonostante, albi d’oro alla mano, essa abbia garantito agli scissionisti vittorie e ricchi premi. Ai grandi club non basta più il privilegio di vincere sempre e comunque ma anche di guadagnare molto di più di quanto già avvenga attraverso l’eliminazione del seguente tipo di partita: Davide contro Golia.

Ed è ciò che Perez e Agnelli hanno ribadito rispettivamente ai microfoni tv e in riunione di Lega. All’opposizione che la permanenza delle loro squadre nei campionati nazionali deprederebbero ogni brandello di competitività, la tesi della Superlega è “tanto comunque già non c’è più”.

Questo sarebbe alla base poi della scelta di creare una Lega super-esclusiva e iper-tifata tra club che incrocino soldi, blasone, tifo e follower. Poi spulci gli annali delle ultime dieci stagioni e si fa fatica a comprendere, tifosi e fatturati a parte, cosa abbiano gli attuali Atletico Madrid, Milan, Inter, Arsenal e Tottenham più di altre.

8. Pasolini

Così la Superlega assume la stessa ritrosia del Parlamento francese a concedere un proporzionato diritto di voto agli ordini sociali degli Stati Generali antecedenti alla Rivoluzione Francese. Salvaguardare fino alla fine un privilegio quasi clericale o nobiliare. I club dissidenti sono disposti a non vincere più soltanto sul piano internazionale purché vincano in territorio domestico e guadagnino su quello estero il doppio di quanto già facciano.

E per realizzare questa conservazione dello status quo – che lo stesso Florentino Perez pone in bilico individuando nel 2024 la data della morte del calcio qualora la Superlega non andasse in porto – si affida all’accumulo dei privilegi. Il privilegio, diceva il pioniere Pasolini, è un accettabile categoria mentale dell’uomo. Diventa tuttavia un pericoloso strumento sociale nel momento in cui sfocia in collezione di ulteriori diritti giustapposti ai già esistenti.

9. Il dato etico

E pare che il punto dell’avidità sia stato raggiunto se il calcio deve dipendere soltanto da un oligopolio privato. Il quale disprezza il merito, conservando arbitrariamente ad altrettanti eletti briciole non continuative della suddetta Superlega in virtù dei 5 posti riservati ai club non fondatori.

E’ vero che può intendersi meritorio anche creare una competizione soltanto tra i più forti in senso assoluto. Ad esempio le olimpiadi propongono tra i qualificati alle gare dei 100 mt soltanto tre americani, ancorché almeno altri tre statunitensi abbiano tempi da finale olimpica. In modo opinabile, si sceglie la strada della qualificazione attraverso la competizione per garantire a tutti i Paesi di essere rappresentati da almeno 3 atleti per disciplina. Pur tuttavia, resta assente il dato dell’autoproclamazione di sangue per i migliori corridori olimpionici!

10. La rivoluzione

I grandi manipolatori del gioco del calcio dicono di guardare alle future generazioni. Consci del fatto che alla massa lobotomizzata di incalliti giocatori di Fifa, al cui videogioco i club scissionisti non cederanno più i diritti d’immagine, si possa somministrare in eterno una patinata sfilata di stelle impegnate in poco meno di 30 partite profondamente chic.

Si dimentica però che le persone non sono robot, hanno sangue, carne e ossa. Pertanto non ci si ricorda neanche che in coda al diciottesimo secolo il Terzo Stato francese, già dialogante con parte di Clero e Nobilità lontana dai benefici di Versailles, in definitiva ruppe le catene degli ordini sociali e creò le basi storiche della Democrazia. Maria Antonietta, che invitò i poveri a godere delle brioche se pane non ce n’era, fu decapitata. Ed in tal senso le prime reazioni dei tifosi, soprattutto inglesi, dovrebbero preoccupare sia Perez che Agnelli.

La forma non è sostanza ma talvolta contribuisce ad essa o si sovrappone del tutto con la sostanza. Infatti, è la forma che preserva le istituzioni. La forma del calcio finge ancora che il merito sia in esso tetragono. Come la nuova Champions del 2024 dimostra. La riforma di De Calonne, allo stesso modo, per affrontare una imminente bancarotta del Regno, simulava una sopraggiunta convinzione governativa di parificare progressivamente gli ordini sociali attraverso la sottoposizione del clero e della nobiltà ai gravami fiscali. E la decisione finale del Parlamento di non modificare la distribuzione del voto negli Stati Generali svelò il credo reale sulla lotta di classe. Di lì a poco ci fu la rivoluzione francese.

Ora che si è definitivamente capito che nessuno può vincere e guadagnare al di fuori dei Papi dello Scisma leghista, questi ultimi sapranno fronteggiare la reazione di chi dovrebbe accontentarsi a tavola delle brioche?

Massimo Scotto di Santolo

LA SUPERLEGA E’ L’ANTITESI DI ZEMANLANDIA

Il terremoto Superlega ha scatenato reazioni di tutto il sistema calcio. Ovviamente anche di chi ha conosciuto e amato Zemanlandia

Il senso del calcio per come lo abbiamo conosciuto e amato, era già agonizzante e moribondo da tempo. Con la conferma della Superlega, sembra aver avuto la mazzata finale e non sappiamo a cosa davvero porterà questa “nemesi” del pallone. Di certo la storia di Zemanlandia, racconta di una squadra, il Foggia senza campo di allenamento, che si allenò nel parcheggio del suo stadio, ospitare la Juventus allo Zaccheria e batterla giocando un calcio nuovo, veloce e spettacolare. Chi ha vissuto queste favole ne ha ancora gli occhi e il cuore pieni, specialmente di nostalgia, quella mai ricompensata e ancora mortificata da quando il calcio è diventato più azienda che sport.

Tutti a ridere quando Zeman tornando in serie A a Roma dichiarò che nel calcio soffiava ancora il “Vento Del Nord”. Ci pare che non si sbagliasse così tanto, specialmente ora che la credibilità di quest’ultimo campionato va a farsi benedire. Quanti oggi crederanno di non aver assistito ad una stagione farsa? Gli spettatori calano inesorabilmente, quelli rimasti sono tanti disillusi e forse neanche più in buonafede!

LA SUPERLEGA COME LA WWE DEL WRESTLING

In odore di interessi e tornaconti chi ancora crederà alla storia dello scudetto perso in albergo del Napoli, solo per aver visto la Juve vincere con errori arbitrali a San Siro? Con la chiamata anche del Napoli in Superlega, l’asse Agnelli-De Laurentiis, sui cui scrivemmo anche un articolo, alimenta più ombre che luci. Il mondo del calcio diventa giorno per giorno meno credibile, il mondo del Wrestilng americano è più onesto con il suo pubblico. Lo dice apertamente con il linguaggio del corpo e dei suoi personaggi, che è tutta una messa in scena.

SALVIO IMPARATO

Zoro: “Estenuanti i gradoni di Zeman. Il Milan e i complimenti di Baresi”

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Marc Andrè Zoro, difensore della Costa D’Avorio classe 1983, ha giocato con la Salernitana dal 1999 al 2003. In un’intervista rilasciata su SportWeek, settimanale della Gazzetta dello Sport, racconta cosa fa ora e la sua esperienza a Salerno dove segnò anche un gol in un derby contro il Napoli. 

Dopo la Salernitana giocò anche al Messina, dove fermò una partita per gli ululati razzisti che ricevette durante un Messina-Inter. Ha creato la “Fondazione Marc Zoro” che opera in patria. Gira per la Costa D’Avorio per aiutare chi ne ha più bisogno, consegna cibo, aiuta a costruire scuole, ospedali e strutture ed è proprietario di una scuola calcio. Ecco le sue parole: “Molti ragazzi prendono una brutta strada. Noi vogliamo offrirgli un futuro. Voglio fare qualcosa per il mio paese. Sostengo Drogba come presidente della Fedecalcio Ivoriana.” Poi racconta l’esperienza con la Salernitana, dove arrivò all’età di 16 anni. “Era venuto uno scout in Costa D’Avorio per visionare un altro ragazzo, ma rimase sorpreso da me e mi portò alla Salernitana. Ringrazio Raffaele Novelli e l’Arechi strapieno. Cinque anni stupendi. Ricordo i gradoni di Zeman. Non ne potevamo più (sorride). Ho però un rimpianto. Volevo giocare nel Milan e nel 2000, durante Salernitana-Milan, semifinale del Campionato Primavera perdiamo 2-1 ma io gioco alla grande, così a fine gara si presenta Franco Baresi. Mi fa i complimenti e mi chiede se voglio giocare nel Milan. Mi vedeva come centrale del futuro. Ero felicissimo ma il presidente Aliberti rifiuta l’offerta. MI sarebbe piaciuto, ma dirò sempre grazie alla Salernitana. 

Liguori: “Sarri, come Sacchi e Zeman, ha fatto la storia con un’impronta”

Paolo Liguori, direttore del TgCom24, è intervenuto ai microfoni di Radio Goal (Kiss Kiss Napoli). Si parla di Fonseca, Gattuso, Sarri, Sacchi e Zeman

Riapertura stadi

“L’Italia riapre per il calcio – dice Liguori – sotto la pressione della Uefa, e da qui una cascata di riaperture. Per avere una rete digitale efficiente bisogna dare il calcio a Dazn, per avere una riapertura bisogna fare gli Europei di calcio, l’Italia è un paese che sente molto la questione del calcio se no le riaperture chissà quando ci sarebbero state. Non si è aperto per il turismo, che è un’industria pari al 15% del Pil italiano, ma lo si fa per il calcio, questo è un Paese strano.

La Roma e l’Europa League

 Mi piacerebbe se vincesse l’Europa League, ma dopo lo scoglio dell’Ajax bisogna pensare al favoritissimo Manchester United, e poi non ci dimentichiamo della ‘talpa’ Arsenal in una possibile finale.

Napoli-Inter? I tifosi interisti non si devono offendere ma credo che il Napoli domani vincerà. La squadra di Conte, per statistica, prima di vincere lo scudetto dovrà perdere qualche partita. Dall’altra parte vedo un Napoli con una forma che non aveva quasi mai avuto quest’anno, è al top della condizione stretto attorno a Gattuso.

Scambio Gattuso-Fonseca?

 Non so cosa accadrà per la panchina Napoli l’anno prossimo, ma se mi dicessero di cambiare Gattuso con Fonseca neanche li farei finire di parlare. Lo scambio Gattuso-Fonseca mi farebbe adorare De Laurentiis, perché magari il portoghese col suo tono flemmatico andrebbe benissimo, ma magari a Roma con quei giocatori va meglio uno come Ringhio. Ho sempre apprezzato Gattuso, e in ogni caso ha portato una squadra che probabilmente andrà in Champions. Credo che alla fine in Champions ci andranno Napoli e Atalanta, e a rischiare di più saranno Milan e Juve.

Sarri alla Roma, Sacchi e Zeman

“Magari arrivasse Sarri a Roma, la politica del club giallorosso è basata sui giovani e mi piacerebbe vederli allenati da un tecnico ambizioso come Sarri. Il gioco della squadra con il tecnico toscano si vede, penso che i tifosi del Napoli se lo ricordano bene. Sarri, come Sacchi e Zeman hanno fatto un po’ di storia dando una propria impronta al gioco del calcio”.  

Pardo racconta la Bellezza Zeman, Sarri e Bielsa

Pardo-Zeman-Sarri-Bielsa

Sul sito Repubblica.it Pierluigi Pardo presenta a viderubrica “È il calcio, bellezza”. In questa bellissima puntata si parla di Zeman, Sarri e Bielsa.

Pardo, “È il calcio, bellezza”: da Zeman a Bielsa, perché amiamo il calcio folle che seduce (e non vince)

Zeman, Bielsa, Sarri. Tre filosofi del calcio fuori dagli schemi, affascinante e coraggioso, spettacolare e coinvolgente ma di rado vincente. Ci sono allenatori che, nonostante possano vantare pochi titoli, restano nel cuore della gente, dei tifosi, dei semplici appassionati di calcio. E anche nel cuore degli stessi calciatori, come racconta Cassano a Pardo in questa puntata de “È il calcio, bellezza” dedicata al football folle in grado di sedurre anche quando porta alla sconfitta.

https://video.repubblica.it/dossier/e-il-calcio-bellezza/pardo-e-il-calcio-bellezza-da-zeman-a-bielsa-perche-amiamo-il-calcio-folle-che-seduce-e-non-vince/385259/385987

Così recita la didascalia che accompagna il bellissimo video, in cui Pardo, con le note dell’isola che non c’è di Bennato, ci racconta il perché ci si innamora di chi non vince ma incanta, emoziona e resta impresso nella storia. Infatti come racconta il cronista, giornalista e presentatore, il calcio è fatto di numeri. Dove la vittoria conta più di ogni cosa e crea certe categorie. Categorie di squadre, allenatori e calciatori. Mentre dall’altra parte c’è la categoria degli innovatori che entrano nei cuori e nella storia senza alzare tanti trofei. Di questa categoria fa di sicuro parte Zdenek Zeman innovatore estremo di attacco e spettacolo con il suo dogma… Il 4-3-3.

“Ho avuto squadre che non erano da primo posto che però hanno giocato da squadre da primo posto. Le vere soddisfazioni erano quando perdevamo le partite e il pubblico ci applaudiva comunque”

Arrigo Sacchi: “Consigliai io Zeman alla Lazio, è uno stratega” (Audio)

Arrigo-Sacchi-Zeman

Bella intervista ad Arrigo Sacchi al programma radiofonico “I Lunatici” di Radio2. Ha parlato del passato e di quando rifiutò la Lazio e consigliò Zeman

Nazionale, Real Madrid e Zeman

Sono stato quattro anni al Milan – ricorda Arrigo Sacchi – poi mi sono dimesso. Il calcio mi piaceva ancora dopo il quarto anno, ma non riuscivo più a stare a certi ritmi. E mi chiamò la Nazionale. Mi cercò la Juventus, chiesero a Berlusconi di lasciarmi libero, ma non sarei andato. Avevo bisogno di avere altri ritmi, rifiutai il Real Madrid, potevo andare solo in Nazionale. Anni dopo mi cercò Cragnotti della Lazio, dissi di no, ma gli feci prendere Zeman. In un mondo di tattici lui era l’unico bravo anche stratega. In guerra tra un tattico e uno stratega vince quest’ultimo”.

Arrigo Sacchi nella leggenda

“Non pensavo di entrare nella leggenda, ma dico una cosa che vale per tutti, in ogni ambito. Ci si realizza non solo attraverso la vittoria, ma attraverso l’impegno e il lavoro. Da ragazzino sentivo tanti stranieri parlare di Italia e dire solo pizza, spaghetti, mafia e catenaccio. Io ho deciso di provare a togliere il catenaccio, nel mio piccolo”

Mondiali di Usa 94

“Si parla poco del nostro secondo posto ed è un fatto politico. E’ una vergogna. Siamo arrivati secondi ai rigori, oltre oceano, dove le squadre europee non hanno mai vinto. Alcuni partiti all’epoca dicevano di parlare male della Nazionale. Noi non siamo cavalieri del lavoro anche per questo. Abbiamo perso ai rigori. Se rifarei giocare Baggio nella finale? Io ero l’allenatore e avevo uno staff di medici. E di preparatori atletici. Se loro mi dicevano che poteva giocare, io lo facevo giocare. Non ho nemmeno un rammarico.”

Stress

“l’ho governato e mi ha dato un plus valore per 27 anni, quando ho visto che non lo governavo più, e fu dopo una vittoria che non mi fece provare nessuna gioia, capii di essere arrivato. E mi sono ritirato.”

Milan

“Quando Berlusconi mi disse che voleva creare la squadra più forte del mondo, gli dissi che era limitativo. Lui non capì al momento, poi quando le testate più importanti del mondo ci inserirono tra le squadre più forti di tutti i tempi, lo chiamai e gli ricordai quell’aneddoto. Alla fine non sapevo nemmeno io spiegare cosa volesse dire limitativo. Abbiamo massacrato le squadre spagnole, il Barcellona, il Real Madrid, in quel momento, dal 1989 al 1999 il calcio italiano sfruttando una società nuova come era il Milan ebbe grandi successi. Sull’esempio del Milan in quegli anni le squadra italiane hanno vinto 16 trofei internazionali. Negli ultimi 20 anni ne abbiamo vinte 3. Dal 2010 al 2021 ne abbiamo vinte zero”

Samp-Napoli 0-2: vittoria sofferta ma non banale

Samp-Napoli

Samp-Napoli 0-2. Dopo una pavida sconfitta allo Juventus Stadium, il Napoli andava a Genova, contro la Sampdoria dell’inossidabile Mr. Ranieri, in quel che rappresentava trasferta complicata: Demme, Lozano e Mario Rui in diffida con l’Inter alle porte. Settimana tipo a disposizione per i sampdoriani; turno infrasettimanale pesante per il Napoli. Alla fine vittoria è stata per i partenopei ma non a caso sofferta.

1. Napoli ad orologeria

Samp-Napoli si è rivelata complessa come ci si aspettava per gli azzurri: Samp rivelatasi come da pronostico intensa e molto ficcante sulle fasce. Napoli alla grande nel 1T, tanta sofferenza nel 2T. Equilibrio precario in mediana, dissoltosi soprattutto allo scoccare dell’ora di gioco: Politano e Insigne fisicamente non brillanti. La linea a quattro del centrocampo così ha progressivamente finito per non filtrare lateralmente gli attacchi avversari. Di Lorenzo e Rui ad un certo punto hanno iniziato inevitabilmente a concedere molto. I centrali e i mediani, però, hanno riempito molto bene l’area di rigore, alzando un muro che è risultato infine invalicabile.

Tuttavia tale muro stava per crollare, anzi è crollato, ma ha provveduto il Sig. Valeri correggendo al Var quello che non è sembrato un suo chiaro ed evidente errore. Thorsby aveva segnato un gol regolare su traversone da calcio d’angolo. Forse a poter essere incriminabile è la spallata di Keita Balde su Ospina: una carica al portiere inutile, perché Thorsby aveva preso magnificamente il tempo a Koulibaly in modo del tutto regolare.

2. Samp-Napoli, i gol di Osimhen e Ruiz

Scampato il pericolo, il Napoli comunque è rimasto basso con le linee a pogare contro i tentativi di spallata delle ali e terzini doriani. La squadra di Gattuso ha resistito anche grazie ai cambi (tardivi, e ancora una volta appena prima di un calcio d’angolo che anche stavolta aveva portato al gol avversario). Mertens e Lozano hanno dato quantomeno freschezza e qualità. Da un recupero palla di un monumentale Demme, gravato da una diffida in vista dell’Inter e per questo motivo ancor più grande la sua prestazione, viene imbeccato Mertens in posizione di rifinitore.

Palla nel corridoio del belga per la falcata irresistibile di Osimhen che buca Audero con un fendente sul primo palo e realizza quelli che sono i suoi gol, in contropiede. Il nigeriano che è in realtà entrato anche nel primo gol del Napoli, realizzando una combinazione trilatera in collaborazione con Piotr e Fabian Ruiz in seguito alla quale quest’ultimo ha impallinato la Samp e ricordato a tutti che livello di mezz’ala è. Oggi lo spagnolo però bene anche in mediana a 2. Il riposo causa covid salvifico per l’andaluso. Tornato dal contagio altro calciatore!

Dal canto suo, il nigeriano oltre al gol, come Fabian, ha sfoderato prestazione di grande sacrificio e intelligenza: corse infinite a pressare Audero. Dal suo atletismo e dai piedi di Fabian è passato un Napoli per 45 minuti alto e sereno nel palleggio. Il Victor però calato fisiologicamente alla distanza e beccato una volta di troppo in fuorigioco è rimasto nella partita a lottare per quanto possibile. Sforzi premiati dal bel gol!

3. Samp-Napoli e le note dolenti per il finale di stagione

Non abbastanza concentrato Lozano, che anche lui in diffida si fa ammonire, ma il messicano pare condizionato da un infortunio muscolare non del tutto smaltito. Ha poca benzina e per questo nervoso. Non è riuscito ad incidere dal punto di vista offensiva benché abbia dato una mano importante nelle retrovie.

Male Manolas, che nei primi minuti di gioco stava propiziando il gol della Samp, come Maksimovic in Genoa Napoli di un paio di mese fa. Il greco è apparso in costante affanno a differenza di Koulibaly mai ordinato ma estremamente presente nelle pieghe della partita.

Samp – Napoli, vigilia di un altro trittico decisivo a partire da Domenica prossima: Napoli – Inter. Poi Napoli – Lazio e Torino – Napoli. Da qui passa la qualificazione Champions degli azzurri, anche perché l’Atalanta ha in rapida successione Juve (nel weekend) e Roma (turno infrasettimanale). Meglio di così i partenopei, in termini di risultati, non potevano arrivare ma serviranno prestazioni più sicure e convincenti per staccare il pass per l’Europa che conta.

Massimo Scotto di Santolo

Gazzetta.it, Zeman analizza i quarti di Champions ed Europa League

Torna la rubrica “Dalla A alla Zeman” di Gazzetta.it dove il Boemo analizza i quarti di Champions e di Europa League.

Gazzetta.it “C come Champions”Mentre ci apprestiamo a vivere la 30ª giornata di campionato, l’andata dei quarti di finale di Champions ed Europa League invita a fare alcune riflessioni su squadre, qualità del gioco e differenze tra i top club europei e i nostri 

C COME CHAMPIONS

La differenza tra la Champions e l’Europa League è davvero ampia. Non è una novità: partecipandovi le prime 3-4 dei campionati più importanti. Quando poi si arriva alla fasi finali, la forbice si allarga ancora di più e il livello di qualità, intensità, ritmo e giocate in gare come Manchester City-Borussia Dortmund e Bayern-Psg rispetto alle partite di Europa League è evidente. Neanche paragonabile poi alla maggior parte delle partite della serie A, comprese quelle tra squadre di vertice. 

R COME RITMO

Soprattutto nelle gare di andata si gioca con grande attenzione e concentrazione cercando di non commettere errori, evitando di subire gol. Molte partite nelle due Coppe, hanno avuto un grande equilibrio, ma poi sono state decise da gol allo scadere. Non credo sia un semplice caso. Ci sono stati cali di attenzione. Ne hanno goduto le squadre che giocano in campionati, come la Premier League dove il ritmo e l’intensità sono maggiori rispetto ad altri tornei… continua su gazzetta.it

F COME FAVORITE

Lo scorso anno puntavo sul Psg, faccio lo stesso pronostico quest’anno. Aver vinto a Monaco senza un pilastro come Verratti mi fa credere che la squadra sia pronta, anche se preferivo quella della scorsa stagione. Ma arrivati a questo punto della competizione molto dipende da come arrivano le squadre al doppio appuntamento: quanti assenti anno per infortuni o Covid, qual è lo stato di forma dei migliori. Una stagione intera in campionato solitamente (ma esistono eccezioni…) vede premiata la squadra migliore, con il rendimento più costante… continua su gazzetta.it

I COME ITALIANE

Ci ha rappresentato solo la Roma, meritavamo di avere più italiane in campo nelle due coppe? La Juve in Champions poteva certamente passare con il Porto. C’è andata vicinissimo. Poi però pensi che non c’è riuscita pur avendo giocato al ritorno per 70 minuti in superiorità numerica. E il Porto, che passa il turno, poi perde 2-0 in casa col Chelsea… continua su gazzetta.it

T COME TIFOSI

Il calcio è prima di ogni cosa uno spettacolo per i tifosi. Vedere partite tra grandi squadre con gli spalti vuoti è una stretta al cuore sopportabile solo in vista di un prossimo ritorno dei tifosi sugli spalti. Immagino come sarebbero state vissute con la cornice di pubblico partite come quelle tra Bayern e Psg o Real Madrid e Liverpool… continua su gazzetta.it

Juventus – Napoli 2-1: vince la squadra più convinta!

Partita godibile allo Juventus stadium, dove le squadre coinvolte – Napoli e Juventus – in un vero e proprio spareggio Champions si spartiscono un tempo per parte. Micidiale la Juventus nelle ripartenze e nelle combinazioni laterali durante il Primo Tempo; dominante ma spuntato il Napoli nel Secondo. Ai punti vince meritatamente la Juventus.

1. Primo Tempo: Napoli in difficoltà sin dalle prime battute

Il Napoli, alla vigilia del match contro la Juventus, aveva due risultati utili a disposizione per conservare vantaggio fondamentale sui biaconeri nella corsa Champions. Gattuso, “eroicamente”, sceglie di giocare un primo tempo all’arma bianca – forse vuole compiacere il gusto per il bel calcio di Adani in telecronaca, qualcuno si domanda -. Così il mister calabrese accetta l’uomo contro uomo della Juventus a tutto campo, come se anche per il Napoli la vittoria fosse l’unico risultato utile.

La pressione in avanti degli azzurri come al solito però risulta approssimativa. Squadra sin dalle prime battute spaccata in due. Demme e Ruiz talvolta così in avanti da finire sulla linea di Zielinski. Alla Juve (di Pirlo), storicamente brava a sfruttare la propria impressionante fisicità e ripartire in contropiede, non pare vero di poter approfittare di un Napoli in pressione ultraoffensiva quando riparte dal fondo. Così piazza almeno 3 contropiedi mortiferi in 50 minuti che alla fine fruttano il gol del vantaggio.

2. Primo tempo: Juventus coraggiosa

La Juve, tuttavia, ha avuto anche il coraggio, in preda ad un furore agonistico sconosciuto in questa stagione, di prendere a sua volta anch’essa molto alta il Napoli, sebbene abbia limitato tali operazioni soltanto ai primi venti minuti iniziali. La speranza degli uomini di Agnelli è apparso subito chiaro fosse quella di realizzare un gol subito e poi agire di rimessa. È andata proprio così.

Gattuso probabilmente sorpreso da un atteggiamento iniziale così veemente della Juventus, schierando Hysaj a sinistra e Mertens prima punta, ha tarpato ogni sbocco alla manovra del Napoli. Gli azzurri nel primo tempo sono risultati in definitiva lunghi, allorché senza palla, e senza profondità, allorché in possesso di sfera. Versanti in queste precarie condizioni di gioco, gli azzurri sono stati costretti spesso a consegnare il pallino del gioco alla Juventus, la quale come d’abitudine ha cercato sempre le fasce.

E su queste ultime il Napoli non ha mai contenuto le accelerazioni laterali dei bianconeri. Da una di esse nasce il primo gol di C. Ronaldo. Grande serpentina di Chiesa, cross basso al centro dell’area di rigore e il realizzatore portoghese colpevolmente lasciato solo da Rrahmani realizza la rete del vantaggio.

3. Secondo tempo: Gattuso prova a cambiare il match

La scelta di Lozano, fuori forma, non si rivela fortunata. Così nella ripresa Gattuso fa tempestivamente i cambi necessari: Osimhen e Politano per Demme e Lozano. E’ un Napoli ancor più offensivo del primo tempo ma deve recuperare un risultato troppo importante per la stagione. La Juventus anche strategicamente sceglie di abbassarsi. Il Napoli consegue dunque un dominio che però in definitiva resta non particolarmente pungente.

Di certo quando un allenatore, nel caso di specie Gattuso, si dissolve anche tatticamente in modo così leggero in una partita da tripla doppia, sale per primo sul banco degli imputati. Tuttavia, sono quantomeno correi i giocatori di lungo corso del Napoli stesso, accompagnati ormai da un destino debole.

Su imbucata leggibile di un centrale della Juventus per Dybala un quartetto di esimii tenori – Koulibaly, Insigne, Zielu, Hysaj: i superstiti dell’unica vittoria del Napoli di De Laurentiis allo Stadium insieme a Mertens – consente all’argentino di dipingere un sinistro a giro nell’angolino basso alla destra di Meret: gol bello ma evitabile. Impalati e impalatabili alle nostre lingue, i calciatori azzurri consentono all’unico giocatore di talento rimasto in campo di chiudere il match. 2-0 per la Juventus a 15′ dalla fine.

4. Secondo tempo: il forcing finale del Napoli

Poi, per il forcing finale, il terzino albanese tardivamente lascia il posto a M. Rui. Troppo il tempo in cui Gattuso si è concesso Hysaj in campo mentre la squadra era stata da lui stesso completamente destinata alla vocazione offensiva. Con il fenicottero Osimhen stabile in area di rigore, il terzino portoghese, entrando prima, avrebbe potuto disegnare qualche cross interessante.

Infatti, il nigeriano si procura il rigore che Insigne trasforma e lascia quantomeno il Napoli in completa parità negli scontri diretti, laddove si finisse a pari punti con la Vecchia Signora. L’unico rigore assegnato dei tre palesi: i tifosi del calcio italiano si chiedono dove sia finita la credibilità dello strumento Var?

Massimo Scotto di Santolo

Maifredi: “Sacchi stia zitto, io e Zeman abbiamo cambiato il calcio, non lui”

Maifredi-Zeman

Gigi Maifredi è intervenuto alla trasmissione Radio Gol. Intervenuto su Juventus-Napoli, ha detto la sua anche sulle parole di Sacchi sullo scudetto del Napoli 89/90.

 “Il ruolo dell’allenatore – dice Maifredi – è completamente cambiato. Vedo certi allenatori che in panchina recitano perché sanno di essere inquadrati. Ora l’allenatore che esce da Coverciano è pronto anche con i giornalisti, è molto attento per non creare attriti. Il livello degli allenatori di un tempo era molto più alto, ora appena i calciatori finiscono di giocare vengono subito buttati ad allenare in Serie A.

Gattuso e Pirlo? 

Gattuso ha fatto la gavetta, a Napoli ha avuto alti e bassi ma ora sta avendo un colpo di coda. Pirlo è stato il playmaker più forte del mondo, ma un conto è andare in campo e un altro è cercare di far rendere al massimo i giocatori. Ci sono 30 calciatori contro di te e sono difficili da gestire. Spero che si riprenda e venga confermato, perché l’esperienza che ha fatto quest’anno vale 10 anni di gavetta.

Juve-Napoli? 

La qualificazione in Champions è fondamentale più per la Juve che per il Napoli. La gestione amministrativa degli azzurri è eccezionale, mentre i bianconeri sono quotati in borsa e senza Champions sarebbe un dramma.

Sconfitta della Juve ed esonero di Pirlo? 

Se dovesse essere esonerato Pirlo la Juve punterà su un nome forte come Allegri. Se dovesse tornare Allegri credo che Paratici e Nedved se ne andranno perché sono stati loro a non volere più Max.

Le parole di Sacchi contro lo scudetto vinto dal Napoli?

 Sacchi dovrebbe tacere, ha la memoria corta. Il Milan ha vinto contro il mio Bologna con un nostro gol non visto dall’arbitro Nicchi, la palla era entrata di mezzo metro. Sacchi ha vinto la Coppa Campioni partendo dalla partita sospesa di Belgrado per nebbia e poi rigiocata, penso che Arrigo debba stare zitto. Tutti hanno gli scheletri nell’armadio e chi non ha peccato scagli la prima pietra. Io e Zeman abbiamo cambiato il calcio, non lui”.