Udinese – Napoli 1-2: la confusione azzurra

Gattuso raccoglie all’ultimo respiro in quel di Udine gli 8 punti in 6 partite. Bottino che lo tiene ancora a galla. La confusione del Napoli sul prato verde rimane intatta nonostante la vittoria. Gotti, meraviglioso nel preparare il match con la velocità di Lasagna ad attaccare la linea del Napoli, mentre De Paul ha annichilito la coppia in mediana del Napoli.

1. Confusione societaria e tattica.

Un suo uomo salva Rino dal baratro: Tiemoue Bakayoko. La società ha costruito una squadra per tre allenatori differenti: Ancelotti, Gattuso e Juric. Questa confusione tecnica ha costretto Gattuso a selezionare i suoi intoccabili, riducendo la rosa da un punto di vista numerico ma anche, ovviamente, di soluzioni possibili.

Gli infortuni, provocati da una gestione non ottimale delle risorse nella prima parte di stagione – penso a Koulibaly i cui straordinari hanno costretto Manolas a giocare il turno infrasettimanale e a perderlo per chissà quanto tempo -, oggi inducono Gattuso ad attingere da quei giocatori non appartenenti alla cricca dei titolari.

Ciò ha generato prima confusione tecnico-tattica e poi le sconfitte in campo, che hanno tolto fiducia ai calciatori e innestato il germe dell’instabilità psicologica. Da cui gli errori contro Spezia, che però restano meno giustificabili di quelli di oggi pomeriggio.

2. Gattuso: sette vite come i gatti

Tra una voce di un esonero e uno scempio in campo, Rino colleziona, dall’infortunio di Osimhen in poi, una vittoria dopo ogni Waterloo calcistica. Udinese post Spezia; Cagliari, post Torino; Roma, post Milan etc. Gattuso è araba fenice che risorge dalla sue ceneri. Per un allenatore gran pregio non fidelizzarsi mai ai trend. O troppo bene o troppo male. Caratteristica implicita ed endemica alla sua identità istrionica e trasformista di allenatore.

Anche i numeri gli strizzano l’occhio: in fondo potrebbe arrivare ancora ai 40 pt. Il Napoli da ormai 3 gironi completi non sfonda il muro dei 40 pt. In ogni caso ha modo di migliorare i pt fatti nel girone di ritorno della stagione scorsa. E siccome la prima mano ritinteggiante Castevolturno Giuntoli l’ha messa dal secondo anno di Ancelotti in poi, il progressivo crescere di punti a passo di cicala è segno di una ricostruzione che a fatica sta funzionando. E sta funzionando sotto la cura Gattuso.

La migliore difesa del campionato sebbene con una partita in meno, insieme ad un attacco che per ora senza Osimhen e Mertens se la cava, rappresentano due elementi che forse veramente disegnano un quadro per cui, se non ci fossero le brutte prestazioni in campo, le assenze rappresenterebbero il perfetto alibi per Gattuso. Tuttavia, la domanda resta sempre la stessa e aperta: è stata scelta avveduta fondare un intero impianto di gioco sulle caratteristiche di un ragazzo di 22 anni, quale Osimhen? Si giustappone a margine l’ulteriore sottodomanda per cui non era il caso di dotarsi di attaccante di scorta dal cartellino meno oneroso e però con eguali proprietà del nigeriano?

2. La vittima della suddetta confusione: Amir Rrahmani

Bisogna criticare Rrahmani ma parlando di calcio, non da haters. Il suo errore ha mille spiegazioni e attenuanti per quanto gravissimo. E la sua sostituzione ha inficiato il famigerato skill della coerenza riconosciuto solitamente a Gattuso. Perché Maksimovic contro lo Spezia andava psicologicamente preservato mentre Rrahmani no?

Amir, abituato peraltro ad un gioco completamente diverso: in quanto marcatore instancabile ma non fine dicitore, Juric lo ha lanciato alla ribalta come braccetto di una difesa a 3. Tale ruolo gli permetteva non solo di salire in avanti ma anche di avere le dovute coperture alle proprie dal libero di turno (Kumbulla, giocatore dalla grande intelligenza e dal grande posizionamento difensivo). Il suo passo ricorda sul lungo quello di Skriniar ma con meno velocità e capacità di recupero.

Ulteriore input all’Hellas, in fase di possesso, per Rrahmani era o portare palla o lanciare sulla prima punta, mai palleggiare. E il palleggio, laddove richiesto, era codificato. Rrahmani ad Udinese più che il gesto tecnico ha sbagliato dapprima la postura del corpo, errata per chi deve ricevere un passaggio. In seguito, sotto la pressione offensiva dell’attaccante friulano e il controllo altrettanto approssimativo (figlio della postura corporea raffazonata di cui sopra), ha peccato d’ingenuità cercando un retropassaggio timido, dettato dalla paura, piuttosto che spazzare, con la risolutezza del lungo corso, via la palla.

E non si vuole tirare in mezzo l’attenuante per il pavido Amir di non calcare un campo da gioco esattamente da 6 mesi. Il bosniaco si è anche, nelle more, fatto male ad una spalla e beccato il covid.

3. Redivivi Meret, anche detto Garellik, e Di Lorenzo

Contento per Meret che ha messo i piedi, rievocando Garella, sulle occasioni clamorose costruite dall’Udinese, sciupona e punita nel finale come il Napoli contro lo Spezia. Gotti aveva ben preparato la squadra con difesa bassa e ripartenze. Lasagna su suggerimento di De Paul ha squarciato l’impianto difensivo di Gattuso, basato sui principi del Napoli di Sarri.

Meret, che ha cambiato preparatore dei portieri (passando da Nista a Fiori), sta modificando anche tutta la sua struttura tecnica. Le parate di piede suggeriscono questo. Lo si sta portando verso quell’atteggiamento brasiliano e tedesco di stare tra i pali, cercando di cancellare 20 anni di allenamento presso la scuola italiana. Lo si nota nelle sue difficoltà, anche odierne, di uscita alta, amando, Alex come De Sanctis, muoversi sulla linea di porta e piuttosto rimediare con parate di grande esplosività. Quest’ultima in progressivo affievolimento, visto che Meret sta inserendo tanta robustezza muscolare nel tronco corporeo.

Caratteristica fisica necessaria per comandare i cieli dell’area di rigore. Notevoli i miglioramenti di Meret nella fase di possesso palla ma lì si è potuto intervenire più facilmente. Su tale abilità gli allenatori precedenti di Meret non avevano mai lavorato.

Di Lorenzo, riproposto Dif. Cen., ricorda ai tifosi del Napoli che è al 3 ruolo in 2 anni. 3 gol + 7 assist. Ora et labora: non un fenomeno ma in termini offensivi il miglior terzino destro di De Laurentiis dal Maggio di Mazzarri. Solo che Christian giocava quinto di centrocampo.

Massimo Scotto di Santolo

Amoruso: “Juric mi ricorda Zeman, anche Gasperini si ispira al boemo”

Lorenzo Amoruso, ex calciatore, ha rilasciato un’intervista a TMW Radio, ha paragonato Juric a Zeman per il tipo di impostazione integralista.

Parma

Lo scorso anno si appoggiava molto a Kulusevski, oltre che su Gervinho. E’ cambiato l’allenatore e i giocatori in campo, quindi è cambiato molto rispetto allo scorso anno.

Juric?

E’ un integralista – afferma Amoruso – del calcio totale, mi ricorda molto Zeman, anche se è un allievo di Gasperini, ma lo stesso Gasp si ispira al boemo. Infatti se ricordate con Zeman anche quelli dalla panchina sapevano sempre che movimenti fare e non era k mai passivi senza palla. Un club medio-alto spero possa innamorarsi di un allenatore del genere, ma serve dargli fiducia. Per mettere in pratica certe idee ci vuole tempo, ma alla lunga paga. Lo vedo bene in una società che ha grande fame”

Jurici al Milan o alla Juventus

E’ cambiato il modo di approcciarsi – confessa Amoruso -alla partita dei giocatori della Juve. L’assenza di Chiellini si fa sentire, i veterani hanno dato una certa mentalità ma ora vengono a mancare. Agnelli ha cercato Sarri e Pirlo per un’estetica diversa rispetto al passato. Credo che questo Milan possa affrontare una Juve formato Barcellona. Ha già affrontato una squadra forte come l’Inter”.

Cagliari – Napoli 1-4: la settimana tipo

Il Napoli si sbarazza facilmente di un Cagliari senza né carne né pesce. Trovano comunque modo, i partenopei, di tenere in gioco per troppo tempo i cagliaritani. Qualche distrazione azzurra eccessiva.

1. La settimana tipo

La settimana tipo di allenamento di cui ha goduto il Napoli prima della partita di Cagliari si è vista tutta.
Il Napoli ha dominato il match, spargendo pepe qui e la alla gara con vari tentativi di autogol.
Alla fine l’asse Insigne-Ruiz-Rui-Maks è riuscito a confezionarne uno.

Tuttavia, oggi pomeriggio, gli azzurri erano così superiori che non sarebbero riusciti a perderla neanche da soli.
Il Cagliari, dal canto suo, paga oltremodo la silenziosa intensità di Rog in mezzo al campo.
Nandez s’impegna ma si dimostra adattato in una mediana a due benché al Boca abbia giocato anche in quel ruolo.

2. Zielinski, in arte Piotr figlio dell’arte

Zielinski, pertanto, ne approfitta e ricorda ai tifosi azzurri quanto potrebbe avvicinarsi a De Bruyne.

Quando il polacco gioca bene, accostarlo al top player belga significa tradizione, come ‘o capitone… poi trovare qualcuno che realmente lo apprezzi diventa complesso

3. Il cambio generazionale: Lozano!

La chiude Lozano, che è lì a ricordarci come la società stia cercando di traghettare la squadra verso una nuova era.


Gravitava dal lato di Callejon. Un mammasantissima dello Stadio Diego Armando Maradona. Eppure, cosa assurda in poco tempo… Lozano è un serial killer e mena qualunque terzino gli graviti intorno, mentre Callejon soffre a Firenze.


Prandelli lo mette addirittura in discussione.
Situazione spiacevole che l’andaluso non meriterebbe.
Va anche detto che, ecco, la scelta di accasarsi sponda Commisso non la più lungimirante.

4. Ricambio generazionale: querelle Osimhen

Ci vuole pazienza, anche con Osimhen, che sostituirà gradualmente Mertens, altra leggenda il belga. Giusto ricordare al nigeriano quanto sia stato poco furbo a farsi riprendere durante il festino familiare, poi anche basta! È un patrimonio presente e futuro del campionato italiano.

E l’assenza di Osimhen è la differenza che intercorre tra noi e le due milanesi.
In un calcio condizionato dal Covid, dove non c’è spazio per allenarsi ma solo per giocare, poter buttare la palla davanti e trovarsi direttamente a tu per tu con il portiere è tanta roba.


Si guardi cosa stanno combinando Lukaku e Lautaro… l’Inter, messa sotto dal Crotone in casa sul piano del gioco, annienta gli squali con due calciatori fisicamente incontenibili.

Massimo Scotto di Santolo

Collina: “Arbitrare il Foggia di Zeman la sfida tecnica più difficile”

Pierluigi Collina, presidente della Commissione arbitri della Fifa, appena eletto miglior arbitro della storia, si racconta al Corriere Della Sera. Nel corso dell’intervista confessa le difficoltà tecniche nell’arbitrare il Foggia di Zeman.

“C’è una grande differenza – dice Collina – tra avere un riconoscimento quando sei in attività rispetto a riceverlo ora, quando ho smesso da 15 anni. Oggi è un premio per qualcosa che hai fatto: niente e nessuno te lo può togliere. Lo vivo con soddisfazione, orgoglio e un po’ di nostalgia. Mi fa tornare in mente qualcosa che mi piaceva molto: stare in campo”. 

IL FOGGIA DI ZEMAN 

 “La mia partita più importante è stata la finale del Mondiale, che però paradossalmente è meno difficile da arbitrare di un match di Interregionale: lì a seconda del risultato il rischio era anche fisico. Poi c’è la difficoltà tecnica della gara, arbitrare il Foggia di Zeman era difficile, con il portiere Mancini che calciava lungo per Signori, Rambaudi e Baiano: i tre partivano come missili ed era complicato seguire lo sviluppo dell’azione”. 

FALLI DI MANO IN AREA 

 “Qualcuno sostiene che oggi non esiste più l’involontarietà, ma non è vero. La vecchia regola diceva che il fallo di mano è un atto volontario, ma già in passato venivano puniti contatti involontari. Euro 2016, colpo di testa di Chiellini contro il braccio alto di Boateng che salta con gli occhi chiusi: contatto involontario, ma rigore dato correttamente. Stessa cosa con Piqué in Russia-Spagna al Mondiale 2018. La volontarietà era ed è solo una delle fattispecie di punibilità, insieme ad altre non volontarie, ma colpose. Quante volte un giocatore colpisce volontariamente il pallone all’interno della propria area di rigore? Quasi mai. La stragrande maggioranza sono braccia in posizione non giustificata, dove non c’è la volontarietà, ma una responsabilità colposa. I giocatori non devono muoversi come pinguini. Per contro non possono essere neppure degli alianti, altrimenti tutto è consentito. La valutazione spetta all’arbitro, la difficoltà è avere omogeneità di giudizio. Devono capire se un movimento è funzionale o meno al gesto compiuto. A volte un braccio a 30 centimetri dal corpo è naturale, altre potrebbe non esserlo. Spetta all’arbitro giudicarlo”. 

FUORIGIOCO 

“Se oggi si parla di qualche centimetro in futuro con lo sviluppo della tecnologia si potrà scendere ancora. La Goal Line Technology ha un margine di errore di 6 millimetri ed è vissuta positivamente, senza polemiche. Se lo stesso si otterrà per il fuorigioco andrà discusso se questo sia rilevante o no. Il tempo di attesa per il Var è lungo? Viene considerato lungo anche per una scarsa abitudine, in altri sport la pausa è vissuta in maniera normale.L’obiettivo a cui lavoriamo è ridurre i tempi di attesa, ma è difficile abbinare fretta e qualità. Alla fine quello che conta è che la decisione sia giusta”. 

Inter – Napoli 1-0: Tanto rumore per nulla!

La reazione sulfurea della città di Napoli alla sconfitta della propria squadra fuori casa, contro l’Inter, svela tutta la fondatezza della categorizzazione di Luciano De Crescenzo. I napoletani sono uomini d’amore e non di libertà.

1. I precedenti

L’Inter dell’ultimo decennio ha sempre rappresentato una squadra povera d’idee. Riciclatasi a Nobile decaduta, come i Ranieri a Napoli, ha approfittato di vecchie amicizie e tristi oboli per allargare i cordoni della borsa e costruire squadre quantomeno decenti. Ora i nerazzurri i soldi li hanno. Il cash lo ha portato un imprenditore cinese, il quale vive in terra meneghina il medesimo pregiudizio che affliggeva i ricchi borghesi rinascimentali agli occhi del ceto nobiliare. La famiglia Suning ha costruito in tre anni, con la consultazione “vescovile” di Marotta, una squadra cinica e aspirante vincente.

Il sempre competitivo Napoli di De Laurentiis ha incontrato sia l’Inter ormai demodé che quella attuale e distopica. E negli ultimi 12 anni, pur finendo sovente a fine anno davanti all’Inter in classifica, ha vinto a domicilio dei neroazzurri tre volte: una con Gattuso in Coppa Italia; una con Mazzarri e una con Sarri, entrambe in campionato. E nei 7 anni di Maradona? Domanda da porsi, visto che la sconfitta del Napoli di Gattuso contro l’Inter di Conte parrebbe aver ridimensionato d’un tratto gli azzurri. Beh, Maradona in 7 anni di Napoli, con due scudetti vinti contro l’unico, nello stesso periodo, dell’Internazionale dei Tedeschi, non ha mai sbancato San Siro sponda neroazzurra.

Sembra a questo punto scontato definire la sconfitta del Napoli assolutamente non dirimente ai fini della competitività degli stessi azzurri per il tricolore. Allora perché brucia tanto? Perché il napoletano è uomo d’amore, che ancora sogna sebbene cullato da una leggera ipocrisia che il merito sia un principio fondante del calcio. Tuttavia, quest’ultimo è per definizione considerato sport naturalmente episodico. Il merito non trova sponda nella fatalità.

2. La partita

Si parla di merito e destino, in quanto la partita di San Siro enuclea quanto la vita sappia risultare beffarda. Il Napoli ha concesso due occasioni in 90′ ai neroazzurri: un rigore in movimento a Lautaro su passaggio sbagliato di Koulibaly; un rigore effettivo, fischiato da Massa e trasformato da Romelu Lukaku, al secolo Cazzaniga. Per il resto, il Napoli, mai aggredendo alto, mai concedendo in campo aperto l’1vs1 delle due punte avversarie contro i propri difensori e infine mai aprendo linee di passaggio dirette tra il portatore di palla e la trequarti offensiva, ha demineralizzato l’attacco di Conte.

Ragguardevole, però, la scelta di Rino che per non disputare partita solo attendista ha rispolverato una impostazione a 3 ancelottiana. La mossa ha consentito al Napoli di controllare per tutto l’arco del match il possesso palla. Rui e Lozano tenevano bassi Darmian e Young. Lautaro e Lukaku erano in inferiorità numerica sul giro palla azzurro tra i tre difensori – Di Lorenzo, Manolas e Koulibaly -. Inoltre, Gattuso ha piazzato in fase di prima impostazione Inisigne al fianco del terzo di sinistra della difesa azzurro, cioè Koulibaly. Impegnato Darmian con Rui, il capitano partenopeo è stato preso spesso e volentieri da Barella. Dall’altra parte, Gagliardini quando accorciava su Di Lorenzo scopriva spazio alle sue spalle. Attacco del quale veniva compiuto a turno da Demme e Bakayoko. Brozovic a quel punto si trovava in mezzo al guado tra Zielinski e un mediano del Napoli.

L’Inter compreso lo scacco al Re decide per l’attendismo. Questo fitto tatticismo tra i due allenatori ha costruito tuttavia un primo tempo scarno di emozioni, dove la luce l’ha usucapita Zielinski sverniciando Brozovic più di una volta. Nel 2 Tempo, complice un Inter fisicamente stanca, il Napoli viene fuori talmente bene che costruisce almeno cinque occasioni da gol clamorose. Non ne segna alcuna ma nelle more subisce un rigorino che gli costa la partita. L’intraprendenza di Sensi, scelta da Conte per l’infortunio di Brozovic paga un gollonzo.

3. Il Napoli eterna promessa

Ovviamente l’esiziale trasformazione dal dischetto di Lukaku che raggiunge Ibra e Ronaldo in testa alla classifica marcatori apre il dibattito sull’affidabilità del reparto offensivo del Napoli. Tre bomber che declinano anche le prime tre posizioni del campionato. E non ce n’è mezzo del Napoli. Tanta qualità, i partenopei, ma poco cinismo? Quando certi giocatori esploderanno definitivamente? Il Napoli ha il terzo attacco d’Italia. A 4 gol dal primo. La migliore, in compenso, tra le difese. Essere primi in entrambe le statistiche significherebbe veleggiare come Alinghi, non gareggiare alla pari con gli altri. E che il Napoli non sia Alinghi, credo sia cosa conclamata.

Si vuole far finta d’ignorare che il grande merito di De Laurentiis, cioè aver tenuto in rosa 3 punte ciascuna di un livello superiore al proprio compagno, di questo scorcio di stagione è il più grande limite degli azzurri. Petagna terzo attaccante, che dovrebbe giocare quando capita, è divenuto un co-titolare delle 10 partite pre-natalizie. Qualcosa paghi, per forza, sebbene Petagna stia giocando alla grande, sopra tutte le più rosee aspettative. E attenzione, con l’infortunio di Mertens e Osimhen, Petagna diverrà persino il titolare del Napoli.

A deludere i napoletani non è solo l’attacco ma anche la tempestiva incapacità di alzare il cinismo al crescere dell’ostacolo. Il Napoli ha perso 4 delle 6 partite contro le prime 8 del campionato. S’ignora anche in questo caso che una di queste è occorsa a tavolino; s’ignora peraltro che in realtà siano anche stati rifilati 8 gol tra Roma e Atalanta. E invece bisognerebbe rilanciare, per la crescita dell’ambiente Napoli, il peso della sconfitta interna contro il Sassuolo. De Zerbi, ad ora, sta facendo sanguinare i cuori azzurri ben più delle sconfitte a tavolino e contro le squadre milanesi… Ed è in questi match in cui il Napoli è favorito che il Ciuccio deve diventare infaticabile e pertanto infallibile.

4. L’arbitraggio di Massa

A qualcuno l’arbitraggio di Inter-Napoli condotto da Massa ha ricordato quello di Mazzoleni in una brutta notte di Santo Stefano di due anni fa durante la quale sempre Inter e Napoli si sfidarono a San Siro. Santo Stefano impreziosito da scontri ultras, che costarono un morto, e cori razzisti che piovvero dagli spalti e che avrebbero richiesto la sospensione della partita. Anche in quel caso, il Napoli perse un giocatore simbolo per infortunio. Due anni fa, Hamsik mentre, quest’anno, Mertens. E anche in quell’occasione, il Napoli rimase anzitempo in 10 per un applauso ironico di Koulibaly all’arbitro Mazzoleni. Stavolta è toccato a Insigne, il quale pure due anni fa fu espulso benché a pochi minuti dal fischio finale. Due anni fa, per giunta, il Napoli perse 1-0.

L’arbitraggio per quanto egotista e permaloso – l’arbitro per quanto senza personalità – non ha commesso errori così gravi da condizionare il senso di un match. L’espulsione di Insigne per insulti al direttore di gara può risultare fiscale ma ai sensi di regolamento non inventata. La poca personalità la si denota sul principio di compensazione che ha animato la direzione di Massa e sull’episodio di Lozano che cerca il contatto petto contro petto con l’arbitro rimediando solo un giallo. Ben più grave dell’insulto d’Insigne. Come Mazzoleni, anche Massa ha lavorato nelle pieghe del regolamento, beccando in fallo un Napoli ingenuo e fumantino.

5. San Gennaro

Molti hanno immediatamente ricondotto la sconfitta del Napoli in terra milanese, per come maturata, al sangue di San Gennaro che al mattino non si è sciolto. La Juventus pareggia in casa contro l’Atalanta. C. Ronaldo sbaglia un rigore. Il Milan pareggia in casa del penultimo Genoa. Destro confeziona una doppietta.

Il Napoli resta a -5 dalla vetta. Domenica, dopo la rimonta casalinga contro la Sampdoria, si parlava di scudetto ma si era a -4 dal primo posto. Il Napoli ha perso già 4 partite tra sedi di Tribunale e campo. L’ultimo Napoli secondo in classifica, quello di Ancelotti, con 3 sconfitte e 2 pareggi, chiuse il girone di andata a -10 dal primo posto ma con 44 punti – media sarrista -.

Per ora, tanto rumore per nulla ma Lazio e Torino diventano due finali per restare in scia. E la scia è quella che utilizzano i migliori ciclisti per piazzare poi l’allungo vincente. L’importante è non perderla!

Massimo Scotto di Santolo

Paolo Rossi ci lascia. Addio Pablito Mundial!

L’iconico Paolo Rossi è morto all’età di 64 anni. Stroncata la sua vita da un brutto male ma per tanti ragazzi italiani, oggi adulti, il suo assolo dell’82 equivale ad un riff dei Rolling Stones

1. Un’estate al mare

Una solita estate italiana tra Jukebox e un bagno al mare. Quell’estate dell’82 però il tormentone non è di Umberto Tozzi o di Giuni Russo ma di un ragazzo smilzo, dai fianchi matronali, che flirta con la linea del fuorigioco. Si chiama Paolo Rossi e per tutti, dall’82 in poi, sarà Pablito mundial.

Condurrà la nazionale italiana di calcio più discussa della storia a vincere il mondiale, segnando 6 reti in 3 partite – quarti, semifinale e finale -.

2. Le polemiche del mondiale ’82


Un crescendo rossiniano: all’indomani di un girone qualificatorio giocato dall’Italia in modo maldestro, senza nemmeno una vittoria – al quale il compianto giornalista Oliviero Beha opporrà una scarsa regolarità e una valigetta con tutti i soldi necessari per convincere il Camerun a non sbatterci fuori dal Mondiale – la squadra per le troppe critiche si chiude, su decisione di Zoff e Scirea, in un assordante silenzio stampa. E il girone a fatica verrà in questo modo superato. Beha, successivamente, sparirà progressivamente dal mainstream televisivo.

La scelta dei ragazzi azzurri occorse per proteggere dalla avventatezza di certe penne che scrivevano un giorno si e l’altro pure il de prufundis ad Enzo Bearzot, ct di quella nazionale.
Più padre che uomo per tanti nazionali dell’82.
Durante il silenzio stampa, non mancarono momenti di tensione come quando l’inviato Mario Sconcerti e Tardelli, centrocampista della nazionale azzurra, vennero quasi alle mani.
È una storia pertanto prettamente italiana. Rossi appena trasferitosi alla Juventus dal Vicenza fu squalificato per calcioscommesse. Lui e Bruno Giordano le vittime eccellenti.

Paolo Rossi fu il sogno proibito, prima del si alla Juventus, di Ferlaino, che provò ad acquistarlo in ogni modo ma Rossi riteneva il Napoli non all’altezza delle sue ambizioni. La Juve lo era invece eccome, visto che nel frattempo già viveva il decennio d’oro. Alla guida della Vecchia Signora Trapattoni, con cui la Juventus vincerà tutto. Bruno Giordano invece qualche anno dopo fu il felice ripiego di Ferlaino; Bruno che affiancò Maradona per portare a Napoli il primo storico scudetto.

3. Rossi vs Pruzzo: decide Bearzot


Rossi passa da titolare, con Bettega, della bellissima nazionale dei mondiali di Argentina del ’78 guidata sempre da Bearzot e da nuovo centroavanti della Juventus del Trap ad allenarsi due lunghi anni con le riserve dei bianconeri. Tanto fu la squalifica comminata dal Giudice Sportivo. Bearzot tuttavia non dimentica l’efficienza di Paolo Rossi, ha il suo gruppo già sperimentato 4 anni prima e con quello vuole giocarsi il mondiale dell’82, visto che quattro anni prima, in Argentina, l’avventura finì alle semifinali.


Bearzot così non convoca Roberto Pruzzo, goleador implacabile della Roma di Liedholm, con la quale nell’82 il bomber ligure era divenuto pure capocannoniere. Lo spazio per Pruzzo ci sarebbe stato ma Rossi dopo due anni d’inattività andava aspettato. Per Bearzot, è certo che Paolo non sarà in forma le prime partite. La stampa, a quel punto è altrettanto certo, chiederà di sostituirlo con Pruzzo.

Quindi, Bearzot convoca un altro attaccante, destinato a divenire mascotte di quella nazionale perché accetta la convocazione conscio del fatto che non giocherà mai.
Si chiama Franco Selvaggi e fa di mestiere la punta nel Cagliari.

4. Paolo Rossi. Pablito Mundial

E così accadrà: Paolo Rossi giocherà male le prime 4 partite del mondiale.
I giornalisti non poterono invocare Pruzzo ma solo i Santi circa il perché non fosse presente in quella spedizione azzurra.

Poi la partita contro uno dei primi 5 Brasile di sempre… e lì all’idea dei cinque n. 10 contemporaneamente in campo, Bearzot opporrà il contropiede e l’uomo che gioca sulla linea del fuorigioco. Rossi, con il suo tempismo, lo scatto incontenibile nei primi metri, la capacità di non finire mai in offside e partire quindi soltanto all’ultimo cm ancora a disposizione, dilanierà la poco organizzata difesa del Brasile realizzandone 3 di reti.

E poi altre 2 alla Polonia. E 1 alla Germania in finale. L’Italia campione del Mondo. Paolo Rossi un anno dopo pallone d’oro. Per i ragazzi del Giulio Cesare di Roma che l’82 sostennero la Maturità, Paolo Rossi fu il tormentone estivo che li accompagnerà per tutta la vita. Nostalgia.

Massimo Scotto di Santolo

Crotone-Napoli 0-4: se il Napoli fosse del nord sarebbe un piccolo Milan

Crotone-Napoli, l’azzurro non impressiona, ma continua a vincere nonostante gli manchino i rigori del Milan, calciatori talvolta decisivi e 4 pt sacrificati all’altare del “Tavolino” per aver dato ascolto all’ASL. Not bad, esclamerebbe un anglosassone.

1. Crotone fumoso

Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari. Se Zeman non avesse scelto di schierarsi contro i poteri forti sarebbe un piccolo Guardiola. Un Barcellona molto meno spietato sotto porta sarebbe un piccolo Crotone. Se Messi non realizzasse gol a vagonate sarebbe un piccolo Messias. I numeri degli azzurri in Crotone-Napoli sono estremamente ragguardevoli.

Questo consente rapidamente di comprendere che il Napoli allo Scida non avrebbe mai passeggiato. Stroppa che per devozione zemaniana tende a muovere, piuttosto che le ali, le mezze ali in diagonale fa giocare ad alta intensità i calabresi, cercando un equilibrio tattico con un difensore in più. Il mister crotonese offre alla platea calcistica un 352 arioso. Il Crotone fino ad ora ha ospitato tutte le prime della classe, manca soltanto l’Inter. Poiché le salvezze si costruiscono in casa non bisogna cantare ancora il de profundis agli squali, i quali già una volta rimontarono una situazione disperata salvandosi. All’epoca, in panchina c’era Nicola e in attacco Falcinelli.

Quest’ultimo andò in doppia cifra di reti realizzate. Ecco, il Crotone paga una mole di gioco piacevole e briosa ma mai ficcante. Simy ricorda una quercia silenziosa e centenaria, protegge meravigliosamente la palla. Messias gli ronza intorno come un picchio, che parrebbe in grado di perforare qualsivoglia difesa. Eppure entrambi smarriscono gusto e acquisiscono per la propria squadra perdenza vanificando la loro abnegazione sotto porta. Non propriamente cecchini, l’albero perforato dal picchio ospite.

2. Un Napoli vittorioso

La non continuativa fluidità di gioco non permette di stimare ancora il vero valore di Gattuso. Sembra sempre che siano i demeriti degli altri a farci grandi. A costituire, stasera, una diminutio per il Napoli sembrerebbe l’espulsione di Petriccione. Il bassotto dal grande fiuto per i palloni e dall’irrefrenabile vivacità sulla mediana, che sovente sfocia in disordine quando applicato al ruolo di regia, a causa di entrataccia lascia in 10 il Crotone contro un Napoli, grazie al polacco Zielinski, a trazione anteriore ma non di certo squilibrato.

Insigne, Lozano e Petagna hanno potuto affrontare tre mismatch contro rispettivamente Cuomo, Marrone e Luperto; i quali poi in campo aperto, prima, e in inferiorità numerica di squadra, dopo, hanno manifestato tutta la loro sofferenza nei duelli individuali. Zielinski, che certe sere ricorda la centralità estetica dell’étoile di Parigi, ha impedito che il duro proletariato di Demme e Bakayoko non trovasse un eccessivo distaccamento ideologico, tradotto in metri di campo, dalla delantera azzurra.

In Crotone-Napoli gli squali hanno giocato per 30 minuti ad altissimo voltaggio. Se l’arbitro non avesse espulso Petriccione, quel tipo di ritmo avrebbe mantenuto eguale intensità per 90 minuti? Forse no. Il Napoli avrebbe vinto lo stesso, non 0-4, ma chiuso i giochi probabilmente nella seconda metà del 2 Tempo. Petriccione ha solo evitato al Napoli una ennesima e sudatissima vittoria.

3. Dieguito Demme

Sugli scudi il ritrovato Dieguito Demme in Crotone-Napoli. Messo inizialmente da parte dallo stesso Gattuso per far posto alla belva della mediana, Bakayoko, e perse successivamente le distanze in un 4231 oltremodo offensivo la cui inefficienza operativa è esplosa nella sconfitta interna contro il Milan, Rino in concomitanza con la morte di Diego Maradona ha rispolverato l’orologio da polso tedesco.

Demme non fa nulla che sia sbagliato ma non appare capace di sconvolgere mai una partita con una singola giocata personale ed esclusiva, sebbene controlli il battito della squadra sia in difesa che in attacco. E’ un tranquillante naturale. Anche la sua innata capacità di recuperare palloni si esprime con una serenità disarmante. Mai arrembante e tecnicamente sopraffino, il tedesco di origini calabre ma cresciuto sognando Napoli e Maradona organizza la manovra con una semplicità così trasparente da dover rivedere le categorie del talento.

Inoltre, in questo momento della stagione risulta talmente indispensabile che per azzannare il momento Demme ha iniziato a realizzare anche reti che due in una sola stagione rappresentavano un vizio a cui raramente in carriera si è lasciato andare. Illuminista.

4. Andrea Petagna

Petagna, invece, ricorda come il gioco di Gattuso abbisogni di una punta di peso. Il giro palla approntato da Rino, per molti inutile, è innanzitutto difensivo – se la palla la ho io gli altri non possono segnare -; in secondo luogo, è un’esca: tirare fuori gli avversari dalle proprie posizioni convincendoli a pressare in avanti e infine, laddove non sia possibile uscire palla a terra e ragionando, un bel calcione a cercare la sponda di Petagna. La seconda palla, qualora il bulldozer ex spallino metta già il rilancio del suo compagna di squadra difensore, è aggredibile dai tre trequartisti azzurri verosimilmente in uno contro uno al cospetto dei difendenti avversari.

Perciò Petagna, in assenza di Osimhen, ben più di Mertens risulta funzionale al ruolo di prima punta. Alla Giroud con la Francia campione del mondo: “io sgomito voi segnate” disse così Olivier a Mbappe e Griezmann. Ovviamente Petagna non ha gli stessi scores realizzativi di Giroud, ha però toccato vette importanti con la Spal, la quale per necessità virtù intravedeva in Andrea l’unica bocca di fuoco armabile. A tal punto ciò che Semplici per due anni ha costruito una squadra che giocasse esclusivamente a suo uso e consumo.

Mi sembra nell’ordine delle cose che sia Petagna a disposizione del Napoli e non il contrario. Altrettanto che due, i gol fatti sino a Crotone-Napoli dal centroavanti azzurro, siano un ricompenso che debba soddisfare tutti. Chiedere di più sarebbe ricercare un tesoro che non c’è.

5. I rigori dopo Crotone-Napoli

Il Napoli, dunque, resta a -6 pt dal Milan benché come in premessa si ricordano i 4 pt lasciati in Tribunale. Uno di penalizzazione, tre dati in omaggio dalla giustizia sportiva a tavolino alla Juventus. Il Napoli sul campo ha collezionato 21 punti con una partita ancora da giocare. Potenzialmente a – 2 dal Milan, che regge ritmi impressionanti sia in attacco che in difesa. La classifica è la sublimazione di questo perfetto equilibrio tra le due fasi che spesso in Europa viene un po’ meno.

Altrettanto devastante è la capacità del Milan di procurarsi rigori. 8 in 10 partite di campionato, per l’appunto. Una media ben superiore a quella altrettanta dopata da errori grossolani della Lazio, che alla fine ne guadagnò 14 di tiri dal dischetto. Il Milan nella classifica particolarissimi degli expected goals (Xg) è primo. Xg è l’acronimo con cui si concretizza in percentuale le possibilità di fare gol di una squadra in relazione al suo sforzo offensivo. 8 rigori risultano statistica gonfiata per quanto la metà dei penalty ricevuti risulterebbe un numero alquanto coerente con la capacità offensiva.

Il Napoli, che insegue al 2 posto, avendo gli stessi pt dell’Inter ma sul campo una partita in meno, ha il migliore attacco ed è seconda nella classifica degli Xg. Inoltre, al 17.11.2020 gli azzurri erano la squadra con il maggior numero di tiri verso la porta e il maggior numero di tiri nello specchio della porta. I partenopei hanno ricevuto in cambio 0 rigori. Per la precisione 9 nelle ultime 86 partite. Tra la vetta e il Napoli di Crotone c’è anche tanta “sfortuna”.

Massimo Scotto di Santolo

Stadio Diego Armando Maradona, è ufficiale!

Lo aveva confermato oggi il sindaco Luigi De Magistris e dopo è apparso anche il comunicato della Ssc Napoli: “Benvenuti allo Stadio Diego Armando Maradona”

Ebbene si, allo Stadio San Paolo l’ultima partita è stata Napoli-Roma 4-1. Dal dieci dicembre si giocherà nello stadio decicato al Pibe De Oro scomparso recentemente.

“Maradona metterà d’accordo tutti anche i Santi. Restano il Parco San Paolo, e l’Ospedale San Paolo e su questo non avrebbe da ridire nemmeno San Gennaro. Maradona è un nome che fa andare oltre, anche alla polemica“

Il Napoli giocherà la prima partita, nell’arena dedicata a D10S, il 10 dicembre contro il Real Sociedad. Il debutto in campionato sarà contro la Sampdoria, ultima avversaria di Maradona in serie A nel 1991, prima per la squalifica di 18 mesi inflittagli per doping.

SALVIO IMPARATO

Romagnoli 200: “Devo tanto a Zeman. Mi volle lui in prima squadra”

Romagnoli-200-Zeman

Alessio Romagnoli 200. presenze in serie A. Il difensore romano si racconta a Skysport, dalla Roma a Zeman e al presente ripercorre tutte le tappe.

Romagnoli 200 su skysport

Duecento presenze. Non un traguardo ma una partenza”

“Romagnoli 200. Duecento partite vogliono dire tante cose, le vedo come un punto di partenza e non di arrivo”- sostiene il numero 13 rossonero – “e spero di farne altre 200 se non di più, sono sempre orgoglioso di essere capitano del Milan, darò sempre il mio massimo ad ogni gara, Il mio sogno è di diventare il più forte di tutti, di vincere e di essere ricordato come un vincente. Ogni giocatore lavora per questo. Punto ad essere un vincente e a vincere il più possibile”. Sul futuro al Milan: “Mi trovo benissimo al Milan, è stato subito amore a prima vista, sto bene a Milano, ho un contratto fino al 2022, manca ancora tanto, poi vedremo. Finché starò qui darò sempre il massimo”. L’ambiente milanista piace ad Alessio, che si confa anche al suo carattere: “Fuori dal campo sono molto tranquillo, anche timido. Mi piace tenermi dentro le cose, ho mantenuto sempre le stesse amicizie, a Milano però ho trovato il mio ambiente ideale”.

La Roma e il primo gol, Zeman, Garcia e il ruolo di terzino

Parole dolci per il suo passato giallorosso:  “Devo tanto alla Roma, tantissimo. Mi ha preso da bambino e mi ha cresciuto, devo tanto a Zeman, mi ha voluto in prima squadra quando ero molto giovane. Fu veramente una bella esperienza. Il mio primo gol è stato molto emozionante”- continua Romagnoli- “poi andare ad abbracciare Francesco è stato fantastico. Sono contento di esserci stato anche io”. Sul passato da terzino con Garcia: “Mi sento un centrale, a diciotto anni non potevo dire di no a giocare terzino. Feci abbastanza bene, fu un’esperienza importante per me ed un passo importante nella mia carriera”.

Mihajlovic, Nesta e Gattuso

Molto importante per la sua formazione anche l’anno a Genova con Mihajlovic, ritrovato poi anche in rossonero: “La Sampdoria la ricordo con grandissima emozione, Mihajlovic per me è stato molto importante. Devo ringraziarlo perché mi ha voluto fortemente alla Samp e al Milan, ha fatto spendere tanti soldi per me, mi ha fatto giocare anche quando facevo qualche errore”. Sulla scelta di prendere il numero 13, lo stesso di Alessandro Nesta: “Nesta per me è il più grande difensore della storia, italiano e non solo. La 13 era disponibile, mi sono sentito di prenderla, senza problemi, con molta leggerezza”. Romagnoli ricorda poi l’arrivo di Gattuso in rossonero, con il relativo addio di Vincenzo Montella: “Mi dispiacque l’esonero di Montella ma il calcio va così, poi arrivò Rino, una persona vera come Sinisa, un vero uomo. Con lui arrivarono i risultati e le soddisfazioni, fu un anno veramente fondamentale per noi. Quel Milan è stato lo specchio del suo allenatore, un Milan sempre pronto a battagliare”.

L’arrivo al Milan, la Supercoppa e la fascia di capitano

“Ho detto sì al primo istante, è bastata una chiamata del mister. Tutto il resto lo ha fatto Galliani col mio ex procuratore. Il Milan vuol dire campioni, trofei vittorie, mi sono sentito sempre parte di una famiglia. Sono arrivato molto giovane, sono qui da sei anni e non posso chiedere di meglio, è stato subito amore a prima vista”. Un pensiero particolare alla Supercoppa, primo trofeo della carriera: “”Il primo trofeo non si scorda mai, negli anni abbiamo potuto vincerne altri, come la finale di Coppa Italia persa ai supplementari. Ne ho perse tre, spero di rimediare nei prossimi anni. Il primo trofeo comunque è stato molto importante”. Che emozione la fascia da capitano, ereditata da Gattuso: “Eravamo in tournée in America, Gattuso mi toccò il braccio e dissi subito sì. Essere capitano di una squadra così gloriosa a 23 anni può essere solo motivo di orgoglio. La fascia del Milan in pochi la indossano, l’hanno indossata i più forti al mondo, è una spinta per fare sempre meglio”.

Il Milan, Pioli, Ibra e il sogno scudetto

Grande stima per il tecnico rossonero Pioli: “E’ uno di noi. Una persona che fa le cose in gruppo, ha voluto tanto che questo gruppo potesse crescere. Non dobbiamo fermarci, siamo all’inizio, niente è scritto. Dobbiamo essere bravi a sfruttare il momento e fare il meglio possibile”. Su Ibrahimovic, vero trascinatore dello spogliatoio milanista: “Ha aggiunto fame di vittorie, mentalità e gol che all’inizio ci mancavano”.  Lo scudetto? “Il nostro obiettivo è e rimane la Champions, il campionato è ancora lungo, è ancora presto per fare previsioni. Giochiamo ogni partita al massimo per arrivare la Champions, poi vediamo”.

Giacomazzi: “Legai tanto con Zeman, lavoro duro che in campo ti ritrovavi”

Giacomazzi-Zeman

Guillermo Giacomazzi si è raccontato a calciolecce.it. Oltre al suo passato a Lecce e a quello con Zeman, ha parlato anche delle esperienze di Empoli e Palermo.

Bella intervista Giacomazzi. Oltre alle parole su Zeman, da leggere è il racconto sul passaggio dal Boemo a Gregucci. Se è vero che con Zeman si poteva arrivare più in alto, c’è da dire che è proprio per quel tipo di calcio che si è sfiorata la Uefa e si sono battuti importanti record, per la storia del Lecce, di Zeman e del calcio. Ed è per questa differenza di mentalità e ovviamente di statura tra i due tecnici che con Grecucci si è retrocessi.

“Pantaleo Corvino mi disse che il tecnico mi voleva fortemente. Andai a parlare perché l’anno prima fu particolare, non giocavo molto e volevo capire se da parte della società c’era qualche malcontento e se dovevo guardarmi intorno. Zeman intendeva il ruolo di mezzala come l’avevo fatto l’anno prima, mi aveva visto giocare già in Uruguay quando giocavo nel 4-3-3 e mi disse di giocare così“.

RITRATTO DI ZEMAN, TRA GIOIE E DOLORI

“Il mister, ironico e molto particolare, legai tanto con lui, mi convinse a rimanere e gli ricambiai la fiducia spaccandomi fin dal primo allenamento. Le sessioni erano dure, lui era un po’ personaggio, ci faceva lavorare anche per rispettare questa sua consuetudine. Il lavoro però te lo ritrovavi in campo, ho imparato tanto dal punto di vista offensivo. I suoi principi ci davano libertà, una libertà all’interno di un insieme di calcio. Credo che quella squadra ogni tanto esagerasse col giocare in avanti. A lui non piaceva quando difendevamo l’1-0, accadde con l’Atalanta e si arrabbiò molto nonostante i tre punti. Dovevamo sempre offendere, e ci insegnava tanto. Dall’altra parte, però, difensivamente c’erano dei concetti particolari, prendevamo dei gol evitabili, Cassetti e Stovini si arrabbiavano spesso…era comunque il suo modo di fare calcio. Facemmo tantissimi gol, eravamo una squadra che proponeva calcio”.

I CONTRASTI

“Ogni tanto – raconta Giacomazzi – parlavamo con Zeman durante il campionato. A volte andavo io a volte Stovini dato che Ledesma era un po’ introverso, chiedevamo di riposare. Ad esempio dopo un venerdì di doppio chiedevamo un po’ di stop e mi diceva, prendendomi in giro, ‘Giacomazzi, vuoi fare te l’allenatore’. Accettavamo e la prendevamo sul ridere. Il secondo ci illustrava spesso i metodi sul ritiro, i calcoli sugli allenamenti e altro. A volte, però, a un calciatore basta una pausa anche mentale per star bene”.

IL CALO E L’EUROPA MANCATA

“A gennaio tendenzialmente le squadre di Zeman calavano dal punto di vista fisico…abbiamo sofferto con delle prestazioni non all’altezza, ma giocavamo. Ricordo una sconfitta ingiusta a Udine, facevamo la partita non come all’inizio ma giocavamo ‘schiaffo su schiaffo’. Sui campi pesanti facevamo fatica. C’è rammarico per quanto non fatto, potevamo ottenere qualcosa in più, anche sul piano delle dichiarazioni. Alla società non piacquero delle sue uscite, il mister mise delle idee di Europa all’ambiente. Alla fine ci salvammo ed era quello l’obiettivo del Lecce. A me è rimasta quella cosa. Ci fosse stata qualcosina di diverso, dal mister alla società, ce la saremmo giocata diversamente per arrivare a qualcosa d’importante”.

GIACOMAZZI E IL PASSAGGIO DA ZEMAN A GREGUCCI

“Un calo di motivazioni dopo l’anno con Zeman e le due stagioni deludenti? Il post Zeman per me fu traumatico. Con Gregucci mi ruppi il crociato, non ci sono stato nei primi cinque mesi, rientrai velocemente ma una volta tornato dopo questi tipi d’intervento non si è mai al cento percento. Ci furono grossi cambiamenti di mentalità: passammo da un tecnico stra offensivo a un catenacciaro, quel Gregucci era catenacciaro. Fare pressing offensivo con lui era impossibile. Fu complicato cambiare ‘chip mentale’ alla squadra. Non sapevamo come far male alle grandi. Con Zeman l’unico cambio ‘difensivo’ era mettere Cassetti davanti, con Angelo messo a fare terzino. Fu l’unico cambio che ci lasciava un po’ straniti. Non ci diceva nulla di strano se giocavamo così contro la Juve, il Milan o la Lazio. Lui voleva andare alto, aggredire…“

CAMPIONATO INFELICE

“Con Gregucci ogni palla era una copertura e non riuscimmo a cambiare. Dal punto di vista offensivo e fisico si percepì il cambiamento di una squadra sofferente. I difensori si sentivano protetti, ma la squadra era lontana dalla porta avversaria. Il mister era alle prime esperienze, sicuramente ci fu un dialogo con la società, ma partimmo male in A e difficilmente recuperammo facilmente”.

EMPOLI E PALERMO

“Ai 26-27 anni feci due tre anni in cui ebbi un calo, persi la nazionale. Bisogna essere autocritici. Non fu facile per me, non feci bene dal punto di vista calcistico. Per sei mesi sono stato al Palermo in una squadra forte, stavo per andare al Siena ma i rosanero volevano una mezzala in più e andai lì. Ritrovai la Serie A, giocai poco ma trovai un bel gruppo. Io ero al 50 percento fisicamente, giocai poco e non fu facile inserirmi in un gruppo forte. A Empoli invece fu diverso, in una cittadina tranquilla. Feci la UEFA con loro e c’erano tanti giovani: Giovinco, Abate, Marchisio, Antonini, che non voleva fare il terzino e lo convincemmo. I vecchi erano Adani, Tosto. La squadra fu rivoluzionata a metà campionato, non andammo benissimo ma potevamo fare molto meglio. Ci mancava una persona che ci desse un’idea calcistica diversa per la qualità che aveva la squadra. Con calciatori così tecnici ci si poteva divertire di più e ottenere meglio i risultati”.

RITORNO A LECCE IN A

“A tre mesi dalla fine del campionato mi chiamarono Fenucci e Angelozzi. Il Lecce decise di riscattarmi e ogni volta che c’era da scegliere optai per Lecce. Non per pigrizia, ma per riprendere quello che è stato fatto prima. Con Beretta in A? Mi trovai benissimo per come era l’allenatore, arrivai con una testa diversa rispetto agli anni passati. Con lui feci tutti i ruoli ma mi disse ‘ti vedo mezzala ma anche trequartista come Kharja e play’. A livello di risultati non fu la migliore annata, non facevamo un gioco fluido ma a livello personale fu una delle mie stagioni più belle a Lecce. Feci tante belle prestazioni, corsa, aggressività, giocate personali…tornai anche in nazionale e quell’anno mi piacque tanto anche se il Lecce non andò bene”.

L’ULTIMA PROMOZIONE E GIACOMAZZI ‘CONSULENTE’. 

“De Canio era un allenatore che amava il contatto coi calciatori. Comandava lui ma chiedeva molto, comunicava. Con me, con Vives, ci consultavamo molto, anche con Di Michele. C’era un bel gruppo e si puntava a fare quello. Anche non giocando, si puntava a far bene pur non sapendo di essere i più forti in B. L’arrivo di David fu importante. Il mister mi chiese un parere su Di Michele, in giro si dicevano cose negative di lui. Io dissi ‘si allena come un animale, è fortissimo’. Il Lecce lo prese e facemmo il salto di qualità. Eravamo già forti con Marilungo e Corvia e per la B, Di Michele, simboleggiò una grande spinta con la sua esperienza e qualità”.

SALVIO IMPARATO