Il Pescara regala la panchina a Zeman? Superato l’Empoli 1-2

Bucchi in discussione ad Empoli, era a rischio già prima di affrontare il Pescara. I toscani, sconfitti 1-2 dal Delfino, saranno ore di riflessione in quanto ora ci sarà la sosta. Occasione per il ritorno di Zeman?

Empoli, piazza da sempre attenta alla crescita dei giovani e di una certa filosofia, potrebbe essere la panchina giusta per il rilancio del Boemo. Nel 2014/15 i ragazzi di Sarri furono letteralmente travolti dal gioco verticale del Boemo. Oggi l’Empoli avrebbe bisogno di ritrovare un maestro di calcio. Con Laribi, Romagnoli, Mancuso e Veseli, Zeman ritroverebbe giocatori con cui ha già lavorato e troverebbe Provedel, portiere cercato al Lugano. Inoltre troverebbe due mezzeali come Frattesi e Bandinelli, che con lui potrebbero esplodere e poi gli attaccanti La Gumina e Dezi che nel tridente zemaniano andrebbero a nozze. Si attendono sviluppi.

SALVIO IMPARATO

Terza dose, Zeman: “L’ho già fatta. Giocatori no vax? li abbiamo obbligati a vaccinarsi”

Zeman in diretta a “Un giorna da pecora”, dove ha parlato di Draghi, Cassano e terza dose, ha confessato di aver obbligato i calciatori no vax del Foggia.

Zdenek Zeman è intervenuto in diretta, alcuni giorni fa, al programma “Un giorno da pecora”. Ha dichiarato di aver obbligato i giocatori no vax del Foggia, ad eseguire la vaccinazione e di aver appuntamento per la terza dose, dopo la trasmissione.

https://www.facebook.com/ungiornodapecora/videos/1590466777956598/

“Oggi farò la terza dose. Voi la farete o siete no vax? Noi abbiamo obbligato a vaccinarsi i giocatori che non volevano farla, dicevano che non serve”

Li ha minacciati con i gradoni?

“I gradoni li faccio sempre, in vari passaggi con venti ripetizioni”

Insomma Zeman ha fatto prima di Draghi e ha messo l’obbligo della vaccinazione per i giocatori del suo Foggia.

Durante la trasmissione ha anche parlato del suo Foggia

“Sono contento di essere tornato al lavoro perché mi diverto. Se giochiamo tutti all’attacco? Ci proviamo ma ancora non ci riusciamo bene. Stiamo imparando e spero che riusciamo a crescere”

Sulla Juventus di Allegri, difendendolo dalle “accuse” di difensivismo, definendo la Juve, per la sua storia, difensivista.

“La Juventus nonostante la rosa che ha, non si capisce e non convince. Allegri difensivista? E’ sempre stata la Juventus basata sulla difesa”

Ha parlato del Napoli, dicendosi contento del provvisorio primato in serie A e di Insigne.

“Sono contento per il Napoli e per Insigne, primo posto a parte ha giocato meglio degli altri”

Ha definito Mourinho e Sarri ugualmente bravi, ma alle prese con i soliti problemi di continuità delle sue ex squadre romane.

“Sono entrambi al primo anno e come sempre passano da momenti postivi a momenti negativi inspiegabilmente. Sarri ha ereditato una squadra che per anni ha lavorato con Simone Inzaghi e che non è abituata a fare altri tipi di lavoro.

Sul paragone tra Simone Inzaghi e Antonio Conte, ha dichiarato di vedere più bravo il tecnico pugliese ad imporre i suoi concetti. Mentre per Simone Inzaghi gli sembra più complicato perché i giocatori titolati dell’Inter si sentono più bravi.

“I giocatori dell’Inter oggi decidono di più perché hanno vinto lo scudetto e sentono di fare più di testa loro”

SALVIO IMPARATO

Foggia-F. Andria 2-3, a questi ragazzi serve una vittoria alla Zeman

Il Foggia di Zeman esce dalla Coppa Italia. Foggia-F. Andria finisce 2-3. Il Boemo difende i ragazzi e crede in loro, ma chiede più convinzione.

Foggia-F. Andria è stata ancora caratterizzata dal dominio territoriale dei satanelli, non trasformato in risultato condizionato da un attacco sterile. La sensazione è che a questa squadra manchi molto una vittoria zemaniana. Una vittoria fatta di combinazioni collettive, provate in allenamento, che creano superiorità numerica e tanti gol. Non si vede ancora una difesa avversaria, messa difficoltà da uomini che arrivano da tutte le parti in velocitá.

La squadra, come dice Zeman, si impegna e si è visto anche in Foggia-F. Andria. Prova a mettere in pratica quello che chiede il Boemo, sembra solo lenta ad assimilare certi schemi. Per ora si vede la fatica di seguire i dettami del proprio allenatore e manca ancora la scintilla. Infatti il problema ora sembra psicofisico, questa scintilla deve prima o poi esplodere e far passare la squadra, dal faticoso compito di seguire i dettami di Zeman, alla gioia di giocarli insieme e farne un’armonia collettiva. Serve assolutamente una vittoria zemaniana per dare la certezza a questi ragazzi che la via di Zemanlandia è la strada giusta.

SALVIO IMPARATO

Napoli – Bologna 3-0: cosa resterà degli anni ’80?

Il Napoli riaggancia il Milan in vetta alla classifica di serie A. Lo fa abusando di un Bologna rimaneggiato e risultato non impegnativo come avversario. I rossoneri e i partenopei, pari a quota 28 punti, hanno creato il vuoto intorno a sé. La prima è l’Inter a -7. Il Napoli ha la miglior difesa con sole tre reti subite mentre il Milan il migliore attacco con 23 reti. Sembra improvvisamente tornati alle sfide di fine anni ’80 dove Maradona sfidava il Milan di Sacchi per i massimi traguardi calcistici.

1. Napoli – Bologna

Il Milan nell’anticipo del turno infrasettimanale, di Martedì, vinceva soffrendo indicibilmente contro il nuovo tremendismo granata firmato da Juric. I rossoneri si portavano a 28 punti e lasciavano al Napoli, impegnato il Giovedì, l’onere di dover rispondere.

Il Napoli per dichiararsi presente alla volata in vetta avrebbe dovuto battere il Bologna. Battuto nel turno precedente proprio dal Milan all’interno di una partita romanzo che ha visto i felsinei tenere testa alla squadra di Pioli nonostante la doppia inferiorità numerica. Gli infortuni e le squalifiche hanno consegnato alle fauci di Spalletti un Bologna raffazonato in questa sua nuova versione da 352.

L’assenza di Soriano, il regista ombra della squadra, e di Soumarò, il perno della difesa a 3 e l’unico in grado nelle premesse di poter tenere la fisicità di Osimhen, e infine anche di Arnautovic, il centroavanti di manovra tanto richiesto da Mihaijlovic durante la sessione estiva di mercato, hanno indebolito parecchio il Bologna.

Il Napoli dal canto suo ha disputato partita sublime, schiacciando l’avversario dal primo all’ultimo minuto attraverso un recupero palla immediato e rinculate puntuali e vigorose. Capeggiate dal “pogbeggiante” Anguissa e da una squadra vogliosa di sbranare l’avversario.

2. I gol!

E così è stato: riconquista della sfera in avanti da parte di Lozano su passaggio errato in uscita da Svanberg. Il messicano serve Elmas che trasmette il pallone in modo veloce ma sporco al sinistro libero di Fabian Ruiz, il quale sia piuma che ferro prima addomestica docilmente lo strumento e poi lo calcia con veemenza e parabolica precisione sotto la traversa. Skorupski non può nulla ed è 1-0.

L’accerchiamento dell’area felsinea è costante, continua, perenne. Alla fine la persistente presenza degli avanti azzurri e soprattutto di Osimhen nei pressi della porta costringe i difensori bolognesi a marcarli sempre più vicini e stretti. In tal senso, la marcatura di Medel su Osimhen sembra inevitabile ma troppo svantaggiosa per il vecchio mediano cileno. Infatti, quest’ultimo per compensare i cm di altezza di differenza su un cross d’Insigne allunga una mano, colpisce la palla. Rigore. A fine partita per il Napoli ne saranno due. Entrambi legittimi ai tempi del Var. Il secondo su calcio netto ma non intenso di Mbaye allo stinco di Osimhen.

Insigne li realizza entrambi trasformandoli alla sua maniera. Tiro rasoterra e angolato alla destra del portiere. Il fatto che i tiri siano a pelo d’erba compensa la prevedibilità della scelta e quindi le potenziali partenze in anticipo sul proprio fianco destro da parte dei portieri. E questa doppietta dalla linea della carità ripristina serenità su una vicenda che stava diventando pruriginosa, cioè quella della poca freddezza dal dischetto del capitano azzurro.

3. cosa resterà degli anni ’80?

La vittoria del Napoli restituisce una sfida dal sapore antico, una lotta al vertice tra i partenopei e il Milan. Una competizione per lo scudetto che riporta i più nostalgici agli anni non necessariamente meravigliosi – ma si sa il tempo del proprio genitore è sempre più verde – ma fortemente ricchi per una Italia borghese centrica e benestante. Quel benessere si manifestava nel calcio dove un costruttore meridionale, Corrado Ferlaino, poteva far sognare una Capitale del Sud, per l’appunto Napoli, costruendo una squadra destinata a far sudare le cd sette camicie al dream team ideato da Silvio Berlusconi.

Entrambe le compagini potevano permettersi giocatori in grado di vincere con agio Coppa Campioni e Coppa uefa – rispettivamente il Milan e il Napoli -. Oggi le squadre appaiate in vetta alla serie A sono ai margini del jest set calcistico internazionale. Il Napoli però da anni porta avanti un calcio internazionale, di ampio respiro offensivo. Il Milan, di nuovo potente, pare abbia una mentalità più italiana inculcata da Pioli. Squadra dedita alla lotta, al contropiede, che ama ricavare gol, vittorie e punti nella spazzatura della partita, sui duelli individuali vinti con fisicità e temperamento.

Per picchi di gioco, i rossoneri anche meglio del Napoli ma per continuità del dominio territoriale e soluzioni offensiva a disposizione gli azzurri si lasciano preferire. Eppure, in netta controtendenza alle identità delle due squadre è il Milan ad avere il migliore attacco mentre il Napoli a migliore difesa. I numeri difensivi napoletani sono spaziali: 3 gol subiti in 10 partite. A fine anno, con una media del genere, sarebbero appena 12.

Il Milan, ora, attende una doppia sfida non facile: prima la Roma del sempre più “liedholmiano” Mourinho e poi il derby contro l’Inter. Neroazzurri campioni in carica, indeboliti dalle cessioni estive di mercato e dallo sfortunato caso di Eriksen, ma con l’orgoglio e la rosa ampia dei primi della classe. E quindi non comodi, i ragazzi di Simone Inzaghi, a -7 dalla vetta.

Il Napoli, invece, affronterà contestualmente la Salernitana di Colantuono, che evoca derby regionali di anni non felice per i colori partenopei, e poi quell’Hellas Verona con cui i ragazzi di Spalletti persero qualche mese orsono qualificazione Champions e dignità. È un dolore nascosto giù nell’anima!

Massimo Scotto di Santolo

Roma – Napoli 0-0: la lupa cerbero frena il ciuccio

Che per il Napoli vincere anche a casa della Roma fosse divenuto complicato, lo si è compreso immediatamente dopo la disfatta giallorossa in terra norvegese. La goleada rifilata dal Bodo Glimt ai ragazzi di Mourinho ha compattato l’ambiente. Il tecnico portoghese ha reso la partita del Napoli un all in, un crocevia stagionale all’insegna del motto “no time to die”! Alla fine, i capitolini strappano ad un Napoli, più attento a non perdere che a vincere, un pari giusto e, per i giallorossi, balsamico all’interno di una partita comunque dai ritmi britannici e quindi godibile. Tiene banco in casa Napoli il momento nero di Zielinski. L’arbitro Massa, invece, ha contribuito alla fluidità del gioco con un arbitaggio all’inglese. Il divertimento trasmesso ai telespettatori dalla partita ha nascosto, tuttavia, una serie di decisioni arbitrali poi rivelatesi a freddo alquanto discutibili.

1. Sconfitte salutari

La Roma di Mourinho si è presentata all’avvio della stagione con una fisionomia in netta controtendenza alle abitudini del mister portoghese. Squadra verticale, quella capitolina, basata su un contropiede fulmineo e ritmi tambureggianti, ha fatto del gol e della sua ricerca un marchio di fabbrica della propria identità d’inizio di stagione.

Eppure l’iniziale entusiasmo su cui la Lupa volava e segnava si era improvvisamente interrotto. Dapprima è sopraggiunta l’inaspettata sconfitta contro l’hellas Verona e poi allo Juventus Stadium al cospetto dei bianconeri. Partita macchiata da un arbitraggio pessimo di Orsato. Infine, nel turno infrasettimanale, la squadra riserve dei capitolini si è completamente consegnata alla goleada della onesta squadra norvegese del Bodo Glimt. La Roma ne ha presi, infatti, sei e segnando una sola rete.

Mou ha approfittato della vicenda sportivamente tragica, lanciando un j’accuse alla bravura dei calciatori non titolari. Questo ha compattato l’ambiente e la squadra titolare in vista di un obiettivo immediato: il big match casalingo contro il Napoli. Il motto implicito che sembra aver accompagnato i giorni precedenti al match ricalca l’ultimo film sul più noto 007 della storia: “No time to die”. Tre sconfitte consecutive, di cui due contro dirette rivali del campionato (e una in casa) e di cui una subendo una goleada, avrebbero completamente incrinato il cammino di Mou nella capitale e forse anche il buon esito della stagione.

Il tecnico lusitano ha presentato il conto all’amico-nemico di tante battaglie ai tempi in cui Roma-Inter valeva uno scudetto, ossia Luciano Spalletti, che però siedeva sulla panchina che ora è la sua. Mourinho ha organizzato la squadra in modo tale che Osimhen venisse costantemente raddoppiato dalla coppia di centrali. Mancini gli copriva il corto. Ibanez, più veloce, marcava l’attacco alla profondità del nigeriano.

2. Un Napoli calcolatore

Spalletti aveva annusato tutti i pericoli della partita. E l’atteggiamento della squadra ne ha dato testimonianza. Tutti, da Koulibaly a Insigne, preoccupati di mantenere un decoro e contegno tattico affinché il Napoli più che vincere uscisse dall’Olimpico almeno non sconfitto. Merito alla strategia, perché così è stato. Ragionamento raziocinante quello azzurro: farsi acchiappare a pari 25 pt in classifica dal Milan vittorioso a Bologna e riconquistare il primato nelle prossime tre dove i rossoneri affrontano Torino, Roma e Inter mentre i partenopei Bologna, Salernitana e Verona. Inutile, dunque, si fa per dire stressare i giocatori alla ricerca di una vittoria in un contesto ambientale e tattico complesso.

Eppure il Napoli non ha snaturato il suo gioco. Ha prima provato ad imporre la sua manovra partendo dal basso con la ormai consolidata impostazione 4+1 o +2, per poi passare dinanzi al pressing ben organizzato della Roma, che lasciava spazi di manovra al tecnicamente meno dotato Rrahmani, al 3+2. Questo sistema andava a ricercare l’ampiezza della manovra da una parte con Mario Rui e dall’altra con Politano prima e Lozano poi.

Questa mossa ha dato il predominio territoriale e il possesso palla al Napoli. E nel momento migliore degli azzurri all’inizio della ripresa Osimhen ha la palla per sbloccarla ma più per sfortuna che per imprecisione fallisce. Una scorribanda di Abraham riaccende poco dopo la Roma e il pubblico di fede giallorossa. Il Napoli si ricorda che l’importante in questa partita è non perdere. Così si limita nuovamente a controllare il match attraverso una difesa che al momento pare impermeabile tra bravura e buona sorte.

3. Alcuni limiti offensivi del Napoli

Il Napoli sta avendo ultimamente maggiori difficoltà a segnare. Circostanze e studio delle contromosse da parte degli avversari influiscono. Osimhen ha incontrato in due delle ultime tre due degli unici cinque/sei difensori che possono tenerlo in uno contro uno in campo aperto, ossia Bremer e Ibanez.

Il vero limite parrebbe però l’incapacità del Napoli di trovare un uomo in grado di buttarsi alle spalle dei terzini sinistri avversari. Questi ultimi sono notoriamente attirati fuori dalla linea da Politano e Lozano che danno sempre ampiezza, raramente vengono dentro al campo a fare densità sulla trequarti. E Osimhen che abbisogna comunque del raddoppio tende a giocare maggiormente sul centrosinistra per poter dialogare con la catena tecnica del Napoli, formata da Mario Rui, Insigne e Zielinski.

Lo spazio che si crea sul centrodestra del Napoli, oltre la posizione di Politano e Lozano dovrebbe attaccarlo sullo sviluppo della manovra Anguissa, il quale però al momento, con il suo approccio posizionale al fianco di Fabian Ruiz, rappresenta uno dei segreti dell’impermeabilità difensiva azzurra.

Peraltro la Roma ha chiuso molto meglio di tanti avversari quel buco compattando la linea e lasciando solo lo sfogo laterale da ambedue i lati. Osimhen è più controllabile se costretto ad una partita di soli scontri fisici e colpi di testa. Servirebbe così l’imprevedibilità o l’accompagnamento di Zielinski che nelle sue scadenti prestazioni rappresenta la vera spina nel fianco del momento positivo del Napoli.

4. I trequartisti del Napoli

In realtà, l’appannamento della fantasia dei trequarti del Napoli, provenienti da una brillante stagione sotto l’egida di Gattuso, rappresenta scelta strategica da parte di Spalletti. Il mister di Certaldo ha disegnato il suo Napoli sulla massima del presidente De Laurentiis “un Napoli osimheniano”.

Le mezze punte azzurre sono tutte rivolte ad azionare Osimhen all’interno di un contesto in cui la prima preoccupazione è non subire gol. Può accadere che questo principio programmatico svilisca le follie degli avanti partenopei, ma quattro gol nelle ultime tre partite sono un sintomo non una malattia.

Peraltro, Zielinski, Elmas, Insigne e Lozano provengono tutti dalle fatiche con le nazionali e da un ritiro monco. Il polacco ha rimediato anche qualche acciacco che non sembra esser stato smaltito ottimamente. Lozano ha rischiato persino la vita con un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per un mese proprio nel pieno della preparazione alla stagione. Non è un caso che i migliori per verve e freschezza muscolare siano Politano e Osimhen, gli unici ad aver svolto quasi due mesi di ritiro senza contrattempi. Ai quali anche Mertens, Petagna e Ounas hanno concesso tempo tra calciomercato e infermeria.

5. L’arbitro Massa

Una partita a scacchi tra Mou e Spalletti degna per il dinamismo di quella giocata da Ron ed Hermione in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Come bambini davanti al divertimento, molti, prima di recuperare freddezza e lucidità hanno trascurato l’osceno arbitraggio di Massa. Designazione inopportuna visto che l’arbitro in questione proveniva da due precedenti sfortunati con il Napoli protagonista in sfide trascorse altrettanto importanti.

Massa fischiò a Firenze, due anni orsono, due rigori inesistenti per parte a Fiorentina e Napoli. Inoltre, espulse Insigne in una sfida scudetto a San Siro contro l’Inter. Inventò, in un Napoli-Lazio di quarti di finale di Coppa Italia, una espulsione ai danni di Lucas Leiva. Insomma ne aveva già combinate di cotte e di crude.

Ha chiuso la sua partita espellendo meritatamente Mourinho ma non Spalletti, scambiando a fine partita un applauso di complimenti del mister azzurro per una presa per i fondelli. Inoltre, ha completamente ignorato, insieme al Var, ben due episodi possibili da rigore. C’è un monitor per rivederli, perché non usarlo? Infine, ha graziato Abraham meritevole di essere espulso per due falli da gioco chiaramente sanzionabili con il giallo. Ha risparmiato a Vina un plateale giallo come ad Osimhen. Insomma… un fischietto che sa sempre scontentare tutti e che per fortuna non ha condizionato un pareggio divertente e giusto. I calciatori hanno saputo cancellarne dal campo ego e presunzione.

Napoli – Torino 1-0: stairway to heaven

Il Milan in un ordinario Sabato sera vinceva, tra le mura amiche, in rimonta contro l’Hellas Verona. I rossoneri momentaneamente s’issavano al primo posto. Nel frattempo l’Inter perdeva ulteriore terreno, cedendo fuori casa 3-1 alla Lazio sarrista. Il Napoli in una partita infame per il valore del Toro di Juric e per il ricorrere post sosta nazionale trova la scala per il Paradiso, approfittando delle ormai larghissime spalle di Osimhen. Il nigeriano a due gradoni la volta, all’80esimo, sale fin sopra la traversa e di testa segna l’1-0. Che significa risoluzione di un match giocato male dal Napoli, il peggiore della stagione per le ragioni di cui sopra. Che significa, in vero, ancora primo posto in classifica e ottava vittoria consecutiva.

1. Il caos

Il peggior Napoli della stagione, anche meno brillante della trasferta di Genova, ma non per la voglia di vincerla. Anche perché a Firenze, a differenza del parere di molti, il Napoli ha giocato partita maestosa e completa.

Per il resto gli azzurri sono risultati approssimativi e confusionari dal punto di vista sia tattico – non sotto il profilo delle palle inattive che hanno prodotto ancora una volta tantissimo: stavolta un rigore – che tecnico. Il Napoli è cascato nella trappola del Torino. I granata vogliono sempre incutere nell’avversario questo caos in cui poi con il loro fisico andare a vincere duelli individuali e in scorribanda andare a fare male.

Un Napoli stanco, che perciò non è riuscito frequentemente ad elevarsi sopra tale caos con la tecnica. Così ha finito per concedere occasioni da gol agli avversari mai come prima d’ora. Eppure i partenopei hanno comunque prodotto un Xg quasi di due reti, mantenendo così inalterata la produzione offensiva rispetto alle uscite precedenti. Il Napoli, alla fine, ha realizzata soltanto una rete e succede, soprattutto quando la partita sembra ab origine infame tanto per il valore dell’avversario quanto per il ricorrere post sosta nazionale.

2. Insigne il rigorista

E la rete siglata dal Napoli è soltanto una perché Insigne sbaglia il 3 rigore su 5 in stagione. Altrove, a Milano ad esempio sponda rossonera – al momento i competitor diretti del Napoli per la vetta -, sarebbe un non problema.

L’anno scorso Ibra sbagliava con altrettanta frequenza i rigori. Anch’egli andava in scadenza a fine anno. Scelse di lasciare a Kessiè l’onere. La squadra ha continuato a volare lo stesso.

Il problema diventa grosso perché Insigne non è Ibra, non si autodefinisce Dio anche quando gioca male. Lorenzo si adombra e inizia a picconare la sua autostima. Inoltre, non sembrerebbe esserci un Kessiè pronto a supplirlo. O al momento non ne vedono gli esterni.

3. Stairway to heaven

Per un Napoli incapace di sbloccarla e in balia della fisicità granata ci ha pensato il giovane fuoriclasse Osi. Il nigeriano ha percorso tutte le scale che portano al Paradiso due gradoni alla volta e trafitto di testa il fratello meno famoso della famiglia Milinkovic Savic.

E tra le nuvole Victor ha portato con sé, sulle sue spalle, Bremer che nel marcarlo però ha dimostrato di essere un embrione di top difensore mondiale alla Cuti Romero. Ma ha anche portato in cima al cielo le paure derivanti dallo spauracchio Juric e dal suo gioco maschio e resiliente, che complice la fifa del Napoli di Gattuso ha privato gli azzurri di una Champions già conquistata. E poi queste paure le ha spinte giù in terra disintegrandole.

Juric di difensori se ne intende. Ha formato anche quello che oggi è stato il migliore del Napoli: Amir Rrahmani.

4. Il brodo

Ora a Spalletti tocca recuperare un Lozano rabbuiato da un cambio tattico (legittimo) del mister – ossia passare dal basico 442 al più 352 -, che però forse avrebbe dovuto rivolgere la sostituzione a Dries Mertens.

Il belga mette lo zampino nel gol ben prima del cambio modulo ma sembra ancora lontano dalla condizione migliore. La partita non permetteva certo di fargli prendere confidenza come abbisognerebbe.

E poi tocca recuperare alla causa i vari Demme, Lobotka e Manolas che allungano il brodo. Sta arrivando l’inverno e o’ bror è buono assaje.

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina – Napoli 1-2: le sette meraviglie azzurre

Koulibaly sconfigge il razzismo della curva Fiesole mentre il Napoli batte la Viola in casa sua, all’Artemio Franchi. Secondo alcuni, gli azzurri non avrebbero brillato. Il valore della Fiorentina attuale esalta un Napoli stanco ma di rara personalità e lucidità. I gigliati perdono la battaglia del tifo e la partita. Da poco, il presidente italo americano Commisso ha annunciato che Vlahovic non rinnoverà e a fine stagione andrà via. In realtà, Mr Commisso, scegliendo Italiano al posto del permaloso Gattuso, ha intrapreso strada di lungimiranza calcistica. Tale soluzione programmatica già sta fruttando i suoi dividendi. La Fiorentina potrebbe (nemmeno troppo sorprendentemente) scalzare a fine anno una delle sette sorelle dalla Zona Europa. Il calcio offensivo e verticale di Italiano, informato per stessa ammissione del mister ex Spezia di principi e nozioni zemaniane, produrrà tanti punti.

1. Un grattacapo complicato

La trasferta toscana per il Napoli si è sin da subito proposta complessa. Gli azzurri trovavano una blasonata e rinascente squadra, come la Fiorentina, alla fine di un ciclo terribile di 7 partite in meno di un mese. Si è giocato ogni tre giorni. Inoltre, il Napoli arrivava al match con qualche incertezza dovuta dalla prima sconfitta stagionale rimediata in Europa al cospetto della bestia nera Spartak Mosca. La squadra russa ha espugnato il Maradona stadium. Il club sovietico fu anche l’ultimo Napoli pre-aureliano in Coppa Campioni, l’ultimo vagito internazionale del gruppo partenopeo guidato dal D10S.

La Fiorentina, dal canto suo, offriva allo studio di Spalletti pressing alto, verticalità offensiva nascente da un recupero palla alto e furibondo. L’ideatore di questo calcio si chiama Vincenzo Italiano e predilige giocare con due difensori centrali sulla linea del centrocampo, due terzini sganciati contemporaneamente e due ali che entrano dentro al campo a dialogare con due mezz’ali destinate a stoccare da fuori o ad inserirsi nell’area di rigore per affiancare l’unica punta. In questo caso il temibilissimo giovane serbo Dusan Vlahovic, il quale al cospetto del pari età Osimhen ha evocato negli occhi dei media e nel cuore dei tifosi sfide tra futuri fuoriclasse.

In realtà, Italiano ha leggermente modificato il suo assetto base in fase offensiva sperimentato a La Spezia. Infatti, la scelta a destra di puntare su un’ala come Callejon che si tira fuori dal gioco tra le linee per dare sfogo in ampiezza alla manovra dei compagni apre un corridoio che il terzino spagnolo, di proprietà del Real Madrid, Odriziola sfrutta con verve e dinamismo. Alla fine, il trequarti è molto più quest’ultimo che Callejon.

2. La tattica di Italiano

Il pressing, dunque, che il Napoli si trova di fronte è un muro violaceo quanto la tumefazione del volto della squadra partenopea a sbatterci contro lungo tutto il primo tempo. Italiano schiera una linea di sei uomini il cui compito è giocare sia sulla figura degli avversari ma quando la palla passa ai difensori del Napoli, centrali o terzini, allora i ragazzi in Viola devono muoversi sulle linee di passaggio. Lo scopo tagliare fuori dal gioco Zielinski e Osimhen. Il polacco, affogarlo nel marasma tambureggiante del centrocampo; il nigeriano, costringerlo ad essere cercato con palla addosso. Che tutto si può dire di Osimhen fuorché abbia la dimestichezza del controllo e del lavaggio di una sfera sporca lanciatagli sul corpo.

Come si può vedere l’intento chiaro della Fiorentina era spaccare in due il Napoli, tagliando qualsiasi rifornimento a Zielinski e Osimhen lavorando sulle linee di passaggio. Tattica riuscita sola in parte.

La tattica funziona. Il Napoli sembra spaesato e in affanno sia mentale che fisico. Anguissa, ad esempio, rincorre per 45 minuti l’opacità storica di Bakayoko. Zielinski sparisce dal campo e mai ci rientrerà salvo lasciare ai posteri una singola e decisiva giocata, di cui parleremo, nel bel mezzo del nulla cosmico della sua partita.

La Fiorentina, che capitalizza sempre e comunque nei primi 45′, ne approfitta e prima impegna Ospina con Pulgar dalla distanza. Poi sullo sviluppo da calcio d’angolo beffa la marcatura a zona del Napoli, sensibile sul secondo palo, trovando il piede di Pulgar inopinatamente solo il piatto di Vlahovic che riversa in area piccola il pallone sul quale Martinez Quarta segna il vantaggio fiorentino.

3. Il fuoriclasse Osimhen

Il Napoli è sotto. Vlahovic con un assist si sta assicurando la sfida tra baby fenomeni con Osimhen. Ruiz pedinato ad uomo da Pulgar ha smarrito sapienza e dominio del gioco eppure su giocata codificata: palla in avanti di Mario rui per Insigne, avanzamento della linea difensiva fiorentina perché il pallone durante la trasmissione della palla si può intendere coperto, palla indietro d’Insigne per Fabian Ruiz ed immediato lancio nel corridoio laterale di sinistra per Osimhen accoppiatosi con Quarta.

ll difensore argentino, pur centrale di sinistra, aveva coperto la profondità alla sua destra su Osimhen. Il compagno di reparto Milenkovic, infatti, era impegnato ad aggredire in avanti Zielinski.

Zona 1 e Zona 2 gli unici spazi liberi concessi da Zielinski, il quale mai ne ha saputo approfittare. I corridoi, evidenziati dalle frecce, invece lo spazio che la Fiorentina ha scelto di concedere ad Osimhen.

Il lacio di Fabian è preciso. Quarta non ha una chance di tenere Osimhen invlatosi in campo aperto. Alla fine l’argentino opta per il male minore, il rigore. E sul dischetto si presenta Insigne, in questo inizio di campionato non tranquillo dalla linea della carità. Infatti, il capitano azzurro sbaglia ma Lozano ribadisce in rete il gol del pari.

4. Salgono in cattedra Koulibaly e Rrahmani

Il pareggio improvviso ringalluzzisce il Napoli. La Fiorentina, invece, proverbialmente inizia a calare in modo progressivo. Gli azzurri, tuttavia, famelici approfittano di un calcio piazzato dalla trequarti destra. Sceneggiata alla Mario Merola di Spalletti che impone a Zielinski di far calciare Lorenzo a giro di destro. Il polacco si allontana per poi riavvicinarsi nonostante i moniti del suo allenatore a stare lontano. Poi Piotr con abbagliante velocità calcia di sinistro, lui che è destro, punizione docile ma precisa tra linea dormiente della Viola e dell’incredulo Dragowski. La traiettoria incontra la testa di Rrahmani che ormai in maglia Napoli ha preso gusto nel segnare. E’ 1-2.

Ci si aspetta un secondo tempo rampante, soprattutto da parte della Fiorentina. In realtà il pressing ultraoffensivo di Italiano, sebbene meno veemente di quello offerto contro l’Inter, mantiene un costo psicofisico. Il Napoli dal canto suo ha una grande voglia di gestire e colpire in contropiede. Così si abbassa ma non commettendo l’errore del primo tempo, dove abbassando Zielinski in un centrocampo a 3, il regista avversario trovava troppo campo e troppe idee poi da calmierare. Spalletti sceglie di difendersi con il possesso palla, dapprima, e poi con il 442 o 4231, come dir si voglia.

E in questa fase gestionae Koulibaly e Rrahmani vincono ogni sorta di duello possibile e immaginabile. Il pepe ad un secondo tempo in cui la scelta è tra il finire 1-2 o aspettarsi l’ennesimo e definitivo allungo del Napoli lo cospargono Insigne e Koulibaly. Il capitano esce sbraitando. Nulla di grave. Quanto basta per farsi richiamare dagli osservatori perbenisti e per far ricamare certa stampa voyeuristica.

Poi colui che un tempo era una montagna troppo alta da scalare, Kalidou Koulibaly il k2, è divenuto grazie alla narrativa spallettiana il comandante. E il comandante K2, uscendo dal campo, sente offese rivolte al suo colore della pelle. Scimmia o chissà quale altra oscenità gridano dalla curva Fiesole. Kalidou li sfida. Lui ha già vinto. Si spera che ora lo faccia anche la serie A, non con semplice solidarietà ma perseguendo penalmente i razzisti che alle cime di Koulibaly veramente non voleranno mai.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Cagliari 2-0: Mazzarri ha ricordato Maginot

Il rientro di Walter Mazzarri nel calcio italiano è risultato fortemente negativo. Un pari e due sconfitte consecutive contro Empoli (scontro salvezza) e Napoli. Gli azzurri in questo momento sono difficilmente fermabili. Tuttavia, la proposta di calcio di Mazzarri è risultata antica e anacronistica. Dieci uomini dietro la linea del pallone anche sotto di due gol. Il Napoli in questa remissività ha consolidato il suo granitico primato di primo in classifica con sei vittorie consecutive.

1. Mazzarri come Maginot

Ormai sono un paio di anni che il Cagliari a fronte di una squadra dal buon valore calcistico lotta per la salvezza della categoria. Troppi i giocatori di prestigio, su cui si fonda la rosa, a fine corsa . Pochi i giovani talenti su cui fare affidamento per accendere il Nos del motore. Stavolta Giulini si è affidato a Mazzarri per tentare una salvezza tranquilla. E chissà se non anche il conseguimento di un centro classifico in terra sarda molto agognato.

Eppure Walter, a Napoli ricordato benissimo per la sua squadra resiliente, ha iniziato male. Un pari in casa di una Lazio in difficoltà e poi due sconfitte consecutive. Entrambe nette, contro l’Empoli in uno scontro salvezza casalingo e una contro il Napoli al Diego Armando Maradona. Quest’ultimo impegno sulla carta di per sé proibitivo.

Pertanto Mazzarri, che ha comunque informato di non aver potuto ancora innestare nella squadra i suoi principi di lavoro, ha badato soltanto a non prendere imbarcate. Le dichiarazioni del post gara in cui, secondo mister Walter, il Cagliari avrebbe fatto bene, rischiato di andare in vantaggio e concesso niente agli azzurri all’infuori dei due gol sono alquanto opinabili.

La tattica cagliaritana di schierare undici uomini costantemente dietro la linea della palla con un denso 352 si è rivelato progetto difensivamente ambizioso ma gracile e anacronistico. Come la linea Maginot. La Francia, ben prima della seconda guerra mondiale, immaginò un progetto militare, che prese il nome del Ministro della guerra di allora (per l’appunto Maginot), allo scopo di rendere invulnerabile da qualsiasi invasione l’entroterra francese.

Dieci anni dopo l’artiglieria e i panzer tedeschi mostreranno all’alba del secondo conflitto mondiale la fragilità del progetto francese suddetto. L’armata di Hitler sfonderà il confine franco tedesco, lungo il quale sorgeva la Maginot, e in pochi mesi prenderà Parigi. Gli storici riconducono le responsabilità di quel fallimento francese tra le altre all’incapacità di ammodernare un progetto divenuto nel frattempo lacunoso e non più al passo con i tempi. E’ parso di soffrire di medesima impotenza il calcio di Mazzarri.

2. Il piano tattico

Come è possibile da notare nell’immagine appena allegata, Mazzarri aveva studiato bene il Napoli. Nel tentativo però di arginarlo tutto, alla fine per il Cagliari la coperta è risultata corta. Gli azzurri nel costruire la manovra tendono a decentrarsi sul lato sinistro del campo per cercare il regista offensivo della squadra, Insigne. Lorenzo, ieri sera, ha raggiunto 400 presenze in maglia azzurra festeggiate con gol su rigore: bravo!

Mazzarri ha provato ad arginare il possesso palla azzurro, che si attiva quando Osimhen perde la profondità d’attaccare, chiedendo a Joao Pedro e Nandez pressione costante su Koulibaly e Mario Rui. Lykogiannis, quinto di centrocampo di sinistra, soffocava Di Lorenzo quando il terzino della nazionale agiva da quarto di difesa. Il greco invece non si alzava mai sul terzino destro azzurro quando quest’ultimo retrocedeva sulla linea di Rrahmani e Koulibaly. Così liberi dal pressing avversario risultavano soltanto Rrahmani e Di Lorenzo.

Rimaneva soltanto la scelta se raddoppiare o meno Osimhen. Al momento Mazzarri ha ritenuto fosse il caso e a posteriori ha fatto bene in un’ottica conservativa del passivo. A quel punto, con il Napoli e Osimhen che non rinunciavano a decentrarsi sulla sinistra e Politano, dall’altra parte, a mantenere l’ampiezza sulla destra… si liberava spazio enorme ed attaccabile tra Godin e Caceres. Che nella foto è segnalato da quadratino.

3. I due gol

Nello spazio evidenziato, dunque, all’inizio del primo tempo la mezz’ala sinistra azzurra Zielinski con un taglio profondissimo, da sinsitra verso destra, ha preso il tempo al suo diretto marcatore, il vertice basso cagliaritano Marin, e recuperato in fondo al campo un bel suggerimento appena lungo del dominante Anguissa. Giusto in tempo il polacco riesce a crossare la palla diretta sul fondo per un Osimhen bruciante. Il nigeriano si smarca dalla doppia marcatura di Godin e Waluckiewicz e deposita il tap in dell’uno a zero.

All’inizio del secondo tempo, altra partenza forte del Napoli. E qui si capisce il perché regalare raddoppiare Osimhen. Sempre nello stesso spazio evidenziato, il 9 partenopeo cerca suggerimento nei piedi e non nello spazio. Il passaggio arriva. Godin è costretto a seguirlo e a perdere l’appoggio del raddoppio. A quel punto il difensore uruguayano e l’attaccante africano ingaggiano un duello corpo a corpo. Finta di Osimhen. Deretano in terra di Godin. Rigore per il Napoli occorso pressoché nella stessa zolla di erba dove Zielinski ha fornito l’assist del vantaggio. Insigne realizza.

Il resto è gestione ed accademia da parte del Napoli, che avrebbe dovuto triplicare e non facendolo forse sporca una prestazione altrimenti perfetta… anche nel riuscire a sfruttare, pur di vincere, spazi e centimetri lasciati a disposizione dagli avversari ad un palmo dalla linea di fondo. Si tratta di speculazione morbosa del dettaglio. A dire il vero è ossessione tecnico-tattica che piace!

Massimo Scotto di Santolo

Sampdoria – Napoli 0-4: Napoli, gimme five

Secondo 0-4 consecutivo. E’ un Napoli imbattuto e scintillante. Trasferte insidiose erano quelle di Udine e Genova ma il Napoli ha maramaldeggiato in casa sia dell’Udinese che della Sampdoria. Quanto il Napoli è forte lo si scoprirà nel momento delle difficoltà. Ad oggi è ingiocabile; ingiocabile il Napoli, perché si esalta non solo nella giocata offensiva ma anche nella capacità di soffrire di fronte alla bravura avversaria.

1. Il primo tempo

Al momento il Napoli è ingiocabile. Quando finirà la striscia di vittorie consecutive, verranno quindi fuori i veri valori di una rosa che al momento schianta chiunque pur avendo una squadra, causa infortuni, ancora al 70%. Tanti gli infortunati.

La Samp, dal canto suo, ha giocato 50 minuti di buona fattura. Sul piano della prestazione la migliore avversaria fino ad ora incontrata dai partenopei. Alla fine del 1T erano i blucerchiati ad avere maggiore possesso palla e più tiri a referto. Ospina severamente impegnato ha fatto grande prestazione trovandosi pronto quando chiamato in causa.

E però D’Aversa per proporre un gioco così intenso e offensivo, la cui esigenza nasce dalla perenne necessità blucerchiata di stanziare nella metà campo avversaria per poter reggere e favorire due attaccanti non contropiedisti e piuttosto anziani come Caputo e Quagliarella, concede spazio alle spalle della linea difensiva.

Così i primi 10 minuti Yoshida si trova in uno contro uno con Osimhen e scopre di praticare sport diverso dal nigeriano. Quest’ultimo prima gli mangia metri in campo aperto ma poi spreca a tu per tu con Audero, poi realizza lo 0-1 sfilando alle spalle del giapponese sulla gittata arcuata di Insigne un tempo destinata a Callejon.

D’Aversa capisce che rischia la goleada – che poi comunque subirà – e mette la copertura preventiva su Osimhen, bloccando il terzino destro doriano in fase di proposta offensiva. Da una sorta di 3412 sampdoriano, poco simmetrico, nascono i pericoli per Ospina e le annesse parate importanti di cui si diceva.

2. La mediana del Napoli

Ma nel miglior momento della doria Redondo, al secolo Fabian Ruiz, trova stile Tiger Woods sull’ennesima transizione offensiva la buca impossibile da raggiungere per Audero. Non si sa come ma con fulminea e cinica bellezza, rafforzata dalla capacità di soffrire e non indebolita dal morire nella stessa, è 0-2!

Dello spagnolo si è detto che fosse inadeguata scelta per sostituire Jorginho. Ora l’italo-brasiliano è ancora di altro livello ma Fabian ha carte in regola per raggiungere quelle vette. All’epoca l’operazione fu lungimirante, meno l’incapacità di lavorare sul giocatore sia di Ancelotti che di Gattuso.

Spalletti in 6 partite ha dimostrato che può giocare in una mediana a 2 ma questo già l’aveva detto Ancelotti – memore del 4231 Spagna u21 campione d’europa in cui Ruiz scherzava con i pari età -. Fabian può giocare sul centro sinistra e non per forza sul centro destra – dove non necessariamente a ragione si vede Fabian stesso -. E può comporre una mediana a 2 se al suo fianco agiscono giocatori come Demme o Zambo in grado di coprire metà globo terrestre con la propria corsa.

Il centrocampista spagnolo ha dimostrato che in situazione di prima impostazione, quando la linea difensiva si dispone a 4, può fare il vertice basso e farlo anche in fase difensiva, durante la quale molto spesso il trequarti Elmas o Zielinski retrocedono sulla linea di Anguissa per formare centrocampo a 3.

Anguissa, accompagnato dalla sindrome del tale e quale a Bakayoko, prestazione su prestazione sta marcando differenza con il francese e nobilitando la campagna acquisti di Giuntoli presente e passata.

Ds fin troppo criticato, che sicuramente ha commesso qualche errore, ma chiamato a gestire un ricambio generazionale già da un po’ sta vedendo germogliare la semina effettuata nelle sessioni di mercato precedenti. E se Anguissa dovesse continuare su questi livelli, Giuntoli si prende la palma di migliore Ds della stagione.

3. Il secondo tempo

La Samp prova anche nel secondo tempo, con volontà, a proseguire sulla scorta del primo. Tuttavia, appena lascia spazio – che copra preventivamente a 3 o a 2 – subisce un gol. Così accade anche nel secondo dove Osimhen a porta vuota deposita in rete un cioccolatino di Lozano. È 0-3!

Il nigeriano è meno forte di Cavani, Higuain e Mertes, se si vuole parlare di genetica del calcio, ma rispetto ai tre fenomeni suddetti è il giocatore che condiziona di più le squadre avversarie. La paura con cui preparano il piano gara o sono costretti a cambiarlo in corso è una cosa che raramente si è vista. Perché poi se le avversarie scelgono di togliere agli azzurri la profondità, si portano in area di rigore: Insigne, Zielinski, Lozano, Politano, Ounas, Elmas e anche potenzialmente l’opzione Petagna.

E chi li tiene 4 a scelta così, per 90 minuti, costantemente a 20-30 mt dalla propria porta? Peraltro 5 mezze punte dotate sia di dribbling che di tiro dalla distanza. E infatti alla quindicesima (?) ripartenza, sempre Lozano appoggia a rimorchio palla scorbutica che il trequarti polacco con la sua immensa classe, di mezzo collo esterno, schiaccia in rete manco fosse Michieletto o la Egonu agli Europei di Volley. È 0-4!

4. Mentalità

E poi infine una menzione per Insigne, che pare abbia trasmesso alla squadra la stessa fame e convinzione che aveva l’Italia di Mancini. Si può vincere a dispetto delle griglie di partenza e dei valori individuali assoluti o delle defezioni.

Sembra proprio che l’Italia per una volta abbia restituito qualcosa al Napoli: il dovere di crederci… Partenope è forte! Poi, un conto, è tenere quel tipo di mentalità per 7 partite, un altro è tenerlo per 38… e quindi calma, molta calma.

Massimo Scotto di Santolo

Udinese – Napoli 0-4: Spalletti e il compromesso storico

Il Napoli brillante, ammirato ad Udine, è frutto di una ricomposizione tattica ed emotiva cesellata da Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo ha unito la fluidità del gioco ancelottiano ad una identità dogmatica sarrista. Ha mantenuto intatti gli spunti positivi di Gattuso e scartato quelli infondati. Nell’eterna lotta tra i presidenzialisti e gli anti aziendalisti ha pacificato le due fazioni stando dalla parte del pubblico in qualità di uomo della società, alla quale ha saputo prestare carezze e schiaffi con parsimoniosa misura ed intensità. Il risultato è un Napoli consapevole delle proprie forze come mai da tre anni e perfetto, fino ad ora, nel suo cammino. La bellezza di tale perfezione consiste, infatti, proprio nell’aver vinto nonostante i difetti e nel voler vivere senza paura della morte.

1. Il lungo inverno

Ora la creatura di Luciano Spalletti, il Napoli stagione ’21/’22, danza sulla bocca di tutti. Stupefacente la vittoria sul campo della gagliarda Udinese ancora imbattuta in questo inizio di campionato. Attacco azzurro mortifero, gestione della partita encomiabile, difesa impenetrabile. Pur tuttavia, questo Napoli è il risultato di un cammino lungo di cui Spalletti sta raccogliendo i frutti.

All’indomani della fine del sarrismo, tre anni è durato il progetto di rinnovamento. E’ che questo percorso fosse giunto a compimento si era capito già nel girone di ritorno della stagione precedente, quando cioè il Napoli collezionò 43 punti. Si stava chiudendo un cerchio che vide l’ultimo Napoli sopra i 40 punti in un singolo girone di campionato, quello dei primi sei mesi di Ancelotti. Ed era ancora un Napoli profondamente sarriano. Il trend già prima dell’arrivo di Spalletti era in silenziosa e crescente ascesa.

2. I meriti temporanei di Spalletti

Spalletti ha avuto allora il merito di sembrare far brillare una bomba inesplosa. Ha conservato il 4231, imposto come nuovo schema da Ancelotti e ripreso riottosamente anche da Gattuso, ma inserendo varianti a seconda dell’avversario: il Napoli sa interpretare anche il 433 (applicato soprattutto in fase difensiva) e il 3421 (applicato soprattutto in fase offensiva). L’impostazione da dietro alterna, in base al pressing avversario, una linea di difesa a 4 più un solo centrocampista in appoggio ai difensori (4+1, utilizzato proprio ieri ad Udine) o una linea di difesa a 3 più due centrocampisti in appoggio (3+2, utilizzato ad es. contro il Leicester).

Il vero capolavoro “spallettiano” però consiste nell’aver cancellato quelle due categorie che albergavano nell’anima della città: i difensori e gli oppositori di De Laurentiis. Con i secondi ad incensare tutti i professionisti che hanno assunto ruolo contrappositivo alla società nella figura del Presidente. Amatissimi per questo motivo prima Sarri e poi Gattuso. Odiato Ancelotti per qualche esternazione aziendalista di troppo. Intanto spariva il campo dietro pessimismi cosmici dettati da faide intestine al tifo napoletano.

Ora, grazie a Spalletti, pare esista solo il Napoli e le sue prestazioni sul campo. Bisognerà testare più avanti, quando arriverà la bufera, se questo centrismo socialista non verrà rinnegato alla ricerca di scorciatoie: attaccare i calciatori per solleticare lo spirito di chi non crede nella professionalità di un gruppo che ha tradito in passato dirigenza, allenatori e tifosi oppure attaccare la società per non aver rinforzato a dovere la rosa.

3. Udinese – Napoli

Nel frattempo, gli azzurri vincono e convincono. E’ difficile riscontrare difetti nella prestazione andata di scena alla Dacia Arena, casa dei fruliani, a parte i primi 5′ di partenza lenta che pur Il Napoli si è concesso. Poi progressivamente ha sciolto i muscoli e dato sfoggio di sé.

L’idea di Spalletti, per venire facilmente a capo dell’enigma difensivo del tecnico avversario Gotti, consisteva nel disporre la linea a quattro di difesa allo scopo di attrarre sui terzini le due mezz’ali del centrocampo a 3 dell’Udinese. Sovente ha avuto effetto la trappola. E spesso, quindi, i partenopei hanno maturato superiorità in mezzo al campo ma soprattutto isolato i due esterni di attacco contro i quinti della difesa a 5 dell’Udinese.

Ed è li che Gotti voleva vincere la partita e invece l’ha persa. Contromovimento d’Insigne che finge di andare incontro a Mario Rui per poi attaccare la profondità. Il portoghese recapita pallone puntuale per il destro d’Insigne, il quale sfodera pallonetto di enorme precisione che consente ad Osimhen di spingere a porta vuota in rete il pallone dello 0-1.

4. La gestione da squadra finalmente ritrovata grande

Il vantaggio consente al Napoli di aspettare un’Udinese non propriamente abituata a fare la partita. Udinese, peraltro, spaventata dallo spazio alle spalle della propria difesa che Osimhen ha imparato ad attaccare con “discreta” cattiveria. Non a caso i bianconeri perdono completamente il filo del discorso. In questa assenza mentale, il Napoli con sconosciuto cinismo piazza due gol su schemi da calcio da fermo, mandando in rete i due difensori centrali (Rrahmani e Koulibaly).

Ritorna il compromesso storico. Non può essere un caso che dopo tre anni dall’addio di Sarri tornano schemi e geometrie in concomitanza con il rientro di Calzona. Calzona, detto Ciccio, storico vice di Sarri. Molto poco glamour per Londra, Torino e Roma ha portato conoscenze dentro lo staff di Spalletti dopo la pessima esperienza a Cagliari sotto la guida di Di Francesco.

4. Quali differenze con il Napoli del passato?

E però Spalletti è tecnico in grado di affrancarsi da copie carbone ed etichette. Lozano non lo snatura ma se c’è bisogno gioca a sinistra, dove il messicano non gradisce giocare. Hirving segna il quarto gol ed è bellissimo. Così come il Napoli di Spalletti, quasi quanto quello di Sarri ma non per le varianti che per ora ha mostrato.

Questo merito anche di Giuntoli, al cui lavoro il riconoscimento lo fornisce Gotti. Ad oggi, il tecnico dell’Udinese dichiara, è impossibile scegliere come affrontare il Napoli. Ha caratteristiche per le quali sia la difesa bassa che quella alta rappresentano in presenza di Osimhen enigmi decifrabili per la compagine azzurra. Mertens, da questo punto di vista, concedeva più scelta agli avversari sarristi su come preparare la partita. Eppure lo spunto muscolare del belga, all’epoca ancora esplosivo, ha rabberciato tante potenziali lacune.

Quindi, Spalletti pare voglia fondare un Napoli sarrista nel cuore ma ancelottiano nella mente. E con Carlo condivide il feticismo per la fisicità, in virtù della quale è stato assunto il per ora dominante Anguissa; per le varianti tattiche di cui si è detto e per Fabian possibile regista.

5. Spalletti e il compromesso storico

Gattuso aveva raccontato che lo spagnolo davanti alla difesa non poteva giocarci. Ci fu un tripudio generale su quest’affermazione, visto che il maldestro Ancelotti lì insieme ad Allan lo proponeva tra il brusio borbottante di una platea scontenta. Spalletti inizialmente si è fidato di tale convinzione e con Lobotka faceva scivolare Ruiz tra terzino e ala destra. Poi l’infortunio dello slovacco ha aperto le porte della sperimentazione. E Luciano ha compreso che con organizzazione e compagni complementari anche Fabian può dettare tempi e coperture davanti ai due centrali di difesa.

Mentre Spalletti ha ritenuto intoccabile l’intuizione di Gattuso nello schierare Zielinski trequartista. Visione sfuggita sia a Sarri che ad Ancelotti. Eppure non ha svilito, come fatto da Rino, il ruolo di Elmas a ragazzo della primavera aggregato alla prima squadra. E nemmeno confermato la maldicenza, rispetto alla precedente gestione tecnica, che Lobotka non fosse abbastanza professionale e forte per giocare in serie A.

Sembra la sfortunata epopea del compromesso storico teorizzato da Moro e Berlinguer: l’idea di creare, attraverso una posizione temperata, un accordo nell’interesse di tutti. I due leader politici agli antipodi volevano restituire agli italiani un nuovo miracolo economico sostenibile ed etico fondato su principi progressisti comunemente condivisi. Spalletti, invece, vuole ricostituire il diritto di sognare smarrito dai tifosi partenopei. Lo fa agendo, momentaneamente in modo ottimale, da eroe di mondi provenienti dal passato e tra loro fino ad ora scollati. Si spera non intervenga alcun fattore esterno a turbare un equilibrio centrista ma non compromettente.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Juventus 2-1: nessun rimpianto, nessun dolore

Al Diego Armando Maradona di Napoli andava in scena un grande classico del calcio italiano: Napoli contro Juventus. Sud contro Nord. Mai come questa volta, per una serie di contingenze, il Napoli affrontava la sfida oggettivamente da favorito. Luciano Spalletti in conferenza pre partita rigettava abilmente il ruolo del più forte. Molto più importante esserne consapevole e recitarlo nei fatti che nelle parole. Il risultato finale traccia il momentaneo quadro: il Napoli otto punti più forte della Juventus… ma è lunga, ancora lunga.

1. Vecchi fantasmi

Alle 18.00 del Sabato sera è andata in scena al Diego Armando Maradona di Napoli il famigerato vis à vis politico, sociale e sportivo tra Napoli e Juventus. Gli azzurri arrivavano allo scontro diretto da favoriti. Spalletti giustamente rifiutava in conferenza pre partita il ruolo di più forte, poi dimostrato sul campo ma soltanto nel Secondo Tempo.

Infatti, durante l’arco dei primi 45 minuti, il Napoli ha rivisto tutti i vecchi fantasmi che hanno animato le sfide partenopee contro i bianconeri. Dopo un inizio incoraggiante in cui nei primi 5 minuti il Napoli avrebbe avuto l’occasione di segnare il vantaggio al cospetto di una difesa juventina inopinatamente alta e disorganizzata, Manolas ha perso lucidità e attenzione subendo scippo del pallone da Morata. Lo spagnolo così si è potuto involare in solitaria verso la porta azzurra, mal difesa per posizionamento errato da Ospina, e segnare il vantaggio inaspettato della Juventus.

Il Napoli s’irrigidisce, subisce il contraccolpo psicologico dello svantaggio ma anche l’efficacia del piano tattico difensivo e di rimessa di Allegri. Il giro palla partenopeo è lento. La Juventus, con il suo 442 attendista, scivola meravigliosamente sulle fasce impedendo ad Insigne e Politano, eccessivamente prevedibili nel rientrare sul piede forte, di fare la differenza. Colpevole Politano di non puntare e saltare mai il terzino sinistro avversario, Luca Pellegrini, al rientro dopo 6 mesi d’inattività e al 50′ già colpito da crampi.

2. Il Napoli resta vivo

Anche l’uscita palla della Juventus inizialmente convinceva. Si è cercato ripetutamente Bernardeschi per imbeccare la mezz’ala a stelle strisce, Mckennie, molto spesso puntuale tempista nell’attaccare le spalle di Elmas. Impaurito, Spalletti, da questi inserimenti da tergo abbassa il macedone dal ruolo di trequartista a quello di mezz’ala.

Il Napoli chiude il Primo tempo attaccando un 4231 abbastanza ingessato e difendendo 433. Il risultato che ne è conseguito ha comportato una Juventus che per alcuni tratti della prima frazione di gioco ha comandato il filo del discorso. Locatelli, infatti, è risultato libero di agire nella perpendicolare che univa il vertice basso Ruiz a quello alto Osimhen. Dettava tempi e uscite. Trovava, l’ex Sassuolo, infine Kulusevsky alle spalle di Anguissa, mai preso in tempo da Ruiz, come detto, in fase difensiva mediano metodista.

Nonostante il grande sfoggio di cultura tattica compiuto da Allegri, che consolidava la sensazione d’inoffensività del Napoli togliendo completamente la profondità ad Osimhen, la Juventus non raddoppia, neanche prova a farlo. Sicuramente l’assenza di grandi campioni e dell’enclave sudamericana ha inciso sull’istinto killer juventino.

3. Nessun rimpianto, nessun dolore

Il Napoli ha iniziato a costruire la sua vittoria non cedendo alla fretta di trovare immediatamente il pareggio. Il non forzare le giocate e scoprire il fianco ai contropiedi già durante la prima parte della partita ha consentito agli azzurri di rimanere in partita, andare negli spogliatoi per ragionare su come scardinare il muro eretto da Allegri.

Spalletti nel ventre del Maradona riscopre Ounas e rispolvera il 3421 che tante gioie gli ha dato a Roma. In fase difensiva il Napoli si adagia su un 442 che però quando la squadra entra in fase di possesso della palla diventa 3421. Ounas e Politano sulla destra, Insigne e Mario Rui sulla sinistra. Saltano i raddoppi bianconeri. Conseguenza? Dominio del campo partenopeo. Ruiz dall’ombra del primo tempo trova la luce di una regia illuminata nei secondi 45 minuti. Anguissa gli presiede con muscoli e corsa i fianchi.

Il dominio napoletano non si è mai tradotto in grandi occasioni ma il portiere polacco juventino, Sczeszny, colpito da un’acuta “paperite” d’inizio stagione ne combina una delle sue. Perde la maniglia di una sfera calciata innocuamente da Insigne e consente a Politano il tap in vincente. All’85esimo, quando Napoli e Juventus si affrontano, è zona Koulibaly. Il difensore senegalese in zona cesarini ancora una volta diventa protagonista: sfonda la rete su azione da calcio d’angolo, approfittando di una palla lasciata senza padroni a ballare sulla linea della porta.

E’ 2-1 per il Napoli! La Juventus non ha più energie e qualità per organizzare un assedio finale e alza bandiera bianca. Il Napoli si concede un dolce weekend, tirando un grosso sospiro di sollievo: non battere una Juventus così spuntata, incerottata, indebitata… avrebbe potuto rappresentare rimorso difficile da dimenticare.

Massimo Scotto di Santolo