Inter – Napoli 1-0: Tanto rumore per nulla!

La reazione sulfurea della città di Napoli alla sconfitta della propria squadra fuori casa, contro l’Inter, svela tutta la fondatezza della categorizzazione di Luciano De Crescenzo. I napoletani sono uomini d’amore e non di libertà.

1. I precedenti

L’Inter dell’ultimo decennio ha sempre rappresentato una squadra povera d’idee. Riciclatasi a Nobile decaduta, come i Ranieri a Napoli, ha approfittato di vecchie amicizie e tristi oboli per allargare i cordoni della borsa e costruire squadre quantomeno decenti. Ora i nerazzurri i soldi li hanno. Il cash lo ha portato un imprenditore cinese, il quale vive in terra meneghina il medesimo pregiudizio che affliggeva i ricchi borghesi rinascimentali agli occhi del ceto nobiliare. La famiglia Suning ha costruito in tre anni, con la consultazione “vescovile” di Marotta, una squadra cinica e aspirante vincente.

Il sempre competitivo Napoli di De Laurentiis ha incontrato sia l’Inter ormai demodé che quella attuale e distopica. E negli ultimi 12 anni, pur finendo sovente a fine anno davanti all’Inter in classifica, ha vinto a domicilio dei neroazzurri tre volte: una con Gattuso in Coppa Italia; una con Mazzarri e una con Sarri, entrambe in campionato. E nei 7 anni di Maradona? Domanda da porsi, visto che la sconfitta del Napoli di Gattuso contro l’Inter di Conte parrebbe aver ridimensionato d’un tratto gli azzurri. Beh, Maradona in 7 anni di Napoli, con due scudetti vinti contro l’unico, nello stesso periodo, dell’Internazionale dei Tedeschi, non ha mai sbancato San Siro sponda neroazzurra.

Sembra a questo punto scontato definire la sconfitta del Napoli assolutamente non dirimente ai fini della competitività degli stessi azzurri per il tricolore. Allora perché brucia tanto? Perché il napoletano è uomo d’amore, che ancora sogna sebbene cullato da una leggera ipocrisia che il merito sia un principio fondante del calcio. Tuttavia, quest’ultimo è per definizione considerato sport naturalmente episodico. Il merito non trova sponda nella fatalità.

2. La partita

Si parla di merito e destino, in quanto la partita di San Siro enuclea quanto la vita sappia risultare beffarda. Il Napoli ha concesso due occasioni in 90′ ai neroazzurri: un rigore in movimento a Lautaro su passaggio sbagliato di Koulibaly; un rigore effettivo, fischiato da Massa e trasformato da Romelu Lukaku, al secolo Cazzaniga. Per il resto, il Napoli, mai aggredendo alto, mai concedendo in campo aperto l’1vs1 delle due punte avversarie contro i propri difensori e infine mai aprendo linee di passaggio dirette tra il portatore di palla e la trequarti offensiva, ha demineralizzato l’attacco di Conte.

Ragguardevole, però, la scelta di Rino che per non disputare partita solo attendista ha rispolverato una impostazione a 3 ancelottiana. La mossa ha consentito al Napoli di controllare per tutto l’arco del match il possesso palla. Rui e Lozano tenevano bassi Darmian e Young. Lautaro e Lukaku erano in inferiorità numerica sul giro palla azzurro tra i tre difensori – Di Lorenzo, Manolas e Koulibaly -. Inoltre, Gattuso ha piazzato in fase di prima impostazione Inisigne al fianco del terzo di sinistra della difesa azzurro, cioè Koulibaly. Impegnato Darmian con Rui, il capitano partenopeo è stato preso spesso e volentieri da Barella. Dall’altra parte, Gagliardini quando accorciava su Di Lorenzo scopriva spazio alle sue spalle. Attacco del quale veniva compiuto a turno da Demme e Bakayoko. Brozovic a quel punto si trovava in mezzo al guado tra Zielinski e un mediano del Napoli.

L’Inter compreso lo scacco al Re decide per l’attendismo. Questo fitto tatticismo tra i due allenatori ha costruito tuttavia un primo tempo scarno di emozioni, dove la luce l’ha usucapita Zielinski sverniciando Brozovic più di una volta. Nel 2 Tempo, complice un Inter fisicamente stanca, il Napoli viene fuori talmente bene che costruisce almeno cinque occasioni da gol clamorose. Non ne segna alcuna ma nelle more subisce un rigorino che gli costa la partita. L’intraprendenza di Sensi, scelta da Conte per l’infortunio di Brozovic paga un gollonzo.

3. Il Napoli eterna promessa

Ovviamente l’esiziale trasformazione dal dischetto di Lukaku che raggiunge Ibra e Ronaldo in testa alla classifica marcatori apre il dibattito sull’affidabilità del reparto offensivo del Napoli. Tre bomber che declinano anche le prime tre posizioni del campionato. E non ce n’è mezzo del Napoli. Tanta qualità, i partenopei, ma poco cinismo? Quando certi giocatori esploderanno definitivamente? Il Napoli ha il terzo attacco d’Italia. A 4 gol dal primo. La migliore, in compenso, tra le difese. Essere primi in entrambe le statistiche significherebbe veleggiare come Alinghi, non gareggiare alla pari con gli altri. E che il Napoli non sia Alinghi, credo sia cosa conclamata.

Si vuole far finta d’ignorare che il grande merito di De Laurentiis, cioè aver tenuto in rosa 3 punte ciascuna di un livello superiore al proprio compagno, di questo scorcio di stagione è il più grande limite degli azzurri. Petagna terzo attaccante, che dovrebbe giocare quando capita, è divenuto un co-titolare delle 10 partite pre-natalizie. Qualcosa paghi, per forza, sebbene Petagna stia giocando alla grande, sopra tutte le più rosee aspettative. E attenzione, con l’infortunio di Mertens e Osimhen, Petagna diverrà persino il titolare del Napoli.

A deludere i napoletani non è solo l’attacco ma anche la tempestiva incapacità di alzare il cinismo al crescere dell’ostacolo. Il Napoli ha perso 4 delle 6 partite contro le prime 8 del campionato. S’ignora anche in questo caso che una di queste è occorsa a tavolino; s’ignora peraltro che in realtà siano anche stati rifilati 8 gol tra Roma e Atalanta. E invece bisognerebbe rilanciare, per la crescita dell’ambiente Napoli, il peso della sconfitta interna contro il Sassuolo. De Zerbi, ad ora, sta facendo sanguinare i cuori azzurri ben più delle sconfitte a tavolino e contro le squadre milanesi… Ed è in questi match in cui il Napoli è favorito che il Ciuccio deve diventare infaticabile e pertanto infallibile.

4. L’arbitraggio di Massa

A qualcuno l’arbitraggio di Inter-Napoli condotto da Massa ha ricordato quello di Mazzoleni in una brutta notte di Santo Stefano di due anni fa durante la quale sempre Inter e Napoli si sfidarono a San Siro. Santo Stefano impreziosito da scontri ultras, che costarono un morto, e cori razzisti che piovvero dagli spalti e che avrebbero richiesto la sospensione della partita. Anche in quel caso, il Napoli perse un giocatore simbolo per infortunio. Due anni fa, Hamsik mentre, quest’anno, Mertens. E anche in quell’occasione, il Napoli rimase anzitempo in 10 per un applauso ironico di Koulibaly all’arbitro Mazzoleni. Stavolta è toccato a Insigne, il quale pure due anni fa fu espulso benché a pochi minuti dal fischio finale. Due anni fa, per giunta, il Napoli perse 1-0.

L’arbitraggio per quanto egotista e permaloso – l’arbitro per quanto senza personalità – non ha commesso errori così gravi da condizionare il senso di un match. L’espulsione di Insigne per insulti al direttore di gara può risultare fiscale ma ai sensi di regolamento non inventata. La poca personalità la si denota sul principio di compensazione che ha animato la direzione di Massa e sull’episodio di Lozano che cerca il contatto petto contro petto con l’arbitro rimediando solo un giallo. Ben più grave dell’insulto d’Insigne. Come Mazzoleni, anche Massa ha lavorato nelle pieghe del regolamento, beccando in fallo un Napoli ingenuo e fumantino.

5. San Gennaro

Molti hanno immediatamente ricondotto la sconfitta del Napoli in terra milanese, per come maturata, al sangue di San Gennaro che al mattino non si è sciolto. La Juventus pareggia in casa contro l’Atalanta. C. Ronaldo sbaglia un rigore. Il Milan pareggia in casa del penultimo Genoa. Destro confeziona una doppietta.

Il Napoli resta a -5 dalla vetta. Domenica, dopo la rimonta casalinga contro la Sampdoria, si parlava di scudetto ma si era a -4 dal primo posto. Il Napoli ha perso già 4 partite tra sedi di Tribunale e campo. L’ultimo Napoli secondo in classifica, quello di Ancelotti, con 3 sconfitte e 2 pareggi, chiuse il girone di andata a -10 dal primo posto ma con 44 punti – media sarrista -.

Per ora, tanto rumore per nulla ma Lazio e Torino diventano due finali per restare in scia. E la scia è quella che utilizzano i migliori ciclisti per piazzare poi l’allungo vincente. L’importante è non perderla!

Massimo Scotto di Santolo

Paolo Rossi ci lascia. Addio Pablito Mundial!

L’iconico Paolo Rossi è morto all’età di 64 anni. Stroncata la sua vita da un brutto male ma per tanti ragazzi italiani, oggi adulti, il suo assolo dell’82 equivale ad un riff dei Rolling Stones

1. Un’estate al mare

Una solita estate italiana tra Jukebox e un bagno al mare. Quell’estate dell’82 però il tormentone non è di Umberto Tozzi o di Giuni Russo ma di un ragazzo smilzo, dai fianchi matronali, che flirta con la linea del fuorigioco. Si chiama Paolo Rossi e per tutti, dall’82 in poi, sarà Pablito mundial.

Condurrà la nazionale italiana di calcio più discussa della storia a vincere il mondiale, segnando 6 reti in 3 partite – quarti, semifinale e finale -.

2. Le polemiche del mondiale ’82


Un crescendo rossiniano: all’indomani di un girone qualificatorio giocato dall’Italia in modo maldestro, senza nemmeno una vittoria – al quale il compianto giornalista Oliviero Beha opporrà una scarsa regolarità e una valigetta con tutti i soldi necessari per convincere il Camerun a non sbatterci fuori dal Mondiale – la squadra per le troppe critiche si chiude, su decisione di Zoff e Scirea, in un assordante silenzio stampa. E il girone a fatica verrà in questo modo superato. Beha, successivamente, sparirà progressivamente dal mainstream televisivo.

La scelta dei ragazzi azzurri occorse per proteggere dalla avventatezza di certe penne che scrivevano un giorno si e l’altro pure il de prufundis ad Enzo Bearzot, ct di quella nazionale.
Più padre che uomo per tanti nazionali dell’82.
Durante il silenzio stampa, non mancarono momenti di tensione come quando l’inviato Mario Sconcerti e Tardelli, centrocampista della nazionale azzurra, vennero quasi alle mani.
È una storia pertanto prettamente italiana. Rossi appena trasferitosi alla Juventus dal Vicenza fu squalificato per calcioscommesse. Lui e Bruno Giordano le vittime eccellenti.

Paolo Rossi fu il sogno proibito, prima del si alla Juventus, di Ferlaino, che provò ad acquistarlo in ogni modo ma Rossi riteneva il Napoli non all’altezza delle sue ambizioni. La Juve lo era invece eccome, visto che nel frattempo già viveva il decennio d’oro. Alla guida della Vecchia Signora Trapattoni, con cui la Juventus vincerà tutto. Bruno Giordano invece qualche anno dopo fu il felice ripiego di Ferlaino; Bruno che affiancò Maradona per portare a Napoli il primo storico scudetto.

3. Rossi vs Pruzzo: decide Bearzot


Rossi passa da titolare, con Bettega, della bellissima nazionale dei mondiali di Argentina del ’78 guidata sempre da Bearzot e da nuovo centroavanti della Juventus del Trap ad allenarsi due lunghi anni con le riserve dei bianconeri. Tanto fu la squalifica comminata dal Giudice Sportivo. Bearzot tuttavia non dimentica l’efficienza di Paolo Rossi, ha il suo gruppo già sperimentato 4 anni prima e con quello vuole giocarsi il mondiale dell’82, visto che quattro anni prima, in Argentina, l’avventura finì alle semifinali.


Bearzot così non convoca Roberto Pruzzo, goleador implacabile della Roma di Liedholm, con la quale nell’82 il bomber ligure era divenuto pure capocannoniere. Lo spazio per Pruzzo ci sarebbe stato ma Rossi dopo due anni d’inattività andava aspettato. Per Bearzot, è certo che Paolo non sarà in forma le prime partite. La stampa, a quel punto è altrettanto certo, chiederà di sostituirlo con Pruzzo.

Quindi, Bearzot convoca un altro attaccante, destinato a divenire mascotte di quella nazionale perché accetta la convocazione conscio del fatto che non giocherà mai.
Si chiama Franco Selvaggi e fa di mestiere la punta nel Cagliari.

4. Paolo Rossi. Pablito Mundial

E così accadrà: Paolo Rossi giocherà male le prime 4 partite del mondiale.
I giornalisti non poterono invocare Pruzzo ma solo i Santi circa il perché non fosse presente in quella spedizione azzurra.

Poi la partita contro uno dei primi 5 Brasile di sempre… e lì all’idea dei cinque n. 10 contemporaneamente in campo, Bearzot opporrà il contropiede e l’uomo che gioca sulla linea del fuorigioco. Rossi, con il suo tempismo, lo scatto incontenibile nei primi metri, la capacità di non finire mai in offside e partire quindi soltanto all’ultimo cm ancora a disposizione, dilanierà la poco organizzata difesa del Brasile realizzandone 3 di reti.

E poi altre 2 alla Polonia. E 1 alla Germania in finale. L’Italia campione del Mondo. Paolo Rossi un anno dopo pallone d’oro. Per i ragazzi del Giulio Cesare di Roma che l’82 sostennero la Maturità, Paolo Rossi fu il tormentone estivo che li accompagnerà per tutta la vita. Nostalgia.

Massimo Scotto di Santolo

Crotone-Napoli 0-4: se il Napoli fosse del nord sarebbe un piccolo Milan

Crotone-Napoli, l’azzurro non impressiona, ma continua a vincere nonostante gli manchino i rigori del Milan, calciatori talvolta decisivi e 4 pt sacrificati all’altare del “Tavolino” per aver dato ascolto all’ASL. Not bad, esclamerebbe un anglosassone.

1. Crotone fumoso

Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari. Se Zeman non avesse scelto di schierarsi contro i poteri forti sarebbe un piccolo Guardiola. Un Barcellona molto meno spietato sotto porta sarebbe un piccolo Crotone. Se Messi non realizzasse gol a vagonate sarebbe un piccolo Messias. I numeri degli azzurri in Crotone-Napoli sono estremamente ragguardevoli.

Questo consente rapidamente di comprendere che il Napoli allo Scida non avrebbe mai passeggiato. Stroppa che per devozione zemaniana tende a muovere, piuttosto che le ali, le mezze ali in diagonale fa giocare ad alta intensità i calabresi, cercando un equilibrio tattico con un difensore in più. Il mister crotonese offre alla platea calcistica un 352 arioso. Il Crotone fino ad ora ha ospitato tutte le prime della classe, manca soltanto l’Inter. Poiché le salvezze si costruiscono in casa non bisogna cantare ancora il de profundis agli squali, i quali già una volta rimontarono una situazione disperata salvandosi. All’epoca, in panchina c’era Nicola e in attacco Falcinelli.

Quest’ultimo andò in doppia cifra di reti realizzate. Ecco, il Crotone paga una mole di gioco piacevole e briosa ma mai ficcante. Simy ricorda una quercia silenziosa e centenaria, protegge meravigliosamente la palla. Messias gli ronza intorno come un picchio, che parrebbe in grado di perforare qualsivoglia difesa. Eppure entrambi smarriscono gusto e acquisiscono per la propria squadra perdenza vanificando la loro abnegazione sotto porta. Non propriamente cecchini, l’albero perforato dal picchio ospite.

2. Un Napoli vittorioso

La non continuativa fluidità di gioco non permette di stimare ancora il vero valore di Gattuso. Sembra sempre che siano i demeriti degli altri a farci grandi. A costituire, stasera, una diminutio per il Napoli sembrerebbe l’espulsione di Petriccione. Il bassotto dal grande fiuto per i palloni e dall’irrefrenabile vivacità sulla mediana, che sovente sfocia in disordine quando applicato al ruolo di regia, a causa di entrataccia lascia in 10 il Crotone contro un Napoli, grazie al polacco Zielinski, a trazione anteriore ma non di certo squilibrato.

Insigne, Lozano e Petagna hanno potuto affrontare tre mismatch contro rispettivamente Cuomo, Marrone e Luperto; i quali poi in campo aperto, prima, e in inferiorità numerica di squadra, dopo, hanno manifestato tutta la loro sofferenza nei duelli individuali. Zielinski, che certe sere ricorda la centralità estetica dell’étoile di Parigi, ha impedito che il duro proletariato di Demme e Bakayoko non trovasse un eccessivo distaccamento ideologico, tradotto in metri di campo, dalla delantera azzurra.

In Crotone-Napoli gli squali hanno giocato per 30 minuti ad altissimo voltaggio. Se l’arbitro non avesse espulso Petriccione, quel tipo di ritmo avrebbe mantenuto eguale intensità per 90 minuti? Forse no. Il Napoli avrebbe vinto lo stesso, non 0-4, ma chiuso i giochi probabilmente nella seconda metà del 2 Tempo. Petriccione ha solo evitato al Napoli una ennesima e sudatissima vittoria.

3. Dieguito Demme

Sugli scudi il ritrovato Dieguito Demme in Crotone-Napoli. Messo inizialmente da parte dallo stesso Gattuso per far posto alla belva della mediana, Bakayoko, e perse successivamente le distanze in un 4231 oltremodo offensivo la cui inefficienza operativa è esplosa nella sconfitta interna contro il Milan, Rino in concomitanza con la morte di Diego Maradona ha rispolverato l’orologio da polso tedesco.

Demme non fa nulla che sia sbagliato ma non appare capace di sconvolgere mai una partita con una singola giocata personale ed esclusiva, sebbene controlli il battito della squadra sia in difesa che in attacco. E’ un tranquillante naturale. Anche la sua innata capacità di recuperare palloni si esprime con una serenità disarmante. Mai arrembante e tecnicamente sopraffino, il tedesco di origini calabre ma cresciuto sognando Napoli e Maradona organizza la manovra con una semplicità così trasparente da dover rivedere le categorie del talento.

Inoltre, in questo momento della stagione risulta talmente indispensabile che per azzannare il momento Demme ha iniziato a realizzare anche reti che due in una sola stagione rappresentavano un vizio a cui raramente in carriera si è lasciato andare. Illuminista.

4. Andrea Petagna

Petagna, invece, ricorda come il gioco di Gattuso abbisogni di una punta di peso. Il giro palla approntato da Rino, per molti inutile, è innanzitutto difensivo – se la palla la ho io gli altri non possono segnare -; in secondo luogo, è un’esca: tirare fuori gli avversari dalle proprie posizioni convincendoli a pressare in avanti e infine, laddove non sia possibile uscire palla a terra e ragionando, un bel calcione a cercare la sponda di Petagna. La seconda palla, qualora il bulldozer ex spallino metta già il rilancio del suo compagna di squadra difensore, è aggredibile dai tre trequartisti azzurri verosimilmente in uno contro uno al cospetto dei difendenti avversari.

Perciò Petagna, in assenza di Osimhen, ben più di Mertens risulta funzionale al ruolo di prima punta. Alla Giroud con la Francia campione del mondo: “io sgomito voi segnate” disse così Olivier a Mbappe e Griezmann. Ovviamente Petagna non ha gli stessi scores realizzativi di Giroud, ha però toccato vette importanti con la Spal, la quale per necessità virtù intravedeva in Andrea l’unica bocca di fuoco armabile. A tal punto ciò che Semplici per due anni ha costruito una squadra che giocasse esclusivamente a suo uso e consumo.

Mi sembra nell’ordine delle cose che sia Petagna a disposizione del Napoli e non il contrario. Altrettanto che due, i gol fatti sino a Crotone-Napoli dal centroavanti azzurro, siano un ricompenso che debba soddisfare tutti. Chiedere di più sarebbe ricercare un tesoro che non c’è.

5. I rigori dopo Crotone-Napoli

Il Napoli, dunque, resta a -6 pt dal Milan benché come in premessa si ricordano i 4 pt lasciati in Tribunale. Uno di penalizzazione, tre dati in omaggio dalla giustizia sportiva a tavolino alla Juventus. Il Napoli sul campo ha collezionato 21 punti con una partita ancora da giocare. Potenzialmente a – 2 dal Milan, che regge ritmi impressionanti sia in attacco che in difesa. La classifica è la sublimazione di questo perfetto equilibrio tra le due fasi che spesso in Europa viene un po’ meno.

Altrettanto devastante è la capacità del Milan di procurarsi rigori. 8 in 10 partite di campionato, per l’appunto. Una media ben superiore a quella altrettanta dopata da errori grossolani della Lazio, che alla fine ne guadagnò 14 di tiri dal dischetto. Il Milan nella classifica particolarissimi degli expected goals (Xg) è primo. Xg è l’acronimo con cui si concretizza in percentuale le possibilità di fare gol di una squadra in relazione al suo sforzo offensivo. 8 rigori risultano statistica gonfiata per quanto la metà dei penalty ricevuti risulterebbe un numero alquanto coerente con la capacità offensiva.

Il Napoli, che insegue al 2 posto, avendo gli stessi pt dell’Inter ma sul campo una partita in meno, ha il migliore attacco ed è seconda nella classifica degli Xg. Inoltre, al 17.11.2020 gli azzurri erano la squadra con il maggior numero di tiri verso la porta e il maggior numero di tiri nello specchio della porta. I partenopei hanno ricevuto in cambio 0 rigori. Per la precisione 9 nelle ultime 86 partite. Tra la vetta e il Napoli di Crotone c’è anche tanta “sfortuna”.

Massimo Scotto di Santolo

Stadio Diego Armando Maradona, è ufficiale!

Lo aveva confermato oggi il sindaco Luigi De Magistris e dopo è apparso anche il comunicato della Ssc Napoli: “Benvenuti allo Stadio Diego Armando Maradona”

Ebbene si, allo Stadio San Paolo l’ultima partita è stata Napoli-Roma 4-1. Dal dieci dicembre si giocherà nello stadio decicato al Pibe De Oro scomparso recentemente.

“Maradona metterà d’accordo tutti anche i Santi. Restano il Parco San Paolo, e l’Ospedale San Paolo e su questo non avrebbe da ridire nemmeno San Gennaro. Maradona è un nome che fa andare oltre, anche alla polemica“

Il Napoli giocherà la prima partita, nell’arena dedicata a D10S, il 10 dicembre contro il Real Sociedad. Il debutto in campionato sarà contro la Sampdoria, ultima avversaria di Maradona in serie A nel 1991, prima per la squalifica di 18 mesi inflittagli per doping.

SALVIO IMPARATO

Romagnoli 200: “Devo tanto a Zeman. Mi volle lui in prima squadra”

Romagnoli-200-Zeman

Alessio Romagnoli 200. presenze in serie A. Il difensore romano si racconta a Skysport, dalla Roma a Zeman e al presente ripercorre tutte le tappe.

Romagnoli 200 su skysport

Duecento presenze. Non un traguardo ma una partenza”

“Romagnoli 200. Duecento partite vogliono dire tante cose, le vedo come un punto di partenza e non di arrivo”- sostiene il numero 13 rossonero – “e spero di farne altre 200 se non di più, sono sempre orgoglioso di essere capitano del Milan, darò sempre il mio massimo ad ogni gara, Il mio sogno è di diventare il più forte di tutti, di vincere e di essere ricordato come un vincente. Ogni giocatore lavora per questo. Punto ad essere un vincente e a vincere il più possibile”. Sul futuro al Milan: “Mi trovo benissimo al Milan, è stato subito amore a prima vista, sto bene a Milano, ho un contratto fino al 2022, manca ancora tanto, poi vedremo. Finché starò qui darò sempre il massimo”. L’ambiente milanista piace ad Alessio, che si confa anche al suo carattere: “Fuori dal campo sono molto tranquillo, anche timido. Mi piace tenermi dentro le cose, ho mantenuto sempre le stesse amicizie, a Milano però ho trovato il mio ambiente ideale”.

La Roma e il primo gol, Zeman, Garcia e il ruolo di terzino

Parole dolci per il suo passato giallorosso:  “Devo tanto alla Roma, tantissimo. Mi ha preso da bambino e mi ha cresciuto, devo tanto a Zeman, mi ha voluto in prima squadra quando ero molto giovane. Fu veramente una bella esperienza. Il mio primo gol è stato molto emozionante”- continua Romagnoli- “poi andare ad abbracciare Francesco è stato fantastico. Sono contento di esserci stato anche io”. Sul passato da terzino con Garcia: “Mi sento un centrale, a diciotto anni non potevo dire di no a giocare terzino. Feci abbastanza bene, fu un’esperienza importante per me ed un passo importante nella mia carriera”.

Mihajlovic, Nesta e Gattuso

Molto importante per la sua formazione anche l’anno a Genova con Mihajlovic, ritrovato poi anche in rossonero: “La Sampdoria la ricordo con grandissima emozione, Mihajlovic per me è stato molto importante. Devo ringraziarlo perché mi ha voluto fortemente alla Samp e al Milan, ha fatto spendere tanti soldi per me, mi ha fatto giocare anche quando facevo qualche errore”. Sulla scelta di prendere il numero 13, lo stesso di Alessandro Nesta: “Nesta per me è il più grande difensore della storia, italiano e non solo. La 13 era disponibile, mi sono sentito di prenderla, senza problemi, con molta leggerezza”. Romagnoli ricorda poi l’arrivo di Gattuso in rossonero, con il relativo addio di Vincenzo Montella: “Mi dispiacque l’esonero di Montella ma il calcio va così, poi arrivò Rino, una persona vera come Sinisa, un vero uomo. Con lui arrivarono i risultati e le soddisfazioni, fu un anno veramente fondamentale per noi. Quel Milan è stato lo specchio del suo allenatore, un Milan sempre pronto a battagliare”.

L’arrivo al Milan, la Supercoppa e la fascia di capitano

“Ho detto sì al primo istante, è bastata una chiamata del mister. Tutto il resto lo ha fatto Galliani col mio ex procuratore. Il Milan vuol dire campioni, trofei vittorie, mi sono sentito sempre parte di una famiglia. Sono arrivato molto giovane, sono qui da sei anni e non posso chiedere di meglio, è stato subito amore a prima vista”. Un pensiero particolare alla Supercoppa, primo trofeo della carriera: “”Il primo trofeo non si scorda mai, negli anni abbiamo potuto vincerne altri, come la finale di Coppa Italia persa ai supplementari. Ne ho perse tre, spero di rimediare nei prossimi anni. Il primo trofeo comunque è stato molto importante”. Che emozione la fascia da capitano, ereditata da Gattuso: “Eravamo in tournée in America, Gattuso mi toccò il braccio e dissi subito sì. Essere capitano di una squadra così gloriosa a 23 anni può essere solo motivo di orgoglio. La fascia del Milan in pochi la indossano, l’hanno indossata i più forti al mondo, è una spinta per fare sempre meglio”.

Il Milan, Pioli, Ibra e il sogno scudetto

Grande stima per il tecnico rossonero Pioli: “E’ uno di noi. Una persona che fa le cose in gruppo, ha voluto tanto che questo gruppo potesse crescere. Non dobbiamo fermarci, siamo all’inizio, niente è scritto. Dobbiamo essere bravi a sfruttare il momento e fare il meglio possibile”. Su Ibrahimovic, vero trascinatore dello spogliatoio milanista: “Ha aggiunto fame di vittorie, mentalità e gol che all’inizio ci mancavano”.  Lo scudetto? “Il nostro obiettivo è e rimane la Champions, il campionato è ancora lungo, è ancora presto per fare previsioni. Giochiamo ogni partita al massimo per arrivare la Champions, poi vediamo”.

Giacomazzi: “Legai tanto con Zeman, lavoro duro che in campo ti ritrovavi”

Giacomazzi-Zeman

Guillermo Giacomazzi si è raccontato a calciolecce.it. Oltre al suo passato a Lecce e a quello con Zeman, ha parlato anche delle esperienze di Empoli e Palermo.

Bella intervista Giacomazzi. Oltre alle parole su Zeman, da leggere è il racconto sul passaggio dal Boemo a Gregucci. Se è vero che con Zeman si poteva arrivare più in alto, c’è da dire che è proprio per quel tipo di calcio che si è sfiorata la Uefa e si sono battuti importanti record, per la storia del Lecce, di Zeman e del calcio. Ed è per questa differenza di mentalità e ovviamente di statura tra i due tecnici che con Grecucci si è retrocessi.

“Pantaleo Corvino mi disse che il tecnico mi voleva fortemente. Andai a parlare perché l’anno prima fu particolare, non giocavo molto e volevo capire se da parte della società c’era qualche malcontento e se dovevo guardarmi intorno. Zeman intendeva il ruolo di mezzala come l’avevo fatto l’anno prima, mi aveva visto giocare già in Uruguay quando giocavo nel 4-3-3 e mi disse di giocare così“.

RITRATTO DI ZEMAN, TRA GIOIE E DOLORI

“Il mister, ironico e molto particolare, legai tanto con lui, mi convinse a rimanere e gli ricambiai la fiducia spaccandomi fin dal primo allenamento. Le sessioni erano dure, lui era un po’ personaggio, ci faceva lavorare anche per rispettare questa sua consuetudine. Il lavoro però te lo ritrovavi in campo, ho imparato tanto dal punto di vista offensivo. I suoi principi ci davano libertà, una libertà all’interno di un insieme di calcio. Credo che quella squadra ogni tanto esagerasse col giocare in avanti. A lui non piaceva quando difendevamo l’1-0, accadde con l’Atalanta e si arrabbiò molto nonostante i tre punti. Dovevamo sempre offendere, e ci insegnava tanto. Dall’altra parte, però, difensivamente c’erano dei concetti particolari, prendevamo dei gol evitabili, Cassetti e Stovini si arrabbiavano spesso…era comunque il suo modo di fare calcio. Facemmo tantissimi gol, eravamo una squadra che proponeva calcio”.

I CONTRASTI

“Ogni tanto – raconta Giacomazzi – parlavamo con Zeman durante il campionato. A volte andavo io a volte Stovini dato che Ledesma era un po’ introverso, chiedevamo di riposare. Ad esempio dopo un venerdì di doppio chiedevamo un po’ di stop e mi diceva, prendendomi in giro, ‘Giacomazzi, vuoi fare te l’allenatore’. Accettavamo e la prendevamo sul ridere. Il secondo ci illustrava spesso i metodi sul ritiro, i calcoli sugli allenamenti e altro. A volte, però, a un calciatore basta una pausa anche mentale per star bene”.

IL CALO E L’EUROPA MANCATA

“A gennaio tendenzialmente le squadre di Zeman calavano dal punto di vista fisico…abbiamo sofferto con delle prestazioni non all’altezza, ma giocavamo. Ricordo una sconfitta ingiusta a Udine, facevamo la partita non come all’inizio ma giocavamo ‘schiaffo su schiaffo’. Sui campi pesanti facevamo fatica. C’è rammarico per quanto non fatto, potevamo ottenere qualcosa in più, anche sul piano delle dichiarazioni. Alla società non piacquero delle sue uscite, il mister mise delle idee di Europa all’ambiente. Alla fine ci salvammo ed era quello l’obiettivo del Lecce. A me è rimasta quella cosa. Ci fosse stata qualcosina di diverso, dal mister alla società, ce la saremmo giocata diversamente per arrivare a qualcosa d’importante”.

GIACOMAZZI E IL PASSAGGIO DA ZEMAN A GREGUCCI

“Un calo di motivazioni dopo l’anno con Zeman e le due stagioni deludenti? Il post Zeman per me fu traumatico. Con Gregucci mi ruppi il crociato, non ci sono stato nei primi cinque mesi, rientrai velocemente ma una volta tornato dopo questi tipi d’intervento non si è mai al cento percento. Ci furono grossi cambiamenti di mentalità: passammo da un tecnico stra offensivo a un catenacciaro, quel Gregucci era catenacciaro. Fare pressing offensivo con lui era impossibile. Fu complicato cambiare ‘chip mentale’ alla squadra. Non sapevamo come far male alle grandi. Con Zeman l’unico cambio ‘difensivo’ era mettere Cassetti davanti, con Angelo messo a fare terzino. Fu l’unico cambio che ci lasciava un po’ straniti. Non ci diceva nulla di strano se giocavamo così contro la Juve, il Milan o la Lazio. Lui voleva andare alto, aggredire…“

CAMPIONATO INFELICE

“Con Gregucci ogni palla era una copertura e non riuscimmo a cambiare. Dal punto di vista offensivo e fisico si percepì il cambiamento di una squadra sofferente. I difensori si sentivano protetti, ma la squadra era lontana dalla porta avversaria. Il mister era alle prime esperienze, sicuramente ci fu un dialogo con la società, ma partimmo male in A e difficilmente recuperammo facilmente”.

EMPOLI E PALERMO

“Ai 26-27 anni feci due tre anni in cui ebbi un calo, persi la nazionale. Bisogna essere autocritici. Non fu facile per me, non feci bene dal punto di vista calcistico. Per sei mesi sono stato al Palermo in una squadra forte, stavo per andare al Siena ma i rosanero volevano una mezzala in più e andai lì. Ritrovai la Serie A, giocai poco ma trovai un bel gruppo. Io ero al 50 percento fisicamente, giocai poco e non fu facile inserirmi in un gruppo forte. A Empoli invece fu diverso, in una cittadina tranquilla. Feci la UEFA con loro e c’erano tanti giovani: Giovinco, Abate, Marchisio, Antonini, che non voleva fare il terzino e lo convincemmo. I vecchi erano Adani, Tosto. La squadra fu rivoluzionata a metà campionato, non andammo benissimo ma potevamo fare molto meglio. Ci mancava una persona che ci desse un’idea calcistica diversa per la qualità che aveva la squadra. Con calciatori così tecnici ci si poteva divertire di più e ottenere meglio i risultati”.

RITORNO A LECCE IN A

“A tre mesi dalla fine del campionato mi chiamarono Fenucci e Angelozzi. Il Lecce decise di riscattarmi e ogni volta che c’era da scegliere optai per Lecce. Non per pigrizia, ma per riprendere quello che è stato fatto prima. Con Beretta in A? Mi trovai benissimo per come era l’allenatore, arrivai con una testa diversa rispetto agli anni passati. Con lui feci tutti i ruoli ma mi disse ‘ti vedo mezzala ma anche trequartista come Kharja e play’. A livello di risultati non fu la migliore annata, non facevamo un gioco fluido ma a livello personale fu una delle mie stagioni più belle a Lecce. Feci tante belle prestazioni, corsa, aggressività, giocate personali…tornai anche in nazionale e quell’anno mi piacque tanto anche se il Lecce non andò bene”.

L’ULTIMA PROMOZIONE E GIACOMAZZI ‘CONSULENTE’. 

“De Canio era un allenatore che amava il contatto coi calciatori. Comandava lui ma chiedeva molto, comunicava. Con me, con Vives, ci consultavamo molto, anche con Di Michele. C’era un bel gruppo e si puntava a fare quello. Anche non giocando, si puntava a far bene pur non sapendo di essere i più forti in B. L’arrivo di David fu importante. Il mister mi chiese un parere su Di Michele, in giro si dicevano cose negative di lui. Io dissi ‘si allena come un animale, è fortissimo’. Il Lecce lo prese e facemmo il salto di qualità. Eravamo già forti con Marilungo e Corvia e per la B, Di Michele, simboleggiò una grande spinta con la sua esperienza e qualità”.

SALVIO IMPARATO