Zeman in ginocchio da “Frengo” Albanese. Il racconto di Cataleta

Per chi non sapeva, l’origine del famoso personaggio di Albanese, Frengo, ecco il racconto di Giuseppe Cataleta. Divertentissimo e sorprendente l’aneddoto di Zeman ospite del comico al Campo Degli Ulivi

“Al 14° del primo tempo… al 14° del primo tempo, tiro, palo, doppio tiro, doppio palo, gool, gool di Di Biagio. Foggia 1 Lazio 0.”

Chi non ricorda la fredda cronaca di Antonio Albanese, nei panni di Frengo e Stop, ai tempi di Zemanlandia (Foggia di Zeman), nella fortunata trasmissione televisiva “Mai dire gol”?

Molte frasi ed espressioni di Frengo entrarono nel linguaggio comune degli appassionati di calcio grazie ai divertenti commenti del surreale telecronista-ballerino. Dall’infallibile schema zemaniano ”da do a dà e da dà a do”, ai tanti gol foggiani descritti al ritmo di mazz’t, doppie mazz’t e mazz’t again, passando per tutte le sfumature filosofiche del why e del because.

LE ORIGINI DI FRENGO

Non tutti sanno però come nacque il personaggio di Frengo, il telecronista super tifoso del Foggia e di Zeman.  Alla fine dell’estate del 1993, il trio della Gialappa’s Band (Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci e Marco Santin) autori e conduttori  fuori campo della   trasmissione   cercavano  un nuovo personaggio del mondo del calcio da fare  interpretare ad Antonio Albanese, che confessò subito di non aver mai assistito ad una partita di calcio. Gli autori gli imposero una full immersion di giornali sportivi e trasmissioni televisive che parlavano di calcio.

COLPO DI FULMINE ZEMAN

L’attore brianzolo si mise al lavoro per rincorrere l’idea giusta. Durante un “90° minuto” rimase folgorato da un’intervista a Zeman. Ad una domanda sui motivi della sconfitta della sua squadra, il boemo, con tono disincantato, disse che gli avversari avevano segnato un gol e i suoi giocatori no. Un mito! Si innamorò del personaggio. Era proprio quello che ci voleva per stemperare i toni, spesso molto alti, del mondo pallonaro e ridimensionare chi si prendeva troppo sul serio. Cominciò a studiare il personaggio Zeman e si fiondò immediatamente a Foggia per conoscere allenatore, calciatori ed ambiente. Insieme al foggiano Nicola Rignanese, compagno di corso alla Scuola d’arte drammatica “Paolo Grassi” di Milano, Albanese si diresse verso il tempio di Zemanlandia: lo stadio “Pino Zaccheria”.

LA COMPLANARE

Nella periferia foggiana i due attori chiesero indicazioni per raggiungere lo stadio. Fermarono un passante, un ometto basso e  tarchiato che rispose, in stretto dialetto foggiano: “Ando’ st’c u stadij? Pigghj’ a cumplan’r, no a prima asciut, no a second’ asciut, a terza, a destra st’c l’autoscuola Autopuglia, di front st’c u’ stadj’!”.(Dove sta lo stadio? Prendi la complanare, non la prima uscita, non la seconda uscita, la terza, a destra c’è l’autoscuola Autopuglia. Di fronte c’è lo stadio). Albanese rimase entusiasta dell’efficace ed incisivo slang foggiano. Chiese a Rignanese di ripetere la domanda per ascoltare nuovamente la divertente cadenza…

Era fatta! Con il travolgente dialetto foggiano, opportunamente arricchito da espressioni suggerite da Rignanese e da esilaranti gag, Albanese creò la figura del surreale corrispondente da Foggia: Frengo e Stop. Il suo eccentrico look bucava lo schermo: un riporto prepotente e selvaggio tentava di nascondere un’avanzata calvizie. Si muoveva a scatti e chiedeva allo studio continue approvazioni sulle sue performance da sfrenato ballerino. In caso di vittoria dei Satanelli entrava in frac nero, punteggiato di pailletes e si scatenava  ballando sui ritmi di “I feel good” di James Brown. La cronaca dei trionfi rossoneri si intrecciava con i racconti dei viaggi surreali dei suoi bizzarri amici e i dialoghi immaginari tra calciatori. Parlava anche di improbabili gare di karaoke durante l’intervallo, organizzate da Zeman. Il tecnico boemo era sempre al centro dei commenti di Frengo che lo chiamava affettuosamente in tanti modi: Simpatia Zeman, Spiritosaggine Zeman, Loquacità Zeman, Logorrea Zeman, Dinamismo Zeman. Quando il Foggia perdeva, il collegamento si complicava molto. Frengo appariva distrutto, assente e con il capo chino. Lunghi silenzi accompagnavano il suo incedere sofferente: avanti e  indietro con un gigantesco crocefisso sulle spalle. Non rispondeva alle domande dallo studio, esasperando le conseguenze della sconfitta dei rossoneri.

ZEMAN IN GINOCCHIO ALLO SPETTACOLO “UOMO”

Il personaggio proposto da Albanese incontrò i consensi di critica e pubblico ed i tormentoni di Frengo diventarono  molto noti fra gli  appassionati di calcio.  Per suggellare il grande successo e prima di pensionare il personaggio dalla trasmissione tv, il 22 maggio 1994, proprio alla fine dell’avventura foggiana del boemo, quasi come un omaggio alla città, Albanese presentò il suo spettacolo “Uomo”, al Campo degli Ulivi di Foggia, al quartiere Cep, davanti a seimila fan in delirio.

L’attore lombardo propose i suoi spassosi e storici personaggi: il tenero e timido Epifanio con il suo strettissimo cappottino a scacchi e l’aggressivo Alex Drastico che parlava delle sue avventure a Milano. Alla fine, arrivò saltellando e ballando  Frengo e Stop, ripetendo gli slogan lanciati in “Mai dire gol”. Parlò della travagliata storia d’amore con la fidanzata Nirvana e dei viaggi avventurosi con l’amico Frensis. Il regalo più grosso Albanese lo fece in conclusione, quando chiamò sul palco, uno per volta, i giocatori del Foggia. Alla fine arrivò la clamorosa sorpresa: Frengo convinse il suo idolo, Simpatia Zeman, ad entrare sul palco in ginocchio, sul forsennato ritmo di “I feel good”. Il boemo fu accolto da un boato, come ad un gol del Foggia. La gente non credeva ai propri  occhi: l’uomo di Praga, abbandonando il suo abituale aplomb, si trasformò in uno scatenato ballerino di blues, scambiando battute in dialetto foggiano con Albanese e regalando ai tifosi rossoneri una indimenticabile serata di puro divertimento.

L’amicizia tra Albanese e Zeman proseguì anche dopo la fine della stagione foggiana di Zemanlandia. L’attore, primo fan dell’allenatore, divenne tifoso della Lazio prima e della Roma poi e via via delle altre squadre guidate dal boemo. Memorabile fu la “Ode a Zeman”, trasmessa dalla Rai,  una gag tra i due in cui Frengo si esibì in un esilarante monologo, inneggiando all’allenatore che rimase muto ed impassibile, avvolto nella nuvola di fumo della sua inseparabile sigaretta.

Da “Il Distintivo dalla parte del cuore”  di Giovanni Cataleta – edizioni Mitico channel, Foggiacalciomania.com e Miticomagazine.com

Salvio Imparato

Maradona nel 4-3-3 di Zeman, auguri Diego!

Nel 2011, quando Zeman era nel pieno del miracolo Pescara fu intervistato dalla Gazzetta Dello Sport e così parlo di Maradona a cui facciamo gli auguri per i suoi 60 anni

“Ci ho pensato, sì ad allenare Maradona e in che modo impiegarlo. Come di avere Messi e Totti. E quest’ultimo sono stato fortunato ad averlo. Credo che mi sarei trovato benissimo con Maradona, perché è vero che la squadra ne era dipendente, ma lui aiutava moltissimo i compagni in difficoltà”.

SALVIO IMPARATO

Glerean: “Zeman fuori dal calcio è un insulto a questo sport”

Ezio Glerean è stato intercettato da calciototale14.it. Ha parlato del suo presente e del suo passato a Cittadella, ricordando amche Zeman

Il miracolo Cittadella ha la sua firma, dalla C2 alla B, una cavalcata vissuta intensamente negli anni ’90, in una piazza che prima di lui non si era mai spinta alle soglie della cadetteria. Ma anche Bassano, San Donà, Palermo, Padova. Ezio Glerean e il suo 3-3-4, un must ispirato ai principi di gioco dell’Ajax. Proprio la permanenza in Olanda gli ha permesso di studiare da vicino la scuola olandese. Un calcio corale e offensivo, alla continua ricerca del gioco verticale. Fatto di principi e non solo di numeri, che ha appassionato chi ne ha condiviso l’esperienza.

Oggi è un’altra storia, allena in Promozione la Marosticense, lì dove tutto ebbe inizio nel 1988. Una scelta maturata dopo tante riflessioni fatte negli anni che lo hanno condotto nuovamente a “casa”. “Per stare in B e C dovevi sottostare a determinate scuderie e allora ho fatto il mio percorso”.Dritto verso i suoi obiettivi, con i giovani sempre al centro dei suoi progetti, che negli anni hanno imparato a responsabilizzarsi e a compiere delle scelte al posto dell’allenatore. 

Mister, ci racconta il progetto giovani della Marosticense?

“Quando sono rientrato dall’Olanda c’è stato l’incontro con i miei ragazzi di un tempo della Marosticense. Portiamo avanti un progetto di autogestione per il settore giovanile, dai pulcini al primo anno di giovanissimi. Sono i giocatori con il capitano a fare la formazione, con l’allenatore che si accomoda in tribuna insieme ai genitori. E’ un percorso che responsabilizza i ragazzi e lascia sereni i genitori. Tanti capitani non si schierano per far giocare i più bravi, questo è un messaggio forte anche per i più grandi”.

Dove e quando nasce l’amore per il calcio olandese?

“L’incontro con la mia attuale moglie è stato determinante. Lei è olandese, mi ha permesso di andare in Olanda e di seguire il modello Ajax da vicino. E’ un modo di essere dentro nel gioco, soprattutto per i bambini che poi crescono con quell’idea. Bisogna essere lì a guardare per capire”.

3-3-4 o 3-3-1-3, come si è sviluppata negli anni l’idea di calcio di mister Glerean?

“Dovevano coesistere tre o quattro giocatori offensivi, a secondo delle caratteristiche: 3-3-1-3 o 3-3-4. A Palermo, per esempio, erano quattro attaccanti, non c’era la figura della mezzapunta. Così come a Bassano. A differenza di San Donà e Cittadella dove con Caverzan avevamo il Baggio della situazione”.

Ha lavorato tanto e bene con i giovani, come sono cambiate le abitudini dei ragazzi dagli anni ’90 ad oggi?

I giovani non sono cambiati, sono uguali. L’esperienza che sto facendo a Marostica mi porta a pensare proprio questo. Sono pronti ad ascoltare se noi li facciamo appassionare. Dobbiamo trasmettere le emozioni e fargliele vivere. Il prodotto che noi abbiamo ai vertici del nostro calcio, non è di grandissima qualità. Abbiamo dei buoni giocatori ma siamo lontani dai Baresi, Del Piero, Baggio. Erano figli degli oratori, della strada, dove la fantasia ti stimolava. Nelle scuole calcio di oggi la fantasia non c’è più. Non si appassionano più e non vivono emozioni”. 

Cittadella resta l’esperienza più bella della sua vita?

“Cittadella è stata una delle esperienze, sicuramente quella che ha dato migliori risultati e mi ha dato più gusto. Ma ci siamo divertiti anche a San Donà, a Palermo, nonostante sia stata un’esperienza breve. Il calcio ormai segue altre direzioni dove non comandano più neanche i presidenti, ma altri personaggi che danno opinioni su qualsiasi cosa”.

Qual è la cosa che più le ha dato fastidio nel suo percorso da allenatore?

“Ai miei tempi si parlava di Glerean come un eretico, lo stesso per Zeman. Oggi, per esempio, è un insulto al calcio che un allenatore come Zeman sia fuori dal calcio. Dovrebbe essere a capo di una scuola per insegnare la fase offensiva ai giovani allenatori. Far vedere cosa significa far correre la palla in verticale. Il sistema di gioco lo determina la palla, se la palla va in orizzontale non è un sistema di gioco offensivo, se va in verticale allora sì. Non conta il numero degli attaccanti, ma come scegli di attaccare e come corre la palla”.

Tra i suoi allievi c’è Luca Gotti, attuale allenatore dell’Udinese, e Giovanni Martusciello, vice di Sarri alla Juve.

“Gotti l’ho avuto a San Donà. Si stava laureando in quel periodo, è una persona preparata. Lui si sente più un analista, un ricercatore del calcio ed è forse quello che gli riesce meglio. Però stiamo scoprendo che sa fare il primo, anche da come si comporta, sono molto fiero di lui. Martusciello era già un allenatore in campo, aveva le sue idee poi ha incontrato gente come Spalletti, Sarri, che ne hanno completato la sua crescita”.

E’ vero che Antonio Conte le ha chiesto del suo calcio super offensivo?

“Antonio l’ho incontrato in una partita di Coppa Italia: Bassano-Bari. Prima della gara ci siamo parlati, in quel periodo stava facendo il corso di Coverciano e studiava dalla mia tesi con il professor Ferrari, che adesso purtroppo non c’è più. Conte era interessato su come far coesistere i quattro attaccanti di ruolo. Da lì il suo 4-2-4 con i suoi esterni che erano più larghi rispetto ai miei che erano più centrali”.

C’è un allenatore in cui si rivede oggi?

“Gasperini, sono amico di Gian Piero. L’Atalanta è quella che più di tutte sta facendo un calcio diverso, un calcio collettivo dove attaccano tutti. Al di là degli interpreti, la palla corre continuamente. Con l’Ajax in Champions abbiamo visto due scuole a confronto. Ci si diverte a vederli e si ha la sensazione che anche i giocatori si divertano”.

Napoli-Az 0-1: la furbizia di Slot paga

Un Napoli pigro casca in pieno nel tranello ordito dal tecnico olandese. Gattuso in stato confusionale tanto nella scelta dell’undici titolare quanto nelle sostituzioni.

1. La trappola

Arriva per la prima giornata di Europa League, al San Paolo, la squadra olandese dell’Az Alkmar. Un manipolo di giocatori giovani e irriverenti, che divertono e si divertono. Koopmeiners, Stengs, Mijdtso, Bouadu sono gli under più attenzionati della squadra olandese. Il loro allenatore, Arne Slot, è giovane, esuberante ma a Napoli ha mostrato tutta la sua futuribilità gestionale.

Infatti, piuttosto che perseguire ideologicamente un percorso reso impraticabile dal Covid, che ha falcidiato l’intera rosa dell’Az, Slot ha provveduto di necessità virtù. Privato di tutte le punte in rosa, ha badato a difendersi infoltendo il centrocampo di mezze punte e mezze ali. L’idea di fondo, guardando forse lo show azzurro contro l’Atalanta, è stata sin da subito togliere profondità a Osimhen e Lozano e mettere il centrocampista di zona a uomo su Mertens. Il belga, dunque, è risultato sempre inefficace nella sua aggressione alla seconda palla tra la difesa e il centrocampo.

Gattuso, persuaso per i dieci gol fatti ma anche subiti nelle prime quattro partite di campionato della enedemica propensione all’attacco della squadra di Slot, ha schierato Hysaj bloccato a sinistra e Lobotka per eludere con dribbling secco la pressione in avanti avversaria. Poco turnover, perché, per sua ammissione, ne ha saggiato gli svantaggi sulle panchine europee in maglia Milan. All’epoca non superò il turno di Europa League.

2. Gli errori

Tuttavia, al Napoli, Rino possiede ben altre alternative di qualità rispetto all’esperienza rossonera. Pertanto appare il pregiudizio sul turnover una verità presa da Gattuso come assoluta benché, come ogni scelta, nei suoi risultati efficiente in modo relativo. Nel momento in cui Slot ha preso la strada del catenaccio mentre Gattuso ha preservato l’equilibrio tattico contro un fittizio calcio arrembante avversario, i primi 45 minuti erano destinati a svolgersi come sono concretamente andati. Possesso palla sterile da parte degli azzurri.

L’Az ha concesso soltanto le fasce dove il Napoli non riusciva a sfondare con costanza. Hysaj ha reso asimettrica la squadra e poco ampia. Il centrocampo a 3 dell’Alkmaar è riuscito a scalare sempre bene. Stoppando l’albanese la palla di destro, consentiva alla retroguardia avversaria di non schiacciarsi nell’area piccola perché alcuna palla, Hysaj, a girare dietro la linea di difesa avrebbe potuto calciare di sinistro. Quello spazio che se cercato dal piede di Mario Rui avrebbe permesso aggressioni ben più decifrabili al genio di Osimhen. Inoltre, proprio la suddetta linea di passaggio che la presenza del sinsitro di Rui avrebbe aperto, se coperta dalla scalata all’indietro dei centrali di difesa dell’Az, avrebbe liberato spazi a Mertens accorrente a rimorchio.

Mertens che, in assenza di Zielinski, manca di un alterego in grado di sterzate, dribbling e tiro, ha però un surrogato particolarmente diverso, ossia Petagna. Il bomber italiano è centroavanti atipico, a cui piace venire a giocare sulla trequarti; più pericoloso, Petagna, quando spallino nell’andare a concludere a rimorchio l’azione piuttosto che a comportarsi da opportunista. Per queste caratteristiche, perfettamente complementare ad Osimhen. Dunque, perché non utilizzarlo come seconda punta fisica data la brutta partita del belga? Certo, due prime punte abbisognano della copertura in mediana ideale. Funzione per la quale Demme e Bakayoko sono presenti in rosa. Lo spagnolo e lo slovacco, invece, insieme in campo non presidiano adeguatamente la difesa ma non assicurano una maggiore velocità di manovra, toccando entrambi troppe volte la palla.

3. Gattuso il temporeggiatore

L’Az, dunque, è giunta a Capodichino tacciata di cluster e con l’intenzione tattica di farsi assediare. Il Napoli si è limitato ad accamparsi intorno alle mura mai sferrando però un attacco senza soluzione di continuità a causa anche dell’undici scelto. Formazione frutto di un preconcetto sul turnover non ponderato. Rui, Demme e Petagna avrebbe dovuto poter giocare; soprattutto il primo.

Gattuso è apparso poco convincente anche nelle sostituzioni effettuate. Insigne per Lozano ha migliorato la gestione della palla sacrificando l’attacco alla profondità del messicano. Il Napoli è risultato offensivamente piatto verso la fine del match, quando ci sarebbe stato bisogno di accelerare. Petagna per Osimhen… così giusta sinanche al costo di perdere un colpitore di testa con l’avvicinarsi di una fase del match dove i ragazzi di Slot avrebbero consentito soltanto i traversoni alti? Sembra più mancanza di coraggio e/o reverenza eccessiva per Mertens.

Un Az Alkmaar sano non avrebbe derogato al suo gioco e verosimilmente perso la partita ma ha reagito con i giusti anticorpi al virus. Il Napoli ha preferito tenersi distante dalla dinamica insorta credendo erroneamente che le tre vittorie macinate avrebbero provveduto a vincere in solitaria la partita. De Wit, il match winner, ha ricordato agli azzurri che non funziona così. Desumere dalla scialba prestazione di stasera manifeste volontà, da parte degli azzurri, di immolare il percorso europeo in favore del campionato è giudizio ancora per una settimana frettoloso. Tra sette giorni, a San Sebastian, contro la Real Sociedad, i partenopei si giocano il passaggio del turno.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Atalanta 4-1: Gattuso insegue Flick

L’impressione è che Castelvolturno sia un centro sperimentale per il calcio italiano. L’Italia importa tardivamente le novità europee attraverso il Napoli. Dal Guardiolismo sarrista alla Verticalità di Gattuso, la quale ricorda molto quella del Bayern Monaco campione d’europa.

1. Il gioco del Tavolino

Il gioco del Tavolino è famoso a Napoli come a Torino. Città entrambe che si prestano facilmente alla narrazione esoterica. L’attività in questione rimesta nel paranormale con la speranza di evocare uno spirito che si spera sia benigno o comunque non resti intrappolato tra le mura domestiche. Chi si sottrae alla disputa è tacciato goliardicamente di viltà e di fifa. Perciò conviene per gli orgogliosi sempre parteciparvi.

Il Napoli, bloccato dall’ASL di Napoli 1 e 2 prima in via implicita e poi esplicita, non ha potuto cimentarsi in questa pratica terrificante insieme ai nemici di sempre, la Juventus. Mezza Italia ha accusato il Napoli per l’appunto di paura; paura di affrontare lo spauracchio Ronaldo senza gli indisponibili Zielinski, Elmas e Insigne.

Poiché il Protocollo va rispettato fino a scardinare il grado gerarchico delle leggi del nostro ordinamento, purché si concluda il campionato corrente, il Giudice Sportivo Mastrandrea, sorteggiato dalla Juventus tra le anime a disposizione, ha sanzionato il Napoli. Una sanzione che consta di un 3-0 a tavolino in favore della Juventus e un punto di penalizzazione per il Napoli.

2. La Dea

Il Napoli orgogliosamente imbufalito d’esser rimasto intrappolato a Castevolturno ha estratto però sulla ruota del calendario di Serie A una entità ancorché divina beneaugurante: l’Atalanta di Gasperini, il cui simbolo è proprio la Dea Fortuna. L’incontro è stato più che proficuo per quanto inatteso. Gli orobici, considerati in modo coatto papabili campioni d’Italia, hanno subito quattro schiaffi da un Napoli invece sulla soglia del linciaggio mediatico per non aver preso il volo direzione Juventus Stadium.

Gasperini, sin dall’undici titolare, mostra superbia. Rinuncia ad Hateboer con l’insipiente De Paoli. Inoltre, schiera due lungodegenti quali Toloi e Ilicic contro due bocche di fuoco come Koulibaly e Lozano, poi completa il lavoro, il Gasp, schierando lo sfasato Zapata appena rientrato dalla Colombia e sfornendo la mediana del lavoro prezioso di Freuler, sostituito dal poco riflessivo Pasalic. La settimana tipo, il poco lavoro a Zingonia tra palestra e campo, si riflettono sul campo. Il Napoli, che ha intanto potuto dedicarsi in modo maniacale alla preparazione della partita, travolge i nero azzurri. Tuttavia il mismatch è risultato tattico e lo sarebbe stato a prescindere dalla sosta nazionali.

Infatti, le marcature atalantine, uomo su uomo a tutto campo, che accettano l’uno contro uno anche a difesa rappresentano manna dal cielo per Osimhen e Lozano. Il messicano e il nigeriano chiamano la profondità ogni due minuti. L’Atalanta è abituata a giocare contro squadre che in Italia giocano un possesso palla difensivo, tendenzialmente all’indietro, un guardiolismo evirato di tecnica e imprevedibilità. Un modo per difendere all’italiana con la palla tra i piedi piuttosto che undici uomini dietro la linea della palla. Così le marcature ad uomo dell’Atalanta diventano rebus irrisolvibili. Nel momento in cui gli smarcamenti avversari mirano alle spalle degli atalantini, allora la struttura del Gasp inizia a vacillare.

3. Un Napoli grande e moderno

Gattuso ha trovato la quadra come il Bayern Monaco di Flick. Il passo di Manolas e Koulibaly consente alla difesa di reggere qualsiasi attacco alla profondità ma l’istintività di entrambi ha consigliato un baricentro più basso che esalta la loro fisicità nella ressa dell’area di rigore. Mancava un Goeretzka, visto che Fabian detta i tempo meno bene pur facendo il verso ad Alcantara. Demme è un mediano posizionale tascabile, diligentissimo ma un aborto, data la statura del tedesco, di ogni ambizione calcistica moderna. Lobotka, Zielinski ed Elmas danno dal canto loro dimensione e soluzioni alla rosa. Bakayoko completa il cerchio: il mediano francese è complementare alle mancanze di Ruiz ma, diversamente da Goeretzka, estremamente posizionale.

Determina l’equilibrio del centrocampo Mertens in versione Thomas Muller, arretra come una mezz’ala, rifinisce come un trequartista, segna come una punta… mena e rincorre alla stregua di un incontrista. E’ in pieno delirio di convinzione; convinzione che si possa vincere qualcosa d’importante alle falde del Vesuvio, ma il fisico e l’età anagrafica suggeriscono di pensare di pensare ad un surrogato del belga: Zielinski?

Infine, Osimhen, che è l’unico attaccante del campionato che non vuole la palla tra i piedi, fa arretrare sistematicamente la linea difensiva avversaria. Tale rinculo apre varchi tra cielo e terra, difesa e centrocampo, dove i sogni dei bambini più fantasiosi trovano forma. Mertens, Insigne, Lozano e Politano per dedizione all’estro, con l’estetica inebriante dei cigni, pertanto sguazzano nel lago della trequarti nemica. Stavolta però non gli manca la cattiveria teutonica di un calcio che se vuol essere così verticale e talvolta anche lungo non può cincischiare sotto porta. Gli spazi per gli avversari per ripartire ci sono; bisogna, tuttavia, scegliere anche come perdere il controllo della sfera. Ripartire dal calcio di fondo o dalle mani del portiere avversario è sempre la scelta migliore.

4. La genetica

Il Napoli ha durante il calciomercato estivo modificato la sua genetica pallonara. Era la vittima sacrificale dell’Atalanta, ora gli ultimi studi ci raccontano che l’evoluzione ha fatto il suo corso: chi era cacciatore ora è preda. Il 4-1 è tutto qui.

Ora tocca all’Atalanta decidere se cambiare. Non lo farà! L’orchestra orobica per il calcio italiano e per quello medio basso europeo suona ancora piacevoli melodie. Soprattutto non è reale intenzione dell’Atalanta competere per lo scudetto. Tuttavia, quel 442 del 2 Tempo che ha dato concretezza e ragione allo scriteriato modo di fare del 352 iniziale… come interpretarlo?

Disse un gigante del nostro basket, Bogdan Tanjevic, allorché gli chiesero vent’anni dopo di commentare il successo europeo della sua Italia del ’99, che la Spagna ad un certo punto schierò la zona per non prendere 40 pt di scarto. Beh, Gasperini si è messo a specchio per non prenderne 8, dando alle sue marcature riferimenti ben più certi di quelli di partenza. Chissà che quell’Italia cestistica, outsider, e con grande cuore e difesa, non sia un esempio per il Napoli. Infatti il dato da cui ripartire non sono i 12 gol in 3 partite ma il solo gol subito in altrettante gare.

Massimo Scotto di Santolo

Juventus-Napoli, 3-0 a tavolino per i bianconeri

E’ arrivata l’attesa sentenza del giudice sportivo sulla partita Juventus-Napoli mai disputata. Vittoria per 3-0 a tavolino e -1 al Napoli

Il match Juventus-Napoli si decide, per ora, a tavolino. Il giudice sportivo, dopo giorni di analisi e riflessioni, conferma il 3-0 a tavolino con un punto di penalizzazione al Napoli. Gli azzurri faranno ricorso, lo ha fatto capire il legale Grassani poco prima della sentenza

“Il Napoli non accetterà sanzioni neanche minime ed una cosa deve essere chiarissima. In caso contrario, verranno percorsi tutti i gradi di giudizio che l’ordinamento statuale prevede e non si potrà fare a meno di rivolgersi all’autorità giudiziaria ordinaria. Partire per Torino avrebbe determinato la commissione di un reato, previsto e punito dall’articolo 650 del codice penale. Oltre a mettere in pericolo una moltitudine di soggetti”

Carraro: “Zeman mi ha dato tanto, con lui sono migliorato”

Marco Carraro, ex Pescara classe ‘98, si è presentato al Frosinone in conferenza stampa. Ha parlato anche dei suoi trascorsi con Zeman.

Quanta è stata importante la figura di Nesta nel tuo trasferimento a Frosinone?

“Sicuramente – spiega Carraro – è stato importante per il trascorso che ho avuto con lui nel Perugia. Con il mister e il suo staff mi sono trovato bene, per cui sono contento dell’opportunità che mi sta dando insieme alla Società giallazzurra”.

Cosa ti aspetti dall’esperienza a Frosinone e cosa pensi di portare in più alla rosa che hai trovato?

“Sicuramente arrivo in una piazza molto ambiziosa ed esigente, quanto al campo dobbiamo pensare partita per partita e non fissarci obiettivi e penso così facendo che potremmo riuscire a disputare un buon campionato”.

Contro il Frosinone hai giocato con il Pescara di Zeman e con il Perugia di  Oddo. Anche nella gara della rimonta canarina a Pescara.  Hai vinto, hai perso due gare e hai anche pareggiato. Che squadra hai affrontato in quelle quattro gare?

“Una squadra molto esperta, con giocatori che si conoscono da diversi anni peraltro di categoria superiore. Penso che sia uno degli organici più forti della serie B”.

Quanto c’è di Zeman nel suo modo di giocare e in cosa ritiene di dover migliorare?

“Zeman mi ha dato tanto, è stato il primo allenatore a farmi giocare in B. Con lui sono migliorato nel gioco in verticale, nel saper sfruttare lo spazio in profondità. Debbo migliorare invece nella fase di non possesso, spero di accrescere il mio bagaglio nello specifico qui nel Frosinone”.

Quali sono le tue caratteristiche principali? E in che ruolo del centrocampo ti piace giocare?

“A centrocampo mi piace giocare sia da play davanti alla difesa ma anche a due. Le caratteristiche sono di un giocatore al quale piace andare a prendere il pallone, palleggiare con i compagni, giocare un buon calcio sotto il profilo del fraseggio”.

Il suo ruolo di centrocampista la porta ad essere considerato il vice Maiello. Può giocare anche in altri ruoli del centrocampo?

“Io mi metto a disposizione del tecnico e di tutto l’organico, poi se posso dare una mano lo farò dove mi diranno di farlo. So adattarmi benissimo”.

Dopo l’esperienza a Perugia cosa si aspetta da questa stagione?

“Mi aspetto una crescita sia a livello personale sia come classifica rispetto alle ultime stagioni. E’ il punto più alto dei miei primi tre anni di carriera, arrivo in una piazza molto importante per questa categoria e spero di crescere insieme”.

In quale posizione di classifica collochi il Frosinone?

“E’ ancora presto per esprimere giudizi. Manca la condizione ottimale, sono arrivati dei giocatori nuovi e mi pare un po’ prematuro indicare una posizione precisa, credo che ne sapremo di più solo col passare delle partite”.

Maran: “Quando siamo partiti per Napoli non avevamo la testa per giocare”

Rolando Maran si confessa, interpellato su Juventus-Napoli, ai microfoni di Sky Sport. Si è espresso sul pericolo coronavirus e delle conseguenze che ha avuto sulla sua squadra.

Ai tanti che ancora non si spiegano i motivi per i quali il Napoli, prova a dare una mano Rolando Maran

“Voglio dare la mia testimonianza. Mi sembrava giusto esserci, fare commenti su altri aspetti non me la sento. Io posso raccontare quello che è successo a noi, come l’abbiamo vissuto e perché l’abbiamo vissuto”. 

“Ci siamo trovati da un giorno all’altro con tanti ragazzi positivi. Abbiamo seguito tutti i protocolli, ma forse eravamo già avanti. Nella trasferta di Napoli volevamo essere sicuri di portare solo i negativi, è stata una trasferta strana ma non è bastato. Questo deve fare alzare l’attenzione, noi ne siamo i testimoni attivi. Nonostante abbiamo seguito qualsiasi tipo di attenzione siamo qui in una situazione particolare”.

“Faremo altri tamponi, speriamo che ci siano buone notizie. Stiamo vivendo una situazione talmente grossa e particolare che siamo dispiaciuti per tutti. Bisogna stare attenti alla salute e poi anche all’aspetto calcistico.”

“Abbiamo tanta voglia di tornare in campo, anche perché, a parte una giornata in cui ci siamo allenati a gruppi, alla fine non ci siamo più allenati dalla partita di domenica scorsa. I ragazzi stanno bene, anche chi fa parte del gruppo squadra. La cosa importante è che si fermi il contagio, abbiamo fatto di tutto perché accada.”

“Quando siamo partiti per Napoli non avevamo la mentalità di chi va a giocarsi una partita. L’abbiamo fatto tra mille difficoltà, siamo partiti un giorno dopo proprio per essere tranquilli”

Lazio-Atalanta 1-4: La Dea è già Forza 8

Lazio-Atalanta riconferma la Dea. A poche ore dal sorteggio dei gironi di Champions League, la cui urna ha regalato sfide di grandissimo fascino con Liverpool e Ajax e il Midjytilland. A pochi mesi dallo storico quarto di finale raggiunto, l’Atalanta inizia la nuova stagione dando otto roboanti giri al motore.

Lazio-Atalanta. L’ennesima grande partita della banda di Gasperini restituisce nell’immediato due elementi estremamente significativi:
-Il primo è un dato statistico, che riguarda Robin Gosens. Con la prestazione monstre di ieri sera l’esterno sinistro raggiunge quota 10 reti e 9 assist in 36 partite. Nessun difensore come il tedesco dall’inizio dello scorso campionato nei principali cinque campionati europei.
-Il secondo è un dato di fatto. E ha come protagonista il Papu Gomez. L’universalità dello spessore e del valore dell’argentino devono essere ormai riconosciuti al punto da considerarlo senza dubbio tra i migliori nel ruolo all’interno del panorama europeo.

LA PARTITA

Guardando il risultato si potrebbe pensare che la Lazio sia stata surclassata sotto tutti i punti di vista e che abbia offerto una prova largamente insufficiente. Vero solo in parte, poiché il marchio di fabbrica dell’Atalanta vuole che le vittorie arrivino il più delle volte passando letteralmente sopra agli avversari.
Ma i biancocelesti, pur perdendo meritatamente, avevano approcciato anche bene alla gara, cercando in maniera molto ambiziosa di schiacciare l’Atalanta nella propria metà campo e riaggredire immediatamente bloccandole la fase di uscita, e hanno avuto le loro occasioni. Basti pensare alla traversa rocambolesca di Immobile nel primo tempo e all’errore a tu per tu con Sportiello nella ripresa che avrebbe portato il risultato sul 2-3 nel giro di poco tempo. E quando al termine della prima frazione il tabellino segnava lo 0-3 saranno sicuramente partiti i voli neanche così pindarici atterrati allo scorso anno quando con le stesse dinamiche la Lazio nella ripresa conquistò il 3-3

L’Atalanta è stata certamente più cinica e risolutiva nel momento topico, confermando la regola secondo la quale prestazioni brillanti generano principalmente gol brillanti. Un assunto che tiene pienamente fede alla natura della squadra.
E ne sono testimonianza sia il secondo di Hateboer che il quarto di Gomez.
Paradossale pensare che l’olandese lo scorso anno sia rimasto all’asciutto in campionato. Specialmente tenendo conto delle direttrici di gioco classiche. Coinvolgono costantemente gli esterni e dei numeri da capogiro sotto questo punto di vista dell’amico Robin sulla fascia opposta. E’ di quest’ultimo il pallone pennellato che al volo di destro viene scaraventato in rete.

Errore individuale da matita blu di Marusic, che stringe troppo senza motivo lasciando l’avversario completamente solo e libero di inserirsi alle sue spalle.
Quello di Gomez, l’ultimo della gara, è un vero e proprio gioiello. Tecnica individuale, esplosività e rapidità di esecuzione, che spegne nel migliore dei modi il fuoco vivo del match.

Difficile stabilire dopo sole due giornate se l’Atalanta sia in grado di migliorare addirittura il terzo posto dello scorso anno. Considerando anche il dispendio di energie psicofisiche e i punti che la Champions potrebbe togliere come lo scorso anno.
I soliti straordinari richiesti all’imprescindibile duo Freuler-De Roon saranno probabilmente arricchiti dall’arretramento di Pasalic in diverse situazioni. Faranno da contraltare all’abbondanza quantitativa e qualitativa in avanti, in speranzosa attesa sempre di Ilicic, e al buon numero di alternative nel reparto arretrato.

Di certo parlare di realtà a tutti gli effetti è scontato già da parecchio. Ma se le aspettative continuano a crescere senza sosta, le pressioni iniziano a diventare gigantesche principalmente e soprattutto per altri nerazzurri. Quelli aventi base a Milano.
Per Gasperini, che non riuscirà mai a farsi apprezzare del tutto. Atteggiamenti spesso poco consoni in panchina e vena polemica sempre pronta ad emergere quando le cose non girano come dovrebbero. Quella contro la Lazio è la vittoria numero 100 in 189 partite in Serie A con l’Atalanta.

Gioacchino Piedimonte

Roland Garros, Nadal batte Mcdonald e Burger King scherza

Battuta in stile “Il Principe Cerca Moglie”, in cui in modo scherzoso si gioca la guerra tra i re del burger. Succede al Roland Garros, Nadal batte Mcdonald e scatta un Tweet di Burger King France.

“Probabilmente sarai ancora affamato”, recita il post di Burger King France. Rafael Nadal ha appena divorato Mcdonald in un boccone, 6-1 6-0 6-3, ma per i social media manager era ghiotta l’occasione per una geniale trovata pubblicitaria.

SALVIO IMPARATO