Ciccio Baiano: “Non si lavora più come Zeman, il calcio è evoluto male”

Ciccio Baiano è intervenuto ai microfoni del Corriere Fiorentino. Ha parlato del periodo Viola e di Zeman.

Cicco Baiano, cosa non sta funzionando?

«Praticamente tutto – confessa Ciccio Baiano – la squadra segna poco e se ne fa uno, ne prende due. Contro il Benevento non ho visto ardore, la situazione è brutta. La squadra gioca con paura, non reagisco: questo mi preoccupa molto».

Teme per la retrocessione come nel 1993?

«No, ma solo per un motivo: perché c’è chi sta peggio della Fiorentina. Con il campionato a venti squadre di solito retrocedono almeno due neopromosse. E guardandosi intorno c’è anche chi sta peggio dei viola, questo ci salva».

C’è un aspetto più degli altri che non la preoccupa?

«L’attacco, mi fa arrabbiare parecchio perché io ci tengo alla Fiorentina».

Vlahovic non la convince?

«Ma chi crede di essere? Si sente penalizzato? Non lo è, è un miracolato. Attenzione: credo che in futuro potrà essere un attaccante importante, ma oggi cos’ha dimostrato per mettere il muso? Guardate com’è entrato nella partita di Roma. Deve capire che ancora non ha fatto nulla per meritare la maglia da titolare a Firenze. Quando si entra in campo ci vuole uno spirito diverso. Vale per lui ma anche per gli altri: subentrando bisogna dimostrare all’allenatore che ha sbagliato a non darti fiducia. Quindi dico che lui, ma anche gli altri, devono pedalare».

Contro il Benevento sembrava che nessuno sapesse saltare un avversario. Vuole mostrare lei come si fa?

«Non potrei fare nulla (sorride ndr), certe cose non si insegnano. Soltanto Chiesa è in grado di saltare l’uomo in velocità, ma lui non c’è più. Lo sa fare Castrovilli, come Ribéry che ci riesce solo perché ha più tecnica degli altri ma non il passo. Ecco, vedo una squadra che cammina».

Allora cosa servirebbe? Un allenatore come Zeman che lei aveva al Foggia?

«Non si lavora più come con lui – sentenzia Ciccio Baiano – in questo il calcio è evoluto male. Tutti fanno preparazione col pallone ma così non ci si accorge di chi lavora al massimo e chi no. Quando invece corri, si vede chi resta indietro. Poi bisogna lavorare anche sulla testa: la squadra è spenta, non azzanna. Si vede che non ci sono leader nello spogliatoio. In questi momenti, per il bene di tutti, bisogna cercare il confronto e se serve mettere il compagno al muro ma qui non lo fa nessuno. Alla fine per quieto vivere non ce n’è uno che alza la voce. Mi sembra che in tanti non si siano resi conto di come si stiano mettendo le cose.

Varrella: “Sacchi e Zeman hanno aperto un nuovo fronte ai giovani”

Varrella intervenuto a Radio Punto Nuovo, nel corso di Punto Nuovo Sport, ha parlato dell’attuale esperienza da Ct del San Marino, di Sacchi, Zeman e il nuovo fronte allenatori.

“In Campania – afferma Varrella – ho allenato tanto, ho tanti bei ricordi in questa terra, ma mio padre era nato a Pozzuoli,  quindi ho sempre vissuto da innamorato le mie esperienze lì. Sono stato il vice di Sacchi, ero l’uomo che dalla tribuna con walkie talkie dicevo a Sacchi se la linea si muovesse bene.

Oggi ct di San Marino

“L’ho sempre considerato – confessa Varrella – come il piacere del nostro entroterra romagnolo, ho capito l’amore per la loro nazione che hanno i sammarinesi. Devo ammettere che San Marino vive il rapporto con le Nazionali in modo un po’ particolare: il ragazzino che dà 4 calci al pallone, già gioca nell’under 16 o nell’under 17. L’imbarazzo è che vivono un mondo dilettantistico all’ennesima potenza e sono in difficoltà al lasciare il lavoro, dovendo entrare anche in questione in Coni sammarinese.

Sarajevo nel 1996

Non venimmo mai abbandonati, c’era un’aria ostile, difficile. Il famoso viale dove i cecchini sparavano costantemente, qualche cecchino pare ci fosse ancora. Fu una visione triste, brutale: un conflitto vissuto in modo intenso”.

Sacchi e Zeman ispirazione per gli evoluti

“Sacchismo, ascesa e caduta e qual è il modello dominante? Sacchi e Zeman, hanno aperto un fronte nuovo ai giovani d’oggi. In Europa già si vedeva un calcio diverso: abbiamo etichettato il calcio olandese come il calcio fisico, era una farsa. Il calcio olandese interpretava il correre meglio. Grazie a Sacchi e Zeman esistono i Guardiola, i Klopp, gli evoluti attuali.

Pirlo e Gasperini

“Ho fatto a Pirlo, duranti i corsi Uefa Pro, tre lezioni. Gasperini è evoluto perché i suoi giocatori interpretano una tattica individuale non più nell’uomo copre uomo, ma uomo marca uomo. Non solo si toglie tempo e spazio, ma si fa in modo che non riceva il pallone”.

Togni: “Ho avuto Sarri e Conte, ma il calcio l’ho capito con Zeman”

Togni-Zeman

Romulo Togni, oggi allenatore del Mezzolara, ha rilasciato un’intervista al Resto Del Carlino. Le sue parole sono una vera e propria dichiarazione d’amore verso il Boemo Zdenek Zeman. Lo descrive come una vera e propria folgorazione.

Tra il 2011 e il 2013, Romulo Togni ha giocato le stagioni più importanti della sua carriera con la maglia del Pescara. L’incontro che lo ha folgorato è stato quello con Zdenek Zeman, l’allenatore che lo ha ispirato anche per intraprendere il percorso sulla panchina dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Era il Pescara dei vari Verratti, Insigne e Immobile, che hanno trascinato la squadra in serie A prima di consacrarsi in campo internazionale.

TOGNI E IL PESCARA DI ZEMAN

“È stata un’esperienza fantastica – ricorda il brasiliano –. Mi sono potuto confrontare con giocatori fortissimi e un tecnico che considero un maestro. Quello che mi ha più impressionato di Zeman è la capacità di farsi rispettare senza aprire bocca.

ZEMAN E IL RISPETTO SENZA APRIRE BOCCA

“Per un allenatore – osserva Togni – è un’impresa quasi impossibile, invece parlava col contagocce e tutti pendevano dalle sue labbra: un fenomeno. Vivendo da tanti anni in Italia so perfettamente che ha tanti detrattori, ma a chi lo critica dico che bisognerebbe conoscerlo per capire davvero chi è il boemo.”

CALCIO MODERNO? ZEMAN LO PRATICAVA 30 ANNI FA

“Sento parlare di calcio moderno, ma lui praticava già un certo tipo di gioco 30 anni fa. Un grande innovatore, e non era certo solo merito del lavoro atletico a cui eravamo sottoposti. Basti pensare a quanti ragazzi ha lanciato ad alti livelli: per un giovane è una grande fortuna aver avuto a che fare con lui. Non ero più un ragazzino ai tempi del Pescara, ma il calcio l’ho cominciato a capire davvero con Zeman, eppure in precedenza avevo avuto la fortuna di avere allenatori del calibro di Sarri e Conte. È evidente però che le sue idee possono tradursi in risultati soltanto in un certo contesto, con giocatori adatti al suo modo di concepire il calcio”.

Zeman in ginocchio da “Frengo” Albanese. Il racconto di Cataleta

Per chi non sapeva, l’origine del famoso personaggio di Albanese, Frengo, ecco il racconto di Giuseppe Cataleta. Divertentissimo e sorprendente l’aneddoto di Zeman ospite del comico al Campo Degli Ulivi

“Al 14° del primo tempo… al 14° del primo tempo, tiro, palo, doppio tiro, doppio palo, gool, gool di Di Biagio. Foggia 1 Lazio 0.”

Chi non ricorda la fredda cronaca di Antonio Albanese, nei panni di Frengo e Stop, ai tempi di Zemanlandia (Foggia di Zeman), nella fortunata trasmissione televisiva “Mai dire gol”?

Molte frasi ed espressioni di Frengo entrarono nel linguaggio comune degli appassionati di calcio grazie ai divertenti commenti del surreale telecronista-ballerino. Dall’infallibile schema zemaniano ”da do a dà e da dà a do”, ai tanti gol foggiani descritti al ritmo di mazz’t, doppie mazz’t e mazz’t again, passando per tutte le sfumature filosofiche del why e del because.

LE ORIGINI DI FRENGO

Non tutti sanno però come nacque il personaggio di Frengo, il telecronista super tifoso del Foggia e di Zeman.  Alla fine dell’estate del 1993, il trio della Gialappa’s Band (Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci e Marco Santin) autori e conduttori  fuori campo della   trasmissione   cercavano  un nuovo personaggio del mondo del calcio da fare  interpretare ad Antonio Albanese, che confessò subito di non aver mai assistito ad una partita di calcio. Gli autori gli imposero una full immersion di giornali sportivi e trasmissioni televisive che parlavano di calcio.

COLPO DI FULMINE ZEMAN

L’attore brianzolo si mise al lavoro per rincorrere l’idea giusta. Durante un “90° minuto” rimase folgorato da un’intervista a Zeman. Ad una domanda sui motivi della sconfitta della sua squadra, il boemo, con tono disincantato, disse che gli avversari avevano segnato un gol e i suoi giocatori no. Un mito! Si innamorò del personaggio. Era proprio quello che ci voleva per stemperare i toni, spesso molto alti, del mondo pallonaro e ridimensionare chi si prendeva troppo sul serio. Cominciò a studiare il personaggio Zeman e si fiondò immediatamente a Foggia per conoscere allenatore, calciatori ed ambiente. Insieme al foggiano Nicola Rignanese, compagno di corso alla Scuola d’arte drammatica “Paolo Grassi” di Milano, Albanese si diresse verso il tempio di Zemanlandia: lo stadio “Pino Zaccheria”.

LA COMPLANARE

Nella periferia foggiana i due attori chiesero indicazioni per raggiungere lo stadio. Fermarono un passante, un ometto basso e  tarchiato che rispose, in stretto dialetto foggiano: “Ando’ st’c u stadij? Pigghj’ a cumplan’r, no a prima asciut, no a second’ asciut, a terza, a destra st’c l’autoscuola Autopuglia, di front st’c u’ stadj’!”.(Dove sta lo stadio? Prendi la complanare, non la prima uscita, non la seconda uscita, la terza, a destra c’è l’autoscuola Autopuglia. Di fronte c’è lo stadio). Albanese rimase entusiasta dell’efficace ed incisivo slang foggiano. Chiese a Rignanese di ripetere la domanda per ascoltare nuovamente la divertente cadenza…

Era fatta! Con il travolgente dialetto foggiano, opportunamente arricchito da espressioni suggerite da Rignanese e da esilaranti gag, Albanese creò la figura del surreale corrispondente da Foggia: Frengo e Stop. Il suo eccentrico look bucava lo schermo: un riporto prepotente e selvaggio tentava di nascondere un’avanzata calvizie. Si muoveva a scatti e chiedeva allo studio continue approvazioni sulle sue performance da sfrenato ballerino. In caso di vittoria dei Satanelli entrava in frac nero, punteggiato di pailletes e si scatenava  ballando sui ritmi di “I feel good” di James Brown. La cronaca dei trionfi rossoneri si intrecciava con i racconti dei viaggi surreali dei suoi bizzarri amici e i dialoghi immaginari tra calciatori. Parlava anche di improbabili gare di karaoke durante l’intervallo, organizzate da Zeman. Il tecnico boemo era sempre al centro dei commenti di Frengo che lo chiamava affettuosamente in tanti modi: Simpatia Zeman, Spiritosaggine Zeman, Loquacità Zeman, Logorrea Zeman, Dinamismo Zeman. Quando il Foggia perdeva, il collegamento si complicava molto. Frengo appariva distrutto, assente e con il capo chino. Lunghi silenzi accompagnavano il suo incedere sofferente: avanti e  indietro con un gigantesco crocefisso sulle spalle. Non rispondeva alle domande dallo studio, esasperando le conseguenze della sconfitta dei rossoneri.

ZEMAN IN GINOCCHIO ALLO SPETTACOLO “UOMO”

Il personaggio proposto da Albanese incontrò i consensi di critica e pubblico ed i tormentoni di Frengo diventarono  molto noti fra gli  appassionati di calcio.  Per suggellare il grande successo e prima di pensionare il personaggio dalla trasmissione tv, il 22 maggio 1994, proprio alla fine dell’avventura foggiana del boemo, quasi come un omaggio alla città, Albanese presentò il suo spettacolo “Uomo”, al Campo degli Ulivi di Foggia, al quartiere Cep, davanti a seimila fan in delirio.

L’attore lombardo propose i suoi spassosi e storici personaggi: il tenero e timido Epifanio con il suo strettissimo cappottino a scacchi e l’aggressivo Alex Drastico che parlava delle sue avventure a Milano. Alla fine, arrivò saltellando e ballando  Frengo e Stop, ripetendo gli slogan lanciati in “Mai dire gol”. Parlò della travagliata storia d’amore con la fidanzata Nirvana e dei viaggi avventurosi con l’amico Frensis. Il regalo più grosso Albanese lo fece in conclusione, quando chiamò sul palco, uno per volta, i giocatori del Foggia. Alla fine arrivò la clamorosa sorpresa: Frengo convinse il suo idolo, Simpatia Zeman, ad entrare sul palco in ginocchio, sul forsennato ritmo di “I feel good”. Il boemo fu accolto da un boato, come ad un gol del Foggia. La gente non credeva ai propri  occhi: l’uomo di Praga, abbandonando il suo abituale aplomb, si trasformò in uno scatenato ballerino di blues, scambiando battute in dialetto foggiano con Albanese e regalando ai tifosi rossoneri una indimenticabile serata di puro divertimento.

L’amicizia tra Albanese e Zeman proseguì anche dopo la fine della stagione foggiana di Zemanlandia. L’attore, primo fan dell’allenatore, divenne tifoso della Lazio prima e della Roma poi e via via delle altre squadre guidate dal boemo. Memorabile fu la “Ode a Zeman”, trasmessa dalla Rai,  una gag tra i due in cui Frengo si esibì in un esilarante monologo, inneggiando all’allenatore che rimase muto ed impassibile, avvolto nella nuvola di fumo della sua inseparabile sigaretta.

Da “Il Distintivo dalla parte del cuore”  di Giovanni Cataleta – edizioni Mitico channel, Foggiacalciomania.com e Miticomagazine.com

Salvio Imparato

Panchina Pescara, prende piede l’ipotesi Zeman (VIDEO)

Un servizio di Tv6 svela un retroscena, Zeman sarebbe in lizza per la panchina del Pescara. Scartate le ipotesi Sottil e Pecchia.

Dal lockdown fino al compleanno di Zeman avevamo la sensazione che a Pescara si volesse tornara a sognare come ai tempi del Boemo. Ovviamente parliamo della prima avventura di Zeman sulle rive dell’adriatico. La seconda esperienza è da ricordare più che da dimenticare, per non ripetere gli stessi errori. Oddo resta alla finestra, ma chiede un biennale, Zeman come sempre preferisce contratto annuale. Magari perché no per creare quel progetto che poteva e doveva continuare 8 anni fa.

SALVIO IMPARATO

Baiano: “Zeman un fenomeno che mi ha insegnato tanto” (VIDEO)

Baiano-Zeman-Napolisoccer.net

Ciccio Baiano, l’ex attaccante della prima Zemanlandia Foggiana parla, in diretta Instagram con Napolisoccer.net, del suo passato da calciatore al Napoli, alla Fiorentina eccetera. Su Zeman un bellissimo passaggio tutto da leggere ed ascoltare.

Napoli, Foggia, Derby e Firenze, cosa ti portano in mente?

“Napoli è la mia città, la squadra per cui ho sempre tifato da bambino. Ho avuto la possibilità di giocare dal settore fino alla prima squadra, realizzando il mio sogno di bambino. Per sfortuna o per fortuna sono dovuto andare via. Fortuna; perché la mia squadra del cuore annoverava grandi campioni, il primo era un certo Maradona, poi ero chiuso da giocatori come Giordano, Careca e Carnevale, che non era un titolare ma era pur sempre un nazionale. Per me c’era poco spazio e andai a fare esperienza altrove. Foggia è stato il mio trampolino di lancio, due anni bellissimi, dove ho ricevuto tantissimo ed ho dato tanto. È stato un matrimonio felice, abbiamo vinto un campionato di B, ho vinto la classifica marcatori con 22 gol e l’anno dopo in A mi sono confermato in un categoria più difficile, ho segnato meno gol ma ho pur sempre segnato 16 reti. L’unico rammarico di quella stagione è stato non andate in Uefa per 2 soli punti. Questo ti fa capire quello che abbiamo fatto qualcosa di straordinario in due anni, è stata una parentesi indimenticabile della mia vita. Firenze è stata una piazza importante e difficile, sono molto critici ed abbiamo ottenuto dei buoni risultati, anche se il primo anno siamo retrocessi, nonostante avessimo uno squadrone, Non fu colpa dei giocatori ma della dirigenza, che quando eravamo secondi in classifica, perdemmo in casa con l’Atalanta ed esonerò il tecnico Radice. Un errore pagato a caro prezzo. Quella del Derby è stata un’esperienza fatta con grande entusiasmo, ho sempre amato il calcio inglese e viverlo in prima persona è stata una bella esperienza. È stato bello, appagante e divertente, c’è meno tatticismo, le squadre vanno in campo giocano e se le danno di santa ragione. Sono state quattro tappe importanti della mi carriera”.

C’è qualche similitudine tra l’ammutinamento del Napoli e quello che successe quell’anno con la Fiorentina?

“No due cose diverse. Se la squadra non fosse stata forte non ci saremmo mai trovata secondi in classifica. C’erano attriti tra allenatore e presidente, avevano vedute diverse, chi comanda è il presidente non l’allenatore; perciò appena perdemmo immeritatamente una partita, che avevamo dominato in lungo ed in largo, prese la palla al balzo ed esonerò subito l’allenatore. Si creò una spaccatura enorme tra la società e la squadra. A Firenze non ci fu un ammutinamento, ci fu un diverbio con il presente per farlo ritornare sui suoi passi. In campo andavamo e davamo sempre il massimo però poi quando si rompe il giocattolo è difficile ricomporlo, abbiamo fatto di tutto per non retrocedere ma alla fine siamo retrocessi. Quando perdi uno, due tre partite e ti trovi in zona retrocessione e non hai la squadra per non retrocedere, diventa una grossa montagna da scalare. Quello che è successo al Napoli è diverso, diverbi con la società ma un giocatore non dovrebbe mai rifiutare un ritiro”.

Differenza di pressione tra Napoli e Firenze?

“Sono due piazze esigenze ed umorali, molte legate al risultato, vinci due partite e sei da scudetto ne perdi due e sei da retrocessione con dirigenti ed allenatore da cambiare. In Italia è determinante il risultato, poi come viene non è importante”.

Diego Armando Maradona

“Ho avuto la fortuna di far parte di quel Napoli e di essere preso in simpatia da lui. Mi ha dato tanto, mi ha fatto sentire importante nonostante fossi un ragazzino e mi ha trattato sempre come se fossi un giocatore della rosa, mai come un debuttante o un giocatore aggregato dalla Primavera. Mi diceva sempre: ‘se sei qui, sei un giocatore di prima squadra’. Sono sempre riconoscente a questo fenomeno, che non ha mai fatto pesare a nessuno il fatto di essere Maradona. Era sempre a disposizione della sua squadra, non ti faceva sentire inferiore, anzi spesso era lui a fare un passo indietro per non farti sentire a disagio. Ha aiutato tutti e quando parlava lui era legge. Il presidente diceva sempre no a determinati premi, che non si potevano avere, che queste cose non si potevano fare, poi arrivava lui, parlava, lo chiedeva ed improvvisamente si poteva fare. Era semplice, umile e ti aiutava sempre. Nelle difficoltà era il primo a venirti vicino. “Pensa positivo, che se pensi negativi non risolvi i problemi”. Nei momenti difficili diceva sempre così”.

Real Madrid

“A Madrid ho debuttato in Coppa Campioni. È stato un sorteggio non fortunatissimo per il Napoli, che si è presentato alla massima competizione europea, come vincitore del campionato italiano per la prima volta nella sua storia. Siamo stati sfortunati; poiché abbiamo avuto difronte il Real Madrid, che all’epoca era la squadra più forte al mondo. Andare a giocare a Madrid è sempre stato durissimo, tuttavia noi avemmo un piccolo vantaggio; quella gara si giocò a porte chiuse, quindi non c’era la bolgia che c’è di solito al Bernabeu, mancavano 100/120 mila persone che li spingono ad ogni partita. Perdemmo 2-0 lì e al ritorno facemmo un primo tempo strepitoso, segnò Francini l’1-0, lo stadio esplose ma 1-1 di Butragueño spezzo i sogni di una città intera. che sperava di andare avanti in Coppa. Sapevamo fin dall’inizio che superare il turno sarebbe stato durissimo”.

Zeman

“Un libro minimo da 150 pagine per essere sintetici e coincisi. Il Boemo, il muto, il maestro. Un fenomeno che mi ha insegnato tanto. Quando sono arrivato a Foggia, ero un giocatore bravo ma un attaccante deve fare gol e lui mi ha insegnato come muovermi da prima punta, come muovermi vedendo la porta, che è la cosa più difficile. Tante prime punte giocano spalle alla porta, così però gol non se ne fanno, Zeman mi ha insegnato ad attaccare la profondità nei tempi. I tempi sono fondamentali è la cosa più importante nel calcio ed io cerco di insegnarlo ai miei ragazzi. Uno può pensare che se uno è veloce, arriverà sempre avanti alla porta ma se si muove mezzora prima gli conteranno 100 fuorigioco a partita. È questo che mi ha insegnato Zeman. Se per attaccare la profondità servisse solo la velocità Bolt e Ben Johnson una volta smesso di fare il loro sport sarebbero andati a giocare al Real Madrid, con la loro velocità sarebbero arrivati sempre soli dinanzi al portiere. Sotto la guida di Zeman, ricordo primo giorno di ritiro, partimmo da Foggia alle 6 e arrivammo a Campo Tures alle 18, ci disse: ‘ragazzi andate in camera, lasciate le valigie, poi venite giù, andiamo a vedere il campo, facciamo un po’ di corsettina, poi andiamo a cena e a letto presto che domani dobbiamo lavorare’. Andammo al campo, c’era il massaggiatore che ci aveva preparato tutto e facemmo 3 serie da 3 km. Insomma facemmo una passeggiata di 9 km, dopo che avevamo fatto 12 ore di viaggio in pullman. Questo era solo l’aperitivo. Il lavoro era diviso in 3 giorno: il primo giorno facevamo 3 km, 3 km, 3 km, poi veniva il lavoro in campo, di forza, le corse e le partitine a pressione. Dopo questi 3 giorni, siamo passati ai 5 km in 3 giorni, praticamente in 3 giorni abbiamo fatto a secco 45 km, poi veniva il campo e la forza. Noi siamo stati in ritiro per 40 giorni, perché prima i ritiri duravano fino alla prima partita di Coppa Italia che era dopo ferragosto, chissà quanti km facemmo tutti quei gironi di ritiro. Noi avevamo camere grandi, eravamo a coppie, io ero con Nuccio Baroni e nell’altra c’era Rambaudi e Signori.
Dopo una settimana ero in camera e non riuscivo a prendere sonno e Nuccio mi chiese come mai non dormivo, gli risposi che ero pensieroso a causa degli allenamenti del giorno dopo. Quando racconto questa cosa ai miei giocatori non mi credono, pensano che sto esagerando. Non è vero che non curava la fase difensiva, il suo motto è si vince facendo un gol in più degli altri, quindi facevamo un 30% di fase difensiva ed un 70% di fase offensiva. Mi ha detto tante cose, non ero mai pungente cattivo. Quando segnavo la domenica, il martedì non mi volevo mai allenare e lui ogni volta mi diceva: “oggi cosa hai?” ed io gli rispondevo che ancora dovevo recuperare… Quando saltavi un allenamento lo recuperavi il giorno dopo”.

Batistuta

“Anche lui argentino guarda caso. Sono arrivato a Firenze e ci siamo subito capiti e piaciuto, siamo andati sempre d’accordo dentro e fuori dal campo. In un trio/ in duo è importante creare quell’intesa fuori dal campo, dato che poi dentro viene più facile. Gabriel è fuoriclasse assoluto che finalizzava tutto quello che di buono faceva la squadra per lui. Diego era un extraterrestre, con lui ho avuto un rapporto speciale, mi ha voluto e mi ha sponsorizzato tantissimo, gli sono piaciuto molto come giocatore, come ragazzo ed ho avuto la fortuna di allenarmi un anno con loro, allenandomi quotidianamente. Ero più piccolo e lui per me c’era sempre, con Bati ero più grande ed avevo un rapporto diverse. Due giocatori con due personalità diverse, uno fenomeno e l’altro un extraterrestre. Batistuta lo metto nei primi 3 cannonieri al mondo, dietro Messi e Ronaldo. Se giocasse adesso arriverebbe a 30/35 gol. A livello tecnico Ronaldo il brasiliano era superiore al Bati ma come goleador era più forte l’argentino. Ronaldo ha sempre giocato in grandissime squadre e questo ti da un vantaggio in più. Attaccando 70 minuti su 90 è più facile fare gol. Batistuta ha giocato 10 anni a Firenze, poi alla Roma ed a fine carriera all’Inter, quando era in fase calante. Ha sempre giocato in squadre importanti, mai nelle squadre top o nelle prime 5 d’Europa. Ha lasciato Firenze e la Fiorentina; poiché voleva vincere. C’erano squadre molto più forti della Fiorentina, lo capii e quell’anno lascio Firenze per andare a vincere lo scudetto alla Roma, altrimenti sarebbe rimasto a vita a Firenze”.

Sarri, Bianchi e Sacchi

“Bianchi lo ringrazierò per tutta la vita, mi ha fatto realizzare un sogno facendomi debuttare in Serie A con la mia squadra del cuore. Sacchi mi ha fatto coronare un altro sogno: debuttare in nazionale. Infine Sarri è lui che deve ringraziare me (ride – ndr), infatti da allenatore emergente ha avuto la fortuna di avere un squadra Ciccio Baiano che gli faceva vincere le partite. Scherzi a parte, si vedeva che era un allenatore molto preparata, arrivò alla Sangiovannese e trovò una squadra già forte per la categoria e vincemmo il campionato. Lo devo ringraziare, perché mi ha sempre fatto sentire importante per la squadra, io ho ricambiato questa fiducia facendogli vincere il campionato, ovviamente ciò non sarebbe stato possibile se non avessi avuto l’aiuto dei miei compagni. Quella vittoria del campionato ha permesso a Sarri di salire di categoria e fare una carriera importante nel mondo del calcio.
Quando ero a Napoli ci sentivamo spesso, mi ha fatto andare in ritiro da loro, mi ha fatto vedere il lavoro che svolgevano ma già lo conoscevo. Maurizio è un perfezionista, lavora 24 ore su 24 in campo e fuori, tuttavia nonostante il rapporto di amicizia non c’è mai stata la possibilità di andare a lavorare con lui né a Napoli né alla Juve”.

Rambaudi, Baiano e Signori

“A Foggia i nostri cognomi erano una filastrocca, che tutti ripetevano sempre. Eravamo un trio che ha regalato emozioni e gioia ad una piazza che si nutriva di calcio e del Foggia. Eravamo esaltati da una squadra che giocava per noi e dagli schemi di Zeman che dovevamo mettere in pratica. Eravamo 3 ragazzi che avevamo l’aspirazione di diventare calciatore, era quello lo spirito di non mollare mai.
A Foggia abbiamo trovato amicizia vera, non c’erano gelosie, ciascuno di noi giocavo per l’altro e bene o male segnavamo quasi tutte le domeniche. Quando si trovano queste situazioni, gli attaccanti fanno sempre bene.
Il rapporto con Signori era ottimo ma non ci frequentavamo tanto fuori dal campo. Essendo single faceva la vita da scapolo e frequentava gli scapoli del gruppo, io invece avevo un rapporto più stretto con gli sposati: Rambaudi e Nuccio Barone su tutti. Con Beppe stavamo sempre al campo insieme, in ritiro anche e sul pullman prima delle partite si giocava sempre a carte”.

Sannino

“Beppe è un amico fraterno, che mi ha insegnato tanto. Non è facile passare dal fare il calciatore a diventare allenatore, sono due cose diverse. Ho avuto la fortuna di collaborare con lui per 4 anni, abbiamo fatto Varese, Siena, Palermo e Chievo Verona, poi è andato all’estero e non me la sono sentita di seguirlo. Non abbiamo più collaborato, per me è stata una persona molto importante e lo ringrazierò per sempre.
L’allenatore in seconda fa la spalla del primo, avevo un rapporto con Sannino molto buono; infatti lui mi lasciava sempre lavorare. Sono due ruoli diversi, la differenza sostanziale tra l’allenatore ed il vice sta nella pressione, le critiche e le colpe sono sempre del primo allenatore”.

Pisa

“Primo anno da allenatore della Primavera, primo anno che faccio il settore giovanile. All’inizio è stata molto difficile, il Pisa proveniva dalla Serie C ed in quanto tale l’anno prima non aveva la Primavera. Il 70% della Beretti è passato in Primavera e sia per inesperienza che per fisicità abbiamo fatto tanta fatica. Nel girone di ritorno la squadra era pronta e se la giocava con tutti alla pari, anche con squadre costruite spendendo milioni di euro. Il lavoro paga e nonostante tutte le difficoltà la squadra aveva una sua fisionomia e sapeva bene come interpretare il campionato”.

Due minuti per dire ciò che vuoi


“Voglio parlare dell’esperienza al Derby County, un’esperienza che auguro a tutti i miei colleghi, amici e non di fare. Tutti devono partecipare al campionato più importante al mondo, ti arricchisce e ti fa capire che il calcio è un gioco e ti insegnano ad amare sia quando le cose vanno bene che quando vanno male. Si è tifosi sempre sempre, anche nei momenti più difficili, tanto prima o poi la ruota gira e si ritorna a vincere”.

Un bilancio della tua carriera?


“Positivo, sono stato fortunato ed orgoglioso di quello che ho fatto. Forse senza infortunio avrei fatto di più, in ogni piazze che sono andato ho sempre dato il massimo, anche se non sono riuscito a dare il massimo. A Firenze mi sono rotto due volte il perone, il crociato ed il legamento ho perso un anno e mezzo, per ritrovare la forma dopo questi infortuni ci vogliono almeno 4/5 mesi. Questa è l’unica cosa di una carriera positiva. Si può dire sempre potevo, non potevo ma i se e i ma se li porta via il tempo. A me i fatti mi hanno sempre dato ragione. Non mi sono accontentato di guardare gli altri. Sono andato via dal Napoli che avevo 4 fenomeno avanti, ho rifiutato il Milan perché volevo giocare non fare la riserva. Ho detto se vengo al Milan non mi date le scarpette da calcio ma le mocassino. Al Milan c’erano mostri sacri e non mi sono sentito di andare lì per allenarmi e poi fare la panchina. Io mi divertivo solo quando giocavo, quando non giocavo mi divertivo poco”.

Vives: “Con Zeman vai in campo e non senti la stanchezza”

Lo ha detto Giuseppe Vives, detto “Il Professore” ai tempi del Torino dove fu capitano come a Lecce . Ecco le parole rilasciate a casa Di Marzio in diretta instagram.

“Non dovevo essere io il calciatore di famiglia – confessa Vives – quello bravo era mio fratello di cinque anni più grande. Giocavo per strada appena finivo i compiti e hanno consigliato a mio padre di portare anche me a scuola calcio”

“Mamma voleva che entrassi in Guardia di Finanza, non fossi stato calciatore sarei finito sicuramente lì”, e invece Vives ha scelto la via del calcio, che oggi non abbandona, tanto che ha aperto una sua scuola calcio, dove insegna anche se non nelle vesti di ‘professore’.

 Luciano Spalletti a gli inizi all’Ancona,

“Una persona eccezionale in un’esperienza che mi ha fatto tanto crescere anche se c’era una situazione societaria particolare”, prima di passare da Giugliano, tappa chiave della sua carriera dopo che aveva pensato addrittura di smettere di giocare. “Avevo un problema al quadricipite, pensavo di non poter continuare, volevo smettere ma grazie al presidente del Giugliano mi sono rimesso in carreggiata e poi sono tornato a vivere le emozioni più belle”.

 Zeman e il lavoro duro

“Zeman mi aveva visto in una partita a Melfi e mi volle a tutti i costi al Lecce, io non volevo andare perché mi sentivo in famiglia. Filippo Falco, il mio procuratore, venne a casa mia per convincermi. A Lecce dovevo rimanerci un giorno, solo per salutare e ringraziare, ma la mattina dopo sono partito in ritiro a Tarvisio con loro. Adesso non so se sarei in grado di affrontare un ritiro con Zeman. Mi appoggiavo al muro per aiutarmi con le salite, ma poi quando giochi non ti accorgi della stanchezza. Ti dava grandi stimoli durante gli allenamenti”. 

L’arrivo al Torino e la dura separazione con il Lecce come fu quella con il Giugliano

“Per farmi andare via da Lecce mi hanno dovuto costringere. Mi avevano venduto al Torino ma non volevo andare via dalla Puglia, sentivo come se stessi lasciando di nuovo casa. Poi a Torino ho vissute altre grandi emozioni”.

I sedicesimi di Europa League al San Mamés

“Mai avrei immaginato di poter disputare una partita del genere. Lì il Napoli ci aveva perso il preliminare di Champions, non c’era un posto libero allo stadio. Io per 90 minuti non mi sono reso conto di dove ero, un’emozione incredibile, sono anche riuscito a conquistare il rigore dell’1-0”.

Kutuzov: “Grazie a Zeman diventai una macchina”

Kutuzov-Zeman

In collegamento Skype con YSport, l’ex attaccante Vitali Kutuzov ha ripercorso il suo anno, la stagione 2003-2004, nell’Avellino di Zdenek Zeman

“Mi fa piacere essere rimasto nella memoria dei tifosi dell’Avellino – afferma Kutuzov – io cercavo di dare in campo tutto quello che avevo in corpo, ma purtroppo retrocedemmo a fine campionato. Facevamo cose importanti, ma non riuscivamo a vincere. Forse mister Zeman non riuscì a trovare la quadratura”.

SU ZEMAN

“Pensavo fosse un serial killer per i suoi modi di farci allenare. Io lo soffrivo tanto, preparai pure le valigie per andare via dal ritiro, perché psicologicamente stavo male, ero solo in camera. Poi sono rimasto, grazie a Ferraresi, che ora fa l’allenatore ed è un mio grande amico. Mi diede una grande mano. E grazie a Zeman sono riuscito a farmi valere alla Sampdoria, per due stagioni in Serie A. Finisce il campionato ad Avellino e vado alla Sampdoria, che aveva in attacco due bandiere e due nazionali sulle fasce, Volpi e Palombo a centrocampo: mi ritaglio uno spazio importante, non so neanche come, ma se c’è una persona che devo ringraziare è proprio Zeman. Ero diventato una macchina e questo ti dà certezze per tutto il resto”

Manicone: “Zeman innovatore al pari di Crujiff, Sacchi e Guardiola”

Manicone, ex calciatore, anche di Zemanlandia, e attuale vice di Petkovic in Svizzera a parlato a TMW Radio al programma Maracanà

La svizzera è il primo campionato che si è fermato per Coronavirus

“Sì, quando in Italia c’erano già i primi casi. Sono stati lungimiranti – afferma Manicone – ad applicare questa politica. Quando hanno cominciato a sospendere le partite e le scuole in Italia, in Svizzera si era rimasti aperti. Quando è iniziata ad aumentare la percentuale di contagiati, si sono chiuse anche le scuole”.

Tonali, Chiesa, Castrovilli. Su chi punteresti per una grande squadra?

“Bisogna in che contesto vanno e quante possibilità hanno di giocare. Sono tre giocatori diversi, fortissimi, nel giro della Nazionale e di sicuro avvenire. Di sicuro cresceranno, ma devono giocare nel ruolo ruolo”.

Michels, Cruijff, Sacchi, Guardiola: chi ha rivoluzionato di più il mondo del calcio?

“Io aggiungerei anche Zeman, perché tanti allenatori si sono rifatti a lui, anche a livello internazionale. Guardiola si è rifatto molto a Cruiff, ma anche Sacchi è stato un grande. ha cambiato il modo di vedere il calcio. Per me sono tutti alla pari, sono dei grandissimi”.

Ulivieri: “Coronavirus? Fate i gradoni alla Zeman”

Il coronavirus ha costretto anche il calcio a fermarsi. Calciomercato.com ha intervistato Renzo Ulivieri, ex allenatore e attuale presidente dell’Aiac, per commentare il momento difficile.

Ulivieri, come sta?

“Per adesso va tutto bene – racconta Ulivieri – ci siamo chiusi dentro”

L’associazione allenatori cosa ha previsto in merito?

“Intanto voglio dire che noi ci siamo sempre adeguati alle indicazioni delle istituzioni, abbiamo sempre seguito le disposizioni e non abbiamo diviso il calcio a seconda dei vari livelli. In un momento delicato come questo, ci siamo messi a disposizione. Per quanto riguarda i corsi di formazione e gli aggiornamenti, è chiaramente tutto bloccato, sia corsi centrali che periferici. Mentre da lunedì invieremo delle linee guida per chi volesse allenarsi da casa, con dei programmi specifici”.

Come trascorre il tempo?

“Ho la fortuna di abitare in campagna. Volendo andare a cercare un aspetto positivo possiamo dire che questa pandemia potrebbe essere stata un po’ la fortuna degli ulivi, che prima erano trascurati. Adesso invece chi può se ne prende cura potandoli”.

Ma c’è chi non ha questa fortuna.

“E deve ingegnarsi diversamente”.

Cosa consiglia?

“Mi garba leggere. M voglio dire che oltre alla mente bisogna allenare il corpo, restare fermi non fa bene. Chi ha degli scalini a casa li faccia, alla Zeman maniera. Ci sono dei tutorial interessanti su You Tube sugli esercizi che ognuno di noi può fare a casa, ovviamente in correlazione con l’età che abbiamo”.

A proposito, li ha sentiti tutti quei giovani spensierati che indicavano gli anziani come categoria a rischio?

“Si”.

Cosa ne pensa?

“Mi hanno fatto girare i co… Io adesso rientro nella categoria degli anziani e ho paura. Ma non è che voglio essere un bada lì”.

Scusi?

“Non sai cos’è un bada lì?”.

No, mi perdoni.

“Hai presente quando prendi una pallonata che ti toglie il respiro? Si dice, bada lì, adesso passa in fretta. Oppure quando ti procuri un taglietto di poco conto: bada lì, non è niente, solo un po’ di sangue. Ecco, sentendo parlare i giovani in quel modo mi ha fatto sembrare che ponessero gli anziani in quella categoria di ‘bada li’. Come a dire, tanto sono anziani. Ma se le cercano da me queste sicurezze, andassero a prendersele altrove. Ma insomma”.

Torneremo ad essere quelli di un tempo?

“Non lo so, forse i giovani si. Forse a loro passerà in fretta. A quelli come me ci vorrà tempo, è una cosa che segna, che fa paura”.

Ci sarà meno calore umano?

“Potrebbe essere, mi auguro però ci sia più senso civico in futuro. In casi come questo dovrebbero essere sufficienti le indicazioni del governo, invece sono serviti obblighi e divieti”.