Milan-Inter 2-3: Inerzia ribaltata

Milan e Inter hanno dato vita ad un derby della Madonnina sorprendentemente piacevole ed emozionante. Soprattutto alla luce dei problemi ormai cronici della squadra di Spalletti e della solidità che quella di Gattuso stava mostrando da molto tempo a questa parte. I nerazzurri hanno vinto con merito giocando decisamente meglio dei rossoneri. E inoltre, né per la prima volta e né per l’ultima, l’inerzia a favore di una o dell’altra squadra si è vista completamente ribaltata. Confermando il quasi azzeramento delle dinamiche e delle situazioni precedenti alla partita stessa.

L’Inter ha offerto una grande prova con praticamente tutti i suoi effettivi. Ma la chiave di volta del match dal punto di vista tattico è stata sicuramente impersonata da Matìas Vecino. La mossa vincente di Luciano Spalletti ha previsto l’avanzamento dell’uruguaiano oltre la linea di pressione dei centrocampisti del Milan. In una zona in cui soprattutto nella prima frazione ha potuto ricevere sempre indisturbato. E con il tempo e lo spazio necessario per puntare la difesa del Milan in conduzione. Questa situazione tattica è stata sicuramente favorita dalla cattiva occupazione degli spazi da parte dei centrocampisti del Milan. In particolare Paquetà, che ha sempre permesso a Vecino di posizionarsi alle sue spalle. E Bakayoko, che anche quando non sorpreso, non è quasi mai riuscito a scivolare orizzontalmente per chiuderlo.

Ma come detto prima, tutti gli undici giocatori dell’Inter in campo sono stati superiori a quelli del Milan. D’Ambrosio, Skriniar e De Vrij, per esempio, hanno praticamente annullato il pericolo numero uno dei rossoneri, Piatek. Il centravanti polacco non è mai entrato in partita e ha sofferto molto la fisicità e la lettura delle situazioni dei due centrali. In particolare Skriniar, che ha realizzato ben 11 disimpegni, di cui 4 di testa. L’olandese è invece riuscito ad entrare nel tabellino dei marcatori. Mentre D’Ambrosio ha salvato miracolosamente il risultato su Cutrone nei minuti finali.

Oltre poi alla brillantissima prestazione di Matteo Politano, menzione a parte merita quella di Lautaro Martinez. Il Toro sta crescendo a dismisura con il passare del tempo e sta dimostrando di essere un giocatore dal valore decisamente in crescendo. La varietà del suo set di movimenti. La forza e la determinazione anche nelle giocate spalle alla porta e in fase di raccordo stanno restituendo un’immagine diversa rispetto a quella che in precedenza sembrava invece aver convinto tutti. Se dovesse continuare su questa lunghezza d’onda, è chiaro che il peso dell’assenza di Icardi potrebbe finire col diventare considerevole per l’Inter solo dal punto di vista mediatico.

Ad un mese ormai dallo scoppio di questa vicenda, la sua dinamica con annessi contorni ha assunto i toni dell’assurdo e ha superato i limiti dell’imbarazzo. Il rumore della sua assenza fisica negli spogliatoi e del suo silenzio social è ancora più pesante delle sue ambigue esternazioni passate. Considerando poi inoltre l’importanza che i social stessi hanno sempre avuto nel suo metodo di comunicazione. L’idea che ci eravamo fatti e l’analisi che avevamo provato a fare, pur non potendo ovviamente sapere come fossero andate esattamente le cose, sembra essere confermata e addirittura potenziata da questi ultimi avvenimenti. Ma è chiaro anche che alla fine della stagione, il potenziale agente protagonista di un eventuale radicale cambiamento potrebbe non essere solamente lui.

Gioacchino Piedimonte

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Inter-Sampdoria 2-1: Svolta mentale e boccata d’aria.

Sono state settimane che definire turbolente è un eufemismo in casa Inter. Apparentemente distruttive soprattutto a breve termine, quasi a voler rendere omaggio alla storia recente del club. Ma decisamente costruttive invece provando anche ad allargare il raggio. E la sensazione è che il merito sia quasi tutto di Beppe Marotta. Il suo status e la sua esperienza sembrano aver fatto realmente la differenza nella gestione di questo uragano. La situazione è ancora in divenire, ma che i giocatori ne abbiano beneficiato mentalmente, tornando a respirare dopo mesi di tappo, è sotto gli occhi di tutti. E le vittorie sul campo, come quella contro la Samp, sono più importanti che casuali.

PARTITA
A San Siro è arrivata una delle squadre dall’identità più chiara e definita del nostro campionato. La Sampdoria di Giampaolo. I blucerchiati, reduci da due sconfitte consecutive, tra cui quella rumorosa e preoccupante in casa contro il Frosinone, hanno occupato il campo come consuetudine. Ma soprattutto nel primo tempo hanno fatto fatica a rendersi pericolosi dalle parti di Handanovic. D’altronde, in questo periodo piuttosto grigio per l’Inter, l’unica certezza che non ha mai mostrato crepe è stata la solidità difensiva. Skriniar, De Vrij e lo stesso Handanovic hanno spesso e volentieri arginato le iniziative avversarie. Tenendo a galla una squadra che priva di questa corazza avrebbe potuto concretamente rischiare di affondare nelle sabbie mobili.
Tutti i gol della partita sono arrivati nella ripresa. Il primo di D’Ambrosio, su inserimento sul secondo palo, servito da Perisic. Il secondo di Nainggolan, alla Nainggolan, da fuori area. E il pareggio immediato prima di Gabbiadini, dopo un batti e ribatti a ridosso della porta difesa da Handanovic.

SAMPDORIA
Il 4-3-1-2 di Marco Giampaolo è sempre molto riconoscibile. Il rombo in mezzo al campo punta a garantire il controllo del centro e il dominio del pallone, cercando di farlo avanzare progressivamente con il palleggio. Quest’ultimo poi supportato dai movimenti interno-esterno delle punte e la qualità del trequartista, che sia Ramirez o Saponara. L’unico altrettanto riconoscibile rischio a cui si espongono uno schieramento e atteggiamento di questo tipo è il lato debole scoperto conseguente al blocco di pressione portato su quello forte. Un pericolo che anche nelle ultime uscite con una squadra come l’Inter non era mancato dal mettersi in evidenza. L’ex allenatore dell’Empoli è apparso molto deluso nel postpartita e in conferenza stampa. Più che sulla sconfitta in sé, che sicuramente fa male soprattutto dopo una buona prestazione nel complesso, è probabile che i motivi siano da ricercare nel fatto che si tratti della terza consecutiva. Alla luce soprattutto del ko interno inaspettato contro il Frosinone. Il quale ha potuto innescare un sentimento di sfiducia nella squadra in vista di un treno per l’Europa che potrebbe continuare ad allontanarsi.

C’era la curiosità di chiedere a Giampaolo cosa avesse spinto il progetto tecnico a selezionare un profilo come quello di Ekdal, per andare a sostituire Lucas Torreira. Collegandoci all’esperienza cagliaritana dello svedese con Zeman. Dove da mezzala sinistra, proprio a San Siro, realizzò una tripletta. E’ chiaro che l’ex Amburgo ha caratteristiche molto diverse rispetto all’uruguaiano ora all’Arsenal. E in Germania ha spesso giocato addirittura da difensore centrale. Ma l’umore del tecnico in conferenza stampa non era dei migliori. Così come la predisposizione a un certo tipo di domanda e quindi risposta.
Anche Andersen, arrivato per sostituire Skriniar, si sta mettendo in evidenza positivamente.

INTER
L’indiscrezione riguardo il caso Icardi che abbiamo raccolto potrebbe essere molto vicina alla realtà. Pare che il litigio vero e proprio sia avvenuto negli spogliatoi tra lo stesso Icardi e Perisic. Successivamente alle dichiarazioni di Wanda Nara nei confronti dei compagni di squadra dell’ex capitano. Il croato avrebbe fatto capire a Icardi che se Wanda si fosse permessa di rilasciare dichiarazioni simili anche in futuro il vaso avrebbe traboccato. E lo spogliatoio tutto, ovviamente, avrebbe preso le parti proprio di Perisic. Visto e considerato che ogni calciatore e nessuno in particolare era stato messo in discussione da Wanda. Se è vero che la squadra esalta le individualità, è anche vero che è il valore assoluto delle individualità a stabilire la forza della squadra. E la trasformazione netta di una di queste, ovvero proprio dello stesso Perisic, dopo la presa di posizione e la decisione della società, non può di certo passare inosservata. Insieme all’approccio e all’atteggiamento del gruppo totalmente diverso rispetto a prima. La sensazione è che il coraggio e la forza di togliere questo tappo abbia permesso alla squadra di tornare a respirare.

Anche Radja Nainggolan, dopo le dichiarazioni tanto inaspettate quanto positive di qualche settimana fa, sembra aver capito che l’unico modo per sciogliersi e liberarsi sia quello di cambiare radicalmente lo stile di vita. E anche in questo caso le prestazioni di squadra, date le condizioni, non potranno che beneficiarne.

In nessuno dei mondi possibili Mauro Icardi e Wanda Nara non ritornano sui loro passi agendo per primi. La società, tramite Marotta, ha fatto capire in maniera sacrosanta di aver fatto quello che doveva, negando qualunque tipo di ripensamento. A costo persino di rischiare l’eventuale svalutazione del cartellino del giocatore e la possibile monetizzazione futura. La squadra viene prima di tutto. E le prestazioni e l’inversione di rendimento sul campo lo stanno confermando.
Se Icardi e Wanda continueranno ad aspettarsi delle presunte scuse, dimostreranno di non aver ancora capito di aver fatto i conti senza l’oste.

Gioacchino Piedimonte

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Torino-Inter 1-0: Spettacolo indegno da non ripetere

Torini-Inter-1-0

Torino-Inter è stata una di quelle partite che vorresti tanto dimenticare. Una di quelle partite che ti auguri possano non ripetersi o riproporsi. Una di quelle partite che, però, sei obbligato a rivedere. Per cercare disperatamente di capire in che modo risalire dal fondo del barile prima che possa essere raschiato.

Abbiamo assistito ad un Torino-Inter che dal punto di vista offensivo non ha prodotto praticamente nulla. E da un lato, quello nerazzurro, le ragioni di questa aridità sono mentali e tattiche ormai da tempo. Dall’altro, quello granata, sono invece figlie di un calcio prettamente fisico e muscolare. Certamente organizzato dal punto di vista tattico e difensivo. Ma con al suo interno errori tecnici inaccettabili se consideriamo il valore assoluto di molti interpreti.

TORINO

La filosofia e la visione calcistica di Mazzarri non costituiscono al giorno d’oggi un mistero. Parliamo a prescindere di un allenatore la cui gavetta e i cui risultati testimoniano a suo favore. Il Torino è una squadra le cui caratteristiche dei giocatori rispecchiano pienamente il suo approccio e la sua metodologia di lavoro. E il modo in cui la squadra stessa è stata appunto costruita è in questo senso chiaro e veritiero. Ben più di quanto provi ad esserlo lui ai microfoni. Quando cioè tenta insistentemente di avvicinare all’idea di bellezza e di gioco offensivo palla a terra una squadra invece muscolare, strutturata fisicamente e compatta. Difensivamente pronta a disinnescare i punti di forza degli avversari per poi ripartire.

Il ritratto insomma è quello di una squadra difficile da affrontare per le sue determinate peculiarità, dalla spina dorsale costituita da N’Koulou, Rincon, Iago Falque e Belotti. Ognuno importante per un particolare motivo. Il primo in termini di guida del reparto difensivo. Il secondo per l’onnipresenza, l’equilibrio e l’intelligenza tattica. Il terzo per quanto riguarda il tasso tecnico e il collegamento dei reparti. Il quarto per la sostanza e la forza fisica, ancor più della realizzazione che purtroppo latita.

Nella partita di ieri il gallo è stato affiancato in avanti da Zaza. Ed entrambi gli attaccanti si sono distinti principalmente per il lavoro e il contributo senza palla. La dedizione e lo spirito di sacrificio in virtù della causa sono lodevoli e ammirevoli. Ma è anche vero che dover parlare di due attaccanti come loro, in particolar modo di Belotti, quasi esclusivamente in questi termini piuttosto che anche in quelli realizzativi, sta diventando un’abitudine travestita da peccato.
La squadra è forte perché il valore degli interpreti è alto. E la sensazione è che quando prevalgono il coraggio e la convinzione, sia in grado di fornire prestazioni notevoli dal punto di vista della produzione offensiva. Basti pensare alla grandissima partita di qualche mese fa a Genova contro la Samp. Ma che più in generale, soprattutto quando manca Iago Falque, sia naturalmente portata ad essere compatta difensivamente e a ribaltare il fronte non sempre con molti uomini e con fluidità. La frequenza di errori tecnici nella partita di ieri è stata incredibile. Mentre Ansaldi in mezzo al campo si sta rivelando una piacevolissima scoperta.

INTER

La sterilità e la piattezza dell’Inter possono invece ormai definirsi croniche a tutti gli effetti. Il dato incredibilmente preoccupante che sintetizza questa situazione è dato dal numero di gol realizzati nelle ultime tredici partite ufficiali in tutte le competizioni. Escluso il 6-2 al Benevento. Ovvero dodici. In quattro di queste occasioni non sono arrivate reti. In solo due circostanze invece, contro Frosinone e Roma, è stato realizzato più di un gol. La difficoltà nel costruire con fluidità, nel rifinire e nel creare occasioni è chiarissima ormai da tempo.

Con la solidità difensiva nelle vesti di salvatrice. La manovra dell’Inter, specialmente nell’ultimo terzo di campo più che in fase di uscita, è piatta e prevedibile. E le dinamiche tattiche sono state già affrontate e argomentate in passato. Con i problemi relativi all’occupazione dell’area di rigore e al contributo dei centrocampisti in termini di inserimento senza palla in netta evidenza.

Il problema mentale, invece, sembra non essere di poco conto. L’apparente calo di motivazioni e di determinazione, unito al mal di pancia manifestato da alcuni calciatori, per esempio Perisic, rappresentano un segnale dalle cause poco chiare ma dalle conseguenze da non sottovalutare.
Sebbene il quadro sia abbastanza definito, resta da valutare il grado di responsabilità dell’allenatore in questo senso. Tenendo conto contemporaneamente non solo delle caratteristiche naturali dei giocatori a disposizione.

Ma anche purtroppo del delirio di onnipotenza che viene loro sempre concesso nel momento in cui pensano di poter direzionare le loro sorti e quelle dei loro allenatori in qualsiasi momento. A costo di mettere in imbarazzo e in difficoltà le società. L’arrivo di Marotta è stato probabilmente pensato in quest’ottica. Con l’obiettivo in prospettiva di un upgrade dal punto di vista della credibilità, della serietà e della compattezza dirigenziale. Ma per il momento i problemi sembrano quasi aumentare.

Relativamente a Spalletti, l’immagine più nitida che potrebbe venir fuori, al di là del problema relativo all’aspetto tattico, è sicuramente quella di Nainggolan. Il belga in questo momento è l’emblema di ciò che avrebbe potuto essere l’Inter nella testa del suo allenatore, e di ciò che invece ha finito con l’essere realmente. Se il suo arrivo è da collegare strettamente alle volontà di Spalletti, la sua gestione e il suo comportamento fino ad ora non possono prescindere da responsabilità da parte dell’allenatore toscano. Guardando poi a colui che con tanta leggerezza è stato invece sacrificato, cioè Zaniolo, la situazione non varia di certo in termini positivi.

Solo la classifica, forse, in questo momento, potrebbe permettere di guardare il bicchiere mezzo pieno. Ma con l’Europa League sempre più vicina, una scossa in grado di risvegliare e riaccendere le prestazioni servirebbe come l’acqua nel deserto. Il tempo ancora a disposizione e le situazioni per ora negative ma in effettivo divenire possono ancora concedere all’ottimismo una sfocata ragione di esistere. Ma la sensazione è che se i problemi dovessero continuare a ristagnarsi, il prossimo anno potremmo trovarci a parlare nuovamente di cambiamenti.

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Manchester City-Liverpool 2-1: Giochi riaperti

Manchester City-Liverpool non è stata semplicemente una grande partita. E’ stata anche la prova della consapevolezza che Guardiola e Klopp hanno dello spessore dell’altro. E di come le grandezze di questi due allenatori si intersechino e si influenzino a vicenda. La vittoria di misura del Manchester City riapre i giochi per la corsa alla Premier League. E pone fine all’imbattibilità del Liverpool di Klopp dopo 20 partite. Allo stesso modo di come lo scorso anno i Reds avevano invece interrotto la striscia del City.

Sta diventando sempre più semplice abituarsi all’idea di dover definire le sfide tra le squadre di Guardiola e quelle di Klopp delle vere e proprie battaglie tattiche. Il rispetto e il timore delle capacità dell’avversario sono ormai ben visibili sul campo. E l’importanza che acquisiscono i dettagli nella direzione delle partite è superiore a quella che noi siamo disposti ad accettare. A maggior ragione se poi consideriamo il peso della partita in sé e le conseguenze che esiti diversi avrebbero portato. Nell’economia dei novanta minuti, il pareggio sarebbe forse stato il risultato più giusto. L’equilibrio complessivo sempre sul filo del rasoio e con fasi alterne di conduzione del gioco ha prodotto alla fine lo stesso numero di tiri in porta. La splendida azione che ha portato al palo di Manè e al clamoroso salvataggio di Stones è stata però il manifesto della direzione che la partita avrebbe poi preso. Gli errori da matita blu di Lovren hanno poi fatto il resto.

Si può discutere con il senno di poi la scelta di Klopp di ritornare per l’occasione al 4-3-3. Accantonando per la partita in questione il nuovo sistema rinvenuto quest’anno. Ovvero quello con il doppio mediano e Fabinho in pianta stabile e i quattro giocatori offensivi. Con l’ingresso di Shaqiri quasi in pianta stabile, Firmino rifinitore e Salah centravanti. Klopp, probabilmente contando sul fatto di avere a disposizione due risultati su tre, ha optato per un centrocampo più aggressivo senza palla. Volto a soffocare la fluidità della manovra di una squadra che avrebbe dovuto necessariamente giocare per vincere. Per poi ripartire con regolarità. La bellezza data dalla verticalità dell’azione che ha portato al palo di Manè è raggiante. E il salvataggio incredibile sulla linea di Stones dopo il pasticcio con Ederson ha forse impedito al piano gara di Klopp di mettere la freccia per la nona volta in sedici confronti diretti tra i due allenatori.

Ma tornando a parlare dell’influenza reciproca dei princìpi di gioco dei due allenatori, va sottolineato questo. Considerato lo score a favore di Klopp e le dinamiche interne delle due gare di quest’anno, la sensazione è che il tecnico ad aver studiato quasi ossessivamente sia stato Guardiola. Coerentemente con la sua maniacalità. Dapprima rinunciando quasi al dominio del pallone nello 0-0 di Anfield. E in seguito andando a mille all’ora nella partita di giovedì. Affrontando quindi coraggiosamente Klopp utilizzando le sue stesse armi. Bernardo Silva sarà al termine della gara il giocatore ad aver percorso più chilometri in Premier League quest’anno in una singola partita.

E alla bellezza e all’emozione del confronto hanno certamente contribuito anche le controrisposte di Klopp, che non sono mancate. I Reds quest’anno sono una squadra molto più quadrata, in grado di gestire i ritmi delle partite senza perdere l’intensità e la verticalità nei momenti chiave. In grado di risalire il campo in maniera sempre diretta ma anche più lucida e ragionata. E’ forse questo il compromesso che ha permesso agli uomini di Klopp di perdere per la prima volta alla ventunesima partita. Dopo aver vinto in diciassette occasioni. L’immagine è quella di una squadra che ha l’intensità e la verticalità nel sangue. Ma la cui consapevolezza di aver raggiunto uno status superiore ha portato a capire di dover razionare le energie. Per poter trovare forse l’unica cosa che mancava, la continuità.

E le controrisposte in questi termini sono arrivate anche in questa partita ovviamente. Ma abbiamo già detto quanto siano importanti i dettagli. E gli errori individuali di Lovren non erano ieri una sorpresa e non lo sono certo oggi. In occasione di entrambi i gol del City sono state decisive in negativo le sue letture. Facendosi anticipare nettamente da Aguero prima, e occupando la posizione sbagliata poi, mettendo in crisi l’intero reparto. Certo è che con gli infortuni del titolare Joe Gomez e di Matip, soluzioni alternative per Klopp non sembravano esserci.

Le prestazioni individuali della squadra di Guardiola sono state di altissimo livello. Fernandinho è stato un gigante e ha dimostrato per l’ennesima volta di essere la chiave di volta insostituibile per i meccanismi di equilibrio del Manchester City. La prova atletica, prima ancora che tecnica, di Bernardo Silva, è stata sontuosa. Quella di Aguero in qualità di attaccante moderno fantastica. E lo stesso dicasi per quella di Laporte, che oltre a bloccare Salah quasi alla perfezione ha avuto anche la forza e l’intelligenza di fare il terzino puro. Per quanto riguarda Sanè, le sue doti atletiche, aerobiche e tecniche e la loro capacità di coesistere meriterebbero sempre una menzione a parte. E il suo gol del 2-1 è un colpo da biliardo, imparabile anche per Alisson.

Siamo stati costretti nelle settimane scorse a dover leggere di un Klopp associato alla dea bendata come se fosse una colpa. Come se poi dietro qualunque tipo di successo vi sia alla base l’assoluta perfezione. Come se poi l’andamento e la direzione di alcuni momenti non abbiano mai contribuito in positivo o in negativo nella storia dei trionfi e delle vittorie. Dichiarazioni forse poco lucide, macchiate da fanatismi forse inconsapevoli ma forti. Che dimostrano di non conoscere la storia di un allenatore che ha invece sempre pagato per i suoi errori, restando comunque in credito con la fortuna da anni. Diversamente, la sua storia dei momenti topici avrebbe meritato di non essere questa.

Abbiamo letto di un Liverpool in calo per il fatto di aver perso meritatamente le tre trasferte nel girone di Champions. Senza magari considerare il fatto che, dopo la finale dello scorso anno, sia emersa forse in quelle circostanze anche la volontà di rivolgere la testa e le energie ad un campionato che manca dal 1990. Anche perché in tutte e tre le occasioni fu un Liverpool troppo brutto per poter essere definito semplicemente in giornata no. Di fronte invece al passaggio del turno meritato o meno, il discorso può anche starci. Ma la consapevolezza europea del Napoli di quest’anno non può essere macchiata di certo per una sola partita persa meritatamente, contro un avversario che ha sfortunatamente per gli azzurri giocato come sa.

La Premier League può in ogni caso dirsi riaperta. Il Liverpool è sempre in testa a quota 54, il City ha ridotto le distanze a quattro lunghezze, mentre il Tottenham, con i suoi 48 punti, è sempre lì. In un momento di forma smagliante. E senza aver speso un centesimo nella sessione estiva di mercato. Lo scorso anno, come detto, il Liverpool pose fine all’imbattibilità del City, ma la squadra di Guardiola continuò a dominare e vinse comunque il campionato. Questo per Klopp è l’anno della verità. Entrare definitivamente nella forma mentis di squadra che deve essere rincorsa e non che deve rincorrere. Proseguire il cammino con la stessa consapevolezza allontanando qualsiasi tipo di contraccolpo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta alla fine del campionato è sottilissimo. Sia per quanto riguarda il suo status di allenatore che per quanto riguarda la storia del Liverpool.

Gioacchino Piedimonte

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Inter-Udinese 1-0, è la partita di Icardi versione 2.0?

Inter-Udinese-Icardi-Gol

Inter-Udinese è stata una partita che ci ha restituito in primis l’immagine di una squadra vogliosa di reagire. Quella nerazzurra. E all’interno di questa squadra anche e soprattutto la costante crescita di Mauro Icardi in termini di attaccante moderno.

INTER-UDINESE E’ L’EVOLUZIONE DI ICARDI ?

Il capitano dell’Inter sembra aver intrapreso un percorso volto finalmente a compiere un processo di evoluzione. Senza risentire in nessun modo dell’innato fiuto realizzativo. Una metamorfosi che ci eravamo permessi di individuare e anticipare già in seguito alla vittoria di San Siro contro il Tottenham. La crescita di Icardi dal punto di vista mentale e della disponibilità ha posto le basi per un avvicinamento dell’argentino ai suoi compagni intesi come squadra.

Un percorso opposto rispetto a quello con cui eravamo abituati a convivere. Caratterizzato cioè dalla squadra stessa al servizio del proprio grandissimo realizzatore. Sappiamo benissimo quanto sia importante nel calcio moderno l’atteggiamento del centravanti per il gioco collettivo di una squadra. I dubbi riguardo il possibile calo dell’efficacia sotto porta potevano non essere del tutto infondati. Ma la sensazione è che Icardi abbia trovato e stia trovando questa predisposizione dentro di sé semplicemente attraverso un approccio diverso. Un approccio con alla base la consapevolezza di avere tutte le qualità per interpretare il ruolo in maniera più ampia. E noi ci eravamo già soffermati su questo aspetto, con l’immagine del gol del pareggio dell’Inter contro il Tottenham come manifesto.

REAZIONE DOPO L’ELIMINAZIONE IN CHAMPIONS

L’Inter di Spalletti era chiamata a rispondere presente e a dare un segnale di reazione dopo la batosta dell’eliminazione in Champions. Dal punto di vista emotivo e della determinazione da Inter-Udinese sono arrivate risposte non negative. Coadiuvati dall’atteggiamento piuttosto passivo dell’Udinese di Nicola, soprattutto nella prima frazione di gioco, i giocatori nerazzurri hanno avuto il controllo per la maggior parte della gara. La supremazia territoriale è stata netta, mentre nitida è stata invece la volontà e l’applicazione di Icardi in tutte le fasi di gioco. L’attaccante argentino appare sempre più disposto ad arricchire costantemente il suo set di movimenti senza palla. E al contempo sempre più consapevole dei benefici che questo processo evolutivo potrà portare. E questi ultimi, se si pensa anche alla caparbietà con cui sembra si indossino ora i panni di capitano di questa squadra, non sono certamente pochi.

MANOVRA PREVEDIBILE E MANCANZA DI INSERIMENTI

Il problema relativo alla prevedibilità della manovra dell’Inter appare però sempre vivo. Partite dall’andamento tattico di un certo tipo come quella di sabato contro l’Udinese hanno evidenziato per esempio la difficoltà relativa all’occupazione dell’area di rigore avversaria. Affrontare una squadra dal blocco basso e compatto con l’ausilio poco convinto degli inserimenti senza palla dei centrocampisti è un problema strutturale che le caratteristiche dei giocatori non fanno nulla per nascondere. Nella partita di sabato abbiamo visto nell’intelligenza di giocatori come Borja Valero la volontà di affrontare questo tipo di situazione. Ma allo stesso tempo probabilmente anche un tipo di movimento che non è nelle primissime corde di un giocatore come lui.

NAINGGOLAN E VECINO LE ARMI IN PIU’

Il lato della medaglia positivo però non è sconfortante del tutto. Vecino e soprattutto Nainggolan, che deve di fatto ancora imporsi, hanno tutte le carte in regola per sopperire a questo aspetto in determinati contesti e partite. Il circolo vizioso e appunto prevedibile in cui si rischia di cadere quando giocatori con determinate caratteristiche vengono a mancare è chiaro. L’assenza di un calciatore come Rafinha, che dava spunti differenti alla manovra tra le linee, porta l’Inter a ricercare spesso e volentieri il gioco sulle fasce. Ne consegue il fatto che con un’occupazione fitta dell’area di rigore della difesa avversaria, la presenza del solo seppur infallibile Icardi non può portare sempre i dividendi sperati. Soprattutto quando i rifinitori o i crossatori sono i due esterni d’attacco, Keita, Perisic e Politano su tutti.

LA VERSIONE INTERISTA DEL NINJA

L’interrogativo che ci si può porre ora nasce dalla curiosità di sapere cosa aspettarsi da Nainggolan, una volta a pieno regime. Sulla carta, considerando le caratteristiche totalmente diverse di Icardi e Dzeko, era lecito pensare ad una versione del belga differente all’Inter. Le sue poche apparizioni quest’anno hanno dato l’idea di un centrocampista meno incursore del solito e più di raccordo. Ma è anche vero che, complice la condizione fisica non ottimale e un Icardi non ancora nel vivo del suo processo evolutivo, porterebbero ora e in futuro ad immaginare uno scenario diverso e magari definitivo. Diverso dal precedente, che andrebbe a definirsi come temporaneo e succube di una determinata situazione. Diverso e magari definitivo, con le aspettative soddisfatte.

La reazione dell’Inter c’è stata. La volontà di proseguire su questa strada ci sarà. Ma non è certo Inter-Udinese una di quelle partite dalle quali trarre risposte importanti e conferme differenti.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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Juventus-Inter 1-0: La legge di Mandzukic

Juventus e Inter si sono affrontate allo Juventus Stadium nell’anticipo di venerdì sera.
I bianconeri si sono imposti di misura grazie alla rete del solito Mario Mandzukic e hanno reso la sconfitta degli uomini di Spalletti amara oltre che pesante. La Juventus ha potuto in questo modo allungare il distacco in classifica addirittura a 14 punti, con il Napoli vittorioso in casa col Frosinone invece a -8. La superiorità impressionante della Juventus in questa stagione è tutta tradotta nel rapporto tra il numero di vittorie, 14, e quello delle partite giocate, 15. E la sensazione forte è che, relativamente alla partita di venerdì, la Juventus abbia giocato e vinto sfruttando non più del 60% delle energie psicofisiche. Mentre l’Inter, dall’altra parte, è sembrata aver dato almeno il 90%. Tenendo molto bene il campo ma perdendosi nel momento topico, dopo aver sciupato occasioni che in partite del genere è difficile non pagare.

Allegri e Spalletti, in ogni caso, avevano chiarito nelle rispettive conferenze stampa l’importanza vitale dell’ultimo turno del girone di Champions di questa settimana. La Juventus è chiamata a battere lo Young Boys a Berna per assicurarsi il primo posto. L’Inter, invece, dopo la prima sconfitta rientrante nella categoria “amare e pesanti” contro il Tottenham, non è purtroppo totale padrona del suo destino. Gli Spurs, vincendo al Camp Nou contro un Barça già matematicamente primo, strapperebbero il pass per gli ottavi. Indipendentemente dalla vittoria dei nerazzurri in casa contro il PSV. Valverde ha annunciato alcuni cambi di formazione, e le motivazioni in gioco potrebbero fare la differenza. Ma dall’altro lato, gli spagnoli non perdono in casa in Champions da 28 partite. La tensione sponda Inter, insomma, si taglia a fette. Ma sarà fondamentale restare concentrati sulla propria gara, senza lasciarsi condizionare da subito.

Tornando alla partita di venerdì, la conferenza stampa di Spalletti aveva lanciato anche chiari segnali di ottimismo e di consapevolezza. L’Inter era chiamata ad una prova di coraggio e di determinazione. Ad una partita che, data la classifica e il distacco già ampio dalla Juventus, doveva e poteva essere giocata alla pari e senza timore. Puntando sulle certezze accumulate durante un percorso sempre in divenire.
E i nerazzurri, soprattutto nel primo tempo, hanno occupato il campo molto bene, alzato il pressing spesso e forzato la giocata juventina in fase di costruzione.
Il palo incredibile colpito da Gagliardini al 29′ è il manifesto di come la partita sarebbe potuta svilupparsi e di come invece, complice anche la sfortuna in questo caso, si è poi delineata. L’Inter ha continuato a mantenere le distanze giuste acquisendo fiducia nel breve termine. Ma dopo la seconda ghiotta opportunità capitata sui piedi di un Politano comunque in costante crescita, la Juventus ha messo in mostra nella seconda parte della ripresa la sua straordinaria capacità di impadronirsi dei momenti delle partite e di direzionarli.

Il gol del solito Mandzukic nasce dal monito principale di Allegri, rivelato poi nell’intervista postgara. Evitare i duelli aerei con Skriniar e Miranda e attaccare quando si presenta l’occasione il secondo palo e il lato debole. Il posto e il momento preferito dell’attaccante croato, maestro nel volgere a proprio favore il mismatch di turno. Le dinamiche del vantaggio decisivo della Juventus vedono inoltre come protagonista il grande ex della partita. Quel Joao Cancelo che ad oggi sembra essere già in grado di essere devastante come e quando vuole. Disciplinato da Allegri anche in fase difensiva, dove i miglioramenti e l’attenzione sono in costante crescita. L’esterno portoghese può giocare ormai indifferentemente sia sulla corsia di destra che quella di sinistra, sia basso che alto. A riprova del calcio fluido posizionalmente e concettuale di Massimiliano Allegri.

Per l’Inter di Spalletti è, come dicevamo, la seconda sconfitta amara e pesante dopo quella di Wembley contro il Tottenham. La strada davanti è percorribile anche se lunga e non priva di ostacoli. Ma spesso l’impressione è che alcuni di questi ostacoli siano parte integrante del timore che sembra invadere la squadra in determinati momenti e partite. Le due trasferte di Londra e di Torino, citando i due esempi più freschi, sono state giocate e interpretate positivamente. Ma se il raccolto è di gran lunga lontano dalla produzione o anche solo dalla volontà di essere produttivi, può non trattarsi necessariamente solo di sfortuna. Spalletti è un allenatore estremamente preparato dal punto di vista tattico. La sua storia conferma le indiscusse capacità di vestire gli interpreti delle sue squadre con questa preparazione e di porre le basi per gli step di crescita. L’importanza però di questa stagione non si può nascondere, perché è quella in cui questo processo non deve arrestarsi. E’ quella in cui ci si aspetta un salto netto, diverso dagli altri, per non dire definitivo. E se la paura di sbagliare e di non dare seguito alle certezze e alla consapevolezza diventa cronica, determinate partite e momenti avranno sempre gli stessi risvolti.

Gioacchino Piedimonte

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Juventus-Inter. Spalletti: “Abbiamo certezze e siamo forti”

Spalletti, alla vigilia del derby d’Italia, intende ripartire dalle certezze e dalla personalità della sua squadra. La partita contro la Juventus può essere un’occasione importante per ridurre un distacco che in caso contrario diventerebbe sostanzioso. Parole importanti per Giorgio Chiellini e Miralem Pjanic, e determinazione nel cercare di mettere in difficoltà la Juventus con coraggio. Le prime parole di Spalletti sanno di spinta emotiva e mentale nei confronti della sua squadra,. Nell’economia di una partita che deve essere affrontata con il piglio giusto.

“A prescindere dalla distanza e dal momento noi ci presenteremo sempre a Torino con fiducia e consapevolezza. Io mi porto dietro sicuramente più certezze perché ho a disposizione una squadra che secondo me cresce, che migliora costantemente partita dopo partita. Ultimamente poi abbiamo fatto delle buone gare, manca ancora qualche attenzione in qualche momento particolare, però siamo un’ottima squadra, sia come qualità dei calciatori sia come modo di stare in campo.”

“Si gioca molto per quanto riguarda la stagione. E’ nell’arco della stagione intera che l’Inter si gioca molto. Dobbiamo fare passo dopo passo in maniera intelligente, se tu fai il primo passo in maniera intensa e decisa, poi anche quello successivo e l’addizione di tutti questi passi che poi riuscirà a dare una collocazione giusta a quello che l’Inter è riuscita a fare durante questo campionato. Noi poi dobbiamo essere convinti che chi ci sta davanti non sia così forte e così bravo da indurci a non fare quello che è il nostro percorso. Per cui, si va dritti per la nostra strada.”

Spalletti non mette in dubbio la superiorità della Juventus rappresentata anche dal distacco in classifica. Ma punta forte sul percorso della sua Inter e sull’opportunità in questo senso che bisognerò cogliere nel confronto diretto di domani.

“Per quanto mi riguarda la lotta per il titolo non è finita quando perdi una partita, non è finita quando perdi un’occasione, non è finita quando perdi di fiducia. E’ finita quando non ci riprovi e quando non sei convinto che la forza che hai porti ad un obiettivo ben preciso. E noi siamo convinti di questo. Poi è chiaro che c’è una distanza importante in classifica. Diventa difficile andarli ad acchiappare, e questa è una brutta notizia. La bella notizia però è che domani possiamo diminuire noi questa distanza. Perché siamo noi che giochiamo contro di loro. E allora intanto facciamo questo.

Si passa poi alla forza della Juventus, e alla sua capacità di migliorarsi ogni anno attingendo anche al materiale migliore delle dirette concorrenti. Spalletti ricorda i casi di Pjanic, Cancelo e Higuaìn.

“La Juventus è una squadra che tutti gli anni va ad inserire giocatori che possano fare la differenza più dell’anno precedente. La sintesi potrebbe essere che tre anni fa, quando eravamo a Roma, io e lei, dopo quei sei mesi di partite, la Juve ci venne a prendere Pjanic, il giocatore più forte forse insieme a De Rossi. L’anno scorso noi avevamo uno dei migliori terzini del campionato a detta di tutti, che è Cancelo. La Juve è venuta e ci ha preso Cancelo. Ha preso Higuaìn dal Napoli. Sono dettagli importanti per una crescita verticale di una squadra e di una società. Quest’anno ha messo dentro campioni del livello di Cristiano Ronaldo, che porta una quantità di mentalità nello spogliatoio penso incolmabile da figure, poster attaccati ai muri, frasi scritte, pensate. E’ quella la sostanza della differenza. Noi abbiamo fatto il nostro percorso.”

Parole importantissime anche nei confronti di Giorgio Chiellini, definito un giocatore fenomenale. Spalletti conferma le assenze di Nainggolan e Dalbert e spera che la prestazione entri in simbiosi con l’entusiasmo e il tifo dei sostenitori.

“Quello che dicevo ai calciatori la settimana scorsa è che loro sono dentro un comportamento corretto e dentro un modo professionistico di fare che è giusto per andare avanti e portare a casa i nostri obiettivi. Dobbiamo andare a giocare queste partite qui con carattere e personalità. E quello che ho visto nelle ultime partite è positivo. Ho visto giocare delle gare contro avversari in determinati momenti che fanno capire che tutti possono soffrire il tuo comportamento. Qualsiasi nome poi ci sia come avversario.
Nainggolan e Dalbert rimangono fuori perché non ce la fanno a recuperare. Sono migliorati ma hanno bisogno ancora di altro tempo. Non mi fa effetto e non mi dà nessun vantaggio il fatto che ci sia l’approvazione o il tentativo di spingerti più in là da parte di chi guarderà questa partita. Mi fanno effetto i sentimenti dei nostri tifosi e i loro desideri. E noi ce li porteremo dietro in campo”.

La Juve non è solo Ronaldo

“Prima di tutto la Juventus non è solo Cristiano Ronaldo ma è anche una squadra composta da giocatori forti in ogni reparto. C’è anche GC3, cioè Giorgio Chiellini, un giocatore fenomenale. D’altronde basta andare a vedere gli ultimi cinque minuti della partita contro la Spal, quello che ha fatto e il suo atteggiamento. Lui non fa reparto, lui è il reparto. Sono gli altri che lo completano mettendosi accanto, ma il reparto lui lo fa già da solo. Un calciatore dalla mentalità, forza e personalità incredibili. E la Juventus ne ha tanti di questi giocatori. E così anche noi. Quello che diventa fondamentale, come si dice sempre, è il collettivo, la squadra. Quando sei dipendente dal calciatore e quel calciatore per un motivo o per un altro non può scendere in campo, è la forza di squadra che ti trascina e fa la differenza. E noi siamo una squadra forte.”

Qualche parola anche sul livellamento del campionato accompagnato però dalla carica ancora maggiore della Juventus. Il Napoli per Spalletti si è rinforzato ed è in costante crescita. La Juve si può mettere in difficoltà sfruttando gli eventuali momenti della gara in cui potrà perdere la compattezza di squadra.

“Questi sono i banchi di prova, dove ci si può andare a prendere il fatto che tu sia pronto. Per viaggiare forte e fare risultato contro chiunque. Poi, come dicevo prima, loro hanno forza, potenzialità, questa mentalità ormai dentro ai calciatori. Lo stesso Pjanic è un altro di quelli che ti mette in moto il meccanismo della squadra, e di conseguenza bisogna essere di quel livello lì. Bisogna saper indirizzare la partita, senza star lì a tentare di prevedere la loro mossa e limitare il loro comportamento che fa la differenza.”

“Il Napoli l’anno scorso è arrivato ad un passo dall’agguantarla. Quest’anno il campionato si è livellato, loro hanno fatto ulteriori passi in avanti. Nel livellamento di quest’anno quelli che hanno perso qualche risultato siamo stati più noi. Noi che si tenta di raggiungerla. Mentre loro hanno caricato addirittura con una forza maggiore. Però nonostante questo, prima c’era meno distanza ma nella differenza che si percepiva c’erano i segnali che si dovesse comunque migliorare tanto. Ora è il livello di gioco che si sta alzando e che può andare a colmare questa distanza.”

“Quello dell’essere squadra in maniera continuativa nell’arco dei novanta minuti è la cosa che può mettere in difficoltà la Juve. Considerando il distacco in classifica potrebbe sembrare presuntuoso da parte mia dire questo. Ma non è assolutamente quello che voglio far credere. Possiamo creare qualche problema in questo senso. Loro hanno vinto dominando, e anche sapendo soffrire. Perché non hanno avuto sempre lo stesso comportamento dove si vede una forza differente a quello che è stato l’avversario. La portano in fondo nella direzione voluta, in modo sempre diverso. Non c’è sempre il timbro di Juventus. E’ quell’undici forte individualmente che ti porta a casa sempre il vantaggio da tutte le soluzioni. Quello che dice poi anche Allegri. La tecnica e la fantasia del calciatore. Noi dobbiamo essere bravi a giocarla con il blocco squadra, con coraggio, personalità, e poi è importante controllare anche bene gli specchietti retrovisori”.

Infine, una battuta da parte di Spalletti sull’interismo e sull’approccio e l’apporto che un dirigente come Marotta potrà dare all’Inter.

“Mi aveva colpito recentemente una frase dell’Inter Campus: “Noi siamo fratelli del mondo”. Per cui sono andato ad informarmi sulla sua provenienza. E l’origine sta nell’atto costitutivo dell’Inter del 1908, dove dice: “Questa notte stellata ci darà i colori, e noi ci chiameremo Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”. Secondo me l’interismo è un po’ questo. E Marotta è uno di quelli che è già proiettato per quella che è la sua provenienza, la sua esperienza fatta durante la sua carriera. Verso questo guardare in maniera profonda e distante.”

“La soluzione che prevede la non presenza contemporanea di Vecino e Gagliardini nell’undici titolare è spinta dalla voglia di andare ad acchiappare qualcosa in più sempre. E’ chiaro che perdi un po’ di fisicità, di contrasto e di forza sulle palle inattive, ma si pensa di aggiungere la fase di possesso, la circolazione nello stretto. Poi ci sono i momenti che ti suggeriscono questo atteggiamento ed altri che invece ti propongono quell’altro. Ma l’obiettivo di questa soluzione è sempre quello”.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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Arsenal-Liverpool 1-1: Prestazioni non casuali

Arsenal-Liverpool è stata sicuramente la partita di cartello di questo fine settimana calcistico. Non solo limitandosi a parlare di Premier League, ma probabilmente in assoluto. L’1-1 tra i Gunners di Emery e i Reds di Klopp ha fornito numerosi spunti in chiave tattica e una prestazione da ambo le parti rispecchiata pienamente dal risultato finale. D’altronde si poteva immaginare di assistere non solo a prestazioni non casuali. Ma anche a un risultato non casuale. Nel momento in cui ad affrontarsi sarebbero arrivate l’Arsenal imbattuto già da tredici turni e il Liverpool ancora mai sconfitto in Premier.

C’era molta curiosità per quanto riguarda la gestione e il lavoro di Unai Emery all’Arsenal dopo l’era Wenger. Ci si domandava principalmente quanto potesse aver influito l’esperienza negativa di Parigi nella sua capacità di trasporre sul campo un certo tipo di calcio. Lo stesso che permise anni prima al Siviglia di portare a casa ben tre Europa League consecutive.. E legittimando di conseguenza le indubbie capacità di un allenatore pronto per il salto definitivo. Salto che obiettivamente, dopo la mancata vittoria della Ligue 1 al primo anno e l’incredibile 6-1 in rimonta subito dal Barcellona in Champions era stato fortemente compromesso.

Guardando giocare magnificamente l’Arsenal in questo inizio, la sensazione è che la rabbia e la voglia di Emery di rimettersi in gioco sia decisamente più forte di ciò che è accaduto nel passato recente. L’Arsenal ha perso solamente le prime due partite di Premier, contro City e Chelsea, sciupando inoltre l’impossibile nel derby contro la squadra di Sarri. Il processo di assimilazione dei princìpi di gioco da parte dei giocatori è stato, per nostra grande fortuna, praticamente immediato. Quando le due parole chiavi sono velocità e verticalità noi spettatori siamo naturalmente portati ad applaudire. E a sperare che lo spettacolo continui.

Venendo alla partita di sabato, la sfida tra Emery e Klopp non poteva che fornire spunti di livello. Un solo precedente tra i due allenatori, la finale di Europa League del 2016, vinta dal tecnico spagnolo. L’impronta tattica dell’Arsenal si è delineata velocemente con l’obiettivo di consolidarsi nel tempo. Quella del Liverpool di quest’anno ha acquisito maggiore solidità, arrivando persino ad essere meno elettrica in fase offensiva in determinati momenti e partite. Si può dire in soldoni che, tra Arsenal e Liverpool, prestazioni e risultato non sono stati casuali.

Emery ha recuperato Kolasinac sulla corsia di sinistra, schierando Xhaka al fianco di Torreira per sopperire all’assenza per squalifica di Guendouzi. Leno ormai sempre tra i pali in campionato. Davanti Ozil, Mkhitaryan, Lacazette e il capocannoniere Aubameyang.
Nessuna novità invece per Klopp, se non la conferma per la terza partita consecutiva di Fabinho. Uno dei migliori contro la Stella Rossa, ma apparso un po’ sottotono nel match in questione.

L’approccio alla gara da parte di Emery e del suo Arsenal è stato spiccatamente offensivo. In continuità con la mentalità che l’allenatore francese intende consolidare a prescindere dall’avversario. Velocità di palleggio, corse e inserimenti verticali e attenzione maggiore dei singoli in fase difensiva. Queste le differenze già lampanti rispetto alla gestione Wenger, con pochissimi interpreti diversi. Ad eccezione di Guendouzi e Torreira, sempre più sicuri nella gestione delle chiavi del centrocampo. L’uruguaiano è un grandissimo giocatore e lo sapevamo. Il francese ha sorpreso tutti per intelligenza e personalità.

L’aggressività senza palla e l’intensità sono le due armi che hanno messo in difficoltà il Liverpool di Klopp. I Reds, complice un centrocampo poco creativo, hanno fatto fatica ad iniziare l’azione dal basso risalendo il campo con qualità. Conseguente è stata la frequenza di lanci lunghi volta a sfruttare le seconde palle e le doti di atletismo degli uomini dalla cintola in su. Ma la coraggiosa e continua pressione della squadra di Emery ha permesso all’Arsenal di contrastare con efficacia in alcuni momenti il Liverpool. Insieme all’attacco immediato al ricevente del pallone con l’obiettivo di concedergli meno tempo e spazio possibili.

Il Liverpool di Klopp, dall’altra parte, non ha certo reagito passivamente alle qualità dell’avversario. Nel primo tempo i Reds hanno creato almeno tre occasioni nitide da gol. In due circostanze il protagonista è stato Van Dijk, ipnotizzato prima da Leno e fermato poi dal palo. Nella prima in ordine temporale, invece, Manè si è visto annullare un gol dubbio, dopo lo splendido inserimento di Firmino in mezzo ai due centrali. L’Arsenal ci ha provato con Lacazette, Xhaka e Mkhitaryan, ma senza successo.

Entrambe le squadre hanno tenuto fede alla loro identità. Arsenal e Liverpool hanno avuto il baricentro alto, consapevoli dei rischi che il valore assoluto dei giocatori in campo poteva comportare. L’Arsenal è riuscita con qualità a superare la prima linea di pressione del Liverpool facendo circolare il pallone velocemente. E ha trovato in qualche occasione anche il modo di aggirare il pressing aggressivo dei Reds. Nelle fasi in cui il Liverpool di Klopp ha provato a collassare sul lato palla con molti giocatori, la velocità e la sicurezza tecnica dei Gunners è riuscita spesso ad aprirsi il campo sul lato debole. I Reds d’altro canto hanno saputo soffrire con maturità sfruttando sapientemente gli spazi che l’Arsenal ha concesso in alcuni casi sugli esterni.

Entrambi i gol sono arrivati nella ripresa. Il primo di Milner nasce da una transizione veloce di Manè. Il senegalese mette in mezzo un pallone che Leno respinge goffamente, trovando Milner pronto a calciare dal limite dell’area. Il pareggio dell’Arsenal è giusto e arriva all’82’ grazie a Lacazette. Il francese è bravo a scattare in velocità in posizione regolare e a battere un non impeccabile Alisson dopo essere rientrato sul destro.

Il risultato è giusto e non casuale, se pensiamo alle condizioni in cui le due squadre sono arrivate all’appuntamento. L’Arsenal resta imbattuto da tredici turni in tutte le competizioni. Il lavoro di Emery è oggettivamente di livello, e il percorso futuro promette di essere importante e interessantissimo da seguire. Con l’Europa League come obiettivo realistico e un grande campionato senza particolari pressioni giocando un grande calcio. Il Liverpool, insieme a Chelsea e Manchester City, non ha ancora perso in Premier. E il fatto che abbia affrontato in trasferta squadre come Tottenham, Chelsea e appunto Arsenal è impressionante oltre che confortante. La solidità e la capacità di soffrire con maturità da squadra consapevole si è per ora leggermente scontrata con un leggero calo di brillantezza e di intensità dei numeri offensivi.

Le grandissime doti atletiche dei centrocampisti comportano anche carenze creative che costringono spesso i difensori di Klopp a risalire il campo saltando il centrocampo. E sfruttando quindi le capacità di reazione e di vittoria delle seconde palle in zona avanzata. L’assenza in questo senso di Oxlade Chamberlain, unita alle difficoltà iniziali di Keita, hanno privato per ora il Liverpool degli utilissimi strappi in conduzione. Senza considerare il lento rientro a pieno regime di Lallana. Da tenere in considerazione l’idea che porterebbe all’arretramento frequente di Shaqiri in posizione di mezzala. Lo svizzero ha tutte le carte in regola per aumentare il tasso tecnico del reparto senza privare quest’ultimo dell’intensità senza palla necessaria. Dopo la consacrazione di Coutinho, Klopp potrebbe essere pronto a costruire nella medesima posizione anche un altro calciatore.
Due squadre forti e ben allenate, pronte a dire la loro alla fine della stagione.

Gioacchino Piedimonte

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Naby Keita: “Lavorare con Klopp è speciale”

Naby Keita-Klopp

Naby Keita, centrocampista guineano classe 1995, è arrivato al Liverpool nella finestra estiva di calciomercato. Nell’economia di una trattativa però già praticamente conclusasi nella sessione precedente. Il giocatore prelevato dal Lipsia è giunto alla corte di Klopp e si è espresso in maniera estremamente positiva nei confronti dello stesso Klopp.

“E’ veramente speciale avere Klopp come allenatore”, esordisce Naby Keita. “Dal punto di vista umano e relazionale è fantastico. Ha una mentalità molto aperta. Non si concentra su un giocatore in particolare, ma riesce a coinvolgere tutti con la stessa energia. E’ veramente un piacere giocare per lui”. Parole al miele da parte di Keita, che voluto fortemente da Klopp, spera di essere pronto il prima possibile per incidere con continuità nelle dinamiche e nel futuro della squadra.

Il giocatore guineano, ancora alle prese con un infortunio al tendine del ginocchio, ha per quest’ultimo motivo trovato alcune difficoltà nel trovare la condizione fisica ideale. Naby Keita si è inoltre soffermato sulle qualità del gruppo e sul rapporto con i compagni, in particolar modo i colleghi di centrocampo e Mohamed Salah.

“Sono contento di poter giocare insieme a loro. Sto imparando dalla loro esperienza, allenandomi con loro e cercando di migliorare. Sentire la loro fiducia e il loro appoggio, insieme a quello di Klopp, mi motiva e mi fa desiderare di voler crescere sempre di più. L’obiettivo è collettivo. Tutto quello che conquisterò lo farò con la squadra”.

Naby Keita chiude poi sottolineando la professionalità di Mohamed Salah. “Lavora e si allena duramente. Tutte le volte che vado in palestra, lui è lì”. Quello che è successo e sta succedendo non è solo generato dalla fortuna. E’ tutto guadagnato e meritato. Grazie al lavoro duro.”

Gli elogi di Naby Keita nei confronti di Jurgen Klopp si aggiungono alla già numerosa lista di calciatori entusiasti di essere stati allenati dall’allenatore tedesco. Le doti e l’unicità di questo tecnico sono ormai note a tutti e noi lo abbiamo sempre saputo. Dopo il successo casalingo contro il Cardiff per 4-1, il Liverpool è ancora imbattuto in Premier e condivide il primato in classifica con il Manchester City di Guardiola. La speranza è che quest’anno Klopp possa finalmente agguantare la ciliegina che tanto avrebbe meritato già anche in passato. L’obiettivo dichiarato è raccogliere finalmente quanto di buono viene seminato ormai da sempre durante il percorso.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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