Ancelotti come Zeman: “Niente stress, voglio allenare ogni giorno”

Ancelotti-Sole-Mio

Carlo Ancelotti intervistato da Walter Veltroni per la Gazzetta Dello Sport racconta la sua esperienza a Napoli. In alcuni tratti dell’intervista esprime dei concetti che ricordando molto il pensiero dell’allenatore che ha ispirato questa testata, Zdenek Zeman.

Carlo Ancelotti: cosa è il calcio nella vita di questo Paese? È una speranza? È un diversivo? È un gioco?

“Dovrebbe essere un gioco. E’ nato così – continua Ancelotti – così è vissuto dai bambini. Ma per questo Paese il calcio non è tanto un gioco, quanto un diversivo. A Napoli rappresenta anche una rivalsa, una sorta di riscatto dal senso di abbandono che questa città ha legittimamente introiettato nei secoli. Per me rimane un gioco. Bello, emozionante. Ancora mi diverto, ancora lo faccio con passione. Sento tanta gente del calcio dire che non riesce a dormire per la pressione. Io dormo sempre”.
“Capisco che il calcio possa anche essere fonte di stress. In alcune piazze ci sono pressioni. Io però non sono stressato. Il calcio sotto questo aspetto non mi ha mai dato problemi. Io alleno anche perché mi diverto. Se fosse per me continuerei ad allenare fino ad 80 anni, ma lo so che non sarebbe possibile e non me lo permetterebbero”

Infatti lei trasmette da sempre questa idea di serenità. Vedo tanti suoi colleghi che invece sono dominati dallo stress…

“Sì, quello dipende dal mio ca­rattere. E il carattere non è solo Dna. E’ la somma dell’indole e delle esperienze della vita. E’ un fatto storico, si potrebbe di­re. Il mio papà era molto tranquillo, era un contadino, sape­va dominare le conseguenze delle gelate sul raccolto e io sono cresciuto guardando il suo rapporto con la terra, le stagio­ni, gli animali. E già lì Dna ed esperienza si fondevano… Il mio primo allenatore è stato Liedholm, tutto l’opposto dello stress. Una volta al Flaminio i tifosi della Lazio ci hanno am­mazzato di botte, ci tiravano le pigne sul pullman. Noi erava­mo per terra sanguinanti, lui è salito sul pullman e ha detto: “Ragazzi tutto bene? Cosa suc­cede?”. Io da lui ho imparato uno dei sentimenti più difficili da conoscere e conservare, la serenità”

Il fisico quanto conta nel calcio moderno? Conta più dell’intelligenza e della tecnica calcistica?

“No, la cosa più importante è l’intelligenza. Dopo, naturalmente, c’è la genetica, che è il talento e anche il fisico. È una combinazione. Alla stazza non do molta importanza. I giocatori lenti, per esempio, continuano a giocare a calcio, perché a calcio possono giocare tutti. Il giocatore lento, quello veloce, il giocatore basso, il giocatore alto. È lo sport di tutti. L’aspetto fisico, nella mia idea di calcio, ancora non ha la predominanza sull’intelligenza tecnica e tattica”.

Sì, infatti lei ha Mertens, Insigne e ha avuto Verratti che certo non sono dei corazzieri.

“Più dell’intelligenza conta la personalità. Puoi giocare ad alto livello solo se hai una forte personalità. Come Modric che, fisicamente, anche lui è un po’ esile. Avere personalità significa non spaventarsi davanti alle partite importanti. Ci sono tanti giocatori dei quali si dice ‘questo giocatore nelle partite importanti sparisce’. Quello è un difetto di personalità”.

Le è mai capitato un giocatore con questo difetto?

“Si, come mi è capitato un giocatore di 20 ani che non si spaventa davanti a niente”

Lei pensa sia immaginabile, per esempio qui a Napoli, un’idea del manager che resta per diversi anni come è per esempio nel calcio inglese?

“Mi piacerebbe molto. Forse qui ci sono le caratteristiche adatte a un progetto simile”.

Che cosa ha Napoli che le piace? A uno come lei che viene dalla Bassa?

“Di Napoli mi piacciono tante cose. Ovviamente il paesaggio e la luce. Il golfo di Napoli, con Capri di fronte. Il Vesuvio: ti svegli la mattina e hai questa fotografia emozionante davanti. Poi che ha Napoli? La gente è molto disponibile. Il napoletano non si prende troppo sul serio. E’ gente allegra, disponibile, aperta. Mi piace poi la passione che c’è dietro questa squadra. Passione e rispetto. Tutti pensano che Napoli sia sempre un grande, esuberante, putiferio. A me piace frequentare la città, vado per strada, nei ristoranti e nessuno mi ha mai disturbato, sono molto rispettosi. Forse perché mi vedono un po’ vecchio…”.

E invece della sua nebbia ha nostalgia? La sente nelle sue radici?

“Sì, io sono del nord ma mi trovo bene al sud. La nebbia sono i ricordi della mia infanzia che rimangono indelebili. Sono così per come sono cresciuto”.

Lei ha detto che se negli stadi continueranno gli slogan contro Napoli, che poi sono urla razziste, lei chiederà che la partita si fermi.

“Io non voglio fare un discorso solo sul Napoli, ovviamente. Voglio parlare degli stadi italiani e della lotta contro ogni intolleranza. Una cosa sono i cori e gli striscioni divertenti, altro le manifestazioni di odio e la demonizzazione di città, colori della pelle, appartenenze etniche o religiose. E’ un malcostume che deve finire. Credo che anche il presidente della Federazione sia sensibile a questo, gli arbitri sono sensibili, ci sono delle regole che gli organi competenti devono far rispettare. Se ci sono quei cori si devono attuare delle procedure: la segnalazione del capitano all’arbitro, l’annuncio con gli altoparlanti e, se nulla serve, la sospensione della partita”.

Koulibaly una volta mi ha detto ‘Io sono napoletano’. Anche lei si sente un po’ così?

“Sì. Mi piace l’atmosfera che si vive qui, l’ambiente. Napoli accoglie, non respinge”.

Dove può arrivare questo Napoli quest’anno?

“Non lo sappiamo, secondo me questa squadra ha tante potenzialità e lo ha dimostrato nel girone di Champions, che era difficilissimo. Siamo cresciuti molto in personalità, convinzione, perché queste partite aiutano a crescere. Siamo una squadra che non può giocare a basso ritmo. Per riuscire dobbiamo lavorare sempre a ritmo alto”.

Il Napoli ha il miglior centrocampo che ci sia in Italia. E’ così?

“Ne sono convinto. Allan, Fabiàn Ruiz, Hamsik, Diawara, Zielinski, Ounas. Sei centrocampisti di alto livello. Nella completezza siamo molto competitivi”.

Koulibaly è il miglior difensore del mondo in questo momento?

“E’ uno dei migliori. Con Sergio Ramos, Varane. E con quelli della Juve che sono molto forti, più che come individualità, come coppia”.

La Juve è inarrivabile quest’anno?

“No, la Juve è molto forte, molto continua, però inarrivabile no. Nella mia esperienza di calcio non ho ancora trovato squadre imbattibili. Certo, per stare al passo con la Juve, devi fare miracoli”.

L’allenatore da cui hai imparato di più è stato Liedholm?

“Sacchi ha innovato non solo il gioco, portando il pressing, ma soprattutto l’organizzazione, la metodologia del lavoro”.

Dove sei andato hai lasciato un buon segno. Oltre a tante vittorie.

“L’unica esperienza amara è stata il Bayern. E’ stato un scontro di filosofie. La società non aveva intenzione di modificare la struttura, la loro filosofia di lavoro e di promuovere un cambio generazionale dei giocatori, cosa che ora stanno facendo”.
“Di solito dico di no alle nazionali perché voglio stare sul campo ogni giorno”
Zdenek Zeman al Barbera

In un futuro lontano ti immagini allenatore della Nazionale?

“Oggi no. Ho avuto la possibilità mesi orsono, ho parlato anche con la Figc. Ma ho detto loro che avevo voglia di allenare una squadra di club. A me piace stare qui tutti i giorni. Non mi piace allenare tre volte al mese”.
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iDNES.cz, Zeman: “I sistemi nel calcio decidono a chi assegnare i titoli”

Zeman-iDNES.cz

Intervista a Zdenek Zeman di iDNES.cz ovviamente inedita in Italia. Il Boemo torna sulla sua ultima esperienza a Pescara, confessa di essere stato cercato da Arrigo Sacchi per allenare l’Under 21 e attacca di nuovo il sistema calcio, che resta per lui non puro.

Quando guardi il calcio ceco, cosa provi? 

Non conosco molto le dinamiche e non so esattamente cosa sta succedendo, ma sto ascoltando e osservando. Arbitri, corruzione … Non mi piace questo. Il calcio ceco non sta attraversando un buon periodo. Non è una bella immagine. Mi aspettavo di più dallo Sparta.

Lo scorso anno lo Sparta ha provato il grande colpo. Ha ingaggiato Stramaccioni e comprato molti stranieri. 

Stramaccioni era mio tifoso (un fan) e mi ha invitato diverse volte a pranzo a Roma. Voleva che gli dicessi cosa penso del calcio e degli allenamento. Sinceramente non so spiegare come mai lo Sparta abbia pensato a lui.

Questo è  un mistero anche per me. 

Lui ha avuto buon successo a livello giovanile, forse è un problema di esperienza. Non so dire se allo Sparta fu questo il problema.

Troppi stranieri nel calcio ceco?

È di moda avere molti giocatori stranieri in rosa. Anche qui, in Italia, l’undici titolare a volte è  tutto di stranieri. Ma nel calcio ceco è peggio. I talenti cechi non si vedono e non c’è nessuna selezione giovanile da cui prenderli. Lo Sparta ha calciatori rumeni, turchi, africani. Non portano più di quanto i ragazzi cechi porterebbero. Sfortunatamente è una realtà

Sei deluso dal fatto che non puoi intervenire? 

Non sono deluso, ma di sicuro non mi piace dove sta andando il calcio.

Non ha offerte in questo momento?

Voglio fare calcio. Calcio pulito. Spettacolo, allenamenti e valorizzare giocatori. Mi piacerebbe essere sul campo di allenamento ogni giorno, così sono abituato, ma quando vedo cosa sta succedendo, capisco che sarà molto difficile. Puoi perdere e puoi vincere, il denaro non dovrebbe essere così importante. Dovrebbe funzionare che quando giochi bene vinci. Ma se non giochi bene e vinci, per me è strano.

Perché non hai mai allenato il Palermo? 


Il presidente Zamparini non vive di progetti. Vuole fare affari, quindi ha venduto Cavani, Toni, Pastore. Ma poi esonera cinque allenatori in una stagione. Non c’è spazio per me. Ma il Palermo è la migliore squadra della serie B non dovrebbe essere brutto allenarla.

Ma?

Ho la mia politica.

Dove la porta? 

A marzo sono stato esonerato dal Pescara per un presunto problema di disciplina. Proprio io che vivo per la disciplina. Sono come un tedesco.

Cosa è successo? 

Eravamo a tre punti dai play off, giocammo una buona partita contro il Cittadella. Ma purtroppo perdemmo e il presidente disse che ci dovevamo allenare il giorno dopo. Così gli dissi: “Chi decide quando ci si allena, è l’allenatore”. Era l’unico giorno libero della settimana.

E poi? 

I ragazzi erano allarmati e mi  hanno riferito dell’allenamento mentre tornavo a Roma. Quella domenica  c’erano anche le elezioni parlamentari e mio figlio minore, Andrea, stava facendo la chemioterapia perché aveva un tumore allo stomaco. Niente mi avrebbe fermato!

Neanche il presidente? 

Mi ha chiamato per dirmi che ero stato esonerato per indisciplina.

Di peggio in peggio?

Non sono sorpreso, è il calcio di oggi. Mi ha fatto anche causa e dovrei restituire una percentuale del mio stipendio. Lo ha deciso il tribunale, ma non pagherò nessuna percentuale.

Sei famoso per aver parlato di doping nel calcio italiano venti anni fa: il calcio deve scomparire dalle farmacie!

Non so se sono famoso sol per quel messaggio.

Ma sei stato una persona  poco gradita per dieci anni.

Sono ancora qui.

La tua lotta non è stata inutile. I tribunali hanno avuto ragione. 

Il problema del doping ci sarà sempre. La domanda è, quanto sarà davvero rivelato? Spero solo che i giovani giocatori si rendano conto di quanto possa finire male.

Oggi rifaresti quelle dichiarazioni?

Senza esitazione la Juventus non era certamente l’unica ad usare sostanze proibite. Creatina, EPO, steroidi. Le droghe non appartengono allo sport. L’ho fatto per il calcio.

La Juventus non ha dimenticato. 

No ma quando la Juve gioca a Roma e sto camminando verso lo stadio Olimpico, i tifosi della Juventus  mi chiamano “Mister! Possiamo farci un selfie? ”

 

Queste dichiarazioni anti-doping ha rovinato la tua carriera? 

Non ero ancora cinquantenne, ero considerato un dei migliori allenatori in Europa. Mi avevano cercato Barcellona, ​​Real Madrid, Inter.

Rifiutò il Barcellona?

Mi sono divertito a Roma allora. Non avevo bisogno di più.

Prima hai guidato la Lazio, dove hai portato Pavel Nedved, poi due volte la Roma. 

La prima diventai un idolo, la seconda volta mi scontrai con la squadra. Non cercavo soldi e volevo solo fare cose che fanno bene al calcio.

Qual era il problema? 

La squadra non si è comportata come dovrebbe comportarsi. Non voleva essere di prim’ordine. Non mi interessa se alleno Foggia, Real Madrid o Lecce. Ovunque voglio la stessa cosa. Purtroppo a quel tempo, i ragazzi dell’AS Roma non volevano allenarsi. A loro piacevano gli accendini sul lettino da massaggio.

Chi le ha messo il bastone tra le ruote? 

De Rossi locale e un gruppo di brasiliani. Non sono abituati a lavorare in Brasile e non volevano farlo nemmeno qui. Quindi hanno avuto un problema con me.

Tuttavia, sei famoso per le durissime sessioni di allenamento. 

Vent’anni fa erano più dure.

Quindi? 

Scherzi a parte. Mi dicono che faccio lavorare e lavoro sodo. Ma quando lavoro, non guardo in faccia nemmeno a mio fratello. Mi devono seguire tutti. Ma oggi hanno reso il calcio noioso. Non si gioca verticalmente, solo palla al piede. Tutti stanno sul posto, nessuno si muove. La squadra che attacca appena fa gol si abbassa o fa passaggi da una parte all’altra giocando anche con il portiere. Non mi piace anche se si chiama calcio moderno.

Quindi non ti piace il modernismo? 


Voglio giocare a calcio. E un buon calcio può essere giocato solo allenandosi e correndo. Ma i giocatori hanno imparato a dire:  Ci stanchiamo con gli allenamenti duri e domenica non avremo la forza di giocare correttamente.

Quale allenatore segui oggi? Mourinho, Guardiola, Klopp, Ancelotti, Sarri, Emery …

Seguo molto, solo non c’è niente che mi piaccia.

Sei severo 

Quando la Guardiola stava allenando il Bayern Monaco, mi invitò a guardare i suoi allenamenti. Devo dire che il suo calcio stava cambiando ma non era ancora l’ideale.

Perché in realtà ti ha invitato? 

Gli è piaciuto come il mio Pescara ha giocato nel 2011-2012. Ha dato un’occhiata. Poi ha Estiarte che è stato uno dei più grandi giocatori di pallanuoto e ha giocato ha Pescara.

Chi sta giocando a calcio ora secondo i tuoi gusti? 

Mi piace il Liverpool. È vivace, sempre in tempo. Anche se è generalmente una caratteristica del calcio inglese.

Non hai mai abbandonato un sistema con tre attaccanti. 

In realtà lo adotto da quando ho allenato gli alunni dello Slavia.  Non ho giocato li con un sistema diverso dal  4-3-3. Il miglior assetto che esisteva, si doveva solo dare più senso del movimento e inserirci il nostro calcio danubiano come volevo. Era un calcio senza un grande jogging, quindi non ti stancavi troppo.

Il tuo acclamato zio Čestmír Vycpálek, doppio campione del campionato italiano, ha provato anche alla Juventus le tre punte, giusto?

Si Anastasi, Capello, Bettega. Entrambi abbiamo provato a farlo funzionare.

Tuo zio come te? Dietro di lui sei partito nel 1969 in Sicilia.
Spesso ero più cauto di essere un bastardo a comportarmi diversamente e ad ascoltare i consigli degli altri. Aveva ragione, ma non potevo. Ero convinto di quello che stavo facendo, perché lo stavo facendo e che lo stavo facendo bene.

Quale è stato il tuo picco da allenatore ?
Probabilmente a Licata, nella serie C italiana. Nella metà degli anni ottanta. Avevo ragazzi già allenati nelle giovanili del Palermo, quindi tutti sapevano cosa volevo da loro. Ci hanno chiamato rappresentazione siciliana. Fu molto prima di quel famoso Foggia.

Foggia, grazie ad un grande gioco, ha dato spettacolo in serie A con giocatori presi dalla serie C, il periodo fu soprannominato Zemanlandia. Ci cita qualche giocatore? 


Beppe Signori, l’oro di Foggia. Quando è andato alla Lazio, ha vinto tre volte Capocannoniere, il premio per il miglior goleador in Italia. Signori poteva dominare il mondo. Igor Shalimov, era, un pugnale. Solo se la sua testa stava bene. Gli piaceva bere. Kolyvanov è lo stesso.

Ti hanno stupito?


Io gli ho solo spiegato che giocare a calcio non significava solo qullo che si vedeva allora. L’uomo non mangia solo per diventare più alto. Dopotutto io ho sempre voluto voglio che i giocatori fossero in grado di creare spettacolo per le persone. Teatro, capisci? Non solo intascare lo stipendio del contratto.

Ma per alcuni giocatori è una follia? 


Sono coccolati perché i club li permettono. I club dipendono direttamente dai giocatori, ne hanno bisogno, quindi pagano troppo per renderli leggermente redditizi. E sarà sempre così.

Cosa hai fatto con i giocatori di calcio che non hanno dato tutto? 


Non hanno giocato quanto volevano. Dovevano mostrarmi qualcosa per farmi cambiare idea.

Perché?

Per giocare bene devi allenarti bene tutti i giorni.

Ascolta, ora non hai nessuna offerta? 

Nessuna. Sono solo un po’ sorpreso dal fatto che i club stiano optando per allenatori giovani. Forse solo il Bayern è stato un’eccezione l’anno scorso, perché aveva Heynckes. Mi chiedo se sia giusto. Se sei giovane mestiere non l’hai imparato da nessuna parte.  Che tu abbia giocato bene da qualche parte non significa che sarai un buon allenatore.  Sono contento che Arrigo Sacchi mi abbia chiesto di aiutarlo con l’Under 21 Italiana, ma io quando alleno, ho bisogno di essere in campo ogni giorno. Quindi ora ho troppo tempo libero che non mi piace.

Se non ci fossero nuove panchine, considereresti la tua carriera un successo? 

Credo di sì, anche se so che potrei lavorare ancora e meglio. Apprezzo che la rivista France Football mi abbia classificato tra i trenta migliori allenatori della storia.

Ma i titoli mancano.

Sì, ma dipende da che punto di vista si guarda. A volte i titoli vengono assegnati a tavolino, a chi non li merita.

Si riferisce alla Juventus? 


Non solo alla Juventus. Ci sono i sistemi nel calcio – che in ogni paese decidono prima della stagione, chi vincerà. E non mi piace il calcio così. Mi piacerebbe rendere il calcio puro. Lasciarlo vincere al migliore.

traduzione e trascrizione a cura di

SALVIO IMPARATO

 

 

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Te la do io Tokyo, Zeman: “Se la gente smette di parlarne il calcio finisce”

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Zdenek Zeman è stato intercettato da Mario Corsi nella sua popolare trasmissione Te la do io Tokyo. Ecco l’intervista e l’audio completi.

Te la do io Tokyo audio completo qui

Si è parlato molto della sua rivelazione sul suo cuore più vicino all’ambiente Lazio che a quello Roma

“Io non ho mai detto che il mio cuore batte più per la Lazio. Intanto era un’intervista a Praga, in ceco, era anche registrata. Non l’ho detto, perchè non lo posso dire. Io ho detto che allenando Lazio e Roma mi sono trovato bene nell’ambiente romano di calcio. La Roma mi ha sempre attirato di più perché ha più pubblico, più calore.
Io ho amici laziali, amici romanisti, io non li rinnego. Io ho sempre detto che faccio calcio per la gente, dove c’è più gente, più interesse per il calcio da parte della gente mi trovo meglio. Poi è normale che si può andare bene e si può andare male.”

Cosa pensa delle parole di Kolarov? 

“Per me se la gente smette di parlare di calcio, il calcio finisce. Il calcio è fatto per parlare ai bar e per discutere. Poi se ne capiscono o non ne capiscono è normale che uno ha più una visione tecnico-tattica e uno più da tifoso. Sono due visioni completamente diverse.”

Cosa pensa delle difficoltà che sta trovando questa stagione mister Di Francesco, dovrebbe cambiare qualcosa? 

“Per me ha già modificato troppo il suo assetto, ha cambiato tanti modi di giocare. Penso che la Roma è sempre una squadra importante. Ha perso a Udine, è vero, ma l’Udinese ha fatto 2 tiri. La Roma ne ha fatti 20…purtroppo bisogna prendere la porta e fare gol perchè di quello è fatto il calcio.”

Cosa pensa di Schick? 

“Il suo problema è che è costato 40 milioni. Io l’ho visto a Praga 2 volte, con la Polonia e la Slovacchia, e ha sempre fatto molto bene, ha segnato due gol in queste partite con la nazionale. Schick ha capacità, ma non ha capacità da uno di 40 milioni. La gente si aspetta sempre troppo.”

Ma come si muove quando gioca in Nazionale?

“Lui gioca da centravanti in nazionale, Il secondo gol lo ha fatto perché si è inserito negli spazi vuoti. Magari a Roma non trova gli spazi e non trova nessuno che lo mandi negli spazi, io quando dico questo penso sempre a Checco che lo manderebbe in porta. E penso a quanti gol avrebbe fatto con Checco.”

Ha più sentito i dirigenti della Roma dopo il suo esonero? E l’ultima volta che è venuto a Roma, nel 2012, chi l’ha chiamata?

“Non ho più sentito nessuno dopo l’addio alla Roma, forse ho visto solo Sabatini a una premiazione a Napoli. Nel 2012 sono stato chiamato da Baldini.”

SALVIO IMPARATO

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Hall Of Fame di ISport.cz, da oggi c’è anche Zeman: “Sto per tornare!”

In Italia il suo nome è conosciuto da tutti i tifosi del calcio. L’allenatore Zdeněk Zeman ha guidato club famosi come Lazio Roma, AS Roma o Palermo. Durante il  rilascio della targa dell’Hall of Fame Sport ha riferito di essere in pensione ancora per poco: “Torno. Certo! “

Ha guadagnato l’etichetta di allenatore che vuole il gol e lo spettacolo a tutti i costi anziché accontentarsi di un noioso 1-0 o di un grigio pareggio a reti inviolate.

“Tutti i miei ragazzi hanno sempre sudato – racconta Zeman alla cerimonia Hall Of Fame –  per dare alla gente qualcosa. Il calcio senza emozione non è importante. La cosa importante è quello di far divertite il pubblico, anche quello avversario. E penso di esserci riuscito infatti sono molto famoso in Italia per questa mia caratteristica, ha dichiarato l’allenatore Zdenek Zeman durante la visita alla redazione di Isport.cz , che ha rivelato come nasce la sua passione per il calcio offensivo.

“Quando ero ancora in Cecoslovacchia, ho allenato gli allievi dello Slavia e Vyšehrad. Si giocava sempre con il 4-3-3. Forse mancavano i tagli e più movimento, ma sempre almeno tre attaccanti. Il mio modello è stato l’allenatore Kováč che ha guidato l’Ajax e disse che la miglior difesa è l’attacco. È da li ho fatto mia quell’idea”, ha specificato Zeman, che ha preferito segnare sempre un gol in pi+ dell’avversario.

“Mi piacerebbe sempre vincere 5: 4. A volte sono riuscito a vincere 8: 2 o 7: 1. In serie A non è facile. Non mi piacedi fare un punto come fanno gli altri allenatori per salvare il posto in panchina. Non ho mai giocato per un pareggio, mai per salvare la panchina”, ha detto con orgoglio il famoso allenatore ceco.

Il leggendario Zdeněk Zeman è diventato un membro dell’Hall of Fame di Isport.cz

In passato, tuttavia, ha avuto difficoltà a ottenere panchine a causa della sua onestà e onestà. Ha fortemente criticato le condizioni del calcio italiano ed è stato il primo a mettere in guardia contro il doping. Lo contraddiceva.

 

“I presidenti avevano paura che se fossero stati penalizzati  e che l’intero sistema sarebbe stato contro di noi. Ecco perché non mi volevano “, ha detto Zeman.

Un allenatore popolare ma sofisticato ama guardare i club che hanno uno stile offensivo.

“Mi piace il Manchester City. Guardiola ha cambiato il suo gioco rispetto a  quando era alBarcellona. Il Liverpool anche gioca anche calcio offensivo e mi piace”

Nell’intervista Zeman ha parlato anche dell’ex allenatore dello Sparta.

“Conosco Stramaccioni da Roma. Era  mio fan. A volte mi ha invitato al ristorante. Non è stato molto fortunato in Italia. Ha fatto molto lavoro nelle squadre giovanili e ha valorizzato abbastanza giocatori “.

La sfida più grande, per un allenatore come lui, sarebbe essere ingaggiato per la prima volta nella Repubblica ceca.

“Non credo a breve. Le squadre stanno facendo bene e non devono cambiare i loro allenatori “, ha detto Zeman, aggiungendo, con il sorriso di chi sta tornando presto in panchina. “Torno. Certo! ” 

SALVIO IMPARATO

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Isport.cz Zeman: “Futuro? Ho delle opzioni. Odio il possesso palla”

Zeman-Isport.cz

Zdenek Zeman ha rilasciato un’intervista al sito ceco Icsport.cz. Il Boemo ha parlato di un suo eventuale incarico nel suo paese natale, dei calciatori cechi in Italia e del calcio italiano. Ecoo di seguito l’intervista integrale.

Il vicepresidente della federazione calcio ceca ha parlato di Zeman – esordisce Isport.cz – come un siciliano, quando è stato accostato all’incarico di insegnante degli allenatori cechi. Sembra un paradosso perché Zeman è un allenatore di fama mondiale che ha allenato Roma e Lazio. Questa intervista dimostra quanto sia adatto all’incarico.

ll Vicepresidente della FOCR non ha parlato bene di lei?

“Non ne so nulla. Probabilmente è meglio (sorride). ”

Come guardi mai il calcio ceco?

“Lo guardo attraverso i risultati. Ultimamente non ho visto partite di nessun club o rappresentanza ceca, quindi non posso valutare di più. ”

Cosa giudichi dai risultati?

“Il calcio ceco non ha ottimi risultati. Nè i club e né le nazionali. Spero che migliorino.”

Ma sicuramente sta guardando i giocatori cechi nel campionato italiano. Come li vede?

“Non sono male. La prima stagione in Italia è stata buona. È strano che ora Barak ad Udine non stia giocando e Krejci abbia spazio nel Bologna perché di solito quando un giocatore arriva in Italia non gioca bene. La lega italiana ha caratteristiche specifiche. Anche Maradona o Platini dovevano prima abituarsi a loro e poi hanno giocato bene “.

E Patrik Schick nella Roma?

“Dovrebbe giocare come attaccante centrale, ma Džeko gioca di più perché è più a suo agio con il gioco dell’allenatore. Ma quando Schick entra gioca bene.”

Ora il più importante in Italia, invece, è Cristiano Ronaldo della Juventus.

“Dopo che la Juventus ha vinto il settimo titolo consecutivo, ha deciso di vincere la Champions League. Ecco perché ha portato Ronaldo. ”

Era necessario?

“Un giocatore non può mai fare un trofeo da solo, decide la squadra. Ma in Juventus fanno di tutto per vincere la Champions League “.

Le piace il calcio contemporaneo?

“Il calcio ha le sue basi che non cambiano. È un gioco. Oggi, tuttavia, si è trasformato in un business. Ma gli sport e gli affari sono lontani. ”

Che cosa dice del fatto che le partite spesso giocano un sacco di passaggi da lato a lato?

“Sono passaggi senza movimento sulla gamba e non in alla ricerca di profondità, è una cosa che odio. Mi piace quando una combinazione di cinque, sei passaggi termina con uno tiro. Non capirò mai il calcio con troppi passaggi anche Guardiola sta giocando più verticale”

Cos’altro non le piace?

“Ho sempre scelto una squadra di giocatori adatta al mio stile di gioco. Ora non è il caso: i giocatori vengono scelti da presidenti e agenti ”

Ha lavorato con molte stelle. Come si è avvicinato a loro?

“Normalmente come tutti gli altri. Non ho mai fatto alcuna differenza. ”

Hai spiegato qualcosa a loro quando non li ha fatti giocare?

“No. I veri giocatori sanno perché non stanno giocando. Non c’è bisogno di spiegarlo. Nessuno vuole tagliare le gambe da solo. L’allenatore costruisce sempre undici giocatori convinti di essere la squadra migliore. ”

Come hai affrontato una possibile violazione della sua idea?

“Caso per caso. Non ho nominato le partite finché non sono migliorate. Lo capiscono perché i giocatori vogliono giocare. ”

Ti manca l’allenamento?

“No odio allenarmi (sorride).”

Cosa fa ora?

“Guardo tutti gli altri sport in TV. Altrimenti, giocherò a golf. O mi siederò su una panchina del parco, perché manca la seduta sulla panchina (scherza). ”

Quindi torna in panchina?

“Ho delle opzioni. Ma devo sentire che posso farlo “.

Prenderesti in considerazione di lavorare nella Repubblica Ceca?

“Ci stavo pensando, ma prima di tutto dovrei conoscere le dinamiche del calcio ceco. Sapere come si fa qui. Non ho una visione d’insieme di cosa sta succedendo nei club cechi “.

Tuttavia, la mentalità ceca non dovrebbe mancarle.

“Sono ancora ceco.”

SALVIO IMPARATO

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Roma-Juventus 1998 2-0, Zeman e l’ultimo sgarbo prima dell’esilio

Roma-Juventus-Zeman

Era il 15 novembre 1998 e all’Olimpico sarebbe arrivata la Juventus di Lippi e la Triade. La nemica di sempre, ma questa volta non si troverà contro solo una parte della città, ma anche di fronte al grande accusatore della tormentata estate 1998. Roma-Juventus ovvero Zdenek Zeman contro il popolo bianconero, un popolo offeso dalle accuse di doping. Un accusa di una colpa ancora oggi negata con tutte le forze, ma che viene mal celata da una prescrizione fatta passare per assoluzione.

Ecco il racconto de Il Romanista di Roma-Juventus 1998, la partita che resterà l’ultima vittoria di Zeman contro la Juve prima dell’esilio.

Le premesse

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all’Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall’estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile.

Le dichiarazioni diestive di Zeman

«Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l’inizio dell’inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l’uno contro l’altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

 

La resa dei conti

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all’Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male.

La guerra raccontata dagli striscioni

Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini.Tutto questo fino a un altro fischio, quello d’inizio, dell’arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall’Atalanta, all’epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com’è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un’esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall’altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l’aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent’anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro.A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro.

In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell’ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L’adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0.

Non s’era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c’è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c’era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un’alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l’ha persa. Quella partita l’ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c’era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.

Roma-Juventus sul Corriere Dello Sport del 16 novembre 1998

In prima pagina:

Olimpico in festa: la Roma liquida la Juve e l’affianca al secondo posto.
GIGANTI. Decisive due prodezze di Paulo Sergio e di Candela.
Roma implacabile in casa: decisivi il primo gol giallorosso (astuzia di Totti) e l’espulsione di Montero dopo un’ora. Fonseca-palo.

III pagina:

È stata la sua giornata: ha battuto l’avversaria di sempre ed ha raggiunto il secondo posto.
ZEMAN: ROMA, PUOI SOGNARE. “Giusto che tra i tifosi ci sia euforia, ma la squadra deve pensare solo a lavorare”.
Accuse a Ferrara: “Mi ha detto cose irripetibili”. Una risposta a Bettega: “Ha dimenticato quando era malato e spesso stavo con lui”. Non ha salutato Lippi: “Non l’ho visto”.

V pagina:

È stato decisivo, è felice. il brasiliano applaude tutti, tranne Montero: “Mi ha dato un pugno”.
PAULO SERGIO: INDIMENTICABILE. “Il gol più importante da quando sono a Roma e forse di tutta la mia carriera. Lo dedico a mia moglie e ai tifosi. Con Totti ci siamo capiti in un attimo. Una vittoria splendida, una partita bellissima: onore alla Juve. Lo scudetto? Siamo in ballo, felici di ballare”.

VII pagina:

Per il centrocampista giallorosso è un momento magico: la vittoria sulla Juventus, l’azzurro e…
TOMMASI: SCUDETTO? SI PUÒ. “Questa vittoria ci proietta ai primissimi posti della classifica e se abbiamo vinto con la Fiorentina e la Juve vuol dire che possiamo lottare per la vittoria finale. Questa Roma è più forte di quella della stagione scorsa. Ora siamo consapevoli di quanto valiamo”.

Subito dopo la partita insiame a Cafu, ha preso il volo per raggiungere la nazionale brasiliana. Sarà di ritorno venerdì.
ZAGO: E ADESSO DOBBIAMO CREDERCI. “Scendendo in campo sempre con questa voglia di vincere, potremo lottare in alto”.

SALVIO IMPARATO

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RMC Sport, Zeman: “Non c’è una vera anti Juventus” (VIDEO)

RMC Sport-Zeman

Il Boemo Zdenek Zeman è stato intercettato da RMC Sport. Nel corso della lunga chiacchierata, nella trasmissione Maracanà, ha parlato di Juventus, Napoli, Roma e Lazio senza trascurare i suoi pupilli Insigne, Verratti e Immobile. Alla fine dell’intervista i due conduttori hanno ricordato il bellissimo Pescara di Zeman e la sua carriera e il grande spettacolo offerto.

L’audio completo dell’intervista di Zeman a RMC Sport

NAPOLI E INSIGNE

“Insigne è cresciuto. In due anni con me ha fatto più di 20 gol a stagione ma nel Napoli non si è mai ripetuto. Lui però è uno che può arrivare sempre a questi numeri. Con Ancelotti sta facendo bene perché ha più compiti offensivi, anche se per me è più facile per lui giocare esterno che centrale. Milik o Mertens? Preferisco i piccoli, quindi dico Insigne e Mertens, due che sanno giocare bene palla a terra”.

ROMA

“Le dichiarazioni di Sousa? Tutti vogliono venire a Roma, il problema è rimanerci. È una piazza importante anche ora che le cose non stanno andando come si pensava. Il problema per un allenatore è rimanerci tanto tempo sulla panchina della Roma. Il problema della squadra giallorossa è che ogni estate vende i pezzi più importanti. Quando fai così, devi dare tempi ai nuovi di inserirsi. Non è un fatto di qualità, ma di ambientamento al calcio italiano. Pastore è bravo, ma nel 4-3-3 è difficile collocarlo. Se lo metti come mezzo sinistro o mezzo destro a centrocampo fa fatica in fase difensiva. Schick? Non è un attaccante esterno, deve giocare nel mezzo ma lì c’è Dzeko”.

JUVENTUS

“Non c’è una vera rivale della Juventus in Serie A. Inter e Napoli stanno inseguendo, ma come accade da anni alla lunga i bianconeri non avranno problemi. Douglas Costa? mi ha impressionato fin da quando l’ho visto in Germania. Tecnicamente è molto bravo e potrebbe servire Ronaldo meglio di Mandzukic, che però fa un lavoro diverso a tutto campo”.

INTER

“Brozovic come Pjanic? Hanno piedi un po’ diversi, ma il croato sta facendo un buon lavoro. Il Barcelona non sta vivendo un buon momento, senza Messi è un’altra squadra. L’Inter se la potrà giocare, dovrà metterla sul fisico”.

LAZIO E IMMOBILE

“Immobile ha un rendimento diverso nelle due squadre poiché nella Lazio i biancocelesti si appoggiano a Immobile e giocano per lui. L’Italia di Mancini, invece, fa un tipo di calcio diverso. Nelle ultime uscite ho comunque visto una buona Nazionale”.

VERRATTI

“Non siete gli unici a chiedermelo, continuo a dire che da anni è il miglior giocatore di Francia. Qualche infortunio lo ha rallentato, ma è ancora giovane per migliorare.”

FUTURO

“Se bolle qualcosa in pentola? La pentola già l’ho levata e ho anche già mangiato la pasta”.

I podcast di tutto il palinsesto di RMC Sport qui

SALVIO IMPARATO

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Arsenal-Liverpool 1-1: Prestazioni non casuali

Arsenal-Liverpool è stata sicuramente la partita di cartello di questo fine settimana calcistico. Non solo limitandosi a parlare di Premier League, ma probabilmente in assoluto. L’1-1 tra i Gunners di Emery e i Reds di Klopp ha fornito numerosi spunti in chiave tattica e una prestazione da ambo le parti rispecchiata pienamente dal risultato finale. D’altronde si poteva immaginare di assistere non solo a prestazioni non casuali. Ma anche a un risultato non casuale. Nel momento in cui ad affrontarsi sarebbero arrivate l’Arsenal imbattuto già da tredici turni e il Liverpool ancora mai sconfitto in Premier.

C’era molta curiosità per quanto riguarda la gestione e il lavoro di Unai Emery all’Arsenal dopo l’era Wenger. Ci si domandava principalmente quanto potesse aver influito l’esperienza negativa di Parigi nella sua capacità di trasporre sul campo un certo tipo di calcio. Lo stesso che permise anni prima al Siviglia di portare a casa ben tre Europa League consecutive.. E legittimando di conseguenza le indubbie capacità di un allenatore pronto per il salto definitivo. Salto che obiettivamente, dopo la mancata vittoria della Ligue 1 al primo anno e l’incredibile 6-1 in rimonta subito dal Barcellona in Champions era stato fortemente compromesso.

Guardando giocare magnificamente l’Arsenal in questo inizio, la sensazione è che la rabbia e la voglia di Emery di rimettersi in gioco sia decisamente più forte di ciò che è accaduto nel passato recente. L’Arsenal ha perso solamente le prime due partite di Premier, contro City e Chelsea, sciupando inoltre l’impossibile nel derby contro la squadra di Sarri. Il processo di assimilazione dei princìpi di gioco da parte dei giocatori è stato, per nostra grande fortuna, praticamente immediato. Quando le due parole chiavi sono velocità e verticalità noi spettatori siamo naturalmente portati ad applaudire. E a sperare che lo spettacolo continui.

Venendo alla partita di sabato, la sfida tra Emery e Klopp non poteva che fornire spunti di livello. Un solo precedente tra i due allenatori, la finale di Europa League del 2016, vinta dal tecnico spagnolo. L’impronta tattica dell’Arsenal si è delineata velocemente con l’obiettivo di consolidarsi nel tempo. Quella del Liverpool di quest’anno ha acquisito maggiore solidità, arrivando persino ad essere meno elettrica in fase offensiva in determinati momenti e partite. Si può dire in soldoni che, tra Arsenal e Liverpool, prestazioni e risultato non sono stati casuali.

Emery ha recuperato Kolasinac sulla corsia di sinistra, schierando Xhaka al fianco di Torreira per sopperire all’assenza per squalifica di Guendouzi. Leno ormai sempre tra i pali in campionato. Davanti Ozil, Mkhitaryan, Lacazette e il capocannoniere Aubameyang.
Nessuna novità invece per Klopp, se non la conferma per la terza partita consecutiva di Fabinho. Uno dei migliori contro la Stella Rossa, ma apparso un po’ sottotono nel match in questione.

L’approccio alla gara da parte di Emery e del suo Arsenal è stato spiccatamente offensivo. In continuità con la mentalità che l’allenatore francese intende consolidare a prescindere dall’avversario. Velocità di palleggio, corse e inserimenti verticali e attenzione maggiore dei singoli in fase difensiva. Queste le differenze già lampanti rispetto alla gestione Wenger, con pochissimi interpreti diversi. Ad eccezione di Guendouzi e Torreira, sempre più sicuri nella gestione delle chiavi del centrocampo. L’uruguaiano è un grandissimo giocatore e lo sapevamo. Il francese ha sorpreso tutti per intelligenza e personalità.

L’aggressività senza palla e l’intensità sono le due armi che hanno messo in difficoltà il Liverpool di Klopp. I Reds, complice un centrocampo poco creativo, hanno fatto fatica ad iniziare l’azione dal basso risalendo il campo con qualità. Conseguente è stata la frequenza di lanci lunghi volta a sfruttare le seconde palle e le doti di atletismo degli uomini dalla cintola in su. Ma la coraggiosa e continua pressione della squadra di Emery ha permesso all’Arsenal di contrastare con efficacia in alcuni momenti il Liverpool. Insieme all’attacco immediato al ricevente del pallone con l’obiettivo di concedergli meno tempo e spazio possibili.

Il Liverpool di Klopp, dall’altra parte, non ha certo reagito passivamente alle qualità dell’avversario. Nel primo tempo i Reds hanno creato almeno tre occasioni nitide da gol. In due circostanze il protagonista è stato Van Dijk, ipnotizzato prima da Leno e fermato poi dal palo. Nella prima in ordine temporale, invece, Manè si è visto annullare un gol dubbio, dopo lo splendido inserimento di Firmino in mezzo ai due centrali. L’Arsenal ci ha provato con Lacazette, Xhaka e Mkhitaryan, ma senza successo.

Entrambe le squadre hanno tenuto fede alla loro identità. Arsenal e Liverpool hanno avuto il baricentro alto, consapevoli dei rischi che il valore assoluto dei giocatori in campo poteva comportare. L’Arsenal è riuscita con qualità a superare la prima linea di pressione del Liverpool facendo circolare il pallone velocemente. E ha trovato in qualche occasione anche il modo di aggirare il pressing aggressivo dei Reds. Nelle fasi in cui il Liverpool di Klopp ha provato a collassare sul lato palla con molti giocatori, la velocità e la sicurezza tecnica dei Gunners è riuscita spesso ad aprirsi il campo sul lato debole. I Reds d’altro canto hanno saputo soffrire con maturità sfruttando sapientemente gli spazi che l’Arsenal ha concesso in alcuni casi sugli esterni.

Entrambi i gol sono arrivati nella ripresa. Il primo di Milner nasce da una transizione veloce di Manè. Il senegalese mette in mezzo un pallone che Leno respinge goffamente, trovando Milner pronto a calciare dal limite dell’area. Il pareggio dell’Arsenal è giusto e arriva all’82’ grazie a Lacazette. Il francese è bravo a scattare in velocità in posizione regolare e a battere un non impeccabile Alisson dopo essere rientrato sul destro.

Il risultato è giusto e non casuale, se pensiamo alle condizioni in cui le due squadre sono arrivate all’appuntamento. L’Arsenal resta imbattuto da tredici turni in tutte le competizioni. Il lavoro di Emery è oggettivamente di livello, e il percorso futuro promette di essere importante e interessantissimo da seguire. Con l’Europa League come obiettivo realistico e un grande campionato senza particolari pressioni giocando un grande calcio. Il Liverpool, insieme a Chelsea e Manchester City, non ha ancora perso in Premier. E il fatto che abbia affrontato in trasferta squadre come Tottenham, Chelsea e appunto Arsenal è impressionante oltre che confortante. La solidità e la capacità di soffrire con maturità da squadra consapevole si è per ora leggermente scontrata con un leggero calo di brillantezza e di intensità dei numeri offensivi.

Le grandissime doti atletiche dei centrocampisti comportano anche carenze creative che costringono spesso i difensori di Klopp a risalire il campo saltando il centrocampo. E sfruttando quindi le capacità di reazione e di vittoria delle seconde palle in zona avanzata. L’assenza in questo senso di Oxlade Chamberlain, unita alle difficoltà iniziali di Keita, hanno privato per ora il Liverpool degli utilissimi strappi in conduzione. Senza considerare il lento rientro a pieno regime di Lallana. Da tenere in considerazione l’idea che porterebbe all’arretramento frequente di Shaqiri in posizione di mezzala. Lo svizzero ha tutte le carte in regola per aumentare il tasso tecnico del reparto senza privare quest’ultimo dell’intensità senza palla necessaria. Dopo la consacrazione di Coutinho, Klopp potrebbe essere pronto a costruire nella medesima posizione anche un altro calciatore.
Due squadre forti e ben allenate, pronte a dire la loro alla fine della stagione.

Gioacchino Piedimonte

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Naby Keita: “Lavorare con Klopp è speciale”

Naby Keita-Klopp

Naby Keita, centrocampista guineano classe 1995, è arrivato al Liverpool nella finestra estiva di calciomercato. Nell’economia di una trattativa però già praticamente conclusasi nella sessione precedente. Il giocatore prelevato dal Lipsia è giunto alla corte di Klopp e si è espresso in maniera estremamente positiva nei confronti dello stesso Klopp.

“E’ veramente speciale avere Klopp come allenatore”, esordisce Naby Keita. “Dal punto di vista umano e relazionale è fantastico. Ha una mentalità molto aperta. Non si concentra su un giocatore in particolare, ma riesce a coinvolgere tutti con la stessa energia. E’ veramente un piacere giocare per lui”. Parole al miele da parte di Keita, che voluto fortemente da Klopp, spera di essere pronto il prima possibile per incidere con continuità nelle dinamiche e nel futuro della squadra.

Il giocatore guineano, ancora alle prese con un infortunio al tendine del ginocchio, ha per quest’ultimo motivo trovato alcune difficoltà nel trovare la condizione fisica ideale. Naby Keita si è inoltre soffermato sulle qualità del gruppo e sul rapporto con i compagni, in particolar modo i colleghi di centrocampo e Mohamed Salah.

“Sono contento di poter giocare insieme a loro. Sto imparando dalla loro esperienza, allenandomi con loro e cercando di migliorare. Sentire la loro fiducia e il loro appoggio, insieme a quello di Klopp, mi motiva e mi fa desiderare di voler crescere sempre di più. L’obiettivo è collettivo. Tutto quello che conquisterò lo farò con la squadra”.

Naby Keita chiude poi sottolineando la professionalità di Mohamed Salah. “Lavora e si allena duramente. Tutte le volte che vado in palestra, lui è lì”. Quello che è successo e sta succedendo non è solo generato dalla fortuna. E’ tutto guadagnato e meritato. Grazie al lavoro duro.”

Gli elogi di Naby Keita nei confronti di Jurgen Klopp si aggiungono alla già numerosa lista di calciatori entusiasti di essere stati allenati dall’allenatore tedesco. Le doti e l’unicità di questo tecnico sono ormai note a tutti e noi lo abbiamo sempre saputo. Dopo il successo casalingo contro il Cardiff per 4-1, il Liverpool è ancora imbattuto in Premier e condivide il primato in classifica con il Manchester City di Guardiola. La speranza è che quest’anno Klopp possa finalmente agguantare la ciliegina che tanto avrebbe meritato già anche in passato. L’obiettivo dichiarato è raccogliere finalmente quanto di buono viene seminato ormai da sempre durante il percorso.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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Radio Goal, Zeman: “C’è sempre disponibilità degli arbitri verso la Juve”

Radio Goal-Zdenek-Zeman

Zdenek Zeman ha parlato  ai microfoni di Radio Goal, programma di Radio Kiss Kiss la radio ufficiale del Napoli. Ha parlato del duello Napoli-Juventus, di Insigne e dell’inchiesta di Report contro la Juventus.

RADIO GOAL, ZEMAN INIZIA DAL DUELLO NAPOLI JUVE

Il distacco della Juventus è aumentato – afferma Zeman a Radio Goal – ma il Napoli ha giocato molto bene e meritava di vincere, nel calcio succede, capiterà altre volte, non solo agli azzurri. Passaggio da Sarri ad Ancelotti? A parte il cambio di posizione di Lorenzo, il Napoli ora fa meno possesso palla rispetto al passato”.

INSIGNE

“Insigne nel Pescara? Sono sempre convinto che possa rendere abbastanza bene anche da esterno – continua Zeman a Radio Goal – la sua forza è saltare l’uomo nell’uno contro uno, lì in mezzo è più difficile.

VERRATTI

Il Napoli incontrerà il PSG di Verratti? Gli azzurri hanno fatto molto bene in Francia, devono ripetersi al ritorno, ma attenzione a quei tre dei francesi là davanti, che se hanno voglia sono molto difficile da fermare. Da Verratti non mi aspettavo di più. E’ stato per tre anni il miglior giocatore di Francia, quello è già grande merito. Più di quello non poteva fare, ha avuto anche qualche problemino fisico, ma è ancora giovane, c’è tempo.

REPORT E JUVENTUS

“Inchiesta Report sulla Juve? Purtroppo è un calcio difficile, sono cose brutte, che non riguardano solo la Juve. 36 scudetti allo Stadium? La Juventus pensa di poter fare quello che vuole perché è la migliore squadra italiana da tempo. La legge dovrebbe essere uguali per tutti, ma le risposte di Agnelli fanno pensare che per loro non è così. Rigori? C’è sempre disponibilità degli arbitri verso la Juve, a Empoli, a parti inverse, non l’avrebbero dato il rigore. Il Var? Il Var favorisce chi vuole come già fanno gli arbitri.”

SARRI QUELLO CHE HA DATO PIU’ IDENTITA’

“Io penso che Sarri ha dato tanto in termini di impronta e di identità. Chi fuma di più tra me e lui? Io credo lui, quando eravamo a Coverciano mi superava”

DiFFICILE ZEMAN IN QUESTO CALCIO

“Io vorrei fare ancora qualcosa, ma è difficile farlo in questo calcio. Ultimamente ho trovato giocatori che non si volevano stancare, ma io sono sempre convinto che se non ti stanchi non vai avanti. Se allenerei in C? Mi dispiace dirlo ma in quella categoria non si può fare calcio.”

 

SALVIO IMPARATO

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