Il Pescara regala la panchina a Zeman? Superato l’Empoli 1-2

Bucchi in discussione ad Empoli, era a rischio già prima di affrontare il Pescara. I toscani, sconfitti 1-2 dal Delfino, saranno ore di riflessione in quanto ora ci sarà la sosta. Occasione per il ritorno di Zeman?

Empoli, piazza da sempre attenta alla crescita dei giovani e di una certa filosofia, potrebbe essere la panchina giusta per il rilancio del Boemo. Nel 2014/15 i ragazzi di Sarri furono letteralmente travolti dal gioco verticale del Boemo. Oggi l’Empoli avrebbe bisogno di ritrovare un maestro di calcio. Con Laribi, Romagnoli, Mancuso e Veseli, Zeman ritroverebbe giocatori con cui ha già lavorato e troverebbe Provedel, portiere cercato al Lugano. Inoltre troverebbe due mezzeali come Frattesi e Bandinelli, che con lui potrebbero esplodere e poi gli attaccanti La Gumina e Dezi che nel tridente zemaniano andrebbero a nozze. Si attendono sviluppi.

SALVIO IMPARATO

Ritiro Foggia, Zeman: “Senza la base non si costruiscono i palazzi”

Dal ritiro valdostano del Foggia l’intervista al tecnico dei rossoneri, Zeman, realizzata da Tiziano Errichiello per Foggia TV e FoggiaGol.

Dal ritiro del Foggia, ecco le prime parole di Zeman. Il Boemo fa il punto della situazione dopo 3 giorni di lavoro e prima del test odierno con L’Ivrea a Montjovet.

https://www.youtube.com/watch?v=UdkRc36zoB0&ab_channel=FOGGIAGOLTV

“Abbiamo fatto tre giorni molto bene costruendo la base. I ragazzi si sono impegnati su quello che dovevano fare, poi vedremo cosa succederà più avanti. I ragazzi stanno rispondendo bene, ma ripeto il concetto che per me è fondamentale la base. Senza la base non si costruiscono i palazzi. Oggi abbiamo un test contro l’Ivrea per valutare anche i ragazzi in prova per capire se ci potremo puntare in futuro.”

SALVIO IMPARATO

Italia – Inghilterra 1-1 (3-2 r.): l’Italia è campione d’Europa

L’Italia del calcio vince per la seconda volta nella sua storia il massimo trofeo iridato continentale per Nazioni. E’ una vittoria insperata ma meritata sul piano calcistico. Gli azzurri hanno giocato il miglior calcio (strano a dirsi) e battuto un’Inghilterra più forte che con il più classico dei suoi storici harakiri ha trovato la strada per perdere in casa un Europeo già ad un passo dalle mani della Regina e di Kane.

1. Il primo tempo

L’Italia arrivava alla sfida di Wembley da sfavorita, con il sentore diffuso che alla chiamata di Londra l’Italia avesse risposto con due finali (quella di Berrettini a Wimbledon e dell’Italia a Wembley) entrambe difficilmente vincibili. E infatti uno stoico Matteo si arrende al probabile tennista più vincente della storia: Novak Djokovic. Inoltre, pronti via, appena cantati gli inni, l’Italia del calcio è già sotto 1-0 contro l’Inghilterra.

Gli azzurri intorno alla fine del primo minuto di gioco pressano male in avanti. L’inghilterra trova una uscita palla pulita sul centro sinistra del campo. Il 3421 proposto da Southgate, per trovare ripartenze mortifere alla stregua del Belgio di Martinez, consente di trovare subito l’ampiezza sul quinto di destra, ossia Trippier. Il terzino inglese in forza all’Atletico Madrid crossa come d’uopo sull’altro quinto di centrocampo, quello di sinistra, Luke Shaw, il quale approfittando di una lettura tattica errata di Di Lorenzo scarica al volo un fendente mancino che fulmina Donnarumma sul primo palo.

L’Inghilterra, sull’onda dell’entusiasmo del gol immediatamente subito, riesce a controllare il gioco con faciltà. L’Italia è offensivamente sterile causa un Immobile giunto a completa consuzione dopo la buona partenza agli Europei. Ciro il grande non tiene botta contro Stones e Maguire. I terzini azzurri sono tenuti bassi dai quinti inglesi. L’Inghilterra è padrona del campo e svernicia il tricolore ogni qualvolta i ragazzi del Mancio provano a ripartire, essendo gli italiani atleticamente e strutturalmente inadeguati a farlo. Basti per tutti il mismatch per centrimetri e corsa tra Insigne e Walker.

2. Il Secondo tempo

L’Inghilterra non riuscendo a chiudere la pratica nel primo tempo ed essendo dotata, a differenza dell’Italia, di grandi contropiedisti preferisce affidare il possesso palla all’Italia e stagnare nella propria metà campo. La difesa dell’area di rigore, affidata d’altronde alla massiccia fisicità anglosassone, presuppone l’incapacità italica di abbattere il suddetto muro. Il contropiede è invece consegnato dal ct inglese ai furetti che animano le fasce.

Tuttavia, la consegna della sfera agli azzurri da parte dei padrone di casa si configura come opzione strategica non reddittizia. Anche grazie al fine cervello di Jorginho Frello, l’Italia macina passaggi, acquista convinzione e produce occasioni da gol. E i leoni d’oltremanica progressivamente si rimpiccioliscono in gatti spaventati, sempre più rintanati ad un palmo dal verboso e rissoso Pickford. Si consegnano al destino, quello degli inglesi, che alla fine con addosso la maglia della nazionale trovano il modo di perdere la partita.

Calcio d’angolo: l’Italia è nettamente più bassa ma il cross è tirato bene, teso. La spizzata sul primo palo di Cristante, entrato per compensare la mancanza di fisicità degli azzurri, muore nell’area piccola senza dare tempo al portiere anglosassone d’intervenire. Chiellini crea scompiglio facendo saltare la marcatura che Stones gli riservava. Quindi, sulla palla vagante si avventa Verratti che offrendo in sacrificio la sua tempia incoccia il pallone e la testa del più maestoso Philipps ma sull’incocciata ravvicinata del pescarese Pickford compie un miracolo e devìa la palla sul palo. Quest’ultimo però, a mo’ di flipper, riporta la sfera al centro della contesa dove si avventa il mai simpatico Bonucci per siglare l’1-1.

3. I supplementari e rigori

Ora gli azzurri diventano, dopo il pari, l’unica squadra in campo. Accarezzano l’idea svariate volte di un forcing arrembante rimasto però tale, una ipotesi. Alla fine coscienziosamente entrambe le squadra addivengono da due premesse diverse allo stesso risultato… i rigori: l’Italia, da un lato, impaurita dalla devastante capacità di ribaltare il fronte degli inglesi in virtù anche di una panchina dal talento sterminato a disposizione di Southgate; dall’altro, i britannici tatticamente impreparati a reagire alla fitta trama di gioco degli azzurri a cui loro stessi hanno pemesso di entrare in ritmo.

La lotteria dei rigori, occorsa sotto la curva degli inglesi, è un trattato di antropologia. L’esperienza conta eccome. L’Italia non esegue una cinquina perfetta. Sbagliano lo spaurito Belotti e l’impallidito Jorginho. Quest’ultimo, peraltro, il decisivo. Avesse segnato era già vittoria. Ma dopo il maldestro penalty tirato dal maestro italo-brasiliano, l’esterno gunners Boukayo Saka, come gli altrettanti ventenni Rashford e Sancho, sbaglia il terzo rigore per l’Inghilterra. Il secondo dei tre sui quali Donnarumma, fresco acquisto del Psg, mette i guantoni, regalando alla sua Nazione il titolo di campioni d’Europa e a sé stesso il premio di miglior giocatore del torneo.

Southgate perde ancora una volta in casa ai rigori. Nel 1996 sbagliò da giocatore il rigore decisivo in semifinale contro la Germania agli Europei che anche in quell’occasione l’Inghilterra ebbe l’opportunità di giocare di fronte al suo pubblico. Ieri sera, da allenatore, ha perso anche l’occasione di riportare un trofeo per Nazioni dopo il mondiale casalingo del 1966. Unica finale peraltro giocata dall’Inghilterra in una competizione per Nazioni.

4. L’Italnapoli

Continua la fase dell’Italia nel nuovo millennio: dipendere dai calciatori campani. Una schiera nutrita a questo europeo ha partecipato alla spedizione. Come nel 2006, alla stregua di Fabio Cannavaro, un altro campano – per l’appunto Donnarumma – si prende la scena e l’appellativo di fuoriclasse. Curioso che nell’ultimo europeo vinto dall’Italia, quello dell’evocativo anno del 1968, fossero anche in quell’occasione due i giocatori del Napoli in campo: all’epoca Zoff e Iuliano, stavolta Insigne e Di Lorenzo. Fosse stato convocato Politano al posto dell’immeritevole Bernardeschi, il Napoli sarebbe stata la società più rappresentata dall’Italia campione d’Europa. Così è solo seconda al pari di altri club come ad esempio il Sassuolo.

4. Il senso della vittoria

Il movimento calcistico italiano ora ha una grande occasione, stante l’impossibilità di colmare nell’immediato il gap infrastrutturale ed economico con altri campionati, quello di offrire alla platea dei propri tifosi un calcio eticamente pulito e tatticamente oltre che tecnicamente piacevole, all’insegna dell’estetica che non disdegna il conseguimento del risultato.

Cioè i capisaldi di cui l’accoppiata doriana Mancini – Viali si sono fatti portatori a Coverciano e che sono valsi un titolo che mancava da circa 50 anni. Il loro abbraccio a fine partite, tra le lacrime di entrambi, ha portato stile macchina del tempo un paio di generazioni indietro alla gioventù e acceso un interrogativo al telespettatore sul senso della vittoria e della vita.

Così non fosse, il successo impossibile dell’Italia a Wembley si rivelerebbe un racconto pretestuoso: ossia, sin dall’inizio, trovare la panacea del bel gioco per lenire una possibile prematura sconfitta. Una Italia poco talentuosa ma bella da vedersi. Applausi comunque. Applausi mai riconosciuti, invece, a chi in Italia ha provato a fare lo stesso tipo di calcio del Mancio perdendo nel rush finale scudetto o coppe.

Questa volte però la sorte ha coniugato il risultato col bel gioco. Chi lo dirà ai detrattori dei mister dal calcio piacevole e organizzato, come Zeman e Sarri, – al cui ultimo Mancini si è ispirato – che è possibile giocare anche in Italia in modo internazionale e divertente?

Gravina e i dirigenti della Lega di A hanno il dovere di restituire al calcio italiano il senso dell’abbraccio tra Mancini e Vialli, il senso del calcio. Ritrovato una estate durante una notte magica.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Spagna 1-1 (4-3 r.): è la quarta finale europea della storia azzurra!

Una Italia più stanca e meno dominante della Spagna riesce nell’impresa di portare i favolosi iberici ai rigori. E lì i nervi degli azzurri, in controtendenza alla loro storia, restano saldi a differenza di quelli spagnoli. I quali dimostrano nel post partita, attraverso le dichiarazioni del loro mister, il Ct Luis Enrique, il perché sono stati così vincenti… sanno soprattutto perdere. Il mister delle furie rosse, dal vissuto umano drammatico, elogia la partita di entrambe le squadre definendo super l’Italia. Per questo motivo, l’ex allenatore anche della Roma e del Barcellona farà il tifo per gli azzurri in finale.

1. Il pre-gara italiano

Non che Paolo Guzzanti sia necessariamente una voce di rilievo ma colpì quando, durante una trasmissione di La7, definì l’Italia un Paese presuntuoso ed ego-riferito. Dalla cucina all’arte, il Bel Paese si definiva, secondo lui, tale soprattutto per un provincialismo imperante, per mancanza di conoscenza dell’estero e dei suoi usi e costumi. Vizio italico che si riverbereva nelle sue conseguenze nefaste anche tra i confini nostrani, dove nessuno era in grado di realizzare, anche solo a livello comunale, una comunità che fosse veramente tale.

E nel raccontare il match contro la Spagna, questa perfida descrizione del nostro Paese trova plastica dimostrazione. I media italiani hanno raccontato di una Italia più forte della Spagna quasi in ogni reparto. Improvvisamente l’Italia del Mancio era divenuta il Brasile del ’70 senza che nessuno se ne fosse accorto. Puntuale la risposta dei fatti: la Spagna maramaldeggia. Potrebbe vincere nei tempi regolamentari e supplementari con agio, ma l’inesperienza di un gruppo molto giovane e l’assenza di una punta esiziale condannano gli spagnoli alla forca dei rigori alla fine della cui lotteria escono onorevolmente sconfitti.

2. La partita

Due squadre molto simili nel gioco, Spagna e Italia. L’intento di entrambe è di controllare il possesso della palla sempre e comunque. Ci riesce nella semifinale di Wembley molto bene la Spagna, costringendo l’Italia al 35% di possesso palla. Il consolidamento del dominio del gioco riesce meglio se a fronte del pressing avversario l’uscita palla è gestita da Eric Garcia e Laporte piuttosto che da Chiellini e Bonucci.

L’Italia però ha il merito di non innervosirsi ed accettare il match del sacrificio. Combatte e difende a centrocampo e in area di rigore. Ha la sensazione, poi, con Chiesa di poter fare sempre male in contropiede. Unai Simon gioca una partita sensazione in termini di lettura: ha tolto costantemente la profondità all’idea italiana di attaccare in verticale una difesa spagnola non bravissima nei tempi del rinculo a palla scoperta.

E, in uno dei contropiedi, Chiesa segna un gol alla Lorenzo Insigne, un tiro a giro che si spegne all’incrocio del secondo palo. Nonostante una mole di gioco ispirata da due fantastici giocatori, Sergi Busquets e Pedri, e resa pericolosa dalle sortite offensive del demonio Dani Olmo, l’Italia è a un passo dalla finale, perché l’1-0 regge fin dal 60′!

3. I cambi

A 15 minuti dalla fine, tuttavia, sale in cattedra Roberto Mancini, ma le sue scelte sono controproducenti. Il ct azzurro toglie lo stanco Emerson Palmieri per l’accorto stopper Rafael Toloi. Dirotta Di Lorenzo a sinistra. Inoltre, avvicenda lo spento Verratti con Pessina. Già aveva, immediatamente dopo il vantaggio, sostituito l’impresentabile Immobile – Belotti non farà meglio – con Berardi, proponendo un insospettabile Insigne falso nove.

Il risultato è che l’Italia perde ogni velleità offensiva. Sia sulle fasce dove agiscono due terzini bloccati: uno per caratteristiche, l’altro per inusualità della posizione assunta. Sia centralmente dove Insigne non riesce a proteggere palla mentre Pessina e Barella creano più quantità che qualità in mediana.

L’ultima mossa deficitaria del Mancio consiste nel chiedere a Jorginho la marcatura ad uomo di Pedri. Il diciottenne genio spagnolo si tira fuori dalla posizione di trequartista, porta Jorginho nel mare magnum del centrocampo, si apre un buco nel cuore della difesa azzurra che la Spagna sfrutta in modo rapido e cinico. Morata si presenta a tu per tu con Donnarumma e lo trafigge. A dieci minuti dalla fine è di nuovo pari: 1-1.

4. Supplementari e rigori

Durante i supplementari, una Italia stremata resiste con la forza della disperazione ma non propone più alcun tipo di calcio. Resta soltanto la trincea, nella quale spicca più di tutti Giovanni Di Lorenzo autore di una prestazione, difensivamente parlando, immaginifica. Il Napoli fortunatamente gli ha allungato il contratto di un anno (ora la scadenza è 2026, fonte sky). L’applicazione del terzino partenopeo gli ha consentito di annullare sia fisicamente che tatticamente tutte le ali spagnole affrontate. Non ne ha sofferta nessuna!

Benché la Spagna abbia un paio di occasioni clamorose lungo i faticosi supplementari per chiudere la pratica anzitempo, il match alla fine giunge ai rigori. Unai Simon nella sua scelta di scommettere sempre sul tiro incrociato imbriglia soltanto il rigorista principiante Locatelli. Poi la perfezione degli altri rigori azzurri lo vedono inerme. Nel frattempo Dani Olmo ha pareggiato l’errore di Locatelli sparando il suo destro in tribuna, mentre Morata commette l’errore decisivo appoggiando il piatto sui guanti del portiere azzurro. Infatti, dopo il centroavanti juventino, va dal dischetto lo specialista Jorginho, che in modo magistrale non perdona e spiazza il portiere inviando un’intera Penisola, per una volta tutta unita, in finale!

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Belgio 2-1: l’Italia vola in semifinale

Grande prova di maturità dell’Italia di Mancini. Contro il falcidiato ma pur sempre forte Belgio gli azzurri sfoderano una prestazione sontuosa. Ormai sono a due partite dalla gloria. Perdono purtroppo per infortunio un fattore, lo sfortunatissimo Spinazzola.

1. Il pre-partita

Il Belgio dell’ottimo Martinez arrivava all’Europeo con tante aspettative. Il Belgio occupava prima dell’inizio della competizione iridata il primo posto del ranking per Nazioni. Tante stelle all’interno di un ciclo di calciatori che a dire il vero va verso la sua naturale conclusione. La semifinale mondiale in Russia, forse, l’apice già raggiunto per questo gruppo di giocatori.

Eppure, grazie alle importanti individualità, i red devils si presentevano al cospetto dell’Italia da favoriti, anche per come avevano vinto il girone eliminatorio… con grande faciltà. La fortuna dell’Italia, allora, è risieduta innanzitutto nell’infortunio muscolare di Hazard e nello strappo ai legamenti della caviglia di De Bruyne, eroicamente comunque in campo sebbene limitato nelle operazioni. Di certo tali defezioni del Belgio hanno riequilibrato il confronto tra le due nazionali.

2. La partita del Belgio

Così Martinez, conscio dell’assenza di Hazard, ha schierato il suo solito 3421 ma invece di presentare nel tridente d’attacco il veterano Mertens – fuori forma – sceglie il giovanissimo 2002 Jeremy Doku per sostituire l’ala in forza al Real Madrid.

Un azzardo? Macché. Il ragazzo nonostante la sconfitta del Belgio ha impressionato e ricordato il regale Ribery che nella finale del 2006 pur perdendo fece soffrire l’insuperabile difesa di Lippi. Due estati dopo, Franck sarebbe finito al Bayern a riscrivere insieme a Robben la storia del calcio.

Chissà quale sorte toccherà alla giovane ala di piede destro ora in forza al Rennes ma scuola Anderlecht. Sconosciuto prima di ieri sera ai tifosi italiani, ll ragazzino indemoniato ha però interpretato l’unica soluzione della compagine giallo rossa per attaccare la difesa schierata italiana. Ha saltato gli azzurri più e più volte, non facendo rimpiangere un ruolo che di solito è svolto con maestria da Hazard.

In un dribbling fisico più che tecnico, Di Lorenzo ormai saltato sbraccia sulla freccia nera belga che si sta dirigendo verso l’area piccola di Donnarumma. Doku ha anche l’insospettabile esperienza di ingigantire la spinta con una caduta plateale. Per l’arbitro sloveno è rigore. Un rigore generoso ma non inventato. Lukaku trasformando dimezza lo svantaggio: da 2-0 a 2-1 per l’Italia. Tuttavia, il risultato non cambierà più fino alla fine.

Conseguenza della scelta, da parte del Belgio, di una tattica attendista per poi dare a Lukaku la possibilità di sfidare in campo aperto i non velocissimi Chiellini e Bonucci. Ad azionarlo sarebbe toccato a De Bruyne, libero di trovare la posizione e ricevere la palla dopo la riconquista bassa della sfera.

La tattica riuscirà a sprazzi. Il Belgio costruirà anche quattro contropiedi micidiali ma il non averne trasformato nessuno, talvolta anche a porta vuota, rappresenta il motivo per cui l’Italia è in semifinale europea a Wembley mentre i red devils a casa.

3. La partita dell’Italia

Dal canto suo Mancini non ha derogato al 433. Riporta tra i titolari Chiellini per contenere Lukaku. Il capitano della nazionale azzurra concluderà la partita cancellando dal campo il centroavanti spaziale del Belgio e fresco campione d’Italia con la maglia dell’Inter.

Il merito di tale vittoria cavalleresca, più che al gladiatorio Chiellini, va ricondotto alla capacità dei centrocampisti azzurri di prosciugare, con coperture preventive puntuali e sempre dirette aggresivamente in avanti, lo spazio e il tempo della giocata agli avversari. De Bruyne e Lukaku alla fine sono finiti impiccati in un contropiede che raramente ha avuto sfogo benché quando azionato ha seriamente impensierito Donnarumma.

Il volume del gioco dell’Italia ha riempito il match di tanto azzurro e di poco Belgio. Alla fine tale copiosità di azioni italiche ha trovato sublimazione in due gol straordinari poi ben difesi da un lungo ma inoperoso assedio del Belgio.

Il primo gol di Barella: il centrocampista sardo e interista di adozione sguscia via con tenacia e qualità da una gabbia di tre uomini belgi dopo che la palla rocambolescamente, sull’ennesimo recupero palla alto degli azzurri, finisce tra i suoi piedi già stanzianti in area di rigore. E successivamente il suddetto dribbling sgusciante, l’incontrista italiano scarica un fendente sul secondo palo. Nulla da fare per il drago Courtois.

Il secondo d’Insigne: il talento napoletano, non ancora compiutamente profeta in patria, reagisce alle critiche di chi lo considererebbe spaurito in match di tale rilevanza segnando un gol dei suoi. Tiro a giro di destro sul secondo palo, lì dove ancora una volta le prolunghe di Courtois non possono arrivare, dopo aver condotto palla per svariati metri ed essersi concesso un dribbling secco su Tielemans.

Al quale i tifosi belgi dovrebbero rimproverare la sufficienza o l’impreparazione con cui ha affrontato Lorenzo il Magnifico. Di solito quest’ultimo rientra sempre sul piede forte, il destro. Incomprensibile la scelta del centrocampista belga in forza al Leicester di coprirgli il lungolinea e quindi il piede sinistro, almeno quanto quella della linea difensiva di non accorciare sull’accorrente portatore di palla Insigne.

4. La semifinale

L’Italia, dopo tante partite morbide, affronterà ora in semifinale anche la Spagna. Le furie rossa di Luis Enrique non convincono nessuno. Segnano sempre ma subiscono gol con altrettanta faciltà. Questa Spagna sicuramente è giovane ma tutto fuorché scarsa o senza qualità.

E l’aspetto che deve preoccupare di più l’Italia consiste nella capacità della Spagna di essere comunque stata in grado di arrivare fino in fondo nonostante le contestazioni più dure provenissero dai media e tifosi spagnoli. Attenzione anche a Luis Enrique, il più mourinhiano dei tecnici iberici, in grado cioè di consolidare il gruppo intorno alle critiche.

Inoltre, benché l’Italia arrivi con il vento in poppa a questa partita che la vedrà inopinatamente favorita, il grave infortunio rimediato da Spinazzola contro il Belgio – lesione del tendine di Achille – trasformerà la catena di sinistra con la presenza di Emerson Palmieri in un settore più accorto ma molto meno ficcante del solito. E il rischio di dominare senza poter sfondare contro una Spagna contropiedista e resiliente, come mai fino ad ora, è molto concreto.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Austria 2-1: quanta fatica per gli azzurri

Un Ottavo di finale apparentemente non complicato si è rivelato una vera agonia per gli azzurri. Sin dalle premesse, la polemica sull’inginocchiarsi o meno dell’Italia prima del fischio d’inizio ha creato inutili tensioni. Poi la tenacia austriaca ha irretito la compagine del Mancio. Gli italiani infatti hanno dovuto aspettare il 120′ per festeggiare il passaggio del turno. I cambi dalla panchina decisivi per la vittoria!

1. Black lives matter

Le due magliette rosse indossate dai tennisti italiani, Panatta e Bertolucci, nella finale di Coppa Davis del 1976 a Santiago del Cile in segno di protesta al regime sanguinario di Pinochet mentre il dittatore assisteva alla partita sugli spalti. Il saluto romano non sferrato nell’aria da Bruno Neri, calciatore della Fiorentina, prima di una partita del campionato italiano all’epoca del fascismo. Le svastiche che intimoriscono e spaventano quando spuntano disegnate sempre più frequentemente sui muri delle nostre città. Il simbolismo sociale e politico non è un concetto svuotato di contenuti concreti.

Dipende solo da quanto interessi una battaglia! Il Fascismo preoccupa ancora gli italiani per le conseguenze che comporta. Basta studiare un libro di storia di Quinta elementare per rinfrescarsi la memoria. Il riconoscimento invece di una migliore posizione sociale e culturale del popolo africano in Occidente non rappresenta priorità degli animi tricolore.

Lo dimostra Chiellini che scambia l’inchino disputato come un gesto di lotta politica al Nazismo. Il sostituto capitano della nazionale italiana, Bonucci, un paio di anni orsono ammoniva la reazione scomposta del suo compagno di squadra alla Juventus Moise Kean per aver reagito, quest’ultimo, agli ululati razzisti piovuti dagli spalti della Sardegna Arena di Cagliari e a lui indirizzati. Anche il vice capitano Leonardo dunque sarebbe risultato inadeguato nel dare spiegazioni alla stampa sui termini etici e morali della scelta.

Il referente politico della spedizione azzurra, ossia il Presidente della Federazione Gravina, aveva tracciato la strada, come del resto anche lo stesso Mancini: chi vorrà s’inginocchierà. Una concessione di libertà espressiva un tantinello troppo spinta per un Paese che ha una libertà di stampa appena più effettiva della Corea del Nord e che al momento vanta al Governo un Partito come la Lega Nord.

Alla fine l’Italia ha scelto l’opinabile strada del cameratismo militare. Così non si è inginocchiato nessuno, perdendo un’ulteriore occasione di risultare simpatica, democratica o almeno contemporanea.

2. Il Primo Tempo

Il match contro l’Austria appariva insidioso ma alla lunga pochi erano i dubbi su chi avrebbe passato il turno. L’Italia aveva l’arduo compito di giocare bene al calcio, rispettare i pronostici in un ambiente completamente diverso da quella di Roma. La partita si è disputata nel tempio del calcio inglese, Wembley, al cospetto di pochi tifosi e non tutti italiani.

Gli austriaci dal canto loro, guidati da un tecnico di origine italiana (Foda), hanno dimostrato sin da subito di aver fatto i compiti, proponendo un 451 attendista ma non speculativo. Il 3421 con cui in modo molto offensivo attacca l’Italia consentiva agli azzurri di schiacciare costantemente l’Austria nella propria area di rigore. Tuttavia, è sempre risultato impossibile per gli azzurri entrare con le combinazioni in area di rigore.

La Nazionale per almeno tutti i tempi regolamentari si è affidato al tiro da fuori. Immobile e Barella i più pericolosi. Molto male Berardi, anche Insigne che però si salva sfoggiando prestazione di grande abnegazione difensiva.

3. Il Secondo Tempo

Più il tempo però trascorreva e più il dominio posizionale del campo diventava per l’Italia difficile attuarlo. Le energie psicofisiche andavano lentamente prosciugandosi. Così l’Austria, nel 2 tempo, meno pressata prendeva il sopravvento, alzando i terzini Lainer e Alaba e costringendo Insigne e Berardi a rincorrerli.

Le due mezze ali austriache, Sabitzer e Schlager, agendo alle spalle di Barella e Verratti (autori di prestazioni non scintillanti) impedivano ai centrocampisti azzurri di mettere pressione al regista Grillitsch. Quest’ultimo sempre libero, quindi, di ordire la manovra insieme ai due centrali di difesa. Immobile costretto progressivamente ad un torello.

Alla fine l’Austria rischiava anche di vincere anzitempo il match. Arnautovic segnava un gol che per pochi centimetri è risultato irregolare per offside. L’Italia metabolizza lo spavento accogliendo di buon grado la soluzione supplementari, anche se Berardi avrebbe la palla a tre minuti dalla fine per segnare il gol partita. Tuttavia, il fantasista calabrese la spreca malamente con una rovesciata manifesto della sua serata poco lucida.

4. Primo Tempo supplementare

I cambi di Mancini, tra la metà del secondo tempo e la fine dei 90 minuti, servivano per dare una verve atletica e fisica necessaria per attaccare le spalle di una difesa biancorossa molto organizzata, per vincere duelli in mezzo al campo contro gli arcigni austriaci e infine creare superiorità numerica. Locatelli, Pessina, Chiesa e Belotti riescono nel compito a cui fino a quel momento, maestosamente, si erano dedicati in pochi: Spinazzola, Di Lorenzo e i due centrali difensivi.

Jorginho dall’alto della sua classe si è erto, come sempre, con intelligenza sopra tutti gli altri: ormai è davvero in onda su tutte le frequenze mondiali Radio Jorginho per come gioca e comanda.

L’attacco puntuale alla profondità di Chiesa, servito dallo spaziale Spinazzola che è così in forma da costringere Insigne a fare il fluidificante per lasciargli il posto da ala, è vincente. Il figlio di Enrico sfrutta una esasperata diagonale di Alaba, si ritrova dunque solo sul lato destro dell’area, stoppa il pallone, rientra sul sinistro eludendo il disperato rientro del centrale austriaco e fulmina il portiere avversario con un tiro di sinistro che finisce all’angolino basso del secondo palo.

Poi entra in scena Insigne. Dopo tanti minuti di pavida diligenza, sfodera una punizione all’incrocio che avrebbe meritato il gol ma il portiere austriaco mette le mani e devìa in angolo. Lorenzo, inoltre, indovina un assist per Acerbi in un inusuale posizione di centroavanti. Il leone della Lazio passa rocambolescamente la palla a Pessina, che non si fa pregare e alla Perrotta segna il gol del 2-0.

5. Secondo Tempo Supplementare

Il gol di Pessina, il forcing azzurro per realizzare dinanzi all’avversario sanguinante il colpo del Ko, risultano decisivi e segno di grande maturità. Infatti, l’Austria non si arrende. E prima impegna Donnarumma alla grande parata. Poi Sabitzer spreca da pochi passi un gol già fatto sparando in tribuna.

Infine, il centroavanti subentrato ad uno splendido Arnautovic (che ha severamente impegnato Bonucci), tale Kalajdzic, giocatore molto stimato in Bundes dove nell’ultima stagione ha siglato 16 reti, dall’alto dei suoi 2 metri spizza in tuffo una palla proveniente dal corner destro del teleschermo la quale trova il corridoio giusto per insaccarsi in porta sul lato del primo palo.

La partita sembrerebbe riaperta ma in realtà l’assedio austriaco risulta fortemente sterile, consentendo all’Italia di difendere senza affanni il vantaggio che la porta a Monaco di Baviera per giocarsi all’Allianz Stadium i Quarti di finale dell’Europeo contro Belgio o Portogallo.

Massimo Scotto di Santolo

La conferenza di Zeman allo Scugnizzo Liberato (VIDEO)

La conferenza di Zeman allo Scugnizzo Liberato in video. Grazie alla redazione del laboratorio culturale partenopeo.

Conferenza di Zeman parte 1

“Il calcio deve unire e divertire”

https://www.instagram.com/tv/CQjS3I4INJI/?utm_medium=copy_link

La conferenza di Zeman parte 2

“Sono stato fermo più per il Covid, senza gente il calcio non ha senso. Ho più entusiasmo di prima”

https://www.instagram.com/tv/CQjUOyhovKd/?utm_medium=copy_link

La Conferenza Zeman parte 3

“I gradoni li faceva anche Mennea, la frase che non mi sento lontano dal calcio dei grandi è una fake, non è mia”

https://www.instagram.com/tv/CQjWWYyIlyL/?utm_medium=copy_link

SALVIO IMPARATO

Zeman a Capodimonte: “Vado a Foggia a parlare, è diverso da firmare”

Durante l’incontro al Campania Teatro Festivale, tenusoti con Zeman a Capodimonte, nella suggestiva cornice del bosco, il Boemo si è raccontato a 360° e alla nostra domanda sull’imminente firma del Foggia ha risposto così.

Mister le posso fare due domande veloci?

“Tu sei veloce io sono lento” – se la ride Zeman a Capodimonte

Il presidente Canonico ha annunciato che domani sarà a Foggia per firmare che può dirci?

“Vado a Foggia si, ma a parlare che è diverso da firmare”

Mister si è arrivati un pò troppo tardi a mette giocatori come Insigne, Immobile e Verratti, hanno ormai trent’anni. È un problema dell’Italia dare poco spazio ai talenti giovani?

“Si è un problema italiano, non si fiducia a ragazzi di talento, mentre in altre nazioni hanno subito le loro occasioni e non perché lo meritano più di Insigne, Verratti e Immobile. Io per fortuna non faccio il selezionatore delle nazionali, ma in Italia è un problema anche nei club.

SALVIO IMPARATO

Zeman allo Scugnizzo Liberato: “Verratti ha più inventiva di Jorginho”

E’ un fiume in piena Zeman allo Scugnizzo Liberato, parlando dei suoi pupilli ha spiegato anche cosa non gli piace del calcio posizionale.

“Andai a vedere Lorenzo Insigne – racconta Zeman allo Scugnizzo Liberato – quando giocava nella Primavera del Napoli, mi accorsi subito del suo grande talento. Lo chiesi al direttore Peppino Pavone che lo aveva a Cava dove non giocava e lo volli a Foggia. Oggi tutti glielo riconoscono, ma su di lui qualcuno in passato ha avuto dubbi. Insigne non ha ancora rinnovato? Il Napoli non deve farselo scappare”.

Verratti più inventiva di Jorginho

“Verratti è un centrocampista fortissimo, superiore a Jorginho. Il brasiliano è abituato a giocare uno o due tocchi, lui è capace di portar palla per trenta metri senza farsela togliere. Gli piace anche la fase di interdizione, infatti viene sempre ammonito perché non sopporta che gli si levi la palla. Un grande. Immobile è arrivato a questi livelli perché è un ragazzo che ha voglia e fame. L’Italia ad Euro 2020? É favorita, non c’è dubbio. Il segreto di Mancini? Ragionare da allenatore come quando era calciatore: lascia libero il talento. Voglio allenare in Italia, il virus mi ha tenuto fermo ma adesso che la gente è tornata sugli spalti, il calcio ha ripreso la sua essenza. Senza tifosi, non c’è passione. Non c’è spettacolo”.

Calcio posizionale

“A me non piace molto questo calco posizionale che si gioca oggi. Tutti fermi a dare tempo alle difese avversarie di sistemarsi è l’opposto del concetto del mio calcio, dove nemmeno il passaggio di prima è sempre positivo. Il passaggio deve avere un senso, o libera un compagno o crea spazio. Se dai tempo al tuo avversario di chiudersi devi avere un fenomeno che ti risolve la partita.”

SALVIO IMPARATO

Zeman a Sky: “Sono contento di essere l’idolo di Italiano”

Durante l’evento allo Scugnizzo Liberato ha parlato Zeman a Sky, ai microfoni di Francesco Modugno. Ha arlato di Italiano, Insgine, Spalletti e Nazionale

Ecco le parole di Zeman a Sky: “Italiano è il mio erede, ha dichiarato che sono il suo idolo e mi piace molto il suo calcio. Spero che Sarri e Mourinho facciano bene nelle due squadre di Roma, in questa città si attende da tanti anni un successo che non arriva. Insigne? Vidi subito che aveva grandi mezzi, ora spero che resti a Napoli”. Sulla Nazionale, aggiunge: “Per me è la favorita numero uno dall’inizio, Mancini fa giocare bene la sua squadra”

Italiano

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“Quando io allenavo il Licata mi seguiva, essendo di Ribera – ha raccontato Zeman -. Ha detto che io sono il suo idolo, mi piace perché gioca con molta pressione, con tanto fisico e tecnicamente ha dimostrato che in questo campionato ci può stare”. Il boemo, che ha allenato le due squadre di Roma, ora osserva con attenzione l’arrivo di Sarri e Mourinho: “Mi auguro che vadano tutti e due bene. Entrambi non possono vincere, ma fare bene in una piazza come Roma è importante per la gente che da tanti anni aspetta un successo che non arriva”. A Napoli, invece, inizia l’era Spalletti: “Dovrà dimostrare di essere l’uomo giusto – dice Zeman -. È un bravo allenatore, però ha avuto dei problemi con alcuni giocatori per motivi caratteriali”. 

“Spero che Insigne resti a Napoli”

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E proprio a Napoli, Luciano Spalletti, troverà Lorenzo Insigne, che Zeman ha valorizzato nelle stagioni al Foggia e al Pescara, prima del grande salto in azzurro: “La prima volta l’ho visto con la Primavera del Napoli, lo portarono alla Cavese ma non lo facevano mai giocare. Allora l’ho portato a Foggia perché credo nei ragazzi, sapevo che aveva grandi mezzi. Poi ha fatto bene con me, con il Napoli e anche con la Nazionale. Spero resti in azzurro”.  Volume 90% 

“Europei? Italia favorita numero uno”

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Oltre a Insigne, in Nazionale ci sono altri due talenti lanciati da Zeman a Pescara: Verratti e Immobile. Il boemo elogia gli azzurri di Roberto Mancini e i suoi ragazzi: “Sono contento che stiano trovando spazio, ci sono anche Florenzi e Barella, che ho avuto a Cagliari con me, anche se in quel periodo serviva più alla Primavera che alla prima squadra. Per me l’Italia è dall’inizio la favorita numero uno. Ci sono avversarie forti, ma sono convinto che questa squadra ha delle qualità per poter lottare con tutti. Mancini li fa giocare bene, se trovi giocatori così di talento è più facile”.

Canonico a Telefoggia: “Sabato la firma di Zeman, è il più grande maestro”

Il nuovo Patron del Foggia Nicola Canonico, si confessa a Telefoggia ai microfoni di Carmine Troisi e conferma una data per la firma e l’annuncio di Zeman

La puntata de “Il Pallone In Poltrona” con il presidente Canonico a Telefoggia

CANONICO E L’INCONTRO CON ZEMAN

“Abbiamo fissato un incontro con Zdenek Zeman sabato mattina, sulla base della sua disponibilità. Ci siamo visti a Roma, avevo voglia di sentirlo prima di iniziare ogni tipo di attività. Gli ho spiegato il progetto che vorrei fare a Foggia – confessa Canonico – e l’ho visto molto entusiasta di quello che gli ho raccontato. Siamo entrati un attimo a parlare di tutta quella che è l’organizzazione. Lui è innamoratissimo della nostra città, è una persona che ho visto molto determinata, ancora lucido, ancora con tanta voglia di creare tante situazioni. Abbiamo parlato a lungo della sua disponibilità riguardo al suo impegno con il Foggia, abbiamo determinato tanti aspetti già con lui e dovrebbe arrivare sul fine settimana a Foggia per completare gli ultimi dettagli. Poi, scioglierà la riserva e firmerà il contratto con il Foggia. La giornata potrebbe essere quella di sabato”

ZEMAN LA STORIA DEL CALCIO

“Zeman è la storia del calcio, non solo italiano – afferma Canonico – ma mondiale. Quindi gli ho detto che è giusto rilanciarsi in una città che ama e devastata da tanti problemi. Chi lo discute per l’età si sbaglia di grosso, ha ancora tanta voglia e profonda lucidità, poi non è che va lui in campo, quindi su questo molto sereno. Nel girone C, che mi affascina, ci sono tante squadre che ha allenato e per lui sarebbe una sorte di sintesi, una bella sfida.”

GIOCATORI DI PROPRIETÀ

Per quanto riguarda l’allestimento della squadra, il nuovo Patron Canonico esprime la volontà di costruire una rosa di giocatori di proprietà. Infatti sottolinea Carmine Troisi di Telefoggia, nel caso Zeman facesse un nuovo miracolo tipo Insigne, il Foggia incasserebbe giustamente un’adeguata plusvalenza. Un pò come fa attualmente Percassi, che oggi ripercorre, con l’Atalanta, il modello Zemanlandia che fu proprio del Foggia di Zeman-Casillo-Pavone.

SALVIO IMPARATO