Osvaldo: “Zeman numero uno in assoluto” (VIDEO)

Osvaldo-Zeman-Calciomercatp

L’ex attaccante italo-argentino Pablo Daniel Osvaldo è stato ospite a Calciomercato L’Originale. Nel corso della trasmissione Osvaldo, oggi rockstar, ha parlato del suo passato calcistico in cui Zdenek Zeman resta uno dei suoi allenatori preferiti.

“Il calcio è stato la mia vita e lo ringrazio. Non voglio essere frainteso – raconta Osvaldo – quando parlo male di alcune questioni del calcio, che magari mi hanno fatto male. Da quando è un business, abbiamo perso la magia di giocare a calcio. Perché ho smesso? Mi ero stancato… A volte dicono tante bugie e dopo un po’ diventi matto se devi sempre chiarire le situazioni. Tante volte hanno confuso il mio professionismo… Ma se non sei professionale di certo non giochi per tanto tempo in Europa e con la Nazionale, che sentivo veramente. Se non fosse stato per i miei quattro figli, avrei smesso prima di giocare a calcio. Cosa ho fatto di sbagliato? Sono sempre stato così, dico ciò che penso al di là di chi ho davanti e nel calcio non sempre è positivo, anche se dovrebbe”,

“Nella mia carriera, qualunque maglia indossassi in campo non avevo pressioni, pensavo alla partita 5 minuti prima di scendere in campo”, le sue parole. “Quando mi dicono che avrei potuto fare di più e non ritirarmi a 32 anni, dico che nessuno mi ha mai chiesto se avessi voluto fare di più (ride, ndr). Ho fatto anche troppo. Le voci di mercato, invece, le accusavo. Caratterialmente mi stancavo e avevo voglia di cambiare aria”.

HIGUAIN E SARRI

“Il Pipa segnerà in qualsiasi campionato andrà, anche se un attaccante come lui vuole un certo tipo di fiducia. Sarri esalta le sue caratteristiche, ma di sicuro c’è anche un rapporto personale particolare che stimola Higuain.”

ZEMAN NUMERO UNO

“Gli allenatori con cui mi sono trovato meglio? Antonio Conte, Zdenek Zeman numero uno in assoluto, è stato come un padre per me e poi Pochettino.

SALVIO IMPARATO

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Inter-Napoli 1-0, Spalletti Mago Merlino, Ancelotti problema 442

A San Siro va in scena il Big Match Inter-Napoli, Ancelotti contro la sua bestia nera Spalletti. Un’atipica sfida di vertice dove la seconda della classe dista 9 punti dalla vetta e la terza addirittura a 17.

Dopo il pareggio, con polemiche, a Bergamo tra Atalanta e Juventus, il Napoli di Ancelotti aveva la grande occasione di riaprire il campionato. L’Inter da parte sua, svanita la possibilità di recitare la parte dell’AntiJuve, aveva solo l’occasione di dimostrare che potenzialmente sa e può fare di più. La prima sorpresa di Inter-Napoli è nella formazione diramata da Ancelotti, con Callejon schierato terzino basso. Forse Ancelotti si sarà sentito in vena di omaggiare l’Inter di Mourinho a San Siro, chi potrà mai dimenticare Eto’o terzino, ma con tutto il rispetto l’Inter attuale non è né il Barcellona di Guardiola, né il Bayern di Van Gaal tanto da meritare questo timore tattico.

Il 4-4-2 di Ancelotti

Se questo sistema di gioco è stata inizialmente la svolta della sua gestione, ora forse Ancelotti deve fare i conti con gli apparenti difetti che sta portando alla manovra azzurra. E’ vero che Re Carlo la partita la stava portando dove voleva lui, e Spalletti in conferenza stampa è stato buon profeta, ma la sensazione è che da un po’ di partite il Napoli ha cambiato radicalmente mentalità.

Chi vi scrive parla di involuzione offensiva. Questa squadra era abituata a fare un certo tipo di calcio, fatto di palleggio, schemi e l’insistita ricerca di una mentalità di dominio. Ancelotti disse al suo arrivo di non voler stravolgere questo modo di interpretare il calcio. Onestamente sembrava voler aggiungere solo più verticalità rispetto all’era Sarri. Purtroppo una serie di contrattempi, tra cui l’esperimento Hamsik regista che non ha dato nell’immediato gli effetti sperati e un gruppo ancora provato dallo scudetto perso nelle ultime giornate, hanno costretto Ancelotti ad una soluzione immediata: il 4-4-2.

La sconfitta di ieri a San Siro era preventivabile, un po’ come quella a Genova contro la Sampdoria. Il Napoli veniva da due vittorie in rimonta in cui aveva mostrato approcci preoccupanti. Giampaolo ne seppe approfittare più di Inzaghi e Gattuso. Dopo quella partita Ancelotti sentì l’esigenza di parlare al gruppo optando per una soluzione che avrebbe garantito più equilibrio e sicurezze. Ora sembra però che quelle sicurezze si siano tramutate in timore o forse hanno solo aiutato il Napoli a cambiare radicalmente veste. Un cambiamento radicale nel pressing, nel palleggio e nell’uscita palla al piede. Difficile pensare che Ancelotti volesse questo quando affermò che era più difficile cambiare le cose fatte bene.

ZEMAN, FILOSOFIA OFFENSIVA E RAZZISMO

iIn questo contesto si inserisce benissimo la cultura del Boemo sull’iniettare un certo tipo di mentalità. La spiega benissimo in una frase – << Alleno poco un certo tipo di fase difensiva perché ho paura che la squadra perda la mentalità offensiva>> – e l’involuzione di mentalità del Napoli sembra la perfetta materializzazione di questo concetto. Il Napoli è una squadra che si rigenera nei cambiamenti, non importa se forzati o per scelta. Forse ora si è davanti ad una nuova svolta che potrebbe chiamarsi 4-2-3-1. Difficile riproporre il 4-3-3 senza un vero regista. Il ritorno a quello che era il modulo di Benitez. Le certezze Allan e Ruiz a supporto di Insigne, Mertens, Callejon e Milik. Hamsik ha bisogno di rifiatare, ma potrebbe essere un’alternativa in mediana o nella trequarti, rivalutando il ruolo indigesto affidatogli da Don Rafael.

Per quanto riguarda gli episodi di ieri è ancora Zeman a fornire un interessante punto di vista – <<E’ più ignoranza che razzismo secondo me, in campo sono tutti uguali. Le offese ci sono sempre, anche in partite di soli bianchi>> – come dargli torto se proprio gli stessi bianchi si sono scontrati a morte per una partita.

INTER-NAPOLI, SPALLETTI MAGO MERLINO

Se per Ancelotti è stata una serata no, sconfitta, mancata riapertura del campionato e va -4 dal Napoli di Sarri, per Spalletti Inter-Napoli è stata significativa per la sua carriera di allenatore. Si conferma il più grande carnefice di Re Carlo, 9 vittorie, in 19 sfide contro le 6 del tecnico romagnolo. Spalletti potrà dire di essere stato Mago Merlino, lui che viene spesso criticato per i cambi stavolta può definirsi tale, e non per scherno come fece negli studi Rai quando fu criticato dopo Inter-Juventus della stagione scorsa. Stavolta i due cambi nel finale con cui ha inserito Keita e Lautaro Martinez gli hanno dato ragione e può sentirsi addosso un po’ di magia a dispetto di una serata che magica non è stata.

SALVIO IMPARATO



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Spalletti: “Temo più l’esperienza di Ancelotti che il calcio di Sarri”

Spalletti-Ancelotti

Luciano Spalletti è intervenuto in conferenza stampa, a differenza del suo collega Ancelotti, rivelando di temere più il tecnico romagnolo che Sarri.

“Secondo me è giusto giocare – afferma Spalletti parlando del boxing day – perchè il calcio è una delle forme di intrattenimento preferita dagli italiani. Basta vedere i numeri per questa partita”.

“I giocatori sono dispiaciuti per quanto successo a Verona, e vogliono riscattarsi subito”.

“Il Napoli è un avversario che sa come si fa, sa stare in campo, non dobbiamo avere l’impeto di chi vuole reagire per forza, ma piuttosto di chi sa quando deve andare ad affondare i colpi”.

“Ancelotti è uno dei migliori, se non il miglior allenatore che abbiamo in Italia. Avrà saputo ottimizzare il buon  lavoro fatto da Sarri, mettendoci dentro la sua esperienza, che poi viene fuori la macchina più precisa per andare a sviluppare calcio”.

“Il Napoli di Sarri sicuramente era un calcio fatto più di schemi, di ripetitività, di azioni, anche un pò simili, anche perchè l’atteggiamento era sempre lo stesso. Ancelotti sceglie più il momento di quando venirti addosso o di quando lasciarti campo. Sono due filosofie differenti, ma ugualmente redditizie, se messe a puntino, e diventa ugualmente difficile per chi deve andarci contro”.

“Ancelotti fa un pò di paura, perchè lui è davvero quello che le ha vissute tutte, che conosce la materia in profondità”.

“Sarebbe uno spettacolo in più affrontare più volte Ancelotti, perchè sono convinto che domani sera una bellissima partita. Che sia il Napoli che l’Inter avranno la possibilità di dire la loro. Divertimento probabilmentel, perchè la vedo difficile che finisca in parità.

SALVIO IMPARATO

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Inter-Udinese 1-0, è la partita di Icardi versione 2.0?

Inter-Udinese-Icardi-Gol

Inter-Udinese è stata una partita che ci ha restituito in primis l’immagine di una squadra vogliosa di reagire. Quella nerazzurra. E all’interno di questa squadra anche e soprattutto la costante crescita di Mauro Icardi in termini di attaccante moderno.

INTER-UDINESE E’ L’EVOLUZIONE DI ICARDI ?

Il capitano dell’Inter sembra aver intrapreso un percorso volto finalmente a compiere un processo di evoluzione. Senza risentire in nessun modo dell’innato fiuto realizzativo. Una metamorfosi che ci eravamo permessi di individuare e anticipare già in seguito alla vittoria di San Siro contro il Tottenham. La crescita di Icardi dal punto di vista mentale e della disponibilità ha posto le basi per un avvicinamento dell’argentino ai suoi compagni intesi come squadra.

Un percorso opposto rispetto a quello con cui eravamo abituati a convivere. Caratterizzato cioè dalla squadra stessa al servizio del proprio grandissimo realizzatore. Sappiamo benissimo quanto sia importante nel calcio moderno l’atteggiamento del centravanti per il gioco collettivo di una squadra. I dubbi riguardo il possibile calo dell’efficacia sotto porta potevano non essere del tutto infondati. Ma la sensazione è che Icardi abbia trovato e stia trovando questa predisposizione dentro di sé semplicemente attraverso un approccio diverso. Un approccio con alla base la consapevolezza di avere tutte le qualità per interpretare il ruolo in maniera più ampia. E noi ci eravamo già soffermati su questo aspetto, con l’immagine del gol del pareggio dell’Inter contro il Tottenham come manifesto.

REAZIONE DOPO L’ELIMINAZIONE IN CHAMPIONS

L’Inter di Spalletti era chiamata a rispondere presente e a dare un segnale di reazione dopo la batosta dell’eliminazione in Champions. Dal punto di vista emotivo e della determinazione da Inter-Udinese sono arrivate risposte non negative. Coadiuvati dall’atteggiamento piuttosto passivo dell’Udinese di Nicola, soprattutto nella prima frazione di gioco, i giocatori nerazzurri hanno avuto il controllo per la maggior parte della gara. La supremazia territoriale è stata netta, mentre nitida è stata invece la volontà e l’applicazione di Icardi in tutte le fasi di gioco. L’attaccante argentino appare sempre più disposto ad arricchire costantemente il suo set di movimenti senza palla. E al contempo sempre più consapevole dei benefici che questo processo evolutivo potrà portare. E questi ultimi, se si pensa anche alla caparbietà con cui sembra si indossino ora i panni di capitano di questa squadra, non sono certamente pochi.

MANOVRA PREVEDIBILE E MANCANZA DI INSERIMENTI

Il problema relativo alla prevedibilità della manovra dell’Inter appare però sempre vivo. Partite dall’andamento tattico di un certo tipo come quella di sabato contro l’Udinese hanno evidenziato per esempio la difficoltà relativa all’occupazione dell’area di rigore avversaria. Affrontare una squadra dal blocco basso e compatto con l’ausilio poco convinto degli inserimenti senza palla dei centrocampisti è un problema strutturale che le caratteristiche dei giocatori non fanno nulla per nascondere. Nella partita di sabato abbiamo visto nell’intelligenza di giocatori come Borja Valero la volontà di affrontare questo tipo di situazione. Ma allo stesso tempo probabilmente anche un tipo di movimento che non è nelle primissime corde di un giocatore come lui.

NAINGGOLAN E VECINO LE ARMI IN PIU’

Il lato della medaglia positivo però non è sconfortante del tutto. Vecino e soprattutto Nainggolan, che deve di fatto ancora imporsi, hanno tutte le carte in regola per sopperire a questo aspetto in determinati contesti e partite. Il circolo vizioso e appunto prevedibile in cui si rischia di cadere quando giocatori con determinate caratteristiche vengono a mancare è chiaro. L’assenza di un calciatore come Rafinha, che dava spunti differenti alla manovra tra le linee, porta l’Inter a ricercare spesso e volentieri il gioco sulle fasce. Ne consegue il fatto che con un’occupazione fitta dell’area di rigore della difesa avversaria, la presenza del solo seppur infallibile Icardi non può portare sempre i dividendi sperati. Soprattutto quando i rifinitori o i crossatori sono i due esterni d’attacco, Keita, Perisic e Politano su tutti.

LA VERSIONE INTERISTA DEL NINJA

L’interrogativo che ci si può porre ora nasce dalla curiosità di sapere cosa aspettarsi da Nainggolan, una volta a pieno regime. Sulla carta, considerando le caratteristiche totalmente diverse di Icardi e Dzeko, era lecito pensare ad una versione del belga differente all’Inter. Le sue poche apparizioni quest’anno hanno dato l’idea di un centrocampista meno incursore del solito e più di raccordo. Ma è anche vero che, complice la condizione fisica non ottimale e un Icardi non ancora nel vivo del suo processo evolutivo, porterebbero ora e in futuro ad immaginare uno scenario diverso e magari definitivo. Diverso dal precedente, che andrebbe a definirsi come temporaneo e succube di una determinata situazione. Diverso e magari definitivo, con le aspettative soddisfatte.

La reazione dell’Inter c’è stata. La volontà di proseguire su questa strada ci sarà. Ma non è certo Inter-Udinese una di quelle partite dalle quali trarre risposte importanti e conferme differenti.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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Cagliari-Roma 2-2, la video analisi della rimonta subita dai giallorossi

Cagliari-Roma-2-2

Quindicesima giornata di campionato, allo stadio Sardegna Arena va in scena Cagliari-Roma. I sardi vengono dal pareggio col Frosinone, mentre i capitolini dalla sconfitta in coppa con il Real Madrid con una prestazione costellata da molti errori individuali.

Cagliari-Roma i giallorossi si schierano con il solito modulo 1-4-2-3-1
mentre gli isolani si dispongono secondo un 1-4-3-1-2.


La Roma ha, come di sua consuetudine, sviluppato il gioco prevalentemente per vie laterali, ed in special modo a sinistra dove sono stati effettuati il 56% (42% a destra e solo 2% al centro) degli attacchi. Questo dato viene confermato dai ben 80 palloni giocati dal terzino sinistro Kolarov, vero e proprio regista della squadra vista la spiccata capacità tecnica e di passaggio. Anche il primo gol giallorosso è frutto di una sovrapposizione sulla fascia destra.

Cagliari-Roma, i giallorossi, come si è visto nel primo gol, hanno anche sfruttato gli inserimenti di Cristante

e soprattutto Zaniolo,

spesso alle spalle delle ali Kluivert e Under.
La squadra capitolina ha però mostrato le lacune difensive ormai consolidate (ben 20 gol subiti in 15 partite), sia in termini di errori individuali sia di reparto. Spesso la distanza tra difesa e centrocampo è stata eccessiva permettendo al Cagliari di creare pericoli da quella zona, come possiamo osservare nei video 4

e 5.

I sardi hanno sfruttato spessissimo questa lacuna giallorossa inserendo i propri centrocampisti in quella zona. Non sono inoltre mancate le disattenzioni individuali come nel caso del gol del pareggio cagliaritano: pur passando ad una difesa a 5 con l’ingresso di Juan Jesus e giocando con 2 uomini in più per l’espulsione di 2 cagliaritani la retroguardia giallorossa si è fatta sorprendere con Manolas che si è lasciato sfuggire Sau e senza copertura alle spalle, il tutto a tempo praticamente scaduto.

In conclusione possiamo notare come la squadra gialorossa, pur essendosi qualificata per gli ottavi di Champions League , continua ad ottenere risultati poco brillanti in campionato. Questo è probabilmente dovuto ad una rosa molto scarna e senza alcuni titolari importantissimi a causa dei tanti infortuni, ed alla giovanissima età media della formazione con conseguente inesperienza ed incapacità di gestire le partite. L’ambiente romanista è in costante fibrillazione e le critiche ad alcuni giocatori come Schick (apparso più pronto a fraseggiare con i compagni che ad attaccare la porta come si converrebbe ad una prima punta) e soprattutto al mister Di Francesco sono costanti e molto forti, si parla addirittura di gara decisiva col Genoa in casa.

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ForzaPalermo.it, Zeman: “Ritorno? Faccio lavorare troppo”

Zeman-ForzaPalermo.it

L’allenatore Boemo, Zdenek Zeman, è stato raggiunto telefonicamente da ForzaPalermo.it.

A quasi 72 anni forse resta ancora lui una speranza per il nostro calcio, che ormai non è un bello spettacolo da valere il prezzo delle pay tv. Un calcio senza passione afferma Zeman, ma ancora il coraggio di provare a rimettersi in gioco e infettare l’ambiente con la passione di migliorarsi. Ecco l’intervista integrale rilasciata a ForzaPalermo.it

Iniziamo dai primi passi in Sicilia.

«E’ vero, ho iniziato nel settore giovanile del Palermo – esordisce Zeman a ForzaPalermo.it – dove ho fatto nove anni. Poi la società non ha creduto più nel settore giovanile anche se – in quel periodo – nove, dieci ragazzi sono stati utilizzati in prima squadra».

Che ricordi ha di Palermo?

«Ho vissuto tanti anni nel capoluogo siciliano, sono rimasto legato. Sono stato molto vicino a sedere sulla panchina rosanero, mi pare nel 1982. Purtroppo ero squalificato per una partita con la Primavera e quindi non  sono potuto andare, così hanno scelto un altro allenatore».

Gli anni a Foggia, nasce Zemanlandia.

«Foggia abbiamo fatto bene grazie alla società che ha lasciato lavorare me e il direttore sportivo. Abbiamo scelto ragazzi giovani di prospettiva: il primoanno è stato sofferto, però il secondo – con i ragazzi che avevano fatto esperienza e acquisito certe esperienze – abbiamo vinto il campionato di serie B».

Poi che cosa è successo?

«In A c’era grande motivazione per fare bene. Purtroppo dopo la primastagione nella massima serie la squadra è stata smembrata perché nel calciocontano i soldi. Siamo ripartiti da capo, con ragazzi che provenivanodall’interregionale o dalla serie C. Nonostante questo hanno dato tutto e mi hanno seguito perfettamente: infatti abbiamo disputato due buone stagioni».

Com’è cambiato il calcio in questi anni?

«Rispetto a quando ho iniziato il mondo del calcio è cambiato. Sia in senso positivo, sia in negativo: attualmente quello che manca di più alle società e ai calciatori è la passione. Molte volte quello che fanno sembra fatto quasi perché lo devono fare: una volta c’era la passione, ai giocatoripiaceva giocare a calcio. Oggi calciatori e società pensano di più al businessche a formare una squadra con un futuro».

Quindi?

«E’ un po’ più difficile lavorare. Per me il calcio è sport: ci vuole la voglia di migliorarsi sul campo ogni giorno in allenamento e questo – negli ultimi tempi – mi mancava».

In definitiva, sarebbe pronto a tornare in panchina?

«Bisognerebbe fare delle valutazioni. Io sono pronto ad allenare, però non sono pronte le società: forse si spaventano che li faccio lavorare (sorride ndr)».

 

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Radio Kiss Kiss, Zeman: “Tifo Napoli. Allegri o Sarri? Sto con Maurizio”

Zeman-Radio-Kiss-Kiss

Zdenek Zeman ancora una volta ospite a Radio Kiss Kiss, nel programma Radio Gol. Ecco le suo parole riportate da Area Napoli.

ZEMAN A RADIO KISS KISS SI PARTE CON LA JUVENTUS 

“I bianconeri sono più forti di tutti. Il Napoli e le milanesi possono migliorare ancora per ridurre il gap”.

ANCELOTTI  ED ELIMINAZIONE

“Peccato per il Napoli, ma i partenopei hanno affrontato squadre di grande valore. La squadra azzurra ha dimostrato di poter competere con tutti. Il Napoli non snobberà l’Europa League. .Carlo ha vinto tutto, spero possa trionfare anche in Italia col Napoli”.

TIFO  NAPOLI

“Per chi devo tifare? Dico Napoli perché c’è Insigne, solo per questo. Gli voglio molto bene”.

MERET 

“Portiere di grande talento, ha dei grandi margini di crescita”.

NAPOLI E L’ESONERO

“Se non mi esoneravano credo che ci saremmo salvati. La squadra non era affatto male, non sicuramente da retrocessione”.

LA FRASE PAGATA CARA

“Dissi: ‘Il calcio esca dalle farmacie’. Da quel momento la mia carriera è stata penalizzata. In qualche modo me l’hanno fatta pagare”.

ALLEGRI O SARRI 

“Sono con Sarri quando dice che bisogna giocare bene per vincere. Il motto che conta solo vincere non mi appartiene”.

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Juventus-Inter 1-0: La legge di Mandzukic

Juventus e Inter si sono affrontate allo Juventus Stadium nell’anticipo di venerdì sera.
I bianconeri si sono imposti di misura grazie alla rete del solito Mario Mandzukic e hanno reso la sconfitta degli uomini di Spalletti amara oltre che pesante. La Juventus ha potuto in questo modo allungare il distacco in classifica addirittura a 14 punti, con il Napoli vittorioso in casa col Frosinone invece a -8. La superiorità impressionante della Juventus in questa stagione è tutta tradotta nel rapporto tra il numero di vittorie, 14, e quello delle partite giocate, 15. E la sensazione forte è che, relativamente alla partita di venerdì, la Juventus abbia giocato e vinto sfruttando non più del 60% delle energie psicofisiche. Mentre l’Inter, dall’altra parte, è sembrata aver dato almeno il 90%. Tenendo molto bene il campo ma perdendosi nel momento topico, dopo aver sciupato occasioni che in partite del genere è difficile non pagare.

Allegri e Spalletti, in ogni caso, avevano chiarito nelle rispettive conferenze stampa l’importanza vitale dell’ultimo turno del girone di Champions di questa settimana. La Juventus è chiamata a battere lo Young Boys a Berna per assicurarsi il primo posto. L’Inter, invece, dopo la prima sconfitta rientrante nella categoria “amare e pesanti” contro il Tottenham, non è purtroppo totale padrona del suo destino. Gli Spurs, vincendo al Camp Nou contro un Barça già matematicamente primo, strapperebbero il pass per gli ottavi. Indipendentemente dalla vittoria dei nerazzurri in casa contro il PSV. Valverde ha annunciato alcuni cambi di formazione, e le motivazioni in gioco potrebbero fare la differenza. Ma dall’altro lato, gli spagnoli non perdono in casa in Champions da 28 partite. La tensione sponda Inter, insomma, si taglia a fette. Ma sarà fondamentale restare concentrati sulla propria gara, senza lasciarsi condizionare da subito.

Tornando alla partita di venerdì, la conferenza stampa di Spalletti aveva lanciato anche chiari segnali di ottimismo e di consapevolezza. L’Inter era chiamata ad una prova di coraggio e di determinazione. Ad una partita che, data la classifica e il distacco già ampio dalla Juventus, doveva e poteva essere giocata alla pari e senza timore. Puntando sulle certezze accumulate durante un percorso sempre in divenire.
E i nerazzurri, soprattutto nel primo tempo, hanno occupato il campo molto bene, alzato il pressing spesso e forzato la giocata juventina in fase di costruzione.
Il palo incredibile colpito da Gagliardini al 29′ è il manifesto di come la partita sarebbe potuta svilupparsi e di come invece, complice anche la sfortuna in questo caso, si è poi delineata. L’Inter ha continuato a mantenere le distanze giuste acquisendo fiducia nel breve termine. Ma dopo la seconda ghiotta opportunità capitata sui piedi di un Politano comunque in costante crescita, la Juventus ha messo in mostra nella seconda parte della ripresa la sua straordinaria capacità di impadronirsi dei momenti delle partite e di direzionarli.

Il gol del solito Mandzukic nasce dal monito principale di Allegri, rivelato poi nell’intervista postgara. Evitare i duelli aerei con Skriniar e Miranda e attaccare quando si presenta l’occasione il secondo palo e il lato debole. Il posto e il momento preferito dell’attaccante croato, maestro nel volgere a proprio favore il mismatch di turno. Le dinamiche del vantaggio decisivo della Juventus vedono inoltre come protagonista il grande ex della partita. Quel Joao Cancelo che ad oggi sembra essere già in grado di essere devastante come e quando vuole. Disciplinato da Allegri anche in fase difensiva, dove i miglioramenti e l’attenzione sono in costante crescita. L’esterno portoghese può giocare ormai indifferentemente sia sulla corsia di destra che quella di sinistra, sia basso che alto. A riprova del calcio fluido posizionalmente e concettuale di Massimiliano Allegri.

Per l’Inter di Spalletti è, come dicevamo, la seconda sconfitta amara e pesante dopo quella di Wembley contro il Tottenham. La strada davanti è percorribile anche se lunga e non priva di ostacoli. Ma spesso l’impressione è che alcuni di questi ostacoli siano parte integrante del timore che sembra invadere la squadra in determinati momenti e partite. Le due trasferte di Londra e di Torino, citando i due esempi più freschi, sono state giocate e interpretate positivamente. Ma se il raccolto è di gran lunga lontano dalla produzione o anche solo dalla volontà di essere produttivi, può non trattarsi necessariamente solo di sfortuna. Spalletti è un allenatore estremamente preparato dal punto di vista tattico. La sua storia conferma le indiscusse capacità di vestire gli interpreti delle sue squadre con questa preparazione e di porre le basi per gli step di crescita. L’importanza però di questa stagione non si può nascondere, perché è quella in cui questo processo non deve arrestarsi. E’ quella in cui ci si aspetta un salto netto, diverso dagli altri, per non dire definitivo. E se la paura di sbagliare e di non dare seguito alle certezze e alla consapevolezza diventa cronica, determinate partite e momenti avranno sempre gli stessi risvolti.

Gioacchino Piedimonte

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“Siamo il Foggia di Zeman!” è il messaggio della lettera aperta alla squadra

"Siamo il Foggia di Zeman!" - Lettera aperta

In una lettera aperta, apparsa sul sito ilfoggia.com, si invoca un’appartenenza per motivare l’allenatore Grassadonia e la squadra. Un’appartenenza che recita: “Siamo il Foggia di Zeman!”. Il Boemo a Foggia ha lasciato un segno indelebile e come dimostra la lettera ha lasciato in eredità una filosofia e una cultura ancora radicata. Zeman a Foggia è come Maradona per Napoli, ma oltre ai successi e allo spettacolo, Zemanlandia è anche una lezione di vita.

CARISSIMI RAGAZZI

John Belushi (Bluto) nel film Animal House, all’Università di Faber, incoraggiando l’ormai depresso ed abbattuto gruppo “Delta” della sua confraternita a continuare la lotta contro i rivali snob del gruppo “Omega”, pronunciando la celeberrima frase:  “Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare!”, corre verso il nemico sicuro di essere seguito da tutti, ma uscito dalla stanza, voltandosi, si accorge di essere rimasto solo. Non basta una frase ad effetto per scuotere animi e coscienze.

Bluto dovrà sfidare la paura e la soggezione dei suoi compagni toccando le “note” del loro orgoglio nascosto per risvegliare il loro ardore ed andare a sfidare la propria sorte ed il proprio destino con il coraggio di chi non si puó e non si deve arrendere alle difficoltà che la vita giornalmente gli propone. Questo è il messaggio che ci veicola il film di John Landis. Che il gioco, per noi del Foggia, si sia fatto duro è ormai conclamato da un paio di settimane. La classifica in rosso e i pareggi in sequenza hanno scoraggiato il più ottimista dei tifosi ed adesso è giunto il momento di cominicare a giocare da “duri”, quali siete, quali vi vogliamo.

IL FOGGIA DI ZEMAN

Indossate le casacche di una squadra che non è solo calcio a Foggia, lo sapete bene. È pianti e risa, è spesso sofferenza, ma è sempre onore, passione, vita. In voi ci riconosciamo perchè in quelle maglie che indossate ci siamo noi, noi che maciniamo chilometri per gridare in faccia al mondo il nostro spregiudicato amore per una squadra che ci rappresenta, ci riscatta, ci promette giorni migliori. Noi e voi siamo e saremo sempre “il Foggia di Zeman!”.

Davide che sfida Golia, il coraggio e la sfrontatezza contro la forza e la potenza. Questo ci ha insegnato il boemo venendo ad allenarci per la prima volta. È e rimarrà “il maestro” perché non ci ha insegnato solo calcio, ma ci ha insegnato che niente è impossibile per i cuori impavidi, per i puri, e quella lezione ci è rimasta nel sangue e nell’anima. È una lezione di vita che, se nel calcio abbiamo imparato bene, dovremmo forse ripassare meglio nei giorni comuni, nella realtà spesso sconsolata della nostra terra.

CHE VUOL DIRE ESSERE IL FOGGIA DI ZEMAN?

Ma cosa vuol dire essere “il Foggia di Zeman”? Cosa vuol dire essere ricordati da tutti per quelle stagioni ed avere ancora oggi impregnato nelle nostre divise quell’onore? Ricorderó una partita, una sconfitta, non a caso, per provare a spiegarlo a tutti voi, ma non a Gianluca, che nel Foggia di Zeman ci ha giocato per davvero e che queste cose le sa forse meglio di me. Siete dei ragazzi, non c’eravate, ma in una gelida domenica di gennaio del 1992 “quel” Foggia andó a Milano, nella scala del calcio, contro la squadra più forte del mondo, ed io c’ero tra le migliaia di tifosi arrivati da tutt’Italia per vedere Davide affrontare Golia.

Quella squadra non aveva paura di nessuno perchè veniva dal lavoro e dal sacrificio non solo di futuri campioni, ma soprattutto di grandissimi gregari come Codispoti, Grandini, Matrecano e Consagra, per esempio, che vedevano un prato così prestigioso per la prima volta nella vita, ma che avevano imparato che se sai chi sei e sai da dove vieni l’erba è verde per tutti e niente è impossibile per nessuno. Quel Foggia perse quella partita ma chiuse una squadra stellare nella propria area per lunghi tratti della gara,  rispondendo colpo su colpo alle folate di gente che si chiamava Van Basten, Gullit, Rijkaard, Donadoni e Baresi e che vinse solo grazie a due rigori, uno falso ed uno (forse) vero. Ai milanisti gridammo “Solo la nebbia, avete solo la nebbia!”, ma quando l’arbitro fischió la fine tutta San Siro si alzó in piedi ad applaudire a lungo, sincera, ammirata e commossa.

L’ APPLAUSO DI SAN SIRO NEL 91

Quell’applauso accompagnó quei ragazzi negli spogliatoi e noi nei nostri viaggi di ritorno a casa, nei nostri sogni. Ancora oggi ci fa venire i brividi perchè quell’applauso voleva dire che ce l’avevamo fatta, che saremmo diventati storia, che se Davide non aveva battuto Golia sul campo l’aveva battuto nei cuori di tutti coloro i quali amano ed hanno amato il calcio, a prescindere dai colori. Ecco, questo siamo noi. Questo è il Foggia ragazzi. È per questo che giocate, è per questo popolo che avete l’onore e l’onere di vestirvi a strisce rossonere: rosse come la passione e nere come la sofferenza, perchè amare il Foggia vuol dire aver imparato a soffrire, a cadere ma a sapersi rialzare sempre, e sempre più forti ed uniti di prima. Vedete, gli anni sono passati, i ricordi sono ingialliti, ma noi siamo rimasti gli stessi.

Chi gioca nel Foggia, ricordatelo sempre, gioca sempre per vincere, per superare gli ostacoli, per non abbassare la testa mai, contro il Milan a San Siro come contro l’Igea Virtus a Barcellona Pozzo di Gotto. Solo così si è degni di allenare il Foggia e d’indossarne le maglie. Si puó vincere e si puó perdere, ma si deve farlo da “Foggia”, a testa sempre altissima e avendo dato tutto fino all’ultimo secondo, perchè questo è il nostro ed è il vostro destino. Non dimenticatevelo mai. Il Livorno non è il Milan Campione del Mondo di Capello e il Foggia di Zeman non c’è più, ma il Livorno domenica sarà una montagna  da scalare perchè è solo arrivando a quella vetta che darete una svolta a questo campionato una volta per tutte. Lo sapete, lo so. Io ho sempre scommesso su di voi, ci ho messo la faccia e se ho avuto l’ardire di scrivervi questa lunga lettera è perchè so chi siete e quanto valete. Facciamolo vedere a tutti. Bob Kennedy spesso citava una frase di George Bernard Shaw: <C’è chi vede le cose come sono e dice: “Perché?”. Io invece sogno cose mai viste e dico: “Perché no?”>.

E allora perchè no ragazzi? La palla è al centro, tocca solo a voi farci sapere ancora di esistere.

Francesco Bacchieri – www.ilfoggia.com

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Foggia, Delio Rossi non scalda e spunta striscione per Zeman

Foggia-Zeman

A Foggia davanti al pastificio del presidente Sannella è apparso uno striscione a favore del ritorno di Zdenek Zeman alla guida dei Satanelli.

C’è aria di esonero per Grassadonia, in casa Foggia per il tecnico salernitano non esiste risultato diverso dalla vittoria nel prossimo turno. Luca Nember e la società rossonera hanno dato fiducia all’allenatore a patto che si raggiungano i 3 punti contro il Livorno. Proprio oggi negli uffici del pastifico Tamma si sono svolte varie riunioni, ed lì che apparso lo striscione  “Presidente a Natale regalaci Zeman per favore!”. Il messaggio della piazza è chiaro, Delio Rossi non la scalda e il ritorno del Boemo sarebbe il quarto nel corso della carriera, hce potrebbe chiudersi nel luogo dove è nato il mito Zemanlandia.

SALVIO IMPARATO

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