Il Pescara regala la panchina a Zeman? Superato l’Empoli 1-2

Bucchi in discussione ad Empoli, era a rischio già prima di affrontare il Pescara. I toscani, sconfitti 1-2 dal Delfino, saranno ore di riflessione in quanto ora ci sarà la sosta. Occasione per il ritorno di Zeman?

Empoli, piazza da sempre attenta alla crescita dei giovani e di una certa filosofia, potrebbe essere la panchina giusta per il rilancio del Boemo. Nel 2014/15 i ragazzi di Sarri furono letteralmente travolti dal gioco verticale del Boemo. Oggi l’Empoli avrebbe bisogno di ritrovare un maestro di calcio. Con Laribi, Romagnoli, Mancuso e Veseli, Zeman ritroverebbe giocatori con cui ha già lavorato e troverebbe Provedel, portiere cercato al Lugano. Inoltre troverebbe due mezzeali come Frattesi e Bandinelli, che con lui potrebbero esplodere e poi gli attaccanti La Gumina e Dezi che nel tridente zemaniano andrebbero a nozze. Si attendono sviluppi.

SALVIO IMPARATO

Milik in azzurro: “una storia sbagliata”

Milik in azzurro: "una storia sbagliata"

Il 9(9) polacco del Napoli, Arkadiusz Milik, conclude la sua avventura in maglia azzurra. Il centroavanti è a meno di un passo dalla Roma. Raccoglierà l’eredità di Dzeko.

1. Il primo Milik, quello lunare

“Cominciò con la luna al suo posto; e finì con un fiume d’inchiostro”. Beh, l’avventura partenopea di Milik ha animato i letterati e il pueblo sportivo. Non è rimasta la vicenda sportiva di questo calciatore indifferente agli occhi della città, che però nelle more dell’affaire l’ha definitivamente derubricata a fallimentare. Sebbene la penna abbia fatto il suo corso, trasformando la speranza profusa dalla piazza nell’atleta in disillusione, durante una notte molto buia d’Agosto, per un attimo Milik apparve come la luna e noi le sue stelle.

Il Napoli aveva appena ceduto Higuain alla Juventus per 90 mln ed urgeva un sostituto. Da una parte, c’era il talentuoso ma spento Manolo Gabbiadini altrettanto in partenza. Dall’altra, il Napoli aveva scelto innanzitutto per il ruolo di centroavanti di scorta, da cui il numero 99, un sinistro neoclassico esploso in maglia Ajax, il nostro Milik. L’impossibilità di arrivare ad Icardi, designato erede del Pipita, ed una prestazione sontuosa di Gabbiadini in amichevole contro il Monaco a cui rifilerà ben 4 gol convincono il Napoli a puntare sulla punta italiana e polacca.

L’indecoroso 2-0 di svantaggio maturato nel 1T all’Adriatico di Pescara contro i delfini neopromossi di Oddo porta Maurizio Sarri a sparigliare le carte nella ripresa. Fuori Insigne e Gabbiadini, dentro Mertens e Milik. I due trovano subito grande intesa. Il Napoli pareggia, meriterebbe un rigore negatogli ma quantomeno porta un punto a casa. Se il belga raccolse la scena contro il Pescara, alla seconda di campionato contro un buon Milan Milik annichilisce i rossoneri segnando una doppietta.

2. L’infortunio che gli ruppe l’anima

Milik non si fermò al Milan, continuò a segnare con frequenza e cattiveria portando il Napoli, insieme a Mertens, fino al primato in classifica. Perso, quest’ultimo, appena prima della sosta nazionale a Bergamo, contro l’Atalanta embrionale di Gasperini, il cui gioco mai ben decifrato da Sarri. Poi la sosta nazionale intervenne, secondo molti, salvifica. In realtà, la Polonia restituì al Napoli il suo nuovo centroattacco con il crociato lesionato. Come in una maledizione piratesca, sette colpi di spugna in sette partite non erano bastate a Milik per cancellare muffa e ruggine del tradimento di Higuain dalla testa dei napoletani.

Tuttavia, iniziò un rapido countdown in città per festeggiare il rientro di chi aveva mostrato caratteristiche tecniche e tattiche importanti: attaccante cioè, Milik, in grado di attaccare la profondità ma di saper giocare collettivamente con la squadra; sinistro sibillino e viscido, rettile, anche però esplosivo come sa esserlo un serpente nello slancio verso la preda. Altrettanto verticale lo slancio in alto. Pochissimo destro ma così tanto calcio nel resto che sembrava bastasse.

Alfonso De Nicola, all’epoca medico sociale del Napoli, garantisce tempi di recupero record. Effettivamente, Milik s’infortuna ad Ottobre e a Febbraio è in campo. Eppure il polacco sin da subito non avverte sensazioni positive sulla tabella di recupero svolta. Rientra male; è timido, impacciato, ha paura. La stagione finisce sostanzialmente senza sussulti ma tutti son contenti ora di avere una coppia gol clamorosa: il folletto Mertens da 28 gol stagionali, che ha spazzato via Gabbiadini dalla rosa, e lo sfortunato Milik. Nel frattempo la squadra ha sancito il patto scudetto!

3. Il secondo infortunio e le crepe con i tifosi

Il Napoli al gran completo, e con un Milik in più, viaggia a ritmi forsennati in un campionato che però perderà. Infatti, prima a Ferrara contro la Spal, perde Milik per un altro crociato stavolta alla gamba destra; poi, in casa, al San Paolo, contro il City, Ghoulam. Il polacco, tuttavia, anche in questo caso riuscirà a rientrare a stagione in corso seguendo un percorso più consono alle sue istanze psicologiche. Tant’è vero che il suo secondo rientro dà benzina ad un Napoli e ad un Mertens alla canna del gas. Cambia tre partite segnate: Sassuolo, Udinese, Chievo Verona.

Poi gli capita sul sinistro, al 94′ un potenziale gol scudetto a San Siro contro il Milan, che fallirà svuotando la convinzione della tifoseria secondo cui dietro quel sorriso nella vittoria e nella sconfitta ci fosse la grande autostima e consapevolezza di un vincente. Milik saprà ripetersi nel poco opportunismo sotto porta in zona Cesarini un anno dopo: partita infuocata ad Anfield! Al Napoli basta un pareggio in casa del Liverpool per passare il turno Champions ed è sotto 1-0 fino al 93′. Manè, in realtà, ha graziato in più occasioni gli azzurri. Milik aggancia miracolosamente un pallone destinato sul fondo ma spara di destro in pancia ad Allison. Il Napoli fuori, il Liverpool campione d’Europa a fine stagione.

Sono i due episodi che dividono il percorso di gran parte dei tifosi partenopei da quello di Milik. I sostenitori resteranno, anche perché il polacco benché mostratosi pavido in due momenti clou della sua carriera e della storia del Napoli ha mantenuto medie gol impressionanti per i suoi primi 3 anni di azzurro. Medie, che andrebbero rivalutate in rapporto all’esiguo numero di partite giocate in totale discontinuità; occasioni gol sbagliate, che andrebbero rilette individuando quanti dei suoi compagni con un singolo errore personale abbiano perso quello scudetto o quella qualificazione Champions. Ma la storia non l’hanno mai scritta gli sconfitti. E Milik lo è.

4. Milik lo juventino

Il Napoli nonostante le 40 reti in coppia con Mertens, distribuite al 50%, durante la seconda estate ancelottiana cerca insistemente un’altra punta. Stessa cosa accadrà in inverno quando non era ancora certo ADL di voler esonerare Ancelotti. Alle voci di mercato corrispondono lunghi periodi di assenza ingiustificata di Arkadiusz. Forse la fragilità mentale inizia ad affiorare. Mai digerita da Milik l’alternanza con Mertens, ora diventa insopportabile anche quella di potenziali acquisti. Intanto, però, si ritiene più scontata la permanenza per la stagione ’20/’21 di Milik che di Mertens.

Il rinnovo travagliato del belga sancisce la fine delle buone relazioni anche tra la dirigenza azzurra e Milik. Quest’ultimo vuol essere pagato più di Mertens per fargli da riserva e in ogni caso si cautela accordandosi in tutto e per tutto con la Juve. La notizia giunge alle orecchie sia del presidente che dei tifosi che mai come questa volta unanimamente ritengono sia l’ora di dividersi. De Laurentiis s’impunta: a questo punto, ovunque purché dietro pagamento ma non alla Juventus! Il pericolo di perdere Milik a 0 c’è ma viene aggirato grazie al bonario componimento operato dal DS bianconero Paratici.

Il triste epilogo di questa “storia da basso Impero” è la telefonata di Paratici a Milik per comunicargli che non è più ritenuto un profilo da Juventus. Alla Vecchia Signora, in effetti, interessa o Dzeko o Suarez. Se però il polacco facesse il favore di andare alla Roma, che cerca un profilo giovane ma esperto, low profile, per sostituire il suo capitano bosniaco Edin, si ecco lo stesso Milik verrebbe considerato dal sistema ragazzo intelligente e preparato. Il polacco pare infine si sia convinto.

La firma sotto il Colosseo tarda ad arrivare per colpa del contenzioso irrisolto dell’ammutinamento. Milik non vorrebbe prestare il fianco a future ingiunzione da parte del Napoli. Una questione che secondo alcuni potrebbe far saltare l’affare. La Juve giura d’essersi arrabbiata e pure stufata. Potrebbe puntare su Suarez. E’ una storia un po’ sputtanata.

Massimo Scotto di Santolo

Primavera Napoli, Cascione nuovo allenatore con cuore Zeman (VIDEO)

De Laurentiis ha scelto Emmanuel Cascione per la panchina del Napoli Primavera. L’ex mezzala di Zeman porta con se la passione del calcio del Boemo.

Il Napoli primavera ha un nuovo tecnico, il suo nome è Emmanuel Cascione. Ex mezzala del Pescara di Zeman, inserimenti e grande senso del gol hanno illuminato quella fantastica stagione culminata con un’inaspettata e storica promozione in A, insieme ad Insigne, Immobile, Verratti e tutti gli altri. Cascione porta con se l’amore, il rispetto e la passione per il calcio di Zeman, ingrediente che potrà rivelarsi fondamentale per la crescita dei giovani del Napoli. In bocca al lupo Emmanuel.

SALVIO IMPARATO

Il Napoli cede (tardivamente) Allan all’Everton

il Napoli cede (tardivamente) Allan all'Everton

Il Napoli cede al rinnegato Carlo Ancelotti il suo diavolo della Tasmania, Allan Marques Lodeiro. Il vortice contagioso del brasiliano che risucchiava palloni e caviglie così si dirada.

1. L’acquisto

5 anni orsono, in una derelitta estate pallonara, i tifosi del Napoli affrontavano con sospetto il parvenu Maurizio Sarri. La domanda era lecita: “Quanto sarebbe durato sulla panchina azzurra?”. Allenatore accademico del fumo e dogmatico del calcio cercò, sin da subito, anche a Napoli l’estetica e l’efficienza del suo calcio in un centrocampo a 3.

Scelse Jorginho Frello piuttosto che il fidato Mirko Valdifiori come perno di regia del triangolo di gioco. Affidò scettro e cattedra alla maestria del capitano Marek Hamsik per le filamenta della manovra offensiva. Alla gioiosità geometrica e d’attacco di tale coppia di mediani mancava un portatore d’acqua, un recuperatore di palloni.

Il Napoli nel frattempo avendo perso il proprio Direttore Sportivo, Riccardino Bigon, assoldò per analogo compito tale Cristiano Giuntoli. Enfant prodige della classe dirigente calcistica italiana, il Cristiano piazzò dalle retrovie del suo background provinciale nel Caripigiano il suo primo colpo, Allan Marques Lodeiro. Quest’ultimo, medianaccio di un’asfittica squadra di bassa classifica, l’Udinese, fu reinventato da mediano metodista a incontrista. L’impatto è folgorante e anche realizzativamente proficuo: tre reti nelle prime 10 gare. Sembrerà Arturo Vidal; si rivelerà un Gennaro Gattuso.

2. Il diavolo della Tasmania

Dotato di gambe toste e tozze, ha trasformato il caracollare tipico brasiliano in una modalità di riconquista della palla mordace. Quando in realtà tale atteggiarsi in campo appartiene alla famiglia dei fantasisti verdeoro. Le cosce di Allan una tenaglia; il pallone per lui ciò che per il toro rappresenta il telo rosso. In questo verticale barcollare a velocità mai basse Allan era in grado di creare una confusione a conclusione della quale l’esito era sempre lo stesso: il brasiliano solo con il pallone, vincitore.

Se il ruolo d’interno lo ha consacrato al grande calcio, anche per una discreta dose di tecnica che attraversava la sua ordinaria instancabilità, a parere di chi scrive l’Allan più maturo è quello dei primi 6 mesi di Ancelotti. Sebbene non rifinitore, era divenuto in grado di accompagnare offensivamente la manovra e di consentire alla squadra di restare alta recuperando la sfera in avanti e velocemente. Hamsik fu scelto per presidiargli le spalle.

Arrembante, in picchiata rapace durante gli inserimenti, talvolta ciechi, il più delle volte fisici, all’apice della sua esperienza l’inizio di una discesa scientemente voluta per accelerare l’addio al Napoli.

3. Il tramonto del Re Leone

Una notte da Re sole a Parigi, tanto è bastato alla dirigenza parigini per convincersi che il brasiliano del Napoli fosse l’uomo giusto per la propria mediana. Allan giganteggiò in quattro partite europee contro le mediane di Liverpool e Psg. Così, verso metà Gennaio, arrivò l’offerta irrinunciabile per il ragazzo e per la società partenopea dalla capitale francese. Mittente Al Khelaifi, il ricchissimo presidente arabo del suddetto club.

Dal momento che il Napoli aveva nel frattempo già ceduto alle richieste di cessione del fedele Hamsik, la società azzurra decise, non essendo cosa buona e giusta smobilitare a metà anno, di rifiutare seccamente l’offerta salvo ulteriori ed esosissimi rilanci. Allan rimase ovviamente al Napoli scontento, pur non avendo lasciato nulla al caso. Il ragazzo, infatti, convocato intanto anche in nazionale, giunse finanche allo scontro fisico con Giuntoli affinché le sue doglianze venissero accolte.

Da lì, un lungo distaccamento professionale dalla causa partenopea, che trovò l’ultimo e definitivo strappo nella notte di Salisburgo, quando Allan contrariato dalle decisioni disciplinari di una società già a lui invisa aggredì il vice Presidente Edo De Laurentiis negli spogliatoi del San Paolo. Indebite per Allan furono sia la presenza che le parole del figlio del presidente. In seguito, un lungo countdown fino alla agognata cessione a Carlo Ancelotti che lo ritiene ancora tutt’ora quello che Allan è ossia un onesto lavoratore divenuto campione. A dimostrazione ciò, peraltro, di come ben più complesse erano le dinamiche dell’ammutinamento.

Lo pagherà, Carlo Ancelotti,poco meno di 30 milioni… quanto vale oggi nel calcio un onesto lavoratore. Ma i tifosi del Napoli sanno cosa stanno per perdere, un campione, anche se lo avevano perso già da tempo.

Massimo Scotto di Santolo

Panchina Pescara, prende piede l’ipotesi Zeman (VIDEO)

Un servizio di Tv6 svela un retroscena, Zeman sarebbe in lizza per la panchina del Pescara. Scartate le ipotesi Sottil e Pecchia.

Dal lockdown fino al compleanno di Zeman avevamo la sensazione che a Pescara si volesse tornara a sognare come ai tempi del Boemo. Ovviamente parliamo della prima avventura di Zeman sulle rive dell’adriatico. La seconda esperienza è da ricordare più che da dimenticare, per non ripetere gli stessi errori. Oddo resta alla finestra, ma chiede un biennale, Zeman come sempre preferisce contratto annuale. Magari perché no per creare quel progetto che poteva e doveva continuare 8 anni fa.

SALVIO IMPARATO

Nuova maglia Napoli, online il trailer che svela il nuovo look (VIDEO)

Sull’account ufficiale Instagram del Napoli è online un trailer video che svela il look della nuova maglia del Napoli.

Affascinante il look con la scritta Lete rossa al posto della bianca con sfondo rosso e impreziosito dallo stemma al centro dei detentori dell’ultima edizione della Coppa Italia.

Salvio Imparato

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate a folle

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

La rilevanza dell’anticipo serale al San Paolo tra Napoli e Lazio equivale ad una sgambata. Il Napoli ha cercato di renderla il più probante possibile in vista della partita di Champions contro il Barcellona. Il triplice fischio e poi… una lunga standing ovation virtuale per Callejon, che (probabilmente) ha calcato il San Paolo per l’ultima volta

1. Napoli-Lazio

Il Napoli torna padrone dei propri stimoli, relegando al futuro prossimo indebite mollezze. Così gli azzurri indossano anima e scarpini e sciorinano quel calcio bailado, un po’ portoghese e un po’ spagnolo, al quale la Lazio di Simone Inzaghi mai ha trovato rimedio. Prima della disavventura ancelottiana, Inzaghi aveva raccolto 8 sconfitte in 9 vittorie. L’unico trionfo sancito da un paperone di Ospina a concedere un gol che difficilmente la Lazio avrebbe segnato.

I biancocelesti, forti di una stagione fortunata, si affidano alle solite ripartenze azionate da una fase difensiva bassa ma incentrata soprattutto sulla fisicità più che sull’organizzazione. Una squadra, la Lazio, così lunga che spesso accusa la signoria altrui, benché rischi costantemente di far male agli avversari quando recupera il possesso palla. Inzaghi punta molto sugli 1vs1 in campo aperto dei propri attaccanti, tipicamente contropiedisti, contro di solito i meno rapidi difensori altrui. Il Napoli ha spolpato questo progetto tattico applicando e bene le coperture preventive.

E infatti, in una transizione dalla fase difensiva a quella offensiva, la Lazio è riuscita a pareggiare con Immobile, fresco vincitore di scarpa d’oro e grazie alla rete al San Paolo anche recordman di gol in una singola stagione calcistica italiana insieme all’immarcescibile ricordo del Pipita Higuain.

2. Poi c’è solo e soltanto lui: Josè

Callejon è stato uno dei pochi a costringere lo spettatore a pensare calcio, non solo a guardarlo passivamente. Lo ha fatto perché ha scompigliato le leggi del pallone con la sua mediocrità eccezionale, cioè quando l’imperfezione diventa bellezza. Gli altri sono stati costretti a sforzare le meningi per comprendere il suo mistero. Infatti, giocatore l’andaluso sì enciclopedico, ha sbobinato i più approfonditi faldoni della biblioteca calcistica, ma anche fortemente limitato. Raramente ha dribblato da fermo o in movimento, non è mai stato dotato di un gran calcio da fuori. Nessun connotato di esplosività atletica in termini di salto o accelerazione. Infatti, non ha mai nemmeno avuto un grande colpo di testa.

Neanche il passaggio è mai stato ficcante, eppure – qui comincia il rovescio della medaglia che trasforma il brutto in bello – ha fornito più assist di tutti quanti. Un cross chirurgico da fermo e in posizione dinamica, rasoterra o traversone alto oppure l’appoggio volante a rimorchio per il compagno accorrente.

Eppure, ha anche segnato tantissimo sfruttando da ala il tempismo e l’opportunismo alla Pippo Inzaghi. Guardalinee in pectore, Callejon flettendo a suo piacimento le logiche dello spazio e del tempo beffava la linea difensiva, aggirava il terzino e si presentava come se lo avesse scartato a tu per tu con il portiere. Non una glaciale finalizzazione, la sua, ma un tiro ad incrociare nell’angolino basso alla sinistra del portiere divenuto marchio di fabbrica e sentenza, soprattutto nelle prime stagioni.

3. José e i suoi caballeros

Spesso servito in questo speciale movimento sul filo del fuorigioco, che ha costretto ad adattamenti peculiari le difese avversarie, dal destro, già da me definito in passato parabolico, di Lorenzo Insigne. Un asse alla fine non troppo vincente, insieme a Dries Mertens, ma pericoloso come quello di ferro che trascinò il mondo nella seconda guerra mondiale.

4. Callejon il madridista

Giocatore massimamente offensivo, Josè, fisicamente leggerino, mai però intimidito dai polpacci più nutriti delle belve che tendono ad arare nel calcio moderno la fascia. Mentalità madridista, protezione di palla ingegneristica, interpretazione della difesa propria del terzino maturo: anche questo è stato Callejon.

Non solo… prodigioso nella continuità prestazionale, ordinario ma costante in tutti i suoi skills atletici. Baciato dalla sorte nel suo non infortunarsi mai gravemente. Ha scaricato il contachilometri, scalato e assunto la posizione più consona in qualsivoglia situazione, costruendo a destra il bilanciamento ideale ricercato dagli allenatori durante le sedute tattiche. Ha saputo regalare al Napoli l’ampiezza campo, appartenente ad un calcio d’attacco più antico, e accentrandosi la densità sulla trequarti, principio offensivo più moderno.

5. Il lento addio a Napoli dello Spagnolo

Dopo la finale di Coppa Italia ha pianto, poi scrollandosi l’emozione di dosso riso al fianco degli altri; consapevole com’è che la carbonizzazione della lettera di raccomandazione, firmata in calce da Benitez al momento del suo arrivo a Capodichino, fosse finalmente giunta, con la vittoria di questa Coppa Italia, a definitiva consuzione e cenere. Un lento annientamento che ha trovato rapido deterioramento con la restituzione indegna della sua maglia con cui aveva omaggiato i tifosi in trasferta a Frosinone.

In quell’occasione anche il buon Callejon abbandonò mentalmente il progetto, forse da ultimo tra i senatori, di Ancelotti, il quale sul suo eclettismo aveva fondato parte della reificazione del suo pensiero calcistico. Un progressivo spegnimento che ebbe ulteriore fiammata alle parole di De Laurentiis, che lo definì marchettaro per la richiesta di un rinnovo salariale ritenuta economicamente eccessiva e per una minaccia contestuale allora di andare a cifre superiori in Cina già a Gennaio; minaccia considerata dal patron inelegante.

Il tentativo di un triste milonguero di uscire dal cono d’ombra del terzino avversario. E poi lunghi mesi di gol sbagliati, di teste abbassate, come quelle dei compagni, e di un competitor nel suo ruolo, quale Politano, il primo con una flebile speranza di togliergli il posto.

6. José è ora di dirsi addio

Gattuso ha riconosciuto all’andaluso fin troppo doverosamente la passerella finale, sacrificando in panchina il frizzante Matteo (Politano), apprezzabile sia in semifinale da titolare che in finale da subentrante proprio al posto del moscio Callejon. Josè, con quel pianto, ha disvelato sia l’anima sincera di un illuminista che ha sofferto nel comportarsi da Bolscevico sia l’emozione del ragazzo, figlio del fruttivendolo del quartiere, che amava giocare al calcio secondo le logiche rionali piuttosto che professionali. Le prime ha avuto modo di ritrovarle a Napoli.

Qualcuno oggi vorrebbe che le sue lacrime fossero sangue con cui firmare l’ennesimo patto, altro che contratto. Qualcuno dimentica che il calcio è presente e futuro e mai passato. Fossi nella società farei un passo oltre Josè Maria prima che finiscano insieme in offside per eccessiva riconoscenza. Sarebbe per tutti un atto di coerenza, soprattutto per lo stesso Callejon, colui che studiando eluse le regole del (fuori)gioco.

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Il Napoli alla Scala del Calcio (San Siro), piuttosto che maramaldeggiare come potrebbe, si concede una performance manieristica. Priva di contenuti. Ripetizione di un già visto ma senza sostanza. Gattuso accende l’allarme sulla professionalità dei giocatori.

1. Un Napoli astrale

Avete mai assistito ad una notte di stelle cadenti? Beh, il romanticismo di una serata del genere è senza eguali. Entità fisiche, che gemmano il cielo, stralunate perdono l’orbita e trovano fine nella polverosa terra. Gli amanti si baciano di fronte a ciò che per gli uomini è un rito stupefacente mentre per le stelle la loro morte. E’ il procedimento inverso del catasterismo, con cui ciò che è terreste diviene astrale.

A guardare il modo incocludente attraverso il quale il Napoli si è abituato a dominare il campo, anche in casa dell’Inter, mi sembra una stucchevole ripetizione di una trama, che manca di certi interpreti ben definibili (dal libero di difesa all’incontrista, dall’attaccante di peso al terzino sinistro e all’ala destra), di mordente e di freschezza.

Le differenze che dividono il calcio di Gattuso da quello di Sarri sono sfumature sostanziali ma non sistematiche. Il ceppo originario della proposta di gioco è identico e il perseverare su alcuni uomini chiave anche. La squadra pare abituatasi a ritenere sufficiente ben prima delle vittorie prestazioni barocche, sebbene al momento riesca ad esibirsi soltanto in opulenza, peraltro prevedibile. Ed anche chi aveva ben compreso la necessità di riciclarsi in operaio, quale Mario Rui, coinvolto da un nuovo spirito, ha peccato di presunzione cercando giocate improbabili la cui fallace ricerca ha propiziato il vantaggio dell’Inter.

2. Le preoccupazioni di Gattuso

Se manca la freschezza delle soluzioni, dei movimenti e del gioco da quando sono finiti gli obiettivi a breve termine ed è terminata la brevissima stagione della difesa e del contropiede, a Rino ciò che preoccupa maggiormente è la poca professionalità dei suoi ragazzi. Lo ha dichiarato ai microfoni delle televisioni nel postpartita. Le deludenti e progressive cattive prestazioni sono state attribuite da Gattuso ad una serie di comportamenti extracalcistici non impeccabili. Le gite in barca, le cene in tarda serata con compagne e amici, sono state prontamente documentate dagli stessi calciatori sui social.

Gattuso accetterebbe anche la metà di quello che era il suo impegno nel tenersi concentrato e in forma in vista anche degli ultimi ancorché irrilevanti impegni stagionali. E’ un j’accuse passato sordidamente sotto silenzio, poiché la stampa napoletana vive degli spifferi di spogliatoio piuttosto che di quelli societari. Di fatto, il poco attaccamento alla causa ripreso da Ringhio è la stessa reprimenda che Ancelotti rivolgeva ai suoi ragazzi; in particolar modo a Lorenzo Insigne, reo di non tirare il gruppo da vero capitano.

La situazione sembra cambiata: ora è Insigne che spicca in atletismo e impegno, nonostante il suo feeling con la porta vada riducendosi pericolosamente, ma non lo seguono i compagni. D’altronde è cosa nota che dalla partenza di Reina, Maggio, Albiol e Hamsik sia finita a Castevolturno l’era dei grandi capitani. Nessuno peraltro riteneva che l’erede dei de cuius potesse veramente essere Insigne. Non ultimo Milik, un estate fa, che definì il vero capitano del Napoli Dries Mertens. Insigne già custodiva gelosamente la fascia. Pesante diminutio da parte di un membro del branco. La similitudine del lento ma costante spegnimento del Napoli di Gattuso con il Barcellona alle porte e quello di Ancelotti ad un passo dall’Arsenal inquieta. Il Napoli dopo la brutta figura in Europa League contro i Gunners non seppe più rialzarsi. Al Camp Nou, ovviamente, conterà più la prestazione che il risultato stante l’infinta grandezza dell’avversario.

3. Mai così in basso

Il Napoli di ADL non concludeva fuori dalle prime 6 della serie A da ben 11 anni, cioè dalla stagione precedente all’avvento di Mazzarri. Uno score vergognoso in relazione alla qualità della rosa benché mal congegnata. Qualcuno ieri, al cambio, ossia Mario Rui, si è permesso di lamentarsi. Sul perché di queste reazioni ci rispondiamo che la mancanza di leader diffusi nello spogliatoio fanno perdere anche la percezione di una realtà che la Coppa Italia ha solo ottenebrato. In realtà ci domandiamo anche del perché Milik in condizioni pensionistiche debba indossare la maglia azzurra per 80′ quando in panca c’è Callejon che come dicono tutti sa onorare la maglia anche in scadenza di contratto. Certo lo spagnolo non è una prima punta ma perché in questo momento Milik lo è?

E così ci apprestiamo alla sfida contro gli esiziali catalani. Prima però il Napoli deve affrontare la Lazio, ormai gaudente di aver raggiunto con più rigori che meriti la sognata Champions. Immobile, chissà, toglierà lo scettro di goleador di ogni epoca in una singola stagione calcistica italiana ad Higuain? Lo farà proprio al San Paolo, dove si consumò la sinfonia delle 36 segnature? La Lazio ha meritato tale risultato in classifica, perché due anni orsono gli arbitri le tolsero la gioia di conquistare sul campo il pass per la Champions assegnandolo d’ufficio all’Inter. Immobile non meriterebbe, dal canto suo, un tale riconoscimento sia in termini di record che nella corso alla scarpa d’oro, vista la quantità di rigori che ha potuto tirare e la poca legittimità dei molti trasformati in gol.

4. Gattuso come Aragorn

Le truppe spagnole aspettano il Napoli come le orde di Mordor, ne “il Signore degli Anelli”, l’esercito degli uomini alle porte del Nero Cancello. Gli azzurri, pur consci che la vittoria in questo caso è comunque sinonimo d’impresa, a loro volta sanno che il Barça può essere sconfitto o l’8 Agosto o mai più. Ter Stegen è in dubbio. Il centrocampo consta di 3 unità, la quarta è un giovane fenomeno della Cantera, tale Puig. In attacco, invece, al momento sono quattro certi della presenza per tre posti: Messi, Suarez, Fati e Griezmann. In dubbio Dembelé. L’allenatore che guiderà i blaugrana, Setién, è stato delegittimato e trattenuto solo per mancanza di alternative. Il Camp Nou, inoltre, sarà terribilmente vuoto. Ammesso che si giocherà lì… la Catalogna è ora uno focolai più grandi d’Europa. Il campo neutro è dietro l’angolo.

Azzurri! Ci sarà un giorno in cui abbandonerete gli amici e spezzerete ogni legame di fratellanza, ma non è quello il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era del Napoli arriverà al crollo, ma non è quello il giorno! L’8 Agosto combattete. Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, v’invito a resistere. Partenopei!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Un Napoli buono solo a tratti ha la meglio di un arioso Sassuolo, la cui freschezza anagrafica e sportiva è antitetica al caldo di questi giorni. Gli emiliani ne segnano quattro di gol. L’annullamento di tutte le reti per offside costituisce un record per la serie A. Il Var ad oggi manipola anche i giudizi di valore sui match.

1. Il fascino dei duellanti

I media locali e nazionali hanno derubricato la partita del Napoli ad insufficiente. Il 2 Tempo, in particolar modo, sembra aver ben raffigurato il momento di difficoltà applicativo degli azzurri, i quali nel corso della ripresa hanno perso smalto e affiatamento. Il Sassuolo da far suo ha invece propinato calcio dal 1′ all’ultimo minuto, instancabilmente. L’aurea di De Zerbi assume proporzioni progressivamente più potenti.

Lo stesso Gattuso ha onorato il Sassuolo di un paragone con il Barcellona. Dopo la vittoria del Napoli, questo raffronto suona per i sassolesi beffardo e per il Napoli benaugurante. De Zerbi in fondo pratica un calcio internazionale, che a chi scrive ricorda quello di Lucien Favre allenatore del Borussia Dortmund, sin dai tempi di Foggia. Già Foggia, la terra di Zeman, dove il temperamento si confonde con l’estro. In terra pugliese l’ex trequartista anche del Napoli, Roberto, seppe trasformare Iemmello nell’Higuain della C per poi perdere la serie B all’interno di un agonica e rissosa finale PO contro il Pisa.

Il Pisa era allenato proprio da chi oggi insignisce De Zerbi di cotante onorificenze, Rino Gattuso, il quale attraverso una difesa e contropiede scientifica seppe centrare la qualificazione in B. Uno scontro che pare non serbare più i rancori e i dissapori manifestatisi lungo il corso di quella finale. De Zerbi nel frattempo è rimasto fedele a sé stesso. Gattuso invece cerca l’estate tutto l’anno ma all’improvviso la ritrova in solidità e coscienza offensiva quando pratica le linee guida di Massimo il Cunctator, il temporeggiatore.

2. Le statistiche della partita ai tempi del Var

Fin quando il Napoli ha atteso il Sassuolo pur non abbassando le linee oltremodo e senza mai forzare, se non a palla coperta, il pressing in avanti, il Sassuolo ha capito poco. I neroverdi come in un disperato strisciare di un Mamba sono apparsi consapevoli di poter colpire tra le linee non appena la diligenza azzurra fosse calata. E infatti, non appena le prove generali per il Camp Nou sono progressivamente scolorite nelle menti dei partenopei, sebbene il baricentro sia rimasto in media alle altezze desiderate, la squadra ha perso di compattezza e determinazione.

Durante tale dissolvimento, il Sassuolo ha potuto imperversare sulla trequarti realizzando quattro gol. Tutti annullati ma cogenti il tempo necessario per trasformare l’onesta partita del Napoli in disastrosa e l’inconcludenza emiliana in Champagne. Quanto saremmo stati disposti in epoca pre-Var a giudicare efficiente la volumetria di gioco del De Zerbi? Un guardalinee attento, difatti, alzando tre anni orsono quattro volte la bandierina ben prima della conclusione dell’azione, avrebbe relegato la compagine sassolese alla voce dell’insipienza.

Nelle more della partita, leggendo i dati, il Napoli ha messo a referto 19 tiri totali contro i 6 del Sassuolo e 8 nello specchio della porta contro 1 solo del Sassuolo. Il possesso palla si attesta per il Sassuolo sul 56% mentre per il Napoli sul 44%. Il che dà l’idea complessiva di sofferenza da parte degli azzurri all’interno di una strategia ancora più ampia di controllo. Sugellata, quest’ultima, in modo abbastanza paradossale dalle reti di Hysaj e Allan. Il primo, a suggello di un’ottima prestazione, al primo gol in carriera in serie A, regalando forse ad uno scugnizzo un cane. Il secondo, che aspira così ad un addio più dignitoso della parabola calcistica discendente in cui si sta esibendo.

3. In vista del Barça

Gli stessi dati che su un periodo più ampio raccontano però anche che Gattuso fino ad ora abbia collezionato soltanto tre clean sheet in campionato su 19 partite disputate. E che per sua stessa ammissione il Napoli vanta uno dei peggiori score della serie A in hot zone. Per quante occasioni da gol subisce e crea, il Napoli è la squadra che rispettivamente incassa più gol e ne segna di meno. Anche ieri gli attacchi azzurri hanno ecceduto in sperpero.

Il piano partita sondato contro il Sassuolo è perfettamente applicabile con profitto anche a Messi e soci. Il punto è ovviamente migliorare sotto porta e non concedersi così tante palle perse in uscita. Al cospetto di Caputo la linea partenopea ha saputo districarsi con il dovuto beneplacito della sorte esercitando ottimamente il principio tanto caro a Zeman del mettere in fuorigioco gli avversari. Sfruttare una regola del genere non è un demerito ma calcio. Siccome tuttavia tra il recupero palla e il tiro in porta blaugrana e quello neroverde intercorre quel nano secondo di differenza, che colloca i catalani nell’iperuranio calcistico, bisognerà premunirsi di altra pulizia tecnica in uscita palla, pena gol subito.

In conclusione, è bene che gli azzurri anche per sommessa ammissione di Gattuso, in vista della trasferta europea, cessino giretti in barca e partecipazioni compiaciute alla vita mondana della città. Non rappresenteranno, tali svaghi, la primaria motivazione di un tristissimo settimo posto in campionato e di una eliminazione dalla Champions League. Tuttavia, una rilassatezza dignitosa non sparisce in luogo dell’inquietudine agonistica come la luce premendo l’interruttore. Sarà il caso di allenare da ultimo anch’essa turbando l’attuale ebbrezza partenopea?

Massimo Scotto di Santolo

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli domina territorialmente il Parma ma perde il match. Quanto sarebbe stato utile avere già in rosa Victor Osimhen?

1. Gattuso: Cadorna o Diaz?

Di Rino non si hanno ancora chiare le abilità strategiche. All’inizio della sua avventura partenopea ha mostrato tanta garra ma poca scaltrezza. Ingenuamente credette come un bimbo in Babbo Natale di poter riaccendere il software sarrista per eliminare le score ancelottiane. Le sconfitte contro Parma, Inter e Fiorentina lo riportarono ben presto sulla terra, sebbene egli ci fosse già.

Infatti Rino sin da subito ha allestito una preparazione atletica ben diversa da quella del suo predecessore. Le gambe ingessate degli azzurri nell’immediato contribuirono a determinare il ciclo di sconfitte iniziali; sul lungo però il Napoli ha potuto godere di antiche sensazioni muscolari positive, che hanno contribuito alla risalita della squadra e che solo l’organizzazione calcistica post covid poi ha purtroppo opacizzato.

La Caporetto divenne, dopo un mese dall’avvento di Gattuso, un’orgogliosa resistenza sul Piave. Come il fronte approntato da Diaz, anche lo spazio da coprire per il Napoli si ridusse, quando in particolare Gattuso decise di abbassare il baricentro del team e avvicinare a ciascun protagonista azzurro in campo la spalla del compagno in aiuto. Agli avversari venivano concesse solo le corsie laterali. L’onda lunga di questo nuovo moto tattico e di un umore delle truppe migliorato ha consentito a Gattuso di stregare tre delle quattro migliori della classe e vincere il suo primo trofeo, la Coppa Italia.

La raggiunta qualificazione all’Europa League per la porta di servizio – la vittoria della Coppa nazionale -, l’impossibilità di raggiungere la Champions per il distacco accumulato in classifica e infine l’ineluttabile gol da dover segnare al Camp Nou hanno portato lo staff tecnico partenopeo a sperimentare nuove soluzioni. Baricentro più alto e dominio territoriale del campo. Atteggiamento calcistico conforme al credo dei senatori del gruppo storico del Napoli. I risultati sono stati inizialmente buoni ma la mancanza di motivazioni verso la fine del campionato e qualche incongruenza tattica di troppo hanno intorpidito l’entusiasmo della piazza intorno al tecnico calabrese.

2. Parma-Napoli 2-1

Parma-Napoli, in tal senso, perplime. Il Napoli, non dotato per infortunio di Mertens e per squalifica di Milik di punta centrale di ruolo, schiera al Tardini tre piccoletti agili e veloci. Politano, Insigne e Lozano. Nessuno può però ricoprire il ruolo della prima punta. Lo si può apprezzare dal solletico inferto dagli avanti del Napoli alla difesa ducale. La presenza di Allan non ha inoltre aiutato i principi offensivi da sviluppare.

La domanda sorge spontanea: perché il Napoli non ha giocato in contropiede avendo dalla sua gli uomini per farlo? A Barcellona mica bisognerà solo attaccare… in ogni caso si assisterà ad un dominio blaugrana. Quello napoletano sarà interstiziale. Anche a livello gestionale, sacrificare all’altare della gogna mediatica il messicano Lozano pressandolo a svolgere un ruolo non suo non è apparsa mossa congeniale se non a velocizzare la sua cessione. Rinvigorito poi el chucky sulla fascia destra, è stato alla fine comunque sostituito.

3. The humble Victor Osimhen

Ed è in questa manfrina scacchistica che il nuovo ufficioso acquisto del Napoli, Victor Osimhen, cade a faguiolo. Gattuso non disprezza il calcio di contropiede, anzi talvolta lo predilige ed è anche al momento la sua espressione offensivista migliore. Tuttavia, con Mertens o Petagna (similare per caratteristiche a Milik) e Insigne si fa fatica a risalire il campo. Osimhen è un ragazzo nigeriano di 1.85, longilineo ma non elegante, caratterizzato in campo aperto da una discreta velocità di piedi nell’1 contro 1 e di una falcata incredibile sul lungo. Si muove su tutto il fronte d’attacco consentendo ai suoi colleghi di difesa e centrocampo, quando sotto pressione, di sbarazzarsi del pallone.

Se la palla rimane in campo, Victor tende a raccattare la sfera cestinata nella pattumiera del rettangolo di gioco per poi custodirla gelosamente, a costo di risultare goffo. Tante volte Osimhen ha pensato potessere essere l’ultima di occasione della propria vita. Lo ha pensato quando disperato non trovava le scarpe per giocare al calcio tra gli ammassi della discarica adiacente casa sua; oppure allorché sfiancato si dimenava per rivendere buste d’acqua. Il ventiduenne nigeriano in questione è un presenzialista affamato. Anche il suo modo di comportarsi sul mercato ha avuto una linea bisettrice, cioè quella di non bruciare le tappe e farsi coccolare da una crescita lenta e graduale. Costruire una carriera stellare, verosimilmente già proiettata tra cinque anni oltre Napoli, su fondamenta concrete.

Tale approccio alla professione fa di lui un perfetto arciere da contrattacco in uno schieramento difensivo ma attenzione, ben più di Andrea Petagna, che spesso vezzeggia più da stilista che da bomber, Osimhen ha l’apprezzabile ardore del guerriero dell’area di rigore. Ricerca il gol in modo erculeo. Le legis artis della materia pare le abbia accantonate. Dovrà comunque riprenderle. Ricorda, in definitiva, non per grazia e fiuto esiziale del gol ma per caratteristiche atletiche e aerobiche Cavani. Osimhen fa le fusa, invece, per il suo piacere a decentrarsi sulle fasce e cercare il mismatch fisico con il terzino avversario e anche per la faciltà con cui calamita palloni sostando in area di rigore, Mario Mandzukic.

4. Un vento che porta pioggia

Il rapporto con la porta avversaria è, infine, tempestoso e brutale. Non tira, scaraventa. Saccheggia piuttosto che stoppare. Non gonfia, brucia la rete. Il portiere è un ostacolo da abbattere.

Questo suo risultare centrifuga parafrastica di campioni della nostra epoca lo adibisce per il Napoli, molto di più di Mertens, ad opzione per ogni strategia calcistica. Contro il Parma le sue doti atletiche che gli consentono di saltare finanche a un metro da terra avrebbero potuto sparigliare la semplice architettura difensivista di D’Aversa.

Eppure teoricamente, come un vento caldo, non ci sarebbe che stare lì ad aspettare che si abbatta sulle nostre terre. Nessuna preoccupazione. Siccome il nigeriano però non gode di scores statistici ragguardevoli ed evidenzi già da brevi estratti video su Youtube la trascuratezza del gesto tecnico e la poca predisposizione a fraseggiare nello stretto con i compagni, il suo funzionale eclettismo per il Napoli ad oggi è il piatto della bilancia che costringe a rimandare ogni giudizio. In realtà la tara tra pregi e difetti ci potrebbe suggerire anche l’ipotesi di un Osimhen che non becca mai il pallone, impreparato com’è alle universitarie difese italiane e alle trame che il Napoli tende a tessere prima di realizzare un gol.

5. Quanto Victor c’è (e quanto ce ne sarà)?

Ignora al momento, l’umile Victor, quali siano i movimenti per fulminare i difensori della serie A ma ha la fisicità per metterli in difficoltà sin da subito. Le fondamenta tecniche lo rendono un attaccante avulso da un’offensività corale ma vanta l’associazionismo della vittoria. Osimhen forse vive più per quest’ultima che per il gol in sé per sé.

Allora la soluzione di tenere Petagna in rosa è un ottimo modo per poter aspettare Osimhen e allo stesso tempo avere un’alternativa già pronta che seppure meno prodiga al feticcio della rete ha peculiarità mediane tra Mertens e Osimhen. La faccia tirata dalla rabbia agonistica che spesso impersonifica il nigeriano nelle foto rintracciabili sul web è la garanzia pro futuro del Napoli. Quei fondamentali del calcio abbandonati per lasciare velocemente la profonda baraccopoli di Lagos il punto interrogativo di questa avventura che ADL ha deciso di pagare 50 milioni di euro di cartellino più 3.5 mln € per 5 anni di stipendio al ragazzo.

Massimo Scotto di Santolo