Delli Carri: “Con Zeman grande sinergia e fiducia. Su Icardi avemmo entrambi ragione”

Delli Carri-Zeman

Continuano le celebrazioni del Pescara 2011/2012. Questa volta Massimo Profeta (Rete8), intervista il Ds di quella fantastica annata, Daniele Delli Carri.

“Quell’anno fu una chimica perfetta – confessa Delli Carri – tra me e l’allenatore, la diregenza e la cosa che rimpiango di più è il binomio Sebastiani-De Cecco. La paternità della scelta di Zeman? Appena avemmo la doccia fredda, della scelta di Eusebio Di Francesco di andare in A con il Lecce sondammo tre allenatori. Zeman era quello che sposava di più il nostro progetto anche se era il più esoso.

Quanto ha inciso Zeman in percentuale?

“I giocatori vanno in campo devono sempre avere più merito di tutti, ma se un allenatore riesce ad incidere così nella testa dei giocatori va messo insieme ai calciatori. C’è da dire che lui non si aspettava questa organizzazione e questa sinergia dirigenziale”

Il colpo di cui vai più fiero?

“Ogni singlo giocatore ha un aneddoto. Su Insigne per esempio ha inciso Zeman, perché Lorenzo aveva scelto già Crotone. Su Immobile non voglio la paternità, ma io ci puntavo molto. Parecchi mi hanno detto “che lo prendi a fare”, ma era un’operazione su cui io spingevo tantissimo. Ero sicuro fosse il giocatore ideale per il nostro progetto e poi lo è diventato pure per Zeman. Tutti sapete che il Boemo non aveva questa lampadina accesa su Immobile, perché non lo conosceva ancora bene ovviamente. C’è stata una grande empatia e sinergia basta sulla fiducia con il mister. Mi ascoltava e io ascoltavo lui. Mi ha seguito su Nielsen e sugli incastri tra i nuovi e i giocatori dell’anno precedente. Una sera parlammo fino alle 4 di notte in albergo dove gli parlai anche di Verratti su du cui aveva solo preso qualche informazione. Io spingevo per un ruolo, lui per un altro, e con patti di non belligeranza ci accordavamo. Per esempio io puntavo anche su Sau, ma lui disse che non gli piaceva.”

Zeman non entra mai nel lato economico

“C’era l’interesse forte del Padova su Verratti. Sebastiani si oppose, non d’accorda con l’offerta di Foschi, mentre De Cecco era preoccupato il giocatore si rompesse con la preparazione di Zeman. Ma io gli dissi che se Marco non si fosse rotto durante la preparazione non si sarebbe rotto. Quindi sulla cessione non ci fu il veto di Zeman, il mister non entra mai nelle questione economiche, se avessimo venduto Verratti avrebbe messo un altro senza problemi.”

Questione Icardi

“Su Icardi, che era alla Sampdoria, c’è stata la grande possibilità di portarlo al Pescara. Lo visionammo a Parma sotto la neve e decidemmo per il si spostando Maniero a Barletta. Zeman disse che il giocatore gli sarebbe anche andato bene, ma per l’amicizia e l’empatia che c’era tra Immobile e Maniero preferiva non rompere i loro equilibri. Con il senno del poi ebbe ragione per come andò l’annata (Maniero segnò anche la rete vittoria campionato ndr), come ebbi ragione io sulle qualità di Icardi.”

Su chi ha inciso di più Zeman tra i tre talenti Insigne, Verratti e Immobile

“Secondo me ha inciso di più su Verratti – afferma Delli Carri -non per il ruolo perché già Di Francesco lo mise al centro del campo. Ha inciso sulla tenuta fisica, lo ha reso calciatore, lo ha trasformato fisicamente. Immobile ha fame anche oggi e lo contraddistingue, Insigne invece rende dove c’è un allenatore che lo ama, nessuno lo dice ma la particolarità di Insigne è che rende dove si sente amato. E’ venuto grazie a Zeman, come Romagnoli, Kone, Anania e Balzano. Anche se quest’ultimo già lo trattavamo e lo conoscevamo tramite un’amicizia di Sebastiani. Però Zeman già lo gradiva tantissimo e c’era sulla sua lista, perché per lui era perfetto”.

Insomma una bellissima chiacchierata tra aneddoti e meriti di Zeman. Forse di questi ultimi è importante sottolineare come incide Zeman sulla visione di gioco, la tecnica e i movimenti. Il lavoro del Boemo su questi tre ha inciso particolarmente per l’intepretazione del loro ruolo.

Salvio Imparato

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Zago: “Zeman tatticamente più forte di Capello”

L’ex difensore brasiliano Zago, ha rilasciato un’intervista a Romatv. Ha lavorato sia con Zeman che con Capello, sul migliore tra i due sembra non avere dubbi.

Come stai?

“Ho passato un periodo brutto avendo perso mia madre 40 giorni fa”. 

Sei diventato un allenatore in Giappone?

“Sì, alleno il Kashima Antlers”

Com’è la situazione in Giappone? 

“Il campionato è stato rinviato per la fine di giugno o inizio luglio. Ci stiamo allenando in gruppi da 8-9, fino a venerdì. Dalla prossima settimana possiamo allenarci in gruppi di 12-13 giocatori, poi dalla settimana successiva possiamo allenarci tutti insieme. Auguriamoci che tutto possa tornare alla normalità, perché ci manca il calcio. Noi che viviamo di calcio, siamo professionisti ci auguriamo che riescano a trovare una soluzione al virus”. 

Sei venuto alla Roma con Zeman?

“Sono arrivato a inizio gennaio e ancora non stavo bene. Ho fatto una preparazione a parte con Vito Scala. Mi solo allenato per venti giorni e ho sofferto tantissimo. Io e Vito ci allenavamo nel secondo campo di Trigoria e il mister che ci guardava dall’altro campo diceva a Vito di aumentare l’intensità degli allenamenti. Sono stato due mesi fermo e poi una preparazione con Zeman, che tutti sanno com’è, ho sofferto. Poi quando ho iniziato a giocare le cose sono tornate alla normalità”. 

Come vi comportavate con un allenatore che voleva tutti in attacco?

“Per me è stato uno dei migliori allenatori con cui ho lavorato. Negli allenamenti tutto quello che faceva, si vedeva in campo. I movimenti erano talmente precisi che in campo erano automatici, non li forzavamo. Delle volte volevamo stare più dietro, vero, ma lui era bravissimo nell’inculcare nella testa dei giocatori quello che si doveva vedere in campo. Avevamo una bella squadra, ma non siamo riusciti a vincere. Forse avevamo una buona squadra, non una buona rosa, altrimenti avremmo potuto lottare per lo scudetto o vincere una coppa”. 

Poi arriva Capello. Cosa è cambiato? 

“Per ricordare la partita persa 4-5 contro l’Inter all’Olimpico… è stata una partita pazzesca e alla fine con un gol di Simeone abbiamo perso. Succedevano queste partita, ma Zeman è stato uno dei migliori. Con Capello mi sono trovato benissimo, poi in un determinato periodo della stagione ho avuto problemi, poi ho giocato pochissimo. Sono successe delle cose, poi abbiamo vinto lo scudetto. Zeman tatticamente è più forte di lui. Capello era un sergente, una persona più tosta, più deciso a vincere, a fare qualcosa di diverso, era quello che magari serviva alla Roma. È stata una persona importantissima in quegli anni dove anche noi ci siamo divertiti”. 

L’eliminazione in Coppa Italia

“Non mi sono presentato con la squadra per il ritiro, ero in nazionale e ho avuto più vacanze. Quando sono arrivato, avevo una proposta del Milan e stavo per andare lì. Volevo andare al Milan in quel momento lì, perché erano successe delle cose tra me e il mister. Per me l’offerta del Milan era buonissima, volevo rinnovare con la Roma ma non è successo. Tornato a Trigoria mi stavo allenando benissimo, ero carico e si vedeva negli allenamenti. Poi abbiamo giocato contro l’Atalanta e non sono andato neanche in panchina né all’Olimpico né a Bergamo. La notte prima della contestazione a Trigoria mi chiama Mortadella e mi disse di arrivare presto a Trigoria che avrebbero sfondato tutte le macchine. Mi ricordo benissimo, l’allenamento quel giorno era di pomeriggio. Io sono arrivato alle 10:30 e Piazzale Dino Viola era già pieno”. 

La Roma di Capello ha vinto poco? 

“Durante quella settimana (dopo la contestazione ndr) sono andato in sauna e il mister (Capello ndr) mi chiese come stessi. Gli risposi che stavo bene, meglio se avessi giocato. Poi arriva la gara contro il Bologna e mi fa giocare. Avremmo dovuto vincere di più perché abbiamo vinto uno scudetto, potevamo vincere una coppa. Se avessi continuato la stagione dopo, avrei potuto contribuire a vincere. Io avevo una carica dentro lo spogliatoio, volevo aiutare perché mi piaceva Roma, la Roma, ero uno che in campo dava tutto per la squadra”. 

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Rete8, Zeman: “Guardiola guarda il mio Pescara, Sebastiani mi ha scritto “auguri vecchio” (VIDEO)

Impresa di Massimo Profeta e Rete8, Zeman in collegamento videochiamata era un miracolo impronosticabile come la promozione nel Pescara del 2012.

Mister ora anche tecnologico. Il 20 maggio 2012 che serata fantastica.

“Tecnologico no ci siete riusciti voi, il 20 maggio 2012 fu un bel giorno, sono bei ricordi. A parte il campionato per tutto quello che è stato e le 2 disgrazie di Mancini e Morosini ci hanno tolto qualche gioia in più. Era una squadra che faceva tanti gol, giocava e dopo 19 anni ha riportato il Pescara in Serie A al primo posto superando Torino e Sampdoria, che ancora oggi giocano nella massima serie. So che Guardiola celebrò la squadra, lo ringrazio e ancora oggi vede le nostre vecchie partite.

Le manca il calcio?

Tanto, ho allenato per 50 anni con qualche pausa ma ci sono sempre stato. Io vorrei continuare anche se le società non mi garbano, nel senso che ho avuto qualche offerta anche se vorrei andare in qualche squadra organizzata con un progetto. Quando sono stato a Pescara, grazie a De Cecco, abbiamo costruito una squadra con giocatori presi dalla C, vedi Romagnoli,
Balzano, Insigne e Kone, ragazzi giovani senza esperienza in Serie B che si sono comportati bene. Anche Delli Carri fece un bel lavoro e la maggior parte di questi ragazzi li allenai l’anno prima a Foggia mentre Balzano lo incontrai da avversario e mi impressionò molto.

Molti dicono che lei qui ha vinto perché aveva tre fuoriclasse

Quei 3 fuoriclasse giocavano in Serie C, Insigne era con me a Foggia, Immobile non fece molto bene a Siena e Grosseto con soli 2 gol mentre Verratti era un giocatore del quale si diceva che aveva delle qualità ma non le aveva messe in campo.

Quest’anno ha seguito il Pescara?

Quest’anno ho seguito il Pescara, ho visto spesso una squadra in difficoltà nonostante abbia vinto 4-0 contro il Benevento, lì ci fu qualcosa di positivo ma per il resto è andato alle onde.“

Lei e Sebastiani vi siete più sentiti?

“Da quando Sebastiani mi esonerò non ci siamo più sentiti, anche se a maggio mi fece gli auguri di compleanno e io lo ringraziai. Un tecnico oggi con le miei stesse idee? La vedo un po’ difficile. La partita chiave della stagione 2011-2012? Non lo so anche se quando vincemmo in casa contro il Torino ci diede una spinta maggiore anche se la partita di Padova, nonostante il primo tempo lo giocammo meglio del secondo andammo negli spogliatoi per 1-0, la partita finì 6-0 da tennis.

È giusto ripartire?

Sono molto preoccupato anche se il calcio manca a tutti e serve il pubblico sugli spalti perché si deve giocare per la gente, la situazione non è ancora tranquilla. Per il momento comanda il virus, quando andrà via si potrà ripartire tranquillamente. Penso che si possano fare tantissime cose, approfittare questo momento per farlo camminare meglio. Sul piano economico ci saranno dei problemi ma, appunto per questo, bisognerà cercare di fare le cose con accuratezza.

Cosa augura ai tifosi del Pescara?

“Mi auguro che i tifosi possano tornare sugli spalti e divertirsi come lo facevano ai tempi nostri. Mi è rimasto impresso nella mentre il giro con il bus in città perché c’era tanta gente.”

Fu un errore andare via?

“Non credo perché ci sono delle categorie. Quando chiama una squadra come la Roma difficilmente un allenatore rifiuta, visto che ci vivo da 20 anni era come se mi trovassi a casa. Rispetto a Pescara è un ambiente diverso dove io stavo benissimo anche se c’era qualche problema.”

Molti dicono che ora è l’occasione di rifondare il calcio

“Penso che nel calcio ci debbano essere i problemi perché si impara solo da quello per cercare di superarli.”

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20 maggio 2012, Zeman e la felicità meritata dopo l’esilio.

Genova 20 maggio 2012, il Pescara torna in a dopo quasi 20 anni. Lo fa con Zeman in panchina, dimenticato dal calcio italiano regala un miracolo dei suoi.

Mentre negli anni 90, a Foggia, nasceva Zemanlandia, a Pescara affondava l’era Galeone, anch’essa fatta di spettacolo e 4-3-3. Nonostante fossero paladini del bel calcio, Zeman e Galeone non si sono mai piaciuti, almeno il tecnico napoletano ha sempre avuto qualcosa da dire sul Boemo. Il destino beffardo ha voluto che il 20 maggio 2012, proprio Zeman entrasse nella storia dei biancoazzurri e scatenasse una diatriba che ancora non si placa. Quella tra zemaniani e galeoniani.

Diatriba sterile, specialmente quando si parla di gioia, bellezza e felicità. Sta di fatto che da quel giorno, i più insofferenti, devono accettare Zeman nell’albo d’oro e nella mitologia del Pescara. Anche tanti pescaresi juventini a dire il vero non sapevano se gioire o dannarsi. Ma si sa Zeman ovunque va unisce dividendo e viceversa. Un personaggio che pesa molto non c’è, figuriamoci quando c’è e tanto come fu in Abruzzo.

E pensare che poco prima di tornare alla ribalta, Zeman era ormai considerato finito, allenatore in pensione e con idee superate, inconciliabili con il calcio “attuale”, fatto dei pullman davanti alla porta di Mourinho e dei gestori di campioni come Ancelotti e Capello. Destinato appunti solo a comparse, con interviste da fuori con qualche punzecchiatura ai tecnici sopracitati. E pensare che, se non si fosse riunito il clan di zemanlandia, Casillo-Pavone-Zeman, con Altamura e la novità Franco Mancini allenatore dei portieri, forse non staremmo qui a parlare della fantastica cavalcata del Pescara verso la A.

Per uno zemaniano la gioa fu doppia, da napoletano abbracciarmi all’Adriatico, con pescaresi e fan del muto da tutta Italia, non è facile spiegare le emozioni di una favola che diventa realtà. Specialmente dopo aver assaporato una zemanlandia embrionale, ma dolcemara a Foggia, nel 2010, con Insigne, Sau, Romagnoli, Kone e altri che saranno titolari in A. Non riuscì a centrare la promozione e i playoff, ma il suo marchio fu subito tangibile, miglior attacco e capocannonieri e pari punti Insigne e Sau. Squadra di giovani primavera e costata 10.000 euro, ma si sa bastava dire che Zeman aveva fallito ancora e il gioco era fatto.

Per fortuna Di Francesco, consigliò De Cecco e Sebastiani di puntare su Zeman, una volta approdato a Lecce. E così fu, Zeman approdò e rive dell’adriatico, presentazione al porto, accolto in pompa magna da star del calcio qual’è, perché la gente non è il sistema. Gli viene data carta bianca sul lavoro e porta con se tre fidati, uno per reparto della stagione precedente, Insigne, Kone e Romagnoli. Il resto è storia già raccontata e che lasciamo raccontare alla stampa di Pescara, alla loro gioia da pescaresi e tifosi. A noi tocca il compito di ricordare il passato antecedente al 20 Maggio, per celebrare al meglio quella data e la felicità meritata, di un uomo che con un calcio vecchio e deceduto, a detta d’altri, ha rivinto dopo due decadi un campionato di B con lo stesso calcio, ammirato in tutta Italia, perchè il calcio di Conte e Allegri non entusiasmava, e in Europa anche oggi con l’articolo di Marca.

Ogni 20 maggio, da quel giorno, la stessa storia. La stessa, grande emozione. Con una mia telecronaca, il Pescara, la…

Posted by Daniele Barone on Wednesday, 20 May 2020

Aver potuto vivere da vicino quella fantastica serata è un privilegio, non solo calcistico, perchè aver potuto fotografare quel sorriso, respirare la felicità e la commozione di Zeman, dopo avergli fatto qualche domanda, non ha prezzo, come il tempo negato a questo grande uomo di sport e di calcio che ha portato una, e anche più, a festeggiare una nuova ricorrenza. Oggi a Pescara la gente si saluta esordendo con “Buon 20 maggio a tutti”!

Salvio Imparato

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Calciolecce.it, Zeman miglior allenatore della storia dei giallorossi

Zeman-Calciolecce.it

La redazione calciolecce.it, lancia un sondaggio per leleggere la miglior top 11 di sempre compreso l’allenatore. La spunta Zeman su Mazzone e su Liverani.

Il portale pugliese, calciolecce.it, si interroga sui migliori protagonisti della dei 112 anni di storia del Lecce. Per la panchina Zeman stacca tutti con oltre il 34% dei voti. Ricordiamo che l’allenatore Boemo a Lecce ha segnato il record di punti della storia del Lecce essendo unico allenatore e squadra a raggiungere la salvezza con la peggior difesa e con il secondo attacco dietro solo alla Juventus di Capello campione d’Italia, scudetto poi revocato.

L’articolo originale qui.

Salvio Imparato

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Auguri Maestro Zeman, chi punterà su di te vincerà la crisi regalando spettacolo

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Il Maestro Boemo Zdenek Zeman compie 73 anni ma resta un tecnico senza tempo e con idee che sembrano venire dal futuro. Dopo questa crisi chi farà All In su Zeman farà saltare il banco.

Tanti auguri mister, o come preferisce essere chiamato lei Maestro, buon compleanno. Purtroppo non sono un suo allievo sul campo.I suoi insegnamenti però, come tanti zemaniani, li ho vissuti da lontano, ascoltando gli gli sguardi, i silenzi e anche le poche parole piene di sensi e significati, mai prive di profonda filosofia sportiva e di vita. Qualche volta sono stato anche fortunato di incrociare il suo sguardo e avendo avuto anche l’onore di farle una domanda ricevendo anche lunghe risposte, come il 20 maggio 2012 a Genova.. Che serata fantastica. Oggi poi, che ricorre il centenario del Foggia si festeggia anche il suo compleanno e il romanticismo vuole che questa coincidenza faccia parte delle favole e non si attribuisca al semplice caso. Non saranno pochi gli anni, ma neanche tanti per chi sembra venuto dal futuro segnando più epoche del calcio italiano senza peraltro esser stato calciatore. Non ha tempo “un albero resistente alle tempeste” come recitava Giorgio Terruzzi in un editoriale a lei dedicato.

“Cause perse, come questa è probabile, illuminate da una qualche misteriosa magia. Zeman, che sembra un albero…

Posted by GruppoZeman.com on Friday, 5 October 2018

Anzi azzardo a dire che lei resta ancora una risorsa per il calcio italiano e chi avrà il coraggio di ripartire da lei farà una mossa vincente. Dopo questa emergenza coronavirus, che ha messo in ginocchio anche i grandi club ridotti a pregare per un’imminente ripresa, che come dice lei è invocata solo per interessi economici e non per il piacere antico della disciplina sportiva, bisognerà ripartire dal basso. In primis liberandosi dal modus vivendi di un sistema che da troppo tempo da l’illusione di aiutare i club più piccoli (prestiti favorevoli, plusvalenze gonfiate, allenatori quasi gratis etc.), ma invece non fa altro che affossarli o minarne la crescita. Senza un vero e proprio progetto non può esserci crescita.

Lei con le Zemanlandia di Licata, Foggia, Lecce e Pescara è stato il primo in Italia a portare ai massimi livelli un metodo ed un certo tipo di calcio, innovandolo con idee rivoluzionarie e schemi mai visti prima. In questo tanti suoi ex giocatori hanno parlato in dirette instagram e tv, praticamente lei resta il tecnico più citato, ricordato e rispettato, Totti, Rambaudi, Baiano e Marchegiani, anche giocatori non suoi e attori come Vieri, Toni e Salvatore Esposito. Marca, il più importante quotidiano spagnolo ha inserito il suo primo Pescara tra le squadre più belle di sempre.

A proposito di Pescara proprio Sebastiani ha mandato messaggi d’amore verso il suo calcio e il suo modo di allenare, fatto di lavoro e sacrifici, chiedersi perché poi le mise i bastoni tra le ruote è lecito. Comunque ai microfoni di Massimo Profeta (Rete8) ha riassunto benissimo il concetto sul perché il calcio necessità del profilo Zeman.

Sebastiani “Sono innamorato del lavoro e del modo di giogare
del Boemo”

Il presidente parla di stili di allenatori ideali. Sarri, Gasperini in primis e poi Juric e Giampaolo i più indicati a creare un progetto, che attraverso il lavoro, più che con gli sforzi di mercato, porti le squadre ad alti livelli, prima di gioco e poi di risultati. Dicendo questo già esclude l’indiziato giovane di cui parla, per creare IL PROGETTO ci vuole carisma e visione, su questo non c’è dubbio, il migliore è sempre stato lei Zeman e di sicuro lo è ancora, lo raccontano la sua voglia e la sua passione. Per questo le auguro insieme ad una folla di zemaniani una nuova Zemanlandia da scoprire e formare, il calcio e noi ne abbiamo bisogno e sembra scritto nel destino che lei non può lasciare il calcio senza un ultimo ennesimo miracolo.

Sarà un clamoroso ritorno a Pescara? Una romantica chiamata di un presidente di A stanco del sistema e di allenatori incapaci di valorizzare i propri talenti deciso a darle carta bianca? È sempre stato bello ipotizzare e immaginare un nuovo approdo della sua flotta armata di 4-3-3. Di sicuro da qualche parte una città dimenticata del pallone, che ha voglia di emergere, sta aspettando chi ha portato vittorie dove vincere era l’ultima cosa possibile.

SALVIO IMPARATO

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Baiano: “Zeman un fenomeno che mi ha insegnato tanto” (VIDEO)

Baiano-Zeman-Napolisoccer.net

Ciccio Baiano, l’ex attaccante della prima Zemanlandia Foggiana parla, in diretta Instagram con Napolisoccer.net, del suo passato da calciatore al Napoli, alla Fiorentina eccetera. Su Zeman un bellissimo passaggio tutto da leggere ed ascoltare.

Napoli, Foggia, Derby e Firenze, cosa ti portano in mente?

“Napoli è la mia città, la squadra per cui ho sempre tifato da bambino. Ho avuto la possibilità di giocare dal settore fino alla prima squadra, realizzando il mio sogno di bambino. Per sfortuna o per fortuna sono dovuto andare via. Fortuna; perché la mia squadra del cuore annoverava grandi campioni, il primo era un certo Maradona, poi ero chiuso da giocatori come Giordano, Careca e Carnevale, che non era un titolare ma era pur sempre un nazionale. Per me c’era poco spazio e andai a fare esperienza altrove. Foggia è stato il mio trampolino di lancio, due anni bellissimi, dove ho ricevuto tantissimo ed ho dato tanto. È stato un matrimonio felice, abbiamo vinto un campionato di B, ho vinto la classifica marcatori con 22 gol e l’anno dopo in A mi sono confermato in un categoria più difficile, ho segnato meno gol ma ho pur sempre segnato 16 reti. L’unico rammarico di quella stagione è stato non andate in Uefa per 2 soli punti. Questo ti fa capire quello che abbiamo fatto qualcosa di straordinario in due anni, è stata una parentesi indimenticabile della mia vita. Firenze è stata una piazza importante e difficile, sono molto critici ed abbiamo ottenuto dei buoni risultati, anche se il primo anno siamo retrocessi, nonostante avessimo uno squadrone, Non fu colpa dei giocatori ma della dirigenza, che quando eravamo secondi in classifica, perdemmo in casa con l’Atalanta ed esonerò il tecnico Radice. Un errore pagato a caro prezzo. Quella del Derby è stata un’esperienza fatta con grande entusiasmo, ho sempre amato il calcio inglese e viverlo in prima persona è stata una bella esperienza. È stato bello, appagante e divertente, c’è meno tatticismo, le squadre vanno in campo giocano e se le danno di santa ragione. Sono state quattro tappe importanti della mi carriera”.

C’è qualche similitudine tra l’ammutinamento del Napoli e quello che successe quell’anno con la Fiorentina?

“No due cose diverse. Se la squadra non fosse stata forte non ci saremmo mai trovata secondi in classifica. C’erano attriti tra allenatore e presidente, avevano vedute diverse, chi comanda è il presidente non l’allenatore; perciò appena perdemmo immeritatamente una partita, che avevamo dominato in lungo ed in largo, prese la palla al balzo ed esonerò subito l’allenatore. Si creò una spaccatura enorme tra la società e la squadra. A Firenze non ci fu un ammutinamento, ci fu un diverbio con il presente per farlo ritornare sui suoi passi. In campo andavamo e davamo sempre il massimo però poi quando si rompe il giocattolo è difficile ricomporlo, abbiamo fatto di tutto per non retrocedere ma alla fine siamo retrocessi. Quando perdi uno, due tre partite e ti trovi in zona retrocessione e non hai la squadra per non retrocedere, diventa una grossa montagna da scalare. Quello che è successo al Napoli è diverso, diverbi con la società ma un giocatore non dovrebbe mai rifiutare un ritiro”.

Differenza di pressione tra Napoli e Firenze?

“Sono due piazze esigenze ed umorali, molte legate al risultato, vinci due partite e sei da scudetto ne perdi due e sei da retrocessione con dirigenti ed allenatore da cambiare. In Italia è determinante il risultato, poi come viene non è importante”.

Diego Armando Maradona

“Ho avuto la fortuna di far parte di quel Napoli e di essere preso in simpatia da lui. Mi ha dato tanto, mi ha fatto sentire importante nonostante fossi un ragazzino e mi ha trattato sempre come se fossi un giocatore della rosa, mai come un debuttante o un giocatore aggregato dalla Primavera. Mi diceva sempre: ‘se sei qui, sei un giocatore di prima squadra’. Sono sempre riconoscente a questo fenomeno, che non ha mai fatto pesare a nessuno il fatto di essere Maradona. Era sempre a disposizione della sua squadra, non ti faceva sentire inferiore, anzi spesso era lui a fare un passo indietro per non farti sentire a disagio. Ha aiutato tutti e quando parlava lui era legge. Il presidente diceva sempre no a determinati premi, che non si potevano avere, che queste cose non si potevano fare, poi arrivava lui, parlava, lo chiedeva ed improvvisamente si poteva fare. Era semplice, umile e ti aiutava sempre. Nelle difficoltà era il primo a venirti vicino. “Pensa positivo, che se pensi negativi non risolvi i problemi”. Nei momenti difficili diceva sempre così”.

Real Madrid

“A Madrid ho debuttato in Coppa Campioni. È stato un sorteggio non fortunatissimo per il Napoli, che si è presentato alla massima competizione europea, come vincitore del campionato italiano per la prima volta nella sua storia. Siamo stati sfortunati; poiché abbiamo avuto difronte il Real Madrid, che all’epoca era la squadra più forte al mondo. Andare a giocare a Madrid è sempre stato durissimo, tuttavia noi avemmo un piccolo vantaggio; quella gara si giocò a porte chiuse, quindi non c’era la bolgia che c’è di solito al Bernabeu, mancavano 100/120 mila persone che li spingono ad ogni partita. Perdemmo 2-0 lì e al ritorno facemmo un primo tempo strepitoso, segnò Francini l’1-0, lo stadio esplose ma 1-1 di Butragueño spezzo i sogni di una città intera. che sperava di andare avanti in Coppa. Sapevamo fin dall’inizio che superare il turno sarebbe stato durissimo”.

Zeman

“Un libro minimo da 150 pagine per essere sintetici e coincisi. Il Boemo, il muto, il maestro. Un fenomeno che mi ha insegnato tanto. Quando sono arrivato a Foggia, ero un giocatore bravo ma un attaccante deve fare gol e lui mi ha insegnato come muovermi da prima punta, come muovermi vedendo la porta, che è la cosa più difficile. Tante prime punte giocano spalle alla porta, così però gol non se ne fanno, Zeman mi ha insegnato ad attaccare la profondità nei tempi. I tempi sono fondamentali è la cosa più importante nel calcio ed io cerco di insegnarlo ai miei ragazzi. Uno può pensare che se uno è veloce, arriverà sempre avanti alla porta ma se si muove mezzora prima gli conteranno 100 fuorigioco a partita. È questo che mi ha insegnato Zeman. Se per attaccare la profondità servisse solo la velocità Bolt e Ben Johnson una volta smesso di fare il loro sport sarebbero andati a giocare al Real Madrid, con la loro velocità sarebbero arrivati sempre soli dinanzi al portiere. Sotto la guida di Zeman, ricordo primo giorno di ritiro, partimmo da Foggia alle 6 e arrivammo a Campo Tures alle 18, ci disse: ‘ragazzi andate in camera, lasciate le valigie, poi venite giù, andiamo a vedere il campo, facciamo un po’ di corsettina, poi andiamo a cena e a letto presto che domani dobbiamo lavorare’. Andammo al campo, c’era il massaggiatore che ci aveva preparato tutto e facemmo 3 serie da 3 km. Insomma facemmo una passeggiata di 9 km, dopo che avevamo fatto 12 ore di viaggio in pullman. Questo era solo l’aperitivo. Il lavoro era diviso in 3 giorno: il primo giorno facevamo 3 km, 3 km, 3 km, poi veniva il lavoro in campo, di forza, le corse e le partitine a pressione. Dopo questi 3 giorni, siamo passati ai 5 km in 3 giorni, praticamente in 3 giorni abbiamo fatto a secco 45 km, poi veniva il campo e la forza. Noi siamo stati in ritiro per 40 giorni, perché prima i ritiri duravano fino alla prima partita di Coppa Italia che era dopo ferragosto, chissà quanti km facemmo tutti quei gironi di ritiro. Noi avevamo camere grandi, eravamo a coppie, io ero con Nuccio Baroni e nell’altra c’era Rambaudi e Signori.
Dopo una settimana ero in camera e non riuscivo a prendere sonno e Nuccio mi chiese come mai non dormivo, gli risposi che ero pensieroso a causa degli allenamenti del giorno dopo. Quando racconto questa cosa ai miei giocatori non mi credono, pensano che sto esagerando. Non è vero che non curava la fase difensiva, il suo motto è si vince facendo un gol in più degli altri, quindi facevamo un 30% di fase difensiva ed un 70% di fase offensiva. Mi ha detto tante cose, non ero mai pungente cattivo. Quando segnavo la domenica, il martedì non mi volevo mai allenare e lui ogni volta mi diceva: “oggi cosa hai?” ed io gli rispondevo che ancora dovevo recuperare… Quando saltavi un allenamento lo recuperavi il giorno dopo”.

Batistuta

“Anche lui argentino guarda caso. Sono arrivato a Firenze e ci siamo subito capiti e piaciuto, siamo andati sempre d’accordo dentro e fuori dal campo. In un trio/ in duo è importante creare quell’intesa fuori dal campo, dato che poi dentro viene più facile. Gabriel è fuoriclasse assoluto che finalizzava tutto quello che di buono faceva la squadra per lui. Diego era un extraterrestre, con lui ho avuto un rapporto speciale, mi ha voluto e mi ha sponsorizzato tantissimo, gli sono piaciuto molto come giocatore, come ragazzo ed ho avuto la fortuna di allenarmi un anno con loro, allenandomi quotidianamente. Ero più piccolo e lui per me c’era sempre, con Bati ero più grande ed avevo un rapporto diverse. Due giocatori con due personalità diverse, uno fenomeno e l’altro un extraterrestre. Batistuta lo metto nei primi 3 cannonieri al mondo, dietro Messi e Ronaldo. Se giocasse adesso arriverebbe a 30/35 gol. A livello tecnico Ronaldo il brasiliano era superiore al Bati ma come goleador era più forte l’argentino. Ronaldo ha sempre giocato in grandissime squadre e questo ti da un vantaggio in più. Attaccando 70 minuti su 90 è più facile fare gol. Batistuta ha giocato 10 anni a Firenze, poi alla Roma ed a fine carriera all’Inter, quando era in fase calante. Ha sempre giocato in squadre importanti, mai nelle squadre top o nelle prime 5 d’Europa. Ha lasciato Firenze e la Fiorentina; poiché voleva vincere. C’erano squadre molto più forti della Fiorentina, lo capii e quell’anno lascio Firenze per andare a vincere lo scudetto alla Roma, altrimenti sarebbe rimasto a vita a Firenze”.

Sarri, Bianchi e Sacchi

“Bianchi lo ringrazierò per tutta la vita, mi ha fatto realizzare un sogno facendomi debuttare in Serie A con la mia squadra del cuore. Sacchi mi ha fatto coronare un altro sogno: debuttare in nazionale. Infine Sarri è lui che deve ringraziare me (ride – ndr), infatti da allenatore emergente ha avuto la fortuna di avere un squadra Ciccio Baiano che gli faceva vincere le partite. Scherzi a parte, si vedeva che era un allenatore molto preparata, arrivò alla Sangiovannese e trovò una squadra già forte per la categoria e vincemmo il campionato. Lo devo ringraziare, perché mi ha sempre fatto sentire importante per la squadra, io ho ricambiato questa fiducia facendogli vincere il campionato, ovviamente ciò non sarebbe stato possibile se non avessi avuto l’aiuto dei miei compagni. Quella vittoria del campionato ha permesso a Sarri di salire di categoria e fare una carriera importante nel mondo del calcio.
Quando ero a Napoli ci sentivamo spesso, mi ha fatto andare in ritiro da loro, mi ha fatto vedere il lavoro che svolgevano ma già lo conoscevo. Maurizio è un perfezionista, lavora 24 ore su 24 in campo e fuori, tuttavia nonostante il rapporto di amicizia non c’è mai stata la possibilità di andare a lavorare con lui né a Napoli né alla Juve”.

Rambaudi, Baiano e Signori

“A Foggia i nostri cognomi erano una filastrocca, che tutti ripetevano sempre. Eravamo un trio che ha regalato emozioni e gioia ad una piazza che si nutriva di calcio e del Foggia. Eravamo esaltati da una squadra che giocava per noi e dagli schemi di Zeman che dovevamo mettere in pratica. Eravamo 3 ragazzi che avevamo l’aspirazione di diventare calciatore, era quello lo spirito di non mollare mai.
A Foggia abbiamo trovato amicizia vera, non c’erano gelosie, ciascuno di noi giocavo per l’altro e bene o male segnavamo quasi tutte le domeniche. Quando si trovano queste situazioni, gli attaccanti fanno sempre bene.
Il rapporto con Signori era ottimo ma non ci frequentavamo tanto fuori dal campo. Essendo single faceva la vita da scapolo e frequentava gli scapoli del gruppo, io invece avevo un rapporto più stretto con gli sposati: Rambaudi e Nuccio Barone su tutti. Con Beppe stavamo sempre al campo insieme, in ritiro anche e sul pullman prima delle partite si giocava sempre a carte”.

Sannino

“Beppe è un amico fraterno, che mi ha insegnato tanto. Non è facile passare dal fare il calciatore a diventare allenatore, sono due cose diverse. Ho avuto la fortuna di collaborare con lui per 4 anni, abbiamo fatto Varese, Siena, Palermo e Chievo Verona, poi è andato all’estero e non me la sono sentita di seguirlo. Non abbiamo più collaborato, per me è stata una persona molto importante e lo ringrazierò per sempre.
L’allenatore in seconda fa la spalla del primo, avevo un rapporto con Sannino molto buono; infatti lui mi lasciava sempre lavorare. Sono due ruoli diversi, la differenza sostanziale tra l’allenatore ed il vice sta nella pressione, le critiche e le colpe sono sempre del primo allenatore”.

Pisa

“Primo anno da allenatore della Primavera, primo anno che faccio il settore giovanile. All’inizio è stata molto difficile, il Pisa proveniva dalla Serie C ed in quanto tale l’anno prima non aveva la Primavera. Il 70% della Beretti è passato in Primavera e sia per inesperienza che per fisicità abbiamo fatto tanta fatica. Nel girone di ritorno la squadra era pronta e se la giocava con tutti alla pari, anche con squadre costruite spendendo milioni di euro. Il lavoro paga e nonostante tutte le difficoltà la squadra aveva una sua fisionomia e sapeva bene come interpretare il campionato”.

Due minuti per dire ciò che vuoi


“Voglio parlare dell’esperienza al Derby County, un’esperienza che auguro a tutti i miei colleghi, amici e non di fare. Tutti devono partecipare al campionato più importante al mondo, ti arricchisce e ti fa capire che il calcio è un gioco e ti insegnano ad amare sia quando le cose vanno bene che quando vanno male. Si è tifosi sempre sempre, anche nei momenti più difficili, tanto prima o poi la ruota gira e si ritorna a vincere”.

Un bilancio della tua carriera?


“Positivo, sono stato fortunato ed orgoglioso di quello che ho fatto. Forse senza infortunio avrei fatto di più, in ogni piazze che sono andato ho sempre dato il massimo, anche se non sono riuscito a dare il massimo. A Firenze mi sono rotto due volte il perone, il crociato ed il legamento ho perso un anno e mezzo, per ritrovare la forma dopo questi infortuni ci vogliono almeno 4/5 mesi. Questa è l’unica cosa di una carriera positiva. Si può dire sempre potevo, non potevo ma i se e i ma se li porta via il tempo. A me i fatti mi hanno sempre dato ragione. Non mi sono accontentato di guardare gli altri. Sono andato via dal Napoli che avevo 4 fenomeno avanti, ho rifiutato il Milan perché volevo giocare non fare la riserva. Ho detto se vengo al Milan non mi date le scarpette da calcio ma le mocassino. Al Milan c’erano mostri sacri e non mi sono sentito di andare lì per allenarmi e poi fare la panchina. Io mi divertivo solo quando giocavo, quando non giocavo mi divertivo poco”.

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Pecoraro: “Inter-Juve sparito audio Var sulla mancata espulsione di Pjanic”

Pecoraro-Inter-Juventus-Var-Pjanica

Dal gol di Muntari negato ad oggi tanti normali tifosi, assistendo agli ultimi 9 campionati avrà invocato una nuova calciopoli. Anche chi vi scrive certo, come fu per Mario Suma tanti di noi almeno una volta hanno gridato allo scandalo. Con l’intervista di Pecoraro a Il Mattino si accende una nuova polemica, anche se l’ex procuratore federale esclude l’ipotesi di dolo.

Pecoraro racconta l’apertura di un’indagine sulla partita Inter-Juventus del 28 Aprile 2018. L’episodio più discusso, perché sull’1-1, con l’Inter in 10 dal 18’ per l’espulsione di Vecino (giallo convertito in rosso proprio dopo intervento Var), la partita avrebbe forse potuto prendere un’altra piega. Pjanic invece, già ammonito, era franato addosso a D’Ambrosio ma veniva graziato, e l’interista ammonito per proteste.

«Chiedemmo i file ad arbitri e Lega. Ci arrivarono a inizio del campionato successivo e l’unico episodio che mancava era l’unico che ci importava: quello che aveva portato alla mancata espulsione del bianconero»

«L’unico episodio dei dialoghi fra l’arbitro Orsato e il Var in cui non c’è audio registrato era l’unico che ci importava: quello che aveva portato alla mancata espulsione di Pjanic».

LA RICOSTRUZIONE DI PECORARO

«È stata la direzione dell’arbitro Daniele Orsato in Inter-Juventus che mi ha portato ad avere delle tensioni con il mondo arbitrale. Avevo avuto degli esposti, sottoscritti, di associazioni, tifosi, organizzazioni sul suo operato e per non sbagliare chiesi anche ai miei vice se era il caso di aprire o no un procedimento. Io non credo che avremmo trovato prove di malafede e chiesi all’Aia e poi alla Lega, ai soli fini conoscitivi, i dialoghi audio-video tra Var e arbitro di quella partita. Insistetti: fateceli consultare, altrimenti che Procura federale siamo?».

La risposta si fece attendere, e quando arrivò fu clamorosa: « Ce li diedero solo a inizio del campionato successivo. Ma lì ci fu la sorpresa. Apriamo il file e l’unico episodio in cui non c’è audio registrato era l’unico che ci importava: quello tra Orsato e il Var che aveva portato alla mancata espulsione di Pjanic. C’erano i colloqui di tutto tranne che di quello. Mi dissero che non c’era e basta. Io sono certo che non ci sia stato dolo, ma ero obbligato a procedere, anche perché dovevo dare delle risposte a quegli esposti. Alla fine ho archiviato».

MANCATA INTERRUZIONE DI INTER-NAPOLI 2018 ED ESPULSIONE DI KOULIBALY

«La mancata interruzione del gioco di Inter-Napoli e la difesa d’ufficio dell’arbitro Mazzoleni non le ho mai mandate giù — racconta Pecoraro —. Intervenni duramente. E non c’entra nulla che sono tifoso del Napoli. Il razzismo e la discriminazione territoriale sono una cosa insopportabile. Per me il gioco andava interrotto anche quella sera, come da quel momento in poi è successo. Ma Mazzoleni disse che non aveva sentito nulla, mentre i miei ispettori a bordo campo stranamente avevano sentito tutto e pure riferito. Era un momento strano. Gli incidenti fuori dallo stadio, il clima all’interno di San Siro: mi aspettavo una reazione forte da parte dell’arbitro, cosa che è avvenuta giustamente qualche tempo dopo da parte di Rocchi in Roma-Napoli».

BORDATE SU CALCIOSCOMMESSE E FEDERCALCIO

«Tanti calciatori scommettono sulle partite ma no nci sono le prove». La seconda: «La sensazione è che la federcalcio abbia voluto mettere le mani sulla procura nominando i miei vice a mia insaputa».

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Ripresa serie A, Zeman: “Sono pessimista, prima la salute” (VIDEO)

Ripresa-serie A-Zeman

Zdenek Zeman é intervenuto a Radio Kiss Kiss. Incalzato da Walter De Maggio sulla possibile ripresa della serie A ha detto la sua, anche sull’ipotesi assegnazione scudetto.

Zeman a Radio Goal

RIPRESA CAMPIONATO E ASSEGNAZIONE SCUDETTO

“Ripresa serie A? Io sono pessimista, questo virus ha fatto grossi danni e temo che ne farà ancora. In questo momento la salute è la cosa più importante. L’assegnazione dello scudetto? Al riguardo si possono fare tante ipotesi, ma per me non c’è niente da assegnare a nessuno”.

INSIGNE E IMMOBILE

“Lorenzo è napoletano e tiene molto alla maglia azzurra, ma il suo futuro dipenderà dalle condizioni che gli verranno proposte dalla società. Immobile? Anche lui a napoletano, ovviamente tiene ai partenopei. Adesso sta facendo bene alla Lazio, spero che possa continuare così”

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Fantacalcio.it immagina la Juventus di Zeman

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Il famoso sito popolato da fanta allenatori, Fantacalcio.it, lancia una rubrica dal nome “L’allenatore sbagliato”. Si inizia dall’inimitabile Zdenek Zeman sulla panchina della Juventus.

Il primo esperimento di Fantacalcio.it è quello di Zeman alla Juve. Eh già, proprio il tecnico Boemo amante del bel calcio e poco legato al risultato, che evidentemente per l’allenatore “non è l’unica cosa che conta”. E così immaginiamo alla Continassa serie infinite di gradoni a spinta alternata, balzi a piedi uniti e gradini in rapidità. Una preparazione per nulla semplice per i calciatori di esperienza nella rosa bianconera.

Juventus con il 4-3-3 di Zeman

La sua Juve potrebbe partire con un 4-3-3. In porta confermato Szczesny che ha dimostrato una certa dimestichezza con i piedi. A destra impossibile non pensare a Cuadrado, un esterno d’attacco sulla linea di difesa, un’autentica ossessione per l’allenatore che in carriera ha trasformato diversi calciatori e che si avvarrebbe anche del lavoro fatto da Sarri quest’anno. Per la coppia centrale, invece, preferiti Bonucci De Ligt per la loro qualità in impostazione anche se la rapidità di Chiellini a campo aperto potrebbe dare una mano all’allenatore. Peccato non avere in rosa Emre Can che di sicuro sarebbe stato adattato al centro della difesa. Sulla sinistra confermiamo, invece, Alex Sandro liberato dai compiti difensivi e libero di involarsi in corsia.

Stravolto invece il centrocampo. Fuori Pjanic e dentro Bentancur come schermo davanti la difesa. Ai suoi lati di sicuro Ramsey confermatissimo per la sua capacità di inserimento. Come terzo centrocampista – visto il passo e le qualità tecniche di Matudi, Khedira e Rabiot – nessuno si stupirebbe nel vedere un talento della Primavera aggregato in prima squadra o magari un Dybala/Bernardeschi adattato come mezz’ala.

In attacco confermatissimo Ronaldo nel ruolo di prima punta. Fuori Higuain e dentro sulle corse Douglas Costa a sinistra e Bernardeschi o Dybala a destra. Il Boemo di sicuro proverebbe a lavorare sulla Joya per adattarlo ad un ruolo non suo (vedi Insigne a Foggia) e farlo esplodere in un’altra posizione di campo pur di non rinunciare alle sue qualità in attacco.

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