Roy: “L’Ajax è come una squadra allenata da Zeman”

L’ex attaccante dell’Ajax e del Foggia di Zeman Brian Roy, ha parlato della sfida degli olandesi contro il colosso Juventus, rivale storica che esaltò il fenomeno zemanlandia.

Ecco l’intervista rilasciata da Roy al portale Tutto Juve

Si può parlare di sfida tra Davide contro Golia?

“In questo momento – dice Roy – possiamo tranquillamente affermare questo. La Juventus è una squadra che non lascia giocare l’avversario, il suo obiettivo è quello di distruggere il gioco altrui e per questo l’Ajax farà fatica ad affrontare questa doppia sfida. Paradossalmente, era meglio affrontare il Real Madrid proprio perché ha lasciato più libertà di manovra e più possesso palla”.

Quindi, era meglio pescare il Barcellona invece che la Juventus?

“No, meglio la Juve del Barcellona (sorride ndr). I bianconeri sono difficili da affrontare, ma c’è un’opportunità da poter sfruttare”

L’opportunità di cui parli è quella di sfruttare la partita d’andata?

“Esatto, l’Ajax dovrà cercare di far bene e di non prendere gol. Dovrà essere al 100%, sarebbe molto importante presentarsi a Torino senza subire marcature”.

L’Ajax è una squadra pazza perché è capace di segnare sei gol così come è altrettanto in grado di subirne altrettanti. E’ una qualità, questa, che potrebbe rivelarsi un pregio ma anche un grosso difetto.

“E’ come una squadra allenata da Zeman (sorride ndr). L’Ajax ha giocatori fortissimi nella propria rosa, da sempre cerca di giocare bene e di imporre il proprio gioco. A mio parere, a guardarla ti diverti davvero tanto”.

Chi dovrà temere, in particolare, la Juventus?

“I giovani dell’Ajax sono molto forti, ci sono ragazzi come De Jong, Tadic e De Ligt che si stanno esprimendo bene in questa stagione. Alcuni di loro li conosco bene perché li ho allenati nel settore giovanile, come Blind, van de Beek, Mazraoui e lo stesso Matthijs. Sono molto contento del percorso e della carriera che stanno seguendo fino ad ora”.

C’è qualcosa che vorresti raccontare di De Ligt?

“Lo conosco da quando aveva quindici anni, così come Blind. De Ligt, all’epoca, era molto timido e non era affatto un gran chiacchierone al contrario di oggi che è diventato un uomo (sorride ndr). Quando ero suo allenatore, mi avevano colpito tre qualità: la cattiveria, la rapidità e la testa con cui anticipava subito l’avversario. Queste, indubbiamente, sono qualità che sta mantenendo anche attualmente”.

De Ligt ha come procuratore Mino Raiola, lo stesso che è stato decisivo per il tuo approdo a Foggia. Visto che lo conosci bene, ti puoi sbilanciare ed affermare che lo porterà alla Juventus?

“Dovete parlarne con lui, non con me. Per me può andare dappertutto e non soltanto alla Juventus. Certo, in bianconero avrebbe bisogno di giocatori come Chiellini e Bonucci che potrebbero fargli da chioccia. Ho bei ricordi con Mino, mi aiutò nel trasferimento a Foggia e ancora adesso, a pensarci, sono stato contento di aver giocato in Puglia. E mangio ancora tanta pasta (sorride ndr)”

Ci sono differenze tra la Juve di oggi e quella degli anni ’90?

“La Juve degli anni ’90 giocava di più la palla, aveva più possesso e c’era molta gioia nell’osservare il loro reparto offensivo che contava giocatori del calibro di Ravanelli e Del Piero. Quella di oggi, invece, è più difensiva ma più efficace. E’ brava a tenere strette le linee, non tutte le squadre ne sono capaci e in questo modo i bianconeri diventano un avversario difficile da attaccare. In conclusione, a mio parere, la squadra guidata da Lippi era più forte anche perché giocava in una Serie A decisamente più competitiva”.

Quanto fa paura CR7 dalle parti di Amsterdam?

“E’ uno dei calciatori più forti al mondo, è alla pari di Messi. Quando è in campo, c’è sempre il timore di prendere gol. La difesa dell’Ajax proverà a difendere il più possibile dagli assalti degli attaccanti bianconeri, ma ci sono giocatori rapidi che possono contrattaccare nell’immediatezza. Spero che non giochi Douglas Costa, non ho mai capito il perché il Bayern Monaco lo abbia mandato via”.

Ma la Juve non è solo CR7, c’è anche una difesa solida che potrebbe scoraggiare i giovani attaccanti olandesi.

“Sì, a mio parere Bonucci e Chiellini compongono la coppia centrale più forte nel calcio europeo”.

Chi vedi come favorite in Champions?

“City e Barcellona sono sullo stesso piano, poi c’è la Juventus. Però i bianconeri dovranno superare per prima l’Ajax, dobbiamo ragionare in questo senso e non dare per scontato nulla (sorride ndr). Spero che ci possa essere un po’ di fortuna per i miei connazionali”.

Alcuni giorni fa, nel corso dell’ultima giornata di campionato, Kean è stato protagonista di uno spiacevole episodio legato al razzismo. Che cosa ne pensi?

“Sì, purtroppo ho sentito questa notizia e ne sono rimasto molto dispiaciuto. Fino a quando la politica non prenderà una decisione definitiva, ci saranno sempre degli episodi di questo genere. E’ assodato ma lo ribadisco: io sto con Kean”

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Insigne: “Devo tutto a Zeman, lui e Pavone mi vollero a Foggia”

Ad inizio campionato parlammo, dopo la sconfitta a Genova contro la Samp, di un Napoli ferma ito e demotivato. Lorenzo Insigne, in una lunga chiacchierata con Antonio Giordano del Corriere Dello Sport conferma e si sofferma sul futuro, attacca Higuain e ringrazia il suo maestro Zeman.

“Le pressioni sono maggiori, rispetto ad altri calciatori – confessa Insigne – perché la gente da te si aspetta di più. E a volte le responsabilità costituiscono un energizzante, dunque hanno effetti positivi, ma ci sono anche momenti in cui possoo essere controproducenti e quindi negative. Non siamo macchine, ricordiamocene, un periodo buio è inevitabile”.

Zeman e Pavone

“Zeman? Gli sarò grato per sempre e gli voglio bene. Mi ha lanciato, mi ha costruito, se sono arrivato sin qui è merito suo. Lui e Pavone hanno avuto un ruolo nella mia scelta di Foggia e l’anno successivo stavo per andare al Crotone, mi chiamò il boemo, mi disse guarda che ho firmato con il Pescara: non ebbi dubbi”.


Insigne si immagina con un’altra maglia addosso? 

“Adesso, mentre ne stiamo parlando, e più in generale ora, in questa fase, non ci penso neppure. Però so bene che magari in giro possa esserci qualcuno che mi stimi. Ma non esistono squadre, né interessamenti. Ho il dovere di pensare, senza essere immodesto, che in questi anni con il Napoli abbia già dato qualche dimostrazione di ciò che so fare”.

Raiola per andare via? “Niente di tutto ciò e siete liberi di non crederci. Ma ritengo che Raiola, con Jorge Mendes, sia il più forte in circolazione e che rappresenti un’autorità in materia. Ma non c’è dietrologia. Finché starò qui darò sepre il 110 per cento e qua voglio starci a lungo. So anche che ho ventotto anni e che possa capitare, in carriera, di ritrovarsi dinnnanzi ad un’offerta, come dire? irrinunciabile. Questo sì, può succedere”.

Insigne è felice? 

“Mi scoccia assai arrivare ad un passo dal successo e poi ritrovarmi senza niente tra le mani, che so un trofeo da alzare al cielo. E questo dà fastidio anche ai miei compagni di squadra di questo Napoli che è fortissimo e meriterebbe di regalarsi una soddisfazione”.

Come sta Insigne? 

“Meglio e quasi bene. Ho fatto un differenziato robusto giovedì e un allenamento in gruppo venerdì. Ora resta la rifinitura e poi deciderà Ancelotti. E’ chiaro che il pensiero è all’Arsenal. Mi aspetto di affrontare una squadra che ha talmente tanta qualità da non poter scegliere quale sia il migliore. E poi troveremo ritmo, intensità, organizzazione tattica”.

Sullo scudetto perso a 91 punti?

“Un ferita difficile da suturare, ma bisogna guardare avanti. Ci abbiamo creduto, potevamo farcela e fa male. Come l’eliminazione dal Mondiale a San Siro: sono le sofferenze che mi porto dentro. E’ come se in quegli istanti mi fosse crollato il mondo addosso”.

Sull’Europa League

 “Ci aspettano due gare complicate e poi, dovessimo farcela, la semifinale. Non è semplicissimo, non abbiamo paura. Anzi, è il nostro folle desiderio”.

Higuain

 “Non mi andò giù il suo modo di esultare. La Juventus fu una scelta, libero di prenderla ci mancherebbe, però poi ci siamo incrociati altre volte e mai una volta, mai una dico, che sia venuto a salutarci nello spogliatoio, come pure sarebbe stato naturale fare. Vuol dire, allora, che ce l’aveva anche con noi, con i suoi ex compagni di squadra che lo hanno aiutato a segnar trentasei gol in campionato”.

Ancelotti

“È un onore essere allenato da lui”

Benitez

“Una maturazione ampia, con lui ho scoperto nuovi ruoli”

Sarri

“È il mio ritorno alle origini, il 4-3-3. Gli auguri ogni bene”

Domenica ritrovi Prandelli

“Che felicità quando mi convocò in Nazionale”

Mazzarri

“Mi ha fatto esordire in A. Gli sarò per sempre riconoscente”.

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Spalletti: “Icardi senza squadra non vale niente” (VIDEO)

Spalletti-Icardi-Inter

Questo è il vero titolo, il significato delle parole di Spalletti sono totalmente diverse da quelle titolate dai maggiori quotidiani sportivi.

Prima di fare un titolo magari, invece di copiare da altre testate uno sguardino alla conferenza stampa lo darei….

Pubblicato da GruppoZeman.com su Martedì 2 aprile 2019
Le parole di Spalletti dalla pagina Facebook GruppoZeman.com

La battaglia del tecnico sulla disciplina e sul concetto di squadra viene completamente ignorata. La stampa pallonara, ormai sempre più gossipara, si focalizza su temi sempre più distanti dal campo e il nostro calcio ne risente sempre di più. Poco importa se i risultati e i modi di Spalletti fanno storcere il naso ai tifosi, agli stilatori di griglie e ai perbenisti del pallone, la battaglia sui comportamenti va appoggiata e sottolineata.

“Icardi per come lo avete messo voi (riferendosi alla Gazzetta Dello Sport ndr) vale poco. Appeso così come unm maglia ad una cruccia vale poco, la questione è metterla ad asciugare la maglia, dopo aver sudato per la squadra. È con altre 10 maglie a sudare insieme a lui che poi può valere piu di CR7 e Messi insieme!”

Il concetto è chiaro, è l’esaltazione del collettivo in contrapposizione con il singolo. Principio Zemaniano, Sacchiano e di tutto il calcio europeo moderno di cui Guardiola e Klopp ne sono il massimo esempio.

SALVIO IMPARATO

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Balzano e l’era Zeman: “Saremmo andati a morire tutti insieme” (VIDEO)

Toccante ricordo dell’insostituibile terzino del primo Pescara di Zeman. Antonio Balzano si racconta a Rete8.

“Fu un’annata fantastica, eravamo talmente uniti che saremmo andati a morire tutti e 22/24. Ultimamente ho rivisto il video della partita di Genova contro la Sampdoria, che ci diede la promozione diretta. Io piangevo già in campo – confessa Balzano – dopo il terzo gol ero crollato dall’emozione, per me era realizzare il sogno dei sogni. È stato toccante vedere Zeman piangere e dedicare la vittoria a Franco Mancini. Abbiamo vissuto momenti bellissimi e quelli tragici ci hanno unito e fortificati”.

L’ULTIMO PESCARA DI ZEMAN

“Per supportare un allenatore come Zeman – dice Balzano – devi avere giocatori con altre e forti motivazioni. Noi nel 2011 eravamo tanti giocatori provenienti dalla C tra cui Insigne. Con il gioco rischioso del mister ci davano per spacciati, invece Zeman dall’inizio disse che con noi sarebbe subito andato in A. Purtroppo l’anno scorso questo non c’è stato, eravamo tanti bravi giocatori ma non tutti adatti al gioco del mister e l’abbiamo pagato”.

CAGLIARI E PESCARA ATTUALE

“Quando sono andato via da Pescara piangevo perché da quando ci misi piede la scelsi come mia città. Ma la chiamata di Zeman a Cagliari era un’ulteriore occasione per me. Lì ho capito che non giochi per una città, ma per una regione intera e hai un elevato carico di responsabilità. Quando si è ripresentata l’occasione di ritornare a Pescara l’ho colta a volo. Ora abbiamo raggiunto la salvezza certa e dobbiamo giocare con più coraggio per conquistare la promozione. Mi dispiace che il pubblico non viene allo stadio, ne abbiamo bisogno e non parlo della curva nord che ci sostiene sempre , ma di tutta la città”.

SALVIO IMPARATO

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Coulibaly: “Grazie a Zeman ho capito che non ero scappato inutilmente”

Una storia, raccontata da Italo Cucci su Quotidiano.net, che mette Zeman al centro di una storia di riscatto sociale, di umanità che non vuole sentir parlare di razzismo e di barconi. Ecco a voi Calidou Coulibaly


Io e Mamadou Coulibaly siamo diventati amici. Sono stato il primo a cercarlo, tre anni fa, quando Donato di Campli, manager di Marco Verratti, mi ha dato il suo numero di cellulare. Lo chiamo, sa chi sono, mi ha memorizzato, parla volentieri. Perché quando ho raccontato la sua storia, su queste pagine, non mi sono fermato al barcone, classica immagine di tanti ragazzi africani che arrivano in Italia a cercar fortuna – al peggio sopravvivenza – e finiscono chissadove, chissacome, chissaperché per essere oggetto di una disputa che si agita sulle loro teste.

“Io sono arrivato in Italia, a Livorno, in treno” – mi disse con una punta d’orgoglio, anche se nel 2015, quando aveva appena 16 anni, aveva messo piede in Spagna proprio scendendo da una barca, e di lì in Francia, a Marsiglia, a Grenoble. Infine a Roseto degli Abruzzi. “Ti parlo volentieri – mi dice – ma per favore lascia perdere il barcone, la mia è solo la storia di un ragazzo scappato di casa…”. (Si fida, Mamadou, perché gli ho accennato una vicenda di casa mia, quando nel ‘48 un mio fratello è anche lui scappato di casa ed è arrivato a Buenos Aires, dopo essersi imbarcato clandestino su un piroscafo che si chiamava Anna Costa; e non ha fatto il calciatore, è risalito da Baires a La Paz, in Bolivia, con un coetaneo avventuroso come lui che si chiamava Guevara, Che Guevara).

E dunque Mamadou fa il calciatore e io lo tengo presente, sempre, quando anche nel calcio succedono quelle cose che si denunciano come “episodi di razzismo”.
«Non ho mai avuto problemi del genere – mi dice – ho solo capito che non c’è razzismo, in certe cose, ma ignoranza, tanta ignoranza”. Ohibò, un ragazzo nero di vent’anni che parla così sicuro di sè – e degli altri – rischia davvero di trovare qualche idiota riscaldato che gli dica “ma come ti permetti?”, eppure sono sicuro che lo metterebbe in riga. Naturalmente con le buone. Perché Mamadou è un ragazzo per bene che vive in una bella città emiliana, Carpi, e gioca nella squadra locale, in Serie B. (Gli ho promesso di andarlo a trovare, così gli racconto di quando seguivo il Carpi in Serie D per “Stadio”, negli anni Sessanta, ed ero amico del capitano Claudio Vellani quando furono promossi in C, nel ‘65).
«A Carpi sto bene, la città è tranquilla, la vivo senza problemi. Poi sto bene nella squadra, gioco in un bell’ambiente, finalmente ce l’ho fatta – mi dice – anche in B, è quello che sognavo, giocare al calcio».

E dire che Mamadou, scovato da Campli a Montepagano, arruolato nelle giovanili del Pescara dove si mette in luce segnando anche un gol, esordisce direttamente in Serie A quando Zeman gli dice “voglio vedere cosa sai fare”. Mamadou ha 17 anni, è alto 1 e 83, un fisico in ordine, gioca pochi minuti a Bergamo, contro l’Atalanta, e perde, poi più avanti da titolare contro il Milan, e pareggia.
«È stato bello, ho capito che non ero scappato dal Senegal per niente, quando l’ho detto a miei genitori, ai miei fratelli, hanno fatto festa per me».
Dovete sapere che nelle nostre prime conversazioni avevo raccontato a Mamadou la storia di “Aspettando Maldini”, un romanzo della scrittrice senegalese Fatou Diome (titolo originale “Le ventre de l’Atlantique”) il cui protagonista, Madické, era un ragazzo come lui. Tifoso del Milan come lui. Voglioso di scappare in Italia per imitarlo. Come lui, che comunque c’è riuscito: l’Udinese lo ha acquistato definitivamente nel 2017, gli ha fatto un contratto di cinque anni, lo ha prima lasciato una stagione a Pescara poi l’ha mandato a Carpi. A maturare. E dove ha segnato il primo gol italiano decisivo nella partita vittoriosa contro lo Spezia.

C’è un dettaglio importante da sottolineare: quando Mamadou parla della sua vita serena in Italia e considera certe esibizioni idiote non “razziste” ma “ignoranti” sa quel che dice perché parla bene l’Italiano e grazie alla lingua si è integrato senza troppa fatica.
«Ti ho già raccontato che a casa mia, a Thiès, in Senegal, si parla italiano: mio papà, professore di educazione fisica, e mia madre, casalinga, hanno frequentato dei corsi con educatori venuti dall’Italia…E anch’io ho imparato…».
Allora avrai letto dei libri…Dimmene uno… 
«Libri? Per carità, quando ho tempo libero mi dedico alla play, mi alleno, gioco e sto con lei. Come gli altri ragazzi che conosco». (Anche italiani, ovviamente: al Carpi ci sono anche ragazzi sloveni, croati, tedeschi e uno della Guinea…)
E il futuro? 
«Dipende dall’Udinese».
E quando smetterai di giocare resterai in Italia a far cosa? 
-“No, tornerò a casa, in Senegal, dai miei parenti, mamma papà e i miei fratelli e gli amici mi aspettano sempre, sono contenti che ho realizzato il mio sogno ma c’è tanto da fate, laggiù, spero che il mio viaggio in Italia non sia stato inutile”.

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IL MIRACOLO MODICA TRA RIMONTE E MUGUGNI SOCIETARI

Miracolo-Modica-Pavone

Se Giacomo Modica è colui che, dopo tanti anni di caccia all’erede di Zeman, sta dimostrando sul campo di potersi fregiare di questa etichetta scomoda, c’è da dire che la terra di Calabria è terra di rimonte zemaniane.

Ieri la Cavese di Modica è andata sotto 3-0 nel primo tempo. Poi si scuote, Fella accorcia le distanze, De Brasi para un rigore e nel finale, (89’ e 95’) lo stesso Fella e Bacchetti (ve lo ricordate?) recuperano fino al 3-3 siglato dall’ex difensore del Pescara all’ultimo respiro. Sempre da quelle parti, anno del Signore 2002, fu la Salernitana di Zeman a recuperare uno 0-3 nel primo quarto d’ora di gioco. Eravamo più o meno di questi periodi, tra il freddo dell’inverno imbolsito ed un primo raggio di primavera. Ricordi ormai sfocati. Nel primo quarto d’ora, Sculli fece il Maramaldo, portando i pitagorici sul 3-0. Poi, nel finale, Vignaroli ed un super Bellotto firmarono un’impresa di cui se ne ha ancora memoria. Un’impresa analoga a quella compiuta dalla Cavese.

Eppure, a sorpresa, succede che la società del numero uno del sodalizio blu-foncé Massimiliano Santoriello ordina il ritiro ed il silenzio stampa. Santoriello pare non aver gradito l’atteggiamento in campo della squadra nel corso del primo tempo.
Anche quanto fatto oggi dalla Cavese avrebbe dovuto e potuto fare storia. Una squadra partita dopo il ripescaggio estivo con l’obiettivo-salvezza, costruita dal ds Pavone e da Giacomo Modica puntando su uno zoccolo duro, composto dal gruppo che con il tecnico siciliano ha ottenuto buoni risultati a Messina in serie D l’anno prima, integrato da pochi confermati (tra cui le attempate bandiere Favasuli e De Rosa ed il talentuoso ma incompiuto Fella) ed ancor meno elementi di categoria. Ai nastri di partenza, la Cavese è all’ultima fila della starting-grid. Soltanto la Paganese sembra sulla carta avere qualcosa in meno. Come accorciare il gap con le altre concorrenti? Lavorando di più sul campo. E meglio. Ed è così che domenica dopo domenica, punto dopo punto, gli aquilotti di Modica compiono una prima impresa. Riescono, infatti, a non essere mai coinvolti nella lotta per non retrocedere, togliendosi anche lo sfizio di compiere qualche impresa. Spicca in tal senso il 3-0 esterno di Reggio Calabria.
Ma si sa che Cava ha fame di calcio. Dal 2011 fino a quest’estate, nelle colline care a Metello, il calcio ha assunto per tifosi ed appassionati le sembianze di una via crucis tra fallimenti, cambi di proprietà, annate tra i dilettanti regionali, risalite e delusioni.

Il presidente Massimiliano Santoriello è tra quelli che si definiscono tifosi delle proprie squadre. E decide di alzare l’asticella, spinto dalla posizione tranquilla in graduatoria, provando a fare un non meglio definito “qualcosa in più”. Ed ecco che nella città della badìa iniziano ad arrivare elementi caratterizzati da un tasso tecnico superiore ai ragazzi già presenti in rosa. Arrivano alla corte di Modica lo spagnolo Miguel Angel Sainz-Maza, centrocampista interno di qualità con un campionato vinto all’attivo a Foggia; il difensore Filippini, scuola-Lazio, lo scorso anno titolare a Pisa; il centrocampista interno Mario Pugliese, dalla Carrarese; il difensore Loris Bacchetti, classe ’94, lanciato diciassettenne in B da Zeman a Pescara, che non ha più trovato fortuna; il centravanti Andrea Magrassi dal Ravenna, lo scorso anno in D a Matelica; il terzino destro Ferrara, ex Casertana. Tra questi, prima di gennaio, il solo Sainz-Maza trovava impiego con continuità, sia pur nel contesto di una stagione deludente a Lentini. Meno fortuna per Filippini (in parcheggio alla Lazio dall’estate) e Bacchetti, così come Ferrara. Magrassi, preso dal Ravenna, è una scommessa. Elementi che pur migliorando la qualità dell’organico non rendono una squadra che in partenza doveva salvarsi, automaticamente una candidata alla promozione.

Se il presidente che ha ordinato il ritiro dopo il 3-3 di Rende ha percepito questo (in totale buonafede, sia chiaro!), la “colpa” è proprio dell’allenatore.
Con i nuovi innesti nel motore, infatti, la Cavese è imbattuta. L’ultimo ko ad opera del Francavilla. Esattamente undici gare fa. Dopo la battuta d’arresto in terra brindisina una sinfonia di vittorie sonanti, di pareggi esterni importanti (i 2-2 di Trapani e Castellammare su tutti, con le vespe che non prendevano gol da dieci turni) ed una sinfonia di movimenti in campo che ricorda i tempi d’oro del boemo (ve ne alleghiamo qualche esempio in fondo alla pagina). In questo contesto, l’esplosione definitiva di Giuseppe Fella, che oltre ad aver quasi eguagliato con meno partite giocate il numero di segnature dello scorso anno in D sembra aver trovato una propria dimensione importante, diventando uomo-mercato per la prossima sessione. Proprio questa sfilza di risultati, annaffiati dallo champagne di un gioco spettacolare e redditizio, hanno finito paradossalmente per far sembrare l’organico della Cavese più forte di quello che è nella realtà dei fatti, con uomini di categoria che nel sistema-Modica brillano come diamanti a cento carati.

Se questa è una base di partenza per lasciar intravedere un futuro roseo anche in chiave prossima stagione, la mossa del presidente Santoriello di intervenire in quest’ottica sul mercato sarebbe da applaudire, proprio perché interviene a creare un gruppo che la prossima stagione possa partire con automatismi ancor più rodati. Ma se l’intenzione era quella di intervenire per puntare con decisione alla serie B, la via non è quella giusta. Sia perché un salto del genere lo si programma ben prima dell’estate (e non in corso d’opera), sia perché si finisce per sovraccaricare di responsabilità un gruppo che ottiene risultati copiosi grazie alla spensieratezza ed alla qualità del suo gioco. La Cavese ora si trova a 40 punti. Ad una sola lunghezza da chi, come la Casertana, l’assalto alla B l’ha dichiarato apertamente e ci ha speso per riuscirci diversi milioni di euro tra ingaggi e cartellini, da Floro Flores a Castaldo, da D’Angelo a Zito, da Vacca a Blondett. I play-off sono lì. Ad un passo. E sarebbero un trionfo, non un obbligo.

A patto che Santoriello resista alla tentazione di emulare il rampante Giulini, che contribuì allo stroncamento di Zeman a Cagliari criticando, in modo sia velato che esplicito, alcune prestazioni dei rossoblu, come quella coincisa con il successo 4-1 a Milano con l’Inter (“Però, con Nagatomo in campo sarebbe stata un’altra partita…”) e con il 3-3 del San Paolo contro il Napoli di Benitez (“Un primo tempo inaccettabile!” – toh!, chi vi ricorda?). Proprio come quello della Cavese in casa del Rende, esatto.

LA ⚽️⚽️ DI FELLA CHE SALE A 7️⃣ IN CAMPIONATO E PRIMI 2️⃣⚽️ DI ANDREA MAGRASSI IN MAGLIA BLUFONCÈ ⚪🔵🦅#sipuòOSAREdipiù #AlėCavese

Pubblicato da Cavese Calcio 1919 su Lunedì 18 marzo 2019

🦅IL VANTAGGIO DELLA CAVESE DI PUGLIESE ⚽️ NASCE COSÌ…BUONA VISIONE 😎⚪🔵

Pubblicato da Cavese Calcio 1919 su Lunedì 11 marzo 2019

PAOLO BORDINO

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Milan-Inter 2-3: Inerzia ribaltata

Milan e Inter hanno dato vita ad un derby della Madonnina sorprendentemente piacevole ed emozionante. Soprattutto alla luce dei problemi ormai cronici della squadra di Spalletti e della solidità che quella di Gattuso stava mostrando da molto tempo a questa parte. I nerazzurri hanno vinto con merito giocando decisamente meglio dei rossoneri. E inoltre, né per la prima volta e né per l’ultima, l’inerzia a favore di una o dell’altra squadra si è vista completamente ribaltata. Confermando il quasi azzeramento delle dinamiche e delle situazioni precedenti alla partita stessa.

L’Inter ha offerto una grande prova con praticamente tutti i suoi effettivi. Ma la chiave di volta del match dal punto di vista tattico è stata sicuramente impersonata da Matìas Vecino. La mossa vincente di Luciano Spalletti ha previsto l’avanzamento dell’uruguaiano oltre la linea di pressione dei centrocampisti del Milan. In una zona in cui soprattutto nella prima frazione ha potuto ricevere sempre indisturbato. E con il tempo e lo spazio necessario per puntare la difesa del Milan in conduzione. Questa situazione tattica è stata sicuramente favorita dalla cattiva occupazione degli spazi da parte dei centrocampisti del Milan. In particolare Paquetà, che ha sempre permesso a Vecino di posizionarsi alle sue spalle. E Bakayoko, che anche quando non sorpreso, non è quasi mai riuscito a scivolare orizzontalmente per chiuderlo.

Ma come detto prima, tutti gli undici giocatori dell’Inter in campo sono stati superiori a quelli del Milan. D’Ambrosio, Skriniar e De Vrij, per esempio, hanno praticamente annullato il pericolo numero uno dei rossoneri, Piatek. Il centravanti polacco non è mai entrato in partita e ha sofferto molto la fisicità e la lettura delle situazioni dei due centrali. In particolare Skriniar, che ha realizzato ben 11 disimpegni, di cui 4 di testa. L’olandese è invece riuscito ad entrare nel tabellino dei marcatori. Mentre D’Ambrosio ha salvato miracolosamente il risultato su Cutrone nei minuti finali.

Oltre poi alla brillantissima prestazione di Matteo Politano, menzione a parte merita quella di Lautaro Martinez. Il Toro sta crescendo a dismisura con il passare del tempo e sta dimostrando di essere un giocatore dal valore decisamente in crescendo. La varietà del suo set di movimenti. La forza e la determinazione anche nelle giocate spalle alla porta e in fase di raccordo stanno restituendo un’immagine diversa rispetto a quella che in precedenza sembrava invece aver convinto tutti. Se dovesse continuare su questa lunghezza d’onda, è chiaro che il peso dell’assenza di Icardi potrebbe finire col diventare considerevole per l’Inter solo dal punto di vista mediatico.

Ad un mese ormai dallo scoppio di questa vicenda, la sua dinamica con annessi contorni ha assunto i toni dell’assurdo e ha superato i limiti dell’imbarazzo. Il rumore della sua assenza fisica negli spogliatoi e del suo silenzio social è ancora più pesante delle sue ambigue esternazioni passate. Considerando poi inoltre l’importanza che i social stessi hanno sempre avuto nel suo metodo di comunicazione. L’idea che ci eravamo fatti e l’analisi che avevamo provato a fare, pur non potendo ovviamente sapere come fossero andate esattamente le cose, sembra essere confermata e addirittura potenziata da questi ultimi avvenimenti. Ma è chiaro anche che alla fine della stagione, il potenziale agente protagonista di un eventuale radicale cambiamento potrebbe non essere solamente lui.

Gioacchino Piedimonte

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Sturaro, gruppozeman attacca:”A Genova il film La Plusvalenza”

Sulla famosa pagina calcistica gruppozeman, si attacca la presunta sceneggiata di SISTEMA, tra Genoa e Juventus. Un modo criminale di giustificare la plusvalenza di Sturaro giocando con la passione della gente.

La sceneggiatura del film “La Plusvalenza” nuovo capolavoro made in Italy, era stata svelata in anteprima con lo scambio sospetto tra i due club, la discussa cessione di Sturaro.

Il finale non è a sorpresa, ma semplicemente senza pudore. La cosa triste e criminale è che le lacrime di questo bambino sono vere e dovrebbero ricordare a qualcuno per cosa e per chi si sta giocando.

Per occhi e cuori puri a cui dovremmo insegnare tanto e che invece ci ricordano che non dovremmo tradire la fiducia di chi ha la passione sincera nel cuore.

Rido quando dicono che il SISTEMA non esiste. In B la situazione è ancora più drammatica.

Sono contento di non essere il padre di quel bambino, ma non lo avrei mai illuso. Consiglio di guardarvi il film Capricorn One per capire meglio di cosa sto parlando.

Salvio Imparato

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Gasperini:“Spero che una donna rivoluzioni il calcio come Zeman e Sacchi”

Giampiero Gasperini è stato ospite d’onore in occasione della presentazione del nuovo libro di Luigi Garlando. L’evento si è svolto presso la libreria “Fantasia” in Borgo Santa Caterina di Bergamo.

RAPPORTO CON I GIORNALISTI

“Il rapporto coi giornalisti è cambiato – spiega Gasperini- perché sono tantissimi. Impossibile o quasi coltivare rapporti personali. Un tempo erano pochi e fidati, si faceva amicizia e si andava a cena. Si sapeva cosa scrivere o cosa no. Adesso si va a caccia di gossip e scoop, si spara magari la polemica con un titolone on line: anche per questo chiudo spesso gli allenamenti alla stampa.Quando un giornalista dà un brutto voto, dà spesso la colpa all’allenatore perché ha schierato quel tal giocatore fuori ruolo. Stando a sentire i miei, non leggono le pagelle, ma ci credo poco”.

ZEMAN E SACCHI

“Il calcio è bello perché ognuno lo può vedere a modo suo. Io le donne vorrei sentirle parlare di tattica. Non serve aver giocato a calcio per praticarlo: Zeman e Sacchi sono stati due rivoluzionari in panchina senza averlo praticato ad alti livelli. Mi piacerebbe che qualche donna rivoluzionasse in qualche modo il nostro mondo”.

PARTITA CONTRO IL MILAN. 

“Contro il Milan ci siamo sentiti molto bene, ma alla fine eravamo arrabbiati per il risultato. Una buona partita dando tutto lascia comunque soddisfazione. La partita più bella? Eeeeeeeeehhhhhh”.


MESTIERE DEL MISTER

“Per me il mestiere più bello è l’allenatore, forse quello del calciatore lo è ancora di più. Ma uno comincia per passione, perché si sente predisposto. Se fai una cosa che ti piace, finisci per farla bene. Per allenare ci vuole pazienza, credibilità presso i giocatori, saper mettere la squadra in campo”.

COPPA ITALIA E DI FRANCESCO

“Alla Coppa Italia ci credo io e ci crede tutta l’Atalanta. Faremo di tutto per vincerla. Quando mi espellono non è una cosa bella, ma ogni tanto ci casco e non do un bell’esempio. È un punto su cui lavorare. L’esonero invece riguarda l’allenatore ma è una sconfitta per tutti. Ho sentito di Di Francesco, mi è dispiaciuto: per lui deve essere un momento di grande delusione. Come essere bocciati a scuola. Ma gli altri che gli sono intorno non lo ha messo in condizione di essere promosso”.

IL PUBBLICO DI BERGAMO

“A Bergamo il pubblico regala affetto e tante emozioni, a me cori e attestati di stima ovviamente inorgogliscono. Ma la parte maggiore dei meriti è dei giocatori, sono gli Ilicic e i Gomez che costruiscono gioco e ti fanno vincere. A Bergamo mi è capitato di sentire tifosi allo stadio un po’ confusi. ‘Guarda l’Inter come gioca bene’. Risposta: ti sbagli, quella è l’Atalanta”. 

GIOCATORI MIGLIORI

“Spingiamo tutti per Zapata domenica. Ci speriamo! I migliori? Per qualcuno Ilicic, per altri Gomez o Zapata. Vedete come è difficile fare classifiche? Come le pagelle.. A me danno tanti meriti sui giovani, ma il talento è cosa loro. Non penso di poter loro trasmettere qualcosa che hanno già. Ciò che posso fare è conceder loro fiducia, per aiutarli a esprimersi al massimo delle loro possibilità”.

LA SVOLTA

All’inizio, appena arrivato a Bergamo, ero vicino all’esonero. Mi arrabattavo su come far giocare bene la squadra, che in apparenza giocava male ma non era neanche così vero. C’era il Napoli da affrontare, le mie scelte erano come un problema di matematica. Abbiamo vinto come tutti sapete ed è lì che è iniziata la svolta”.

SALVIO IMPARATO


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Napoli-Salisburgo 3-0, un grande Meret nega il gol agli austriaci zemaniani

L’andata degli ottavi di Europa League, del San Paolo, ha visto andare in scena Napoli-Salisburgo. Gli azzurri superano gli austriaci 3-0 e le grandi parate di Meret danno garanzie in vista del ritorno.

Napoli-Salisburgo ha mostrato l’ottimo impianto di gioco degli austriaci, premiato dalle statistiche, meno i singoli. Una squadra con delle similitudini con quelle zemaniane, sotto di due gol con personalità e schemi interessanti hanno cercato la via del gol. Il primo gol di Milik è scaturito da un classico errore della linea delle difese di Zeman. Forse hanno pagato l’inesperienza a questi livelli, ma meritavano di fare almeno due gol.

Il Napoli ha giocato una bellissima partita e poteva segnare qualche gol in più, gli errori e i cartellini gialli sono stati più merito dell’avversario, che colpa di disattenzioni. Meret il portiere del futuro, non solo del Napoli. Nella partita di ritorno il Napoli dovrà fare a meno di Koulibaly e Maksimovic e sotto questo aspetto le parate di Meret assumono un valore ancora più grande.

SALVIO IMPARATO

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