Salisburgo, ecco chi è il prossimo avversario del Napoli

Sarà il Salisburgo il prossimo avversario del Napoli in Europa League. Il club austriaco è in vetta al suo campionato con 48 punti e 46 gol in 18 gare contro i 16 subiti, che totalizzano un +30 differenza reti.

In Europa League il Salisburgo è il secondo attacco e la loro stella è Dabbur, acquistato per giugno dal Siviglia e capocannoniere di questa competizione. Vediamo con l’aiuto di un identikit fatto dal Corriere Dello Sport di scoprire di più sui prossimi avversari degli azzurri.

SALISBURGO, LA STORIA

L’antico club dell’Austria Salisburgo, che perse contro l’Inter una finale di Coppa Uefa nel 1994, ha cambiato nome, colori sociali e simbolo col passaggio alla Red Bull, socio di minoranza e controllante di fatto. Il Napoli affronterà gli austriaci, secondo miglior attacco di questa Europa League e semifinalista l’anno scorso, in casa all’andata il 7 marzo. Gara di ritorno a Salisburgo il 14.

IL PERCORSO IN EUROPA LEAGUE

Campioni d’Austria per il quinto anno di fila nell’ultima stagione, il Salisburgo hanno chiuso il girone di Europa League a punteggio pieno: è la prima squadra a raggiungere questo traguardo per tre volte nella storia della manifestazione. Gli austriaci, imbattuti in casa nelle ultime 17 partite europee, hanno centrato gli ottavi per la terza volta dopo il 2013-14 e la semifinale dell’anno scorso, centrata dopo i successi su Real Sociedad, Borussia Dortmund e Lazio, prima di cedere ai supplementari contro il Marsiglia. Decisivo il gol in extremis di Rolando.

L’ALLENATORE E’ MARCO ROSE

Dal 2017, il Salisburgo è guidato dall’ex tecnico delle giovanili Marco Rose, promosso dopo aver vinto la UEFA Youth League per prendere il posto di Óscar García. Ex difensore del Lipsia, dell’Hannover e del Mainz, è entrato nello staff degli austriaci già dal 2013.

DABBUR LA STELLA DEL SALISBURGO

Munas Dabbur, capocannoniere di questa edizione di Europa League, 7 gol con 14 tiri in porta, è la stella degli austriaci imbattuti in casa in Europa da 17 partite. Dabbur, che ha segnato oltre 50 gol da quando è arrivato in Austria nel 2016, è stato già acquistato per giugno dal Siviglia. Dabbur, esploso al Maccabi Tel Aviv con Paulo Sousa in panchina nel 2013-14, è poi passato in Svizzera al Grasshoppers prima di arrivare in Austria e festeggiare l’anno scorso il titolo da capocannoniere del campionato. 

I PRECEDENTI TRA NAPOLI E SALISBURGO

Il Napoli non ha mai affrontato il Salisburgo che nella sua storia ha un bilancio di 4 vittorie contro formazioni italiane. L’ultima nel ritorno dei quarti di Europa League dell’anno scorso contro la Lazio.


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Coachesvoice, Di Francesco: “Osservo Pep, ma è Zeman il mio ispiratore”

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Come allenatore, sono più costruito che nato. Così esordisce Eusebio Di Francesco in un’intervista al portale calcistico coachesvoice

“Non volevo farlo inizialmente – continua Di Francesco su coachesvoice – e onestamente non avrei mai pensato di poterlo fare. Guardavo gli altri allenatori e non ho mai avuto il desiderio di fare quello stesso percorso”

“Sono diventato Team Manager della Roma dopo essermi ritirato. L’ho fatto per un anno, ma non mi piaceva il ruolo. Non ero tagliato per quello”

“Non pensavo più al calcio. Mi sono allontanato dal gioco. Non ho nemmeno guardato i risultati.”

“Successivamente, ho provato a dare una mano come consulente di mercato per sei mesi. In un piccolo club, il Val di Sangro. Ma non ero soddisfatto nemmeno di quello.”

“A poco a poco, ho iniziato a sentire l’odore dell’erba. Quelle sensazioni che provi quando sei nello spogliatoio. Passare ad allenare mi ha rimesso in contatto con quei sentimenti sopiti.”

CALCIO ITALIANO E INFLUENZE

“Tendiamo a concentrarci molto di più sull’aspetto difensivo che su quello offensivo.Lavoriamo tantissimo sulla tattica senza lasciare nulla al caso, abbiamo molti allenatori esperti. All’inizio della mia carriera di calciatore fui colpito da Marcello Lippi alla Lucchese, più tardi a Roma da Fabio Capello. Non ho intenzione di elencarli tutti, ma ho cercato di prendere qualcosa da tutti. Ora osservo molto Pep Guardiola. Ho grande ammirazione di lui. Mi piace la sua idea di calcio e non amo il possesso palla fine a se stesso. Non voglio aspettare l’avversario, ma andare sempre ad aggredirlo”.

ZEMAN

“Ma l’influenza principale per me in termini di stile di gioco offensivo, di attaccare sempre l’avversario è stata quella di Zdenek Zeman. Zeman era un pioniere. Le sue squadre attaccavano sempre. Erano ben allenate e hanno sempre provato a segnare un gol in più rispetto all’avversario. Normalmente non sono un fan dell imitare o copiare il lavoro di qualcun’altro. Ma ho imparato molto il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici”.

DE ROSSI, DOMINIO DEL GIOCO E MENTALITA’ VINCENTE

“De Rossi può farcela a diventare allenatore. Ha il carattere, l’esperienza e la conoscenza giusta dopo aver lavorato con tanti manager differenti. Spero in futuro che sia tra quelli che lasceranno un segno”.

“Voglio sempre dominare. Chiaramente non possibile in tutte le occasioni. Prima di arrivare a Roma ero al Sassuolo, ma anche quando siamo andati a giocare con squadre superiori a noi, abbiamo cercato sempre di imporci”. 

“Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio a migliorare. Le statistiche sono utili. Possono darti indizi o indicazioni importanti quando si tratta di prepararsi per una partita, o quando stai cercando di migliorare le debolezze che potresti avere.

“Se vedo una statistica che mostra che la mia squadra non sta giocando molti passaggi verticali, cercherò di lavorare su questo aspetto del gioco più di altri in allenamento perché sono un allenatore che preferisce giocare in verticale”.

“In un club come la Roma, una familiarità con l’ ambiente – l’ambiente o l’ambiente attorno a un club – è sicuramente un vantaggio. Non è mai facile da gestire, ma il fatto che l’abbia vissuta come giocatore è un grande vantaggio”.

“Il ruolo di un allenatore è totalmente diverso, però. Damaggiori responsabilità e l’ ambiente non deve mai essere una scusa. Chi viene qui sa che i media e le situazioni che incontri sono totalmente diversi. I fan sono davvero appassionati e hanno il desiderio di vincere perché non succede da molto tempo”.

“A volte, quel desiderio può diventare più grande di quanto tu possa immaginare. Ma è una fonte di grande orgoglio essere in grado di allenare la Roma, sapendo che devi fare un buon lavoro equilibrato nel gestire l’esterno”.

“Nel 2001, quando ho giocato nella Roma dell’ultimo scudetto, c’è voluta capacità e fortuna per vincere il campionato. Il presidente Sensi aveva investito molti soldi e siamo stati un ottimo gruppo. Allo stesso tempo, per vincere titoli è necessario un grande spirito di squadra. Oltre ai grandi calciatori, quella squadra aveva grandi uomini”.

“La gente parla troppo facilmente di mentalità vincente, però. Prima di ciò, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base su cui diventare vincitori”.

“Ci vuole tempo. Hai bisogno di costruire. Devi dare alle persone che arrivano tempo per lavorare. Nel calcio, spesso accade che la gente voglia tutto subito. Questo non ti permette di migliorare come squadra, come allenatore e come club”.

“Spero che sia quello che possiamo fare qui. Dobbiamo lavorare per cercare di raggiungere un obiettivo senza sottovalutare nulla. Nemmeno il più piccolo dettaglio. I dettagli sono ciò che fa la differenza. Questo vale per tutto. Anche chi taglia l’erba”.

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Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman, gli devo tanto” (VIDEO)

Lorenzo Insigne intervistato da DAZN alla vigilia di Milan-Napoli ha parlato dei suoi gol a San Siro, di razzismo e non è mancato il ringraziamento al Boemo Zdenek Zeman.

Insigne e il rapporto con Zeman

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il mister. Mi ha lanciato nel grande calcio. Mi ha voluto a tutti i costi a Foggia e a Pescara. Se sono questo giocatore – continua Insigne – molto è merito suo. Ogni giorno ci faceva pesare nel suo ufficio, ma entrare lì dentro era come essere a Milano, tutto bianco. Pieno di fumo”

Ancelotti

“Con lui ho un ottimo rapporto. Ho sempre voluto lavorare con lui, perché ha vinto tanto e l’ho sempre stimato. Il cambio di ruolo me lo propose dopo la sconfitta contro la Samp, è stata una sua intuizione e io mi sono messo subito a sua disposizione”.

San Siro, Koulibaly e razzismo

“Se a San Siro contro l’Inter non fosse successo ciò che è successo a Koulibaly, non credo che io mi sarei fatto espellere. A volte – conclude Insigne – per il nervosismo perdo un po’ la testa, so che devo controllarmi di più”.

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Osvaldo: “Zeman numero uno in assoluto” (VIDEO)

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L’ex attaccante italo-argentino Pablo Daniel Osvaldo è stato ospite a Calciomercato L’Originale. Nel corso della trasmissione Osvaldo, oggi rockstar, ha parlato del suo passato calcistico in cui Zdenek Zeman resta uno dei suoi allenatori preferiti.

“Il calcio è stato la mia vita e lo ringrazio. Non voglio essere frainteso – raconta Osvaldo – quando parlo male di alcune questioni del calcio, che magari mi hanno fatto male. Da quando è un business, abbiamo perso la magia di giocare a calcio. Perché ho smesso? Mi ero stancato… A volte dicono tante bugie e dopo un po’ diventi matto se devi sempre chiarire le situazioni. Tante volte hanno confuso il mio professionismo… Ma se non sei professionale di certo non giochi per tanto tempo in Europa e con la Nazionale, che sentivo veramente. Se non fosse stato per i miei quattro figli, avrei smesso prima di giocare a calcio. Cosa ho fatto di sbagliato? Sono sempre stato così, dico ciò che penso al di là di chi ho davanti e nel calcio non sempre è positivo, anche se dovrebbe”,

“Nella mia carriera, qualunque maglia indossassi in campo non avevo pressioni, pensavo alla partita 5 minuti prima di scendere in campo”, le sue parole. “Quando mi dicono che avrei potuto fare di più e non ritirarmi a 32 anni, dico che nessuno mi ha mai chiesto se avessi voluto fare di più (ride, ndr). Ho fatto anche troppo. Le voci di mercato, invece, le accusavo. Caratterialmente mi stancavo e avevo voglia di cambiare aria”.

HIGUAIN E SARRI

“Il Pipa segnerà in qualsiasi campionato andrà, anche se un attaccante come lui vuole un certo tipo di fiducia. Sarri esalta le sue caratteristiche, ma di sicuro c’è anche un rapporto personale particolare che stimola Higuain.”

ZEMAN NUMERO UNO

“Gli allenatori con cui mi sono trovato meglio? Antonio Conte, Zdenek Zeman numero uno in assoluto, è stato come un padre per me e poi Pochettino.

SALVIO IMPARATO

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Manchester City-Liverpool 2-1: Giochi riaperti

Manchester City-Liverpool non è stata semplicemente una grande partita. E’ stata anche la prova della consapevolezza che Guardiola e Klopp hanno dello spessore dell’altro. E di come le grandezze di questi due allenatori si intersechino e si influenzino a vicenda. La vittoria di misura del Manchester City riapre i giochi per la corsa alla Premier League. E pone fine all’imbattibilità del Liverpool di Klopp dopo 20 partite. Allo stesso modo di come lo scorso anno i Reds avevano invece interrotto la striscia del City.

Sta diventando sempre più semplice abituarsi all’idea di dover definire le sfide tra le squadre di Guardiola e quelle di Klopp delle vere e proprie battaglie tattiche. Il rispetto e il timore delle capacità dell’avversario sono ormai ben visibili sul campo. E l’importanza che acquisiscono i dettagli nella direzione delle partite è superiore a quella che noi siamo disposti ad accettare. A maggior ragione se poi consideriamo il peso della partita in sé e le conseguenze che esiti diversi avrebbero portato. Nell’economia dei novanta minuti, il pareggio sarebbe forse stato il risultato più giusto. L’equilibrio complessivo sempre sul filo del rasoio e con fasi alterne di conduzione del gioco ha prodotto alla fine lo stesso numero di tiri in porta. La splendida azione che ha portato al palo di Manè e al clamoroso salvataggio di Stones è stata però il manifesto della direzione che la partita avrebbe poi preso. Gli errori da matita blu di Lovren hanno poi fatto il resto.

Si può discutere con il senno di poi la scelta di Klopp di ritornare per l’occasione al 4-3-3. Accantonando per la partita in questione il nuovo sistema rinvenuto quest’anno. Ovvero quello con il doppio mediano e Fabinho in pianta stabile e i quattro giocatori offensivi. Con l’ingresso di Shaqiri quasi in pianta stabile, Firmino rifinitore e Salah centravanti. Klopp, probabilmente contando sul fatto di avere a disposizione due risultati su tre, ha optato per un centrocampo più aggressivo senza palla. Volto a soffocare la fluidità della manovra di una squadra che avrebbe dovuto necessariamente giocare per vincere. Per poi ripartire con regolarità. La bellezza data dalla verticalità dell’azione che ha portato al palo di Manè è raggiante. E il salvataggio incredibile sulla linea di Stones dopo il pasticcio con Ederson ha forse impedito al piano gara di Klopp di mettere la freccia per la nona volta in sedici confronti diretti tra i due allenatori.

Ma tornando a parlare dell’influenza reciproca dei princìpi di gioco dei due allenatori, va sottolineato questo. Considerato lo score a favore di Klopp e le dinamiche interne delle due gare di quest’anno, la sensazione è che il tecnico ad aver studiato quasi ossessivamente sia stato Guardiola. Coerentemente con la sua maniacalità. Dapprima rinunciando quasi al dominio del pallone nello 0-0 di Anfield. E in seguito andando a mille all’ora nella partita di giovedì. Affrontando quindi coraggiosamente Klopp utilizzando le sue stesse armi. Bernardo Silva sarà al termine della gara il giocatore ad aver percorso più chilometri in Premier League quest’anno in una singola partita.

E alla bellezza e all’emozione del confronto hanno certamente contribuito anche le controrisposte di Klopp, che non sono mancate. I Reds quest’anno sono una squadra molto più quadrata, in grado di gestire i ritmi delle partite senza perdere l’intensità e la verticalità nei momenti chiave. In grado di risalire il campo in maniera sempre diretta ma anche più lucida e ragionata. E’ forse questo il compromesso che ha permesso agli uomini di Klopp di perdere per la prima volta alla ventunesima partita. Dopo aver vinto in diciassette occasioni. L’immagine è quella di una squadra che ha l’intensità e la verticalità nel sangue. Ma la cui consapevolezza di aver raggiunto uno status superiore ha portato a capire di dover razionare le energie. Per poter trovare forse l’unica cosa che mancava, la continuità.

E le controrisposte in questi termini sono arrivate anche in questa partita ovviamente. Ma abbiamo già detto quanto siano importanti i dettagli. E gli errori individuali di Lovren non erano ieri una sorpresa e non lo sono certo oggi. In occasione di entrambi i gol del City sono state decisive in negativo le sue letture. Facendosi anticipare nettamente da Aguero prima, e occupando la posizione sbagliata poi, mettendo in crisi l’intero reparto. Certo è che con gli infortuni del titolare Joe Gomez e di Matip, soluzioni alternative per Klopp non sembravano esserci.

Le prestazioni individuali della squadra di Guardiola sono state di altissimo livello. Fernandinho è stato un gigante e ha dimostrato per l’ennesima volta di essere la chiave di volta insostituibile per i meccanismi di equilibrio del Manchester City. La prova atletica, prima ancora che tecnica, di Bernardo Silva, è stata sontuosa. Quella di Aguero in qualità di attaccante moderno fantastica. E lo stesso dicasi per quella di Laporte, che oltre a bloccare Salah quasi alla perfezione ha avuto anche la forza e l’intelligenza di fare il terzino puro. Per quanto riguarda Sanè, le sue doti atletiche, aerobiche e tecniche e la loro capacità di coesistere meriterebbero sempre una menzione a parte. E il suo gol del 2-1 è un colpo da biliardo, imparabile anche per Alisson.

Siamo stati costretti nelle settimane scorse a dover leggere di un Klopp associato alla dea bendata come se fosse una colpa. Come se poi dietro qualunque tipo di successo vi sia alla base l’assoluta perfezione. Come se poi l’andamento e la direzione di alcuni momenti non abbiano mai contribuito in positivo o in negativo nella storia dei trionfi e delle vittorie. Dichiarazioni forse poco lucide, macchiate da fanatismi forse inconsapevoli ma forti. Che dimostrano di non conoscere la storia di un allenatore che ha invece sempre pagato per i suoi errori, restando comunque in credito con la fortuna da anni. Diversamente, la sua storia dei momenti topici avrebbe meritato di non essere questa.

Abbiamo letto di un Liverpool in calo per il fatto di aver perso meritatamente le tre trasferte nel girone di Champions. Senza magari considerare il fatto che, dopo la finale dello scorso anno, sia emersa forse in quelle circostanze anche la volontà di rivolgere la testa e le energie ad un campionato che manca dal 1990. Anche perché in tutte e tre le occasioni fu un Liverpool troppo brutto per poter essere definito semplicemente in giornata no. Di fronte invece al passaggio del turno meritato o meno, il discorso può anche starci. Ma la consapevolezza europea del Napoli di quest’anno non può essere macchiata di certo per una sola partita persa meritatamente, contro un avversario che ha sfortunatamente per gli azzurri giocato come sa.

La Premier League può in ogni caso dirsi riaperta. Il Liverpool è sempre in testa a quota 54, il City ha ridotto le distanze a quattro lunghezze, mentre il Tottenham, con i suoi 48 punti, è sempre lì. In un momento di forma smagliante. E senza aver speso un centesimo nella sessione estiva di mercato. Lo scorso anno, come detto, il Liverpool pose fine all’imbattibilità del City, ma la squadra di Guardiola continuò a dominare e vinse comunque il campionato. Questo per Klopp è l’anno della verità. Entrare definitivamente nella forma mentis di squadra che deve essere rincorsa e non che deve rincorrere. Proseguire il cammino con la stessa consapevolezza allontanando qualsiasi tipo di contraccolpo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta alla fine del campionato è sottilissimo. Sia per quanto riguarda il suo status di allenatore che per quanto riguarda la storia del Liverpool.

Gioacchino Piedimonte

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Radio Kiss Kiss, Zeman: “Tifo Napoli. Allegri o Sarri? Sto con Maurizio”

Zeman-Radio-Kiss-Kiss

Zdenek Zeman ancora una volta ospite a Radio Kiss Kiss, nel programma Radio Gol. Ecco le suo parole riportate da Area Napoli.

ZEMAN A RADIO KISS KISS SI PARTE CON LA JUVENTUS 

“I bianconeri sono più forti di tutti. Il Napoli e le milanesi possono migliorare ancora per ridurre il gap”.

ANCELOTTI  ED ELIMINAZIONE

“Peccato per il Napoli, ma i partenopei hanno affrontato squadre di grande valore. La squadra azzurra ha dimostrato di poter competere con tutti. Il Napoli non snobberà l’Europa League. .Carlo ha vinto tutto, spero possa trionfare anche in Italia col Napoli”.

TIFO  NAPOLI

“Per chi devo tifare? Dico Napoli perché c’è Insigne, solo per questo. Gli voglio molto bene”.

MERET 

“Portiere di grande talento, ha dei grandi margini di crescita”.

NAPOLI E L’ESONERO

“Se non mi esoneravano credo che ci saremmo salvati. La squadra non era affatto male, non sicuramente da retrocessione”.

LA FRASE PAGATA CARA

“Dissi: ‘Il calcio esca dalle farmacie’. Da quel momento la mia carriera è stata penalizzata. In qualche modo me l’hanno fatta pagare”.

ALLEGRI O SARRI 

“Sono con Sarri quando dice che bisogna giocare bene per vincere. Il motto che conta solo vincere non mi appartiene”.

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Ancelotti come Zeman: “Niente stress, voglio allenare ogni giorno”

Ancelotti-Sole-Mio

Carlo Ancelotti intervistato da Walter Veltroni per la Gazzetta Dello Sport racconta la sua esperienza a Napoli. In alcuni tratti dell’intervista esprime dei concetti che ricordando molto il pensiero dell’allenatore che ha ispirato questa testata, Zdenek Zeman.

Carlo Ancelotti: cosa è il calcio nella vita di questo Paese? È una speranza? È un diversivo? È un gioco?

“Dovrebbe essere un gioco. E’ nato così – continua Ancelotti – così è vissuto dai bambini. Ma per questo Paese il calcio non è tanto un gioco, quanto un diversivo. A Napoli rappresenta anche una rivalsa, una sorta di riscatto dal senso di abbandono che questa città ha legittimamente introiettato nei secoli. Per me rimane un gioco. Bello, emozionante. Ancora mi diverto, ancora lo faccio con passione. Sento tanta gente del calcio dire che non riesce a dormire per la pressione. Io dormo sempre”.
“Capisco che il calcio possa anche essere fonte di stress. In alcune piazze ci sono pressioni. Io però non sono stressato. Il calcio sotto questo aspetto non mi ha mai dato problemi. Io alleno anche perché mi diverto. Se fosse per me continuerei ad allenare fino ad 80 anni, ma lo so che non sarebbe possibile e non me lo permetterebbero”

Infatti lei trasmette da sempre questa idea di serenità. Vedo tanti suoi colleghi che invece sono dominati dallo stress…

“Sì, quello dipende dal mio ca­rattere. E il carattere non è solo Dna. E’ la somma dell’indole e delle esperienze della vita. E’ un fatto storico, si potrebbe di­re. Il mio papà era molto tranquillo, era un contadino, sape­va dominare le conseguenze delle gelate sul raccolto e io sono cresciuto guardando il suo rapporto con la terra, le stagio­ni, gli animali. E già lì Dna ed esperienza si fondevano… Il mio primo allenatore è stato Liedholm, tutto l’opposto dello stress. Una volta al Flaminio i tifosi della Lazio ci hanno am­mazzato di botte, ci tiravano le pigne sul pullman. Noi erava­mo per terra sanguinanti, lui è salito sul pullman e ha detto: “Ragazzi tutto bene? Cosa suc­cede?”. Io da lui ho imparato uno dei sentimenti più difficili da conoscere e conservare, la serenità”

Il fisico quanto conta nel calcio moderno? Conta più dell’intelligenza e della tecnica calcistica?

“No, la cosa più importante è l’intelligenza. Dopo, naturalmente, c’è la genetica, che è il talento e anche il fisico. È una combinazione. Alla stazza non do molta importanza. I giocatori lenti, per esempio, continuano a giocare a calcio, perché a calcio possono giocare tutti. Il giocatore lento, quello veloce, il giocatore basso, il giocatore alto. È lo sport di tutti. L’aspetto fisico, nella mia idea di calcio, ancora non ha la predominanza sull’intelligenza tecnica e tattica”.

Sì, infatti lei ha Mertens, Insigne e ha avuto Verratti che certo non sono dei corazzieri.

“Più dell’intelligenza conta la personalità. Puoi giocare ad alto livello solo se hai una forte personalità. Come Modric che, fisicamente, anche lui è un po’ esile. Avere personalità significa non spaventarsi davanti alle partite importanti. Ci sono tanti giocatori dei quali si dice ‘questo giocatore nelle partite importanti sparisce’. Quello è un difetto di personalità”.

Le è mai capitato un giocatore con questo difetto?

“Si, come mi è capitato un giocatore di 20 ani che non si spaventa davanti a niente”

Lei pensa sia immaginabile, per esempio qui a Napoli, un’idea del manager che resta per diversi anni come è per esempio nel calcio inglese?

“Mi piacerebbe molto. Forse qui ci sono le caratteristiche adatte a un progetto simile”.

Che cosa ha Napoli che le piace? A uno come lei che viene dalla Bassa?

“Di Napoli mi piacciono tante cose. Ovviamente il paesaggio e la luce. Il golfo di Napoli, con Capri di fronte. Il Vesuvio: ti svegli la mattina e hai questa fotografia emozionante davanti. Poi che ha Napoli? La gente è molto disponibile. Il napoletano non si prende troppo sul serio. E’ gente allegra, disponibile, aperta. Mi piace poi la passione che c’è dietro questa squadra. Passione e rispetto. Tutti pensano che Napoli sia sempre un grande, esuberante, putiferio. A me piace frequentare la città, vado per strada, nei ristoranti e nessuno mi ha mai disturbato, sono molto rispettosi. Forse perché mi vedono un po’ vecchio…”.

E invece della sua nebbia ha nostalgia? La sente nelle sue radici?

“Sì, io sono del nord ma mi trovo bene al sud. La nebbia sono i ricordi della mia infanzia che rimangono indelebili. Sono così per come sono cresciuto”.

Lei ha detto che se negli stadi continueranno gli slogan contro Napoli, che poi sono urla razziste, lei chiederà che la partita si fermi.

“Io non voglio fare un discorso solo sul Napoli, ovviamente. Voglio parlare degli stadi italiani e della lotta contro ogni intolleranza. Una cosa sono i cori e gli striscioni divertenti, altro le manifestazioni di odio e la demonizzazione di città, colori della pelle, appartenenze etniche o religiose. E’ un malcostume che deve finire. Credo che anche il presidente della Federazione sia sensibile a questo, gli arbitri sono sensibili, ci sono delle regole che gli organi competenti devono far rispettare. Se ci sono quei cori si devono attuare delle procedure: la segnalazione del capitano all’arbitro, l’annuncio con gli altoparlanti e, se nulla serve, la sospensione della partita”.

Koulibaly una volta mi ha detto ‘Io sono napoletano’. Anche lei si sente un po’ così?

“Sì. Mi piace l’atmosfera che si vive qui, l’ambiente. Napoli accoglie, non respinge”.

Dove può arrivare questo Napoli quest’anno?

“Non lo sappiamo, secondo me questa squadra ha tante potenzialità e lo ha dimostrato nel girone di Champions, che era difficilissimo. Siamo cresciuti molto in personalità, convinzione, perché queste partite aiutano a crescere. Siamo una squadra che non può giocare a basso ritmo. Per riuscire dobbiamo lavorare sempre a ritmo alto”.

Il Napoli ha il miglior centrocampo che ci sia in Italia. E’ così?

“Ne sono convinto. Allan, Fabiàn Ruiz, Hamsik, Diawara, Zielinski, Ounas. Sei centrocampisti di alto livello. Nella completezza siamo molto competitivi”.

Koulibaly è il miglior difensore del mondo in questo momento?

“E’ uno dei migliori. Con Sergio Ramos, Varane. E con quelli della Juve che sono molto forti, più che come individualità, come coppia”.

La Juve è inarrivabile quest’anno?

“No, la Juve è molto forte, molto continua, però inarrivabile no. Nella mia esperienza di calcio non ho ancora trovato squadre imbattibili. Certo, per stare al passo con la Juve, devi fare miracoli”.

L’allenatore da cui hai imparato di più è stato Liedholm?

“Sacchi ha innovato non solo il gioco, portando il pressing, ma soprattutto l’organizzazione, la metodologia del lavoro”.

Dove sei andato hai lasciato un buon segno. Oltre a tante vittorie.

“L’unica esperienza amara è stata il Bayern. E’ stato un scontro di filosofie. La società non aveva intenzione di modificare la struttura, la loro filosofia di lavoro e di promuovere un cambio generazionale dei giocatori, cosa che ora stanno facendo”.
“Di solito dico di no alle nazionali perché voglio stare sul campo ogni giorno”
Zdenek Zeman al Barbera

In un futuro lontano ti immagini allenatore della Nazionale?

“Oggi no. Ho avuto la possibilità mesi orsono, ho parlato anche con la Figc. Ma ho detto loro che avevo voglia di allenare una squadra di club. A me piace stare qui tutti i giorni. Non mi piace allenare tre volte al mese”.

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iDNES.cz, Zeman: “I sistemi nel calcio decidono a chi assegnare i titoli”

Zeman-iDNES.cz

Intervista a Zdenek Zeman di iDNES.cz ovviamente inedita in Italia. Il Boemo torna sulla sua ultima esperienza a Pescara, confessa di essere stato cercato da Arrigo Sacchi per allenare l’Under 21 e attacca di nuovo il sistema calcio, che resta per lui non puro.

Quando guardi il calcio ceco, cosa provi? 

Non conosco molto le dinamiche e non so esattamente cosa sta succedendo, ma sto ascoltando e osservando. Arbitri, corruzione … Non mi piace questo. Il calcio ceco non sta attraversando un buon periodo. Non è una bella immagine. Mi aspettavo di più dallo Sparta.

Lo scorso anno lo Sparta ha provato il grande colpo. Ha ingaggiato Stramaccioni e comprato molti stranieri. 

Stramaccioni era mio tifoso (un fan) e mi ha invitato diverse volte a pranzo a Roma. Voleva che gli dicessi cosa penso del calcio e degli allenamento. Sinceramente non so spiegare come mai lo Sparta abbia pensato a lui.

Questo è  un mistero anche per me. 

Lui ha avuto buon successo a livello giovanile, forse è un problema di esperienza. Non so dire se allo Sparta fu questo il problema.

Troppi stranieri nel calcio ceco?

È di moda avere molti giocatori stranieri in rosa. Anche qui, in Italia, l’undici titolare a volte è  tutto di stranieri. Ma nel calcio ceco è peggio. I talenti cechi non si vedono e non c’è nessuna selezione giovanile da cui prenderli. Lo Sparta ha calciatori rumeni, turchi, africani. Non portano più di quanto i ragazzi cechi porterebbero. Sfortunatamente è una realtà

Sei deluso dal fatto che non puoi intervenire? 

Non sono deluso, ma di sicuro non mi piace dove sta andando il calcio.

Non ha offerte in questo momento?

Voglio fare calcio. Calcio pulito. Spettacolo, allenamenti e valorizzare giocatori. Mi piacerebbe essere sul campo di allenamento ogni giorno, così sono abituato, ma quando vedo cosa sta succedendo, capisco che sarà molto difficile. Puoi perdere e puoi vincere, il denaro non dovrebbe essere così importante. Dovrebbe funzionare che quando giochi bene vinci. Ma se non giochi bene e vinci, per me è strano.

Perché non hai mai allenato il Palermo? 


Il presidente Zamparini non vive di progetti. Vuole fare affari, quindi ha venduto Cavani, Toni, Pastore. Ma poi esonera cinque allenatori in una stagione. Non c’è spazio per me. Ma il Palermo è la migliore squadra della serie B non dovrebbe essere brutto allenarla.

Ma?

Ho la mia politica.

Dove la porta? 

A marzo sono stato esonerato dal Pescara per un presunto problema di disciplina. Proprio io che vivo per la disciplina. Sono come un tedesco.

Cosa è successo? 

Eravamo a tre punti dai play off, giocammo una buona partita contro il Cittadella. Ma purtroppo perdemmo e il presidente disse che ci dovevamo allenare il giorno dopo. Così gli dissi: “Chi decide quando ci si allena, è l’allenatore”. Era l’unico giorno libero della settimana.

E poi? 

I ragazzi erano allarmati e mi  hanno riferito dell’allenamento mentre tornavo a Roma. Quella domenica  c’erano anche le elezioni parlamentari e mio figlio minore, Andrea, stava facendo la chemioterapia perché aveva un tumore allo stomaco. Niente mi avrebbe fermato!

Neanche il presidente? 

Mi ha chiamato per dirmi che ero stato esonerato per indisciplina.

Di peggio in peggio?

Non sono sorpreso, è il calcio di oggi. Mi ha fatto anche causa e dovrei restituire una percentuale del mio stipendio. Lo ha deciso il tribunale, ma non pagherò nessuna percentuale.

Sei famoso per aver parlato di doping nel calcio italiano venti anni fa: il calcio deve scomparire dalle farmacie!

Non so se sono famoso sol per quel messaggio.

Ma sei stato una persona  poco gradita per dieci anni.

Sono ancora qui.

La tua lotta non è stata inutile. I tribunali hanno avuto ragione. 

Il problema del doping ci sarà sempre. La domanda è, quanto sarà davvero rivelato? Spero solo che i giovani giocatori si rendano conto di quanto possa finire male.

Oggi rifaresti quelle dichiarazioni?

Senza esitazione la Juventus non era certamente l’unica ad usare sostanze proibite. Creatina, EPO, steroidi. Le droghe non appartengono allo sport. L’ho fatto per il calcio.

La Juventus non ha dimenticato. 

No ma quando la Juve gioca a Roma e sto camminando verso lo stadio Olimpico, i tifosi della Juventus  mi chiamano “Mister! Possiamo farci un selfie? ”

 

Queste dichiarazioni anti-doping ha rovinato la tua carriera? 

Non ero ancora cinquantenne, ero considerato un dei migliori allenatori in Europa. Mi avevano cercato Barcellona, ​​Real Madrid, Inter.

Rifiutò il Barcellona?

Mi sono divertito a Roma allora. Non avevo bisogno di più.

Prima hai guidato la Lazio, dove hai portato Pavel Nedved, poi due volte la Roma. 

La prima diventai un idolo, la seconda volta mi scontrai con la squadra. Non cercavo soldi e volevo solo fare cose che fanno bene al calcio.

Qual era il problema? 

La squadra non si è comportata come dovrebbe comportarsi. Non voleva essere di prim’ordine. Non mi interessa se alleno Foggia, Real Madrid o Lecce. Ovunque voglio la stessa cosa. Purtroppo a quel tempo, i ragazzi dell’AS Roma non volevano allenarsi. A loro piacevano gli accendini sul lettino da massaggio.

Chi le ha messo il bastone tra le ruote? 

De Rossi locale e un gruppo di brasiliani. Non sono abituati a lavorare in Brasile e non volevano farlo nemmeno qui. Quindi hanno avuto un problema con me.

Tuttavia, sei famoso per le durissime sessioni di allenamento. 

Vent’anni fa erano più dure.

Quindi? 

Scherzi a parte. Mi dicono che faccio lavorare e lavoro sodo. Ma quando lavoro, non guardo in faccia nemmeno a mio fratello. Mi devono seguire tutti. Ma oggi hanno reso il calcio noioso. Non si gioca verticalmente, solo palla al piede. Tutti stanno sul posto, nessuno si muove. La squadra che attacca appena fa gol si abbassa o fa passaggi da una parte all’altra giocando anche con il portiere. Non mi piace anche se si chiama calcio moderno.

Quindi non ti piace il modernismo? 


Voglio giocare a calcio. E un buon calcio può essere giocato solo allenandosi e correndo. Ma i giocatori hanno imparato a dire:  Ci stanchiamo con gli allenamenti duri e domenica non avremo la forza di giocare correttamente.

Quale allenatore segui oggi? Mourinho, Guardiola, Klopp, Ancelotti, Sarri, Emery …

Seguo molto, solo non c’è niente che mi piaccia.

Sei severo 

Quando la Guardiola stava allenando il Bayern Monaco, mi invitò a guardare i suoi allenamenti. Devo dire che il suo calcio stava cambiando ma non era ancora l’ideale.

Perché in realtà ti ha invitato? 

Gli è piaciuto come il mio Pescara ha giocato nel 2011-2012. Ha dato un’occhiata. Poi ha Estiarte che è stato uno dei più grandi giocatori di pallanuoto e ha giocato ha Pescara.

Chi sta giocando a calcio ora secondo i tuoi gusti? 

Mi piace il Liverpool. È vivace, sempre in tempo. Anche se è generalmente una caratteristica del calcio inglese.

Non hai mai abbandonato un sistema con tre attaccanti. 

In realtà lo adotto da quando ho allenato gli alunni dello Slavia.  Non ho giocato li con un sistema diverso dal  4-3-3. Il miglior assetto che esisteva, si doveva solo dare più senso del movimento e inserirci il nostro calcio danubiano come volevo. Era un calcio senza un grande jogging, quindi non ti stancavi troppo.

Il tuo acclamato zio Čestmír Vycpálek, doppio campione del campionato italiano, ha provato anche alla Juventus le tre punte, giusto?

Si Anastasi, Capello, Bettega. Entrambi abbiamo provato a farlo funzionare.

Tuo zio come te? Dietro di lui sei partito nel 1969 in Sicilia.
Spesso ero più cauto di essere un bastardo a comportarmi diversamente e ad ascoltare i consigli degli altri. Aveva ragione, ma non potevo. Ero convinto di quello che stavo facendo, perché lo stavo facendo e che lo stavo facendo bene.

Quale è stato il tuo picco da allenatore ?
Probabilmente a Licata, nella serie C italiana. Nella metà degli anni ottanta. Avevo ragazzi già allenati nelle giovanili del Palermo, quindi tutti sapevano cosa volevo da loro. Ci hanno chiamato rappresentazione siciliana. Fu molto prima di quel famoso Foggia.

Foggia, grazie ad un grande gioco, ha dato spettacolo in serie A con giocatori presi dalla serie C, il periodo fu soprannominato Zemanlandia. Ci cita qualche giocatore? 


Beppe Signori, l’oro di Foggia. Quando è andato alla Lazio, ha vinto tre volte Capocannoniere, il premio per il miglior goleador in Italia. Signori poteva dominare il mondo. Igor Shalimov, era, un pugnale. Solo se la sua testa stava bene. Gli piaceva bere. Kolyvanov è lo stesso.

Ti hanno stupito?


Io gli ho solo spiegato che giocare a calcio non significava solo qullo che si vedeva allora. L’uomo non mangia solo per diventare più alto. Dopotutto io ho sempre voluto voglio che i giocatori fossero in grado di creare spettacolo per le persone. Teatro, capisci? Non solo intascare lo stipendio del contratto.

Ma per alcuni giocatori è una follia? 


Sono coccolati perché i club li permettono. I club dipendono direttamente dai giocatori, ne hanno bisogno, quindi pagano troppo per renderli leggermente redditizi. E sarà sempre così.

Cosa hai fatto con i giocatori di calcio che non hanno dato tutto? 


Non hanno giocato quanto volevano. Dovevano mostrarmi qualcosa per farmi cambiare idea.

Perché?

Per giocare bene devi allenarti bene tutti i giorni.

Ascolta, ora non hai nessuna offerta? 

Nessuna. Sono solo un po’ sorpreso dal fatto che i club stiano optando per allenatori giovani. Forse solo il Bayern è stato un’eccezione l’anno scorso, perché aveva Heynckes. Mi chiedo se sia giusto. Se sei giovane mestiere non l’hai imparato da nessuna parte.  Che tu abbia giocato bene da qualche parte non significa che sarai un buon allenatore.  Sono contento che Arrigo Sacchi mi abbia chiesto di aiutarlo con l’Under 21 Italiana, ma io quando alleno, ho bisogno di essere in campo ogni giorno. Quindi ora ho troppo tempo libero che non mi piace.

Se non ci fossero nuove panchine, considereresti la tua carriera un successo? 

Credo di sì, anche se so che potrei lavorare ancora e meglio. Apprezzo che la rivista France Football mi abbia classificato tra i trenta migliori allenatori della storia.

Ma i titoli mancano.

Sì, ma dipende da che punto di vista si guarda. A volte i titoli vengono assegnati a tavolino, a chi non li merita.

Si riferisce alla Juventus? 


Non solo alla Juventus. Ci sono i sistemi nel calcio – che in ogni paese decidono prima della stagione, chi vincerà. E non mi piace il calcio così. Mi piacerebbe rendere il calcio puro. Lasciarlo vincere al migliore.

traduzione e trascrizione a cura di

SALVIO IMPARATO

 

 

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Te la do io Tokyo, Zeman: “Se la gente smette di parlarne il calcio finisce”

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Zdenek Zeman è stato intercettato da Mario Corsi nella sua popolare trasmissione Te la do io Tokyo. Ecco l’intervista e l’audio completi.

Te la do io Tokyo audio completo qui

Si è parlato molto della sua rivelazione sul suo cuore più vicino all’ambiente Lazio che a quello Roma

“Io non ho mai detto che il mio cuore batte più per la Lazio. Intanto era un’intervista a Praga, in ceco, era anche registrata. Non l’ho detto, perchè non lo posso dire. Io ho detto che allenando Lazio e Roma mi sono trovato bene nell’ambiente romano di calcio. La Roma mi ha sempre attirato di più perché ha più pubblico, più calore.
Io ho amici laziali, amici romanisti, io non li rinnego. Io ho sempre detto che faccio calcio per la gente, dove c’è più gente, più interesse per il calcio da parte della gente mi trovo meglio. Poi è normale che si può andare bene e si può andare male.”

Cosa pensa delle parole di Kolarov? 

“Per me se la gente smette di parlare di calcio, il calcio finisce. Il calcio è fatto per parlare ai bar e per discutere. Poi se ne capiscono o non ne capiscono è normale che uno ha più una visione tecnico-tattica e uno più da tifoso. Sono due visioni completamente diverse.”

Cosa pensa delle difficoltà che sta trovando questa stagione mister Di Francesco, dovrebbe cambiare qualcosa? 

“Per me ha già modificato troppo il suo assetto, ha cambiato tanti modi di giocare. Penso che la Roma è sempre una squadra importante. Ha perso a Udine, è vero, ma l’Udinese ha fatto 2 tiri. La Roma ne ha fatti 20…purtroppo bisogna prendere la porta e fare gol perchè di quello è fatto il calcio.”

Cosa pensa di Schick? 

“Il suo problema è che è costato 40 milioni. Io l’ho visto a Praga 2 volte, con la Polonia e la Slovacchia, e ha sempre fatto molto bene, ha segnato due gol in queste partite con la nazionale. Schick ha capacità, ma non ha capacità da uno di 40 milioni. La gente si aspetta sempre troppo.”

Ma come si muove quando gioca in Nazionale?

“Lui gioca da centravanti in nazionale, Il secondo gol lo ha fatto perché si è inserito negli spazi vuoti. Magari a Roma non trova gli spazi e non trova nessuno che lo mandi negli spazi, io quando dico questo penso sempre a Checco che lo manderebbe in porta. E penso a quanti gol avrebbe fatto con Checco.”

Ha più sentito i dirigenti della Roma dopo il suo esonero? E l’ultima volta che è venuto a Roma, nel 2012, chi l’ha chiamata?

“Non ho più sentito nessuno dopo l’addio alla Roma, forse ho visto solo Sabatini a una premiazione a Napoli. Nel 2012 sono stato chiamato da Baldini.”

SALVIO IMPARATO

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Hall Of Fame di ISport.cz, da oggi c’è anche Zeman: “Sto per tornare!”

In Italia il suo nome è conosciuto da tutti i tifosi del calcio. L’allenatore Zdeněk Zeman ha guidato club famosi come Lazio Roma, AS Roma o Palermo. Durante il  rilascio della targa dell’Hall of Fame Sport ha riferito di essere in pensione ancora per poco: “Torno. Certo! “

Ha guadagnato l’etichetta di allenatore che vuole il gol e lo spettacolo a tutti i costi anziché accontentarsi di un noioso 1-0 o di un grigio pareggio a reti inviolate.

“Tutti i miei ragazzi hanno sempre sudato – racconta Zeman alla cerimonia Hall Of Fame –  per dare alla gente qualcosa. Il calcio senza emozione non è importante. La cosa importante è quello di far divertite il pubblico, anche quello avversario. E penso di esserci riuscito infatti sono molto famoso in Italia per questa mia caratteristica, ha dichiarato l’allenatore Zdenek Zeman durante la visita alla redazione di Isport.cz , che ha rivelato come nasce la sua passione per il calcio offensivo.

“Quando ero ancora in Cecoslovacchia, ho allenato gli allievi dello Slavia e Vyšehrad. Si giocava sempre con il 4-3-3. Forse mancavano i tagli e più movimento, ma sempre almeno tre attaccanti. Il mio modello è stato l’allenatore Kováč che ha guidato l’Ajax e disse che la miglior difesa è l’attacco. È da li ho fatto mia quell’idea”, ha specificato Zeman, che ha preferito segnare sempre un gol in pi+ dell’avversario.

“Mi piacerebbe sempre vincere 5: 4. A volte sono riuscito a vincere 8: 2 o 7: 1. In serie A non è facile. Non mi piacedi fare un punto come fanno gli altri allenatori per salvare il posto in panchina. Non ho mai giocato per un pareggio, mai per salvare la panchina”, ha detto con orgoglio il famoso allenatore ceco.

Il leggendario Zdeněk Zeman è diventato un membro dell’Hall of Fame di Isport.cz

In passato, tuttavia, ha avuto difficoltà a ottenere panchine a causa della sua onestà e onestà. Ha fortemente criticato le condizioni del calcio italiano ed è stato il primo a mettere in guardia contro il doping. Lo contraddiceva.

 

“I presidenti avevano paura che se fossero stati penalizzati  e che l’intero sistema sarebbe stato contro di noi. Ecco perché non mi volevano “, ha detto Zeman.

Un allenatore popolare ma sofisticato ama guardare i club che hanno uno stile offensivo.

“Mi piace il Manchester City. Guardiola ha cambiato il suo gioco rispetto a  quando era alBarcellona. Il Liverpool anche gioca anche calcio offensivo e mi piace”

Nell’intervista Zeman ha parlato anche dell’ex allenatore dello Sparta.

“Conosco Stramaccioni da Roma. Era  mio fan. A volte mi ha invitato al ristorante. Non è stato molto fortunato in Italia. Ha fatto molto lavoro nelle squadre giovanili e ha valorizzato abbastanza giocatori “.

La sfida più grande, per un allenatore come lui, sarebbe essere ingaggiato per la prima volta nella Repubblica ceca.

“Non credo a breve. Le squadre stanno facendo bene e non devono cambiare i loro allenatori “, ha detto Zeman, aggiungendo, con il sorriso di chi sta tornando presto in panchina. “Torno. Certo! ” 

SALVIO IMPARATO

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