Salisburgo, ecco chi è il prossimo avversario del Napoli

Sarà il Salisburgo il prossimo avversario del Napoli in Europa League. Il club austriaco è in vetta al suo campionato con 48 punti e 46 gol in 18 gare contro i 16 subiti, che totalizzano un +30 differenza reti.

In Europa League il Salisburgo è il secondo attacco e la loro stella è Dabbur, acquistato per giugno dal Siviglia e capocannoniere di questa competizione. Vediamo con l’aiuto di un identikit fatto dal Corriere Dello Sport di scoprire di più sui prossimi avversari degli azzurri.

SALISBURGO, LA STORIA

L’antico club dell’Austria Salisburgo, che perse contro l’Inter una finale di Coppa Uefa nel 1994, ha cambiato nome, colori sociali e simbolo col passaggio alla Red Bull, socio di minoranza e controllante di fatto. Il Napoli affronterà gli austriaci, secondo miglior attacco di questa Europa League e semifinalista l’anno scorso, in casa all’andata il 7 marzo. Gara di ritorno a Salisburgo il 14.

IL PERCORSO IN EUROPA LEAGUE

Campioni d’Austria per il quinto anno di fila nell’ultima stagione, il Salisburgo hanno chiuso il girone di Europa League a punteggio pieno: è la prima squadra a raggiungere questo traguardo per tre volte nella storia della manifestazione. Gli austriaci, imbattuti in casa nelle ultime 17 partite europee, hanno centrato gli ottavi per la terza volta dopo il 2013-14 e la semifinale dell’anno scorso, centrata dopo i successi su Real Sociedad, Borussia Dortmund e Lazio, prima di cedere ai supplementari contro il Marsiglia. Decisivo il gol in extremis di Rolando.

L’ALLENATORE E’ MARCO ROSE

Dal 2017, il Salisburgo è guidato dall’ex tecnico delle giovanili Marco Rose, promosso dopo aver vinto la UEFA Youth League per prendere il posto di Óscar García. Ex difensore del Lipsia, dell’Hannover e del Mainz, è entrato nello staff degli austriaci già dal 2013.

DABBUR LA STELLA DEL SALISBURGO

Munas Dabbur, capocannoniere di questa edizione di Europa League, 7 gol con 14 tiri in porta, è la stella degli austriaci imbattuti in casa in Europa da 17 partite. Dabbur, che ha segnato oltre 50 gol da quando è arrivato in Austria nel 2016, è stato già acquistato per giugno dal Siviglia. Dabbur, esploso al Maccabi Tel Aviv con Paulo Sousa in panchina nel 2013-14, è poi passato in Svizzera al Grasshoppers prima di arrivare in Austria e festeggiare l’anno scorso il titolo da capocannoniere del campionato. 

I PRECEDENTI TRA NAPOLI E SALISBURGO

Il Napoli non ha mai affrontato il Salisburgo che nella sua storia ha un bilancio di 4 vittorie contro formazioni italiane. L’ultima nel ritorno dei quarti di Europa League dell’anno scorso contro la Lazio.


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Coachesvoice, Di Francesco: “Osservo Pep, ma è Zeman il mio ispiratore”

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Come allenatore, sono più costruito che nato. Così esordisce Eusebio Di Francesco in un’intervista al portale calcistico coachesvoice

“Non volevo farlo inizialmente – continua Di Francesco su coachesvoice – e onestamente non avrei mai pensato di poterlo fare. Guardavo gli altri allenatori e non ho mai avuto il desiderio di fare quello stesso percorso”

“Sono diventato Team Manager della Roma dopo essermi ritirato. L’ho fatto per un anno, ma non mi piaceva il ruolo. Non ero tagliato per quello”

“Non pensavo più al calcio. Mi sono allontanato dal gioco. Non ho nemmeno guardato i risultati.”

“Successivamente, ho provato a dare una mano come consulente di mercato per sei mesi. In un piccolo club, il Val di Sangro. Ma non ero soddisfatto nemmeno di quello.”

“A poco a poco, ho iniziato a sentire l’odore dell’erba. Quelle sensazioni che provi quando sei nello spogliatoio. Passare ad allenare mi ha rimesso in contatto con quei sentimenti sopiti.”

CALCIO ITALIANO E INFLUENZE

“Tendiamo a concentrarci molto di più sull’aspetto difensivo che su quello offensivo.Lavoriamo tantissimo sulla tattica senza lasciare nulla al caso, abbiamo molti allenatori esperti. All’inizio della mia carriera di calciatore fui colpito da Marcello Lippi alla Lucchese, più tardi a Roma da Fabio Capello. Non ho intenzione di elencarli tutti, ma ho cercato di prendere qualcosa da tutti. Ora osservo molto Pep Guardiola. Ho grande ammirazione di lui. Mi piace la sua idea di calcio e non amo il possesso palla fine a se stesso. Non voglio aspettare l’avversario, ma andare sempre ad aggredirlo”.

ZEMAN

“Ma l’influenza principale per me in termini di stile di gioco offensivo, di attaccare sempre l’avversario è stata quella di Zdenek Zeman. Zeman era un pioniere. Le sue squadre attaccavano sempre. Erano ben allenate e hanno sempre provato a segnare un gol in più rispetto all’avversario. Normalmente non sono un fan dell imitare o copiare il lavoro di qualcun’altro. Ma ho imparato molto il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici”.

DE ROSSI, DOMINIO DEL GIOCO E MENTALITA’ VINCENTE

“De Rossi può farcela a diventare allenatore. Ha il carattere, l’esperienza e la conoscenza giusta dopo aver lavorato con tanti manager differenti. Spero in futuro che sia tra quelli che lasceranno un segno”.

“Voglio sempre dominare. Chiaramente non possibile in tutte le occasioni. Prima di arrivare a Roma ero al Sassuolo, ma anche quando siamo andati a giocare con squadre superiori a noi, abbiamo cercato sempre di imporci”. 

“Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio a migliorare. Le statistiche sono utili. Possono darti indizi o indicazioni importanti quando si tratta di prepararsi per una partita, o quando stai cercando di migliorare le debolezze che potresti avere.

“Se vedo una statistica che mostra che la mia squadra non sta giocando molti passaggi verticali, cercherò di lavorare su questo aspetto del gioco più di altri in allenamento perché sono un allenatore che preferisce giocare in verticale”.

“In un club come la Roma, una familiarità con l’ ambiente – l’ambiente o l’ambiente attorno a un club – è sicuramente un vantaggio. Non è mai facile da gestire, ma il fatto che l’abbia vissuta come giocatore è un grande vantaggio”.

“Il ruolo di un allenatore è totalmente diverso, però. Damaggiori responsabilità e l’ ambiente non deve mai essere una scusa. Chi viene qui sa che i media e le situazioni che incontri sono totalmente diversi. I fan sono davvero appassionati e hanno il desiderio di vincere perché non succede da molto tempo”.

“A volte, quel desiderio può diventare più grande di quanto tu possa immaginare. Ma è una fonte di grande orgoglio essere in grado di allenare la Roma, sapendo che devi fare un buon lavoro equilibrato nel gestire l’esterno”.

“Nel 2001, quando ho giocato nella Roma dell’ultimo scudetto, c’è voluta capacità e fortuna per vincere il campionato. Il presidente Sensi aveva investito molti soldi e siamo stati un ottimo gruppo. Allo stesso tempo, per vincere titoli è necessario un grande spirito di squadra. Oltre ai grandi calciatori, quella squadra aveva grandi uomini”.

“La gente parla troppo facilmente di mentalità vincente, però. Prima di ciò, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base su cui diventare vincitori”.

“Ci vuole tempo. Hai bisogno di costruire. Devi dare alle persone che arrivano tempo per lavorare. Nel calcio, spesso accade che la gente voglia tutto subito. Questo non ti permette di migliorare come squadra, come allenatore e come club”.

“Spero che sia quello che possiamo fare qui. Dobbiamo lavorare per cercare di raggiungere un obiettivo senza sottovalutare nulla. Nemmeno il più piccolo dettaglio. I dettagli sono ciò che fa la differenza. Questo vale per tutto. Anche chi taglia l’erba”.

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Inter-Sampdoria 2-1: Svolta mentale e boccata d’aria.

Sono state settimane che definire turbolente è un eufemismo in casa Inter. Apparentemente distruttive soprattutto a breve termine, quasi a voler rendere omaggio alla storia recente del club. Ma decisamente costruttive invece provando anche ad allargare il raggio. E la sensazione è che il merito sia quasi tutto di Beppe Marotta. Il suo status e la sua esperienza sembrano aver fatto realmente la differenza nella gestione di questo uragano. La situazione è ancora in divenire, ma che i giocatori ne abbiano beneficiato mentalmente, tornando a respirare dopo mesi di tappo, è sotto gli occhi di tutti. E le vittorie sul campo, come quella contro la Samp, sono più importanti che casuali.

PARTITA
A San Siro è arrivata una delle squadre dall’identità più chiara e definita del nostro campionato. La Sampdoria di Giampaolo. I blucerchiati, reduci da due sconfitte consecutive, tra cui quella rumorosa e preoccupante in casa contro il Frosinone, hanno occupato il campo come consuetudine. Ma soprattutto nel primo tempo hanno fatto fatica a rendersi pericolosi dalle parti di Handanovic. D’altronde, in questo periodo piuttosto grigio per l’Inter, l’unica certezza che non ha mai mostrato crepe è stata la solidità difensiva. Skriniar, De Vrij e lo stesso Handanovic hanno spesso e volentieri arginato le iniziative avversarie. Tenendo a galla una squadra che priva di questa corazza avrebbe potuto concretamente rischiare di affondare nelle sabbie mobili.
Tutti i gol della partita sono arrivati nella ripresa. Il primo di D’Ambrosio, su inserimento sul secondo palo, servito da Perisic. Il secondo di Nainggolan, alla Nainggolan, da fuori area. E il pareggio immediato prima di Gabbiadini, dopo un batti e ribatti a ridosso della porta difesa da Handanovic.

SAMPDORIA
Il 4-3-1-2 di Marco Giampaolo è sempre molto riconoscibile. Il rombo in mezzo al campo punta a garantire il controllo del centro e il dominio del pallone, cercando di farlo avanzare progressivamente con il palleggio. Quest’ultimo poi supportato dai movimenti interno-esterno delle punte e la qualità del trequartista, che sia Ramirez o Saponara. L’unico altrettanto riconoscibile rischio a cui si espongono uno schieramento e atteggiamento di questo tipo è il lato debole scoperto conseguente al blocco di pressione portato su quello forte. Un pericolo che anche nelle ultime uscite con una squadra come l’Inter non era mancato dal mettersi in evidenza. L’ex allenatore dell’Empoli è apparso molto deluso nel postpartita e in conferenza stampa. Più che sulla sconfitta in sé, che sicuramente fa male soprattutto dopo una buona prestazione nel complesso, è probabile che i motivi siano da ricercare nel fatto che si tratti della terza consecutiva. Alla luce soprattutto del ko interno inaspettato contro il Frosinone. Il quale ha potuto innescare un sentimento di sfiducia nella squadra in vista di un treno per l’Europa che potrebbe continuare ad allontanarsi.

C’era la curiosità di chiedere a Giampaolo cosa avesse spinto il progetto tecnico a selezionare un profilo come quello di Ekdal, per andare a sostituire Lucas Torreira. Collegandoci all’esperienza cagliaritana dello svedese con Zeman. Dove da mezzala sinistra, proprio a San Siro, realizzò una tripletta. E’ chiaro che l’ex Amburgo ha caratteristiche molto diverse rispetto all’uruguaiano ora all’Arsenal. E in Germania ha spesso giocato addirittura da difensore centrale. Ma l’umore del tecnico in conferenza stampa non era dei migliori. Così come la predisposizione a un certo tipo di domanda e quindi risposta.
Anche Andersen, arrivato per sostituire Skriniar, si sta mettendo in evidenza positivamente.

INTER
L’indiscrezione riguardo il caso Icardi che abbiamo raccolto potrebbe essere molto vicina alla realtà. Pare che il litigio vero e proprio sia avvenuto negli spogliatoi tra lo stesso Icardi e Perisic. Successivamente alle dichiarazioni di Wanda Nara nei confronti dei compagni di squadra dell’ex capitano. Il croato avrebbe fatto capire a Icardi che se Wanda si fosse permessa di rilasciare dichiarazioni simili anche in futuro il vaso avrebbe traboccato. E lo spogliatoio tutto, ovviamente, avrebbe preso le parti proprio di Perisic. Visto e considerato che ogni calciatore e nessuno in particolare era stato messo in discussione da Wanda. Se è vero che la squadra esalta le individualità, è anche vero che è il valore assoluto delle individualità a stabilire la forza della squadra. E la trasformazione netta di una di queste, ovvero proprio dello stesso Perisic, dopo la presa di posizione e la decisione della società, non può di certo passare inosservata. Insieme all’approccio e all’atteggiamento del gruppo totalmente diverso rispetto a prima. La sensazione è che il coraggio e la forza di togliere questo tappo abbia permesso alla squadra di tornare a respirare.

Anche Radja Nainggolan, dopo le dichiarazioni tanto inaspettate quanto positive di qualche settimana fa, sembra aver capito che l’unico modo per sciogliersi e liberarsi sia quello di cambiare radicalmente lo stile di vita. E anche in questo caso le prestazioni di squadra, date le condizioni, non potranno che beneficiarne.

In nessuno dei mondi possibili Mauro Icardi e Wanda Nara non ritornano sui loro passi agendo per primi. La società, tramite Marotta, ha fatto capire in maniera sacrosanta di aver fatto quello che doveva, negando qualunque tipo di ripensamento. A costo persino di rischiare l’eventuale svalutazione del cartellino del giocatore e la possibile monetizzazione futura. La squadra viene prima di tutto. E le prestazioni e l’inversione di rendimento sul campo lo stanno confermando.
Se Icardi e Wanda continueranno ad aspettarsi delle presunte scuse, dimostreranno di non aver ancora capito di aver fatto i conti senza l’oste.

Gioacchino Piedimonte

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Verona, Zeman avvistato a Carpi

Un selfie di un tifoso, pubblicato da quotidiano l’Arena, informa della presenza di Zeman a Carpi, dove c’è il quartier generale del presidente del Verona.

Il Boemo Zdenek Zeman sempre più in orbita Verona. Il profeta di Zemanlandia è stato avvistato a Carpi, forse in visita a Maurizio Setti per la panchina dell’Hellas Verona. Non possiamo sostenere che Zeman sia in pole, si parla di un accordo con Cosmi, ma le quotazioni di Sdengo salgono prepotentemente. Una cosa è certa Grosso stasera contro lo Spezia è obbligato a vincere se vuole conservare il posto in panchina.

SALVIO IMPARATO

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Salernitana, con Zeman il picco di spettacolo all’Arechi

Salernitana-Zeman

Il quotidiano “L’Occhio Di Salerno” analizza la storia della Salernitana, e nonostante i risultati ottenuti con Delio Rossi, è sempre Zemanlandia quella restare impressa nella memoria dei tifosi.

Nelle piazze calcistiche più calde alcune stagioni sono uniche e irripetibili, perché parliamo di risultati sportivi che non ritornano più. Per quanto riguarda la Salernitana, una realtà importante del calcio campano, le stagioni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio sono state senza dubbio le migliori. Dopo la storica promozione in Serie B con Delio Rossi alla guida della squadra nel 1994, i granata avevano dato inizio a un ciclo importante di vittorie nella serie cadetta, fino a guadagnarsi addirittura la promozione in Serie A nella stagione 1997-98, realizzando un’impresa storica. Quel periodo era conciso con la retrocessione in B del Napoli. Cosa che rese i salernitani la squadra più importante della Campania per la prima volta in assoluto.

In quella stagione, l’impatto con la realtà più dura del calcio italiano fu sicuramente importante. All’inizio i risultati stentarono ad arrivare. Durante quel campionato, la Juventus era la grande favorita alla vittoria, la lotta per non retrocedere era serrata. Complice forse anche il cambio di allenatore ( Oddo subentrò a Rossi), la Salernitana non riuscì ad evitare la retrocessione. Tuttavia, la Salernitana si tolse una serie di soddisfazioni importanti, come per esempio le vittorie contro Lazio e Roma. Quest’ultima allenata da Zdenek Zeman. Un tecnico che avrebbe poi cambiato la sensazione calcistica della stessa società granata qualche anno più tardi. Con un Marco Di Vaio in ottima forma e 12 reti all’attivo, allo stadio Arechi i tifosi della Salernitana vissero comunque una stagione storica e piena di emozioni, nonostante poi non sarebbero più tornati a giocare a questi livelli.

La Salernitana Di Zeman

Tuttavia, una parte di storia doveva ancora arrivare nel golfo. Aniello Aliberti, anni dopo, decise di puntare tutto su Zeman, licenziato proprio dal Napoli qualche mese prima.

Il Boemo portò all’Arechi il suo calcio spettacolo. Basato su un 4-3-3 molto offensivo e volto assolutamente allo spettacolo.  Il calcio della Salernitana di Zeman illuminò la serie cadetta nella stagione 2001-02. Il sesto posto finale che non diede la promozione in A. Una serie di prestazioni strepitose però, tra le quali spiccò la vittoria per 3 a 1 nel sentitissimo derby casalingo contro il Napoli. I 57 goal all’attivo furono la testimonianza del gran lavoro di Zeman. Un tecnico che da sempre puntava a fare una rete in più degli avversari, anche a costo di concedere molto.

Questa stagione fu sicuramente il punto più alto dello spettacolo raggiunto all’Arechi. Una degna conclusione di un ciclo importante iniziato nel 1994. Ancora oggi, infatti, sulle tribune dello stadio campano, in tanti ricordano con nostalgia quegli anni.

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Zeman: “Spero che il Bologna si salvi. Sono contento per Destro”

Zeman torna a parlare attraverso le pagine del Corriere Di Bologna. Il Boemo dice la sua su Mattia Destro e sulle speranze di salvezza dei rossoblu.

“So che ha segnato contro il Genoa e sono contento per lui – confessa Zeman – alla Roma era arrivando quando eravamo già in ritiro ed era stato scelto perché aveva le qualità dell’attaccante vero. Le ha dimostrate subito nelle prime amichevoli, segnando a raffica, poi purtroppo in campionato ha commesso qualche errore. Sbagli che fanno parte della carriera di una punta, ma probabilmente andò giù di morale. Di solito non scelgono mai i ragazzi ma ripeto: per me è un giocatore che ha qualità e che sa fare l’attaccante. Il discorso relativo alla sua carriera forse è stato più psicologico: il ragazzo tendeva a deprimersi nei periodi bui. Lui è un attaccante da gol, da ultimi sedici metri. Dentro l’area i mezzi per fare male alle avversarie li ha e per il ragazzo mi auguro proprio che Mihajlovic sia l’allenatore giusto per ridargli carica e fiducia”.

“Un giocatore con il suo talento – continua Zeman – deve riuscire ad affermarsi. Se ha ancora il tempo per riemergere? Certo che ha tempo non è mica vecchio. Il vizio di fare gol non lo si perde, però dopo tanto tempo a secco va riacquistato: Mattia deve avere voglia, applicazione e credere nei propri mezzi. E ne ha. I suoi gol saranno importanti in una corsa salvezza in cui penso e spero che il Bologna possa avere la meglio: ha una rosa superiore a qualche diretta concorrente ma è un problema solo mentale. I rossoblù devono crederci”.

SALVIO IMPARATO


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Hellas Verona, in caso di esonero Grosso spunta anche Zeman

Zeman-Hellas-Verona

A Verona in casa Hellas è caos, molti vogliono la testa di Grosso e la conferma-ultimatum non convince i tifosi a cui non dispiacerebbe un Malesani-bis, in lizza anche Donadoni e Zeman.

Fabio Grosso sarebbe all’ultima spiaggia, la sfida contro lo Spezia al Poli sarebbe l’ultima occasione per rilanciarsi all’Hellas Verona. Il quotidiano L’Arena analizza la situazione e conferma che in pole per la sostituzione ci sarebbero Aglietti e Serse Cosmi. Sulle pagine del quotidiane è partito anche un sondaggio, Aglietti è al momento allo 0% mentre clamorosamente la piazza sembra orientata verso Malesani, che vola al 60%. Le indiscrezioni confermano anche i nomi di Zeman e Donadoni.

DONADONI E ZEMAN

Maurizio Setti, presidente dell’Hellas Verona pare abbia fatto una telefonata di cortesia anche a Donadoni, che però risulta un profilo troppo impegnativo e soprattutto non interessato al club scaligero. Sempre secondo quanto riporta L’Arena, uno che accetterebbe l’offerta dell’Hellas è Zdenek Zeman. Il suo arrivo potrebbe rianimare il pubblico gialloblù, ma la sua storia recente parla di troppi fallimenti. Il mister comunque si era già incontrato a Pescara con il ds D’Amico in tempi non sospetti. Ora è tutto da verificare.

L’ARENA CONSIGLIA IL CAMBIO

Addirittura il quotidiano veronese da un consiglio al presidente dell’Hellas Verona: “Pensare di andare ai play-off con Grosso ancora in sella, sarebbe un errore madornale. Significherebbe dover superare l’avversario di turno ed anche l’ostilità di una piazza delusa dagli ultimi anni di gestione tecnica approssimativa. Se Grosso ha sbagliato molto e anche vero che il terreno era tutt’altro che fertile, ma già inquinato da chi c’era prima“. Vedremo come andrà a finire, intanto Spezia-Verona sarà decisiva.

SALVIO IMPARATO

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Atalanta-Roma 3-3, analisi del match.

Atlanta-Roma-3-3


Per la ventunesima giornata di campionato va in scena Atalanta-Roma. Dopo la vittoria in coppa contro l’Entella e in campionato contro il Torino i giallorossi sembrano aver riacquistato fiducia.

Moduli

Vediamo i moduli di Atalanta-Roma. La squadra di casa si dispone con un 1-3-4-1-2

in fase di possesso palla, con i due esterni che vanno a comporre una difesa a 5 in fase di non possesso.

La Roma invece si dispone con il suo classico 1-4-2-3-1


Fase offensiva.

Vediamo ora le fasi offensive delle due squadre in Atalanta-Roma.Da un punto di vista offensivo i capitolini hanno sfruttato soprattutto la fascia destra (60% degli attacchi) grazie alle proiezioni offensive di Karsdorp e Zaniolo. Sull’altra fascia Kolarov ha toccato più palloni ma si è proposto meno volte in fase offensiva, soprattutto nella ripresa. A centrocampo invece i continui inserimenti di Pellegrini si sono accompagnati ai movimenti a venire incontro al pallone di Dzeko, che ha svolto sia il ruolo di finalizzatore che di rifinitore.

VIDEO 1

L’Atalanta nel primo tempo non è sempre riuscita a coprire bene gli spazi con i movimenti giusti, e la Roma è riuscita ad approfittarne.


Anche nel terzo gol romanista Dzeko ha avuto molto spazio per poter servire i compagni che si inserivano.



Fase difensiva.

Dal punto di vista difensivo invece la Roma è riuscita nel primo tempo a pressare molto alta i padroni di casa, mettendo in difficoltà la costruzione del gioco degli orobici.


Non sono mancate però, come spesso succede in questa stagione, distrazioni difensive sia individuali che di reparto, come nel primo gol atalantino.


La squadra di casa ha cercato anche gli inserimenti di difensori per sorprendere i giallorossi, approfittando dell’abilità di Gomez di svariare e fornire assist molto precisi.


In occasione del terzo gol atalantino ,subito dopo il rigore sbagliato di Zapata, la squadra romanista ha avuto l’ennesima distrazione (rilancio sbagliato di Kolarov) che ha consentito il pareggio.


Nella ripresa comunque la Roma ha calato moltissimo l’intensità di gioco non riuscendo quasi mai a superare la metà campo, e costringendo quindi l’allenatore ha cambiare modulo passando al 1-5-3-2 nel tentativo di limitare i danni.


I giallorossi, dopo un buon primo tempo, hanno dato l’impressione di una condizione fisica e mentale insufficiente, riuscendo a strappare con molta fatica un pareggio dopo essersi fatta rimontare 3 gol. I tanti infortuni ed i carichi di lavoro del periodo invernale possono contribuire a spiegare tale prestazione, ma gli errori di concentrazione denotano una personalità ancora da migliorare molto.

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Torino-Inter 1-0: Spettacolo indegno da non ripetere

Torini-Inter-1-0

Torino-Inter è stata una di quelle partite che vorresti tanto dimenticare. Una di quelle partite che ti auguri possano non ripetersi o riproporsi. Una di quelle partite che, però, sei obbligato a rivedere. Per cercare disperatamente di capire in che modo risalire dal fondo del barile prima che possa essere raschiato.

Abbiamo assistito ad un Torino-Inter che dal punto di vista offensivo non ha prodotto praticamente nulla. E da un lato, quello nerazzurro, le ragioni di questa aridità sono mentali e tattiche ormai da tempo. Dall’altro, quello granata, sono invece figlie di un calcio prettamente fisico e muscolare. Certamente organizzato dal punto di vista tattico e difensivo. Ma con al suo interno errori tecnici inaccettabili se consideriamo il valore assoluto di molti interpreti.

TORINO

La filosofia e la visione calcistica di Mazzarri non costituiscono al giorno d’oggi un mistero. Parliamo a prescindere di un allenatore la cui gavetta e i cui risultati testimoniano a suo favore. Il Torino è una squadra le cui caratteristiche dei giocatori rispecchiano pienamente il suo approccio e la sua metodologia di lavoro. E il modo in cui la squadra stessa è stata appunto costruita è in questo senso chiaro e veritiero. Ben più di quanto provi ad esserlo lui ai microfoni. Quando cioè tenta insistentemente di avvicinare all’idea di bellezza e di gioco offensivo palla a terra una squadra invece muscolare, strutturata fisicamente e compatta. Difensivamente pronta a disinnescare i punti di forza degli avversari per poi ripartire.

Il ritratto insomma è quello di una squadra difficile da affrontare per le sue determinate peculiarità, dalla spina dorsale costituita da N’Koulou, Rincon, Iago Falque e Belotti. Ognuno importante per un particolare motivo. Il primo in termini di guida del reparto difensivo. Il secondo per l’onnipresenza, l’equilibrio e l’intelligenza tattica. Il terzo per quanto riguarda il tasso tecnico e il collegamento dei reparti. Il quarto per la sostanza e la forza fisica, ancor più della realizzazione che purtroppo latita.

Nella partita di ieri il gallo è stato affiancato in avanti da Zaza. Ed entrambi gli attaccanti si sono distinti principalmente per il lavoro e il contributo senza palla. La dedizione e lo spirito di sacrificio in virtù della causa sono lodevoli e ammirevoli. Ma è anche vero che dover parlare di due attaccanti come loro, in particolar modo di Belotti, quasi esclusivamente in questi termini piuttosto che anche in quelli realizzativi, sta diventando un’abitudine travestita da peccato.
La squadra è forte perché il valore degli interpreti è alto. E la sensazione è che quando prevalgono il coraggio e la convinzione, sia in grado di fornire prestazioni notevoli dal punto di vista della produzione offensiva. Basti pensare alla grandissima partita di qualche mese fa a Genova contro la Samp. Ma che più in generale, soprattutto quando manca Iago Falque, sia naturalmente portata ad essere compatta difensivamente e a ribaltare il fronte non sempre con molti uomini e con fluidità. La frequenza di errori tecnici nella partita di ieri è stata incredibile. Mentre Ansaldi in mezzo al campo si sta rivelando una piacevolissima scoperta.

INTER

La sterilità e la piattezza dell’Inter possono invece ormai definirsi croniche a tutti gli effetti. Il dato incredibilmente preoccupante che sintetizza questa situazione è dato dal numero di gol realizzati nelle ultime tredici partite ufficiali in tutte le competizioni. Escluso il 6-2 al Benevento. Ovvero dodici. In quattro di queste occasioni non sono arrivate reti. In solo due circostanze invece, contro Frosinone e Roma, è stato realizzato più di un gol. La difficoltà nel costruire con fluidità, nel rifinire e nel creare occasioni è chiarissima ormai da tempo.

Con la solidità difensiva nelle vesti di salvatrice. La manovra dell’Inter, specialmente nell’ultimo terzo di campo più che in fase di uscita, è piatta e prevedibile. E le dinamiche tattiche sono state già affrontate e argomentate in passato. Con i problemi relativi all’occupazione dell’area di rigore e al contributo dei centrocampisti in termini di inserimento senza palla in netta evidenza.

Il problema mentale, invece, sembra non essere di poco conto. L’apparente calo di motivazioni e di determinazione, unito al mal di pancia manifestato da alcuni calciatori, per esempio Perisic, rappresentano un segnale dalle cause poco chiare ma dalle conseguenze da non sottovalutare.
Sebbene il quadro sia abbastanza definito, resta da valutare il grado di responsabilità dell’allenatore in questo senso. Tenendo conto contemporaneamente non solo delle caratteristiche naturali dei giocatori a disposizione.

Ma anche purtroppo del delirio di onnipotenza che viene loro sempre concesso nel momento in cui pensano di poter direzionare le loro sorti e quelle dei loro allenatori in qualsiasi momento. A costo di mettere in imbarazzo e in difficoltà le società. L’arrivo di Marotta è stato probabilmente pensato in quest’ottica. Con l’obiettivo in prospettiva di un upgrade dal punto di vista della credibilità, della serietà e della compattezza dirigenziale. Ma per il momento i problemi sembrano quasi aumentare.

Relativamente a Spalletti, l’immagine più nitida che potrebbe venir fuori, al di là del problema relativo all’aspetto tattico, è sicuramente quella di Nainggolan. Il belga in questo momento è l’emblema di ciò che avrebbe potuto essere l’Inter nella testa del suo allenatore, e di ciò che invece ha finito con l’essere realmente. Se il suo arrivo è da collegare strettamente alle volontà di Spalletti, la sua gestione e il suo comportamento fino ad ora non possono prescindere da responsabilità da parte dell’allenatore toscano. Guardando poi a colui che con tanta leggerezza è stato invece sacrificato, cioè Zaniolo, la situazione non varia di certo in termini positivi.

Solo la classifica, forse, in questo momento, potrebbe permettere di guardare il bicchiere mezzo pieno. Ma con l’Europa League sempre più vicina, una scossa in grado di risvegliare e riaccendere le prestazioni servirebbe come l’acqua nel deserto. Il tempo ancora a disposizione e le situazioni per ora negative ma in effettivo divenire possono ancora concedere all’ottimismo una sfocata ragione di esistere. Ma la sensazione è che se i problemi dovessero continuare a ristagnarsi, il prossimo anno potremmo trovarci a parlare nuovamente di cambiamenti.

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Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman, gli devo tanto” (VIDEO)

Lorenzo Insigne intervistato da DAZN alla vigilia di Milan-Napoli ha parlato dei suoi gol a San Siro, di razzismo e non è mancato il ringraziamento al Boemo Zdenek Zeman.

Insigne e il rapporto con Zeman

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il mister. Mi ha lanciato nel grande calcio. Mi ha voluto a tutti i costi a Foggia e a Pescara. Se sono questo giocatore – continua Insigne – molto è merito suo. Ogni giorno ci faceva pesare nel suo ufficio, ma entrare lì dentro era come essere a Milano, tutto bianco. Pieno di fumo”

Ancelotti

“Con lui ho un ottimo rapporto. Ho sempre voluto lavorare con lui, perché ha vinto tanto e l’ho sempre stimato. Il cambio di ruolo me lo propose dopo la sconfitta contro la Samp, è stata una sua intuizione e io mi sono messo subito a sua disposizione”.

San Siro, Koulibaly e razzismo

“Se a San Siro contro l’Inter non fosse successo ciò che è successo a Koulibaly, non credo che io mi sarei fatto espellere. A volte – conclude Insigne – per il nervosismo perdo un po’ la testa, so che devo controllarmi di più”.

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