Napoli – Torino 1-0: stairway to heaven

Il Milan in un ordinario Sabato sera vinceva, tra le mura amiche, in rimonta contro l’Hellas Verona. I rossoneri momentaneamente s’issavano al primo posto. Nel frattempo l’Inter perdeva ulteriore terreno, cedendo fuori casa 3-1 alla Lazio sarrista. Il Napoli in una partita infame per il valore del Toro di Juric e per il ricorrere post sosta nazionale trova la scala per il Paradiso, approfittando delle ormai larghissime spalle di Osimhen. Il nigeriano a due gradoni la volta, all’80esimo, sale fin sopra la traversa e di testa segna l’1-0. Che significa risoluzione di un match giocato male dal Napoli, il peggiore della stagione per le ragioni di cui sopra. Che significa, in vero, ancora primo posto in classifica e ottava vittoria consecutiva.

1. Il caos

Il peggior Napoli della stagione, anche meno brillante della trasferta di Genova, ma non per la voglia di vincerla. Anche perché a Firenze, a differenza del parere di molti, il Napoli ha giocato partita maestosa e completa.

Per il resto gli azzurri sono risultati approssimativi e confusionari dal punto di vista sia tattico – non sotto il profilo delle palle inattive che hanno prodotto ancora una volta tantissimo: stavolta un rigore – che tecnico. Il Napoli è cascato nella trappola del Torino. I granata vogliono sempre incutere nell’avversario questo caos in cui poi con il loro fisico andare a vincere duelli individuali e in scorribanda andare a fare male.

Un Napoli stanco, che perciò non è riuscito frequentemente ad elevarsi sopra tale caos con la tecnica. Così ha finito per concedere occasioni da gol agli avversari mai come prima d’ora. Eppure i partenopei hanno comunque prodotto un Xg quasi di due reti, mantenendo così inalterata la produzione offensiva rispetto alle uscite precedenti. Il Napoli, alla fine, ha realizzata soltanto una rete e succede, soprattutto quando la partita sembra ab origine infame tanto per il valore dell’avversario quanto per il ricorrere post sosta nazionale.

2. Insigne il rigorista

E la rete siglata dal Napoli è soltanto una perché Insigne sbaglia il 3 rigore su 5 in stagione. Altrove, a Milano ad esempio sponda rossonera – al momento i competitor diretti del Napoli per la vetta -, sarebbe un non problema.

L’anno scorso Ibra sbagliava con altrettanta frequenza i rigori. Anch’egli andava in scadenza a fine anno. Scelse di lasciare a Kessiè l’onere. La squadra ha continuato a volare lo stesso.

Il problema diventa grosso perché Insigne non è Ibra, non si autodefinisce Dio anche quando gioca male. Lorenzo si adombra e inizia a picconare la sua autostima. Inoltre, non sembrerebbe esserci un Kessiè pronto a supplirlo. O al momento non ne vedono gli esterni.

3. Stairway to heaven

Per un Napoli incapace di sbloccarla e in balia della fisicità granata ci ha pensato il giovane fuoriclasse Osi. Il nigeriano ha percorso tutte le scale che portano al Paradiso due gradoni alla volta e trafitto di testa il fratello meno famoso della famiglia Milinkovic Savic.

E tra le nuvole Victor ha portato con sé, sulle sue spalle, Bremer che nel marcarlo però ha dimostrato di essere un embrione di top difensore mondiale alla Cuti Romero. Ma ha anche portato in cima al cielo le paure derivanti dallo spauracchio Juric e dal suo gioco maschio e resiliente, che complice la fifa del Napoli di Gattuso ha privato gli azzurri di una Champions già conquistata. E poi queste paure le ha spinte giù in terra disintegrandole.

Juric di difensori se ne intende. Ha formato anche quello che oggi è stato il migliore del Napoli: Amir Rrahmani.

4. Il brodo

Ora a Spalletti tocca recuperare un Lozano rabbuiato da un cambio tattico (legittimo) del mister – ossia passare dal basico 442 al più 352 -, che però forse avrebbe dovuto rivolgere la sostituzione a Dries Mertens.

Il belga mette lo zampino nel gol ben prima del cambio modulo ma sembra ancora lontano dalla condizione migliore. La partita non permetteva certo di fargli prendere confidenza come abbisognerebbe.

E poi tocca recuperare alla causa i vari Demme, Lobotka e Manolas che allungano il brodo. Sta arrivando l’inverno e o’ bror è buono assaje.

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina – Napoli 1-2: le sette meraviglie azzurre

Koulibaly sconfigge il razzismo della curva Fiesole mentre il Napoli batte la Viola in casa sua, all’Artemio Franchi. Secondo alcuni, gli azzurri non avrebbero brillato. Il valore della Fiorentina attuale esalta un Napoli stanco ma di rara personalità e lucidità. I gigliati perdono la battaglia del tifo e la partita. Da poco, il presidente italo americano Commisso ha annunciato che Vlahovic non rinnoverà e a fine stagione andrà via. In realtà, Mr Commisso, scegliendo Italiano al posto del permaloso Gattuso, ha intrapreso strada di lungimiranza calcistica. Tale soluzione programmatica già sta fruttando i suoi dividendi. La Fiorentina potrebbe (nemmeno troppo sorprendentemente) scalzare a fine anno una delle sette sorelle dalla Zona Europa. Il calcio offensivo e verticale di Italiano, informato per stessa ammissione del mister ex Spezia di principi e nozioni zemaniane, produrrà tanti punti.

1. Un grattacapo complicato

La trasferta toscana per il Napoli si è sin da subito proposta complessa. Gli azzurri trovavano una blasonata e rinascente squadra, come la Fiorentina, alla fine di un ciclo terribile di 7 partite in meno di un mese. Si è giocato ogni tre giorni. Inoltre, il Napoli arrivava al match con qualche incertezza dovuta dalla prima sconfitta stagionale rimediata in Europa al cospetto della bestia nera Spartak Mosca. La squadra russa ha espugnato il Maradona stadium. Il club sovietico fu anche l’ultimo Napoli pre-aureliano in Coppa Campioni, l’ultimo vagito internazionale del gruppo partenopeo guidato dal D10S.

La Fiorentina, dal canto suo, offriva allo studio di Spalletti pressing alto, verticalità offensiva nascente da un recupero palla alto e furibondo. L’ideatore di questo calcio si chiama Vincenzo Italiano e predilige giocare con due difensori centrali sulla linea del centrocampo, due terzini sganciati contemporaneamente e due ali che entrano dentro al campo a dialogare con due mezz’ali destinate a stoccare da fuori o ad inserirsi nell’area di rigore per affiancare l’unica punta. In questo caso il temibilissimo giovane serbo Dusan Vlahovic, il quale al cospetto del pari età Osimhen ha evocato negli occhi dei media e nel cuore dei tifosi sfide tra futuri fuoriclasse.

In realtà, Italiano ha leggermente modificato il suo assetto base in fase offensiva sperimentato a La Spezia. Infatti, la scelta a destra di puntare su un’ala come Callejon che si tira fuori dal gioco tra le linee per dare sfogo in ampiezza alla manovra dei compagni apre un corridoio che il terzino spagnolo, di proprietà del Real Madrid, Odriziola sfrutta con verve e dinamismo. Alla fine, il trequarti è molto più quest’ultimo che Callejon.

2. La tattica di Italiano

Il pressing, dunque, che il Napoli si trova di fronte è un muro violaceo quanto la tumefazione del volto della squadra partenopea a sbatterci contro lungo tutto il primo tempo. Italiano schiera una linea di sei uomini il cui compito è giocare sia sulla figura degli avversari ma quando la palla passa ai difensori del Napoli, centrali o terzini, allora i ragazzi in Viola devono muoversi sulle linee di passaggio. Lo scopo tagliare fuori dal gioco Zielinski e Osimhen. Il polacco, affogarlo nel marasma tambureggiante del centrocampo; il nigeriano, costringerlo ad essere cercato con palla addosso. Che tutto si può dire di Osimhen fuorché abbia la dimestichezza del controllo e del lavaggio di una sfera sporca lanciatagli sul corpo.

Come si può vedere l’intento chiaro della Fiorentina era spaccare in due il Napoli, tagliando qualsiasi rifornimento a Zielinski e Osimhen lavorando sulle linee di passaggio. Tattica riuscita sola in parte.

La tattica funziona. Il Napoli sembra spaesato e in affanno sia mentale che fisico. Anguissa, ad esempio, rincorre per 45 minuti l’opacità storica di Bakayoko. Zielinski sparisce dal campo e mai ci rientrerà salvo lasciare ai posteri una singola e decisiva giocata, di cui parleremo, nel bel mezzo del nulla cosmico della sua partita.

La Fiorentina, che capitalizza sempre e comunque nei primi 45′, ne approfitta e prima impegna Ospina con Pulgar dalla distanza. Poi sullo sviluppo da calcio d’angolo beffa la marcatura a zona del Napoli, sensibile sul secondo palo, trovando il piede di Pulgar inopinatamente solo il piatto di Vlahovic che riversa in area piccola il pallone sul quale Martinez Quarta segna il vantaggio fiorentino.

3. Il fuoriclasse Osimhen

Il Napoli è sotto. Vlahovic con un assist si sta assicurando la sfida tra baby fenomeni con Osimhen. Ruiz pedinato ad uomo da Pulgar ha smarrito sapienza e dominio del gioco eppure su giocata codificata: palla in avanti di Mario rui per Insigne, avanzamento della linea difensiva fiorentina perché il pallone durante la trasmissione della palla si può intendere coperto, palla indietro d’Insigne per Fabian Ruiz ed immediato lancio nel corridoio laterale di sinistra per Osimhen accoppiatosi con Quarta.

ll difensore argentino, pur centrale di sinistra, aveva coperto la profondità alla sua destra su Osimhen. Il compagno di reparto Milenkovic, infatti, era impegnato ad aggredire in avanti Zielinski.

Zona 1 e Zona 2 gli unici spazi liberi concessi da Zielinski, il quale mai ne ha saputo approfittare. I corridoi, evidenziati dalle frecce, invece lo spazio che la Fiorentina ha scelto di concedere ad Osimhen.

Il lacio di Fabian è preciso. Quarta non ha una chance di tenere Osimhen invlatosi in campo aperto. Alla fine l’argentino opta per il male minore, il rigore. E sul dischetto si presenta Insigne, in questo inizio di campionato non tranquillo dalla linea della carità. Infatti, il capitano azzurro sbaglia ma Lozano ribadisce in rete il gol del pari.

4. Salgono in cattedra Koulibaly e Rrahmani

Il pareggio improvviso ringalluzzisce il Napoli. La Fiorentina, invece, proverbialmente inizia a calare in modo progressivo. Gli azzurri, tuttavia, famelici approfittano di un calcio piazzato dalla trequarti destra. Sceneggiata alla Mario Merola di Spalletti che impone a Zielinski di far calciare Lorenzo a giro di destro. Il polacco si allontana per poi riavvicinarsi nonostante i moniti del suo allenatore a stare lontano. Poi Piotr con abbagliante velocità calcia di sinistro, lui che è destro, punizione docile ma precisa tra linea dormiente della Viola e dell’incredulo Dragowski. La traiettoria incontra la testa di Rrahmani che ormai in maglia Napoli ha preso gusto nel segnare. E’ 1-2.

Ci si aspetta un secondo tempo rampante, soprattutto da parte della Fiorentina. In realtà il pressing ultraoffensivo di Italiano, sebbene meno veemente di quello offerto contro l’Inter, mantiene un costo psicofisico. Il Napoli dal canto suo ha una grande voglia di gestire e colpire in contropiede. Così si abbassa ma non commettendo l’errore del primo tempo, dove abbassando Zielinski in un centrocampo a 3, il regista avversario trovava troppo campo e troppe idee poi da calmierare. Spalletti sceglie di difendersi con il possesso palla, dapprima, e poi con il 442 o 4231, come dir si voglia.

E in questa fase gestionae Koulibaly e Rrahmani vincono ogni sorta di duello possibile e immaginabile. Il pepe ad un secondo tempo in cui la scelta è tra il finire 1-2 o aspettarsi l’ennesimo e definitivo allungo del Napoli lo cospargono Insigne e Koulibaly. Il capitano esce sbraitando. Nulla di grave. Quanto basta per farsi richiamare dagli osservatori perbenisti e per far ricamare certa stampa voyeuristica.

Poi colui che un tempo era una montagna troppo alta da scalare, Kalidou Koulibaly il k2, è divenuto grazie alla narrativa spallettiana il comandante. E il comandante K2, uscendo dal campo, sente offese rivolte al suo colore della pelle. Scimmia o chissà quale altra oscenità gridano dalla curva Fiesole. Kalidou li sfida. Lui ha già vinto. Si spera che ora lo faccia anche la serie A, non con semplice solidarietà ma perseguendo penalmente i razzisti che alle cime di Koulibaly veramente non voleranno mai.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Cagliari 2-0: Mazzarri ha ricordato Maginot

Il rientro di Walter Mazzarri nel calcio italiano è risultato fortemente negativo. Un pari e due sconfitte consecutive contro Empoli (scontro salvezza) e Napoli. Gli azzurri in questo momento sono difficilmente fermabili. Tuttavia, la proposta di calcio di Mazzarri è risultata antica e anacronistica. Dieci uomini dietro la linea del pallone anche sotto di due gol. Il Napoli in questa remissività ha consolidato il suo granitico primato di primo in classifica con sei vittorie consecutive.

1. Mazzarri come Maginot

Ormai sono un paio di anni che il Cagliari a fronte di una squadra dal buon valore calcistico lotta per la salvezza della categoria. Troppi i giocatori di prestigio, su cui si fonda la rosa, a fine corsa . Pochi i giovani talenti su cui fare affidamento per accendere il Nos del motore. Stavolta Giulini si è affidato a Mazzarri per tentare una salvezza tranquilla. E chissà se non anche il conseguimento di un centro classifico in terra sarda molto agognato.

Eppure Walter, a Napoli ricordato benissimo per la sua squadra resiliente, ha iniziato male. Un pari in casa di una Lazio in difficoltà e poi due sconfitte consecutive. Entrambe nette, contro l’Empoli in uno scontro salvezza casalingo e una contro il Napoli al Diego Armando Maradona. Quest’ultimo impegno sulla carta di per sé proibitivo.

Pertanto Mazzarri, che ha comunque informato di non aver potuto ancora innestare nella squadra i suoi principi di lavoro, ha badato soltanto a non prendere imbarcate. Le dichiarazioni del post gara in cui, secondo mister Walter, il Cagliari avrebbe fatto bene, rischiato di andare in vantaggio e concesso niente agli azzurri all’infuori dei due gol sono alquanto opinabili.

La tattica cagliaritana di schierare undici uomini costantemente dietro la linea della palla con un denso 352 si è rivelato progetto difensivamente ambizioso ma gracile e anacronistico. Come la linea Maginot. La Francia, ben prima della seconda guerra mondiale, immaginò un progetto militare, che prese il nome del Ministro della guerra di allora (per l’appunto Maginot), allo scopo di rendere invulnerabile da qualsiasi invasione l’entroterra francese.

Dieci anni dopo l’artiglieria e i panzer tedeschi mostreranno all’alba del secondo conflitto mondiale la fragilità del progetto francese suddetto. L’armata di Hitler sfonderà il confine franco tedesco, lungo il quale sorgeva la Maginot, e in pochi mesi prenderà Parigi. Gli storici riconducono le responsabilità di quel fallimento francese tra le altre all’incapacità di ammodernare un progetto divenuto nel frattempo lacunoso e non più al passo con i tempi. E’ parso di soffrire di medesima impotenza il calcio di Mazzarri.

2. Il piano tattico

Come è possibile da notare nell’immagine appena allegata, Mazzarri aveva studiato bene il Napoli. Nel tentativo però di arginarlo tutto, alla fine per il Cagliari la coperta è risultata corta. Gli azzurri nel costruire la manovra tendono a decentrarsi sul lato sinistro del campo per cercare il regista offensivo della squadra, Insigne. Lorenzo, ieri sera, ha raggiunto 400 presenze in maglia azzurra festeggiate con gol su rigore: bravo!

Mazzarri ha provato ad arginare il possesso palla azzurro, che si attiva quando Osimhen perde la profondità d’attaccare, chiedendo a Joao Pedro e Nandez pressione costante su Koulibaly e Mario Rui. Lykogiannis, quinto di centrocampo di sinistra, soffocava Di Lorenzo quando il terzino della nazionale agiva da quarto di difesa. Il greco invece non si alzava mai sul terzino destro azzurro quando quest’ultimo retrocedeva sulla linea di Rrahmani e Koulibaly. Così liberi dal pressing avversario risultavano soltanto Rrahmani e Di Lorenzo.

Rimaneva soltanto la scelta se raddoppiare o meno Osimhen. Al momento Mazzarri ha ritenuto fosse il caso e a posteriori ha fatto bene in un’ottica conservativa del passivo. A quel punto, con il Napoli e Osimhen che non rinunciavano a decentrarsi sulla sinistra e Politano, dall’altra parte, a mantenere l’ampiezza sulla destra… si liberava spazio enorme ed attaccabile tra Godin e Caceres. Che nella foto è segnalato da quadratino.

3. I due gol

Nello spazio evidenziato, dunque, all’inizio del primo tempo la mezz’ala sinistra azzurra Zielinski con un taglio profondissimo, da sinsitra verso destra, ha preso il tempo al suo diretto marcatore, il vertice basso cagliaritano Marin, e recuperato in fondo al campo un bel suggerimento appena lungo del dominante Anguissa. Giusto in tempo il polacco riesce a crossare la palla diretta sul fondo per un Osimhen bruciante. Il nigeriano si smarca dalla doppia marcatura di Godin e Waluckiewicz e deposita il tap in dell’uno a zero.

All’inizio del secondo tempo, altra partenza forte del Napoli. E qui si capisce il perché regalare raddoppiare Osimhen. Sempre nello stesso spazio evidenziato, il 9 partenopeo cerca suggerimento nei piedi e non nello spazio. Il passaggio arriva. Godin è costretto a seguirlo e a perdere l’appoggio del raddoppio. A quel punto il difensore uruguayano e l’attaccante africano ingaggiano un duello corpo a corpo. Finta di Osimhen. Deretano in terra di Godin. Rigore per il Napoli occorso pressoché nella stessa zolla di erba dove Zielinski ha fornito l’assist del vantaggio. Insigne realizza.

Il resto è gestione ed accademia da parte del Napoli, che avrebbe dovuto triplicare e non facendolo forse sporca una prestazione altrimenti perfetta… anche nel riuscire a sfruttare, pur di vincere, spazi e centimetri lasciati a disposizione dagli avversari ad un palmo dalla linea di fondo. Si tratta di speculazione morbosa del dettaglio. A dire il vero è ossessione tecnico-tattica che piace!

Massimo Scotto di Santolo

Sampdoria – Napoli 0-4: Napoli, gimme five

Secondo 0-4 consecutivo. E’ un Napoli imbattuto e scintillante. Trasferte insidiose erano quelle di Udine e Genova ma il Napoli ha maramaldeggiato in casa sia dell’Udinese che della Sampdoria. Quanto il Napoli è forte lo si scoprirà nel momento delle difficoltà. Ad oggi è ingiocabile; ingiocabile il Napoli, perché si esalta non solo nella giocata offensiva ma anche nella capacità di soffrire di fronte alla bravura avversaria.

1. Il primo tempo

Al momento il Napoli è ingiocabile. Quando finirà la striscia di vittorie consecutive, verranno quindi fuori i veri valori di una rosa che al momento schianta chiunque pur avendo una squadra, causa infortuni, ancora al 70%. Tanti gli infortunati.

La Samp, dal canto suo, ha giocato 50 minuti di buona fattura. Sul piano della prestazione la migliore avversaria fino ad ora incontrata dai partenopei. Alla fine del 1T erano i blucerchiati ad avere maggiore possesso palla e più tiri a referto. Ospina severamente impegnato ha fatto grande prestazione trovandosi pronto quando chiamato in causa.

E però D’Aversa per proporre un gioco così intenso e offensivo, la cui esigenza nasce dalla perenne necessità blucerchiata di stanziare nella metà campo avversaria per poter reggere e favorire due attaccanti non contropiedisti e piuttosto anziani come Caputo e Quagliarella, concede spazio alle spalle della linea difensiva.

Così i primi 10 minuti Yoshida si trova in uno contro uno con Osimhen e scopre di praticare sport diverso dal nigeriano. Quest’ultimo prima gli mangia metri in campo aperto ma poi spreca a tu per tu con Audero, poi realizza lo 0-1 sfilando alle spalle del giapponese sulla gittata arcuata di Insigne un tempo destinata a Callejon.

D’Aversa capisce che rischia la goleada – che poi comunque subirà – e mette la copertura preventiva su Osimhen, bloccando il terzino destro doriano in fase di proposta offensiva. Da una sorta di 3412 sampdoriano, poco simmetrico, nascono i pericoli per Ospina e le annesse parate importanti di cui si diceva.

2. La mediana del Napoli

Ma nel miglior momento della doria Redondo, al secolo Fabian Ruiz, trova stile Tiger Woods sull’ennesima transizione offensiva la buca impossibile da raggiungere per Audero. Non si sa come ma con fulminea e cinica bellezza, rafforzata dalla capacità di soffrire e non indebolita dal morire nella stessa, è 0-2!

Dello spagnolo si è detto che fosse inadeguata scelta per sostituire Jorginho. Ora l’italo-brasiliano è ancora di altro livello ma Fabian ha carte in regola per raggiungere quelle vette. All’epoca l’operazione fu lungimirante, meno l’incapacità di lavorare sul giocatore sia di Ancelotti che di Gattuso.

Spalletti in 6 partite ha dimostrato che può giocare in una mediana a 2 ma questo già l’aveva detto Ancelotti – memore del 4231 Spagna u21 campione d’europa in cui Ruiz scherzava con i pari età -. Fabian può giocare sul centro sinistra e non per forza sul centro destra – dove non necessariamente a ragione si vede Fabian stesso -. E può comporre una mediana a 2 se al suo fianco agiscono giocatori come Demme o Zambo in grado di coprire metà globo terrestre con la propria corsa.

Il centrocampista spagnolo ha dimostrato che in situazione di prima impostazione, quando la linea difensiva si dispone a 4, può fare il vertice basso e farlo anche in fase difensiva, durante la quale molto spesso il trequarti Elmas o Zielinski retrocedono sulla linea di Anguissa per formare centrocampo a 3.

Anguissa, accompagnato dalla sindrome del tale e quale a Bakayoko, prestazione su prestazione sta marcando differenza con il francese e nobilitando la campagna acquisti di Giuntoli presente e passata.

Ds fin troppo criticato, che sicuramente ha commesso qualche errore, ma chiamato a gestire un ricambio generazionale già da un po’ sta vedendo germogliare la semina effettuata nelle sessioni di mercato precedenti. E se Anguissa dovesse continuare su questi livelli, Giuntoli si prende la palma di migliore Ds della stagione.

3. Il secondo tempo

La Samp prova anche nel secondo tempo, con volontà, a proseguire sulla scorta del primo. Tuttavia, appena lascia spazio – che copra preventivamente a 3 o a 2 – subisce un gol. Così accade anche nel secondo dove Osimhen a porta vuota deposita in rete un cioccolatino di Lozano. È 0-3!

Il nigeriano è meno forte di Cavani, Higuain e Mertes, se si vuole parlare di genetica del calcio, ma rispetto ai tre fenomeni suddetti è il giocatore che condiziona di più le squadre avversarie. La paura con cui preparano il piano gara o sono costretti a cambiarlo in corso è una cosa che raramente si è vista. Perché poi se le avversarie scelgono di togliere agli azzurri la profondità, si portano in area di rigore: Insigne, Zielinski, Lozano, Politano, Ounas, Elmas e anche potenzialmente l’opzione Petagna.

E chi li tiene 4 a scelta così, per 90 minuti, costantemente a 20-30 mt dalla propria porta? Peraltro 5 mezze punte dotate sia di dribbling che di tiro dalla distanza. E infatti alla quindicesima (?) ripartenza, sempre Lozano appoggia a rimorchio palla scorbutica che il trequarti polacco con la sua immensa classe, di mezzo collo esterno, schiaccia in rete manco fosse Michieletto o la Egonu agli Europei di Volley. È 0-4!

4. Mentalità

E poi infine una menzione per Insigne, che pare abbia trasmesso alla squadra la stessa fame e convinzione che aveva l’Italia di Mancini. Si può vincere a dispetto delle griglie di partenza e dei valori individuali assoluti o delle defezioni.

Sembra proprio che l’Italia per una volta abbia restituito qualcosa al Napoli: il dovere di crederci… Partenope è forte! Poi, un conto, è tenere quel tipo di mentalità per 7 partite, un altro è tenerlo per 38… e quindi calma, molta calma.

Massimo Scotto di Santolo

Udinese – Napoli 0-4: Spalletti e il compromesso storico

Il Napoli brillante, ammirato ad Udine, è frutto di una ricomposizione tattica ed emotiva cesellata da Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo ha unito la fluidità del gioco ancelottiano ad una identità dogmatica sarrista. Ha mantenuto intatti gli spunti positivi di Gattuso e scartato quelli infondati. Nell’eterna lotta tra i presidenzialisti e gli anti aziendalisti ha pacificato le due fazioni stando dalla parte del pubblico in qualità di uomo della società, alla quale ha saputo prestare carezze e schiaffi con parsimoniosa misura ed intensità. Il risultato è un Napoli consapevole delle proprie forze come mai da tre anni e perfetto, fino ad ora, nel suo cammino. La bellezza di tale perfezione consiste, infatti, proprio nell’aver vinto nonostante i difetti e nel voler vivere senza paura della morte.

1. Il lungo inverno

Ora la creatura di Luciano Spalletti, il Napoli stagione ’21/’22, danza sulla bocca di tutti. Stupefacente la vittoria sul campo della gagliarda Udinese ancora imbattuta in questo inizio di campionato. Attacco azzurro mortifero, gestione della partita encomiabile, difesa impenetrabile. Pur tuttavia, questo Napoli è il risultato di un cammino lungo di cui Spalletti sta raccogliendo i frutti.

All’indomani della fine del sarrismo, tre anni è durato il progetto di rinnovamento. E’ che questo percorso fosse giunto a compimento si era capito già nel girone di ritorno della stagione precedente, quando cioè il Napoli collezionò 43 punti. Si stava chiudendo un cerchio che vide l’ultimo Napoli sopra i 40 punti in un singolo girone di campionato, quello dei primi sei mesi di Ancelotti. Ed era ancora un Napoli profondamente sarriano. Il trend già prima dell’arrivo di Spalletti era in silenziosa e crescente ascesa.

2. I meriti temporanei di Spalletti

Spalletti ha avuto allora il merito di sembrare far brillare una bomba inesplosa. Ha conservato il 4231, imposto come nuovo schema da Ancelotti e ripreso riottosamente anche da Gattuso, ma inserendo varianti a seconda dell’avversario: il Napoli sa interpretare anche il 433 (applicato soprattutto in fase difensiva) e il 3421 (applicato soprattutto in fase offensiva). L’impostazione da dietro alterna, in base al pressing avversario, una linea di difesa a 4 più un solo centrocampista in appoggio ai difensori (4+1, utilizzato proprio ieri ad Udine) o una linea di difesa a 3 più due centrocampisti in appoggio (3+2, utilizzato ad es. contro il Leicester).

Il vero capolavoro “spallettiano” però consiste nell’aver cancellato quelle due categorie che albergavano nell’anima della città: i difensori e gli oppositori di De Laurentiis. Con i secondi ad incensare tutti i professionisti che hanno assunto ruolo contrappositivo alla società nella figura del Presidente. Amatissimi per questo motivo prima Sarri e poi Gattuso. Odiato Ancelotti per qualche esternazione aziendalista di troppo. Intanto spariva il campo dietro pessimismi cosmici dettati da faide intestine al tifo napoletano.

Ora, grazie a Spalletti, pare esista solo il Napoli e le sue prestazioni sul campo. Bisognerà testare più avanti, quando arriverà la bufera, se questo centrismo socialista non verrà rinnegato alla ricerca di scorciatoie: attaccare i calciatori per solleticare lo spirito di chi non crede nella professionalità di un gruppo che ha tradito in passato dirigenza, allenatori e tifosi oppure attaccare la società per non aver rinforzato a dovere la rosa.

3. Udinese – Napoli

Nel frattempo, gli azzurri vincono e convincono. E’ difficile riscontrare difetti nella prestazione andata di scena alla Dacia Arena, casa dei fruliani, a parte i primi 5′ di partenza lenta che pur Il Napoli si è concesso. Poi progressivamente ha sciolto i muscoli e dato sfoggio di sé.

L’idea di Spalletti, per venire facilmente a capo dell’enigma difensivo del tecnico avversario Gotti, consisteva nel disporre la linea a quattro di difesa allo scopo di attrarre sui terzini le due mezz’ali del centrocampo a 3 dell’Udinese. Sovente ha avuto effetto la trappola. E spesso, quindi, i partenopei hanno maturato superiorità in mezzo al campo ma soprattutto isolato i due esterni di attacco contro i quinti della difesa a 5 dell’Udinese.

Ed è li che Gotti voleva vincere la partita e invece l’ha persa. Contromovimento d’Insigne che finge di andare incontro a Mario Rui per poi attaccare la profondità. Il portoghese recapita pallone puntuale per il destro d’Insigne, il quale sfodera pallonetto di enorme precisione che consente ad Osimhen di spingere a porta vuota in rete il pallone dello 0-1.

4. La gestione da squadra finalmente ritrovata grande

Il vantaggio consente al Napoli di aspettare un’Udinese non propriamente abituata a fare la partita. Udinese, peraltro, spaventata dallo spazio alle spalle della propria difesa che Osimhen ha imparato ad attaccare con “discreta” cattiveria. Non a caso i bianconeri perdono completamente il filo del discorso. In questa assenza mentale, il Napoli con sconosciuto cinismo piazza due gol su schemi da calcio da fermo, mandando in rete i due difensori centrali (Rrahmani e Koulibaly).

Ritorna il compromesso storico. Non può essere un caso che dopo tre anni dall’addio di Sarri tornano schemi e geometrie in concomitanza con il rientro di Calzona. Calzona, detto Ciccio, storico vice di Sarri. Molto poco glamour per Londra, Torino e Roma ha portato conoscenze dentro lo staff di Spalletti dopo la pessima esperienza a Cagliari sotto la guida di Di Francesco.

4. Quali differenze con il Napoli del passato?

E però Spalletti è tecnico in grado di affrancarsi da copie carbone ed etichette. Lozano non lo snatura ma se c’è bisogno gioca a sinistra, dove il messicano non gradisce giocare. Hirving segna il quarto gol ed è bellissimo. Così come il Napoli di Spalletti, quasi quanto quello di Sarri ma non per le varianti che per ora ha mostrato.

Questo merito anche di Giuntoli, al cui lavoro il riconoscimento lo fornisce Gotti. Ad oggi, il tecnico dell’Udinese dichiara, è impossibile scegliere come affrontare il Napoli. Ha caratteristiche per le quali sia la difesa bassa che quella alta rappresentano in presenza di Osimhen enigmi decifrabili per la compagine azzurra. Mertens, da questo punto di vista, concedeva più scelta agli avversari sarristi su come preparare la partita. Eppure lo spunto muscolare del belga, all’epoca ancora esplosivo, ha rabberciato tante potenziali lacune.

Quindi, Spalletti pare voglia fondare un Napoli sarrista nel cuore ma ancelottiano nella mente. E con Carlo condivide il feticismo per la fisicità, in virtù della quale è stato assunto il per ora dominante Anguissa; per le varianti tattiche di cui si è detto e per Fabian possibile regista.

5. Spalletti e il compromesso storico

Gattuso aveva raccontato che lo spagnolo davanti alla difesa non poteva giocarci. Ci fu un tripudio generale su quest’affermazione, visto che il maldestro Ancelotti lì insieme ad Allan lo proponeva tra il brusio borbottante di una platea scontenta. Spalletti inizialmente si è fidato di tale convinzione e con Lobotka faceva scivolare Ruiz tra terzino e ala destra. Poi l’infortunio dello slovacco ha aperto le porte della sperimentazione. E Luciano ha compreso che con organizzazione e compagni complementari anche Fabian può dettare tempi e coperture davanti ai due centrali di difesa.

Mentre Spalletti ha ritenuto intoccabile l’intuizione di Gattuso nello schierare Zielinski trequartista. Visione sfuggita sia a Sarri che ad Ancelotti. Eppure non ha svilito, come fatto da Rino, il ruolo di Elmas a ragazzo della primavera aggregato alla prima squadra. E nemmeno confermato la maldicenza, rispetto alla precedente gestione tecnica, che Lobotka non fosse abbastanza professionale e forte per giocare in serie A.

Sembra la sfortunata epopea del compromesso storico teorizzato da Moro e Berlinguer: l’idea di creare, attraverso una posizione temperata, un accordo nell’interesse di tutti. I due leader politici agli antipodi volevano restituire agli italiani un nuovo miracolo economico sostenibile ed etico fondato su principi progressisti comunemente condivisi. Spalletti, invece, vuole ricostituire il diritto di sognare smarrito dai tifosi partenopei. Lo fa agendo, momentaneamente in modo ottimale, da eroe di mondi provenienti dal passato e tra loro fino ad ora scollati. Si spera non intervenga alcun fattore esterno a turbare un equilibrio centrista ma non compromettente.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Juventus 2-1: nessun rimpianto, nessun dolore

Al Diego Armando Maradona di Napoli andava in scena un grande classico del calcio italiano: Napoli contro Juventus. Sud contro Nord. Mai come questa volta, per una serie di contingenze, il Napoli affrontava la sfida oggettivamente da favorito. Luciano Spalletti in conferenza pre partita rigettava abilmente il ruolo del più forte. Molto più importante esserne consapevole e recitarlo nei fatti che nelle parole. Il risultato finale traccia il momentaneo quadro: il Napoli otto punti più forte della Juventus… ma è lunga, ancora lunga.

1. Vecchi fantasmi

Alle 18.00 del Sabato sera è andata in scena al Diego Armando Maradona di Napoli il famigerato vis à vis politico, sociale e sportivo tra Napoli e Juventus. Gli azzurri arrivavano allo scontro diretto da favoriti. Spalletti giustamente rifiutava in conferenza pre partita il ruolo di più forte, poi dimostrato sul campo ma soltanto nel Secondo Tempo.

Infatti, durante l’arco dei primi 45 minuti, il Napoli ha rivisto tutti i vecchi fantasmi che hanno animato le sfide partenopee contro i bianconeri. Dopo un inizio incoraggiante in cui nei primi 5 minuti il Napoli avrebbe avuto l’occasione di segnare il vantaggio al cospetto di una difesa juventina inopinatamente alta e disorganizzata, Manolas ha perso lucidità e attenzione subendo scippo del pallone da Morata. Lo spagnolo così si è potuto involare in solitaria verso la porta azzurra, mal difesa per posizionamento errato da Ospina, e segnare il vantaggio inaspettato della Juventus.

Il Napoli s’irrigidisce, subisce il contraccolpo psicologico dello svantaggio ma anche l’efficacia del piano tattico difensivo e di rimessa di Allegri. Il giro palla partenopeo è lento. La Juventus, con il suo 442 attendista, scivola meravigliosamente sulle fasce impedendo ad Insigne e Politano, eccessivamente prevedibili nel rientrare sul piede forte, di fare la differenza. Colpevole Politano di non puntare e saltare mai il terzino sinistro avversario, Luca Pellegrini, al rientro dopo 6 mesi d’inattività e al 50′ già colpito da crampi.

2. Il Napoli resta vivo

Anche l’uscita palla della Juventus inizialmente convinceva. Si è cercato ripetutamente Bernardeschi per imbeccare la mezz’ala a stelle strisce, Mckennie, molto spesso puntuale tempista nell’attaccare le spalle di Elmas. Impaurito, Spalletti, da questi inserimenti da tergo abbassa il macedone dal ruolo di trequartista a quello di mezz’ala.

Il Napoli chiude il Primo tempo attaccando un 4231 abbastanza ingessato e difendendo 433. Il risultato che ne è conseguito ha comportato una Juventus che per alcuni tratti della prima frazione di gioco ha comandato il filo del discorso. Locatelli, infatti, è risultato libero di agire nella perpendicolare che univa il vertice basso Ruiz a quello alto Osimhen. Dettava tempi e uscite. Trovava, l’ex Sassuolo, infine Kulusevsky alle spalle di Anguissa, mai preso in tempo da Ruiz, come detto, in fase difensiva mediano metodista.

Nonostante il grande sfoggio di cultura tattica compiuto da Allegri, che consolidava la sensazione d’inoffensività del Napoli togliendo completamente la profondità ad Osimhen, la Juventus non raddoppia, neanche prova a farlo. Sicuramente l’assenza di grandi campioni e dell’enclave sudamericana ha inciso sull’istinto killer juventino.

3. Nessun rimpianto, nessun dolore

Il Napoli ha iniziato a costruire la sua vittoria non cedendo alla fretta di trovare immediatamente il pareggio. Il non forzare le giocate e scoprire il fianco ai contropiedi già durante la prima parte della partita ha consentito agli azzurri di rimanere in partita, andare negli spogliatoi per ragionare su come scardinare il muro eretto da Allegri.

Spalletti nel ventre del Maradona riscopre Ounas e rispolvera il 3421 che tante gioie gli ha dato a Roma. In fase difensiva il Napoli si adagia su un 442 che però quando la squadra entra in fase di possesso della palla diventa 3421. Ounas e Politano sulla destra, Insigne e Mario Rui sulla sinistra. Saltano i raddoppi bianconeri. Conseguenza? Dominio del campo partenopeo. Ruiz dall’ombra del primo tempo trova la luce di una regia illuminata nei secondi 45 minuti. Anguissa gli presiede con muscoli e corsa i fianchi.

Il dominio napoletano non si è mai tradotto in grandi occasioni ma il portiere polacco juventino, Sczeszny, colpito da un’acuta “paperite” d’inizio stagione ne combina una delle sue. Perde la maniglia di una sfera calciata innocuamente da Insigne e consente a Politano il tap in vincente. All’85esimo, quando Napoli e Juventus si affrontano, è zona Koulibaly. Il difensore senegalese in zona cesarini ancora una volta diventa protagonista: sfonda la rete su azione da calcio d’angolo, approfittando di una palla lasciata senza padroni a ballare sulla linea della porta.

E’ 2-1 per il Napoli! La Juventus non ha più energie e qualità per organizzare un assedio finale e alza bandiera bianca. Il Napoli si concede un dolce weekend, tirando un grosso sospiro di sollievo: non battere una Juventus così spuntata, incerottata, indebitata… avrebbe potuto rappresentare rimorso difficile da dimenticare.

Massimo Scotto di Santolo

Genoa – Napoli 1-2: prima la vittoria e poi Anguissa

Il Napoli si presentava a Marassi per sfidare i rossoblu di Ballardini con tre assenze pesanti: Zielinski, Osimhen e Demme. Il Genoa peraltro si mostrava avversario molto gagliardo per riscattare la brutta sconfitta rimediata in casa dell’Inter. Alla fine Spalletti usufruendo delle uniche due risorse in panchina, Ounas e Petagna, riusciva a vincere un match che sembrava ormai condannato al pareggio. In regalo dalla società la squadra ha ricevuto un centrocampista: Zambo Anguissa, prelevato in prestito oneroso (500 mila euro) con diritto di riscatto in favore del Napoli, il quale contribuerà all’ingaggio del camerunense soltanto al 50%.

1. La squalifica di Osimhen

La trasferta di Marassi immediatamente appariva un bel grattacapo per una serie di circostanze svantaggiose. Il rosso rimediato da Osimhen contro il Venezia costringeva la squadra a pensare un calcio diverso, più cervellotico e sacrificato, dove ognuno dei titolari avrebbe dovuto aumentare la sua verve offensiva e il suo impegno difensivo.

Osimhen con la sua corsa da duecentista diventa un’arma difensiva eccezionale, portando un pressing eccezionale che sgrava i compagni di qualche km da percorrere. E poi dà la soluzione, il nigeriano, della palla lunga non necessariamente precisa dalla quale grazie al suo fisico e alla sua velocità genera contropiedi e occasioni da gol.

2. Insigne falso 9

Il sostituto di Victor, scelto da luciano, è stato individuato nel capitano Lorenzo Insigne, così come nei 70 minuti d’inferiorità numerica contro il Venezia. Insigne però, alla stregua di quanto mostrato in nazionale, non sembra in questo ruolo sentirsi pienamente a suo agio. Ha qualche spunto veramente interessante tagliando alle spalle del difensore centrale di parte secondo dettami zemaniani.

Quando la partita ha richiesto il suo appoggio per sviluppare una manovra palleggiata, la sua incapacità di giocare spalla alla porta e di saper difendere di schiena al difensore la palla ha contribuito alla sofferenza azzurra anche sul piano del gioco.

Infatti, appena il talento di Frattamaggiore è riuscito a decentrarsi sulla sinistra, scambiandosi il ruolo con Lozano, il Napoli ha siglato il vantaggio.

Insigne dal centrosinistra sventaglia per il versante opposto trovando libero Politano. La difesa del Genoa era completamente spostata sul centrosinistra per seguire i movimenti in quella zona di campo di Lozano ed Elmas. Politano stoppa ottimamente e poi serve Fabian Ruiz. Gran finta dello spagnolo che manda al bar l’accorrente Badelij e poi trafigge, con un lento ma preciso tiro a giro all’angolino basso, il fianco sinistro di Sirigu.

Fabian Ruiz come Lozano molto pericolosi in fase offensiva ma fortemente avulsi dal gioco di squadra, incapaci così di contribuire con precisione allo sviluppo della manovra e degnamente alla fase difensiva. Il ritardo di condizione per entrambi sta incidendo gravemente.

3. Il pari del Genoa

Il pareggio del Genoa nasce da una serie di concause di cui il Napoli è sfortunato protagonista. Il centrocampo composto da Lobotka, Ruiz ed Elmas a buoni livelli di A non può reggere più di un’ora. E’ lapalissiano come al Napoli manca un centrocampista che irrobustisca la fase di recupero palla.

Anguissa, che pare essere anche un buon sostegno alla manovra offensiva (in Premier con indosso la maglia del Fulham è risultato terzo per dribbling riusciti), ha le caratteristiche ricercate. Gran fisico (185 cm) che però non inficia un dinamismo notevole. Avrà il compito, Anguissa, di fungere sia da mezz’ala incontrista (es. Allan) che da mediano al fianco di Demme o Lobotka. Il compito, in questo secondo caso, è dare profondità alla prima costruzione e portare sù il pressing (es. Kessiè).

Nel frattempo si segnala tra i mediani azzurri Lobotka. Lo slovacco autentico oggetto del mistero un anno fa sta approfittando di una parvenza di continuità per dimostrare le sue doti di regista. Grande intelligenza tattica che lo rende molto più appariscente in fase difensiva che offensiva. In quest’ultima non è dotato né di grande tecnica che di grande visione di gioco. Ciò non indebolisce un ordine di smistamento del pallone che sembra appartenergli naturalmente.

4. Il pari del Genoa

E infatti la debolezza del centrocampo napoletano progressivamente consegna ai rossoblù il pallino del gioco e conseguentemente attribuisce ai ragazzi di Ballardini coraggio. L’entusiasmo genoano è divampato però al ricorrere di due papere indolori di Meret.

Il portiere friulano si è lasciato sfuggire in presa aerea per due volte il pallone. La seconda volta, tuttavia, Meret perdendo la maniglia della sfera regala all’attaccante del Genoa un tiro a porta vuota. E’ un pareggio momentaneo, perchè il Var annulla per carica al portiere. Giudicato da Di Bello falloso il contatto che Buksa, puntero dei grifone, cerca con Meret.

Alla fine, il Genoa trova comunque il pareggio anche se Manolas e Koulibaly si segnalano per la strenua difesa dei pali adoperata. Mario Rui perde un pallone in uscita. Il Genoa approfitta del suo ritardo in copertura per rifornire Ghiglione, il quale scaraventa uno spiovente sul lato opposto dell’area, dove Di Lorenzo dimentica la marcatura dell’ottimo Cambiaso regalando a lui il gol in modo molto similare a quanto concesso a Shaw nella finale degli Europei.

5. I cambi alla fine decisivi

Spalletti non si demoralizza al pari del Genoa. Era nell’aria e forse preventivabile già alla vigilia il subire almeno un gol. Così schiera prima Ounas e poi Petagna. Il primo vive uno stato di forma straordinario: va al doppio degli altri mantenendo una tecnica in velocità che ricorda il Boga ipervalutato del Sassuolo di De Zerbi.

Nonostante giocate d’applauso e la sensazione che il franco algerino possa deciderla da solo la partita, il suo impiego resta glassa sopra la torta. Quest’ultima architetta e fatta lievitare dal bulldozer Petagna.

Il miglior attaccante di scorta del campionato. Sul procinto di andare via destinazione Sampdoria, anche se trapelano ripensamenti e revirement. Il Napoli farebbe bene a tenerselo, proprio come ha fatto con Ounas. Osimhen andrà in coppa d’africa e Mertens è sul viale del tramonto. Serve una soluzione emergenziale, la quale appartiene endemicamente a Petagna che però legittimamente vorrebbe andare a giocare le sue chances da titolare.

Il bulldozer, dopo aver rassicurato Spalletti nel pre partita sulla sua professionalità benché le voci di mercato impazzassero, entra, spizza sul primo palo un cross proveniente da sinistra di Mario Rui e segna il gol partita, poi strizza quelli che sono divenuti più poeticamente le “huevas” e si scaglia contro il plexiglass in cerca di un impossibile abbraccio del popolo partenopeo sugli spalti.

6. Mario Rui il rissoso

Il gol di Petagna restituisce serenità all’ambiente. Non a caso il Napoli conduce senza patemi la partita, fino al triplice fischio, in vantaggio. L’unico irrequieto è Mario Rui, il quale prima litiga con gli avversari, poi con l’arbitro e infine con Manolas che lo invitava alla calma.

Già ammonito per proteste, il portoghese costringe Spalletti a far esordire J. Jesus al suo posto e a panchinarlo.

E il mercato del Napoli non raggiunge la sufficienza proprio perché per l’ennesima stagione, la quinta consecutiva, l’area tecnica non ha fornito un competitor del ruolo a Mario Rui puntando ancora su un giocatore malmesso e sovente infortunato come Ghoulam. Il terzino algerino, assistito da anni da Mendes, probabilmente ha puntato sulla procura di quest’ultimo per ottenere una indebita permanenza a discapito del culb partenopeo.

Peccato, un terzino sinistro titolare avrebbe trasformato il Napoli in un team molto più competitivo che per il 4 posto: l’obiettivo fissato da De Laurentiis.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Venezia 2-0: tifare il Napoli affatica

Tifare il Napoli affatica: agli azzurri spettava un esordio di campionato comodo e casalingo contro il neopromosso lagunare Venezia. Eppure non è bastato nemmeno il pubblico di nuovo al suo posto, sugli spalti, per rendere facile la pratica. L’intemperanza comportamentale di Osimhen, punita severamente dall’arbitro Aureliano, costringe il Napoli a 70 minuti in inferiorità numerica; durante i quali, tuttavia, i partenopei gestiscono il match con grande tranquillità fino a vincerla senza particolari affanni.

1. Lo schiaffo incriminato

Spalletti per l’esordio allo Stadio Diego Maradona, nuovamente popolato dal pubblico, sceglie una formazione obbligata viste le assenze per infortunio e i buchi di rosa ancora da colmare. Molti occhi su Osimhen, il giovane attaccante nigeriano sembrerebbe rappresentare la chiave di volta del Napoli per tornare in Champions.

Il suo pressing forsennato produce sin da subito applausi e occasioni da gol. Il povero portiere veneziano, Moenppa, pare esser finito in una serata da incubo. E invece il nigeriano all’ennesima provocazione di un difensore della serie A casca nella più classica delle reazioni. Vola uno schiaffo direzione Veneto, ma l’intensità è veramente bassa mentre l’intezionalità di colpire l’avversario si confonde con il tentativo di Osimhen di liberarsi dalla marcatura. Aureliano, in ogni caso, estrae il rosso per il 9 del Napoli. E’ già partita in salita. Il pubblico come la squadra non demorde.

La pendenza sembra irripidirsi ancor di più quando sul finire del 1 tempo il Napoli è costretto a sostituire anche Zielinski per infortunio muscolare. Al suo posto entra il poi decisivo Elmas. Gli azzurri però scelgono di andare con il pilota automatico fino all’intervallo conservando lo 0-0. Ci vogliono parlare sù tra le mura amiche dello spogliatoio.

2. La impeccabile seconda frazione di gioco del Napoli

La seconda frazione di gioco rappresenta un trattato di controllo calcistico. Il Napoli si difende con ordine e non dà mai la sensazione di poter subire l’inferiorità numerica. Si procura due rigori grazie alla spinta dei due terzini. Insigne, tiratore di entrambi i penalty, dall’alto della sua grande personalità, che lo ha reso campione d’europa in maglia Italia, sbaglia il primo ma realizza il secondo. E’ di nuovo festa al Diego Maradona di Napoli.

Elmas, al momento il miglior centrocampista a disposizione di Spalletti, dopo aver dispensato energia e vitalità sulla fascia, sfrutta una scorribanda del subentrato Lozano per chiudere la partita con un fendente sul primo palo che coglie in controtempo il portiere del Venezia. Il Napoli vince ma le circostanze impediscono di poter dire che convince. Dal canto suo, Zanetti, allenatore dei Veneti, si è domandato, come tutti noi del resto, circa il perché la sua squadra abbia scelto l’attendismo speculativo per tutta la partita nonostante gli episodi avessero spianato loro un’autostrada di coraggio ed entusiasmo.

3. I giocatori partenopei

A differenza dei calciatori lagunari spariti sotto il rinculo della propria timidezza, molti partenopei sono riusciti a mettersi in mostra: oltre alla già citata prestazione di encomiabile leadership del capitano Lorenzo il magnifico, Koulibaly ha collezionato almeno due chiusure da pallone d’oro. Migliore in campo il senegalese per concentrazione e impostazione (è stato il vero regista dei partenopei).

Inoltre, menzionabili i 20 minuti di Gaetano, che hanno impressionato per agonismo e concentrazione in una posizione che il talento di Cimitile racconta non essere la sua, quella di regista davanti la difesa. Ambisce alla posizione di trequartista di cui però non sembra avere le necessarie doti di sveltezza.

Ancora: Meret finalmente protagonista di due uscite autorevoli a dare sicurezza al reparto. Di Lorenzo ha mantenuto, invece, la verve europea in virtù della quale si è intestardito nel volersi procurare il secondo calcio di rigore salvando il Napoli da uno 0-0 progressivamente sempre più pericoloso.

E infine meritevole, dopo tante sventure, di citazione Lobotka. Quest’ultimo si è fatto molto gradire in fase interdittiva mentre ha mancato di esuberanza in quella propositiva. Troppe volte ha accettato passivamente la gabbia del pressing centrale avversario.

4. Un capitolo a parte: Elmas

Su Elmas va aggiunta un ulteriore paragrafo a parte: molti parlano non in modo peregrino della sua difficile collocazione tattica. La resa del macedone, nelle due stagioni precedenti, è stata inficiata dalla fiducia che i tecnici durante la stagione gli hanno tolto fino a renderlo evanescente.

Infatti, sia alla prima esperienza napoletana sotto la guida ancelottiana che alla seconda alle dipendenze di Gattuso, Elijf ha avuto ottime partenze facendo presagire exploit poi risultati disinnescati.

E a volerla dire tutta anche a questo giro, per chi ha visto le amichevoli di precampionato, il diamante è risultato il centrocampista più in forma. Pur tuttavia, Spalletti – che pure a suo dire lo ritiene fortissimo in quanto ritiene che la multidimensionalità di Elmas non lo regredirebbe in apolide bensì lo eleverebbe ad eclettico istrione – gli ha preferito Fabian (in evidente ritardo di condizione).

Questo ha di sicuro compassato la manovra del Napoli nel primo tempo al netto dell’espulsione di Osimhen e dell’infortunio di Zielinski. Ha prodotto però la possibilità di girare in modo esplosivo, nella seconda parte di gara, l’esito dell’incontro proprio grazie al programmato inserimento del macedone.

La straripanza atletica di una mezz’ala, quale Elmas, con i piedi del trequarti, le frequenze atletiche dell’ala e l’orgoglio cocciuto di un incontrista hanno consentito di riempire la partita di tutti quei dettagli intrisi di lotta e caparbietà che hanno poi permesso al Napoli di prendersi i suoi primi 3 punti del campionato 2021/2022.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Inghilterra 1-1 (3-2 r.): l’Italia è campione d’Europa

L’Italia del calcio vince per la seconda volta nella sua storia il massimo trofeo iridato continentale per Nazioni. E’ una vittoria insperata ma meritata sul piano calcistico. Gli azzurri hanno giocato il miglior calcio (strano a dirsi) e battuto un’Inghilterra più forte che con il più classico dei suoi storici harakiri ha trovato la strada per perdere in casa un Europeo già ad un passo dalle mani della Regina e di Kane.

1. Il primo tempo

L’Italia arrivava alla sfida di Wembley da sfavorita, con il sentore diffuso che alla chiamata di Londra l’Italia avesse risposto con due finali (quella di Berrettini a Wimbledon e dell’Italia a Wembley) entrambe difficilmente vincibili. E infatti uno stoico Matteo si arrende al probabile tennista più vincente della storia: Novak Djokovic. Inoltre, pronti via, appena cantati gli inni, l’Italia del calcio è già sotto 1-0 contro l’Inghilterra.

Gli azzurri intorno alla fine del primo minuto di gioco pressano male in avanti. L’inghilterra trova una uscita palla pulita sul centro sinistra del campo. Il 3421 proposto da Southgate, per trovare ripartenze mortifere alla stregua del Belgio di Martinez, consente di trovare subito l’ampiezza sul quinto di destra, ossia Trippier. Il terzino inglese in forza all’Atletico Madrid crossa come d’uopo sull’altro quinto di centrocampo, quello di sinistra, Luke Shaw, il quale approfittando di una lettura tattica errata di Di Lorenzo scarica al volo un fendente mancino che fulmina Donnarumma sul primo palo.

L’Inghilterra, sull’onda dell’entusiasmo del gol immediatamente subito, riesce a controllare il gioco con faciltà. L’Italia è offensivamente sterile causa un Immobile giunto a completa consuzione dopo la buona partenza agli Europei. Ciro il grande non tiene botta contro Stones e Maguire. I terzini azzurri sono tenuti bassi dai quinti inglesi. L’Inghilterra è padrona del campo e svernicia il tricolore ogni qualvolta i ragazzi del Mancio provano a ripartire, essendo gli italiani atleticamente e strutturalmente inadeguati a farlo. Basti per tutti il mismatch per centrimetri e corsa tra Insigne e Walker.

2. Il Secondo tempo

L’Inghilterra non riuscendo a chiudere la pratica nel primo tempo ed essendo dotata, a differenza dell’Italia, di grandi contropiedisti preferisce affidare il possesso palla all’Italia e stagnare nella propria metà campo. La difesa dell’area di rigore, affidata d’altronde alla massiccia fisicità anglosassone, presuppone l’incapacità italica di abbattere il suddetto muro. Il contropiede è invece consegnato dal ct inglese ai furetti che animano le fasce.

Tuttavia, la consegna della sfera agli azzurri da parte dei padrone di casa si configura come opzione strategica non reddittizia. Anche grazie al fine cervello di Jorginho Frello, l’Italia macina passaggi, acquista convinzione e produce occasioni da gol. E i leoni d’oltremanica progressivamente si rimpiccioliscono in gatti spaventati, sempre più rintanati ad un palmo dal verboso e rissoso Pickford. Si consegnano al destino, quello degli inglesi, che alla fine con addosso la maglia della nazionale trovano il modo di perdere la partita.

Calcio d’angolo: l’Italia è nettamente più bassa ma il cross è tirato bene, teso. La spizzata sul primo palo di Cristante, entrato per compensare la mancanza di fisicità degli azzurri, muore nell’area piccola senza dare tempo al portiere anglosassone d’intervenire. Chiellini crea scompiglio facendo saltare la marcatura che Stones gli riservava. Quindi, sulla palla vagante si avventa Verratti che offrendo in sacrificio la sua tempia incoccia il pallone e la testa del più maestoso Philipps ma sull’incocciata ravvicinata del pescarese Pickford compie un miracolo e devìa la palla sul palo. Quest’ultimo però, a mo’ di flipper, riporta la sfera al centro della contesa dove si avventa il mai simpatico Bonucci per siglare l’1-1.

3. I supplementari e rigori

Ora gli azzurri diventano, dopo il pari, l’unica squadra in campo. Accarezzano l’idea svariate volte di un forcing arrembante rimasto però tale, una ipotesi. Alla fine coscienziosamente entrambe le squadra addivengono da due premesse diverse allo stesso risultato… i rigori: l’Italia, da un lato, impaurita dalla devastante capacità di ribaltare il fronte degli inglesi in virtù anche di una panchina dal talento sterminato a disposizione di Southgate; dall’altro, i britannici tatticamente impreparati a reagire alla fitta trama di gioco degli azzurri a cui loro stessi hanno pemesso di entrare in ritmo.

La lotteria dei rigori, occorsa sotto la curva degli inglesi, è un trattato di antropologia. L’esperienza conta eccome. L’Italia non esegue una cinquina perfetta. Sbagliano lo spaurito Belotti e l’impallidito Jorginho. Quest’ultimo, peraltro, il decisivo. Avesse segnato era già vittoria. Ma dopo il maldestro penalty tirato dal maestro italo-brasiliano, l’esterno gunners Boukayo Saka, come gli altrettanti ventenni Rashford e Sancho, sbaglia il terzo rigore per l’Inghilterra. Il secondo dei tre sui quali Donnarumma, fresco acquisto del Psg, mette i guantoni, regalando alla sua Nazione il titolo di campioni d’Europa e a sé stesso il premio di miglior giocatore del torneo.

Southgate perde ancora una volta in casa ai rigori. Nel 1996 sbagliò da giocatore il rigore decisivo in semifinale contro la Germania agli Europei che anche in quell’occasione l’Inghilterra ebbe l’opportunità di giocare di fronte al suo pubblico. Ieri sera, da allenatore, ha perso anche l’occasione di riportare un trofeo per Nazioni dopo il mondiale casalingo del 1966. Unica finale peraltro giocata dall’Inghilterra in una competizione per Nazioni.

4. L’Italnapoli

Continua la fase dell’Italia nel nuovo millennio: dipendere dai calciatori campani. Una schiera nutrita a questo europeo ha partecipato alla spedizione. Come nel 2006, alla stregua di Fabio Cannavaro, un altro campano – per l’appunto Donnarumma – si prende la scena e l’appellativo di fuoriclasse. Curioso che nell’ultimo europeo vinto dall’Italia, quello dell’evocativo anno del 1968, fossero anche in quell’occasione due i giocatori del Napoli in campo: all’epoca Zoff e Iuliano, stavolta Insigne e Di Lorenzo. Fosse stato convocato Politano al posto dell’immeritevole Bernardeschi, il Napoli sarebbe stata la società più rappresentata dall’Italia campione d’Europa. Così è solo seconda al pari di altri club come ad esempio il Sassuolo.

4. Il senso della vittoria

Il movimento calcistico italiano ora ha una grande occasione, stante l’impossibilità di colmare nell’immediato il gap infrastrutturale ed economico con altri campionati, quello di offrire alla platea dei propri tifosi un calcio eticamente pulito e tatticamente oltre che tecnicamente piacevole, all’insegna dell’estetica che non disdegna il conseguimento del risultato.

Cioè i capisaldi di cui l’accoppiata doriana Mancini – Viali si sono fatti portatori a Coverciano e che sono valsi un titolo che mancava da circa 50 anni. Il loro abbraccio a fine partite, tra le lacrime di entrambi, ha portato stile macchina del tempo un paio di generazioni indietro alla gioventù e acceso un interrogativo al telespettatore sul senso della vittoria e della vita.

Così non fosse, il successo impossibile dell’Italia a Wembley si rivelerebbe un racconto pretestuoso: ossia, sin dall’inizio, trovare la panacea del bel gioco per lenire una possibile prematura sconfitta. Una Italia poco talentuosa ma bella da vedersi. Applausi comunque. Applausi mai riconosciuti, invece, a chi in Italia ha provato a fare lo stesso tipo di calcio del Mancio perdendo nel rush finale scudetto o coppe.

Questa volte però la sorte ha coniugato il risultato col bel gioco. Chi lo dirà ai detrattori dei mister dal calcio piacevole e organizzato, come Zeman e Sarri, – al cui ultimo Mancini si è ispirato – che è possibile giocare anche in Italia in modo internazionale e divertente?

Gravina e i dirigenti della Lega di A hanno il dovere di restituire al calcio italiano il senso dell’abbraccio tra Mancini e Vialli, il senso del calcio. Ritrovato una estate durante una notte magica.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Spagna 1-1 (4-3 r.): è la quarta finale europea della storia azzurra!

Una Italia più stanca e meno dominante della Spagna riesce nell’impresa di portare i favolosi iberici ai rigori. E lì i nervi degli azzurri, in controtendenza alla loro storia, restano saldi a differenza di quelli spagnoli. I quali dimostrano nel post partita, attraverso le dichiarazioni del loro mister, il Ct Luis Enrique, il perché sono stati così vincenti… sanno soprattutto perdere. Il mister delle furie rosse, dal vissuto umano drammatico, elogia la partita di entrambe le squadre definendo super l’Italia. Per questo motivo, l’ex allenatore anche della Roma e del Barcellona farà il tifo per gli azzurri in finale.

1. Il pre-gara italiano

Non che Paolo Guzzanti sia necessariamente una voce di rilievo ma colpì quando, durante una trasmissione di La7, definì l’Italia un Paese presuntuoso ed ego-riferito. Dalla cucina all’arte, il Bel Paese si definiva, secondo lui, tale soprattutto per un provincialismo imperante, per mancanza di conoscenza dell’estero e dei suoi usi e costumi. Vizio italico che si riverbereva nelle sue conseguenze nefaste anche tra i confini nostrani, dove nessuno era in grado di realizzare, anche solo a livello comunale, una comunità che fosse veramente tale.

E nel raccontare il match contro la Spagna, questa perfida descrizione del nostro Paese trova plastica dimostrazione. I media italiani hanno raccontato di una Italia più forte della Spagna quasi in ogni reparto. Improvvisamente l’Italia del Mancio era divenuta il Brasile del ’70 senza che nessuno se ne fosse accorto. Puntuale la risposta dei fatti: la Spagna maramaldeggia. Potrebbe vincere nei tempi regolamentari e supplementari con agio, ma l’inesperienza di un gruppo molto giovane e l’assenza di una punta esiziale condannano gli spagnoli alla forca dei rigori alla fine della cui lotteria escono onorevolmente sconfitti.

2. La partita

Due squadre molto simili nel gioco, Spagna e Italia. L’intento di entrambe è di controllare il possesso della palla sempre e comunque. Ci riesce nella semifinale di Wembley molto bene la Spagna, costringendo l’Italia al 35% di possesso palla. Il consolidamento del dominio del gioco riesce meglio se a fronte del pressing avversario l’uscita palla è gestita da Eric Garcia e Laporte piuttosto che da Chiellini e Bonucci.

L’Italia però ha il merito di non innervosirsi ed accettare il match del sacrificio. Combatte e difende a centrocampo e in area di rigore. Ha la sensazione, poi, con Chiesa di poter fare sempre male in contropiede. Unai Simon gioca una partita sensazione in termini di lettura: ha tolto costantemente la profondità all’idea italiana di attaccare in verticale una difesa spagnola non bravissima nei tempi del rinculo a palla scoperta.

E, in uno dei contropiedi, Chiesa segna un gol alla Lorenzo Insigne, un tiro a giro che si spegne all’incrocio del secondo palo. Nonostante una mole di gioco ispirata da due fantastici giocatori, Sergi Busquets e Pedri, e resa pericolosa dalle sortite offensive del demonio Dani Olmo, l’Italia è a un passo dalla finale, perché l’1-0 regge fin dal 60′!

3. I cambi

A 15 minuti dalla fine, tuttavia, sale in cattedra Roberto Mancini, ma le sue scelte sono controproducenti. Il ct azzurro toglie lo stanco Emerson Palmieri per l’accorto stopper Rafael Toloi. Dirotta Di Lorenzo a sinistra. Inoltre, avvicenda lo spento Verratti con Pessina. Già aveva, immediatamente dopo il vantaggio, sostituito l’impresentabile Immobile – Belotti non farà meglio – con Berardi, proponendo un insospettabile Insigne falso nove.

Il risultato è che l’Italia perde ogni velleità offensiva. Sia sulle fasce dove agiscono due terzini bloccati: uno per caratteristiche, l’altro per inusualità della posizione assunta. Sia centralmente dove Insigne non riesce a proteggere palla mentre Pessina e Barella creano più quantità che qualità in mediana.

L’ultima mossa deficitaria del Mancio consiste nel chiedere a Jorginho la marcatura ad uomo di Pedri. Il diciottenne genio spagnolo si tira fuori dalla posizione di trequartista, porta Jorginho nel mare magnum del centrocampo, si apre un buco nel cuore della difesa azzurra che la Spagna sfrutta in modo rapido e cinico. Morata si presenta a tu per tu con Donnarumma e lo trafigge. A dieci minuti dalla fine è di nuovo pari: 1-1.

4. Supplementari e rigori

Durante i supplementari, una Italia stremata resiste con la forza della disperazione ma non propone più alcun tipo di calcio. Resta soltanto la trincea, nella quale spicca più di tutti Giovanni Di Lorenzo autore di una prestazione, difensivamente parlando, immaginifica. Il Napoli fortunatamente gli ha allungato il contratto di un anno (ora la scadenza è 2026, fonte sky). L’applicazione del terzino partenopeo gli ha consentito di annullare sia fisicamente che tatticamente tutte le ali spagnole affrontate. Non ne ha sofferta nessuna!

Benché la Spagna abbia un paio di occasioni clamorose lungo i faticosi supplementari per chiudere la pratica anzitempo, il match alla fine giunge ai rigori. Unai Simon nella sua scelta di scommettere sempre sul tiro incrociato imbriglia soltanto il rigorista principiante Locatelli. Poi la perfezione degli altri rigori azzurri lo vedono inerme. Nel frattempo Dani Olmo ha pareggiato l’errore di Locatelli sparando il suo destro in tribuna, mentre Morata commette l’errore decisivo appoggiando il piatto sui guanti del portiere azzurro. Infatti, dopo il centroavanti juventino, va dal dischetto lo specialista Jorginho, che in modo magistrale non perdona e spiazza il portiere inviando un’intera Penisola, per una volta tutta unita, in finale!

Massimo Scotto di Santolo