Italia – Inghilterra 1-1 (3-2 r.): l’Italia è campione d’Europa

L’Italia del calcio vince per la seconda volta nella sua storia il massimo trofeo iridato continentale per Nazioni. E’ una vittoria insperata ma meritata sul piano calcistico. Gli azzurri hanno giocato il miglior calcio (strano a dirsi) e battuto un’Inghilterra più forte che con il più classico dei suoi storici harakiri ha trovato la strada per perdere in casa un Europeo già ad un passo dalle mani della Regina e di Kane.

1. Il primo tempo

L’Italia arrivava alla sfida di Wembley da sfavorita, con il sentore diffuso che alla chiamata di Londra l’Italia avesse risposto con due finali (quella di Berrettini a Wimbledon e dell’Italia a Wembley) entrambe difficilmente vincibili. E infatti uno stoico Matteo si arrende al probabile tennista più vincente della storia: Novak Djokovic. Inoltre, pronti via, appena cantati gli inni, l’Italia del calcio è già sotto 1-0 contro l’Inghilterra.

Gli azzurri intorno alla fine del primo minuto di gioco pressano male in avanti. L’inghilterra trova una uscita palla pulita sul centro sinistra del campo. Il 3421 proposto da Southgate, per trovare ripartenze mortifere alla stregua del Belgio di Martinez, consente di trovare subito l’ampiezza sul quinto di destra, ossia Trippier. Il terzino inglese in forza all’Atletico Madrid crossa come d’uopo sull’altro quinto di centrocampo, quello di sinistra, Luke Shaw, il quale approfittando di una lettura tattica errata di Di Lorenzo scarica al volo un fendente mancino che fulmina Donnarumma sul primo palo.

L’Inghilterra, sull’onda dell’entusiasmo del gol immediatamente subito, riesce a controllare il gioco con faciltà. L’Italia è offensivamente sterile causa un Immobile giunto a completa consuzione dopo la buona partenza agli Europei. Ciro il grande non tiene botta contro Stones e Maguire. I terzini azzurri sono tenuti bassi dai quinti inglesi. L’Inghilterra è padrona del campo e svernicia il tricolore ogni qualvolta i ragazzi del Mancio provano a ripartire, essendo gli italiani atleticamente e strutturalmente inadeguati a farlo. Basti per tutti il mismatch per centrimetri e corsa tra Insigne e Walker.

2. Il Secondo tempo

L’Inghilterra non riuscendo a chiudere la pratica nel primo tempo ed essendo dotata, a differenza dell’Italia, di grandi contropiedisti preferisce affidare il possesso palla all’Italia e stagnare nella propria metà campo. La difesa dell’area di rigore, affidata d’altronde alla massiccia fisicità anglosassone, presuppone l’incapacità italica di abbattere il suddetto muro. Il contropiede è invece consegnato dal ct inglese ai furetti che animano le fasce.

Tuttavia, la consegna della sfera agli azzurri da parte dei padrone di casa si configura come opzione strategica non reddittizia. Anche grazie al fine cervello di Jorginho Frello, l’Italia macina passaggi, acquista convinzione e produce occasioni da gol. E i leoni d’oltremanica progressivamente si rimpiccioliscono in gatti spaventati, sempre più rintanati ad un palmo dal verboso e rissoso Pickford. Si consegnano al destino, quello degli inglesi, che alla fine con addosso la maglia della nazionale trovano il modo di perdere la partita.

Calcio d’angolo: l’Italia è nettamente più bassa ma il cross è tirato bene, teso. La spizzata sul primo palo di Cristante, entrato per compensare la mancanza di fisicità degli azzurri, muore nell’area piccola senza dare tempo al portiere anglosassone d’intervenire. Chiellini crea scompiglio facendo saltare la marcatura che Stones gli riservava. Quindi, sulla palla vagante si avventa Verratti che offrendo in sacrificio la sua tempia incoccia il pallone e la testa del più maestoso Philipps ma sull’incocciata ravvicinata del pescarese Pickford compie un miracolo e devìa la palla sul palo. Quest’ultimo però, a mo’ di flipper, riporta la sfera al centro della contesa dove si avventa il mai simpatico Bonucci per siglare l’1-1.

3. I supplementari e rigori

Ora gli azzurri diventano, dopo il pari, l’unica squadra in campo. Accarezzano l’idea svariate volte di un forcing arrembante rimasto però tale, una ipotesi. Alla fine coscienziosamente entrambe le squadra addivengono da due premesse diverse allo stesso risultato… i rigori: l’Italia, da un lato, impaurita dalla devastante capacità di ribaltare il fronte degli inglesi in virtù anche di una panchina dal talento sterminato a disposizione di Southgate; dall’altro, i britannici tatticamente impreparati a reagire alla fitta trama di gioco degli azzurri a cui loro stessi hanno pemesso di entrare in ritmo.

La lotteria dei rigori, occorsa sotto la curva degli inglesi, è un trattato di antropologia. L’esperienza conta eccome. L’Italia non esegue una cinquina perfetta. Sbagliano lo spaurito Belotti e l’impallidito Jorginho. Quest’ultimo, peraltro, il decisivo. Avesse segnato era già vittoria. Ma dopo il maldestro penalty tirato dal maestro italo-brasiliano, l’esterno gunners Boukayo Saka, come gli altrettanti ventenni Rashford e Sancho, sbaglia il terzo rigore per l’Inghilterra. Il secondo dei tre sui quali Donnarumma, fresco acquisto del Psg, mette i guantoni, regalando alla sua Nazione il titolo di campioni d’Europa e a sé stesso il premio di miglior giocatore del torneo.

Southgate perde ancora una volta in casa ai rigori. Nel 1996 sbagliò da giocatore il rigore decisivo in semifinale contro la Germania agli Europei che anche in quell’occasione l’Inghilterra ebbe l’opportunità di giocare di fronte al suo pubblico. Ieri sera, da allenatore, ha perso anche l’occasione di riportare un trofeo per Nazioni dopo il mondiale casalingo del 1966. Unica finale peraltro giocata dall’Inghilterra in una competizione per Nazioni.

4. L’Italnapoli

Continua la fase dell’Italia nel nuovo millennio: dipendere dai calciatori campani. Una schiera nutrita a questo europeo ha partecipato alla spedizione. Come nel 2006, alla stregua di Fabio Cannavaro, un altro campano – per l’appunto Donnarumma – si prende la scena e l’appellativo di fuoriclasse. Curioso che nell’ultimo europeo vinto dall’Italia, quello dell’evocativo anno del 1968, fossero anche in quell’occasione due i giocatori del Napoli in campo: all’epoca Zoff e Iuliano, stavolta Insigne e Di Lorenzo. Fosse stato convocato Politano al posto dell’immeritevole Bernardeschi, il Napoli sarebbe stata la società più rappresentata dall’Italia campione d’Europa. Così è solo seconda al pari di altri club come ad esempio il Sassuolo.

4. Il senso della vittoria

Il movimento calcistico italiano ora ha una grande occasione, stante l’impossibilità di colmare nell’immediato il gap infrastrutturale ed economico con altri campionati, quello di offrire alla platea dei propri tifosi un calcio eticamente pulito e tatticamente oltre che tecnicamente piacevole, all’insegna dell’estetica che non disdegna il conseguimento del risultato.

Cioè i capisaldi di cui l’accoppiata doriana Mancini – Viali si sono fatti portatori a Coverciano e che sono valsi un titolo che mancava da circa 50 anni. Il loro abbraccio a fine partite, tra le lacrime di entrambi, ha portato stile macchina del tempo un paio di generazioni indietro alla gioventù e acceso un interrogativo al telespettatore sul senso della vittoria e della vita.

Così non fosse, il successo impossibile dell’Italia a Wembley si rivelerebbe un racconto pretestuoso: ossia, sin dall’inizio, trovare la panacea del bel gioco per lenire una possibile prematura sconfitta. Una Italia poco talentuosa ma bella da vedersi. Applausi comunque. Applausi mai riconosciuti, invece, a chi in Italia ha provato a fare lo stesso tipo di calcio del Mancio perdendo nel rush finale scudetto o coppe.

Questa volte però la sorte ha coniugato il risultato col bel gioco. Chi lo dirà ai detrattori dei mister dal calcio piacevole e organizzato, come Zeman e Sarri, – al cui ultimo Mancini si è ispirato – che è possibile giocare anche in Italia in modo internazionale e divertente?

Gravina e i dirigenti della Lega di A hanno il dovere di restituire al calcio italiano il senso dell’abbraccio tra Mancini e Vialli, il senso del calcio. Ritrovato una estate durante una notte magica.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Spagna 1-1 (4-3 r.): è la quarta finale europea della storia azzurra!

Una Italia più stanca e meno dominante della Spagna riesce nell’impresa di portare i favolosi iberici ai rigori. E lì i nervi degli azzurri, in controtendenza alla loro storia, restano saldi a differenza di quelli spagnoli. I quali dimostrano nel post partita, attraverso le dichiarazioni del loro mister, il Ct Luis Enrique, il perché sono stati così vincenti… sanno soprattutto perdere. Il mister delle furie rosse, dal vissuto umano drammatico, elogia la partita di entrambe le squadre definendo super l’Italia. Per questo motivo, l’ex allenatore anche della Roma e del Barcellona farà il tifo per gli azzurri in finale.

1. Il pre-gara italiano

Non che Paolo Guzzanti sia necessariamente una voce di rilievo ma colpì quando, durante una trasmissione di La7, definì l’Italia un Paese presuntuoso ed ego-riferito. Dalla cucina all’arte, il Bel Paese si definiva, secondo lui, tale soprattutto per un provincialismo imperante, per mancanza di conoscenza dell’estero e dei suoi usi e costumi. Vizio italico che si riverbereva nelle sue conseguenze nefaste anche tra i confini nostrani, dove nessuno era in grado di realizzare, anche solo a livello comunale, una comunità che fosse veramente tale.

E nel raccontare il match contro la Spagna, questa perfida descrizione del nostro Paese trova plastica dimostrazione. I media italiani hanno raccontato di una Italia più forte della Spagna quasi in ogni reparto. Improvvisamente l’Italia del Mancio era divenuta il Brasile del ’70 senza che nessuno se ne fosse accorto. Puntuale la risposta dei fatti: la Spagna maramaldeggia. Potrebbe vincere nei tempi regolamentari e supplementari con agio, ma l’inesperienza di un gruppo molto giovane e l’assenza di una punta esiziale condannano gli spagnoli alla forca dei rigori alla fine della cui lotteria escono onorevolmente sconfitti.

2. La partita

Due squadre molto simili nel gioco, Spagna e Italia. L’intento di entrambe è di controllare il possesso della palla sempre e comunque. Ci riesce nella semifinale di Wembley molto bene la Spagna, costringendo l’Italia al 35% di possesso palla. Il consolidamento del dominio del gioco riesce meglio se a fronte del pressing avversario l’uscita palla è gestita da Eric Garcia e Laporte piuttosto che da Chiellini e Bonucci.

L’Italia però ha il merito di non innervosirsi ed accettare il match del sacrificio. Combatte e difende a centrocampo e in area di rigore. Ha la sensazione, poi, con Chiesa di poter fare sempre male in contropiede. Unai Simon gioca una partita sensazione in termini di lettura: ha tolto costantemente la profondità all’idea italiana di attaccare in verticale una difesa spagnola non bravissima nei tempi del rinculo a palla scoperta.

E, in uno dei contropiedi, Chiesa segna un gol alla Lorenzo Insigne, un tiro a giro che si spegne all’incrocio del secondo palo. Nonostante una mole di gioco ispirata da due fantastici giocatori, Sergi Busquets e Pedri, e resa pericolosa dalle sortite offensive del demonio Dani Olmo, l’Italia è a un passo dalla finale, perché l’1-0 regge fin dal 60′!

3. I cambi

A 15 minuti dalla fine, tuttavia, sale in cattedra Roberto Mancini, ma le sue scelte sono controproducenti. Il ct azzurro toglie lo stanco Emerson Palmieri per l’accorto stopper Rafael Toloi. Dirotta Di Lorenzo a sinistra. Inoltre, avvicenda lo spento Verratti con Pessina. Già aveva, immediatamente dopo il vantaggio, sostituito l’impresentabile Immobile – Belotti non farà meglio – con Berardi, proponendo un insospettabile Insigne falso nove.

Il risultato è che l’Italia perde ogni velleità offensiva. Sia sulle fasce dove agiscono due terzini bloccati: uno per caratteristiche, l’altro per inusualità della posizione assunta. Sia centralmente dove Insigne non riesce a proteggere palla mentre Pessina e Barella creano più quantità che qualità in mediana.

L’ultima mossa deficitaria del Mancio consiste nel chiedere a Jorginho la marcatura ad uomo di Pedri. Il diciottenne genio spagnolo si tira fuori dalla posizione di trequartista, porta Jorginho nel mare magnum del centrocampo, si apre un buco nel cuore della difesa azzurra che la Spagna sfrutta in modo rapido e cinico. Morata si presenta a tu per tu con Donnarumma e lo trafigge. A dieci minuti dalla fine è di nuovo pari: 1-1.

4. Supplementari e rigori

Durante i supplementari, una Italia stremata resiste con la forza della disperazione ma non propone più alcun tipo di calcio. Resta soltanto la trincea, nella quale spicca più di tutti Giovanni Di Lorenzo autore di una prestazione, difensivamente parlando, immaginifica. Il Napoli fortunatamente gli ha allungato il contratto di un anno (ora la scadenza è 2026, fonte sky). L’applicazione del terzino partenopeo gli ha consentito di annullare sia fisicamente che tatticamente tutte le ali spagnole affrontate. Non ne ha sofferta nessuna!

Benché la Spagna abbia un paio di occasioni clamorose lungo i faticosi supplementari per chiudere la pratica anzitempo, il match alla fine giunge ai rigori. Unai Simon nella sua scelta di scommettere sempre sul tiro incrociato imbriglia soltanto il rigorista principiante Locatelli. Poi la perfezione degli altri rigori azzurri lo vedono inerme. Nel frattempo Dani Olmo ha pareggiato l’errore di Locatelli sparando il suo destro in tribuna, mentre Morata commette l’errore decisivo appoggiando il piatto sui guanti del portiere azzurro. Infatti, dopo il centroavanti juventino, va dal dischetto lo specialista Jorginho, che in modo magistrale non perdona e spiazza il portiere inviando un’intera Penisola, per una volta tutta unita, in finale!

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Belgio 2-1: l’Italia vola in semifinale

Grande prova di maturità dell’Italia di Mancini. Contro il falcidiato ma pur sempre forte Belgio gli azzurri sfoderano una prestazione sontuosa. Ormai sono a due partite dalla gloria. Perdono purtroppo per infortunio un fattore, lo sfortunatissimo Spinazzola.

1. Il pre-partita

Il Belgio dell’ottimo Martinez arrivava all’Europeo con tante aspettative. Il Belgio occupava prima dell’inizio della competizione iridata il primo posto del ranking per Nazioni. Tante stelle all’interno di un ciclo di calciatori che a dire il vero va verso la sua naturale conclusione. La semifinale mondiale in Russia, forse, l’apice già raggiunto per questo gruppo di giocatori.

Eppure, grazie alle importanti individualità, i red devils si presentevano al cospetto dell’Italia da favoriti, anche per come avevano vinto il girone eliminatorio… con grande faciltà. La fortuna dell’Italia, allora, è risieduta innanzitutto nell’infortunio muscolare di Hazard e nello strappo ai legamenti della caviglia di De Bruyne, eroicamente comunque in campo sebbene limitato nelle operazioni. Di certo tali defezioni del Belgio hanno riequilibrato il confronto tra le due nazionali.

2. La partita del Belgio

Così Martinez, conscio dell’assenza di Hazard, ha schierato il suo solito 3421 ma invece di presentare nel tridente d’attacco il veterano Mertens – fuori forma – sceglie il giovanissimo 2002 Jeremy Doku per sostituire l’ala in forza al Real Madrid.

Un azzardo? Macché. Il ragazzo nonostante la sconfitta del Belgio ha impressionato e ricordato il regale Ribery che nella finale del 2006 pur perdendo fece soffrire l’insuperabile difesa di Lippi. Due estati dopo, Franck sarebbe finito al Bayern a riscrivere insieme a Robben la storia del calcio.

Chissà quale sorte toccherà alla giovane ala di piede destro ora in forza al Rennes ma scuola Anderlecht. Sconosciuto prima di ieri sera ai tifosi italiani, ll ragazzino indemoniato ha però interpretato l’unica soluzione della compagine giallo rossa per attaccare la difesa schierata italiana. Ha saltato gli azzurri più e più volte, non facendo rimpiangere un ruolo che di solito è svolto con maestria da Hazard.

In un dribbling fisico più che tecnico, Di Lorenzo ormai saltato sbraccia sulla freccia nera belga che si sta dirigendo verso l’area piccola di Donnarumma. Doku ha anche l’insospettabile esperienza di ingigantire la spinta con una caduta plateale. Per l’arbitro sloveno è rigore. Un rigore generoso ma non inventato. Lukaku trasformando dimezza lo svantaggio: da 2-0 a 2-1 per l’Italia. Tuttavia, il risultato non cambierà più fino alla fine.

Conseguenza della scelta, da parte del Belgio, di una tattica attendista per poi dare a Lukaku la possibilità di sfidare in campo aperto i non velocissimi Chiellini e Bonucci. Ad azionarlo sarebbe toccato a De Bruyne, libero di trovare la posizione e ricevere la palla dopo la riconquista bassa della sfera.

La tattica riuscirà a sprazzi. Il Belgio costruirà anche quattro contropiedi micidiali ma il non averne trasformato nessuno, talvolta anche a porta vuota, rappresenta il motivo per cui l’Italia è in semifinale europea a Wembley mentre i red devils a casa.

3. La partita dell’Italia

Dal canto suo Mancini non ha derogato al 433. Riporta tra i titolari Chiellini per contenere Lukaku. Il capitano della nazionale azzurra concluderà la partita cancellando dal campo il centroavanti spaziale del Belgio e fresco campione d’Italia con la maglia dell’Inter.

Il merito di tale vittoria cavalleresca, più che al gladiatorio Chiellini, va ricondotto alla capacità dei centrocampisti azzurri di prosciugare, con coperture preventive puntuali e sempre dirette aggresivamente in avanti, lo spazio e il tempo della giocata agli avversari. De Bruyne e Lukaku alla fine sono finiti impiccati in un contropiede che raramente ha avuto sfogo benché quando azionato ha seriamente impensierito Donnarumma.

Il volume del gioco dell’Italia ha riempito il match di tanto azzurro e di poco Belgio. Alla fine tale copiosità di azioni italiche ha trovato sublimazione in due gol straordinari poi ben difesi da un lungo ma inoperoso assedio del Belgio.

Il primo gol di Barella: il centrocampista sardo e interista di adozione sguscia via con tenacia e qualità da una gabbia di tre uomini belgi dopo che la palla rocambolescamente, sull’ennesimo recupero palla alto degli azzurri, finisce tra i suoi piedi già stanzianti in area di rigore. E successivamente il suddetto dribbling sgusciante, l’incontrista italiano scarica un fendente sul secondo palo. Nulla da fare per il drago Courtois.

Il secondo d’Insigne: il talento napoletano, non ancora compiutamente profeta in patria, reagisce alle critiche di chi lo considererebbe spaurito in match di tale rilevanza segnando un gol dei suoi. Tiro a giro di destro sul secondo palo, lì dove ancora una volta le prolunghe di Courtois non possono arrivare, dopo aver condotto palla per svariati metri ed essersi concesso un dribbling secco su Tielemans.

Al quale i tifosi belgi dovrebbero rimproverare la sufficienza o l’impreparazione con cui ha affrontato Lorenzo il Magnifico. Di solito quest’ultimo rientra sempre sul piede forte, il destro. Incomprensibile la scelta del centrocampista belga in forza al Leicester di coprirgli il lungolinea e quindi il piede sinistro, almeno quanto quella della linea difensiva di non accorciare sull’accorrente portatore di palla Insigne.

4. La semifinale

L’Italia, dopo tante partite morbide, affronterà ora in semifinale anche la Spagna. Le furie rossa di Luis Enrique non convincono nessuno. Segnano sempre ma subiscono gol con altrettanta faciltà. Questa Spagna sicuramente è giovane ma tutto fuorché scarsa o senza qualità.

E l’aspetto che deve preoccupare di più l’Italia consiste nella capacità della Spagna di essere comunque stata in grado di arrivare fino in fondo nonostante le contestazioni più dure provenissero dai media e tifosi spagnoli. Attenzione anche a Luis Enrique, il più mourinhiano dei tecnici iberici, in grado cioè di consolidare il gruppo intorno alle critiche.

Inoltre, benché l’Italia arrivi con il vento in poppa a questa partita che la vedrà inopinatamente favorita, il grave infortunio rimediato da Spinazzola contro il Belgio – lesione del tendine di Achille – trasformerà la catena di sinistra con la presenza di Emerson Palmieri in un settore più accorto ma molto meno ficcante del solito. E il rischio di dominare senza poter sfondare contro una Spagna contropiedista e resiliente, come mai fino ad ora, è molto concreto.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Austria 2-1: quanta fatica per gli azzurri

Un Ottavo di finale apparentemente non complicato si è rivelato una vera agonia per gli azzurri. Sin dalle premesse, la polemica sull’inginocchiarsi o meno dell’Italia prima del fischio d’inizio ha creato inutili tensioni. Poi la tenacia austriaca ha irretito la compagine del Mancio. Gli italiani infatti hanno dovuto aspettare il 120′ per festeggiare il passaggio del turno. I cambi dalla panchina decisivi per la vittoria!

1. Black lives matter

Le due magliette rosse indossate dai tennisti italiani, Panatta e Bertolucci, nella finale di Coppa Davis del 1976 a Santiago del Cile in segno di protesta al regime sanguinario di Pinochet mentre il dittatore assisteva alla partita sugli spalti. Il saluto romano non sferrato nell’aria da Bruno Neri, calciatore della Fiorentina, prima di una partita del campionato italiano all’epoca del fascismo. Le svastiche che intimoriscono e spaventano quando spuntano disegnate sempre più frequentemente sui muri delle nostre città. Il simbolismo sociale e politico non è un concetto svuotato di contenuti concreti.

Dipende solo da quanto interessi una battaglia! Il Fascismo preoccupa ancora gli italiani per le conseguenze che comporta. Basta studiare un libro di storia di Quinta elementare per rinfrescarsi la memoria. Il riconoscimento invece di una migliore posizione sociale e culturale del popolo africano in Occidente non rappresenta priorità degli animi tricolore.

Lo dimostra Chiellini che scambia l’inchino disputato come un gesto di lotta politica al Nazismo. Il sostituto capitano della nazionale italiana, Bonucci, un paio di anni orsono ammoniva la reazione scomposta del suo compagno di squadra alla Juventus Moise Kean per aver reagito, quest’ultimo, agli ululati razzisti piovuti dagli spalti della Sardegna Arena di Cagliari e a lui indirizzati. Anche il vice capitano Leonardo dunque sarebbe risultato inadeguato nel dare spiegazioni alla stampa sui termini etici e morali della scelta.

Il referente politico della spedizione azzurra, ossia il Presidente della Federazione Gravina, aveva tracciato la strada, come del resto anche lo stesso Mancini: chi vorrà s’inginocchierà. Una concessione di libertà espressiva un tantinello troppo spinta per un Paese che ha una libertà di stampa appena più effettiva della Corea del Nord e che al momento vanta al Governo un Partito come la Lega Nord.

Alla fine l’Italia ha scelto l’opinabile strada del cameratismo militare. Così non si è inginocchiato nessuno, perdendo un’ulteriore occasione di risultare simpatica, democratica o almeno contemporanea.

2. Il Primo Tempo

Il match contro l’Austria appariva insidioso ma alla lunga pochi erano i dubbi su chi avrebbe passato il turno. L’Italia aveva l’arduo compito di giocare bene al calcio, rispettare i pronostici in un ambiente completamente diverso da quella di Roma. La partita si è disputata nel tempio del calcio inglese, Wembley, al cospetto di pochi tifosi e non tutti italiani.

Gli austriaci dal canto loro, guidati da un tecnico di origine italiana (Foda), hanno dimostrato sin da subito di aver fatto i compiti, proponendo un 451 attendista ma non speculativo. Il 3421 con cui in modo molto offensivo attacca l’Italia consentiva agli azzurri di schiacciare costantemente l’Austria nella propria area di rigore. Tuttavia, è sempre risultato impossibile per gli azzurri entrare con le combinazioni in area di rigore.

La Nazionale per almeno tutti i tempi regolamentari si è affidato al tiro da fuori. Immobile e Barella i più pericolosi. Molto male Berardi, anche Insigne che però si salva sfoggiando prestazione di grande abnegazione difensiva.

3. Il Secondo Tempo

Più il tempo però trascorreva e più il dominio posizionale del campo diventava per l’Italia difficile attuarlo. Le energie psicofisiche andavano lentamente prosciugandosi. Così l’Austria, nel 2 tempo, meno pressata prendeva il sopravvento, alzando i terzini Lainer e Alaba e costringendo Insigne e Berardi a rincorrerli.

Le due mezze ali austriache, Sabitzer e Schlager, agendo alle spalle di Barella e Verratti (autori di prestazioni non scintillanti) impedivano ai centrocampisti azzurri di mettere pressione al regista Grillitsch. Quest’ultimo sempre libero, quindi, di ordire la manovra insieme ai due centrali di difesa. Immobile costretto progressivamente ad un torello.

Alla fine l’Austria rischiava anche di vincere anzitempo il match. Arnautovic segnava un gol che per pochi centimetri è risultato irregolare per offside. L’Italia metabolizza lo spavento accogliendo di buon grado la soluzione supplementari, anche se Berardi avrebbe la palla a tre minuti dalla fine per segnare il gol partita. Tuttavia, il fantasista calabrese la spreca malamente con una rovesciata manifesto della sua serata poco lucida.

4. Primo Tempo supplementare

I cambi di Mancini, tra la metà del secondo tempo e la fine dei 90 minuti, servivano per dare una verve atletica e fisica necessaria per attaccare le spalle di una difesa biancorossa molto organizzata, per vincere duelli in mezzo al campo contro gli arcigni austriaci e infine creare superiorità numerica. Locatelli, Pessina, Chiesa e Belotti riescono nel compito a cui fino a quel momento, maestosamente, si erano dedicati in pochi: Spinazzola, Di Lorenzo e i due centrali difensivi.

Jorginho dall’alto della sua classe si è erto, come sempre, con intelligenza sopra tutti gli altri: ormai è davvero in onda su tutte le frequenze mondiali Radio Jorginho per come gioca e comanda.

L’attacco puntuale alla profondità di Chiesa, servito dallo spaziale Spinazzola che è così in forma da costringere Insigne a fare il fluidificante per lasciargli il posto da ala, è vincente. Il figlio di Enrico sfrutta una esasperata diagonale di Alaba, si ritrova dunque solo sul lato destro dell’area, stoppa il pallone, rientra sul sinistro eludendo il disperato rientro del centrale austriaco e fulmina il portiere avversario con un tiro di sinistro che finisce all’angolino basso del secondo palo.

Poi entra in scena Insigne. Dopo tanti minuti di pavida diligenza, sfodera una punizione all’incrocio che avrebbe meritato il gol ma il portiere austriaco mette le mani e devìa in angolo. Lorenzo, inoltre, indovina un assist per Acerbi in un inusuale posizione di centroavanti. Il leone della Lazio passa rocambolescamente la palla a Pessina, che non si fa pregare e alla Perrotta segna il gol del 2-0.

5. Secondo Tempo Supplementare

Il gol di Pessina, il forcing azzurro per realizzare dinanzi all’avversario sanguinante il colpo del Ko, risultano decisivi e segno di grande maturità. Infatti, l’Austria non si arrende. E prima impegna Donnarumma alla grande parata. Poi Sabitzer spreca da pochi passi un gol già fatto sparando in tribuna.

Infine, il centroavanti subentrato ad uno splendido Arnautovic (che ha severamente impegnato Bonucci), tale Kalajdzic, giocatore molto stimato in Bundes dove nell’ultima stagione ha siglato 16 reti, dall’alto dei suoi 2 metri spizza in tuffo una palla proveniente dal corner destro del teleschermo la quale trova il corridoio giusto per insaccarsi in porta sul lato del primo palo.

La partita sembrerebbe riaperta ma in realtà l’assedio austriaco risulta fortemente sterile, consentendo all’Italia di difendere senza affanni il vantaggio che la porta a Monaco di Baviera per giocarsi all’Allianz Stadium i Quarti di finale dell’Europeo contro Belgio o Portogallo.

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Galles 1-0: Mancini eguaglia Pozzo

Italia-Galles. Mancini, con una sola vittoria, raggiunge il primo posto del girone europeo, stacca il pass per gli Ottavi di finale ed eguaglia il record di 30 risultati utili e consecutivi di Vittorio Pozzo. Quest’ultimo leggenda del calcio italiano. Ct di due spedizioni mondiali consecutivamente conclusesi con l’alzata al cielo della Coppa Rimet, ex Coppa del mondo. Padre spirituale del Grande Torino. Fu lui a riconoscere i corpi dei suoi ragazzi tra le macerie di Superga e prima ancora ad insegnargli a giocare il calcio degli angeli.

1. Italia-Galles, Italia da primato

Italia-Galles. L’italia, piegando la resistenza di un orgoglioso Galles, raggiunge il primo posto del girone non ancora conquistato matematicamente. I punti a referto sono nove. Sette i gol fatti. Zero invece i subiti. Trenta le partite senza perdere dell’Italia. Da undici incontri i portieri azzurri non subiscono reti.

Una magia che contro il Galles rischiava di finire: l’italia aritmeticamente perlomeno già seconda schierava, secondo i principi del buon turnover, otto giocatori diversi dall’ultima partita. Hanno esordito in corso di match altri tre calciatori azzurri. Dal canto loro, i britannici avevano una differenza reti nettamente favorevole rispetto alla Svizzera, impegnata contro la già eliminata Turchia e dunque facilmente pronostocabile vittoriosa. Per questo Bale e co., alla vigilia del match contro l’Italia, non erano ancora certi del Secondo Posto. Così affrontavano la partita con la formazione migliore.

Il risultato che ne è venuto fuori ha prodotto una Italia poco fluida ma vogliosa di non rinunciare a percentuali d’intensità ed estetica. Verratti ha spiegato calcio. E un Galles che aveva più un orecchio alla radiolina che al campo in attesa di buone notizie dallo stadio di Baku dove stava svolgendosi Svizzera-Turchia. Gli elvetici dovevano recuperare anche con il contributo dell’Italia un differenziale di 5 reti ai gallesi. La Svizzera contava un -3 di DF mentre il Galles un +2. La rimonta alla fine è rimasta incompiuta e la speranza rivelatasi vana.

2. C’est la precision qui fait la difference

Il vantaggio che ha mollato gli ormeggi dell’incontro Italia-Galles è derivato da una scelta molto convincente di Mancini: rinunciare alle ali a piede invertito – Chiesa (molto vivo) e Bernardeschi (sempre meno convincente e comprensibile la sua convocazione) – per posizionarle sulla fascia del loro piede forte.

Il Galles proponeva grande densità al centro del campo. L’Italia perciò in fieri ha risolto il rebus difensivo cercando gli uno contro uno dei due ragazzi scuola Fiorentina sulla fascia. Lo scopo era superare i quinti del centrocampo avversario e arrivare sul fondo del terreno di gioco per servire il generoso Belotti o l’accorrente Pessina. Il primo, punta centrale monocorde, è infine risultato incapace di calarsi come Immobile nell’articolata architettura codificata dal Mancio, a sua volta ispirato da Sarri. Idoneo, pertanto, servirlo tramite i cross dal fondo.

l’Italia metabolizza subito il cambio tattico di cui sopra e genera due occasioni da gol. Alla fine realizza la rete del poi definitivo 1-0 su calcio piazzatto durante il corso del Primo Tempo. Il taglio sul primo palo del centrocampista Pessina, scuola Monza e ormai da un po’ di tempo in forza all’Atalanta, è cercato dal piede certosino di Verratti e risulta vincente. Tenta, Pessina, di raddoppiare su azione da gioco ma con dinamica uguale alla punizione calciata da Verratti, però sciupa.

Pessina impressiona per l’intelligenza mai riflessiva con cui approccia alle partite e agli innumerevoli grandi eventi a cui ha partecipato quest’anno da protagonista sebbene novizio. I tempi d’inserimento sono gli stessi del Perrotta di Spalletti: orologio svizzero, Matteo! Superiori persino a quelli di Barella, il quale però vanta rispetto al suo competitor un volume di gioco superiore. La mezz’ala interista è un carrarmato; Pessina un V2.

3. I prossimi avversari degli Ottavi di Finale

Una Italia impavida ha scelto di vincere e onorare la partita Italia-Galles accettando così il rischio che il suo primato gli comportava, cioè di dover battersi già ai Quarti contro la Francia. Però prima agli Ottavi tocca ad una tra Austria e Ucraina.

Si ricorda che se l’Italia, perdendo contro il Galles, si fosse qualificata come Seconda, avrebbe beccato agli Ottavi una tra Russia, Finlandia e Danimarca ma ai Quarti la potenziale teste di serie non irresistibile dell’Olanda.

Tant’è… bisogna ora focalizzarsi su due compagini diverse: l’Ucraina ha un atteggiamento prettamente difensivo nella speranza di poter sprigionare in contropiede la tanta qualità della sua trequarti. Malinovsky, Zinchenko e Yarmolenko su tutti. Squadra che però mostra lacune, oltre che complessive sia dal punto di vista tattico che tecnico, soprattutto mentali.

Anche l’Austria ha la stessa problematica di convivere psicologicamente con un potenziale che appare inesploso e chissà quando riproponibile. Sulla nazionale austriaca campeggia il simbolo della Bundes di cui è enclave nell’Europeo. Pochi giocatori ma di ottimo livello, a differenza dell’Ucraina che sembra dotata di un roster leggermente più lungo. Capeggiati gli autriaci da Alaba in versione libero di Gaetano Scirea ai mondiale dell’82. Difende ma all’occorrenza, il nuovo giocatore del Real Madrid, deve poter anche servire l’assist a Tardelli, del quale imita fioretto e sciabola quell’austero Signore del centrocampo quale Sabitzer. Sembra proprio andare ad un’altra velocità di gambe e di pensiero rispetto ai suoi compagni.

L’Italia ha il dovere di passare con entrambe. Gli azzurri devono regalarsi, salvo sorprese, il Quarto contro Monsieur Karim The Dream Benzema e soci. Sconfiggere gli avversari forti senza smobilitare dal proprio credo nobilita il gioco perseguito e la mentalità vincente e non speculativa. Giusto cercare il Paradiso attraverso Inferno e Purgatorio, basta che poi questo percorso ex post non diventi alibi o rimpianto. Chi ci ha giocato davvero a calcio in Paradiso, quand’ancora era in terra, non approverebbe. Firmato Vittorio Pozzo e i ragazzi del Grande Torino.

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Svizzera 3-0: azzurri da tripla doppia

L’Italia di Mancini gioca talmente bene al calcio che sembra un club. Un team in grado di vincere soltanto di tre a zero in tre a zero. La contemporaneità e la freschezza degli azzurri riporta alla mente la nazionale del mondiale italiano del ’90. Che siano tornate le notti magiche? O è una nostalgica, benché dal finale amaro, rivisitazione di un tempo che fu come in un film di Virzì?

1. Due Italia a confronto

Durante i mondiali del ’90, i ragazzi di Valcareggi furono sospinti da una Italia borghese e benestante, che si godeva liberamente allo stadio Olimpico la propria competizione internazionale e sosteneva, con una torcida elegante ma appassionata, calciatori giovani, ricchi, forti e famosi. Una nazionale azzurra anche all’epoca pensata su di un calcio offensivo. Senza fuoriclasse affermati ma in rampa di lancio. La solidità e l’esperienza affidata dal ct dell’epoca al reparto difensivo.

Quella squadra nazionale rappresentava un Paese profondamente diverso: pieno di opportunità da Nord a Sud. Per un attimo apparve veramente per una sola volta unito. Milano era da bere ma Napoli era tornata capitale della politica, della musica e dello Sport. Napoli campione d’Italia nel calcio e nella pallanuoto; Caserta campione d’Italia nel Basket. I soldi del post-terremoto, non senza scandali, alimentavano una economia fallace ma sul breve periodo efficiente. Dal punto di vista politico, il Sud grazie ai suoi membri della Dc ( partito ancora in piedi prima dell’imminente Tangentopoli) vantava vessilli in tanti Ministeri e posti di prestigio istituzionali.

L’Italia del Mancio dal canto suo, invece, sembra in missione: risollevare il morale ad una Nazione falcidiata dal covid, dalla disillusione e dalla disoccupazione. Il calcio così codificato, intenso ed emotivo degli azzurri ha anche l’arduo compito di rendere più popolato di com’è lo stesso stadio Olimpico la cui capienza è ridotta causa Pandemia dei tre quarti.

2. Italia – Svizzera

Una superiorità attesa, quella italiana, che si è confermata sul campo. A nulla è servita l’esperienza laziale del ct svizzero Petkovic per arginare, attraverso una conoscenza diretta e approfondita del nostro calcio, la scioltezza con cui l’Italia sta sbrigando i match di questo Europeo.

La partita contro la Svizzera sembra immediatamente porsi nella direzione giusta grazie al tap-in vincente del capitano Chiellini su calcio d’angolo d’Insigne. La rete è giustamente annullata per fallo di mano del difensore juventino, che dopo pochi minuti esce per infortunio muscolare. Il futuro dell’Italia all’Europeo dipenderà anche dalle condizioni fisiche. L’infermeria è già piena: Chiellini, Florenzi e Verratti. La panchina dell’Italia abbassa il valore della squadra titolare.

Anche il 3412, proposto dagli elvetici per cercare un uomo contro uomo a tutto campo e vincere la partita imponendo supremazia negli scontri individuali, non ha sortito effetto. L’Italia ha perfezionato l’uscita da dietro. E con lucidità, per tutto l’arco della partita, ha trovato sempre esiziali uno contro uno a campo aperto degli attaccanti italici contro i difensori svizzeri. E come contro la Turchia, Berardi salta il rispettivo marcatore e stavolta a metterla dentro è la felice sorpresa in ascesa professionale Manuel Locatelli.

3. Manuel Locatelli

Man of the match: Manuel Locatelli. Ragazzo di belle speranza della cantera milanista, sbolognato dai rossoneri dopo non aver confermato le iniziali e strabilianti premesse. Il che racconta tutto della poca lungimiranza da cui è afflitto questo Paese.

De Zerbi, allenatore ideologico ma preparato ed espatriato addirittura in Ucraina per non abdicare al suo credo calcistico, ha trasformato il demoralizzato Locatelli in un perfetto centrocampista box to box. Abbina la mezz’ala sassolese regia e supporto alla manovra. Sembra Hamsik benché manchi dei gol dello slovacco; reti che però ora pare stia iniziando a siglare a partire dalla sua esperienza in Nazionale, alla quale ha già donato una doppietta.

Infatti anche il secondo gol dell’Italia ha la firma di Locatelli, che trafigge il portiere svizzero con un tiro preciso da fuori. La passiva difesa svizzera, onde evitare imbucate alle spalle, ha progressivamente accomodato il baricentro della linea a 5 sulla linea dell’area di rigore, lasciando spazio ai frombolieri azzurri. Oltre a Locatelli, anche Ciro Immobile ha così avuto il tempo di prendere la mira e segnare il terzo e ultimo gol della vittoria italiana ai danni della Svizzera.

4. Quali prospettive?

Mancini si è concesso anche un cambio modulo sul risultato di due a zero per l’Italia. E’ passato ad un 352 per fronteggiare una Svizzera che nonostante le difficoltà, in contropiede, era riuscita nel secondo tempo ad impegnare, seppur per una sola volta, severamente Donnarumma. All’interno di questo nuovo schieramento ha ancora di più impressionanto lo spirito e la verve di Di Lorenzo, che pur mancando della tecnica di Florenzi rappresenta puntuale sbocco per la manovra.

Se l’Italia dovesse trovare anche flessibilità tattica entro principi di gioco ormai collaudati, allora la prospettiva potrebbe risultare interessante, al netto di ciò che i campioni di cui le altre nazionali sono dotate intendono lasciare all’Italia stessa. Al momento l’unico modo con cui si può realmente mettere in difficoltà la squadra del Mancio sono le ripartenze profonde alle spalle dei terzini. Il prossimo avversario, mediocre, il Galles da questo punto di vista rappresenta ottimo test.

I gallesi vantano decatleti sulla delantera del valore di Bale, Ramsey e James. Propongono una difesa altrettanto bassa come quella turca e svizzera ma molto più dedita alla battaglia. Gioca, il Galles, alla britannica e cioè con una certa qual risolutezza nel vivere dentro la propria area di rigore e nell’accettare di giocare soltanto su contrasti e seconde palle.

Infine, la sfida con il Galles è nel frattempo divenuta utile per il primato del girone. L’Italia ha due risultati su tre. E perchè no, anche la volontà di migliorare le statistiche che la riguardino: 29 partite da imbattuta e sette clean-sheet consecutivi per Donnarumma. Numeri che obiettivamente sembrano non poter spaventare soltanto la Francia di Deschamps.

Massimo Scotto di Santolo

Turchia – Italia 0-3: dov’è la vittoria?

L’Italia del Mancio, all’esordio casalingo in questo Europeo itinerante e già passato alla storia perchè macchiato dal covid-19, ha offerto gol e spettacolo.

1. Notti magiche?

La Turchia dell’allenatore leggenda Gunes, che portò i turchi fino alla semifinale mondiale nel 2002, è apparsa fin troppo difensivista e rinunciataria. Il muro eretto è durato 45′, complice una Italia tesa ed imprecisa. Poi il goffo autogol dello juventino Demiral ha dissolto in polvere di stelle pressioni e paure. L’Italia così ha dilagato.

E per molti italiani che ancora stoicamente serbano spirito patriottico, la notte di Roma in un Olimpico di nuovo popolato dal tifo è sembrata come una di quelle notti magiche e tipicamente romane: così nere da sporcare le lenzuola oppure da passare in centomila in uno stadio!

– Doveroso il piccolo omaggio ad un poeta bolognese e alle sue sere dei miracoli dal momento che la Virtus Bologna ha schiantato ieri sera, nella finale scudetto del campionato di basket, l’Armani Milano per 4 vittorie a 0, benché i virtussini non siano ben accetti nella Superlega del Basket mentre i modaioli milanesi sì -.

Ma come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, le stelle erano sparite non solo perché concentrate in campo ma anche perché una cortina di fumo denso e tossico ha oscurato la bellezza del gioco della Nazionale di Mancini e dei coraggiosi calciatori azzurri tra principianti in erba e ottimi calciatori in cerca di consacrazione.

2. Riflessioni amare ottenebrano sulla Nazionale

Fa piacere, infatti, che l’Italia tutta si sia accorta ora, dopo 3 anni, del fatto che Mancini abbia mutuato il gioco di Sarri, due degli innumerevoli registi di cui godeva in quel Napoli Maurizio – Jorginho e Insigne (sì quelli che con Ventura e Conte non dovevano vedere campo) – e abbia fatto bingo.

Tuttavia, è proprio questo che infastidisce della Nazionale Italiana, cioè che al momento stia difendendo ed esaltando un movimento, tra scandali arbitrali e presidenti protervi, marcio fino al midollo.

Tale marciume è calcisticamente ben rappresentato dall’ipocrisia di Mancini, il quale qualche anno fa chiedeva la radiazione di Sarri per un insulto omofobo e ora invece ne copia principi e strategie. Chi si accoderebbe al credo di un omofobo se fosse dotato di dignità e orgoglio?

Fa però sempre ribrezzo veder da chi è onerato del racconto di questa Nazionale non riconoscere ad un pionere (Sarri) la sua lungimiranza. Come se l’Olanda negasse che il suo calcio sia nato dal duopolio: Happle e Michels. Come se il Barcellona negasse all’impronta immaginifica di Cruijff il merito dell’ascesa del club in ambito europeo. E la timidezza con cui durante il post partita Sky un decano del giornalismo italiano, Paolo Condò, pavidamente annuisce al corretto paragone che Piccinini compie tra la coppia Spinazzola-Insigne e Ghoulam-Insigne è oleograficamente riassuntivo di quanto si sta dicendo.

3. La damnatio memoriae di Zemanlandia

Altrettanto raccapricciante, per altri motivi stavolta, è la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto Zeman, il quale ha fornito alla nazionale italiana terzino destro, mezz’ala, trequartista e punta centrale: Florenzi, Verratti, Insigne e Immobile.

In un’altra Nazione sarebbe celebrato come che ne so… Ragnick, eminenza grigia del calcio tedesco, padre spirituale della Germania pallonara contemporanea. E invece niente, nulla! Tutto ciò per colpa di una testimonianza in Tribunale contro dei cialtroni che ancora rovinano il pallone.

4. La Federazione spieghi

La Federazione può spiegare esattamente quali valori questa Nazionale del Mancio segue? L’irriconoscenza tecnica e professionale nei confronti di chi non si è piegato, a differenza di Vialli e Mancini, alle logiche del Potere calcistico? Oppure la salute di un movimento che al momento Report sta picconando in tutte le sue contraddizioni?

E sul rigore non fischiato agli azzurri per il braccio largo di Celik, chi non ha pensato a tutti i tifosi italiani che domenicalmente subiscono torti arbitrali del genere e poi nel post partita devono anche sentirsi la nenia sul regolamento o la predica sulla cultura dell’alibi.

L’Italia farà bene, molto bene, perché gioca un gran calcio nato altrove, molto lontano da Coverciano… sarà divertente infine sentire, laddove non dovesse vincere l’Europeo, i processi sul bel giuoco che alla resa dei conti non paga.

Stavolta non ci saranno, perché l’alibi ad hoc è già stato creato: ci sono Nazionali più forti! Perché questa legittima giustificazione fu derubricata a sindrome del perdente per Sarri e Zeman?

Caressa giura che “siamo una macchina da guerra”… dopo 5 anni di assenza dell’Italia da una competizione per Nazioni e dopo 11 anni di astinenza dei club italiani da una vittoria in campo internazionale, mi verrebbe da concludere: Quante certezze, Fabio, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo!

Massimo Scotto di Santolo

17.05.1989: Il Napoli vince la Coppa Uefa

In seguito ad una cavalcata che vide la squadra di Ottavio Bianchi battere squadre del calibro di Juventus e Bayern Monaco, il Napoli vinse la sua prima ed unica Coppa Uefa. La sfida che ebbe luogo su due partite, l’una al San Paolo di Napoli e l’altra al Neckarstadion di Stoccarda, vide trionfare i partenopei. Il parziale dell’andata fu 2-1 per il Napoli. Quello del ritorno in terra tedesca un rocambolesco 3-3.

1. La catarsi

Fu catarsi. Affrancamento internazionale dopo quello nazionale. Una fiumana di azzurro che seguì la musa Maradona fino in Germania. Ai pellegrini si affiancorono gli esuli partenopei, emigrati in cerca di fortuna presso le fabbriche tedesche.

2. Il gol di Alemao

E poi al 2-1 dell’andata al San Paolo si aggiunse la rete in trasferta di Alemao; la cui corsa infinita a depositare pallone e liberazione nella porta dello Stoccarda mutò in leggenda grazie alla cortese voce di Bruno Pizzul, che raccontò di quella sgroppata lunga e affusolata l’ineluttabilità.

Klinsmann, giovane attaccante tedesco e protagonista l’anno dopo in Italia con la maglia dell’Inter teutonica del Trap, accorciò temporaneamente risultato e fiato dei partenopei. Fu in un attimo ancora 3-2 per il Napoli.

2. Il gol di Ferrara

Si aggiunse a quest’ultimo parziale la segnatura di Ciro Ferrara, il quale di collo trasformò in rete uno degli assist più intuitivi della storia di calcio. Maradona che non solo rifornì dunque di testa dall’altezza di un calcio d’angolo corto Ciro lo scugnizzo,a cui dedicherà la vittoria finale, ma anche Antonio Careca.

3. Il gol di Careca

Sul 4-2 momentaneo per il Napoli, il brasiliano infatti, alla vigilia pesantemente febbricitante, seguì un contropiede lanciato da Diego per poi concludere l’azione con un tocco sotto leggiadro e soave a scavare via paure e sconfitte.

E poi la genuflessione e l’invocazione del carioca… “Diegooo”. Maradona, paterno, che corre ad abbracciarlo in terra. Gli aveva chiesto, el Diez, di giocare nonostante la febbre. Aveva avuto ragione lui. Uno sforzo che Careca ringrazierà sempre di aver fatto.

4. La festa!

E quando il 3-1 rifilato a domicilio allo Stoccarda sembrava aver concluso il discorso, prima Gaudino, proprio un figlio della Campania emigrante, e poi Schmaler su retropassaggio errato di un altro campano, Nando De Napoli, agguantarono seppur tardivamente il pari per i tedeschi.

Restava nel frattempo soltanto il tempo però di un triplice fischio. E al terzo fischio fu festa, la seconda più bella dopo quella del primo scudetto!

Massimo Scotto di Santolo

SUPERLEGA: se non hanno più pane, che mangino brioche

Dodici club, ormai definiti cinematograficamente “quella sproca dozzina”, hanno attuato il primo vero scisma del calcio, creando una Superlega privata. La partecipazione richiede un diritto di sangue: l’essere allo stesso tempo sfacciatamente ricchi, indebitati e in tutto il mondo seguiti. Tale privilegio autoassegnatosi dalle squadre dissidenti sembra riportare alla memoria vecchi discorsi illuministici e pasoliniani, i quali intrecciano il dato economico con quello etico.

1. La notte dei lunghi coltelli

Il 18 Aprile di due notti fa è una Domenica di inizio Primavera, durante la quale i campionati nazionali offrono ognuno il suo posticipo più o meno rilevante. L’Italia offre la brodaglia Napoli Inter 1-1. Un pareggio timido tra una squadra, l’Inter, già campione e una squadra fragile, il Napoli.

Poco dopo, nel bel mezzo dei soporiferi postpartita, una notizia inizia a rincorrersi sul web. L’indomani diverrà ufficiale: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Inter, Juventus, Milan, Man City, Man utd, Arsenal, Chelsea, Tottenham e Liverpool hanno deciso tra lo stupore generale di creare una Competizione internazionale, infrasettimanale e privata – la Superlega -, completamente sostitutiva della Champions e finanziata dal colosso bancario Jp Morgan per un prestito di 3 miliardi e mezzo. E’ invece in corso la ricerca del broadcaster disposto a trasmettere il nuovo prodotto calcistico mentre gli uffici di rappresentanza e di comunicazione della Superlega sono già attivi.

Non casuale la scelta di uscire allo scoperto da parte dei “Leghisti”, commettendo per molti (tra cui il Presidente della Uefa Ceferin su tutti, nonché padrino della figlia di Andrea Agnelli) un autentico tradimento, poco prima dell’annuncio della nuova Champions League.

Format il quale la sporca dozzina ha preteso e ha supportato nella creazione. Tuttavia, nel 2024 La Champions prevederà più partite ma incassi simili a quelli attuali. Non è bastato alla Uefa cedere anche sulla rivisitazione, ora ritrattata, del Fair Play finanziario. Agnelli e soci hanno ritenuto queste gentili concessioni non sufficienti per le esigenze presenti e future di quelli che si autodefiniscono i più grandi club nel panorama calcistico mondiale.

2. Il conformista

-Una immediata riflessione sopraggiunge, cioè quanto avessero ragione Pasolini e Moravia sul fatto che chi si scandalizza è un conformista. La Superlega era un lento fiume carsico in attesa di fuoriuscire. Il Covid ha aperto la voragine divenuta sorgente. Ragionevole e giustificato arrabbiarsi, meno rimaner stupiti alla notizia, soprattutto da parte degli addetti ai lavori -.

3. Il dato economico

L’immediata considerazione che soggiace alla creazione della Superlega è la seguente: i dodici club fondatori radunano insieme una posizione debitoria di 6 mld. A questi ultimi vanno immediatamente aggiunti i quasi 4 del finanziamento della Jp Morgan. Una tantum la banca americana garantirebbe ai partecipi della competizione elitaria in questione tranches da 350 mld. I diritti televisivi sarebbero a parte.

I club più ricchi, maggiori vincitori degli ultimi trofei Uefa e federali messi in palio, non trovano nel sistema calcistico comunitario i giusti stimoli finanziari. Nel frattempo l’importanza conseguita dai loro brand gli consente di rischiare una tale separazione. Champions e campionati che sorti avrebbero senza i suddetti club, visto che questi ultimi sommano uno dei quattro miliardi di tifosi in giro per il mondo?

4. Compatibilità con i campionati nazionali

Anche se formalmente nessuno dei presidenti dissidenti ha voglia di abbandonare i campionati nazionali. Al momento, però, le leghe federali offrono 12 turni infrasettimanali. La Superlega richiede almeno 23 slot infrassetiminali. Come conciliare? I campionati avrebbero lo stesso appeal in mancanza dei clud dissidenti? E questi ultimi esclusi dai campionati domestici potrebbero reggere una sola competizione da poco meno di 30 partite? Essi infatti hanno intenzione di rinunciare alla Champions, Europa e Conference League.

Va subito detto che come in egual ambito comunitario nulla è stato possibile compiere, da un punto di vista giuridico-ostativo, contro la creazione della Eurolega di Basket, che ricalaca il modello della Superlega, resta complicato bannare gli artefici della separazione dalla Uefa, dalla Fifa e dalle rispettive Federazioni cui appartengono. Vano potrebbe risultare inoltre anche il tentativo di escludere i calciatori sotto contratto di tali squadre dalle competizioni per Nazioni.

Infondato anche il paragone con la suddetta Eurolega o con la Nba: la prima, da ultime notizie, dopo uno inizio di successo sta perdendo pezzi. La seconda è un’associazione privata esterna agli organismi sportivi internazionali, ha alle spalle una base dilettantistica, prevede una trade tra giocatori senza passaggi di danaro e infine con il sistema del Draft impone l’alternanza al vertice.

5. Florentino Perez

Florentino Perez, in una intervista di ieri sera alla compiacente emittente Chiringuito Tv, assicura dal canto suo che, sebbene la partecipazione alla Superlega sia su inviti, i benefici economici degli invitati ricadrà anche sui non invitati. Sono stati predisposti infatti un premio di non partecipazione di 10 mln cadauno ma anche, va da sé, una capacità di rispondere a richieste economiche più esose per l’acquisto dei calciatori militanti nelle squadre esterne alla Nuova Lega.

6. La posizione di Rumenigge

Ed è proprio questo il punto: benché la Superlega assicuri che i soldi di Jp Morgan dovranno utilizzarsi su infrastrutture all’interno di un sistema che prevederà un salary cap, la situazione d’indebitamento, causativa della Superlega, preesiste all’ideazione di tale competizione. I buchi di bilancio, da una parte, provengono dalla costruzioni di stadi avveneristici; dall’altra, dalla formazione di rose di calciatori strapagati almeno quanto i loro procuratori. Il Covid ha aggravato le perdite.

Permettersi stadi e/o giocatori oltre le proprie possibilità davvero è una colpa della Uefa o dei club di Provincia? Oppure è riconducibile semplicemente a malagestione manageriale dei club indebitati riottosi a perdere a causa di un ridimensionamento momentaneo ma obbligato? Ed è proprio questa la posizione monitoria che Rumenigge, con tutto il calcio tedesco compatto alle sue spalle, assume sulla Superlega rifiutandone – per ora – l’invito a parteciparne.

7. Uno stato pre-rivoluzionario

Alla domanda su-esposta la sporca dozzina risponde si. L’incapacità della Uefa di dotare le sue competizione di maggiori introiti nasce da una politica eccessivamente inclusiva nonostante, albi d’oro alla mano, essa abbia garantito agli scissionisti vittorie e ricchi premi. Ai grandi club non basta più il privilegio di vincere sempre e comunque ma anche di guadagnare molto di più di quanto già avvenga attraverso l’eliminazione del seguente tipo di partita: Davide contro Golia.

Ed è ciò che Perez e Agnelli hanno ribadito rispettivamente ai microfoni tv e in riunione di Lega. All’opposizione che la permanenza delle loro squadre nei campionati nazionali deprederebbero ogni brandello di competitività, la tesi della Superlega è “tanto comunque già non c’è più”.

Questo sarebbe alla base poi della scelta di creare una Lega super-esclusiva e iper-tifata tra club che incrocino soldi, blasone, tifo e follower. Poi spulci gli annali delle ultime dieci stagioni e si fa fatica a comprendere, tifosi e fatturati a parte, cosa abbiano gli attuali Atletico Madrid, Milan, Inter, Arsenal e Tottenham più di altre.

8. Pasolini

Così la Superlega assume la stessa ritrosia del Parlamento francese a concedere un proporzionato diritto di voto agli ordini sociali degli Stati Generali antecedenti alla Rivoluzione Francese. Salvaguardare fino alla fine un privilegio quasi clericale o nobiliare. I club dissidenti sono disposti a non vincere più soltanto sul piano internazionale purché vincano in territorio domestico e guadagnino su quello estero il doppio di quanto già facciano.

E per realizzare questa conservazione dello status quo – che lo stesso Florentino Perez pone in bilico individuando nel 2024 la data della morte del calcio qualora la Superlega non andasse in porto – si affida all’accumulo dei privilegi. Il privilegio, diceva il pioniere Pasolini, è un accettabile categoria mentale dell’uomo. Diventa tuttavia un pericoloso strumento sociale nel momento in cui sfocia in collezione di ulteriori diritti giustapposti ai già esistenti.

9. Il dato etico

E pare che il punto dell’avidità sia stato raggiunto se il calcio deve dipendere soltanto da un oligopolio privato. Il quale disprezza il merito, conservando arbitrariamente ad altrettanti eletti briciole non continuative della suddetta Superlega in virtù dei 5 posti riservati ai club non fondatori.

E’ vero che può intendersi meritorio anche creare una competizione soltanto tra i più forti in senso assoluto. Ad esempio le olimpiadi propongono tra i qualificati alle gare dei 100 mt soltanto tre americani, ancorché almeno altri tre statunitensi abbiano tempi da finale olimpica. In modo opinabile, si sceglie la strada della qualificazione attraverso la competizione per garantire a tutti i Paesi di essere rappresentati da almeno 3 atleti per disciplina. Pur tuttavia, resta assente il dato dell’autoproclamazione di sangue per i migliori corridori olimpionici!

10. La rivoluzione

I grandi manipolatori del gioco del calcio dicono di guardare alle future generazioni. Consci del fatto che alla massa lobotomizzata di incalliti giocatori di Fifa, al cui videogioco i club scissionisti non cederanno più i diritti d’immagine, si possa somministrare in eterno una patinata sfilata di stelle impegnate in poco meno di 30 partite profondamente chic.

Si dimentica però che le persone non sono robot, hanno sangue, carne e ossa. Pertanto non ci si ricorda neanche che in coda al diciottesimo secolo il Terzo Stato francese, già dialogante con parte di Clero e Nobilità lontana dai benefici di Versailles, in definitiva ruppe le catene degli ordini sociali e creò le basi storiche della Democrazia. Maria Antonietta, che invitò i poveri a godere delle brioche se pane non ce n’era, fu decapitata. Ed in tal senso le prime reazioni dei tifosi, soprattutto inglesi, dovrebbero preoccupare sia Perez che Agnelli.

La forma non è sostanza ma talvolta contribuisce ad essa o si sovrappone del tutto con la sostanza. Infatti, è la forma che preserva le istituzioni. La forma del calcio finge ancora che il merito sia in esso tetragono. Come la nuova Champions del 2024 dimostra. La riforma di De Calonne, allo stesso modo, per affrontare una imminente bancarotta del Regno, simulava una sopraggiunta convinzione governativa di parificare progressivamente gli ordini sociali attraverso la sottoposizione del clero e della nobiltà ai gravami fiscali. E la decisione finale del Parlamento di non modificare la distribuzione del voto negli Stati Generali svelò il credo reale sulla lotta di classe. Di lì a poco ci fu la rivoluzione francese.

Ora che si è definitivamente capito che nessuno può vincere e guadagnare al di fuori dei Papi dello Scisma leghista, questi ultimi sapranno fronteggiare la reazione di chi dovrebbe accontentarsi a tavola delle brioche?

Massimo Scotto di Santolo

Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo