Paolo Bordino, da Ancelotti a Pep e Sarri passando per Zeman.

Paolo-Bordino-Ancelotti-Zeman-Sarri-Guardiola

Chiacchierata zemaniana con il nostro Paolo Bordino. Paolo l’ho conosciuto a Castellammare in occasione di Juve Stabia-Pescara del 2011, il giorno in cui conoscemmo per la prima volta il nostro vate di Praga Zedenk Zeman. Presentatomi come uno dei più esperti conoscitori del calcio zemaniano e del calcio in generale, da quel giorno non abbiamo mai smesso di parlare di calcio ed oltre a scrivere di calcio campano su varie testate è stato anche nostro inviato a Cagliari nella trasmissione RossoBlu95, alla quale ha preso parte per tre edizioni.

Paolo Bordino con Zeman in occasione di Juve Stabia Pescara nel settembre 2011

Ciao Paolo spesso nelle nostre chiacchierate private parli spesso di Ancelotti come allenatore che cura quasi esclusivamente lo sviluppo. Prima di addentrarci nel discorso su Carletto nel calcio contemporanea vuoi spiegare che tipo di lavoro è?

Parlo di sviluppo inteso come lavoro per lo più impostato sulla capacità di lettura delle situazioni di gioco – afferma Paolo Bordino – nella tattica collettiva e individuale. L’idea iniziale di Ancelotti, del Napoli “liquido”, era questa. Il punto è un altro…

Quale?

Siamo sicuri che, per qualità della rosa e caratteristiche dei singoli il Napoli sia una squadra che può fare a meno del lavoro continuo sulla ricerca degli automatismi? Vedi, nell’opinione pubblica calcistica si tende a creare dicotomie che non esistono: quella tra “giochisti” e “risultatisti” e quella tra “offensivisti e difensivisti”. Nulla di più sbagliato. La vera linea di frattura è quella tra tecnici come Zeman, Sarri o lo stesso Mazzarri che, a prescindere dalla filosofia di gioco, creano la loro impronta nel lavoro settimanale basato su certezze tattiche e automatismi ed allenatori come Ancelotti che, in un’ottica di gestione del gruppo e di fiducia nel valore dei singoli puntano per lo più su un lavoro teso all’interpretazione delle varie fasi del match. Qui casca l’asino: il Napoli ha una rosa del livello delle squadre in cui Ancelotti ha mietuto successi? Può bastare al Napoli un lavoro sul campo che accantoni la ricerca di automatismi in nome della pura e semplice ricerca dello sviluppo del gioco? I fatti dicono di no. Così come la stessa storia recente ci dice che il tipo di allenatore che serve al Napoli è di diverso tipo rispetto a quello attuale.

Ma Ancelotti con l’avvento di Guardiola e Klopp resta un tecnico attuale?

Guardiola e Klopp hanno avuto un enorme merito: dimostrare al mondo che il lavoro maniacale su princìpi di gioco ed automatismi, unito alla ricerca di innovazioni tattiche che hanno già cambiato il calcio contemporaneo, è un qualcosa che di esportabile ai livelli più alti del calcio europeo e non soltanto un lustro per gli occhi da confinare in provincia tra gli sghignazzi di chi etichetta un certo modo di giocare come “bello ma poco redditizio”. Con Guardiola e Klopp più di qualcosa è cambiato: impostazione con doppio regista, uscita sul falso e “gegenpressing” sono diventati materie di studio per allenatori di ogni categoria. Oggi, nel 2019, per vincere non basta più la mera “gestione” dei talenti. Basta guardare la classifica dell’ultima Premier League. Chi sono stati i primi tre? Guardiola, Klopp e Sarri, con il primo e il terzo a trionfare in Europa. Qualcosa vorrà pur dire. Così come appaiono tuttora indicative ed eloquenti le difficoltà incontrate dallo stesso Ancelotti al Bayern…

Guarda caso sostituì proprio Guardiola sulla panchina dei bavaresi e qui a Napoli Sarri. Forse è proprio passare da un lavoro ossessivo ad uno più rilassato a mettere in difficoltà i giocatori? Delle lamentele sul poco lavoro a Monaco c’è stato da parte dei giocatori

“Non la porrei in questi termini – dice Paolo Bordino – io vedo una questione di tipologia di lavoro inadatto all’organico che Ancelotti ha a disposizione. Se un tipo di approccio oggi inizia a non andare bene finanche per gruppi di lavoro forgiati di vittoria in vittoria, come può pensare di attecchire fino in fondo laddove, come a Napoli, c’è un gruppo che ha vinto poco e la cui vera leadership è stata quella degli automatismi in campo? Ancelotti per sintonizzarsi con la realtà napoletana dovrebbe tornare quello di Parma anziché l’uomo della “decima”…”

Quello di Parma forse finì proprio alla Juventus dove ora c’è Sarri. I risultati stanno arrivando, ma il gioco ancora non esplode, che idea ti sei fatto di questa prima fase del toscano nei bianconeri?

“Proprio l’avvento di Sarri è la riprova di quanto dicevo prima. La gestione del gruppo all’insegna dello sviluppo non basta più per restare ai vertici di un calcio che tende globalmente ad un livellamento verso l’alto. La Juve prendendo Sarri, un uomo di campo, di principi tattici, di schemi e di automatismi snatura un po’ sè stessa per provare ad andare oltre quanto il già fatto. Dal canto suo, Sarri ha dinanzi a lui un lavoro non facile: portare dalla sua parte un gruppo che, mentalmente, potrebbe inconsciamente cullarsi sulle certezze di anni di successi giunti per vie diverse rispetto a quelle che vuole battere Sarri.

Il lavoro è a metà, ma sembra bene avviato: il 4-3-1-2 di partenza sembra essere il vestito tattico individuato dal tecnico per valorizzare e sfruttare al meglio il potenziale offensivo notevole. Non mi aspettavo riuscisse in così breve tempo a far mettere in pratica a Pjanic il proprio credo. C’è ancora molto da lavorare, invece, su una linea difensiva che deve ancora comprendere appieno quando e come accompagnare il pressing e su i movimenti senza palla dalla trequarti di campo in su, ancora caratterizzati da un tempo di gioco di troppo. È chiaro, tuttavia, che i risultati aiutano e la Juve, quando conta, come nello scontro diretto di Milano, ha dimostrato di esserci e di voler intraprendere un cammino tattico nuovo.”

Veniamo al nostro vero ispiratore, Zeman. Il suo calcio è ancora attuabile? Modica con la sua Vibonese sembra volerci dire che quel calcio ancora riesce a mettere in crisi squadre più attrezzate. Il Bari di De Laurentiis e Vivarini, infatti, è stato letteralmente dominato nel gioco.

“Giacomo Modica è un tecnico preparato come pochi. È uno zemaniano di ferro con un autonomia di pensiero che porta a non scimmiottare il suo maestro dal punto di vista tattico. A Cava de’ Tirreni ha dimostrato tutto il suo valore salvando una squadra con un’ossatura di categoria inferiore. E se non fosse stato per alcune scelte societarie apparse come incongrue avrebbe senz’altro centrato i play-off. Con la proverbiale quantità che sopperisce alla qualità.

Tuttavia credo che, in realtà, il calcio di Zeman non sia mai stato pienamente attuato (se non a Licata e a Foggia). Anche a Pescara, spettacolo meraviglioso che è ancora nei nostri occhi, talvolta ha apportato dei correttivi tattici in difesa derogando ai suoi principi, come quando nel finale di campionato ebbe a mantenere Bocchetti bloccato a sinistra in difesa. In tal senso, le difficoltà maggiori incontrate da Zeman non derivano dal fatto che abbia deliberatamente trascurato la fase difensiva, come sostengono coloro che lo conoscono in modo superficiale. Piuttosto, dal fatto che Zeman richiede un tipo di concezione del modo di difendere radicalmente opposta a quella che viene inculcata a Coverciano ai tecnici di ogni livello.

Sin da piccoli, ai difensori viene insegnato non ad attaccare la sfera come avrebbe bisogno il calcio di Zeman, ma a coprirla e difenderla. Ed è naturale che, crescendo, il difensore assimila certi principi e li assume come innati. Per questo Zeman preferisce difensori giovani. Ricordate il lancio di Nesta, destinato al prestito al Sora? Oppure Marquinhos subito in campo alla Roma, contrariamente al parere di Sabatini, che intendeva destinarlo alla Primavera? Per Zeman il difensore ideale, da plasmare, è quello mentalmente sgombro da preconcetti mentali. Quindi, il giovane. A tal proposito, mi resta il rimpianto di non aver potuto vedere all’opera in giallorosso, con Zeman, la coppia Marquinhos-Romagnoli. Ci sarebbe stato da divertirsi…”

Eh si un vero peccato problemi simili li ha avuti anche a Cagliari e nell’ultima esperienza a Pescara..

Non è neppure colpa dei giocatori. Cambiare la mentalità di un trentenne non è semplice- afferma Paolo Bordino – il punto è nel tipo di mentalità che viene plasmata in Italia a livello difensivo. Difendere e coprire, mai “attaccare” la palla per essere mentalizzati verso la porta avversaria. Nella sua ultima esperienza a Pescara, in tal senso, Zeman ha dato la sensazione di adattarsi all’organico del pacchetto arretrato, difendendo spesso a baricentro basso. E l’intera manovra ne risentiva.

Il problema vero è sempre alla base, prendere Zeman e parlare di progetto, ma alle prime difficoltà delegittimare il lavoro del Boemo pubblicamente attraverso i media da parte dei presidenti..

“I progetti a certi livelli possono esistere fino ad un certo punto. I diritti televisivi fanno da sempre molta gola ed il rischio di retrocedere porta i presidenti a scelte fin troppo conservative. Se questo da un lato è comprensibile per le piccole squadre, ancora più clamoroso è il caso del Milan, che dà il benservito a Giampaolo ed al suo progetto tecnico addirittura dopo una vittoria! In un contesto del genere, chi rischierebbe di prendere Zeman non potendogli dare carta bianca? Sulle esternazioni passate di Giulini e Sebastiani direi che abbiamo consumato anche più inchiostro del dovuto…”

Chiudiamo con un pensiero sulla costante Gasperini e su Fonseca, quest’ultimo riuscirà a spuntarla sulla follia della piazza romanista?

“Gasperini – confessa Paolo Bordino – dichiarando dopo il cappotto dal City che mai avrebbe rinunciato alla propria identità contro Guardiola, anche per un discorso “formativo”, oltre a dare una lezione a tanti colleghi ha anche dimostrato che l’unica realtà progettuale del calcio italiano (con un fatturato strutturale a ridosso dei top-team) è una realtà atta a perdurare. Fonseca, dal canto suo, ha iniziato benissimo. Anche grazie ad un ambiente che, dato un taglio netto col passato, sembra essere più propenso ad affrontare il futuro in modo costruttivo”.

Grazie Paolo

Salvio Imparato

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Roma-Napoli, nei giallorossi comanda il gioco, negli azzurri non si sa chi.

Roma-Napoli è stata una partita simmetrica. Simmetria, in tal caso, intesa nel veder fronteggiarsi sul terreno di gioco due squadre che hanno vissuto eventi esterni abbastanza simili quest’anno, tra decisioni arbitrali contestate ed infortuni che hanno reso il cammino alquanto incidentato.

Roma-Napoli ha un però che consiste nella diversa reazione di queste due squadre ad eventi esterni. Da un lato Paulo Fonseca – di cui non se ne parlerà mai troppo bene – che ha ovviato all’emergenza rendendola una risorsa. E l’ha fatto dando vita ad un progetto tattico nuovo dal punto di vista dell’inquadramento tattico, senza derogare ai propri princìpi di gioco.

LA CHIAVE DI SVOLTA DELLA ROMA DI FONSECA

La chiave di questa nuova fase romanista è senz’altro Mancini. Impostato come “1” davanti alla difesa nel basculante 4-1-4-1 in non possesso, l’ex atalantino assume la duplice funzione di schermo e di prima impostazione, liberando una linea per Veretout e consentendo a Pastore di attaccare gli spazi intermedi senza preoccuparsi troppo di interdizione e filtro.

Ma la bellezza di questa Roma non è solo il fatto che “sta a giocà cor core!”, ma deriva dal fatto di riuscire ad interpretare uno spartito tattico in cui tutti iniziano a ritrovarsi, gestendo a perfezione i tempi del match, a partire da quelli frettolosamente bollati come bidoni (Kluivert) a coloro che sono arrivati nella capitali con l’aura del bollito ma che stanno disputando un torneo in versione-Van Dijk. Parlo di Chris Smalling, ma lo si è capito. E consentitemi di sottolineare che il leader della Roma è il suo gioco, oltre ad un vero capitano come Edin Dzeko, cosa che ha dimostrato ieri. E inoltre: quant’è bella la Roma senza capi, capetti, capuzzielli e semidei!

IL NAPOLI DI ANCELOTTI SENZA GIOCO E REAZIONE

Dall’altro c’è il Napoli. Una squadra che alle avversità esterne non ha reagito. Non ha reagito per il semplice fatto che ad essa mancano visioni ed idee di gioco. Non sa dove vuole andare (potrebbe andare lontano, visto che, avendo giocato solo 15′ ha costruito tantissimo) e come farlo.

Una squadra che, a partire dall’ultimo girone di ritorno è sparita ed in palese involuzione tattica e mentale. A formazioni senza senso (Elmas laterale destro contro la Spal è qualcosa che non trova ancora spiegazione) si abbinano dichiarazioni che certificano il crollo di un progetto tecnico che avrebbe dovuto dare quel “quid” di forza mentale in più per raggiungere grandi obiettivi. Invece Davide Ancelotti parla di squadra abbattuta per non aver concretizzato quel grande quarto d’ora. Insigne parla della gara con l’Atalanta e di quanto abbia condizionato la pessima prestazione dell’Olimpico.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non la certezza di un allenatore che al Napoli non ha dato e non potrà dare nulla. Nonostante un mercato che – parole sue – l’ha soddisfatto in pieno.

Essì. Ancelotti in questo momento fa tristezza.

PAOLO BORDINO

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Zeman al Napoli dopo le dimissioni dell’integralista Ancelotti

Zeman-Napoli-De-Laurentiis

La storia del fantomatico incontro tra De Laurentiis e Zeman all’Olimpico. Lunga chiacchierata, il presidente è stanco del tecnico di Reggiolo e con il Boemo sa che potrebbe ricreare sogni, entusiasmi e capitali.

Ecco come il presidente del Napoli arriva a Zeman. De Laurentiis già era pieno di dubbi quest’estate, si era addirittura reso conto di aver sopravvalutato la rosa e forse pure Ancelotti, ma a quel punto ha chiesto mercato. Adl dal canto suo è sempre stato chiaro – << Aò Carlé questa è la rosa, te sei sicuro che poi fa meglio de quello stronzo de Sarri co questi?>> – Carletto è umano e sbagliando ha risposto sì, ma poi scontrandosi con la realtà non ha voluto ammettere a se stesso l’errore e più di cambiare moduli e uomini non sembra voler arretrare di un centimetro.

Il suo metodo si sa è vincente con grandi interpreti e quello che chiedi a Di Maria, Ibra, Lewandosky, Ronaldo, Benzema, Sergio Ramos, non puoi chiederlo a Zielinsky, Milik, Mertens e Insigne. Non certo perché non sono bravi anzi, ma restano dei grandi interpreti di un gioco collettivo, di un sistema di gioco fatto di meccanismi ossessivi, provati e riprovati. Un metodo da cui Ancelotti si è congedato da tempo. Però un allenatore, che non si adatta alle caratteristiche della squadra, viene etichettato da sempre integralista e se l’etichetta vale per Sarri e Zeman, vale anche per Ancelotti che schiera Insigne terzino aggiunto e tanti giocatori in diversi ruoli per fare il suo 4-4-2.

De Laurentiis in tribuna all’Olimpico, ormai saturo, intercetta qualche fila più su e laterale il Boemo Zeman a fumare concentrato pensieri calcistici. Aurelione lo guarda un pò sconsolato e Zeman con lo sguardo schifato gli fa capire che se lo merita, lui come tutto il calcio italiano a veder sprecati potenziali e gli occhi della gente.

È li che De Laurentiis ha l’intuizione e pensa – <<Ma che ce fa li er Boemo a fa da spettatore, m’ha regalato Insigne e sa allenare come pochi e c’o semo dimenticato solo perché nel calcio semo certi cafoni. Si Zeman senza panchina è na vera cafonata>> – ed è così che tra primo e secondo tempo gli si avvicina.

Ciao Sdengo che dici ti diverti?

“No, un pò come lei presidente”

Nun me lo dì, Ancelotti che me sta a combinà. Te che faresti?

“4-3-3, Elmas regista e Callejon alla Sansovini”

Alla chi?

“Su che il Pescara lo ricorda meglio di me, mi chiamava sempre quando si annoiava con Mazzarri”

Vero m’à fatto du palle quando ti ha battuto 4-1 e t’ho dimenticato, semo dei risultatisti del cazzo perdonaci

“Io vi perdono, ma il campo parla”

Che te devo dì, c’hai sempre ragione te Boemo. Insigne mi parla sempre di te.

“Mi piange il cuore a vederlo così, chiamami e ti risistemo la catena di sinistra. L’anno prossimo mi prenda Verratti o Tonali, poi Immobile, ti lancio Gaetano e voliamo.

Ma mica vuoi fare pure i gradoni?

“Sono molli, corrono poco e si fanno male spesso… Si!”

Ma non sarai troppo vecchio te la senti?

“Sono più giovane di questo calcio”

Mi piace. Domani Ancelotti si dimette, tieniti pronto e falli volare.

“Ho bisogno di tempo e garanzie di appoggio. Il tempo concesso a me non sarà tempo perso”

Ciao Boemo

“Arrivederci”.

Zeman-Napoli la conferenza stampa, apre De Laurentiis

Dopo aver accettato le dimissioni di Ancelotti e dopo una notte di riflessioni, De Laurentiis sceglie davvero il Boemo. Spettacolo, stadio pieno e super valutazione di giocatori che ormai stanno crollando sul mercato e depressi sul campo, le considerazioni che hanno portato alla “clamorosa” scelta.

“Ringrazio Ancelotti per il lavoro svolto, non è un esonero perché l’ho quasi convinto io a venire da noi. Ci siamo resi conto insieme che questa squadra ha bisogno di una scossa e di un metodo diverso. Carlo è un gran signore e si è dimesso, ha bisogno di un top team con altri budget, lo stesso vale per Zeman qui affianco a me, ma lui è un maestro che ha avuto di meno di quanto merita e ora è venuto il momento che il nostro calcio gli dedichi il posto d’onore, l’oscar alla carriera per ringraziarlo dei campioni che ha dato negli anni a tutto il calcio italiano. A noi ha dato Insigne e lui saprà come ridargli le chiavi della squadra e del gioco. Molti hanno scritto pazza idea Zeman, ma forse la pazzia più grande è stata la possibilità di trovarlo libero, per uno come lui avrei dovuto trovare, la fila! Lascio Zdenek alle vostre domande, grazie di aver partecipato, ci divertiremo tutti”

E qui finisce il sogno fatto ad occhi aperti dopo Roma-Napoli, dopo aver visto e ascoltato il Boemo all’Olimpico. La realtà così dovrebbe andare, non è il delirio di un tifoso zemaniano, ma la coscienza di chi conosce a fondo il calcio di Zeman e ne conosce le potenzialità e ne conosce il valore aggiunto rispetto al calcio che ne è l’antitesi.

SALVIO IMPARATO

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Roma-Napoli, Zeman: “Tornare?Se devo fare calcio devo farlo bene”

Il tecnico Boemo Zdenek Zeman, ancora in attesa di una chiamata è ad assistere alla gara Roma-Napoli all’Olimpico

Presente allo Stadio Olimpico per assistere a Roma-Napoli, anticipo dell’undicesima giornata di Serie A, il “doppio ex” Zdenek Zeman è stato intercettato dall’inviato di Calciomercato.it.

Roma-Napoli

“Le due squadre non sono al meglio dal punto di vista degli infortuni, hanno qualche problema, nonostante ciò sono due buonissime squadre. È difficile valutare Fonseca, si dice che sta facendo bene anche con tanti infortunati, vediamo cosa succederà quando rientrano tutti”.

Lotta scudetto

Juventus e Inter sono le due squadre che vincono di più, ma anche quelle che soffrono di più. Tutte le gare sono abbastanza equilibrate, poi il rigore al 95′ aiuta a fare tre punti, ma il rigore c’era e quindi è giusto”. 

Antonio Conte e la rosa corta

“Inter pericolo principale per la Juve? A sentire l’allenatore no. Dice che vuole di più, che non è contento. Quindi è convinto che si può fare meglio di così. Se sarei contento della sua rosa? Sì, è una buona squadra e ha anche più italiani di tutti, quindi si capiscono meglio”. 

Zaniolo come Totti, il parere di Zeman

“Credo che non c’entrano niente tra di loro. Zaniolo è più centrocampista che esterno. Sta facendo bene, segnando gol e aiutando la squadra. Può diventare un bravissimo giocatore, ma non può diventare mai Totti”.

Il suo futuro

“C’era qualche offerta, ma per ora nulla che possa interessarmi. Se devo fare ancora calcio, voglio farlo bene”.

Su Di Francesco

“Si sapeva che la situazione alla Samp non era chiara, la società era in vendita e quando non c’è chiarezza è sempre difficile fare bene”.

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Liverani: “Le parole di Zeman fanno effetto, è la storia del calcio italiano”

“Il Lecce di Liverani è l’unica squadra che in Serie A prova a giocarsela anche contro le grandi. Vedremo se si salverà”, aveva detto Zeman a proposito dei giallorossi dell’ex Perugia.

Ecco la replica di Liverani a Zeman

“Mi ha fatto piacere leggere le sue considerazioni. Zeman è un allenatore che ha fatto la storia del calcio italiano, è una persona di grandissimo spessore. Lo si può amare o odiare, calcisticamente parlando, ma resta il fatto che ha proposto un’idea di gioco e lanciato grandissimi campioni. Per questo certe parole, dette da uno come lui, fanno un bell’effetto. Vedremo poi se riusciremo a centrare la salvezza, per noi sarebbe come vincere uno scudetto”

PREMIO SCOPIGNO

“È un riconoscimento a cui tengo molto. Mi ha fatto molto piacere essere preso in considerazione, perché viene assegnato da colleghi e addetti a lavori. E soprattutto, gratifica il lavoro svolto nella scorsa stagione”.

MILAN E JUVENTUS

“Affronteremo squadre costruite per altri obiettivi, ma questo non vuol dire che ci rassegneremo al ruolo di vittime sacrificali. Cercheremo di mettere in difficoltà tutti, abbiamo intrapreso un percorso e non possiamo snaturarci. Ricordo che anche nella scorsa stagione in questo periodo avevamo qualche difficoltà, poi con il passare delle settimane c’è stata una crescita costante. Possiamo ripeterci anche in questo campionato”.

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Sarri alla Zeman, il gol di Higuain uno schema provato in allenamento senza avversario (VIDEO)

Sarri porta gli schemi 11 vs 0 cari a Zeman, in quanto marchio di fabbrica Zemanlandia, in casa Juventus.

Il gol di Higuain provato senza avversario

Il secondo gol dei bianconeri firmato Higuain, come dimostra il video in allegato, è frutto della costante ripetizione di schemi senza avversario imposta da Sarri anche in casa Juventus. Portare questa tipologia e filosofia di lavoro, nella patria del “Vincere è l’unica cosa che conta” è la notizia, è il vero passo verso il cambiamento del calcio italiano e dei più incrollabili vertici bianconeri.

Non la chiamiamo rivoluzione perché quella è stata fatta di chi ha portato questa tipologia di lavoro in Italia, che è oggi diventata teoria nei testi di Coverciano. Parliamo di Zdenek Zeman. Il Boemo è stato il primo a portare questa filosofia collettiva della ripetizione, di schemi e movimenti 11 vs 0, in modo ossessivo tanto da imprimersi nella memoria dei calciatori. Schemi ideati e ispirati dalla pallamano e l’hockey sul ghiaccio adattati al calcio, eseguiti il più velocemente possibile.

Azione spettacolare del Pescara di Zeman, frutto degli schemi 11 vs 0

“Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti”

Recitava Zeman e come dargli torto, specialmente se citiamo l’Olanda dei 70, Lobanovski e l’Ungheria di Puskas. Zeman poi non ha manco vinto così poco come dicono durante la sua continua innovazione, a parte i campionati di B e lo spettacolo offerto ci piace ricordare la più grande impresa in una nazione rigidamente difensivista. Il suo Lecce 2004/2005 unica squadra a salvarsi in A con la peggior difesa e il secondo miglior attacco dopo la Juventus campione d’Italia… Un MIRACOLO.

SARRI, ANCELOTTI E IL NAPOLI

Questo tipo di lavoro ha permesso a Sarri di esaltare al massimo il Napoli. Il collettivo ha esaltato i singoli e non il contrario. Agli azzurri manca questo tipo di lavoro e non l’allenatore, inutile creare fazioni e divisioni che oggi fanno comodo solo a tifosi e stampa. Sarri oggi è quello che ricorda a tutti quello che molti hanno ignorato. E cioè quanto sia fondamentale un certo lavoro di campo per ridurre il gap con gli avversari e addirittura per migliorare campioni già affermati. Si raccontano Sarri e Zeman erroneamente come integralisti, come Ancelotti credono nelle loro idee, solo che le idee di Carletto sono più adatte a rose di livello più alto, sarebbe saggio tornare a questi sistemi più che al sistema di gioco, se il modulo non lo si allena, da solo può far ben poco.

Salvio Imparato

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Cor Sera: “Sarri non fa una piega, espressione alla Zeman”

Dopo Inter-Juventus, il Cor Sera racconta il diverso modo di vivere la partita di Conte e Sarri. Il toscano, recita il quotidiano, nelle espressioni ricorda il Boemo Zeman.

Ecco l’articolo del Cor Sera

Il tecnico prova anche «il tridente da bar»: per pochi minuti, nella ripresa, mette dentro tutti assieme Ronaldo, Higuain e Dybala

«Il sorpasso in questo momento non ha molto significato, conta che abbiamo fatto una grande prestazione, con personalità, in un ambiente carico. Stiamo crescendo». Sorride Maurizio Sarri. Saranno contenti anche quelli del Bar Sport, per come ha giocato (e vinto) la sua Juventus, lui che aveva dedicato l’idea di poter mettere il tridente dei sogni (Dybala, Higuain, Cristiano Ronaldo) proprio a quelli che chiacchierano di formazioni davanti allo spritz.

Perché quel magnifico e temerario terzetto, l’allenatore bianconero l’ha assemblato addirittura dentro San Siro, seppure per un solo pezzetto di ripresa; e perché con il Pipita si è preso la notte. Proprio lui, figliol prodigo a Napoli e sicario in maglia juventina, che nella stessa porta, sotto la curva sud, un paio d’anni fa gli sfilò lo scudetto. I campioni d’Italia erano sul bordo del precipizio, nel maggio 2018, quando dalla mischia spuntò la testa di Higuain, che poi corse sparato a esultare verso la bandierina, come ieri sera. 

Sarri, in panchina, quasi non ha fatto una piega, con quel suo ruminare il filtro delle sigarette, o quel che tanto gli somiglia, con un’espressione che fa tanto Zeman.

L’esatto contrario del collega dall’altra parte, Antonio Conte, che se ne stava dritto in piedi dal primo minuto, in senso letterale e teatrale, e al quale gliene erano bastati tre per iniziare a gesticolare: braccio alzato e indice mosso, per dire che quello di Godin su Cristiano, proprio non era fallo. Ma, si sa, Conte non è solo un allenatore, ma un navigatore, dell’area tecnica. A Sarri ne erano invece serviti 10, di minuti, per alzarsi e dare le prime indicazioni ai suoi. Insomma, uno un frullatore, l’altro un pensatore.

Tanto si muove e gesticola Antonio, quanto se ne sta immobile Maurizio, con quel completo blu sempre uguale, pantaloni e camicia, e scarpe bianchissime.

Niente più tuta. Più dell’abito fa comunque il risultato, lo stesso che arma la vendetta dei tifosi bianconeri lassù, sul terzo anello di San Siro: «Salta con noi, Antonio Conte». Il tecnico assiste impassibile anche al vantaggio della sua Signora, quando Dybala infila le gambe di Skriniar e piega i guantoni di Handanovic. 

S’abbracciano quelli in campo, esplode la panchina, non «San Maurizio», come da piccolo cartello apparso in tribuna. Se ne sta fermo pure Conte che, al massimo, fa due passi con le mani in tasca, per fare poi un cenno alla squadra, toccandosi la testa con gli indici.

Come dire: usiamo il cervello. L’arnese preferito da Sarri, che profetizza un calcio celebrale e verticale. Semmai, lui abbozza un sorriso e prende nota, quando le cose vanno come aveva previsto lui, in allenamento: ovvero, l’uno-due da videogame tra Dybala e CR7, con gol cancellato solo da un fuorigioco di mezzo metro. Ma sarà solo questione di tempo, nella ripresa, con il flipper che spedirà in porta Higuain. Prima di arrivarci, però, il tecnico juventino s’era ritrovato perfino in mezzo a un parapiglia, davanti al tunnel degli spogliatoi, all’intervallo, tirando via Bonucci da una mischia: erano volate parole grosse con Godin, con cui c’è un conto aperto dalla scorsa stagione. Un tifoso bianconero issa in alto un cartello: «Siamo campioni d’Italia da 2709 giorni». Un conto che Maurizio Sarri vorrebbe aggiornare.

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Zeman: “Se ad Insigne manca una stagione in serie A insieme? Per me è penalizzato dal gioco” (VIDEO)

Zeman: “Insigne è penalizzato dal gioco” Sarà una mia fissazione, ma per me Insigne e Zeman avrebbero fatto il botto…

Geplaatst door GruppoZeman.com op Zaterdag 5 oktober 2019
Domanda su Insigne a Zeman di Salvio Imparato

Era il Football Leader del 2018. Zeman ritirava a Napoli un premio alla carriera e Sarri era appena stato sostituito da Ancelotti. Nemmeno a lui mancano i problemi con Insigne.

Quando si parla di Insigne a Zeman, si parla di una sua creatura. Di un talento a cui ha cui ha dato movimenti, visione di gioco, forma atletica e cultura del lavoro.

La domanda nasce spontanea a Lorenzo manca una Zemanlandia in A con il Boemo?

Di sicuro gli avrebbe fatto fare il salto di categoria più velocemente. Quello che Mazzarri e Benitez hanno rallentato, per questioni di modulo il primo e tattiche per quanto riguarda il periodo dello spagnolo. Con Rafa la crescita fu indubbia, ma i 90 metri di campo, come appuntò anche Zeman, gli offuscava la brillantezza offensiva.

Con Sarri invece, riportato al ruolo in cui esplose, ala sinistra del 4-3-3, Insigne è tornato vicino a suoi livelli. Purtroppo il rendimento non sempre costante e la staffetta con Mertens non hanno evitato a Lorenzo screzi con il pubblico del San Paolo e con Sarri. Proprio in nome di queste continue difficoltà, chi vi scrisse pose a Zeman la domanda del titolo.

Mister ad Insigne manca una stagione in A con lei?

“Non lo so, per me, non vorrei dirlo ma, è stato penalizzato dal gioco. Giocare ad un tocco per lui che ha il dribbling, fantasia e il tiro che se lo prepara è limitante secondo me”.

Questo aveva da dire per quanto riguardava il gioco di Sarri, ma di sicuro e l’ha detto più volte, non vede bene la posizione in cui Carlo Ancelotti vede Insigne. Domani Carletto sembra voler far tornare a vestire il 4-3-3 agli azzurri. Ma non basterà solo cambiare modulo ad una squadra abituata ad un certo tipo di lavoro, fatto di automatismi e schemi, che hanno ridotto negli anni il gap con la Juventus. Ancelotti da sempre più gestore, sembra restio ad accettare di guidare una squadra che non può andare oltre i propri limiti.

Salvio Imparato

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Novellino: “Insigne figlio di Zeman e del suo 4-3-3, può giocare ovunque”

Walter Novellino doppio ex di Napoli e Torino, dice la sua suo momento delle due squadre e del caso Insigne.

Le due squadre non ci arrivano benissimo.

«Eh no – confessa Novellino – diciamo che non sono al massimo della forma».

È messo peggio il Torino o il Napoli?

«Il Toro ha perso due gare all’ultimo minuto, con due pareggi nessuno avrebbe avuto da ridire sul suo campionato. Forse paga lo scotto di una preparazione anticipata».

Questione fisica, allora? 


«I preliminari di Europa League non sono una barzelletta: i granata si allenano da tre mesi e ci può stare in questo periodo una leggera flessione».

Il Napoli invece?

«Ho l’impressione che qualcosa scricchioli fuori dal campo. Spero di sbagliarmi».

Il riferimento è al caso Insigne, giusto?

 «Sì, è una storia che non mi piace. Non giustifico l’atteggiamento di parenti e amici. Che ognuno resti a casa propria, nessuno deve intromettersi nel rapporto tra Lorenzo e la squadra».

Situazione spiacevole, visto che parliamo del capitano. 

«Sono cose che non fanno bene alla vita dello spogliatoio. E non è la prima volta che accade una cosa del genere».

La delusione di non giocare ha annebbiato la mente di Insigne?

 «Faccia il calciatore, le scelte non spettano a lui. Mi pare che si sia lamentato anche della posizione in campo: ma da quando un giocatore decide dove giocare? O forse Carlo ha bisogno di suggerimenti?».

Visto che siamo in tema, può essere utilizzato da esterno di centrocampo?

 «Ha una mentalità offensiva, essendo un figlioccio di Zeman e del suo 4-3-3. Può giocare ovunque, pure da seconda punta. Si rimetta in riga e si ricordi di essere il capitano».

Magari domani gioca e fa gol.


«Perché no? È possibile. Quando sta in forma, fa la differenza».

Ha fatto bene Ancelotti a spedirlo in tribuna a Genk? 

«Benissimo. Doveva mandare al resto del gruppo il segnale che comanda lui».

Insigne non è l’unico problema in questo momento. 


«Stranamente il Napoli si è inceppato quando sembrava aver trovato il passo giusto. Dopo il Liverpool e il Lecce è calato».

Cosa si è inceppato? Testa o gambe?

 «La sconfitta con il Cagliari ha complicato il cammino. Se lotti per lo scudetto, non puoi perdere in casa una partita al 90′ averla dominata. Da allora i calciatori sono cambiati: erano spregiudicati, ora sono timorosi».

Due gol segnati nelle ultime tre gare dicono che l’attacco se la passa maluccio. 

«Manca la tranquillità, basta vedere come e quanti gol siano stati sprecati. Che colpa ha Ancelotti se non la buttano dentro nemmeno con la porta spalancata?».

Si aspettava questa classifica?

 «No, sono un po’ deluso. Immaginavo gli azzurri al posto di Inter o Juve. Sei punti di differenza non sono un’infinità però non è un distacco di poco conto e guai a sottovalutarlo».

Quindi Torino può decidere già qualcosa visto che c’è Inter-Juventus?

 «Il Napoli deve vincere a tutti i costi, non vedo altra soluzione».

Altrimenti si rischia di restare fuori dal giro già ad ottobre? 

«Ti complicherebbe la vita».

Fiducia in Ancelotti? 

«Scommetto che a fine stagione porterà qualche trofeo a casa».

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