Italia – Austria 2-1: quanta fatica per gli azzurri

Un Ottavo di finale apparentemente non complicato si è rivelato una vera agonia per gli azzurri. Sin dalle premesse, la polemica sull’inginocchiarsi o meno dell’Italia prima del fischio d’inizio ha creato inutili tensioni. Poi la tenacia austriaca ha irretito la compagine del Mancio. Gli italiani infatti hanno dovuto aspettare il 120′ per festeggiare il passaggio del turno. I cambi dalla panchina decisivi per la vittoria!

1. Black lives matter

Le due magliette rosse indossate dai tennisti italiani, Panatta e Bertolucci, nella finale di Coppa Davis del 1976 a Santiago del Cile in segno di protesta al regime sanguinario di Pinochet mentre il dittatore assisteva alla partita sugli spalti. Il saluto romano non sferrato nell’aria da Bruno Neri, calciatore della Fiorentina, prima di una partita del campionato italiano all’epoca del fascismo. Le svastiche che intimoriscono e spaventano quando spuntano disegnate sempre più frequentemente sui muri delle nostre città. Il simbolismo sociale e politico non è un concetto svuotato di contenuti concreti.

Dipende solo da quanto interessi una battaglia! Il Fascismo preoccupa ancora gli italiani per le conseguenze che comporta. Basta studiare un libro di storia di Quinta elementare per rinfrescarsi la memoria. Il riconoscimento invece di una migliore posizione sociale e culturale del popolo africano in Occidente non rappresenta priorità degli animi tricolore.

Lo dimostra Chiellini che scambia l’inchino disputato come un gesto di lotta politica al Nazismo. Il sostituto capitano della nazionale italiana, Bonucci, un paio di anni orsono ammoniva la reazione scomposta del suo compagno di squadra alla Juventus Moise Kean per aver reagito, quest’ultimo, agli ululati razzisti piovuti dagli spalti della Sardegna Arena di Cagliari e a lui indirizzati. Anche il vice capitano Leonardo dunque sarebbe risultato inadeguato nel dare spiegazioni alla stampa sui termini etici e morali della scelta.

Il referente politico della spedizione azzurra, ossia il Presidente della Federazione Gravina, aveva tracciato la strada, come del resto anche lo stesso Mancini: chi vorrà s’inginocchierà. Una concessione di libertà espressiva un tantinello troppo spinta per un Paese che ha una libertà di stampa appena più effettiva della Corea del Nord e che al momento vanta al Governo un Partito come la Lega Nord.

Alla fine l’Italia ha scelto l’opinabile strada del cameratismo militare. Così non si è inginocchiato nessuno, perdendo un’ulteriore occasione di risultare simpatica, democratica o almeno contemporanea.

2. Il Primo Tempo

Il match contro l’Austria appariva insidioso ma alla lunga pochi erano i dubbi su chi avrebbe passato il turno. L’Italia aveva l’arduo compito di giocare bene al calcio, rispettare i pronostici in un ambiente completamente diverso da quella di Roma. La partita si è disputata nel tempio del calcio inglese, Wembley, al cospetto di pochi tifosi e non tutti italiani.

Gli austriaci dal canto loro, guidati da un tecnico di origine italiana (Foda), hanno dimostrato sin da subito di aver fatto i compiti, proponendo un 451 attendista ma non speculativo. Il 3421 con cui in modo molto offensivo attacca l’Italia consentiva agli azzurri di schiacciare costantemente l’Austria nella propria area di rigore. Tuttavia, è sempre risultato impossibile per gli azzurri entrare con le combinazioni in area di rigore.

La Nazionale per almeno tutti i tempi regolamentari si è affidato al tiro da fuori. Immobile e Barella i più pericolosi. Molto male Berardi, anche Insigne che però si salva sfoggiando prestazione di grande abnegazione difensiva.

3. Il Secondo Tempo

Più il tempo però trascorreva e più il dominio posizionale del campo diventava per l’Italia difficile attuarlo. Le energie psicofisiche andavano lentamente prosciugandosi. Così l’Austria, nel 2 tempo, meno pressata prendeva il sopravvento, alzando i terzini Lainer e Alaba e costringendo Insigne e Berardi a rincorrerli.

Le due mezze ali austriache, Sabitzer e Schlager, agendo alle spalle di Barella e Verratti (autori di prestazioni non scintillanti) impedivano ai centrocampisti azzurri di mettere pressione al regista Grillitsch. Quest’ultimo sempre libero, quindi, di ordire la manovra insieme ai due centrali di difesa. Immobile costretto progressivamente ad un torello.

Alla fine l’Austria rischiava anche di vincere anzitempo il match. Arnautovic segnava un gol che per pochi centimetri è risultato irregolare per offside. L’Italia metabolizza lo spavento accogliendo di buon grado la soluzione supplementari, anche se Berardi avrebbe la palla a tre minuti dalla fine per segnare il gol partita. Tuttavia, il fantasista calabrese la spreca malamente con una rovesciata manifesto della sua serata poco lucida.

4. Primo Tempo supplementare

I cambi di Mancini, tra la metà del secondo tempo e la fine dei 90 minuti, servivano per dare una verve atletica e fisica necessaria per attaccare le spalle di una difesa biancorossa molto organizzata, per vincere duelli in mezzo al campo contro gli arcigni austriaci e infine creare superiorità numerica. Locatelli, Pessina, Chiesa e Belotti riescono nel compito a cui fino a quel momento, maestosamente, si erano dedicati in pochi: Spinazzola, Di Lorenzo e i due centrali difensivi.

Jorginho dall’alto della sua classe si è erto, come sempre, con intelligenza sopra tutti gli altri: ormai è davvero in onda su tutte le frequenze mondiali Radio Jorginho per come gioca e comanda.

L’attacco puntuale alla profondità di Chiesa, servito dallo spaziale Spinazzola che è così in forma da costringere Insigne a fare il fluidificante per lasciargli il posto da ala, è vincente. Il figlio di Enrico sfrutta una esasperata diagonale di Alaba, si ritrova dunque solo sul lato destro dell’area, stoppa il pallone, rientra sul sinistro eludendo il disperato rientro del centrale austriaco e fulmina il portiere avversario con un tiro di sinistro che finisce all’angolino basso del secondo palo.

Poi entra in scena Insigne. Dopo tanti minuti di pavida diligenza, sfodera una punizione all’incrocio che avrebbe meritato il gol ma il portiere austriaco mette le mani e devìa in angolo. Lorenzo, inoltre, indovina un assist per Acerbi in un inusuale posizione di centroavanti. Il leone della Lazio passa rocambolescamente la palla a Pessina, che non si fa pregare e alla Perrotta segna il gol del 2-0.

5. Secondo Tempo Supplementare

Il gol di Pessina, il forcing azzurro per realizzare dinanzi all’avversario sanguinante il colpo del Ko, risultano decisivi e segno di grande maturità. Infatti, l’Austria non si arrende. E prima impegna Donnarumma alla grande parata. Poi Sabitzer spreca da pochi passi un gol già fatto sparando in tribuna.

Infine, il centroavanti subentrato ad uno splendido Arnautovic (che ha severamente impegnato Bonucci), tale Kalajdzic, giocatore molto stimato in Bundes dove nell’ultima stagione ha siglato 16 reti, dall’alto dei suoi 2 metri spizza in tuffo una palla proveniente dal corner destro del teleschermo la quale trova il corridoio giusto per insaccarsi in porta sul lato del primo palo.

La partita sembrerebbe riaperta ma in realtà l’assedio austriaco risulta fortemente sterile, consentendo all’Italia di difendere senza affanni il vantaggio che la porta a Monaco di Baviera per giocarsi all’Allianz Stadium i Quarti di finale dell’Europeo contro Belgio o Portogallo.

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Galles 1-0: Mancini eguaglia Pozzo

Italia-Galles. Mancini, con una sola vittoria, raggiunge il primo posto del girone europeo, stacca il pass per gli Ottavi di finale ed eguaglia il record di 30 risultati utili e consecutivi di Vittorio Pozzo. Quest’ultimo leggenda del calcio italiano. Ct di due spedizioni mondiali consecutivamente conclusesi con l’alzata al cielo della Coppa Rimet, ex Coppa del mondo. Padre spirituale del Grande Torino. Fu lui a riconoscere i corpi dei suoi ragazzi tra le macerie di Superga e prima ancora ad insegnargli a giocare il calcio degli angeli.

1. Italia-Galles, Italia da primato

Italia-Galles. L’italia, piegando la resistenza di un orgoglioso Galles, raggiunge il primo posto del girone non ancora conquistato matematicamente. I punti a referto sono nove. Sette i gol fatti. Zero invece i subiti. Trenta le partite senza perdere dell’Italia. Da undici incontri i portieri azzurri non subiscono reti.

Una magia che contro il Galles rischiava di finire: l’italia aritmeticamente perlomeno già seconda schierava, secondo i principi del buon turnover, otto giocatori diversi dall’ultima partita. Hanno esordito in corso di match altri tre calciatori azzurri. Dal canto loro, i britannici avevano una differenza reti nettamente favorevole rispetto alla Svizzera, impegnata contro la già eliminata Turchia e dunque facilmente pronostocabile vittoriosa. Per questo Bale e co., alla vigilia del match contro l’Italia, non erano ancora certi del Secondo Posto. Così affrontavano la partita con la formazione migliore.

Il risultato che ne è venuto fuori ha prodotto una Italia poco fluida ma vogliosa di non rinunciare a percentuali d’intensità ed estetica. Verratti ha spiegato calcio. E un Galles che aveva più un orecchio alla radiolina che al campo in attesa di buone notizie dallo stadio di Baku dove stava svolgendosi Svizzera-Turchia. Gli elvetici dovevano recuperare anche con il contributo dell’Italia un differenziale di 5 reti ai gallesi. La Svizzera contava un -3 di DF mentre il Galles un +2. La rimonta alla fine è rimasta incompiuta e la speranza rivelatasi vana.

2. C’est la precision qui fait la difference

Il vantaggio che ha mollato gli ormeggi dell’incontro Italia-Galles è derivato da una scelta molto convincente di Mancini: rinunciare alle ali a piede invertito – Chiesa (molto vivo) e Bernardeschi (sempre meno convincente e comprensibile la sua convocazione) – per posizionarle sulla fascia del loro piede forte.

Il Galles proponeva grande densità al centro del campo. L’Italia perciò in fieri ha risolto il rebus difensivo cercando gli uno contro uno dei due ragazzi scuola Fiorentina sulla fascia. Lo scopo era superare i quinti del centrocampo avversario e arrivare sul fondo del terreno di gioco per servire il generoso Belotti o l’accorrente Pessina. Il primo, punta centrale monocorde, è infine risultato incapace di calarsi come Immobile nell’articolata architettura codificata dal Mancio, a sua volta ispirato da Sarri. Idoneo, pertanto, servirlo tramite i cross dal fondo.

l’Italia metabolizza subito il cambio tattico di cui sopra e genera due occasioni da gol. Alla fine realizza la rete del poi definitivo 1-0 su calcio piazzatto durante il corso del Primo Tempo. Il taglio sul primo palo del centrocampista Pessina, scuola Monza e ormai da un po’ di tempo in forza all’Atalanta, è cercato dal piede certosino di Verratti e risulta vincente. Tenta, Pessina, di raddoppiare su azione da gioco ma con dinamica uguale alla punizione calciata da Verratti, però sciupa.

Pessina impressiona per l’intelligenza mai riflessiva con cui approccia alle partite e agli innumerevoli grandi eventi a cui ha partecipato quest’anno da protagonista sebbene novizio. I tempi d’inserimento sono gli stessi del Perrotta di Spalletti: orologio svizzero, Matteo! Superiori persino a quelli di Barella, il quale però vanta rispetto al suo competitor un volume di gioco superiore. La mezz’ala interista è un carrarmato; Pessina un V2.

3. I prossimi avversari degli Ottavi di Finale

Una Italia impavida ha scelto di vincere e onorare la partita Italia-Galles accettando così il rischio che il suo primato gli comportava, cioè di dover battersi già ai Quarti contro la Francia. Però prima agli Ottavi tocca ad una tra Austria e Ucraina.

Si ricorda che se l’Italia, perdendo contro il Galles, si fosse qualificata come Seconda, avrebbe beccato agli Ottavi una tra Russia, Finlandia e Danimarca ma ai Quarti la potenziale teste di serie non irresistibile dell’Olanda.

Tant’è… bisogna ora focalizzarsi su due compagini diverse: l’Ucraina ha un atteggiamento prettamente difensivo nella speranza di poter sprigionare in contropiede la tanta qualità della sua trequarti. Malinovsky, Zinchenko e Yarmolenko su tutti. Squadra che però mostra lacune, oltre che complessive sia dal punto di vista tattico che tecnico, soprattutto mentali.

Anche l’Austria ha la stessa problematica di convivere psicologicamente con un potenziale che appare inesploso e chissà quando riproponibile. Sulla nazionale austriaca campeggia il simbolo della Bundes di cui è enclave nell’Europeo. Pochi giocatori ma di ottimo livello, a differenza dell’Ucraina che sembra dotata di un roster leggermente più lungo. Capeggiati gli autriaci da Alaba in versione libero di Gaetano Scirea ai mondiale dell’82. Difende ma all’occorrenza, il nuovo giocatore del Real Madrid, deve poter anche servire l’assist a Tardelli, del quale imita fioretto e sciabola quell’austero Signore del centrocampo quale Sabitzer. Sembra proprio andare ad un’altra velocità di gambe e di pensiero rispetto ai suoi compagni.

L’Italia ha il dovere di passare con entrambe. Gli azzurri devono regalarsi, salvo sorprese, il Quarto contro Monsieur Karim The Dream Benzema e soci. Sconfiggere gli avversari forti senza smobilitare dal proprio credo nobilita il gioco perseguito e la mentalità vincente e non speculativa. Giusto cercare il Paradiso attraverso Inferno e Purgatorio, basta che poi questo percorso ex post non diventi alibi o rimpianto. Chi ci ha giocato davvero a calcio in Paradiso, quand’ancora era in terra, non approverebbe. Firmato Vittorio Pozzo e i ragazzi del Grande Torino.

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Svizzera 3-0: azzurri da tripla doppia

L’Italia di Mancini gioca talmente bene al calcio che sembra un club. Un team in grado di vincere soltanto di tre a zero in tre a zero. La contemporaneità e la freschezza degli azzurri riporta alla mente la nazionale del mondiale italiano del ’90. Che siano tornate le notti magiche? O è una nostalgica, benché dal finale amaro, rivisitazione di un tempo che fu come in un film di Virzì?

1. Due Italia a confronto

Durante i mondiali del ’90, i ragazzi di Valcareggi furono sospinti da una Italia borghese e benestante, che si godeva liberamente allo stadio Olimpico la propria competizione internazionale e sosteneva, con una torcida elegante ma appassionata, calciatori giovani, ricchi, forti e famosi. Una nazionale azzurra anche all’epoca pensata su di un calcio offensivo. Senza fuoriclasse affermati ma in rampa di lancio. La solidità e l’esperienza affidata dal ct dell’epoca al reparto difensivo.

Quella squadra nazionale rappresentava un Paese profondamente diverso: pieno di opportunità da Nord a Sud. Per un attimo apparve veramente per una sola volta unito. Milano era da bere ma Napoli era tornata capitale della politica, della musica e dello Sport. Napoli campione d’Italia nel calcio e nella pallanuoto; Caserta campione d’Italia nel Basket. I soldi del post-terremoto, non senza scandali, alimentavano una economia fallace ma sul breve periodo efficiente. Dal punto di vista politico, il Sud grazie ai suoi membri della Dc ( partito ancora in piedi prima dell’imminente Tangentopoli) vantava vessilli in tanti Ministeri e posti di prestigio istituzionali.

L’Italia del Mancio dal canto suo, invece, sembra in missione: risollevare il morale ad una Nazione falcidiata dal covid, dalla disillusione e dalla disoccupazione. Il calcio così codificato, intenso ed emotivo degli azzurri ha anche l’arduo compito di rendere più popolato di com’è lo stesso stadio Olimpico la cui capienza è ridotta causa Pandemia dei tre quarti.

2. Italia – Svizzera

Una superiorità attesa, quella italiana, che si è confermata sul campo. A nulla è servita l’esperienza laziale del ct svizzero Petkovic per arginare, attraverso una conoscenza diretta e approfondita del nostro calcio, la scioltezza con cui l’Italia sta sbrigando i match di questo Europeo.

La partita contro la Svizzera sembra immediatamente porsi nella direzione giusta grazie al tap-in vincente del capitano Chiellini su calcio d’angolo d’Insigne. La rete è giustamente annullata per fallo di mano del difensore juventino, che dopo pochi minuti esce per infortunio muscolare. Il futuro dell’Italia all’Europeo dipenderà anche dalle condizioni fisiche. L’infermeria è già piena: Chiellini, Florenzi e Verratti. La panchina dell’Italia abbassa il valore della squadra titolare.

Anche il 3412, proposto dagli elvetici per cercare un uomo contro uomo a tutto campo e vincere la partita imponendo supremazia negli scontri individuali, non ha sortito effetto. L’Italia ha perfezionato l’uscita da dietro. E con lucidità, per tutto l’arco della partita, ha trovato sempre esiziali uno contro uno a campo aperto degli attaccanti italici contro i difensori svizzeri. E come contro la Turchia, Berardi salta il rispettivo marcatore e stavolta a metterla dentro è la felice sorpresa in ascesa professionale Manuel Locatelli.

3. Manuel Locatelli

Man of the match: Manuel Locatelli. Ragazzo di belle speranza della cantera milanista, sbolognato dai rossoneri dopo non aver confermato le iniziali e strabilianti premesse. Il che racconta tutto della poca lungimiranza da cui è afflitto questo Paese.

De Zerbi, allenatore ideologico ma preparato ed espatriato addirittura in Ucraina per non abdicare al suo credo calcistico, ha trasformato il demoralizzato Locatelli in un perfetto centrocampista box to box. Abbina la mezz’ala sassolese regia e supporto alla manovra. Sembra Hamsik benché manchi dei gol dello slovacco; reti che però ora pare stia iniziando a siglare a partire dalla sua esperienza in Nazionale, alla quale ha già donato una doppietta.

Infatti anche il secondo gol dell’Italia ha la firma di Locatelli, che trafigge il portiere svizzero con un tiro preciso da fuori. La passiva difesa svizzera, onde evitare imbucate alle spalle, ha progressivamente accomodato il baricentro della linea a 5 sulla linea dell’area di rigore, lasciando spazio ai frombolieri azzurri. Oltre a Locatelli, anche Ciro Immobile ha così avuto il tempo di prendere la mira e segnare il terzo e ultimo gol della vittoria italiana ai danni della Svizzera.

4. Quali prospettive?

Mancini si è concesso anche un cambio modulo sul risultato di due a zero per l’Italia. E’ passato ad un 352 per fronteggiare una Svizzera che nonostante le difficoltà, in contropiede, era riuscita nel secondo tempo ad impegnare, seppur per una sola volta, severamente Donnarumma. All’interno di questo nuovo schieramento ha ancora di più impressionanto lo spirito e la verve di Di Lorenzo, che pur mancando della tecnica di Florenzi rappresenta puntuale sbocco per la manovra.

Se l’Italia dovesse trovare anche flessibilità tattica entro principi di gioco ormai collaudati, allora la prospettiva potrebbe risultare interessante, al netto di ciò che i campioni di cui le altre nazionali sono dotate intendono lasciare all’Italia stessa. Al momento l’unico modo con cui si può realmente mettere in difficoltà la squadra del Mancio sono le ripartenze profonde alle spalle dei terzini. Il prossimo avversario, mediocre, il Galles da questo punto di vista rappresenta ottimo test.

I gallesi vantano decatleti sulla delantera del valore di Bale, Ramsey e James. Propongono una difesa altrettanto bassa come quella turca e svizzera ma molto più dedita alla battaglia. Gioca, il Galles, alla britannica e cioè con una certa qual risolutezza nel vivere dentro la propria area di rigore e nell’accettare di giocare soltanto su contrasti e seconde palle.

Infine, la sfida con il Galles è nel frattempo divenuta utile per il primato del girone. L’Italia ha due risultati su tre. E perchè no, anche la volontà di migliorare le statistiche che la riguardino: 29 partite da imbattuta e sette clean-sheet consecutivi per Donnarumma. Numeri che obiettivamente sembrano non poter spaventare soltanto la Francia di Deschamps.

Massimo Scotto di Santolo

Turchia – Italia 0-3: dov’è la vittoria?

L’Italia del Mancio, all’esordio casalingo in questo Europeo itinerante e già passato alla storia perchè macchiato dal covid-19, ha offerto gol e spettacolo.

1. Notti magiche?

La Turchia dell’allenatore leggenda Gunes, che portò i turchi fino alla semifinale mondiale nel 2002, è apparsa fin troppo difensivista e rinunciataria. Il muro eretto è durato 45′, complice una Italia tesa ed imprecisa. Poi il goffo autogol dello juventino Demiral ha dissolto in polvere di stelle pressioni e paure. L’Italia così ha dilagato.

E per molti italiani che ancora stoicamente serbano spirito patriottico, la notte di Roma in un Olimpico di nuovo popolato dal tifo è sembrata come una di quelle notti magiche e tipicamente romane: così nere da sporcare le lenzuola oppure da passare in centomila in uno stadio!

– Doveroso il piccolo omaggio ad un poeta bolognese e alle sue sere dei miracoli dal momento che la Virtus Bologna ha schiantato ieri sera, nella finale scudetto del campionato di basket, l’Armani Milano per 4 vittorie a 0, benché i virtussini non siano ben accetti nella Superlega del Basket mentre i modaioli milanesi sì -.

Ma come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, le stelle erano sparite non solo perché concentrate in campo ma anche perché una cortina di fumo denso e tossico ha oscurato la bellezza del gioco della Nazionale di Mancini e dei coraggiosi calciatori azzurri tra principianti in erba e ottimi calciatori in cerca di consacrazione.

2. Riflessioni amare ottenebrano sulla Nazionale

Fa piacere, infatti, che l’Italia tutta si sia accorta ora, dopo 3 anni, del fatto che Mancini abbia mutuato il gioco di Sarri, due degli innumerevoli registi di cui godeva in quel Napoli Maurizio – Jorginho e Insigne (sì quelli che con Ventura e Conte non dovevano vedere campo) – e abbia fatto bingo.

Tuttavia, è proprio questo che infastidisce della Nazionale Italiana, cioè che al momento stia difendendo ed esaltando un movimento, tra scandali arbitrali e presidenti protervi, marcio fino al midollo.

Tale marciume è calcisticamente ben rappresentato dall’ipocrisia di Mancini, il quale qualche anno fa chiedeva la radiazione di Sarri per un insulto omofobo e ora invece ne copia principi e strategie. Chi si accoderebbe al credo di un omofobo se fosse dotato di dignità e orgoglio?

Fa però sempre ribrezzo veder da chi è onerato del racconto di questa Nazionale non riconoscere ad un pionere (Sarri) la sua lungimiranza. Come se l’Olanda negasse che il suo calcio sia nato dal duopolio: Happle e Michels. Come se il Barcellona negasse all’impronta immaginifica di Cruijff il merito dell’ascesa del club in ambito europeo. E la timidezza con cui durante il post partita Sky un decano del giornalismo italiano, Paolo Condò, pavidamente annuisce al corretto paragone che Piccinini compie tra la coppia Spinazzola-Insigne e Ghoulam-Insigne è oleograficamente riassuntivo di quanto si sta dicendo.

3. La damnatio memoriae di Zemanlandia

Altrettanto raccapricciante, per altri motivi stavolta, è la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto Zeman, il quale ha fornito alla nazionale italiana terzino destro, mezz’ala, trequartista e punta centrale: Florenzi, Verratti, Insigne e Immobile.

In un’altra Nazione sarebbe celebrato come che ne so… Ragnick, eminenza grigia del calcio tedesco, padre spirituale della Germania pallonara contemporanea. E invece niente, nulla! Tutto ciò per colpa di una testimonianza in Tribunale contro dei cialtroni che ancora rovinano il pallone.

4. La Federazione spieghi

La Federazione può spiegare esattamente quali valori questa Nazionale del Mancio segue? L’irriconoscenza tecnica e professionale nei confronti di chi non si è piegato, a differenza di Vialli e Mancini, alle logiche del Potere calcistico? Oppure la salute di un movimento che al momento Report sta picconando in tutte le sue contraddizioni?

E sul rigore non fischiato agli azzurri per il braccio largo di Celik, chi non ha pensato a tutti i tifosi italiani che domenicalmente subiscono torti arbitrali del genere e poi nel post partita devono anche sentirsi la nenia sul regolamento o la predica sulla cultura dell’alibi.

L’Italia farà bene, molto bene, perché gioca un gran calcio nato altrove, molto lontano da Coverciano… sarà divertente infine sentire, laddove non dovesse vincere l’Europeo, i processi sul bel giuoco che alla resa dei conti non paga.

Stavolta non ci saranno, perché l’alibi ad hoc è già stato creato: ci sono Nazionali più forti! Perché questa legittima giustificazione fu derubricata a sindrome del perdente per Sarri e Zeman?

Caressa giura che “siamo una macchina da guerra”… dopo 5 anni di assenza dell’Italia da una competizione per Nazioni e dopo 11 anni di astinenza dei club italiani da una vittoria in campo internazionale, mi verrebbe da concludere: Quante certezze, Fabio, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo!

Massimo Scotto di Santolo

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

17.05.1989: Il Napoli vince la Coppa Uefa

In seguito ad una cavalcata che vide la squadra di Ottavio Bianchi battere squadre del calibro di Juventus e Bayern Monaco, il Napoli vinse la sua prima ed unica Coppa Uefa. La sfida che ebbe luogo su due partite, l’una al San Paolo di Napoli e l’altra al Neckarstadion di Stoccarda, vide trionfare i partenopei. Il parziale dell’andata fu 2-1 per il Napoli. Quello del ritorno in terra tedesca un rocambolesco 3-3.

1. La catarsi

Fu catarsi. Affrancamento internazionale dopo quello nazionale. Una fiumana di azzurro che seguì la musa Maradona fino in Germania. Ai pellegrini si affiancorono gli esuli partenopei, emigrati in cerca di fortuna presso le fabbriche tedesche.

2. Il gol di Alemao

E poi al 2-1 dell’andata al San Paolo si aggiunse la rete in trasferta di Alemao; la cui corsa infinita a depositare pallone e liberazione nella porta dello Stoccarda mutò in leggenda grazie alla cortese voce di Bruno Pizzul, che raccontò di quella sgroppata lunga e affusolata l’ineluttabilità.

Klinsmann, giovane attaccante tedesco e protagonista l’anno dopo in Italia con la maglia dell’Inter teutonica del Trap, accorciò temporaneamente risultato e fiato dei partenopei. Fu in un attimo ancora 3-2 per il Napoli.

2. Il gol di Ferrara

Si aggiunse a quest’ultimo parziale la segnatura di Ciro Ferrara, il quale di collo trasformò in rete uno degli assist più intuitivi della storia di calcio. Maradona che non solo rifornì dunque di testa dall’altezza di un calcio d’angolo corto Ciro lo scugnizzo,a cui dedicherà la vittoria finale, ma anche Antonio Careca.

3. Il gol di Careca

Sul 4-2 momentaneo per il Napoli, il brasiliano infatti, alla vigilia pesantemente febbricitante, seguì un contropiede lanciato da Diego per poi concludere l’azione con un tocco sotto leggiadro e soave a scavare via paure e sconfitte.

E poi la genuflessione e l’invocazione del carioca… “Diegooo”. Maradona, paterno, che corre ad abbracciarlo in terra. Gli aveva chiesto, el Diez, di giocare nonostante la febbre. Aveva avuto ragione lui. Uno sforzo che Careca ringrazierà sempre di aver fatto.

4. La festa!

E quando il 3-1 rifilato a domicilio allo Stoccarda sembrava aver concluso il discorso, prima Gaudino, proprio un figlio della Campania emigrante, e poi Schmaler su retropassaggio errato di un altro campano, Nando De Napoli, agguantarono seppur tardivamente il pari per i tedeschi.

Restava nel frattempo soltanto il tempo però di un triplice fischio. E al terzo fischio fu festa, la seconda più bella dopo quella del primo scudetto!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 5-1: Scurdammece o’ passat

Il Napoli ha affrontato nell’anticipo infrasettimanale della terz’ultima giornata di campionato una Udinese già salva. Dopo 90′ minuti, della compagine ideata da due vecchie conoscenze del Calcio Napoli, il direttore generale Pierpaolo Marino (il quale secondo alcune voci è dato come prossimo Dg del Napoli) e Andrea Carnevale, ne rimangono i brandelli. I partenopei, cannibaleschi, ne rifilano cinque alla squadra friulana. E ora si apprestano a vivere una penultima giornata che evoca infausti ricordi.

1. Il vantaggio

I lettori più affezionati della presente rubrica hanno già avuto modo di leggere della ritrovata capacità di Gattuso di decodificare i 352 avversari. Il modulo presentato da Gotti pertanto rappresentava l’ultimo dei problemi per dei calciatori azzurri ormai in grado di attaccarlo e vincerlo. Impossibile per le mezze ali altrui venire a prendere da una parte la coppia Ruiz-Di Lorenzo e dall’altra Hysaj o M. Rui-Insigne.

Pur tuttavia, i primi 30′ sono stati difficoltosi. Il Napoli girava palla lentamente. La coppia di mediani Fabian Ruiz e Bakayoko nella loro proverbiale lentezza hanno acuito tale passo cadenzato, finché il mediano francese, autore di una partita nuovamente vigorosa, ha cercato un lancio diretto per Osimhen.

L’attaccante nigeriano ha svolto il solito lavoro incontenibile per qualsiasi marcatore che tenti di tenerlo ad uomo. Saltata la marcatura, Victor ha saputo ben combinare con Zielinski, il quale su respinta del portiere Musso deposita in rete il vantaggio.

2. Accademia

Il vantaggio, trovato con istinto e caparbietà, restituisce sveltezza e coraggio alla manovra e alle individualità dei partenopei. Dopo 3′ minuti Fabian Ruiz arma dal limite dell’area il suo sinistro arcobaleno. Trova la ragnatela all’incrocio e spolvera Musso con il raddoppio. Lo spagnolo ha giocato una partita progressivamente monumentale, annichilendo De Paul, da qualche ben informato designato come suo sostituto, e una metà stagione iniziale tutt’altro che convincente. Il rinnovo con sommo rammarico per Napoli stenta ad arrivare.

La meravigliosa girata di Okaka a trovare una traiettoria inesploarbile per i guanti di Meret rimette a pochi minuti dall’intervallo in corsa l’Udinese. Il Napoli, con sapienza, capisce che le ostilità vanno recuperate nella ripresa. Nella seconda frazione di gioco, il Napoli alza un baricentro che durante il primo tempo era risultato eccessivamente basso e scopre tutti i limiti tecnici dell’Udinese.

All’ennesima uscita palla errata dei friulani, Lozano strappa il pallone dai piedi del difensore avversario e sigla la rete che chiude la partita, quella del 3-1. C’è spazio però per il diciottesimo gol in campionato di Lorenzo, che eguaglia il suo record di reti in una singola stagione di serie A; motivo per il quale ha chiesto ed ottenuto la permanenza in campo da Gattuso nonostante una forma fisica non più brillante. E trova gioia Di Lorenzo con il suo dodicesimo gol da quando è in A. Di assist invece ne ha messi a referto diciotto.

3. Scurdammece o’ passat

Il Napoli non ha ancora matematicamente la qualificazione Champions in tasca, necessaria per alimentare un progetto che vive da 12 anni della ribalta europea e con sette posizionamenti sul podio della serie A negli ultimi 10 anni, oltre ai quattro trofei vinti (tre CI e una Supercoppa). Tuttavia, sembra che per come giochino gli azzurri non possano non andare in Champions. Il Napoli ha quattro punti e una partita in più sulla quinta in classifica, la Juventus, attesa stasera a Reggio Emilia dal moderno Sassuolo di De Zerbi.

Eppure, incubi ricorrenti si avvistano all’orizzonte: dovesse vincere la Juventus contro il Sassuolo, si andrebbe ad una penultima giornata che vede la Juventus impegnata contro l’Inter già campione d’Italia e il Napoli a Firenze contro la Viola di Iachini. Uno snodo che ricorda un’altra one to one persa dal Napoli al cospetto della Juventus. In panchina c’erano Allegri e Sarri. Le due squadre si giocavano lo scudetto.

Allora, bisogna che il Calcio Napoli dimentichi quell’infausto ricordo ed esorcizzi definitivamente quella ferita che sanguina ancora.

Un passato che appare ormai per molti tifosi e giornalisti cancellato. La stagione del capitano ha polverizzato le sue responsabilità sulla serenità del gruppo durante la gestione Ancelotti. La ritrovata verve di Fabian e Koulibaly portano la piazza a spingere per il rinnovo. Soprattutto è Gattuso colui che oggi ha un carro pieno zeppo di gente che ne vorrebbero la riconferma.

4. Il passato e il futuro di Gattuso

Gattuso è tecnico in piena formazione. La palestra Napoli gli gioverà a prescindere. L’errore di aver perserverato su Maksimovic, ascoltando una riconoscenza che nel calcio non è sentimento da assecondare, si staglia sui teleschermi nel vedere le partite in cui si sta esibendo Rrahamni. Ed è chiaro che una sua permanenza, raggiunto almeno il quarto posto, non sarebbe scandalosa, purché la società sappia veicolare mediaticamente i contenuti del nuovo progetto tecnico e per cui anche la pazienza nel supportare un allenatore in fieri.

Tuttavia, la querelle panchina Napoli sta assumendo contorni stantii. Gattuso ha tanti meriti quanti demeriti. In realtà, qualunque tecnico di ottimo livello, compreso il mister calabrese, se sarà dotato della presenza in rosa di Osimhen, dovrà limitarsi a non fare danni e a preoccuparsi di averlo in forma. Tanto basterà per fare bene.

Il nigeriano è così veloce che è un attimo, un secondo, sempre più avanti del futuro stesso. L’ex Lille, in modo diverso, è atleticamente dominante come Lukaku. Consente di difendere e attaccare contro qualsiasi proposta avversaria. Indispensabile per il successo di chiunque, anche per quello ottenuto, in anticipo sul risultato da conseguire, dallo stesso Rino!

Massimo Scotto di Santolo

Spezia-Napoli 1-4: “Un Napoli Osimheniano”

De Laurentiis durante il ritiro a Castel di Sangro pronunciò a proposito del nuovo Napoli di Gattuso due frasi. La prima: “Se Gattuso avesse la settimana tipo sempre a disposizione, batterebbe chiunque”. Alla domanda, invece, su che Napoli si fosse aspettato rispose “un Napoli osimheniano”. Da quando il Napoli è uscito dalle coppe e ha recuperato dall’infortunio alla spalla l’attaccante nigeriano ha cambiato marcia. La goleada rifilata allo Spezia ha dato ulteriore conferma di ciò.

1. Atletica con il pallone

Spezia-Napoli 1-4. Si può dire che, parafrasando una vecchia battuta da stadio, e per motivi tattici e per motivi tecnici… il Napoli di Gattuso è Osimhen! Il centroavanti nigeriano è di una modernità spaventosa. Victor rappresenta ciò che Brera temeva il calcio diventasse: atletica con il pallone. E il Napoli sulla delantera schiera quattro atleti fantastici: Lozano, Politano, Osimhen e Zielinski.

Dries, uscito per infortunio dopo pochi minuti dal suo ingresso, obbliga il Napoli a sperare in suo recupero. La sapienza tecnico-tattica del belga, di cui Insigne è complice, dà le variazioni giuste ad una fase di attacco che altrimenti andrebbe ad una sola ed ingestibile velocità.

Pur tuttavia, Petagna in questo momento costituisce soluzione più utile al calcio di Gattuso rispetto a Mertens. Con colui soprannominato Ciro condivide il piacere di legare il gioco spalle alla porta ma rispetto al quale vanta quei centimetri in altezza fondamentali per la squadra partenopea. Ora che sul finire di stagione il fiato scarseggia, quando gli avversari in svantaggio alzano nei minuti finali la linea del pressing, la difesa napoletana se in affanno può alzare la palla alla ricerca dell’ex puntero spallino.

2. Un Napoli “osimheniano”

Perciò Osimhen poi risulta imprescindibile come la media punti del Napoli dimostra. Il nigeriano ha la fisicità di Petagna ma è un velocista straordinario in campo aperto. Se Petagna comunque va ricercato sulla figura, per servire Osimhen basta centrare lo spazio libero.

Mr 70 milioni di euro pressa come un dannato e attacca sempre la profondità, tenendo così bassa ogni squadra avversaria. Ciascuna rivale non solo è limitata nel palleggio ma anche impaurita dal giocare in campo aperto contro un atleta superiore anche a quell’Edinson Cavani per cui Napoli stravede. Persino lucido Osimhen allorché a tu per tu con Provedel ha preferito fornire assistenza all’accorrente Lozano piuttosto che siglare la sua prima tripletta in Italia.

3. il resto della squadra

Pertanto, pure la freschezza di Elmas si fa preferire per ora alla saggezza di Mertens nel ruolo di sottopunta. Dries sembra affaticato e non brillante sebbene non molto tempo fa, a dispetto di prestazioni non eccellenti, tra Roma e Lazio abbia smentito gli scettici con fiuto realizzativo apparso quello dei tempi migliori.

Grande prova di Amir Rrahmani, che forse rappresenta vero cruccio per Gattuso: incomprensibile come il tecnico calabrese abbia preferito per 6 mesi il partente Maksimovic al capitano del Kosovo. Quest’ultimo, che in fondo non è così complessivamente superiore al serbo ma quantomeno pagato il prezzo giusto – e questo aiuta! -, nonostante non sia comunque pulitissimo nella gestione palla comprende con immediatezza quando la sfera di cuoio debba finire fuori lo stadio.

Alex, inoltre, che ancora mette i guantoni su un colpo di testa ravvicinato di Estevez. Non riesce però ad evitare il tap in vincente di Piccoli sulla sua respinta reattiva che forse, sebbene in modo non scontato, avrebbe potuto direzionare più lateralmente. Meret, in vero, per una volta si è fatto preferire per il gioco podalico: sereno nel fraseggio come un Ospina invecchiato bene.

4. Il migliore in campo

Il migliore in campo però è Giovanni Di Lorenzo! Il terzino destro del Napoli, e ormai anche della nazionale italiana, ricorda il Christian Maggio di Mazzarri. Un fattore da quinto di centrocampo di quel Napoli operaio e irredento. Insuperabile, Di Lorenzo come quel Maggio, in difesa e fenomenale in attacco.

Solo che va riconosciuto al terzino ex Empoli, vero capolavoro di mercato di Giuntoli, il merito di star imponendosi in una linea a quattro. Quest’ultima rimasta sempre indigesta invece all’ex capitano del Napoli. Per il Napoli sarebbe un vero delitto non fornirsi di un terzino sinistro altrettanto capace.

3. La delusione della giornata

Italiano, dal canto suo, rappresenta la vera delusione della partita. L’enfant prodige della panchina ligure sta toppando clamorosamente il finale di stagione, almeno quanto il suo collega neopromosso Inzaghi. Entrambi hanno realizzato un girone d’andata straordinario, dove il Benevento si è caratterizzato per volontà e solidità mentre lo Spezia per lo spettacolo.

Ora i tre punti che separano gli spezzini dalle Streghe (i primi a 34 pt invece i secondi ora terzultimi a 31) fanno tutta la differenza del mondo in ottica salvezza ma i liguri sono in caduta libera. Italiano sta cercando una solidità difensiva visto che la squadra dal calcio offensiva non sembra più ricevere i dividendi necessari da un sistema spregiudicato ma nella retroguardia da sempre lacunoso.

Il risultato di questo revirement conservativo produce risultati disastrosi: imbottire le sue interessanti trame di gioco di tempra fisica e attenzione tattica debilita il possesso palla della squadra. La gestione della sfera non è più scattante e fluida. Il team ligure, perdendo sovente il controllo del gioco, è costretto a rincorrere all’indietro avversari di solito più forti a cui viene anche concessa l’azione in campo aperto.

Nella partita contro il Napoli, esiziale concedere costantemente ad Osimhen i 30 mt alle spalle di Ismaili e Chabot. Poi, certo, la doppietta del nigeriano è anche propiziata da un assist cubista di Zielinski e da uno dolce come una foglia morta di Insigne. A certi piedi che spiegano talvolta si può però trovare contromossa. Se la corsa di Estevez non avesse incrociata la flebile quanto improbabile e inappropriata diagonale difensiva di Insigne, il risultato finale avrebbe segnato un corretto e inappellabile 0-4.

Massimo Scotto di Santolo

Torino – Napoli 0-2: il Napoli ora è in Champions

Partita potenzialmente complessa per il Napoli di Gattuso: il Toro piratesco di Nicola è stato risucchiato di nuovo nella lotta salvezza. A pari punti (31) con il Benevento e il Cagliari terzultimo. L’importanza del match, che poteva riconsegnare la zona Champions agli azzurri, ha restituito una partita molto solida del Napoli. I partenopei infatti hanno vinto e convinto.

1. 0-2: risultato bugiardo

Il passivo della partita avrebbe dovuto essere più ampio. Almeno 0-3 il parziale più conforme all’andamento del match.
Demerito di Mertens, Lozano e Petagna incapaci di adempiere la parte del piano gara riservata loro.


Superficiali tutti e tre sotto porta decretando uno sforzo difensivo da parte dell’intero collettivo per non riaprire una gara mai in discussione.


Perché se non la chiudi, allora prerogativa è serrare i ranghi e non beccare gol.
Subirne uno, stasera, oltre che veramente complicato per la la scialba versione di un Toro almeno per 45′ arrendevole, avrebbe riaperto una partita sempre in ghiaccio.

2. La Difesa

Pertanto, meravigliosa la prestazione dell’intero reparto difensivo. Quando si suol dire predestinato significa proprio questo. Avere lo scetticismo intorno di un ambiente oppure l’eccessiva pressione di un’aspettativa molto alta e rimanere sempre mentalmente sul pezzo, benché le prestazioni graficamente mostrino curva discendente. Parlasi di Meret, subissato da critiche, incertezze, voci di mercato.
Il friulano ogni qual volta sembra aver toccato il fondo risale la china con rapidità disarmante in partite profondamente decisive.


Fu così in finale di Coppa Italia contro la Juventus. È stato così stasera, sollecitato in una gara a lui non gradita perché fatta di uscite e colpi in area di rigore. Due manone sul rigore di Dybala a consegnare la coppa ai partenopei. Uno stinco su Ansaldi a solidificare certezze nel solco di un divario tra due squadre che non avrebbe meritato altra sorte all’infuori della vittoria azzurra purché netta.

Seguono l’estremo difensore friulano, per perfezione e applicazione, Demme e Di Lorenzo, i quali hanno giganteggiato rispettivamente a centrocampo e su di una fonte di gioco fondamentale del Toro di Nicola quale Ansaldi. Fluidificante argentino di ben altra caratura, relegato alla provincia del calcio da muscoli fin troppo fragili. E poi Osimhen, che al di là del gol fortunoso, conquista in fase realizzativa tutto ciò che semina senza palla, terrorizzando con la sua falcata ogni uscita palla avversaria.

3. Il Napoli e il 352 avversario

Il trittico che ha restituito al Napoli la zona Champions League – Inter, Lazio e Torino – ha, nel girone di andata, portato agli azzurri 1 pt. Nel girone di ritorno, Insigne e co. hanno collezionato 7 pt.

Gattuso ha lavorato molto bene anche tatticamente contro tre 352 affrontati in modo consecutivo in una sola settimana. Il mister calabrese si è assicurato il dominio di tutti e tre match, solleticando gli avversari alle costole. In particolare, la mossa decisiva è risultata quella di cercare l’ampiezza con un centrocampista e un’ala a metà tra la mezz’ala e il fluidificante altrui.

E quando il Napoli domina il possesso palla con la possibilità di usufruire di una punta pericolosa mette sotto il 95% delle squadre italiane.

4. Il futuro

Il Napoli vola e ora – zitto zitto – è in zona Champions a due punti dal 2 posto. Una risalita figlia del recupero degli infortunati e dallo sgombero del calendario da partite internazionali giudicate ad un certo punto – anche ragionevolmente – inutili orpelli.

Gattuso, a prescindere dal risultato conclusivo della stagione, parrebbe lasciare Napoli direzione Firenze. Sarri invece, apparso vicino a risiedere nuovamente a Napoli, ha virato bruscamente per Roma. Soprattutto i comunisti di successo frequentano i salotti di Jep Gambardella.


De Laurentiis allora di tutto risposta rispolvera dalle campagne toscane l’uomo forte dai destini forti e l’uomo debole dai destini deboli: Luciano Spalletti.
Affascina il presidente l’esperienza con cui il tecnico di Certaldo potrebbe condurre quella che è ancora tutt’ora una squadra fuoriserie.
Molto scorretto denigrare e degradare i valori tecnici di questo gruppo per giustificare due mesi di infortuni ma anche di pesanti blackout senza ancora una giustificazione degna.

5. Luciano Spalletti


Sulla sorte della operazione, nata come indiscrezione e cresciuta come notizia nelle ultime ore, inutile esprimere un’opinione, perché Spalletti è tecnico sottovalutato e dalle capacità intuitive finissime.
Risultatista ed esteta alla bisogna, fa della necessità virtù.
Tuttavia, conduce la barca in porto ma non chiedetegli di scoprire l’America.


Può rappresentare una scelta geniale quanto altra soluzione disastrosa dopo i tentativi gestionali della famiglia Ancelotti.

Massimo Scotto di Santolo