Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo

Varrella: “Sacchi e Zeman hanno aperto un nuovo fronte ai giovani”

Varrella intervenuto a Radio Punto Nuovo, nel corso di Punto Nuovo Sport, ha parlato dell’attuale esperienza da Ct del San Marino, di Sacchi, Zeman e il nuovo fronte allenatori.

“In Campania – afferma Varrella – ho allenato tanto, ho tanti bei ricordi in questa terra, ma mio padre era nato a Pozzuoli,  quindi ho sempre vissuto da innamorato le mie esperienze lì. Sono stato il vice di Sacchi, ero l’uomo che dalla tribuna con walkie talkie dicevo a Sacchi se la linea si muovesse bene.

Oggi ct di San Marino

“L’ho sempre considerato – confessa Varrella – come il piacere del nostro entroterra romagnolo, ho capito l’amore per la loro nazione che hanno i sammarinesi. Devo ammettere che San Marino vive il rapporto con le Nazionali in modo un po’ particolare: il ragazzino che dà 4 calci al pallone, già gioca nell’under 16 o nell’under 17. L’imbarazzo è che vivono un mondo dilettantistico all’ennesima potenza e sono in difficoltà al lasciare il lavoro, dovendo entrare anche in questione in Coni sammarinese.

Sarajevo nel 1996

Non venimmo mai abbandonati, c’era un’aria ostile, difficile. Il famoso viale dove i cecchini sparavano costantemente, qualche cecchino pare ci fosse ancora. Fu una visione triste, brutale: un conflitto vissuto in modo intenso”.

Sacchi e Zeman ispirazione per gli evoluti

“Sacchismo, ascesa e caduta e qual è il modello dominante? Sacchi e Zeman, hanno aperto un fronte nuovo ai giovani d’oggi. In Europa già si vedeva un calcio diverso: abbiamo etichettato il calcio olandese come il calcio fisico, era una farsa. Il calcio olandese interpretava il correre meglio. Grazie a Sacchi e Zeman esistono i Guardiola, i Klopp, gli evoluti attuali.

Pirlo e Gasperini

“Ho fatto a Pirlo, duranti i corsi Uefa Pro, tre lezioni. Gasperini è evoluto perché i suoi giocatori interpretano una tattica individuale non più nell’uomo copre uomo, ma uomo marca uomo. Non solo si toglie tempo e spazio, ma si fa in modo che non riceva il pallone”.

L’addio al calcio di Javier Mascherano, el Jefe

Macherano-Addio-Calcio

L’addio al calcio giocato di Mascherano, un grandissimo del calcio del 2000. Ecco il ricordo del calciatore conosciuto come El Jefe, il Capo.

1. Il Capo

Oggi si ritira dal calcio giocato Javier Mascherano.
EL Jefe, il capo, per 10 anni del calcio Europeo.
El Jefecito, soltanto per gli amici, ma ci si immagina che durante i match non avesse conquistato poi tutte queste amicizie.

Scudiero di Messi, capitano senza fascia della Selecciòn, baluardo di un calcio valoroso.
Tackler duro e non necessariamente pulito, mediano metodista anche di costruzione.

2. L’avvento in Europa di Mascherano

Javier giunse in Europa con Carlitos Tevez durante una ricchissima campagna acquisti invernale del West Ham.
Gli hammers però rischiarono nonostante gli investimenti la retrocessione, che fu evitata proprio dalle giocate dei due argentini.

Due Sir del calcio, Alex Ferguson e Rafa Benitez, separarono i due gemelli diversi.
Il primo acquistò per conto del Man Utd Tevez; il secondo in nome del Liverpool Mascherano.

Rafa Benitez trasformò il centrocampista di scuola River Plate da randellatore impunito del Barrio a guardiaspalle coscienzioso del principesco Xabi Alonso. Con quest’ultimo e Gerrard l’argentino costituì il centrocampo più punk di sempre del calcio. Sonorità consacrate ai posteri conseguendo una finale Champions poi persa ad Atene contro il Milan.

3. Mascherano e il calcio totale

L’ambiente catalano del Barcellona, invece, ha insegnato a Mascherano la comprensione anticipata del gioco e il modo di vincere. Così recettivo, il ragazzo, che evolvé stavolta in difensore centrale benché la sua altezza non fosse particolarmente slanciata.

E da libero, al fianco di Piquè, ne ha vinti 17 di trofei. Javier restituì, inoltre, ai Blaugrana la tenacia e la pulizia d’uscita palla dell’indimenticato e storico capitano Charles Puyol, difensore centrale veloce e tempista. Anch’egli non dotato di troppi centimetri.

Un processo di arretramento che ha avuto origine quarant’anni prima, quando Haan, nota mezz’ala della gold generation olandese, scalò sulla linea di difesa per volere di Rinus Michels proprio per migliorare il giro palla della nazionale olandese sin dal principio dell’azione. Michels che attraverso Cruijff ha influito su tutto il modello calcistico che oggi al Camp Nou possiamo ammirare.

4. Mascherano e la Selecciòn

Al fianco di Messi e dei suoi compagni di spogliatoio, Mascherano è divenuto un jugador compiuto sia di testa che di cuore; perché giocare a pallone significa fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità per vincere la partita, sosterrebbe Javier.

Ad esempio, anche divellere il proprio ano pur di difendere la qualificazione alla finale mondiale ormai per la sua Argentina prossima; oppure, sognando tutti i giorni di essere Messi, accettare di vivere come suo personalissimo bodyguard purché la Pulce valorizzasse calcisticamente la sua vicinanza fedele e quella di tutti gli altri membri del club. I partecipi scelti, ovviamente, secondo coerenza e lealtà dallo stesso Mascherano.

Alla stregua di ogni eroe romantico, il pathos che ha impresso sulla cancha lo ha consacrato a ganador proprio con addosso le maglie che ha amato meno, mentre relegato a perdedor dall’albo d’oro della Selecciòn con la quale Mascherano non ha vinto alcunché. Vani i suoi tentativi di accorciare le immense distanze che i talenti offensivi argentini ponevano tra la propria presunzione e gli obiettivi di squadra fino addirittura a desertificare le possibilità di trionfo della stessa Argentina. Javier come un Tuareg a vivere tra le dune di questo deserto e a solidificare in realtà le oasi di estro e fantasia degli attaccanti.

Massimo Scotto di Santolo

Il Napoli cede (tardivamente) Allan all’Everton

il Napoli cede (tardivamente) Allan all'Everton

Il Napoli cede al rinnegato Carlo Ancelotti il suo diavolo della Tasmania, Allan Marques Lodeiro. Il vortice contagioso del brasiliano che risucchiava palloni e caviglie così si dirada.

1. L’acquisto

5 anni orsono, in una derelitta estate pallonara, i tifosi del Napoli affrontavano con sospetto il parvenu Maurizio Sarri. La domanda era lecita: “Quanto sarebbe durato sulla panchina azzurra?”. Allenatore accademico del fumo e dogmatico del calcio cercò, sin da subito, anche a Napoli l’estetica e l’efficienza del suo calcio in un centrocampo a 3.

Scelse Jorginho Frello piuttosto che il fidato Mirko Valdifiori come perno di regia del triangolo di gioco. Affidò scettro e cattedra alla maestria del capitano Marek Hamsik per le filamenta della manovra offensiva. Alla gioiosità geometrica e d’attacco di tale coppia di mediani mancava un portatore d’acqua, un recuperatore di palloni.

Il Napoli nel frattempo avendo perso il proprio Direttore Sportivo, Riccardino Bigon, assoldò per analogo compito tale Cristiano Giuntoli. Enfant prodige della classe dirigente calcistica italiana, il Cristiano piazzò dalle retrovie del suo background provinciale nel Caripigiano il suo primo colpo, Allan Marques Lodeiro. Quest’ultimo, medianaccio di un’asfittica squadra di bassa classifica, l’Udinese, fu reinventato da mediano metodista a incontrista. L’impatto è folgorante e anche realizzativamente proficuo: tre reti nelle prime 10 gare. Sembrerà Arturo Vidal; si rivelerà un Gennaro Gattuso.

2. Il diavolo della Tasmania

Dotato di gambe toste e tozze, ha trasformato il caracollare tipico brasiliano in una modalità di riconquista della palla mordace. Quando in realtà tale atteggiarsi in campo appartiene alla famiglia dei fantasisti verdeoro. Le cosce di Allan una tenaglia; il pallone per lui ciò che per il toro rappresenta il telo rosso. In questo verticale barcollare a velocità mai basse Allan era in grado di creare una confusione a conclusione della quale l’esito era sempre lo stesso: il brasiliano solo con il pallone, vincitore.

Se il ruolo d’interno lo ha consacrato al grande calcio, anche per una discreta dose di tecnica che attraversava la sua ordinaria instancabilità, a parere di chi scrive l’Allan più maturo è quello dei primi 6 mesi di Ancelotti. Sebbene non rifinitore, era divenuto in grado di accompagnare offensivamente la manovra e di consentire alla squadra di restare alta recuperando la sfera in avanti e velocemente. Hamsik fu scelto per presidiargli le spalle.

Arrembante, in picchiata rapace durante gli inserimenti, talvolta ciechi, il più delle volte fisici, all’apice della sua esperienza l’inizio di una discesa scientemente voluta per accelerare l’addio al Napoli.

3. Il tramonto del Re Leone

Una notte da Re sole a Parigi, tanto è bastato alla dirigenza parigini per convincersi che il brasiliano del Napoli fosse l’uomo giusto per la propria mediana. Allan giganteggiò in quattro partite europee contro le mediane di Liverpool e Psg. Così, verso metà Gennaio, arrivò l’offerta irrinunciabile per il ragazzo e per la società partenopea dalla capitale francese. Mittente Al Khelaifi, il ricchissimo presidente arabo del suddetto club.

Dal momento che il Napoli aveva nel frattempo già ceduto alle richieste di cessione del fedele Hamsik, la società azzurra decise, non essendo cosa buona e giusta smobilitare a metà anno, di rifiutare seccamente l’offerta salvo ulteriori ed esosissimi rilanci. Allan rimase ovviamente al Napoli scontento, pur non avendo lasciato nulla al caso. Il ragazzo, infatti, convocato intanto anche in nazionale, giunse finanche allo scontro fisico con Giuntoli affinché le sue doglianze venissero accolte.

Da lì, un lungo distaccamento professionale dalla causa partenopea, che trovò l’ultimo e definitivo strappo nella notte di Salisburgo, quando Allan contrariato dalle decisioni disciplinari di una società già a lui invisa aggredì il vice Presidente Edo De Laurentiis negli spogliatoi del San Paolo. Indebite per Allan furono sia la presenza che le parole del figlio del presidente. In seguito, un lungo countdown fino alla agognata cessione a Carlo Ancelotti che lo ritiene ancora tutt’ora quello che Allan è ossia un onesto lavoratore divenuto campione. A dimostrazione ciò, peraltro, di come ben più complesse erano le dinamiche dell’ammutinamento.

Lo pagherà, Carlo Ancelotti,poco meno di 30 milioni… quanto vale oggi nel calcio un onesto lavoratore. Ma i tifosi del Napoli sanno cosa stanno per perdere, un campione, anche se lo avevano perso già da tempo.

Massimo Scotto di Santolo

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate a folle

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

Manicone: “Zeman innovatore al pari di Crujiff, Sacchi e Guardiola”

Manicone, ex calciatore, anche di Zemanlandia, e attuale vice di Petkovic in Svizzera a parlato a TMW Radio al programma Maracanà

La svizzera è il primo campionato che si è fermato per Coronavirus

“Sì, quando in Italia c’erano già i primi casi. Sono stati lungimiranti – afferma Manicone – ad applicare questa politica. Quando hanno cominciato a sospendere le partite e le scuole in Italia, in Svizzera si era rimasti aperti. Quando è iniziata ad aumentare la percentuale di contagiati, si sono chiuse anche le scuole”.

Tonali, Chiesa, Castrovilli. Su chi punteresti per una grande squadra?

“Bisogna in che contesto vanno e quante possibilità hanno di giocare. Sono tre giocatori diversi, fortissimi, nel giro della Nazionale e di sicuro avvenire. Di sicuro cresceranno, ma devono giocare nel ruolo ruolo”.

Michels, Cruijff, Sacchi, Guardiola: chi ha rivoluzionato di più il mondo del calcio?

“Io aggiungerei anche Zeman, perché tanti allenatori si sono rifatti a lui, anche a livello internazionale. Guardiola si è rifatto molto a Cruiff, ma anche Sacchi è stato un grande. ha cambiato il modo di vedere il calcio. Per me sono tutti alla pari, sono dei grandissimi”.

Video Zeman: “Spero che il calcio femminile vada sempre più avanti”

Le reali parole di Zeman riprese in questo video da canale 50. Come ha detto anche Alessia Tarquinio in un suo Tweet “non sempre carta canta”.

Titoli creati ad hoc per ricevere traffico di click ce ne sono ormai migliaia. Li usano ahimé anche testate autorevoli senza pudore. Non è grave per loro essere attaccati dalla controinformazione o sbugiardati da un video, purtroppo senza adeguate sanzioni o licenziamenti questo fenomeno non si estinguerà.

Salvio Imparato

De Laurentiis si scopre sarrista e parla zemaniano (VIDEO)

Il presidente De Laurentiis pizzicato a Milano, fuori l’Hotel che ospita la festa per i 120 anni del Milan, confessa una fede sarrista e certifica valide la tesi di zemaniano.com

De Laurentiis, pittoresco come sempre, sconfessa la linea della gran parte della stampa partenopea del periodo Ancelottiano, svelando un’insaspettata fede sarrista, fa cadere in depressione chi a mo di articoli ha fatto di tutto per difendere l’indifendibile. La squadra a torto o a ragione era orfana di un modulo e un collettivo e Adl non poteva far più finta di non vedere quello che Carletto non voleva accettare.

È vero, gli allenatori non devono rinunciare ai propri dogmi, come giustamente ha detto Zeman. Ma come il boemo ben sa, per questo motivo ha sacrificato il posto per non tradirsi. La stessa cosa è successa ad Ancelotti e il presidente con l’intervista, spiegando il suo punto di vista, conferma le tesi che portiamo avanti da quando Re Carlo si è insediato a Napoli.

La prima sentenza la esprimemmo dopo Inter-Napoli 2-1, dove parlammo di 4-4-2 involutivo, poi recentemente in una chiacchierata con lo zemaniano sarrista Paolo Bordino parlammo della differenza del lavoro di Sarri con questa squadra. Poi appena insediato Gattuso abbiamo parlato del suo possibile 4-3-3.

Insomma De Laurentiis parla di Sarri, Insigne e 4-3-3 come gli fosse mancato molto il Napoli del toscano.

Sarri

«Eravamo conosciuti in tutta Europa col 4-3-3 di Sarri, eravamo osannati in tutta Europa. Gattuso ha fatto bene con questo modulo al Milan, sappiamo già di cosa parliamo. C’è qualcuno che si ricorda cos’era quel modulo e altri che dovranno impararlo.  Occorre avere pazienza, Gattuso è una persona garbata, è un profilo molto giusto. Al Napoli raramente sono stato sfortunato, ho sempre avuto grandi allenatori».

Insigne

 “Insigne? Un giocatore straordinario, col 4-3-3 il Napoli tornerà a brillare. I calciatori sono uomini e sportivi, non automi. Lorenzo ha bisogna di ritrovare la sua enorme forza da giocatore straordinario che è. Ha bisogno di allenarsi. Così come la squadra, quando rifaranno squadra secondo me risaliremo la china rapidamente. Bisogna solo fare squadra. È una squadra che si deve ritrovare. È una compagine di grandi attori che hanno grande virtù, sanno giocare a calcio”.

Ibra, Mertens e priorità difesa alta

«Avevamo pensato a Ibrahimovic con Ancelotti. Zlatan è una persona straordinaria, che ho conosciuto, una fortissima personalità. Ora prima di pensare a Ibrahimovic ho altre priorità: devo cercare di rimettere in sesto una squadra che deve giocare in modo diverso, con una linea molto alta, con una difesa che non deve concedere quello che abbiamo concesso ieri. Mertens all’Inter? Ha un contratto in cui può andare ovunque tranne che in Italia. È chiaro?»

Insomma De Laurentiis è diventato integralista, ora molti giornalisti fingeranno di essere amanti del bel gioco o cercheranno di riappropriarsi della loro dignità? Chissà.

SALVIO IMPARATO

San Marino, il ritorno al gol con Berardi porta il marchio Modica-Zeman

Il San Marino torna al gol dopo 2 anni. Merito della rete segnata contro il Kazakistan, nella sfida persa 3-1, da Filippo Berardi in forza alla Vibonese di Modica erede di Zeman.

Come si fa a non essere romantici con questo sport

Billy Beane (L’Arte Di Vincere)

San Marino torna al gol dopo oltre 800 giorni
I kazaki rapidamente segnano tre gol e mettono le mani sulla partita, San Marino, ultimo e senza punti nel girone I, se la gioca vuole almeno un gol e lo trova al 77’ con Filippo Berardi che segna una rete storica. Gol di bella fattura, pallone in profondità, Berardi scatta, supera il portiere in uscita, lo dribbla e con un tiro preciso insacca. Il gol vale tantissimo. Perché era dal 4 settembre 2017 che la nazionale sammarinese non realizzava un gol, nel 5-1 subito dall’Azerbaigian. In casa San Marino non segnava addirittura dal 10 settembre del 2013, praticamente sei anni e due mesi. Quello di Berardi è un gol che dà tanta gioia anche al c.t. Franco Varrella, tecnico navigato, che sta vedendo i primi frutti del suo duro lavoro con questa nazionale.

Filippo Berardi

Classe 1997, Berardi ha iniziato a giocare da giovanissimo, aveva undici anni quando ha firmato il primo contratto con il Rimini. Il Torino nel 2014 lo acquista, lo lascia in Romagna prima di portarlo nella squadra Primavera. Vince una Supercoppa Italiana a livello giovanile, poi viene ceduto in prestito prima alla Juve Stabia e poi al Monopoli, realizza complessivamente tre reti. Il Torino lo ha ceduto a titolo definitivo alla Vibonese, che lo ha acquistato la scorsa estate. Berardi ha firmato un biennale e ha conquistato il posto fisso nella squadra di Modica, un allievo di Zeman, che pratica un calcio ultra offensivo. La Vibonese ha segnato 29 gol (miglior attacco con la Reggina). Berardi è ancora senza gol, ma si è procurato tre rigori e ha servito quattro assist.

Lucarelli: “Pochi come Zeman, Sarri e Guardiola. Giampaolo è tra quelli”

L’ex attaccante Lucarelli dice la sua sul possibile esonero di Marco Giampaolo. Nel sostenerlo lo accomuna al santone Zeman, al toscano Sarri e al guru del Tiki Taka Pep Guardiola.

Ecco le parole di Lucarelli a Radio Sportiva

Con chi si può sostituire Giampaolo?

Con me…scherzo. Non va messo in discussione sono passate poche giornate e questo è un anno di transizione e costruizione. Comunque ci vuole tempo con gli allenatori di questo tipo. Sono pochissimi gli allenatori che danno un’identità precisa alla squadra.

Ci sono Giampaolo Sarri Zeman e fuori Guardiola. Sono quei pochissimi che se qualcuno ti chiude gli occhi e poi te li fa riaprire mentre giocano due squadre senza sapere nulla te puoi dire ecco questa è una squadra di Guardiola di Zeman e di Sarri. “

SALVIO IMPARATO