Torino-Inter 1-0: Spettacolo indegno da non ripetere

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Torino-Inter è stata una di quelle partite che vorresti tanto dimenticare. Una di quelle partite che ti auguri possano non ripetersi o riproporsi. Una di quelle partite che, però, sei obbligato a rivedere. Per cercare disperatamente di capire in che modo risalire dal fondo del barile prima che possa essere raschiato.

Abbiamo assistito ad un Torino-Inter che dal punto di vista offensivo non ha prodotto praticamente nulla. E da un lato, quello nerazzurro, le ragioni di questa aridità sono mentali e tattiche ormai da tempo. Dall’altro, quello granata, sono invece figlie di un calcio prettamente fisico e muscolare. Certamente organizzato dal punto di vista tattico e difensivo. Ma con al suo interno errori tecnici inaccettabili se consideriamo il valore assoluto di molti interpreti.

TORINO

La filosofia e la visione calcistica di Mazzarri non costituiscono al giorno d’oggi un mistero. Parliamo a prescindere di un allenatore la cui gavetta e i cui risultati testimoniano a suo favore. Il Torino è una squadra le cui caratteristiche dei giocatori rispecchiano pienamente il suo approccio e la sua metodologia di lavoro. E il modo in cui la squadra stessa è stata appunto costruita è in questo senso chiaro e veritiero. Ben più di quanto provi ad esserlo lui ai microfoni. Quando cioè tenta insistentemente di avvicinare all’idea di bellezza e di gioco offensivo palla a terra una squadra invece muscolare, strutturata fisicamente e compatta. Difensivamente pronta a disinnescare i punti di forza degli avversari per poi ripartire.

Il ritratto insomma è quello di una squadra difficile da affrontare per le sue determinate peculiarità, dalla spina dorsale costituita da N’Koulou, Rincon, Iago Falque e Belotti. Ognuno importante per un particolare motivo. Il primo in termini di guida del reparto difensivo. Il secondo per l’onnipresenza, l’equilibrio e l’intelligenza tattica. Il terzo per quanto riguarda il tasso tecnico e il collegamento dei reparti. Il quarto per la sostanza e la forza fisica, ancor più della realizzazione che purtroppo latita.

Nella partita di ieri il gallo è stato affiancato in avanti da Zaza. Ed entrambi gli attaccanti si sono distinti principalmente per il lavoro e il contributo senza palla. La dedizione e lo spirito di sacrificio in virtù della causa sono lodevoli e ammirevoli. Ma è anche vero che dover parlare di due attaccanti come loro, in particolar modo di Belotti, quasi esclusivamente in questi termini piuttosto che anche in quelli realizzativi, sta diventando un’abitudine travestita da peccato.
La squadra è forte perché il valore degli interpreti è alto. E la sensazione è che quando prevalgono il coraggio e la convinzione, sia in grado di fornire prestazioni notevoli dal punto di vista della produzione offensiva. Basti pensare alla grandissima partita di qualche mese fa a Genova contro la Samp. Ma che più in generale, soprattutto quando manca Iago Falque, sia naturalmente portata ad essere compatta difensivamente e a ribaltare il fronte non sempre con molti uomini e con fluidità. La frequenza di errori tecnici nella partita di ieri è stata incredibile. Mentre Ansaldi in mezzo al campo si sta rivelando una piacevolissima scoperta.

INTER

La sterilità e la piattezza dell’Inter possono invece ormai definirsi croniche a tutti gli effetti. Il dato incredibilmente preoccupante che sintetizza questa situazione è dato dal numero di gol realizzati nelle ultime tredici partite ufficiali in tutte le competizioni. Escluso il 6-2 al Benevento. Ovvero dodici. In quattro di queste occasioni non sono arrivate reti. In solo due circostanze invece, contro Frosinone e Roma, è stato realizzato più di un gol. La difficoltà nel costruire con fluidità, nel rifinire e nel creare occasioni è chiarissima ormai da tempo.

Con la solidità difensiva nelle vesti di salvatrice. La manovra dell’Inter, specialmente nell’ultimo terzo di campo più che in fase di uscita, è piatta e prevedibile. E le dinamiche tattiche sono state già affrontate e argomentate in passato. Con i problemi relativi all’occupazione dell’area di rigore e al contributo dei centrocampisti in termini di inserimento senza palla in netta evidenza.

Il problema mentale, invece, sembra non essere di poco conto. L’apparente calo di motivazioni e di determinazione, unito al mal di pancia manifestato da alcuni calciatori, per esempio Perisic, rappresentano un segnale dalle cause poco chiare ma dalle conseguenze da non sottovalutare.
Sebbene il quadro sia abbastanza definito, resta da valutare il grado di responsabilità dell’allenatore in questo senso. Tenendo conto contemporaneamente non solo delle caratteristiche naturali dei giocatori a disposizione.

Ma anche purtroppo del delirio di onnipotenza che viene loro sempre concesso nel momento in cui pensano di poter direzionare le loro sorti e quelle dei loro allenatori in qualsiasi momento. A costo di mettere in imbarazzo e in difficoltà le società. L’arrivo di Marotta è stato probabilmente pensato in quest’ottica. Con l’obiettivo in prospettiva di un upgrade dal punto di vista della credibilità, della serietà e della compattezza dirigenziale. Ma per il momento i problemi sembrano quasi aumentare.

Relativamente a Spalletti, l’immagine più nitida che potrebbe venir fuori, al di là del problema relativo all’aspetto tattico, è sicuramente quella di Nainggolan. Il belga in questo momento è l’emblema di ciò che avrebbe potuto essere l’Inter nella testa del suo allenatore, e di ciò che invece ha finito con l’essere realmente. Se il suo arrivo è da collegare strettamente alle volontà di Spalletti, la sua gestione e il suo comportamento fino ad ora non possono prescindere da responsabilità da parte dell’allenatore toscano. Guardando poi a colui che con tanta leggerezza è stato invece sacrificato, cioè Zaniolo, la situazione non varia di certo in termini positivi.

Solo la classifica, forse, in questo momento, potrebbe permettere di guardare il bicchiere mezzo pieno. Ma con l’Europa League sempre più vicina, una scossa in grado di risvegliare e riaccendere le prestazioni servirebbe come l’acqua nel deserto. Il tempo ancora a disposizione e le situazioni per ora negative ma in effettivo divenire possono ancora concedere all’ottimismo una sfocata ragione di esistere. Ma la sensazione è che se i problemi dovessero continuare a ristagnarsi, il prossimo anno potremmo trovarci a parlare nuovamente di cambiamenti.

Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman, gli devo tanto” (VIDEO)

Lorenzo Insigne intervistato da DAZN alla vigilia di Milan-Napoli ha parlato dei suoi gol a San Siro, di razzismo e non è mancato il ringraziamento al Boemo Zdenek Zeman.

Insigne e il rapporto con Zeman

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il mister. Mi ha lanciato nel grande calcio. Mi ha voluto a tutti i costi a Foggia e a Pescara. Se sono questo giocatore – continua Insigne – molto è merito suo. Ogni giorno ci faceva pesare nel suo ufficio, ma entrare lì dentro era come essere a Milano, tutto bianco. Pieno di fumo”

Ancelotti

“Con lui ho un ottimo rapporto. Ho sempre voluto lavorare con lui, perché ha vinto tanto e l’ho sempre stimato. Il cambio di ruolo me lo propose dopo la sconfitta contro la Samp, è stata una sua intuizione e io mi sono messo subito a sua disposizione”.

San Siro, Koulibaly e razzismo

“Se a San Siro contro l’Inter non fosse successo ciò che è successo a Koulibaly, non credo che io mi sarei fatto espellere. A volte – conclude Insigne – per il nervosismo perdo un po’ la testa, so che devo controllarmi di più”.

Higuain gasato con Sarri, il selfie

Da tempo non si vedeva sorridere così Gonzalo Higuain. Riabbracciare l’allenatore che ha saputo toccare le sue corde giuste, Maurizio Sarri, sembra averlo gasato.

Sembra pronto ad addentare la Premier League Gonzalo Higuain. Il Pipita che forse voleva riabbracciare Sarri già a giugno scorso sembra rinato. Ieri senza giocare ha partecipato alla gioia dei suoi compagni, raggiunta superando il Tottenham ai rigori, con entusiasmo ritrovato. Tante foto e video lo ritraggono già immerso nel mondo Chelsea, ma il selfie con Sarri è la dimostrazione di un rapporto particolare. Il binomio Sarri-Higuain è pronto a dare spettacolo.

Napoli-Lazio 2-1, Ancelotti rimette le ali e Inzaghi regala campo

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Da tempo scrivevamo di un Napoli in difficoltà con il 4-4-2, ma già alla seconda uscita del 2019 il Napoli sembra aver cambiato pelle. Napoli-Lazio, invece per Inzaghi evidenzia gli stessi problemi dell’andata.

Ci si aspettava un Napoli in difficoltà su un campo pesante e senza i 4 pilastri, fuori per squalifica e infortunio. Napoli-Lazio invece è stata per gli azzurri la gara della personalità dentro la novità. Eh si Ancelotti ha avuto il coraggio, nonostante gli indisponibili, di partire con un assetto più offensivo, che ha di sicuro mostrato più idee e brillantezza. Non si tratta solo di un beneficio della sosta, ma Ancelotti sembra aver modificato qualcosa.

Già nel match di Coppa Italia, contro il Sassuolo, si era intravisto il 4-2-3-1, confermato ieri con Zielinski a sinistra Mertens dietro Milik e Callejon a destra. Lo spagnolo grazie ai miglioramenti difensivi di Malcuit è tornato a spingere e non a caso a sbloccarsi, realizzando la sua prima rete in questo campionato. Insomma come abbiamo scritto qui dopo la sconfitta di San Siro, il Napoli sembrava avere bisogno di ritrovare un’alternativa offensiva al 4-4-2. Gli uomini giusti per un efficace 4-2-3-1 ci sono. Mertens e Milik insieme sono devastanti. Allan e Ruiz sarebbe una grande mediana. Staremo a vedere. Unica nota negativa della partita, l’atteggiamento del Napoli in superiorità numerica e forse il cambio Verdi per Diawara.

La Lazio di Inzaghi invece si dimostra ancora incapace di fare il salto di qualità. Con un Napoli senza 4 top c’era l’occasione di aggredire e minare le sicurezze degli azzurri. Il tecnico ha dichiarato che gli azzurri hanno fatto una grande partita, ma di sicuro non ha fatto nulla per rendere la vita difficile ai partenopei. Pressione sui portatori di palla praticamente assente o fatto con i tempi sbagliati. In più tanto campo lasciato ai ragazzi di Ancelotti, che hanno avuto l’occasione di esprimere tutte le loro qualità. Napoli-Lazio premia Ancelotti e boccia ancora Inzaghi.

SALVIO IMPARATO


Osvaldo: “Zeman numero uno in assoluto” (VIDEO)

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L’ex attaccante italo-argentino Pablo Daniel Osvaldo è stato ospite a Calciomercato L’Originale. Nel corso della trasmissione Osvaldo, oggi rockstar, ha parlato del suo passato calcistico in cui Zdenek Zeman resta uno dei suoi allenatori preferiti.

“Il calcio è stato la mia vita e lo ringrazio. Non voglio essere frainteso – raconta Osvaldo – quando parlo male di alcune questioni del calcio, che magari mi hanno fatto male. Da quando è un business, abbiamo perso la magia di giocare a calcio. Perché ho smesso? Mi ero stancato… A volte dicono tante bugie e dopo un po’ diventi matto se devi sempre chiarire le situazioni. Tante volte hanno confuso il mio professionismo… Ma se non sei professionale di certo non giochi per tanto tempo in Europa e con la Nazionale, che sentivo veramente. Se non fosse stato per i miei quattro figli, avrei smesso prima di giocare a calcio. Cosa ho fatto di sbagliato? Sono sempre stato così, dico ciò che penso al di là di chi ho davanti e nel calcio non sempre è positivo, anche se dovrebbe”,

“Nella mia carriera, qualunque maglia indossassi in campo non avevo pressioni, pensavo alla partita 5 minuti prima di scendere in campo”, le sue parole. “Quando mi dicono che avrei potuto fare di più e non ritirarmi a 32 anni, dico che nessuno mi ha mai chiesto se avessi voluto fare di più (ride, ndr). Ho fatto anche troppo. Le voci di mercato, invece, le accusavo. Caratterialmente mi stancavo e avevo voglia di cambiare aria”.

HIGUAIN E SARRI

“Il Pipa segnerà in qualsiasi campionato andrà, anche se un attaccante come lui vuole un certo tipo di fiducia. Sarri esalta le sue caratteristiche, ma di sicuro c’è anche un rapporto personale particolare che stimola Higuain.”

ZEMAN NUMERO UNO

“Gli allenatori con cui mi sono trovato meglio? Antonio Conte, Zdenek Zeman numero uno in assoluto, è stato come un padre per me e poi Pochettino.

SALVIO IMPARATO

Coppa Italia. Napoli-Sassuolo, Ancelotti con il 4-2-3-1

Coppa-Italia-Napoli-Sassuolo

Per gli ottavi di finale di Coppa Italia va in scena al San Paolo la sfida Napoli-Sassuolo.

Ancelotti, per la sua prima partita di Coppa Italia con il Napoli, schiera il solito 4-4-2, che con gli interpreti schierati sembra più un 4-2-3-1. Diawara e Ruiz mediani, Ounas trequartista dietro alla punta Milik e Callejon ed Insigne ai lati.

DOVE VEDERE NAPOLI-SASSUOLO IN TV E STREAMING

La partita Napoli-Sassuolo sarà trasmessa in diretta su Rai 1. La gara di Coppa Italia sarà visibile anche in streaming attraverso la piattaforma Rai Play.

FORMAZIONI UFFICIALI NAPOLI-SASSUOLO

NAPOLI (4-4-2): Ospina; Hysaj, Maksimovic, Koulibaly, Mario Rui; Callejon, Diawara, Fabian Ruiz, Ounas; Milik, Insigne.

SASSUOLO( 4-3-3): Pegolo; Lirola, Magnani, Peluso, Rogerio; Locatelli, Sensi, Duncan; Berardi, Boateng, Djuricic.

SALVIO IMPARATO

Osvaldo: “Zeman come un padre, il calcio purtroppo è come il reggeaton”

Zeman-Osvaldo

Osvaldo dopo aver lasciato il calcio si è dedicato alla musica. E’ in tour in italia, in piccoli pub,  “Mi tremano più le gambe ora di quando giocavo. Quando canti la gente è più vicina, senti tutto quello che dicono” racconta e confessa che se dovesse scrivere una canzone in italiano la dedicherebbe a Zeman. Ecco l’intervista rilasciata a Gianlucadimarzio.com

“Sono sempre stato impulsivo e sensibile. Nel calcio non c’è spazio per la sensibilità. Ero stanco di essere un numero. Adesso vedi come sono felice? Nel calcio ti pagano perché devi rendere, nessuno se ne frega se stai male, non conti come persona” . Queste le prime parole di Osvaldo

Spogliatoi e camerini, la nuova vita di Osvaldo

“Lo spogliatoio mi manca – dice Osvaldo – ma sono più beli i camerini. Il calcio è un mondo finto, dove se fai gol sei un dio e se non lo fai sei una m…a. E il calcio di oggi è come il reggaeton: una musica di m..da che però piace alla gente. È un freddo business, dove nessuno pensa a come stai ogni giorno”

“La mia vita è sempre stata disordinata. Nell’ambiente del calcio mi hanno sempre visto come un matto, ma non ho mai capito certe logiche. Non potere uscire dopo una sconfitta, suonare la chitarra o bere una cosa lontano da una partita. La dittatura del risultato è l’ipocrisia più grande: c’è chi ritiene Messi un fallito per non aver vinto un mondiale. Quelli sì che sono dei falliti”.

Il suo primo album si chiama Liberaciòn

“Ho scritto tutti i testi: parlo di esperienze personali, di amore e di problemi sociali. Il rock and roll è sempre contro il potere”. 

“La musica? È un ambiente più tranquillo, c’è meno pressione ma non pensare che voglia cazzeggiare. Ho intrapreso questa nuova attività con professionalità e passione.M’ispiro a tanti e a nessuno. Amo i Rolling Stones e i Doors. Uno dei miei figli si chiama Morrison non a caso…”.

Boca e Pochettino

“Il giorno dell’esordio alla Bombonera è stato il più bello della mia vita. Segnai anche una doppietta. Che si può volere di più? Sarà sempre la mia squadra del cuore, quella con cui sono cresciuto. Pochettino è un grandissimo allenatore ma nella sua testa esiste solo il calcio. Nella mia esistono tante altre cose. Non avrei mai potuto essere come mi avrebbe voluto”.

Canzone per Zeman

“Una mia prima canzone in italiano la dedicherei a Zeman, per me è stato un secondo padre”.

Andreazzoli incapace e Prandelli che diede retta ai giornali

“Ah, manco me lo ricordo Andreazzoli. Scrissi che era un incapace? Beh, non mi sembra che sia andato ad allenare la Nazionale”. 

“Prandelli? Mi tenne fuori dal mondiale brasiliano dopo che avevo segnato tanto durante le qualificazioni. Prandelli era così, si faceva fare la formazione dai giornalisti. La stampa voleva Cassano e così mi fece fuori. Peccato, perché quel mondiale avrei meritato di giocarlo”.

Manchester City-Liverpool 2-1: Giochi riaperti

Manchester City-Liverpool non è stata semplicemente una grande partita. E’ stata anche la prova della consapevolezza che Guardiola e Klopp hanno dello spessore dell’altro. E di come le grandezze di questi due allenatori si intersechino e si influenzino a vicenda. La vittoria di misura del Manchester City riapre i giochi per la corsa alla Premier League. E pone fine all’imbattibilità del Liverpool di Klopp dopo 20 partite. Allo stesso modo di come lo scorso anno i Reds avevano invece interrotto la striscia del City.

Sta diventando sempre più semplice abituarsi all’idea di dover definire le sfide tra le squadre di Guardiola e quelle di Klopp delle vere e proprie battaglie tattiche. Il rispetto e il timore delle capacità dell’avversario sono ormai ben visibili sul campo. E l’importanza che acquisiscono i dettagli nella direzione delle partite è superiore a quella che noi siamo disposti ad accettare. A maggior ragione se poi consideriamo il peso della partita in sé e le conseguenze che esiti diversi avrebbero portato. Nell’economia dei novanta minuti, il pareggio sarebbe forse stato il risultato più giusto. L’equilibrio complessivo sempre sul filo del rasoio e con fasi alterne di conduzione del gioco ha prodotto alla fine lo stesso numero di tiri in porta. La splendida azione che ha portato al palo di Manè e al clamoroso salvataggio di Stones è stata però il manifesto della direzione che la partita avrebbe poi preso. Gli errori da matita blu di Lovren hanno poi fatto il resto.

Si può discutere con il senno di poi la scelta di Klopp di ritornare per l’occasione al 4-3-3. Accantonando per la partita in questione il nuovo sistema rinvenuto quest’anno. Ovvero quello con il doppio mediano e Fabinho in pianta stabile e i quattro giocatori offensivi. Con l’ingresso di Shaqiri quasi in pianta stabile, Firmino rifinitore e Salah centravanti. Klopp, probabilmente contando sul fatto di avere a disposizione due risultati su tre, ha optato per un centrocampo più aggressivo senza palla. Volto a soffocare la fluidità della manovra di una squadra che avrebbe dovuto necessariamente giocare per vincere. Per poi ripartire con regolarità. La bellezza data dalla verticalità dell’azione che ha portato al palo di Manè è raggiante. E il salvataggio incredibile sulla linea di Stones dopo il pasticcio con Ederson ha forse impedito al piano gara di Klopp di mettere la freccia per la nona volta in sedici confronti diretti tra i due allenatori.

Ma tornando a parlare dell’influenza reciproca dei princìpi di gioco dei due allenatori, va sottolineato questo. Considerato lo score a favore di Klopp e le dinamiche interne delle due gare di quest’anno, la sensazione è che il tecnico ad aver studiato quasi ossessivamente sia stato Guardiola. Coerentemente con la sua maniacalità. Dapprima rinunciando quasi al dominio del pallone nello 0-0 di Anfield. E in seguito andando a mille all’ora nella partita di giovedì. Affrontando quindi coraggiosamente Klopp utilizzando le sue stesse armi. Bernardo Silva sarà al termine della gara il giocatore ad aver percorso più chilometri in Premier League quest’anno in una singola partita.

E alla bellezza e all’emozione del confronto hanno certamente contribuito anche le controrisposte di Klopp, che non sono mancate. I Reds quest’anno sono una squadra molto più quadrata, in grado di gestire i ritmi delle partite senza perdere l’intensità e la verticalità nei momenti chiave. In grado di risalire il campo in maniera sempre diretta ma anche più lucida e ragionata. E’ forse questo il compromesso che ha permesso agli uomini di Klopp di perdere per la prima volta alla ventunesima partita. Dopo aver vinto in diciassette occasioni. L’immagine è quella di una squadra che ha l’intensità e la verticalità nel sangue. Ma la cui consapevolezza di aver raggiunto uno status superiore ha portato a capire di dover razionare le energie. Per poter trovare forse l’unica cosa che mancava, la continuità.

E le controrisposte in questi termini sono arrivate anche in questa partita ovviamente. Ma abbiamo già detto quanto siano importanti i dettagli. E gli errori individuali di Lovren non erano ieri una sorpresa e non lo sono certo oggi. In occasione di entrambi i gol del City sono state decisive in negativo le sue letture. Facendosi anticipare nettamente da Aguero prima, e occupando la posizione sbagliata poi, mettendo in crisi l’intero reparto. Certo è che con gli infortuni del titolare Joe Gomez e di Matip, soluzioni alternative per Klopp non sembravano esserci.

Le prestazioni individuali della squadra di Guardiola sono state di altissimo livello. Fernandinho è stato un gigante e ha dimostrato per l’ennesima volta di essere la chiave di volta insostituibile per i meccanismi di equilibrio del Manchester City. La prova atletica, prima ancora che tecnica, di Bernardo Silva, è stata sontuosa. Quella di Aguero in qualità di attaccante moderno fantastica. E lo stesso dicasi per quella di Laporte, che oltre a bloccare Salah quasi alla perfezione ha avuto anche la forza e l’intelligenza di fare il terzino puro. Per quanto riguarda Sanè, le sue doti atletiche, aerobiche e tecniche e la loro capacità di coesistere meriterebbero sempre una menzione a parte. E il suo gol del 2-1 è un colpo da biliardo, imparabile anche per Alisson.

Siamo stati costretti nelle settimane scorse a dover leggere di un Klopp associato alla dea bendata come se fosse una colpa. Come se poi dietro qualunque tipo di successo vi sia alla base l’assoluta perfezione. Come se poi l’andamento e la direzione di alcuni momenti non abbiano mai contribuito in positivo o in negativo nella storia dei trionfi e delle vittorie. Dichiarazioni forse poco lucide, macchiate da fanatismi forse inconsapevoli ma forti. Che dimostrano di non conoscere la storia di un allenatore che ha invece sempre pagato per i suoi errori, restando comunque in credito con la fortuna da anni. Diversamente, la sua storia dei momenti topici avrebbe meritato di non essere questa.

Abbiamo letto di un Liverpool in calo per il fatto di aver perso meritatamente le tre trasferte nel girone di Champions. Senza magari considerare il fatto che, dopo la finale dello scorso anno, sia emersa forse in quelle circostanze anche la volontà di rivolgere la testa e le energie ad un campionato che manca dal 1990. Anche perché in tutte e tre le occasioni fu un Liverpool troppo brutto per poter essere definito semplicemente in giornata no. Di fronte invece al passaggio del turno meritato o meno, il discorso può anche starci. Ma la consapevolezza europea del Napoli di quest’anno non può essere macchiata di certo per una sola partita persa meritatamente, contro un avversario che ha sfortunatamente per gli azzurri giocato come sa.

La Premier League può in ogni caso dirsi riaperta. Il Liverpool è sempre in testa a quota 54, il City ha ridotto le distanze a quattro lunghezze, mentre il Tottenham, con i suoi 48 punti, è sempre lì. In un momento di forma smagliante. E senza aver speso un centesimo nella sessione estiva di mercato. Lo scorso anno, come detto, il Liverpool pose fine all’imbattibilità del City, ma la squadra di Guardiola continuò a dominare e vinse comunque il campionato. Questo per Klopp è l’anno della verità. Entrare definitivamente nella forma mentis di squadra che deve essere rincorsa e non che deve rincorrere. Proseguire il cammino con la stessa consapevolezza allontanando qualsiasi tipo di contraccolpo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta alla fine del campionato è sottilissimo. Sia per quanto riguarda il suo status di allenatore che per quanto riguarda la storia del Liverpool.

Gioacchino Piedimonte