Insigne, il pupillo di Zeman è la stella del Napoli

E menomale che Insigne era il problema del Napoli. Il talento di Frattamaggiore determinante in tutti e tre i gol ai danni dei Reds.

Sono lontani i tempi in cui Zeman disse: “Insigne è più forte di chi gioca adesso nel Napoli”. Era il 2010 e il Boemo, esiliato e dimenticato (per loro), dimostrava di avere ancora la visione dell’illuminato, dimostrando di saper guardare dove il calcio italiano non ha mai avuto il coraggio di guardare, un po’ per non ammettere i propri errori e un po’ per non evidenziare l’incompetenza di tanti nel settore. 

E pensare che se non ci fosse stata la folle idea di Casillo, di riprendere il Foggia e formare la vecchia squadra con Pavone, Franco Mancini, Franco Altamura e ovviamente il Maestro, magari Insigne vagherebbe ancora tra prestiti e scetticismi aspettando a 28 anni la definitiva crescita: e chi oggi sostiene che Lorenzo non è consacrato, o è ciuccio o è in malafede. 

INSIGNE E IL DOPO ZEMAN

Da quando è rientrato a Napoli, dopo gli insegnamenti di Zeman, ha trovato purtroppo Mazzarri. Il toscano non ha aiutato il talento di Frattamaggiore a mettere in mostra le sue qualità, un po’ per il modulo e un po’ per la sua scarsa attitudine con i giovani. Va dato atto però a De Laurentiis di aver incominciato, dopo aver visto il Pescara di Zeman, a cambiare visione calcistica. E quella visione oggi lo aiuta ancora oggi a saper essere in contrasto tattico con gli allenatori, anche con Ancelotti. 

Insigne è sempre stata la chiave del dopo Mazzarri ed ha facilitato non poco il lavoro di Benitez e Sarri, anche se entrambi sono sempre stati scettici sul 4-3-3, mentre squadra e presidente no e guarda caso la vera esplosione nel gioco del Napoli avvenne proprio con questo modulo nelle mani di Sarri. Ora è il modulo di riferimento del toscano, ma qui sosteneva di non gradirlo per questioni di baricentro, però con l’ottimo lavoro sulla difesa, sul pressing e su determinati concetti ne uscì fuori uno spettacolo di gol ed equilibrio. In serie A era proprio dai tempi di Zeman che non si vedeva un 4-3-3 di questo livello, un caso? Almeno nella fase offensiva no.

LA POSIZIONE DI ANCELOTTI SCRICCHIOLA

Con Carlo Ancelotti il dilemma Insigne ritorna e la situazione in casa Napoli oggi sembra di leggero contrasto tattico con la società. Ovviamente contrasto che si trasferisce sul mercato. Si vuole puntare su Insigne ala sinistra, mentre Ancelotti insiste su un determinante trequartista e la sua posizione, dopo la prestazione di Lorenzo fondamentale in tutti e tre i gol contro i reds, scricchiola un po’ ovunque, sia da quella tattica che da quella di allenatore titolato, da cui avrebbe potuto dettar un po’ più legge invece di cedere alla totale linea aziendalista. 

COSTRUIRE IL NAPOLI SU INSIGNE

Di sicuro arrivare alle 4 partite in pay per view senza acquisti importanti non è un bel biglietto da visita. Non ci fa bella figura il Napoli , Ancelotti e nemmeno Sky. Speriamo arrivino presto specialmente per Insigne. L’unico napoletano del Napoli che vuole vincere e merita finalmente che si costruisca una squadra attorno a lui, per il calcio che da anni dispensa in azzurro.

Salvio Imparato 

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SARRI: “L’ITALIA SPRECA OCCASIONI, MA IL RICHIAMO È FORTE”

Maurizio Sarri esce allo scoperto, lo fa sulle pagine di Vanity Fair e liquida un po’ il personaggio dipinto dalla pagina che lo celebra e dai suoi tifosi. Un Sarri che non ti aspetti, ma che si intuiva per come ha lasciato Napoli.

RITORNO IN ITALIA

 «Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo (…) È roba faticosa, la panchina. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti».

FEDELTÀ AL NAPOLI 

«I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero».

ASPETTI NEGATIVI IN ITALIA

 «Il concetto di vittoria a ogni costo. Un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti – cosa che mi preoccupa di più. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto».

SARRISMO E SOCIAL

«È un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp».

LA POLITICA

 «Nel calcio ci si schiera poco. Per non trovarsi qualcuno contro. La mia estrazione è nota. Papà era gruista all’Italsider di Bagnoli. Mio nonno era partigiano, salvò due aviatori americani abbattuti dai nazisti, li tenne in casa per due mesi. È normale che avessi certe idee, oggi la politica non mi interessa più. Vedo storie di una tristezza estrema. Da lontano l’Italia è un posto che spreca occasioni».

ALLENARE CAMPIONI

 «Esistono squadre medie di grandi giocatori o grandi squadre di giocatori medi. Io lavoro su questo. Il fuoriclasse è quello a disposizione della squadra, altrimenti è solo un bravo giocatore. Siamo pieni di palleggiatori fenomenali. Pure ai semafori. Il divertimento è contagioso se collettivo. Se ti diverti da solo, in 5 minuti arriva la noia».

SENZA LA TUTA

«Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente».

SUPERSTIZIONI 

 «Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono».

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Roy: “L’Ajax è come una squadra allenata da Zeman”

L’ex attaccante dell’Ajax e del Foggia di Zeman Brian Roy, ha parlato della sfida degli olandesi contro il colosso Juventus, rivale storica che esaltò il fenomeno zemanlandia.

Ecco l’intervista rilasciata da Roy al portale Tutto Juve

Si può parlare di sfida tra Davide contro Golia?

“In questo momento – dice Roy – possiamo tranquillamente affermare questo. La Juventus è una squadra che non lascia giocare l’avversario, il suo obiettivo è quello di distruggere il gioco altrui e per questo l’Ajax farà fatica ad affrontare questa doppia sfida. Paradossalmente, era meglio affrontare il Real Madrid proprio perché ha lasciato più libertà di manovra e più possesso palla”.

Quindi, era meglio pescare il Barcellona invece che la Juventus?

“No, meglio la Juve del Barcellona (sorride ndr). I bianconeri sono difficili da affrontare, ma c’è un’opportunità da poter sfruttare”

L’opportunità di cui parli è quella di sfruttare la partita d’andata?

“Esatto, l’Ajax dovrà cercare di far bene e di non prendere gol. Dovrà essere al 100%, sarebbe molto importante presentarsi a Torino senza subire marcature”.

L’Ajax è una squadra pazza perché è capace di segnare sei gol così come è altrettanto in grado di subirne altrettanti. E’ una qualità, questa, che potrebbe rivelarsi un pregio ma anche un grosso difetto.

“E’ come una squadra allenata da Zeman (sorride ndr). L’Ajax ha giocatori fortissimi nella propria rosa, da sempre cerca di giocare bene e di imporre il proprio gioco. A mio parere, a guardarla ti diverti davvero tanto”.

Chi dovrà temere, in particolare, la Juventus?

“I giovani dell’Ajax sono molto forti, ci sono ragazzi come De Jong, Tadic e De Ligt che si stanno esprimendo bene in questa stagione. Alcuni di loro li conosco bene perché li ho allenati nel settore giovanile, come Blind, van de Beek, Mazraoui e lo stesso Matthijs. Sono molto contento del percorso e della carriera che stanno seguendo fino ad ora”.

C’è qualcosa che vorresti raccontare di De Ligt?

“Lo conosco da quando aveva quindici anni, così come Blind. De Ligt, all’epoca, era molto timido e non era affatto un gran chiacchierone al contrario di oggi che è diventato un uomo (sorride ndr). Quando ero suo allenatore, mi avevano colpito tre qualità: la cattiveria, la rapidità e la testa con cui anticipava subito l’avversario. Queste, indubbiamente, sono qualità che sta mantenendo anche attualmente”.

De Ligt ha come procuratore Mino Raiola, lo stesso che è stato decisivo per il tuo approdo a Foggia. Visto che lo conosci bene, ti puoi sbilanciare ed affermare che lo porterà alla Juventus?

“Dovete parlarne con lui, non con me. Per me può andare dappertutto e non soltanto alla Juventus. Certo, in bianconero avrebbe bisogno di giocatori come Chiellini e Bonucci che potrebbero fargli da chioccia. Ho bei ricordi con Mino, mi aiutò nel trasferimento a Foggia e ancora adesso, a pensarci, sono stato contento di aver giocato in Puglia. E mangio ancora tanta pasta (sorride ndr)”

Ci sono differenze tra la Juve di oggi e quella degli anni ’90?

“La Juve degli anni ’90 giocava di più la palla, aveva più possesso e c’era molta gioia nell’osservare il loro reparto offensivo che contava giocatori del calibro di Ravanelli e Del Piero. Quella di oggi, invece, è più difensiva ma più efficace. E’ brava a tenere strette le linee, non tutte le squadre ne sono capaci e in questo modo i bianconeri diventano un avversario difficile da attaccare. In conclusione, a mio parere, la squadra guidata da Lippi era più forte anche perché giocava in una Serie A decisamente più competitiva”.

Quanto fa paura CR7 dalle parti di Amsterdam?

“E’ uno dei calciatori più forti al mondo, è alla pari di Messi. Quando è in campo, c’è sempre il timore di prendere gol. La difesa dell’Ajax proverà a difendere il più possibile dagli assalti degli attaccanti bianconeri, ma ci sono giocatori rapidi che possono contrattaccare nell’immediatezza. Spero che non giochi Douglas Costa, non ho mai capito il perché il Bayern Monaco lo abbia mandato via”.

Ma la Juve non è solo CR7, c’è anche una difesa solida che potrebbe scoraggiare i giovani attaccanti olandesi.

“Sì, a mio parere Bonucci e Chiellini compongono la coppia centrale più forte nel calcio europeo”.

Chi vedi come favorite in Champions?

“City e Barcellona sono sullo stesso piano, poi c’è la Juventus. Però i bianconeri dovranno superare per prima l’Ajax, dobbiamo ragionare in questo senso e non dare per scontato nulla (sorride ndr). Spero che ci possa essere un po’ di fortuna per i miei connazionali”.

Alcuni giorni fa, nel corso dell’ultima giornata di campionato, Kean è stato protagonista di uno spiacevole episodio legato al razzismo. Che cosa ne pensi?

“Sì, purtroppo ho sentito questa notizia e ne sono rimasto molto dispiaciuto. Fino a quando la politica non prenderà una decisione definitiva, ci saranno sempre degli episodi di questo genere. E’ assodato ma lo ribadisco: io sto con Kean”

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Galeone difende Allegri: “Sacchi sempre con la puttanata dello spartito”

Nella trasmissione radiofonica condotta da Walter De Maggio, Radiogol, Giovanni Galeone interviene a favore del suo pupillo Allegri. Stanco delle critiche del “santone” Sacchi ha voluto dire la sua.

“La Juventus deve credere al passaggio del turno in Champions e deve crederci – afferma Galeone – soprattutto Allegri. In questo modo potrà far ricredere parte della stampa che lo ha massacrato in questi tre giorni ma soprattutto ex colleghi tra cui il grande santone che continua con questa storia dello spartito legato ad una squadra. Mi riferisco ad Arrigo Sacchi. Parla sempre di questa “putt……” dello spartito, ma se io ho uno spartito di Rachmaninov e la suona il pianista di piano bar è una cosa, se la suona Pollini è un’altra. Non si può aggredire un allenatore che con la Juve ha vinto 10 titoli. Allegri aveva in mente un’altra partita dal punto di vista tattico ma le assenze di Khedira e Pjanic gli hanno scombussolato i piani. Io credo che al ritorno, recuperando alcuni giocatori anche fisicamente può fare un’impresa come quella del Bernabeu. Penso che Allegri ce l’abbia un po’ con Sacchi, io di sicuro sì.

ALLEGRI IN PREMIER LEAGUE

Allegri in Premier il prossimo anno? Glielo dico già da qualche anno. Non so, in Italia non ci sono squadre dove possa andare. Al di là di come andrà l’avventura in Champions penso che la sua avventura alla Juve sia finita. L’anno scorso poteva andare al Chelsea, all’Arsenal, al Manchester United e al Real Madrid: ha rifiutato per provare a vincere la Champions con la Juve quest’anno. Se non la vince, per me, non è un gran fallimento. Non è che perché prendi CR7 vincerai di sicuro. Se Allegri vince la Champions League la dedicherà sicuramente a Sacchi”.

SALVIO IMPARATO

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Salisburgo, ecco chi è il prossimo avversario del Napoli

Sarà il Salisburgo il prossimo avversario del Napoli in Europa League. Il club austriaco è in vetta al suo campionato con 48 punti e 46 gol in 18 gare contro i 16 subiti, che totalizzano un +30 differenza reti.

In Europa League il Salisburgo è il secondo attacco e la loro stella è Dabbur, acquistato per giugno dal Siviglia e capocannoniere di questa competizione. Vediamo con l’aiuto di un identikit fatto dal Corriere Dello Sport di scoprire di più sui prossimi avversari degli azzurri.

SALISBURGO, LA STORIA

L’antico club dell’Austria Salisburgo, che perse contro l’Inter una finale di Coppa Uefa nel 1994, ha cambiato nome, colori sociali e simbolo col passaggio alla Red Bull, socio di minoranza e controllante di fatto. Il Napoli affronterà gli austriaci, secondo miglior attacco di questa Europa League e semifinalista l’anno scorso, in casa all’andata il 7 marzo. Gara di ritorno a Salisburgo il 14.

IL PERCORSO IN EUROPA LEAGUE

Campioni d’Austria per il quinto anno di fila nell’ultima stagione, il Salisburgo hanno chiuso il girone di Europa League a punteggio pieno: è la prima squadra a raggiungere questo traguardo per tre volte nella storia della manifestazione. Gli austriaci, imbattuti in casa nelle ultime 17 partite europee, hanno centrato gli ottavi per la terza volta dopo il 2013-14 e la semifinale dell’anno scorso, centrata dopo i successi su Real Sociedad, Borussia Dortmund e Lazio, prima di cedere ai supplementari contro il Marsiglia. Decisivo il gol in extremis di Rolando.

L’ALLENATORE E’ MARCO ROSE

Dal 2017, il Salisburgo è guidato dall’ex tecnico delle giovanili Marco Rose, promosso dopo aver vinto la UEFA Youth League per prendere il posto di Óscar García. Ex difensore del Lipsia, dell’Hannover e del Mainz, è entrato nello staff degli austriaci già dal 2013.

DABBUR LA STELLA DEL SALISBURGO

Munas Dabbur, capocannoniere di questa edizione di Europa League, 7 gol con 14 tiri in porta, è la stella degli austriaci imbattuti in casa in Europa da 17 partite. Dabbur, che ha segnato oltre 50 gol da quando è arrivato in Austria nel 2016, è stato già acquistato per giugno dal Siviglia. Dabbur, esploso al Maccabi Tel Aviv con Paulo Sousa in panchina nel 2013-14, è poi passato in Svizzera al Grasshoppers prima di arrivare in Austria e festeggiare l’anno scorso il titolo da capocannoniere del campionato. 

I PRECEDENTI TRA NAPOLI E SALISBURGO

Il Napoli non ha mai affrontato il Salisburgo che nella sua storia ha un bilancio di 4 vittorie contro formazioni italiane. L’ultima nel ritorno dei quarti di Europa League dell’anno scorso contro la Lazio.


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Coachesvoice, Di Francesco: “Osservo Pep, ma è Zeman il mio ispiratore”

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Come allenatore, sono più costruito che nato. Così esordisce Eusebio Di Francesco in un’intervista al portale calcistico coachesvoice

“Non volevo farlo inizialmente – continua Di Francesco su coachesvoice – e onestamente non avrei mai pensato di poterlo fare. Guardavo gli altri allenatori e non ho mai avuto il desiderio di fare quello stesso percorso”

“Sono diventato Team Manager della Roma dopo essermi ritirato. L’ho fatto per un anno, ma non mi piaceva il ruolo. Non ero tagliato per quello”

“Non pensavo più al calcio. Mi sono allontanato dal gioco. Non ho nemmeno guardato i risultati.”

“Successivamente, ho provato a dare una mano come consulente di mercato per sei mesi. In un piccolo club, il Val di Sangro. Ma non ero soddisfatto nemmeno di quello.”

“A poco a poco, ho iniziato a sentire l’odore dell’erba. Quelle sensazioni che provi quando sei nello spogliatoio. Passare ad allenare mi ha rimesso in contatto con quei sentimenti sopiti.”

CALCIO ITALIANO E INFLUENZE

“Tendiamo a concentrarci molto di più sull’aspetto difensivo che su quello offensivo.Lavoriamo tantissimo sulla tattica senza lasciare nulla al caso, abbiamo molti allenatori esperti. All’inizio della mia carriera di calciatore fui colpito da Marcello Lippi alla Lucchese, più tardi a Roma da Fabio Capello. Non ho intenzione di elencarli tutti, ma ho cercato di prendere qualcosa da tutti. Ora osservo molto Pep Guardiola. Ho grande ammirazione di lui. Mi piace la sua idea di calcio e non amo il possesso palla fine a se stesso. Non voglio aspettare l’avversario, ma andare sempre ad aggredirlo”.

ZEMAN

“Ma l’influenza principale per me in termini di stile di gioco offensivo, di attaccare sempre l’avversario è stata quella di Zdenek Zeman. Zeman era un pioniere. Le sue squadre attaccavano sempre. Erano ben allenate e hanno sempre provato a segnare un gol in più rispetto all’avversario. Normalmente non sono un fan dell imitare o copiare il lavoro di qualcun’altro. Ma ho imparato molto il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici”.

DE ROSSI, DOMINIO DEL GIOCO E MENTALITA’ VINCENTE

“De Rossi può farcela a diventare allenatore. Ha il carattere, l’esperienza e la conoscenza giusta dopo aver lavorato con tanti manager differenti. Spero in futuro che sia tra quelli che lasceranno un segno”.

“Voglio sempre dominare. Chiaramente non possibile in tutte le occasioni. Prima di arrivare a Roma ero al Sassuolo, ma anche quando siamo andati a giocare con squadre superiori a noi, abbiamo cercato sempre di imporci”. 

“Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio a migliorare. Le statistiche sono utili. Possono darti indizi o indicazioni importanti quando si tratta di prepararsi per una partita, o quando stai cercando di migliorare le debolezze che potresti avere.

“Se vedo una statistica che mostra che la mia squadra non sta giocando molti passaggi verticali, cercherò di lavorare su questo aspetto del gioco più di altri in allenamento perché sono un allenatore che preferisce giocare in verticale”.

“In un club come la Roma, una familiarità con l’ ambiente – l’ambiente o l’ambiente attorno a un club – è sicuramente un vantaggio. Non è mai facile da gestire, ma il fatto che l’abbia vissuta come giocatore è un grande vantaggio”.

“Il ruolo di un allenatore è totalmente diverso, però. Damaggiori responsabilità e l’ ambiente non deve mai essere una scusa. Chi viene qui sa che i media e le situazioni che incontri sono totalmente diversi. I fan sono davvero appassionati e hanno il desiderio di vincere perché non succede da molto tempo”.

“A volte, quel desiderio può diventare più grande di quanto tu possa immaginare. Ma è una fonte di grande orgoglio essere in grado di allenare la Roma, sapendo che devi fare un buon lavoro equilibrato nel gestire l’esterno”.

“Nel 2001, quando ho giocato nella Roma dell’ultimo scudetto, c’è voluta capacità e fortuna per vincere il campionato. Il presidente Sensi aveva investito molti soldi e siamo stati un ottimo gruppo. Allo stesso tempo, per vincere titoli è necessario un grande spirito di squadra. Oltre ai grandi calciatori, quella squadra aveva grandi uomini”.

“La gente parla troppo facilmente di mentalità vincente, però. Prima di ciò, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base su cui diventare vincitori”.

“Ci vuole tempo. Hai bisogno di costruire. Devi dare alle persone che arrivano tempo per lavorare. Nel calcio, spesso accade che la gente voglia tutto subito. Questo non ti permette di migliorare come squadra, come allenatore e come club”.

“Spero che sia quello che possiamo fare qui. Dobbiamo lavorare per cercare di raggiungere un obiettivo senza sottovalutare nulla. Nemmeno il più piccolo dettaglio. I dettagli sono ciò che fa la differenza. Questo vale per tutto. Anche chi taglia l’erba”.

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Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman, gli devo tanto” (VIDEO)

Lorenzo Insigne intervistato da DAZN alla vigilia di Milan-Napoli ha parlato dei suoi gol a San Siro, di razzismo e non è mancato il ringraziamento al Boemo Zdenek Zeman.

Insigne e il rapporto con Zeman

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il mister. Mi ha lanciato nel grande calcio. Mi ha voluto a tutti i costi a Foggia e a Pescara. Se sono questo giocatore – continua Insigne – molto è merito suo. Ogni giorno ci faceva pesare nel suo ufficio, ma entrare lì dentro era come essere a Milano, tutto bianco. Pieno di fumo”

Ancelotti

“Con lui ho un ottimo rapporto. Ho sempre voluto lavorare con lui, perché ha vinto tanto e l’ho sempre stimato. Il cambio di ruolo me lo propose dopo la sconfitta contro la Samp, è stata una sua intuizione e io mi sono messo subito a sua disposizione”.

San Siro, Koulibaly e razzismo

“Se a San Siro contro l’Inter non fosse successo ciò che è successo a Koulibaly, non credo che io mi sarei fatto espellere. A volte – conclude Insigne – per il nervosismo perdo un po’ la testa, so che devo controllarmi di più”.

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Osvaldo: “Zeman numero uno in assoluto” (VIDEO)

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L’ex attaccante italo-argentino Pablo Daniel Osvaldo è stato ospite a Calciomercato L’Originale. Nel corso della trasmissione Osvaldo, oggi rockstar, ha parlato del suo passato calcistico in cui Zdenek Zeman resta uno dei suoi allenatori preferiti.

“Il calcio è stato la mia vita e lo ringrazio. Non voglio essere frainteso – raconta Osvaldo – quando parlo male di alcune questioni del calcio, che magari mi hanno fatto male. Da quando è un business, abbiamo perso la magia di giocare a calcio. Perché ho smesso? Mi ero stancato… A volte dicono tante bugie e dopo un po’ diventi matto se devi sempre chiarire le situazioni. Tante volte hanno confuso il mio professionismo… Ma se non sei professionale di certo non giochi per tanto tempo in Europa e con la Nazionale, che sentivo veramente. Se non fosse stato per i miei quattro figli, avrei smesso prima di giocare a calcio. Cosa ho fatto di sbagliato? Sono sempre stato così, dico ciò che penso al di là di chi ho davanti e nel calcio non sempre è positivo, anche se dovrebbe”,

“Nella mia carriera, qualunque maglia indossassi in campo non avevo pressioni, pensavo alla partita 5 minuti prima di scendere in campo”, le sue parole. “Quando mi dicono che avrei potuto fare di più e non ritirarmi a 32 anni, dico che nessuno mi ha mai chiesto se avessi voluto fare di più (ride, ndr). Ho fatto anche troppo. Le voci di mercato, invece, le accusavo. Caratterialmente mi stancavo e avevo voglia di cambiare aria”.

HIGUAIN E SARRI

“Il Pipa segnerà in qualsiasi campionato andrà, anche se un attaccante come lui vuole un certo tipo di fiducia. Sarri esalta le sue caratteristiche, ma di sicuro c’è anche un rapporto personale particolare che stimola Higuain.”

ZEMAN NUMERO UNO

“Gli allenatori con cui mi sono trovato meglio? Antonio Conte, Zdenek Zeman numero uno in assoluto, è stato come un padre per me e poi Pochettino.

SALVIO IMPARATO

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Manchester City-Liverpool 2-1: Giochi riaperti

Manchester City-Liverpool non è stata semplicemente una grande partita. E’ stata anche la prova della consapevolezza che Guardiola e Klopp hanno dello spessore dell’altro. E di come le grandezze di questi due allenatori si intersechino e si influenzino a vicenda. La vittoria di misura del Manchester City riapre i giochi per la corsa alla Premier League. E pone fine all’imbattibilità del Liverpool di Klopp dopo 20 partite. Allo stesso modo di come lo scorso anno i Reds avevano invece interrotto la striscia del City.

Sta diventando sempre più semplice abituarsi all’idea di dover definire le sfide tra le squadre di Guardiola e quelle di Klopp delle vere e proprie battaglie tattiche. Il rispetto e il timore delle capacità dell’avversario sono ormai ben visibili sul campo. E l’importanza che acquisiscono i dettagli nella direzione delle partite è superiore a quella che noi siamo disposti ad accettare. A maggior ragione se poi consideriamo il peso della partita in sé e le conseguenze che esiti diversi avrebbero portato. Nell’economia dei novanta minuti, il pareggio sarebbe forse stato il risultato più giusto. L’equilibrio complessivo sempre sul filo del rasoio e con fasi alterne di conduzione del gioco ha prodotto alla fine lo stesso numero di tiri in porta. La splendida azione che ha portato al palo di Manè e al clamoroso salvataggio di Stones è stata però il manifesto della direzione che la partita avrebbe poi preso. Gli errori da matita blu di Lovren hanno poi fatto il resto.

Si può discutere con il senno di poi la scelta di Klopp di ritornare per l’occasione al 4-3-3. Accantonando per la partita in questione il nuovo sistema rinvenuto quest’anno. Ovvero quello con il doppio mediano e Fabinho in pianta stabile e i quattro giocatori offensivi. Con l’ingresso di Shaqiri quasi in pianta stabile, Firmino rifinitore e Salah centravanti. Klopp, probabilmente contando sul fatto di avere a disposizione due risultati su tre, ha optato per un centrocampo più aggressivo senza palla. Volto a soffocare la fluidità della manovra di una squadra che avrebbe dovuto necessariamente giocare per vincere. Per poi ripartire con regolarità. La bellezza data dalla verticalità dell’azione che ha portato al palo di Manè è raggiante. E il salvataggio incredibile sulla linea di Stones dopo il pasticcio con Ederson ha forse impedito al piano gara di Klopp di mettere la freccia per la nona volta in sedici confronti diretti tra i due allenatori.

Ma tornando a parlare dell’influenza reciproca dei princìpi di gioco dei due allenatori, va sottolineato questo. Considerato lo score a favore di Klopp e le dinamiche interne delle due gare di quest’anno, la sensazione è che il tecnico ad aver studiato quasi ossessivamente sia stato Guardiola. Coerentemente con la sua maniacalità. Dapprima rinunciando quasi al dominio del pallone nello 0-0 di Anfield. E in seguito andando a mille all’ora nella partita di giovedì. Affrontando quindi coraggiosamente Klopp utilizzando le sue stesse armi. Bernardo Silva sarà al termine della gara il giocatore ad aver percorso più chilometri in Premier League quest’anno in una singola partita.

E alla bellezza e all’emozione del confronto hanno certamente contribuito anche le controrisposte di Klopp, che non sono mancate. I Reds quest’anno sono una squadra molto più quadrata, in grado di gestire i ritmi delle partite senza perdere l’intensità e la verticalità nei momenti chiave. In grado di risalire il campo in maniera sempre diretta ma anche più lucida e ragionata. E’ forse questo il compromesso che ha permesso agli uomini di Klopp di perdere per la prima volta alla ventunesima partita. Dopo aver vinto in diciassette occasioni. L’immagine è quella di una squadra che ha l’intensità e la verticalità nel sangue. Ma la cui consapevolezza di aver raggiunto uno status superiore ha portato a capire di dover razionare le energie. Per poter trovare forse l’unica cosa che mancava, la continuità.

E le controrisposte in questi termini sono arrivate anche in questa partita ovviamente. Ma abbiamo già detto quanto siano importanti i dettagli. E gli errori individuali di Lovren non erano ieri una sorpresa e non lo sono certo oggi. In occasione di entrambi i gol del City sono state decisive in negativo le sue letture. Facendosi anticipare nettamente da Aguero prima, e occupando la posizione sbagliata poi, mettendo in crisi l’intero reparto. Certo è che con gli infortuni del titolare Joe Gomez e di Matip, soluzioni alternative per Klopp non sembravano esserci.

Le prestazioni individuali della squadra di Guardiola sono state di altissimo livello. Fernandinho è stato un gigante e ha dimostrato per l’ennesima volta di essere la chiave di volta insostituibile per i meccanismi di equilibrio del Manchester City. La prova atletica, prima ancora che tecnica, di Bernardo Silva, è stata sontuosa. Quella di Aguero in qualità di attaccante moderno fantastica. E lo stesso dicasi per quella di Laporte, che oltre a bloccare Salah quasi alla perfezione ha avuto anche la forza e l’intelligenza di fare il terzino puro. Per quanto riguarda Sanè, le sue doti atletiche, aerobiche e tecniche e la loro capacità di coesistere meriterebbero sempre una menzione a parte. E il suo gol del 2-1 è un colpo da biliardo, imparabile anche per Alisson.

Siamo stati costretti nelle settimane scorse a dover leggere di un Klopp associato alla dea bendata come se fosse una colpa. Come se poi dietro qualunque tipo di successo vi sia alla base l’assoluta perfezione. Come se poi l’andamento e la direzione di alcuni momenti non abbiano mai contribuito in positivo o in negativo nella storia dei trionfi e delle vittorie. Dichiarazioni forse poco lucide, macchiate da fanatismi forse inconsapevoli ma forti. Che dimostrano di non conoscere la storia di un allenatore che ha invece sempre pagato per i suoi errori, restando comunque in credito con la fortuna da anni. Diversamente, la sua storia dei momenti topici avrebbe meritato di non essere questa.

Abbiamo letto di un Liverpool in calo per il fatto di aver perso meritatamente le tre trasferte nel girone di Champions. Senza magari considerare il fatto che, dopo la finale dello scorso anno, sia emersa forse in quelle circostanze anche la volontà di rivolgere la testa e le energie ad un campionato che manca dal 1990. Anche perché in tutte e tre le occasioni fu un Liverpool troppo brutto per poter essere definito semplicemente in giornata no. Di fronte invece al passaggio del turno meritato o meno, il discorso può anche starci. Ma la consapevolezza europea del Napoli di quest’anno non può essere macchiata di certo per una sola partita persa meritatamente, contro un avversario che ha sfortunatamente per gli azzurri giocato come sa.

La Premier League può in ogni caso dirsi riaperta. Il Liverpool è sempre in testa a quota 54, il City ha ridotto le distanze a quattro lunghezze, mentre il Tottenham, con i suoi 48 punti, è sempre lì. In un momento di forma smagliante. E senza aver speso un centesimo nella sessione estiva di mercato. Lo scorso anno, come detto, il Liverpool pose fine all’imbattibilità del City, ma la squadra di Guardiola continuò a dominare e vinse comunque il campionato. Questo per Klopp è l’anno della verità. Entrare definitivamente nella forma mentis di squadra che deve essere rincorsa e non che deve rincorrere. Proseguire il cammino con la stessa consapevolezza allontanando qualsiasi tipo di contraccolpo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta alla fine del campionato è sottilissimo. Sia per quanto riguarda il suo status di allenatore che per quanto riguarda la storia del Liverpool.

Gioacchino Piedimonte

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Radio Kiss Kiss, Zeman: “Tifo Napoli. Allegri o Sarri? Sto con Maurizio”

Zeman-Radio-Kiss-Kiss

Zdenek Zeman ancora una volta ospite a Radio Kiss Kiss, nel programma Radio Gol. Ecco le suo parole riportate da Area Napoli.

ZEMAN A RADIO KISS KISS SI PARTE CON LA JUVENTUS 

“I bianconeri sono più forti di tutti. Il Napoli e le milanesi possono migliorare ancora per ridurre il gap”.

ANCELOTTI  ED ELIMINAZIONE

“Peccato per il Napoli, ma i partenopei hanno affrontato squadre di grande valore. La squadra azzurra ha dimostrato di poter competere con tutti. Il Napoli non snobberà l’Europa League. .Carlo ha vinto tutto, spero possa trionfare anche in Italia col Napoli”.

TIFO  NAPOLI

“Per chi devo tifare? Dico Napoli perché c’è Insigne, solo per questo. Gli voglio molto bene”.

MERET 

“Portiere di grande talento, ha dei grandi margini di crescita”.

NAPOLI E L’ESONERO

“Se non mi esoneravano credo che ci saremmo salvati. La squadra non era affatto male, non sicuramente da retrocessione”.

LA FRASE PAGATA CARA

“Dissi: ‘Il calcio esca dalle farmacie’. Da quel momento la mia carriera è stata penalizzata. In qualche modo me l’hanno fatta pagare”.

ALLEGRI O SARRI 

“Sono con Sarri quando dice che bisogna giocare bene per vincere. Il motto che conta solo vincere non mi appartiene”.

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