Balzano e l’era Zeman: “Saremmo andati a morire tutti insieme” (VIDEO)

Toccante ricordo dell’insostituibile terzino del primo Pescara di Zeman. Antonio Balzano si racconta a Rete8.

“Fu un’annata fantastica, eravamo talmente uniti che saremmo andati a morire tutti e 22/24. Ultimamente ho rivisto il video della partita di Genova contro la Sampdoria, che ci diede la promozione diretta. Io piangevo già in campo – confessa Balzano – dopo il terzo gol ero crollato dall’emozione, per me era realizzare il sogno dei sogni. È stato toccante vedere Zeman piangere e dedicare la vittoria a Franco Mancini. Abbiamo vissuto momenti bellissimi e quelli tragici ci hanno unito e fortificati”.

L’ULTIMO PESCARA DI ZEMAN

“Per supportare un allenatore come Zeman – dice Balzano – devi avere giocatori con altre e forti motivazioni. Noi nel 2011 eravamo tanti giocatori provenienti dalla C tra cui Insigne. Con il gioco rischioso del mister ci davano per spacciati, invece Zeman dall’inizio disse che con noi sarebbe subito andato in A. Purtroppo l’anno scorso questo non c’è stato, eravamo tanti bravi giocatori ma non tutti adatti al gioco del mister e l’abbiamo pagato”.

CAGLIARI E PESCARA ATTUALE

“Quando sono andato via da Pescara piangevo perché da quando ci misi piede la scelsi come mia città. Ma la chiamata di Zeman a Cagliari era un’ulteriore occasione per me. Lì ho capito che non giochi per una città, ma per una regione intera e hai un elevato carico di responsabilità. Quando si è ripresentata l’occasione di ritornare a Pescara l’ho colta a volo. Ora abbiamo raggiunto la salvezza certa e dobbiamo giocare con più coraggio per conquistare la promozione. Mi dispiace che il pubblico non viene allo stadio, ne abbiamo bisogno e non parlo della curva nord che ci sostiene sempre , ma di tutta la città”.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
0

Coulibaly: “Grazie a Zeman ho capito che non ero scappato inutilmente”

Una storia, raccontata da Italo Cucci su Quotidiano.net, che mette Zeman al centro di una storia di riscatto sociale, di umanità che non vuole sentir parlare di razzismo e di barconi. Ecco a voi Calidou Coulibaly


Io e Mamadou Coulibaly siamo diventati amici. Sono stato il primo a cercarlo, tre anni fa, quando Donato di Campli, manager di Marco Verratti, mi ha dato il suo numero di cellulare. Lo chiamo, sa chi sono, mi ha memorizzato, parla volentieri. Perché quando ho raccontato la sua storia, su queste pagine, non mi sono fermato al barcone, classica immagine di tanti ragazzi africani che arrivano in Italia a cercar fortuna – al peggio sopravvivenza – e finiscono chissadove, chissacome, chissaperché per essere oggetto di una disputa che si agita sulle loro teste.

“Io sono arrivato in Italia, a Livorno, in treno” – mi disse con una punta d’orgoglio, anche se nel 2015, quando aveva appena 16 anni, aveva messo piede in Spagna proprio scendendo da una barca, e di lì in Francia, a Marsiglia, a Grenoble. Infine a Roseto degli Abruzzi. “Ti parlo volentieri – mi dice – ma per favore lascia perdere il barcone, la mia è solo la storia di un ragazzo scappato di casa…”. (Si fida, Mamadou, perché gli ho accennato una vicenda di casa mia, quando nel ‘48 un mio fratello è anche lui scappato di casa ed è arrivato a Buenos Aires, dopo essersi imbarcato clandestino su un piroscafo che si chiamava Anna Costa; e non ha fatto il calciatore, è risalito da Baires a La Paz, in Bolivia, con un coetaneo avventuroso come lui che si chiamava Guevara, Che Guevara).

E dunque Mamadou fa il calciatore e io lo tengo presente, sempre, quando anche nel calcio succedono quelle cose che si denunciano come “episodi di razzismo”.
«Non ho mai avuto problemi del genere – mi dice – ho solo capito che non c’è razzismo, in certe cose, ma ignoranza, tanta ignoranza”. Ohibò, un ragazzo nero di vent’anni che parla così sicuro di sè – e degli altri – rischia davvero di trovare qualche idiota riscaldato che gli dica “ma come ti permetti?”, eppure sono sicuro che lo metterebbe in riga. Naturalmente con le buone. Perché Mamadou è un ragazzo per bene che vive in una bella città emiliana, Carpi, e gioca nella squadra locale, in Serie B. (Gli ho promesso di andarlo a trovare, così gli racconto di quando seguivo il Carpi in Serie D per “Stadio”, negli anni Sessanta, ed ero amico del capitano Claudio Vellani quando furono promossi in C, nel ‘65).
«A Carpi sto bene, la città è tranquilla, la vivo senza problemi. Poi sto bene nella squadra, gioco in un bell’ambiente, finalmente ce l’ho fatta – mi dice – anche in B, è quello che sognavo, giocare al calcio».

E dire che Mamadou, scovato da Campli a Montepagano, arruolato nelle giovanili del Pescara dove si mette in luce segnando anche un gol, esordisce direttamente in Serie A quando Zeman gli dice “voglio vedere cosa sai fare”. Mamadou ha 17 anni, è alto 1 e 83, un fisico in ordine, gioca pochi minuti a Bergamo, contro l’Atalanta, e perde, poi più avanti da titolare contro il Milan, e pareggia.
«È stato bello, ho capito che non ero scappato dal Senegal per niente, quando l’ho detto a miei genitori, ai miei fratelli, hanno fatto festa per me».
Dovete sapere che nelle nostre prime conversazioni avevo raccontato a Mamadou la storia di “Aspettando Maldini”, un romanzo della scrittrice senegalese Fatou Diome (titolo originale “Le ventre de l’Atlantique”) il cui protagonista, Madické, era un ragazzo come lui. Tifoso del Milan come lui. Voglioso di scappare in Italia per imitarlo. Come lui, che comunque c’è riuscito: l’Udinese lo ha acquistato definitivamente nel 2017, gli ha fatto un contratto di cinque anni, lo ha prima lasciato una stagione a Pescara poi l’ha mandato a Carpi. A maturare. E dove ha segnato il primo gol italiano decisivo nella partita vittoriosa contro lo Spezia.

C’è un dettaglio importante da sottolineare: quando Mamadou parla della sua vita serena in Italia e considera certe esibizioni idiote non “razziste” ma “ignoranti” sa quel che dice perché parla bene l’Italiano e grazie alla lingua si è integrato senza troppa fatica.
«Ti ho già raccontato che a casa mia, a Thiès, in Senegal, si parla italiano: mio papà, professore di educazione fisica, e mia madre, casalinga, hanno frequentato dei corsi con educatori venuti dall’Italia…E anch’io ho imparato…».
Allora avrai letto dei libri…Dimmene uno… 
«Libri? Per carità, quando ho tempo libero mi dedico alla play, mi alleno, gioco e sto con lei. Come gli altri ragazzi che conosco». (Anche italiani, ovviamente: al Carpi ci sono anche ragazzi sloveni, croati, tedeschi e uno della Guinea…)
E il futuro? 
«Dipende dall’Udinese».
E quando smetterai di giocare resterai in Italia a far cosa? 
-“No, tornerò a casa, in Senegal, dai miei parenti, mamma papà e i miei fratelli e gli amici mi aspettano sempre, sono contenti che ho realizzato il mio sogno ma c’è tanto da fate, laggiù, spero che il mio viaggio in Italia non sia stato inutile”.

Seguici e metti Mi Piace:
0

Salernitana, con Zeman il picco di spettacolo all’Arechi

Salernitana-Zeman

Il quotidiano “L’Occhio Di Salerno” analizza la storia della Salernitana, e nonostante i risultati ottenuti con Delio Rossi, è sempre Zemanlandia quella restare impressa nella memoria dei tifosi.

Nelle piazze calcistiche più calde alcune stagioni sono uniche e irripetibili, perché parliamo di risultati sportivi che non ritornano più. Per quanto riguarda la Salernitana, una realtà importante del calcio campano, le stagioni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio sono state senza dubbio le migliori. Dopo la storica promozione in Serie B con Delio Rossi alla guida della squadra nel 1994, i granata avevano dato inizio a un ciclo importante di vittorie nella serie cadetta, fino a guadagnarsi addirittura la promozione in Serie A nella stagione 1997-98, realizzando un’impresa storica. Quel periodo era conciso con la retrocessione in B del Napoli. Cosa che rese i salernitani la squadra più importante della Campania per la prima volta in assoluto.

In quella stagione, l’impatto con la realtà più dura del calcio italiano fu sicuramente importante. All’inizio i risultati stentarono ad arrivare. Durante quel campionato, la Juventus era la grande favorita alla vittoria, la lotta per non retrocedere era serrata. Complice forse anche il cambio di allenatore ( Oddo subentrò a Rossi), la Salernitana non riuscì ad evitare la retrocessione. Tuttavia, la Salernitana si tolse una serie di soddisfazioni importanti, come per esempio le vittorie contro Lazio e Roma. Quest’ultima allenata da Zdenek Zeman. Un tecnico che avrebbe poi cambiato la sensazione calcistica della stessa società granata qualche anno più tardi. Con un Marco Di Vaio in ottima forma e 12 reti all’attivo, allo stadio Arechi i tifosi della Salernitana vissero comunque una stagione storica e piena di emozioni, nonostante poi non sarebbero più tornati a giocare a questi livelli.

La Salernitana Di Zeman

Tuttavia, una parte di storia doveva ancora arrivare nel golfo. Aniello Aliberti, anni dopo, decise di puntare tutto su Zeman, licenziato proprio dal Napoli qualche mese prima.

Il Boemo portò all’Arechi il suo calcio spettacolo. Basato su un 4-3-3 molto offensivo e volto assolutamente allo spettacolo.  Il calcio della Salernitana di Zeman illuminò la serie cadetta nella stagione 2001-02. Il sesto posto finale che non diede la promozione in A. Una serie di prestazioni strepitose però, tra le quali spiccò la vittoria per 3 a 1 nel sentitissimo derby casalingo contro il Napoli. I 57 goal all’attivo furono la testimonianza del gran lavoro di Zeman. Un tecnico che da sempre puntava a fare una rete in più degli avversari, anche a costo di concedere molto.

Questa stagione fu sicuramente il punto più alto dello spettacolo raggiunto all’Arechi. Una degna conclusione di un ciclo importante iniziato nel 1994. Ancora oggi, infatti, sulle tribune dello stadio campano, in tanti ricordano con nostalgia quegli anni.

Seguici e metti Mi Piace:
0

Hellas Verona, in caso di esonero Grosso spunta anche Zeman

Zeman-Hellas-Verona

A Verona in casa Hellas è caos, molti vogliono la testa di Grosso e la conferma-ultimatum non convince i tifosi a cui non dispiacerebbe un Malesani-bis, in lizza anche Donadoni e Zeman.

Fabio Grosso sarebbe all’ultima spiaggia, la sfida contro lo Spezia al Poli sarebbe l’ultima occasione per rilanciarsi all’Hellas Verona. Il quotidiano L’Arena analizza la situazione e conferma che in pole per la sostituzione ci sarebbero Aglietti e Serse Cosmi. Sulle pagine del quotidiane è partito anche un sondaggio, Aglietti è al momento allo 0% mentre clamorosamente la piazza sembra orientata verso Malesani, che vola al 60%. Le indiscrezioni confermano anche i nomi di Zeman e Donadoni.

DONADONI E ZEMAN

Maurizio Setti, presidente dell’Hellas Verona pare abbia fatto una telefonata di cortesia anche a Donadoni, che però risulta un profilo troppo impegnativo e soprattutto non interessato al club scaligero. Sempre secondo quanto riporta L’Arena, uno che accetterebbe l’offerta dell’Hellas è Zdenek Zeman. Il suo arrivo potrebbe rianimare il pubblico gialloblù, ma la sua storia recente parla di troppi fallimenti. Il mister comunque si era già incontrato a Pescara con il ds D’Amico in tempi non sospetti. Ora è tutto da verificare.

L’ARENA CONSIGLIA IL CAMBIO

Addirittura il quotidiano veronese da un consiglio al presidente dell’Hellas Verona: “Pensare di andare ai play-off con Grosso ancora in sella, sarebbe un errore madornale. Significherebbe dover superare l’avversario di turno ed anche l’ostilità di una piazza delusa dagli ultimi anni di gestione tecnica approssimativa. Se Grosso ha sbagliato molto e anche vero che il terreno era tutt’altro che fertile, ma già inquinato da chi c’era prima“. Vedremo come andrà a finire, intanto Spezia-Verona sarà decisiva.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
0

ForzaPalermo.it, Zeman: “Ritorno? Faccio lavorare troppo”

Zeman-ForzaPalermo.it

L’allenatore Boemo, Zdenek Zeman, è stato raggiunto telefonicamente da ForzaPalermo.it.

A quasi 72 anni forse resta ancora lui una speranza per il nostro calcio, che ormai non è un bello spettacolo da valere il prezzo delle pay tv. Un calcio senza passione afferma Zeman, ma ancora il coraggio di provare a rimettersi in gioco e infettare l’ambiente con la passione di migliorarsi. Ecco l’intervista integrale rilasciata a ForzaPalermo.it

Iniziamo dai primi passi in Sicilia.

«E’ vero, ho iniziato nel settore giovanile del Palermo – esordisce Zeman a ForzaPalermo.it – dove ho fatto nove anni. Poi la società non ha creduto più nel settore giovanile anche se – in quel periodo – nove, dieci ragazzi sono stati utilizzati in prima squadra».

Che ricordi ha di Palermo?

«Ho vissuto tanti anni nel capoluogo siciliano, sono rimasto legato. Sono stato molto vicino a sedere sulla panchina rosanero, mi pare nel 1982. Purtroppo ero squalificato per una partita con la Primavera e quindi non  sono potuto andare, così hanno scelto un altro allenatore».

Gli anni a Foggia, nasce Zemanlandia.

«Foggia abbiamo fatto bene grazie alla società che ha lasciato lavorare me e il direttore sportivo. Abbiamo scelto ragazzi giovani di prospettiva: il primoanno è stato sofferto, però il secondo – con i ragazzi che avevano fatto esperienza e acquisito certe esperienze – abbiamo vinto il campionato di serie B».

Poi che cosa è successo?

«In A c’era grande motivazione per fare bene. Purtroppo dopo la primastagione nella massima serie la squadra è stata smembrata perché nel calciocontano i soldi. Siamo ripartiti da capo, con ragazzi che provenivanodall’interregionale o dalla serie C. Nonostante questo hanno dato tutto e mi hanno seguito perfettamente: infatti abbiamo disputato due buone stagioni».

Com’è cambiato il calcio in questi anni?

«Rispetto a quando ho iniziato il mondo del calcio è cambiato. Sia in senso positivo, sia in negativo: attualmente quello che manca di più alle società e ai calciatori è la passione. Molte volte quello che fanno sembra fatto quasi perché lo devono fare: una volta c’era la passione, ai giocatoripiaceva giocare a calcio. Oggi calciatori e società pensano di più al businessche a formare una squadra con un futuro».

Quindi?

«E’ un po’ più difficile lavorare. Per me il calcio è sport: ci vuole la voglia di migliorarsi sul campo ogni giorno in allenamento e questo – negli ultimi tempi – mi mancava».

In definitiva, sarebbe pronto a tornare in panchina?

«Bisognerebbe fare delle valutazioni. Io sono pronto ad allenare, però non sono pronte le società: forse si spaventano che li faccio lavorare (sorride ndr)».

 

Seguici e metti Mi Piace:
0

Pavone vince allo Zaccheria dove circolano volantini per Zeman

PAVONE-ZEMAN-FOGGIA

Allo Zaccheria va in scena Foggia-Cremonese, in panchina per i Satanelli c’è Gaetano Pavone figlio dello storico Ds di Zemanlandia Peppino.  Pavone jr. visibilmente emozionato centra un’importante vittoria e tronerà ad allenare la Primavera. Intanto 7000 volantini distribuiti allo Zaccheria che invocano il ritorno di Zeman.

Mentre Gaetano Pavone, allenatore ad interim, riporta alla vittoria il Foggia un gruppo di tifosi distribuisce 7000 volantini per invocare il ritorno di Zeman. Il volantino focalizza 10 punti a vantaggio dei Sannella nel prendere il Boemo 

Il collettivo ci ha contattato in esclusiva e ci ha spiegato il motivo di questa iniziativa:

“La situazione a Foggia è tutto un falso, Nember ha in pugno i Sannella. E’ un Ds navigato e fa i suoi movimenti facendo risparmiare i costi di cartellino dei giocatori. In più Nember è in buoni rapporti con Sebastiani con cui ha fatto molti movimenti di mercato e non è per nulla intenzionato a perdere il suo potere ingaggiando Zeman. I Sannella hanno provato a chiamare Delio Rossi al posto di Grassadonia, il tecnico però è stato congelato da Nember. I Sannella sembrano in ostaggio dell’attuale DS, ma prendendo Zeman sarebbero liberi e potrebbero con Zeman ricostruire quell’impero che fu di Casillo anni fa. Zeman è un grande vecchio con idee giovani”.

GAETANO PAVONE

Per una testata ispirata dalla filosofia Zemaniana la vittoria del Foggia guidato dal figlio di Peppino Pavone ha un sapore particolare. Gaetano dovrebbe ritornare a guidare la Primavera, Padalino scelto come successore sta aspettando di liberarsi dal Lecce. Ecco le parole di Pavone dopo la vittoria sulla Cremonese.

“Il gol preso è stata l’unica occasione, arrivata su un calcio piazzato. Al di là del risultato, è venuta fuori la forza di questa squadra che ha voluto il risultato sin da subito, ma non avevo dubbi. I moduli contano fino ad un certo punto. C’è stato un atteggiamento sin dal primo minuto ricco di voglia di far bene, la squadra voleva uscire da questo momento un po’ particolare. E’ stata una sofferenza per me, una bella sofferenza ovviamente. Neanche nei migliori sogni un allenatore può immaginare una vittoria così all’esordio, bella, importante e voluta. Ho avuto poco tempo a disposizione ma ho intuito subito che la squadra voleva subito uscire da queste difficoltà. Sotto l’aspetto tattico c’è stato ben poco da provare, ma penso che questo 3-5-2 sia il vestito che possa calzare meglio a questa squadra”

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
0

Foggia, Grassadonia verso l’esonero ma tra i candidati non c’è Zeman

Foggia-Zeman

Il Foggia di Grassadonia non riesce ad uscire dalla crisi. Il Livorno di Breda non ha pietà per i Satanelli, 3-1 il risultato finale che sarà fatale per la panchina del tecnico salernitano.

Domani quasi sicuramente il Foggia esonererà Grassadonia, nei giorni scorsi si era fatto il nome di Delio Rossi, che resta uno dei possibili candidati, ma a Foggia era apparso un striscione a favore del ritorno di Zeman. Una suggestione che non trova riscontro, il ds Nember sembra avere già un sogno, Gigi Del Neri. Difficile che il tecnico friulano torni ad allenare nel campionato cadetto con i pugliesi in questa situazione. In pole per ora ci sono Delio Rossi e Padalino, più defilati Gallo e Drago.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
0

“Siamo il Foggia di Zeman!” è il messaggio della lettera aperta alla squadra

"Siamo il Foggia di Zeman!" - Lettera aperta

In una lettera aperta, apparsa sul sito ilfoggia.com, si invoca un’appartenenza per motivare l’allenatore Grassadonia e la squadra. Un’appartenenza che recita: “Siamo il Foggia di Zeman!”. Il Boemo a Foggia ha lasciato un segno indelebile e come dimostra la lettera ha lasciato in eredità una filosofia e una cultura ancora radicata. Zeman a Foggia è come Maradona per Napoli, ma oltre ai successi e allo spettacolo, Zemanlandia è anche una lezione di vita.

CARISSIMI RAGAZZI

John Belushi (Bluto) nel film Animal House, all’Università di Faber, incoraggiando l’ormai depresso ed abbattuto gruppo “Delta” della sua confraternita a continuare la lotta contro i rivali snob del gruppo “Omega”, pronunciando la celeberrima frase:  “Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare!”, corre verso il nemico sicuro di essere seguito da tutti, ma uscito dalla stanza, voltandosi, si accorge di essere rimasto solo. Non basta una frase ad effetto per scuotere animi e coscienze.

Bluto dovrà sfidare la paura e la soggezione dei suoi compagni toccando le “note” del loro orgoglio nascosto per risvegliare il loro ardore ed andare a sfidare la propria sorte ed il proprio destino con il coraggio di chi non si puó e non si deve arrendere alle difficoltà che la vita giornalmente gli propone. Questo è il messaggio che ci veicola il film di John Landis. Che il gioco, per noi del Foggia, si sia fatto duro è ormai conclamato da un paio di settimane. La classifica in rosso e i pareggi in sequenza hanno scoraggiato il più ottimista dei tifosi ed adesso è giunto il momento di cominicare a giocare da “duri”, quali siete, quali vi vogliamo.

IL FOGGIA DI ZEMAN

Indossate le casacche di una squadra che non è solo calcio a Foggia, lo sapete bene. È pianti e risa, è spesso sofferenza, ma è sempre onore, passione, vita. In voi ci riconosciamo perchè in quelle maglie che indossate ci siamo noi, noi che maciniamo chilometri per gridare in faccia al mondo il nostro spregiudicato amore per una squadra che ci rappresenta, ci riscatta, ci promette giorni migliori. Noi e voi siamo e saremo sempre “il Foggia di Zeman!”.

Davide che sfida Golia, il coraggio e la sfrontatezza contro la forza e la potenza. Questo ci ha insegnato il boemo venendo ad allenarci per la prima volta. È e rimarrà “il maestro” perché non ci ha insegnato solo calcio, ma ci ha insegnato che niente è impossibile per i cuori impavidi, per i puri, e quella lezione ci è rimasta nel sangue e nell’anima. È una lezione di vita che, se nel calcio abbiamo imparato bene, dovremmo forse ripassare meglio nei giorni comuni, nella realtà spesso sconsolata della nostra terra.

CHE VUOL DIRE ESSERE IL FOGGIA DI ZEMAN?

Ma cosa vuol dire essere “il Foggia di Zeman”? Cosa vuol dire essere ricordati da tutti per quelle stagioni ed avere ancora oggi impregnato nelle nostre divise quell’onore? Ricorderó una partita, una sconfitta, non a caso, per provare a spiegarlo a tutti voi, ma non a Gianluca, che nel Foggia di Zeman ci ha giocato per davvero e che queste cose le sa forse meglio di me. Siete dei ragazzi, non c’eravate, ma in una gelida domenica di gennaio del 1992 “quel” Foggia andó a Milano, nella scala del calcio, contro la squadra più forte del mondo, ed io c’ero tra le migliaia di tifosi arrivati da tutt’Italia per vedere Davide affrontare Golia.

Quella squadra non aveva paura di nessuno perchè veniva dal lavoro e dal sacrificio non solo di futuri campioni, ma soprattutto di grandissimi gregari come Codispoti, Grandini, Matrecano e Consagra, per esempio, che vedevano un prato così prestigioso per la prima volta nella vita, ma che avevano imparato che se sai chi sei e sai da dove vieni l’erba è verde per tutti e niente è impossibile per nessuno. Quel Foggia perse quella partita ma chiuse una squadra stellare nella propria area per lunghi tratti della gara,  rispondendo colpo su colpo alle folate di gente che si chiamava Van Basten, Gullit, Rijkaard, Donadoni e Baresi e che vinse solo grazie a due rigori, uno falso ed uno (forse) vero. Ai milanisti gridammo “Solo la nebbia, avete solo la nebbia!”, ma quando l’arbitro fischió la fine tutta San Siro si alzó in piedi ad applaudire a lungo, sincera, ammirata e commossa.

L’ APPLAUSO DI SAN SIRO NEL 91

Quell’applauso accompagnó quei ragazzi negli spogliatoi e noi nei nostri viaggi di ritorno a casa, nei nostri sogni. Ancora oggi ci fa venire i brividi perchè quell’applauso voleva dire che ce l’avevamo fatta, che saremmo diventati storia, che se Davide non aveva battuto Golia sul campo l’aveva battuto nei cuori di tutti coloro i quali amano ed hanno amato il calcio, a prescindere dai colori. Ecco, questo siamo noi. Questo è il Foggia ragazzi. È per questo che giocate, è per questo popolo che avete l’onore e l’onere di vestirvi a strisce rossonere: rosse come la passione e nere come la sofferenza, perchè amare il Foggia vuol dire aver imparato a soffrire, a cadere ma a sapersi rialzare sempre, e sempre più forti ed uniti di prima. Vedete, gli anni sono passati, i ricordi sono ingialliti, ma noi siamo rimasti gli stessi.

Chi gioca nel Foggia, ricordatelo sempre, gioca sempre per vincere, per superare gli ostacoli, per non abbassare la testa mai, contro il Milan a San Siro come contro l’Igea Virtus a Barcellona Pozzo di Gotto. Solo così si è degni di allenare il Foggia e d’indossarne le maglie. Si puó vincere e si puó perdere, ma si deve farlo da “Foggia”, a testa sempre altissima e avendo dato tutto fino all’ultimo secondo, perchè questo è il nostro ed è il vostro destino. Non dimenticatevelo mai. Il Livorno non è il Milan Campione del Mondo di Capello e il Foggia di Zeman non c’è più, ma il Livorno domenica sarà una montagna  da scalare perchè è solo arrivando a quella vetta che darete una svolta a questo campionato una volta per tutte. Lo sapete, lo so. Io ho sempre scommesso su di voi, ci ho messo la faccia e se ho avuto l’ardire di scrivervi questa lunga lettera è perchè so chi siete e quanto valete. Facciamolo vedere a tutti. Bob Kennedy spesso citava una frase di George Bernard Shaw: <C’è chi vede le cose come sono e dice: “Perché?”. Io invece sogno cose mai viste e dico: “Perché no?”>.

E allora perchè no ragazzi? La palla è al centro, tocca solo a voi farci sapere ancora di esistere.

Francesco Bacchieri – www.ilfoggia.com

Seguici e metti Mi Piace:
0

Foggia, Delio Rossi non scalda e spunta striscione per Zeman

Foggia-Zeman

A Foggia davanti al pastificio del presidente Sannella è apparso uno striscione a favore del ritorno di Zdenek Zeman alla guida dei Satanelli.

C’è aria di esonero per Grassadonia, in casa Foggia per il tecnico salernitano non esiste risultato diverso dalla vittoria nel prossimo turno. Luca Nember e la società rossonera hanno dato fiducia all’allenatore a patto che si raggiungano i 3 punti contro il Livorno. Proprio oggi negli uffici del pastifico Tamma si sono svolte varie riunioni, ed lì che apparso lo striscione  “Presidente a Natale regalaci Zeman per favore!”. Il messaggio della piazza è chiaro, Delio Rossi non la scalda e il ritorno del Boemo sarebbe il quarto nel corso della carriera, hce potrebbe chiudersi nel luogo dove è nato il mito Zemanlandia.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
0

Falco: “Che rammarico non essermi goduto Zeman”

Falco-Zeman

Filippo Falco, ora in forza al Lecce, ha parlato alla Gazzetta Dello Sport della sua nuova esperienza e del suo rapporto con Liverani. Ha parlato anche della sua breve esperienza a Pescara dove ha avuto modo di lavorare, anche se per poco, con Zdenek Zeman.

“Liverani mi ha trasmesso segnali importanti – racconta Falco – dopo poche giornate di campionato. Ho firmato un triennale con la speranza di contribuire al grande salto. Tornare a Lecce per me è stata una scommessa che spero di vincere. Ho deciso di chiudere l’avventura con il Bologna, dove mi sono illuso di poter trovare spazio in Serie A.”

PARENTESI BENEVENTO

“Per quanto riguarda Benevento, invece, ritengo che avrei meritato una chance dopo la promozione, ma non sono stato confermato. Mi è rimasto un retrogusto amaro della massima serie, giocata proprio con il Bologna tre anni fa”.

IL PASSATO E GLI ESORDI

“Ho lasciato casa a 12 anni, quando, preso dal Bari, mi trasferì nel convitto a Poggio delle Ginestre. Una notte, preso dalla nostalgia di casa e in un preda a una crisi di pianto, telefonai mio padre dicendogli di venire a prendermi. Lui arrivò subito, mi misi in macchina ma, dopo pochi metri, dissi a papà di riportarmi indietro. Ecco, quella fu la scossa che mi ha cambiato la vita. A 15 anni a sorpresa il Bari mi svincola, e Beppe Materazzi, il cui figlio giocava nel gruppo della mia categoria, mi propose un provino con il Lecce. Dopo due giorni ero già giallorosso. Con i primi ingaggi da professionista ho acquistato una casa a Pulsano per i miei familiari. Ho tre fratelli: Marco, Roberto e Maria Perla. Marco fa il tatuatore: qualora dovessimo andare in A, gli chiederò qualcosa di particolare“.

OBIETTIVI CON IL LECCE

“Dovremo continuare a proporre il nostro gioco in modo spensierato. Mister Liverani ha creato un’organizzazione tattica perfetta, grazie alla quale possiamo essere una mina vagante per la promozione. Mancosu? Con caratteristiche diverse ci caliamo nel ruolo di trequartista“.

FALCO E IL RAMMARICO ZEMAN

“Quello di non essermi goduto Zeman. Mi sono infortunato non appena arrivò a Pescara e, quand’ero pronto, lui fu esonerato. Nonostante ciò, in un mese e mezzo ho appreso tantissimo dal boemo. Ho tremato ogni volta che, alle 8 del mattino, prima dell’allenamento, c’era il controllo-peso. Vado pazzo per i dolci.”

EMOZIONE JUVE

“L’emozione più forte della mia carriera? La promozione in Serie A con il Benevento e la sfida in casa della Juventus quando giocavo a Bologna. Simpatizzo per i bianconeri: io contro Chiellini, incredibile“.

Seguici e metti Mi Piace:
0