Gattuso è solo e il suo sfogo racconta i soliti problemi di De Laurentiis

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Dopo il raggiungimento della semifinale di Coppa Italia, le tensioni tra Gattuso e De Laurentiis restano. Lo sfogo di Ringhio nel post gara può lasciare spazio a varie interpretazioni.

Molti ascoltando lo sfogo di Rino Gattuso, hanno parlato di un uomo delirante e in confusione, a tratti imbarazzante. Ma chi vi scrive non la pensa così, anche se a tratti Gattuso ha ricordato Malesani nella famosa conferenza Mollo, non sembra un allenatore allo sbando o stressato. È semplicemente solo e incazzato per le incessanti voci che circolano. La sensazione è quella di un allenatore ormai scaricato da presidente e piazza istruita a mezzo stampa. Insomma siamo alle solite dinamiche di attrito tra De Laurentiis e il suo tecnico.

Le distanze tra i due non sembrano essere solo i risultati, anzi, ma questo rinnovo che tarda ad arrivare e questo scetticismo che si respira attorno al tecnico sembra influire sulle prestazioni della squadra. Non si sta dicendo che Gattuso è esente da colpe, ma non sembra responsabile al punto di metterlo alla gogna mediatica. Le dimissioni sembrano una cantilena imposta dall’alto un pò come il modulo quest’estate.

IL 4-2-3-1

Da quest’estate dopo l’acquisto di Osimhen, la cantilena sul cambio modulo iniziata da alcune testate voce del presidente è stata insistente. Gattuso è venuto qui con l’idea di riproporre quel 4-3-3 di cui questa squadra sembrava orfana nel periodo ancelottiano. Purtroppo però questa cosa ha creato insofferenza, specialmente da parte di De Laurentiis che sembra aver, a suo tempo, accolto l’idea del ritorno per salvare la baracca che l’anno scorso stava naufragando.

Con l’acquisto del nigeriano Gattuso si è messo al lavoro sul nuovo modulo buttandoci il sangue, come dice lui, nonostante è evidente, a lui in primis, che questa squadra fatica ad interpretarlo. Nemmeno il mercato ha aiutato ad equilibrare bene questa scelta. Se è vero che De Laurentiis aveva scelto Juric dopo il traghettamento di Gattuso, i nodi vengono al pettine. De Laurentiis si è trovato sorpreso e costretto a continuare con Gattuso anche per la stagione in corso. Questo non giova a nessuno anche perché i problemi di spogliatoio non sono risolti e un tecnico discusso dalla società e non sostenuto da un filotto di risultati, difficilmente otterrà il massimo dai suoi.

GATTUSO NON SI DIMETTE

Quando un allenatore non è mai esente da critiche, di errori tattici e di cambi sbagliati ne avrà fatti. Ma non gli si può dare torto quando trova assurdo che gli si dica di dimettersi. I risultati altalenanti, causa Covid, travolgono bene o male un pò tutte le squadre. Il Napoli resta comunque in lotta, sia per la Champions che per lo scudetto e ovviamente per le coppe. Subito dopo la partita con il Verona è stato un pò delirante sentire un famoso giornalista partenopeo invocare le dimissioni del tecnico calabrese. Ed è stato gravissimo ieri ascoltare un giornalista conduttore Rai dire in diretta che la semifinale raggiunta non è poi sto gran risultato. Su questo la società dovrebbe intervenire duramente. Invece di dare fiducia al tecnico solo di facciata e far circolare insistentemente il nome di Benitez, il giorno dopo lo sfogo.

Non è ben chiaro cosa pensi di fare Adl con l’eventuale ritorno dello spagnolo. Rafa non è più quello del 2013, potrebbe rilanciarsi qui certo e cercare di riproporre le sue intuizioni di mercato, visto che è anche in rotta con Giuntoli. Ma anche se il 4-2-3-1 è il suo marchio di fabbrica, non sembrano esserci le condizioni per ottenere risultati migliori di Gattuso, almeno in questa stagione. Tutto sembra tranne che un progetto razionale, sembra il solito capriccio di distruggere quello che lui stesso ha costruito. E questo succede quando sente oscurati i suoi meriti, questa volta anche perché Gattuso non è propio una sua scelta in prima persona.

SALVIO IMPARATO

Serie D, Lavello primo. L’ultima volta di uno Zeman in vetta nel 2012

Con la vittoria per 3-0 contro la Puteolana, il Lavello è in vetta nel suo girone di serie D. Prima volta per Karel e l’ultima volta di uno Zeman in vetta fu proprio a fine gennaio 2012.

Vittoria schiacciante del Lavello sulla Puteolana. Un 3-0 con spettacolo, gol di Herrera e poi i gol di Liurni e Giunta. Karel sembra non aver ereditato solo il cognome da papà Zeman, ma anche il marchio di fabbrica dei risultati con il bel gioco .E così il Lavello vola in vetta nel suo girone di serie D. Il caso vuole che l’ultima volta di uno Zeman primo in classificafu a fine gennaio 2012. Il Pescara di Zeman superò il Crotone di Drago per 1-2, fuori casa e senza Insigne in una serata gelide. Speriamo che questo dato porti bene al Lavello e a Kare Zeman, ecco le sue parole dopo il match.

Prima volta in vetta

“E’ meraviglioso, perchè premia tutti gli sforzi fatti. In primis dalla società e poi da un grande gruppo che sta lavorando con qualità e grande volontà. In alcuni frangenti, sull’uno a zero, siamo stati imprecisi ma bisogna anche dire che in altre circostanze è stato bravo il portiere avversario. Penso che i gol potessero essere anche più di tre oggi, però vincere tre a zero in questa categoria e in questo girone e recriminare mi sembra un pò troppo, dobbiamo goderci la vittoria ed essere felici di quanto fatto in campo.”

La rosa del Lavello

“La rosa è composta da 22 calciatori più o meno tutti allo stesso livello. Penso ad esempio a Giunta che ha avuto un problemino in settimana ma l’ha brillantemente superato ed ero certo che potesse tornare ai suoi livelli, così come può crescere tutto il gruppo. Rispetto al Fasano, gara in cui ci siamo riposati per tutto il primo tempo, contro la Puteolana abbiamo rischiato qualcosa nei primi 10-15 minuti poi la squadra ha giocato un bel calcio. Alti ritmi e con maggiore aggressività, spero di rivedere tutto questo anche la prossima partita. Da domani ripartiamo. Spero che chi ha giocato tutta la gara non sia troppo stanco, altrimenti sarà una giornata un pò interlocutoria e vedremo venerdì e sabato come preparare al meglio la prossima sfida contro il Gravina”.

SALVIO IMPARATO

Pescara, è di Zeman la miglior media punti degli ultimi 10 anni del club

Il girone di andata di serie b è giunto a conclusione. Pescarasport24 pubblica le statistiche degli ultimi 10 anni del club e spunta un dato su Zeman.

L’ articolo giustamente basa la statistica sul miglior piazzamento in classifica, negli ultimi dieci anni alla fine dei gironi d’andata. Il vincitore di questa statistica è il Pescara di Pillon, che subentrò proprio a Zeman nel marzo 2018. E che nella serie B 2018-19 concluse il girone al secondo posto. Il bottino fu di 32 punti in 18 gare. Il Pescara del Boemo, quello della grande impresa, invece si piazzò al quarto posto, ma con 39 punti il 21 gare, dopo la grande vittoria contro la Nocerina per 4-2. Partita famosa per un video di una grande azione zemaniana.

Con quel bottino il Pescara di Zeman, in una serie B paragonabile ad una seconda serie A, detiene il record di punti e di media punti di questa statistica. Subito dopo il Pescara di Oddo con 37 punti in 21 gare.

SALVIO IMPARATO

Galeone, il Profeta “geloso” di Zeman compie 80 anni

Giovanni Galeone compie 80 anni, il Profeta amato soprattutto a Pescara è famoso per il 4-3-3 e il calcio offensivo. Annosa la diatriba sulla paternità di un certo tipo di calcio tra lui e Zeman, tornata di moda quando il Boemo approdò sulle sponde dell’adriatico.

Si dice spesso che i due, Zeman e Galeone, no. si siano mai amati, ma ad onor del vero è sempre stato il Profeta nato a Napoli, un pò “geloso” del Boemo. Tutte le punzecchiature che si ricordano e si trovano, partono sempre dalle parole taglienti del Gale. Uomo vero e di cultura, non ha mai negato la sua sincerità a nessuno, recentemente spiegò anche l’origine della sua antipatia verso la Vecchia Signora, la Juventus.

“Non mi sta simpatica la Juve, ricordo che giocammo una gara giovanile contro la Juventus e loro ogni volta che chiamavano ‘fallo’ l’arbitro lo fischiava. Quella volta, era il 1958, decisi che non avrei mai tifato per la Juventus. Non mi piace questo modo di fare”.

PESCARA, GALEONE E ZEMAN

Pescara da anni è terra di favole calcistiche e prima dell’approdo di Zemanlandia, erano ormai quasi vent’anni che non c’era materiale da romanzo calcistico. Le ultime pagine di storia biancoazzure le aveva scritte proprio il “Profeta”Galeone. E proprio quando De Cecco decise per la soluzione Zeman, dopo l’addio di Di Francesco, si riaccese immediatamente il dibattito. In città è puramente di cuore, ma è chiaro a noi zemaniqni che Galeone ha un significato troppo più grande per Pescara come lo ha Zeman a Foggia.

Le due promozioni 86-87 e 91-92 e l’unica salvezza in A 87-88, hanno un posto speciale nel cuore dei pescaresi e forse anche se Zeman non avesse “tradito”, zemanlandia avrebbe fatto fatica comunque a scalcare la storia galeoniana. Se si legge il bellissimo racconto di Ultimouomo, si fa meno fatica a capire perchè. Poi è risaputo si è sempre gelosi di certi ricordi, di certe imprese che spesso non si fa in tempo a godersi quelle nuove, specie se passa troppo tempo tra l’una e l’altra. Aiuti il tempo a renderle più preziose e quasi insostituibili. E magari anche se il Profeta sarà stato geloso delle sue favole pescaresi e ben cosciente che Zeman avrebbe potuto riscriverne un’altra, avrà gioito come un tifos a quella storica promozione del 2012. Nonostante qualche provocazione accolse il Boemo con belle parole.

“Zeman? Ah, tranquilli: fa lo stesso calcio da venti anni, ma siccome molti altri si sono fermati a 40anni fa, lui sta sempre avanti. In fondo gli dò atto che sta avanti a gran parte dei suoi colleghi. Indubbiamente per la piazza Pescara può essere l’ideale. Il suo modo di giocare, le soluzioni offensive che propone credo che piaceranno molto ai tifosi pescaresi. Lì c’è voglia di vedere gioco, anche di rischiare, ma cercare il risultato in ogni circostanza, alla difesa dei risultati striminziti non sono più abituati.Neanche in B. Se prendi Zeman vai sul sicuro, ma devi fargli fare la squadra come vuole lui. E credo che lui non accetti condizioni diverse”.

Sapeva bene, da grande uomo di calcio, il valore aggiujto che Zeman poteva portare al Pescara. Forse per grandi caratteri, anche un pò arroganti ed egocentrici, è difficile condividere gli elogi e i primati di bellezza. Di miracoli può farne solo un Dio e due sono troppi. Ed è inutile qui contare chi ne ha fatti di più o cercare di dare valore ad uno piuttosto che ad un’altro. Sono due uomini che hanno ottenuto grandi risultati giocando al calcio, con un’altra filosofia e senza mai negare la loro visione del calcio davanti ai microfoni. Ancora oggi dispensano taglienti opinioni sul calcio di oggi. E per rinnovare gli auguri al Gale, ricordiamo una sua bellissima frase con cui si congedò dalla panchina. Li decise di aver definitivamente abbandonato il ruolo di allenatore.

«No, non mi siederò mai più su una panchina. Un po’ per la condizione fisica, che comunque è un problema che si risolverebbe chiamando un “secondo” giovane e in forma. Ma soprattutto perché non riesco ad avere più un rapporto con i calciatori. Me ne sono reso conto quattro anni fa, ad Udine. Non li sopporto più, i calciatori. Ormai hanno un potere contrattuale spaventoso, che porta molti di loro a non avere rispetto per la divisione dei ruoli. Scegli di non far giocare uno e quello mica te lo dice in faccia. No, si lamenta col suo procuratore, che poi chiama il direttore sportivo, che il giorno dopo chiama te».

Ancora auguri Profeta

SALVIO IMPARATO

Juventus – Napoli 2-0: Juve meritatamente campione.

L’account twitter del Napoli segnalava la copertura mediatica globale del match di supercoppa. Il calcio italiano ancora una volta ha però proposto all’intero mondo uno spettacolo per una buona ora soporifero. La partita si è decisa sugli episodi, che sono girati a favore della Vecchia Signora apparsa molto più convinta e organizzata di un timoroso Napoli. Il rigore di Insigne ha infine consegnato la partita agli annali del psicodramma sportivo.

MERITI DELLA JUVENTUS

La Juve, pur non facendo nulla di straordinario, ha giocato al calcio e vinto meritatamente il primo trofeo della stagione. Il Napoli ha peccato di timidezza e paura per 90 minuti, rispettando oltremodo un avversario forte ma battibile.

Sczesny, con due grosse parate, ha ricostituito una giustizia sportiva per quello che le prestazioni delle due squadre hanno raccontato.

Pirlo l’ha preparata molto bene, schermando alcuni giocatori decisivi del Napoli, clamorosamente venuti meno dal punto di vista caratteriale, e tallonando gli azzurri nel loro punto debole difensivo.
Infatti le spalle di M.Rui e Di Lorenzo sono state ben attaccate da Ronaldo e Kulusevsky, esattamente come le ha ben attaccate per 45 minuti – alla grande! – la Fiorentina di Prandelli con Ribery e Callejon prima dell’uno due micidiale degli azzurri.

Inoltre Pirlo fa il capolavoro soprattutto in fase difensiva, giocando a scacchi con Gattuso: si mette uomo contro uomo a tutto campo contro un Napoli storicamente in difficoltà a costruire da dietro. Gli unici due che lascia liberi sono Zielinski e M. Rui. Indirizza il possesso palla del Napoli dal lato del terzino portoghese, al quale viene tolta da Mckennie ogni linea di passaggio verso il trequarti polacco.

Schermate così bene le linee di passaggio diretta a Zielinski, che gli uomini di Pirlo si sono concessi il lusso di non prenderlo a uomo. Così facendo, Bonucci e Chiellini hanno avuto sempre la superiorità numerica nei confronti di Petagna, per l’occasione cattedrale nel deserto.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Gattuso non ha preparato alcunché all’infuori dell’attendismo, buttando via più di un’ora nella speranza di non prenderle.
Male la gestione dei cambi, i quali hanno dato la parvenza che fosse lui al primo anno di professionismo – e non al nono – piuttosto che Pirlo.

Ci sarebbero da porsi le seguente domande: perché Zielinski 90′ in campo?
Perché non sfruttare il mismatch sulla fascia sx, dove Bonucci scivolava in fase di possesso?
Pirlo, chiaramente, ha sfruttato la qualità di Bonucci, ben superiore a quella di Milenkovic, per replicare lo stesso giochino ben conscio che in ripartenza il passo di Insigne non avrebbe mai messo in difficoltà il difensore juventino.
Perché non mettere Lozano a sinistra, a quel punto?
Perché a Politano sono stati concessi soltanto 10′?

La percezione è che sin dal prepartita Gattuso fosse consapevole di essere finito in un doppiogioco tattico, da cui voleva tirarsi fuori puntando tutto su una difensivismo oltranzista e in virtù di una rete episodica che portasse per primo in vantaggio il Napoli. Non è andato molto lontano dalla realizzazione del piano studiato.

LE FRAGILITÀ MENTALI DEL NAPOLI

Chiuderei con un’amara sensazione: se avessimo perso in casa contro la Fiorentina, probabilmente l’avremmo giocata diversamente.
Il che deve far riflettere sullo status psico-emotivo di questa squadra.

Sento le urla dei social contro Insigne. Comprensibile non amarlo, indecoroso criticarlo per un rigore sbagliato e non per la prestazione.
Ritenere che il Napoli abbia perso la partita per l’errore dal dischetto, altrettanto miope.
I rigori li sbaglia solo chi ha le palle di assumersi la responsabilità di tirarli. Le partite le vince chi invece ha coraggio. Il Napoli non ne ha avuto mentre la Juventus si.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Fiorentina 6-0: Gattuso ha sette vite come i gatti!

Il Napoli si concede una goleada salutare contro la Fiorentina di Prandelli. Il risultato in parte mente. Il Napoli per buona mezz’ora del primo tempo ha prestato il fianco alle iniziative ficcanti laterali della Viola. La capacità di azzurra di barcollare e al contempo finalizzare in gol tutti e quattro tiri della prima frazione di gara ha consentito un secondo tempo accademico.

1. Architettura partenopea

L’architettura cos’è se non rendere umane e vivibili colate di cemento?

Demme e Petagna hanno messo fondamenta e radici mentre Insigne e Lozano la panna montata e le bollicine.

2. Le difficoltà azzurre.

6-0 che racconta di un dominio che è stato tale solo dal 2-0 in poi.
Tra il primo e il secondo gol la Fiorentina sfondava a meraviglia sulle fasce del Napoli.

I fluidificanti a metà tra i terzini e le ali azzurre, dal canto loro, invece, Ribery e Callejon tenevano occupate le scalate delle nostre mezze ali, quando la palla era in possesso dei due braccetti della difesa a 3 viola.


Quando la trasmissione di palla toscana giungeva dai difensori fiorentini a Venuti e Biraghi, le spalle del terzino partenopeo erano attaccate in un secondo tempo di gioco da Ribery e Callejon.


Sfondata la profondità, la Viola riempiva l’area di rigore molto bene con 3 uomini: primo palo, centro area e secondo palo.

3. I meriti del Napoli


Il 433, rispolverato per l’occasione da Gattuso, ha permesso di reggere, pur soffrendo per mezz’ora, contro queste iniziative avversarie. Modulo accantonato per far posto ad Osimhen. Pur tuttavia contro il 3421 sempre buono per trovare le giuste contromisure in mediana. La stessa accadde contro la Roma.

Il secondo e ancor di più il succedaneo terzo gol hanno spezzato le reni alla Viola… poi accademia. Si conferma la virtù azzurra per la quale il vantaggio partenopeo significa quasi matematicamente vittoria alla fine dei 90 minuti, confermando così la natura contropiedista di questa squadra.

Poi, aldilà delle letture tecniche e tattiche, dove il Napoli pure oggi non è stato perfetto, è la mentalità che differenzia una vittoria e una sconfitta.
Il Napoli, in questa Domenica uggiosa, ha vinto tutti i contrasti.
Sul 4-0 Koulibaly richiama Manolas fin troppo verboso nei confronti dell’arbitro, che aveva concesso a suo dire un calcio d’angolo inesistente alla Fiorentina.
È questa la mentalità!

4. Pillole laterizie

Ora la Supercoppa… con la speranza di non collezionare altre defezioni e di giocarla con determinazione.
Importantissimo in tal senso il recupero insperato di Manolas.
Nutro dubbi su quello di Mertens, sceso in campo ma vistosamente zoppicante, o quantomeno insicuro nell’andare a contrasto.
Se però garantisce una mezz’oretta, anche il recupero del belga potrebbe risultare decisivo in vista di Mercoledi sera.

Menzione per Tonino Cioffi che entra nella schiera dei figli di questa terra esordienti con la maglia azzurra della prima squadra.

Applausi a Callejon nonostante l’opaca prestazione dell’andaluso.
Quest’ultimo, storia del club.
Tuttavia, puntare sulla coppia Lozano-Politano piuttosto che sullo spagnolo mai lettura dirugenziale fu più azzeccata.

5. Gattuso il resiliente

Il grande merito di Gattuso è il seguente: ha 7 vite come i gatti.
I numeri parlano per lui, le prestazioni no!
Vedremo altre sconfitte stile Spezia, come altre vittorie stile odierno.


È il suo modo di allenare ed il momento attuale in cui il mondo langue a caratterizzare la sua guida tecnica in modo resiliente.

Massimo Scotto di Santolo

Udinese – Napoli 1-2: la confusione azzurra

Gattuso raccoglie all’ultimo respiro in quel di Udine gli 8 punti in 6 partite. Bottino che lo tiene ancora a galla. La confusione del Napoli sul prato verde rimane intatta nonostante la vittoria. Gotti, meraviglioso nel preparare il match con la velocità di Lasagna ad attaccare la linea del Napoli, mentre De Paul ha annichilito la coppia in mediana del Napoli.

1. Confusione societaria e tattica.

Un suo uomo salva Rino dal baratro: Tiemoue Bakayoko. La società ha costruito una squadra per tre allenatori differenti: Ancelotti, Gattuso e Juric. Questa confusione tecnica ha costretto Gattuso a selezionare i suoi intoccabili, riducendo la rosa da un punto di vista numerico ma anche, ovviamente, di soluzioni possibili.

Gli infortuni, provocati da una gestione non ottimale delle risorse nella prima parte di stagione – penso a Koulibaly i cui straordinari hanno costretto Manolas a giocare il turno infrasettimanale e a perderlo per chissà quanto tempo -, oggi inducono Gattuso ad attingere da quei giocatori non appartenenti alla cricca dei titolari.

Ciò ha generato prima confusione tecnico-tattica e poi le sconfitte in campo, che hanno tolto fiducia ai calciatori e innestato il germe dell’instabilità psicologica. Da cui gli errori contro Spezia, che però restano meno giustificabili di quelli di oggi pomeriggio.

2. Gattuso: sette vite come i gatti

Tra una voce di un esonero e uno scempio in campo, Rino colleziona, dall’infortunio di Osimhen in poi, una vittoria dopo ogni Waterloo calcistica. Udinese post Spezia; Cagliari, post Torino; Roma, post Milan etc. Gattuso è araba fenice che risorge dalla sue ceneri. Per un allenatore gran pregio non fidelizzarsi mai ai trend. O troppo bene o troppo male. Caratteristica implicita ed endemica alla sua identità istrionica e trasformista di allenatore.

Anche i numeri gli strizzano l’occhio: in fondo potrebbe arrivare ancora ai 40 pt. Il Napoli da ormai 3 gironi completi non sfonda il muro dei 40 pt. In ogni caso ha modo di migliorare i pt fatti nel girone di ritorno della stagione scorsa. E siccome la prima mano ritinteggiante Castevolturno Giuntoli l’ha messa dal secondo anno di Ancelotti in poi, il progressivo crescere di punti a passo di cicala è segno di una ricostruzione che a fatica sta funzionando. E sta funzionando sotto la cura Gattuso.

La migliore difesa del campionato sebbene con una partita in meno, insieme ad un attacco che per ora senza Osimhen e Mertens se la cava, rappresentano due elementi che forse veramente disegnano un quadro per cui, se non ci fossero le brutte prestazioni in campo, le assenze rappresenterebbero il perfetto alibi per Gattuso. Tuttavia, la domanda resta sempre la stessa e aperta: è stata scelta avveduta fondare un intero impianto di gioco sulle caratteristiche di un ragazzo di 22 anni, quale Osimhen? Si giustappone a margine l’ulteriore sottodomanda per cui non era il caso di dotarsi di attaccante di scorta dal cartellino meno oneroso e però con eguali proprietà del nigeriano?

2. La vittima della suddetta confusione: Amir Rrahmani

Bisogna criticare Rrahmani ma parlando di calcio, non da haters. Il suo errore ha mille spiegazioni e attenuanti per quanto gravissimo. E la sua sostituzione ha inficiato il famigerato skill della coerenza riconosciuto solitamente a Gattuso. Perché Maksimovic contro lo Spezia andava psicologicamente preservato mentre Rrahmani no?

Amir, abituato peraltro ad un gioco completamente diverso: in quanto marcatore instancabile ma non fine dicitore, Juric lo ha lanciato alla ribalta come braccetto di una difesa a 3. Tale ruolo gli permetteva non solo di salire in avanti ma anche di avere le dovute coperture alle proprie dal libero di turno (Kumbulla, giocatore dalla grande intelligenza e dal grande posizionamento difensivo). Il suo passo ricorda sul lungo quello di Skriniar ma con meno velocità e capacità di recupero.

Ulteriore input all’Hellas, in fase di possesso, per Rrahmani era o portare palla o lanciare sulla prima punta, mai palleggiare. E il palleggio, laddove richiesto, era codificato. Rrahmani ad Udinese più che il gesto tecnico ha sbagliato dapprima la postura del corpo, errata per chi deve ricevere un passaggio. In seguito, sotto la pressione offensiva dell’attaccante friulano e il controllo altrettanto approssimativo (figlio della postura corporea raffazonata di cui sopra), ha peccato d’ingenuità cercando un retropassaggio timido, dettato dalla paura, piuttosto che spazzare, con la risolutezza del lungo corso, via la palla.

E non si vuole tirare in mezzo l’attenuante per il pavido Amir di non calcare un campo da gioco esattamente da 6 mesi. Il bosniaco si è anche, nelle more, fatto male ad una spalla e beccato il covid.

3. Redivivi Meret, anche detto Garellik, e Di Lorenzo

Contento per Meret che ha messo i piedi, rievocando Garella, sulle occasioni clamorose costruite dall’Udinese, sciupona e punita nel finale come il Napoli contro lo Spezia. Gotti aveva ben preparato la squadra con difesa bassa e ripartenze. Lasagna su suggerimento di De Paul ha squarciato l’impianto difensivo di Gattuso, basato sui principi del Napoli di Sarri.

Meret, che ha cambiato preparatore dei portieri (passando da Nista a Fiori), sta modificando anche tutta la sua struttura tecnica. Le parate di piede suggeriscono questo. Lo si sta portando verso quell’atteggiamento brasiliano e tedesco di stare tra i pali, cercando di cancellare 20 anni di allenamento presso la scuola italiana. Lo si nota nelle sue difficoltà, anche odierne, di uscita alta, amando, Alex come De Sanctis, muoversi sulla linea di porta e piuttosto rimediare con parate di grande esplosività. Quest’ultima in progressivo affievolimento, visto che Meret sta inserendo tanta robustezza muscolare nel tronco corporeo.

Caratteristica fisica necessaria per comandare i cieli dell’area di rigore. Notevoli i miglioramenti di Meret nella fase di possesso palla ma lì si è potuto intervenire più facilmente. Su tale abilità gli allenatori precedenti di Meret non avevano mai lavorato.

Di Lorenzo, riproposto Dif. Cen., ricorda ai tifosi del Napoli che è al 3 ruolo in 2 anni. 3 gol + 7 assist. Ora et labora: non un fenomeno ma in termini offensivi il miglior terzino destro di De Laurentiis dal Maggio di Mazzarri. Solo che Christian giocava quinto di centrocampo.

Massimo Scotto di Santolo

Amoruso: “Juric mi ricorda Zeman, anche Gasperini si ispira al boemo”

Lorenzo Amoruso, ex calciatore, ha rilasciato un’intervista a TMW Radio, ha paragonato Juric a Zeman per il tipo di impostazione integralista.

Parma

Lo scorso anno si appoggiava molto a Kulusevski, oltre che su Gervinho. E’ cambiato l’allenatore e i giocatori in campo, quindi è cambiato molto rispetto allo scorso anno.

Juric?

E’ un integralista – afferma Amoruso – del calcio totale, mi ricorda molto Zeman, anche se è un allievo di Gasperini, ma lo stesso Gasp si ispira al boemo. Infatti se ricordate con Zeman anche quelli dalla panchina sapevano sempre che movimenti fare e non era k mai passivi senza palla. Un club medio-alto spero possa innamorarsi di un allenatore del genere, ma serve dargli fiducia. Per mettere in pratica certe idee ci vuole tempo, ma alla lunga paga. Lo vedo bene in una società che ha grande fame”

Jurici al Milan o alla Juventus

E’ cambiato il modo di approcciarsi – confessa Amoruso -alla partita dei giocatori della Juve. L’assenza di Chiellini si fa sentire, i veterani hanno dato una certa mentalità ma ora vengono a mancare. Agnelli ha cercato Sarri e Pirlo per un’estetica diversa rispetto al passato. Credo che questo Milan possa affrontare una Juve formato Barcellona. Ha già affrontato una squadra forte come l’Inter”.

Cagliari – Napoli 1-4: la settimana tipo

Il Napoli si sbarazza facilmente di un Cagliari senza né carne né pesce. Trovano comunque modo, i partenopei, di tenere in gioco per troppo tempo i cagliaritani. Qualche distrazione azzurra eccessiva.

1. La settimana tipo

La settimana tipo di allenamento di cui ha goduto il Napoli prima della partita di Cagliari si è vista tutta.
Il Napoli ha dominato il match, spargendo pepe qui e la alla gara con vari tentativi di autogol.
Alla fine l’asse Insigne-Ruiz-Rui-Maks è riuscito a confezionarne uno.

Tuttavia, oggi pomeriggio, gli azzurri erano così superiori che non sarebbero riusciti a perderla neanche da soli.
Il Cagliari, dal canto suo, paga oltremodo la silenziosa intensità di Rog in mezzo al campo.
Nandez s’impegna ma si dimostra adattato in una mediana a due benché al Boca abbia giocato anche in quel ruolo.

2. Zielinski, in arte Piotr figlio dell’arte

Zielinski, pertanto, ne approfitta e ricorda ai tifosi azzurri quanto potrebbe avvicinarsi a De Bruyne.

Quando il polacco gioca bene, accostarlo al top player belga significa tradizione, come ‘o capitone… poi trovare qualcuno che realmente lo apprezzi diventa complesso

3. Il cambio generazionale: Lozano!

La chiude Lozano, che è lì a ricordarci come la società stia cercando di traghettare la squadra verso una nuova era.


Gravitava dal lato di Callejon. Un mammasantissima dello Stadio Diego Armando Maradona. Eppure, cosa assurda in poco tempo… Lozano è un serial killer e mena qualunque terzino gli graviti intorno, mentre Callejon soffre a Firenze.


Prandelli lo mette addirittura in discussione.
Situazione spiacevole che l’andaluso non meriterebbe.
Va anche detto che, ecco, la scelta di accasarsi sponda Commisso non la più lungimirante.

4. Ricambio generazionale: querelle Osimhen

Ci vuole pazienza, anche con Osimhen, che sostituirà gradualmente Mertens, altra leggenda il belga. Giusto ricordare al nigeriano quanto sia stato poco furbo a farsi riprendere durante il festino familiare, poi anche basta! È un patrimonio presente e futuro del campionato italiano.

E l’assenza di Osimhen è la differenza che intercorre tra noi e le due milanesi.
In un calcio condizionato dal Covid, dove non c’è spazio per allenarsi ma solo per giocare, poter buttare la palla davanti e trovarsi direttamente a tu per tu con il portiere è tanta roba.


Si guardi cosa stanno combinando Lukaku e Lautaro… l’Inter, messa sotto dal Crotone in casa sul piano del gioco, annienta gli squali con due calciatori fisicamente incontenibili.

Massimo Scotto di Santolo

Collina: “Arbitrare il Foggia di Zeman la sfida tecnica più difficile”

Pierluigi Collina, presidente della Commissione arbitri della Fifa, appena eletto miglior arbitro della storia, si racconta al Corriere Della Sera. Nel corso dell’intervista confessa le difficoltà tecniche nell’arbitrare il Foggia di Zeman.

“C’è una grande differenza – dice Collina – tra avere un riconoscimento quando sei in attività rispetto a riceverlo ora, quando ho smesso da 15 anni. Oggi è un premio per qualcosa che hai fatto: niente e nessuno te lo può togliere. Lo vivo con soddisfazione, orgoglio e un po’ di nostalgia. Mi fa tornare in mente qualcosa che mi piaceva molto: stare in campo”. 

IL FOGGIA DI ZEMAN 

 “La mia partita più importante è stata la finale del Mondiale, che però paradossalmente è meno difficile da arbitrare di un match di Interregionale: lì a seconda del risultato il rischio era anche fisico. Poi c’è la difficoltà tecnica della gara, arbitrare il Foggia di Zeman era difficile, con il portiere Mancini che calciava lungo per Signori, Rambaudi e Baiano: i tre partivano come missili ed era complicato seguire lo sviluppo dell’azione”. 

FALLI DI MANO IN AREA 

 “Qualcuno sostiene che oggi non esiste più l’involontarietà, ma non è vero. La vecchia regola diceva che il fallo di mano è un atto volontario, ma già in passato venivano puniti contatti involontari. Euro 2016, colpo di testa di Chiellini contro il braccio alto di Boateng che salta con gli occhi chiusi: contatto involontario, ma rigore dato correttamente. Stessa cosa con Piqué in Russia-Spagna al Mondiale 2018. La volontarietà era ed è solo una delle fattispecie di punibilità, insieme ad altre non volontarie, ma colpose. Quante volte un giocatore colpisce volontariamente il pallone all’interno della propria area di rigore? Quasi mai. La stragrande maggioranza sono braccia in posizione non giustificata, dove non c’è la volontarietà, ma una responsabilità colposa. I giocatori non devono muoversi come pinguini. Per contro non possono essere neppure degli alianti, altrimenti tutto è consentito. La valutazione spetta all’arbitro, la difficoltà è avere omogeneità di giudizio. Devono capire se un movimento è funzionale o meno al gesto compiuto. A volte un braccio a 30 centimetri dal corpo è naturale, altre potrebbe non esserlo. Spetta all’arbitro giudicarlo”. 

FUORIGIOCO 

“Se oggi si parla di qualche centimetro in futuro con lo sviluppo della tecnologia si potrà scendere ancora. La Goal Line Technology ha un margine di errore di 6 millimetri ed è vissuta positivamente, senza polemiche. Se lo stesso si otterrà per il fuorigioco andrà discusso se questo sia rilevante o no. Il tempo di attesa per il Var è lungo? Viene considerato lungo anche per una scarsa abitudine, in altri sport la pausa è vissuta in maniera normale.L’obiettivo a cui lavoriamo è ridurre i tempi di attesa, ma è difficile abbinare fretta e qualità. Alla fine quello che conta è che la decisione sia giusta”.