Te la do io Tokyo, Zeman: “Se la gente smette di parlarne il calcio finisce”

Te-la-do-io-Tokyo-Zeman

Zdenek Zeman è stato intercettato da Mario Corsi nella sua popolare trasmissione Te la do io Tokyo. Ecco l’intervista e l’audio completi.

Te la do io Tokyo audio completo qui

Si è parlato molto della sua rivelazione sul suo cuore più vicino all’ambiente Lazio che a quello Roma

“Io non ho mai detto che il mio cuore batte più per la Lazio. Intanto era un’intervista a Praga, in ceco, era anche registrata. Non l’ho detto, perchè non lo posso dire. Io ho detto che allenando Lazio e Roma mi sono trovato bene nell’ambiente romano di calcio. La Roma mi ha sempre attirato di più perché ha più pubblico, più calore.
Io ho amici laziali, amici romanisti, io non li rinnego. Io ho sempre detto che faccio calcio per la gente, dove c’è più gente, più interesse per il calcio da parte della gente mi trovo meglio. Poi è normale che si può andare bene e si può andare male.”

Cosa pensa delle parole di Kolarov? 

“Per me se la gente smette di parlare di calcio, il calcio finisce. Il calcio è fatto per parlare ai bar e per discutere. Poi se ne capiscono o non ne capiscono è normale che uno ha più una visione tecnico-tattica e uno più da tifoso. Sono due visioni completamente diverse.”

Cosa pensa delle difficoltà che sta trovando questa stagione mister Di Francesco, dovrebbe cambiare qualcosa? 

“Per me ha già modificato troppo il suo assetto, ha cambiato tanti modi di giocare. Penso che la Roma è sempre una squadra importante. Ha perso a Udine, è vero, ma l’Udinese ha fatto 2 tiri. La Roma ne ha fatti 20…purtroppo bisogna prendere la porta e fare gol perchè di quello è fatto il calcio.”

Cosa pensa di Schick? 

“Il suo problema è che è costato 40 milioni. Io l’ho visto a Praga 2 volte, con la Polonia e la Slovacchia, e ha sempre fatto molto bene, ha segnato due gol in queste partite con la nazionale. Schick ha capacità, ma non ha capacità da uno di 40 milioni. La gente si aspetta sempre troppo.”

Ma come si muove quando gioca in Nazionale?

“Lui gioca da centravanti in nazionale, Il secondo gol lo ha fatto perché si è inserito negli spazi vuoti. Magari a Roma non trova gli spazi e non trova nessuno che lo mandi negli spazi, io quando dico questo penso sempre a Checco che lo manderebbe in porta. E penso a quanti gol avrebbe fatto con Checco.”

Ha più sentito i dirigenti della Roma dopo il suo esonero? E l’ultima volta che è venuto a Roma, nel 2012, chi l’ha chiamata?

“Non ho più sentito nessuno dopo l’addio alla Roma, forse ho visto solo Sabatini a una premiazione a Napoli. Nel 2012 sono stato chiamato da Baldini.”

SALVIO IMPARATO

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Hall Of Fame di ISport.cz, da oggi c’è anche Zeman: “Sto per tornare!”

In Italia il suo nome è conosciuto da tutti i tifosi del calcio. L’allenatore Zdeněk Zeman ha guidato club famosi come Lazio Roma, AS Roma o Palermo. Durante il  rilascio della targa dell’Hall of Fame Sport ha riferito di essere in pensione ancora per poco: “Torno. Certo! “

Ha guadagnato l’etichetta di allenatore che vuole il gol e lo spettacolo a tutti i costi anziché accontentarsi di un noioso 1-0 o di un grigio pareggio a reti inviolate.

“Tutti i miei ragazzi hanno sempre sudato – racconta Zeman alla cerimonia Hall Of Fame –  per dare alla gente qualcosa. Il calcio senza emozione non è importante. La cosa importante è quello di far divertite il pubblico, anche quello avversario. E penso di esserci riuscito infatti sono molto famoso in Italia per questa mia caratteristica, ha dichiarato l’allenatore Zdenek Zeman durante la visita alla redazione di Isport.cz , che ha rivelato come nasce la sua passione per il calcio offensivo.

“Quando ero ancora in Cecoslovacchia, ho allenato gli allievi dello Slavia e Vyšehrad. Si giocava sempre con il 4-3-3. Forse mancavano i tagli e più movimento, ma sempre almeno tre attaccanti. Il mio modello è stato l’allenatore Kováč che ha guidato l’Ajax e disse che la miglior difesa è l’attacco. È da li ho fatto mia quell’idea”, ha specificato Zeman, che ha preferito segnare sempre un gol in pi+ dell’avversario.

“Mi piacerebbe sempre vincere 5: 4. A volte sono riuscito a vincere 8: 2 o 7: 1. In serie A non è facile. Non mi piacedi fare un punto come fanno gli altri allenatori per salvare il posto in panchina. Non ho mai giocato per un pareggio, mai per salvare la panchina”, ha detto con orgoglio il famoso allenatore ceco.

Il leggendario Zdeněk Zeman è diventato un membro dell’Hall of Fame di Isport.cz

In passato, tuttavia, ha avuto difficoltà a ottenere panchine a causa della sua onestà e onestà. Ha fortemente criticato le condizioni del calcio italiano ed è stato il primo a mettere in guardia contro il doping. Lo contraddiceva.

 

“I presidenti avevano paura che se fossero stati penalizzati  e che l’intero sistema sarebbe stato contro di noi. Ecco perché non mi volevano “, ha detto Zeman.

Un allenatore popolare ma sofisticato ama guardare i club che hanno uno stile offensivo.

“Mi piace il Manchester City. Guardiola ha cambiato il suo gioco rispetto a  quando era alBarcellona. Il Liverpool anche gioca anche calcio offensivo e mi piace”

Nell’intervista Zeman ha parlato anche dell’ex allenatore dello Sparta.

“Conosco Stramaccioni da Roma. Era  mio fan. A volte mi ha invitato al ristorante. Non è stato molto fortunato in Italia. Ha fatto molto lavoro nelle squadre giovanili e ha valorizzato abbastanza giocatori “.

La sfida più grande, per un allenatore come lui, sarebbe essere ingaggiato per la prima volta nella Repubblica ceca.

“Non credo a breve. Le squadre stanno facendo bene e non devono cambiare i loro allenatori “, ha detto Zeman, aggiungendo, con il sorriso di chi sta tornando presto in panchina. “Torno. Certo! ” 

SALVIO IMPARATO

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Isport.cz Zeman: “Futuro? Ho delle opzioni. Odio il possesso palla”

Zeman-Isport.cz

Zdenek Zeman ha rilasciato un’intervista al sito ceco Icsport.cz. Il Boemo ha parlato di un suo eventuale incarico nel suo paese natale, dei calciatori cechi in Italia e del calcio italiano. Ecoo di seguito l’intervista integrale.

Il vicepresidente della federazione calcio ceca ha parlato di Zeman – esordisce Isport.cz – come un siciliano, quando è stato accostato all’incarico di insegnante degli allenatori cechi. Sembra un paradosso perché Zeman è un allenatore di fama mondiale che ha allenato Roma e Lazio. Questa intervista dimostra quanto sia adatto all’incarico.

ll Vicepresidente della FOCR non ha parlato bene di lei?

“Non ne so nulla. Probabilmente è meglio (sorride). ”

Come guardi mai il calcio ceco?

“Lo guardo attraverso i risultati. Ultimamente non ho visto partite di nessun club o rappresentanza ceca, quindi non posso valutare di più. ”

Cosa giudichi dai risultati?

“Il calcio ceco non ha ottimi risultati. Nè i club e né le nazionali. Spero che migliorino.”

Ma sicuramente sta guardando i giocatori cechi nel campionato italiano. Come li vede?

“Non sono male. La prima stagione in Italia è stata buona. È strano che ora Barak ad Udine non stia giocando e Krejci abbia spazio nel Bologna perché di solito quando un giocatore arriva in Italia non gioca bene. La lega italiana ha caratteristiche specifiche. Anche Maradona o Platini dovevano prima abituarsi a loro e poi hanno giocato bene “.

E Patrik Schick nella Roma?

“Dovrebbe giocare come attaccante centrale, ma Džeko gioca di più perché è più a suo agio con il gioco dell’allenatore. Ma quando Schick entra gioca bene.”

Ora il più importante in Italia, invece, è Cristiano Ronaldo della Juventus.

“Dopo che la Juventus ha vinto il settimo titolo consecutivo, ha deciso di vincere la Champions League. Ecco perché ha portato Ronaldo. ”

Era necessario?

“Un giocatore non può mai fare un trofeo da solo, decide la squadra. Ma in Juventus fanno di tutto per vincere la Champions League “.

Le piace il calcio contemporaneo?

“Il calcio ha le sue basi che non cambiano. È un gioco. Oggi, tuttavia, si è trasformato in un business. Ma gli sport e gli affari sono lontani. ”

Che cosa dice del fatto che le partite spesso giocano un sacco di passaggi da lato a lato?

“Sono passaggi senza movimento sulla gamba e non in alla ricerca di profondità, è una cosa che odio. Mi piace quando una combinazione di cinque, sei passaggi termina con uno tiro. Non capirò mai il calcio con troppi passaggi anche Guardiola sta giocando più verticale”

Cos’altro non le piace?

“Ho sempre scelto una squadra di giocatori adatta al mio stile di gioco. Ora non è il caso: i giocatori vengono scelti da presidenti e agenti ”

Ha lavorato con molte stelle. Come si è avvicinato a loro?

“Normalmente come tutti gli altri. Non ho mai fatto alcuna differenza. ”

Hai spiegato qualcosa a loro quando non li ha fatti giocare?

“No. I veri giocatori sanno perché non stanno giocando. Non c’è bisogno di spiegarlo. Nessuno vuole tagliare le gambe da solo. L’allenatore costruisce sempre undici giocatori convinti di essere la squadra migliore. ”

Come hai affrontato una possibile violazione della sua idea?

“Caso per caso. Non ho nominato le partite finché non sono migliorate. Lo capiscono perché i giocatori vogliono giocare. ”

Ti manca l’allenamento?

“No odio allenarmi (sorride).”

Cosa fa ora?

“Guardo tutti gli altri sport in TV. Altrimenti, giocherò a golf. O mi siederò su una panchina del parco, perché manca la seduta sulla panchina (scherza). ”

Quindi torna in panchina?

“Ho delle opzioni. Ma devo sentire che posso farlo “.

Prenderesti in considerazione di lavorare nella Repubblica Ceca?

“Ci stavo pensando, ma prima di tutto dovrei conoscere le dinamiche del calcio ceco. Sapere come si fa qui. Non ho una visione d’insieme di cosa sta succedendo nei club cechi “.

Tuttavia, la mentalità ceca non dovrebbe mancarle.

“Sono ancora ceco.”

SALVIO IMPARATO

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Roma-Juventus 1998 2-0, Zeman e l’ultimo sgarbo prima dell’esilio

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Era il 15 novembre 1998 e all’Olimpico sarebbe arrivata la Juventus di Lippi e la Triade. La nemica di sempre, ma questa volta non si troverà contro solo una parte della città, ma anche di fronte al grande accusatore della tormentata estate 1998. Roma-Juventus ovvero Zdenek Zeman contro il popolo bianconero, un popolo offeso dalle accuse di doping. Un accusa di una colpa ancora oggi negata con tutte le forze, ma che viene mal celata da una prescrizione fatta passare per assoluzione.

Ecco il racconto de Il Romanista di Roma-Juventus 1998, la partita che resterà l’ultima vittoria di Zeman contro la Juve prima dell’esilio.

Le premesse

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all’Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall’estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile.

Le dichiarazioni diestive di Zeman

«Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l’inizio dell’inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l’uno contro l’altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

 

La resa dei conti

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all’Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male.

La guerra raccontata dagli striscioni

Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini.Tutto questo fino a un altro fischio, quello d’inizio, dell’arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall’Atalanta, all’epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com’è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un’esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall’altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l’aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent’anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro.A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro.

In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell’ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L’adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0.

Non s’era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c’è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c’era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un’alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l’ha persa. Quella partita l’ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c’era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.

Roma-Juventus sul Corriere Dello Sport del 16 novembre 1998

In prima pagina:

Olimpico in festa: la Roma liquida la Juve e l’affianca al secondo posto.
GIGANTI. Decisive due prodezze di Paulo Sergio e di Candela.
Roma implacabile in casa: decisivi il primo gol giallorosso (astuzia di Totti) e l’espulsione di Montero dopo un’ora. Fonseca-palo.

III pagina:

È stata la sua giornata: ha battuto l’avversaria di sempre ed ha raggiunto il secondo posto.
ZEMAN: ROMA, PUOI SOGNARE. “Giusto che tra i tifosi ci sia euforia, ma la squadra deve pensare solo a lavorare”.
Accuse a Ferrara: “Mi ha detto cose irripetibili”. Una risposta a Bettega: “Ha dimenticato quando era malato e spesso stavo con lui”. Non ha salutato Lippi: “Non l’ho visto”.

V pagina:

È stato decisivo, è felice. il brasiliano applaude tutti, tranne Montero: “Mi ha dato un pugno”.
PAULO SERGIO: INDIMENTICABILE. “Il gol più importante da quando sono a Roma e forse di tutta la mia carriera. Lo dedico a mia moglie e ai tifosi. Con Totti ci siamo capiti in un attimo. Una vittoria splendida, una partita bellissima: onore alla Juve. Lo scudetto? Siamo in ballo, felici di ballare”.

VII pagina:

Per il centrocampista giallorosso è un momento magico: la vittoria sulla Juventus, l’azzurro e…
TOMMASI: SCUDETTO? SI PUÒ. “Questa vittoria ci proietta ai primissimi posti della classifica e se abbiamo vinto con la Fiorentina e la Juve vuol dire che possiamo lottare per la vittoria finale. Questa Roma è più forte di quella della stagione scorsa. Ora siamo consapevoli di quanto valiamo”.

Subito dopo la partita insiame a Cafu, ha preso il volo per raggiungere la nazionale brasiliana. Sarà di ritorno venerdì.
ZAGO: E ADESSO DOBBIAMO CREDERCI. “Scendendo in campo sempre con questa voglia di vincere, potremo lottare in alto”.

SALVIO IMPARATO

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Palermo-Pescara, Zeman: “Con Sebastiani esperienza drammatica”

Palermo-Pescara-Zeman

Oggi sulla Repubblica edizione Palermo è apparsa un’intervista a Zdenek Zeman. Il Boemo è stato intercettato in occasione dell’imminente big match di B,  Palermo-Pescara, che andrà in scena domenica sera alle 21. Il tecnico di Praga ha parlato dei suoi passati contatti con Zamparini e dell’ultima triste esperienza a Pescara. Per la prima volta Zeman confessa pubblicamente i gravi problemi di salute del figlio minore. Si intuisce dalle parole di Zeman l’amarezza e la delusione per come Sebastiani ha gestito il lato umano del rapporto.

Zeman, col senno di poi sarebbe stato meglio rimanere a Pescara piuttosto che tornare alla Roma?

«La Roma non si può rifiutare, era una società in cui avevo già lavorato con soddisfazione. Peccato che a Roma il rapporto è finito prima. Tutti dicevano che il nostro era il miglior calcio».

Ha il rammarico di non avere mai allenato la prima squadra del Palermo?

«Ho iniziato ad allenare a Palermo nel 1974 e ho finito nel 1983. Mi dispiace non essere riuscito ad allenare la prima squadra. In quell’unica volta che sarei potuto andare in panchina avevo preso una squalifica con la Primavera».

Le cronache raccontano di un contatto con Zamparini. Ce lo racconta?

«Non ci fu solo un incontro, ne abbiamo fatti quattro in tempi diversi, però non siamo mai riusciti a metterci d’accordo. Non so spiegare il perché. Ho sempre dato la mia disponibilità. Se non ho allenato il Palermo non è dipeso da me anche se per la verità solamente nel primo incontro che abbiamo avuto, dopo la promozione con il Pescara nel 2012, fu anche per colpa mia. Avevo già l’accordo con la Roma e forse, ma sottolineo forse, economicamente sarei pesato troppo per il Palermo. Ma avrei scelto lo stesso la Roma».

È vero che Zamparini disse che lei era troppo vecchio per allenare il Palermo?

«Ma non lo so quali valutazioni fanno i presidenti quando fanno le loro scelte. Non credo che Zamparini mi chiamerà più, dopo quattro volte che non si è convinto a prendermi è difficile che possa convincersi oggi».

Magari penserà a lei una nuova proprietà.

«Non so se Zamparini venderà, da quello che so sarà costretto a lasciare il Palermo. Lui però ha fatto bene, il Palermo non era abituato a giocare a certi livelli e ad avere giocatori che ancora oggi sono importanti non solo in Europa, ma nel mondo. Oggi però non è più in condizione di continuare come ha fatto prima».

Con Sebastiani, invece, che rapporto ha avuto?

«La prima esperienza è stata buona, abbiamo centrato una promozione in un campionato che era difficile. Poi la seconda esperienza è stata drammatica sin dall’inizio. Mi fece fuori per motivi disciplinari, ma fu una scusa: era un periodo particolare, avevo dei problemi e c’era mio figlio che faceva la chemio».

Tornando a Palermo-Pescara, meglio Stellone o Pillon?

«Ho avuto Stellone come giocatore a Napoli, era una persona a modo. Penso che come lo era allora, la sua serietà sia riconosciuta anche oggi. Pillon non riesco a giudicarlo, nel senso che so che ha cercato di continuare il mio lavoro, ora forse ha cambiato qualcosa e sta andando bene».

C’è un giocatore del Palermo che le piace o che le piacerebbe allenare?

«Mi piace molto Trajkovski, ma anche Jajalo. Credo che siano due giocatori importanti. I tifosi magari in passato li hanno giudicati in base ai risultati, ma per me hanno qualità indiscutibili».

C’è il rischio che Palermo-Pescara si giochi in uno stadio vuoto. Che ne pensa?

«Mi dispiace. Penso che il calcio oggi non attiri più. Non è solo un problema di Palermo. Quello che è successo a Frosinone è una delle cose che allontana la gente: fanno passare la passione e il calcio senza gente non ha senso».

Chi vincerà il campionato?

«Le mie favorite sono Benevento e Palermo».

E il Pescara?

«Quest’anno c’è più pace nello spogliatoio, ma il Palermo è superiore in tutto. Anche se quando l’ho visto in Coppa Italia contro il Vicenza non mi è piaciuto. Il campionato però è cosa diversa. E c’è un altro allenatore, ma per qualità della rosa il Palermo sarebbe potuto andare in A già l’anno scorso anche con Tedino».

SALVIO IMPARATO

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Palermo Calcio: “Apprezziamo le parole di Zdenek Zeman”

Palermo Calcio-Zeman

Attraverso il sito ufficiale il Palermo Calcio pubblica un comunicato stampa per manifestare solidarietà e apprezzamento alle parole di Zdenek Zeman. il Boemo, che si è espresso oggi sulla Repubblica di Palermo, ha parlato sul momento chec attraversa il calcio attuale, prendendo spunto dal PROBLEMA Frosinone-Palermo.

Apprezziamo le parole dell’allenatore Zdenek Zeman – recita il comunicato del Palermo Calcio – che, in un’intervista pubblicata oggi sull’edizione palermitana de “La Repubblica”, ha dichiarato:

“Penso che il calcio oggi non attiri più. Non è solo un problema di Palermo. Quello che è successo a Frosinone è una delle cose che allontana la gente: fanno passare la passione ed il calcio senza gente non ha senso”.

 

Sugli accadimenti della gara contro il Frosinone, l’U.S. Città di Palermo, ancora in attesa di una risposta da parte degli organi di giustizia. Ieri ha dovuto formalmente sollecitare la Corte Sportiva di Appello ad emettere la decisione entro il termine di sabato 10 novembre, oltre il quale il procedimento si estinguerebbe.

La Società auspica, pertanto, che entro tale scadenza venga data una risposta concreta affinché i comportamenti sleali ed antisportivi non incidano negativamente sulla credibilità del calcio e sulla passione dei tifosi, in quanto, così come dichiarato da Zeman, “il calcio senza gente non ha senso”.

Insomma un grande attestato di stima da parte della società Palermo Calcio. Il link del comunicato originale qui.

SALVIO IMPARATO

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RMC Sport, Zeman: “Non c’è una vera anti Juventus” (VIDEO)

RMC Sport-Zeman

Il Boemo Zdenek Zeman è stato intercettato da RMC Sport. Nel corso della lunga chiacchierata, nella trasmissione Maracanà, ha parlato di Juventus, Napoli, Roma e Lazio senza trascurare i suoi pupilli Insigne, Verratti e Immobile. Alla fine dell’intervista i due conduttori hanno ricordato il bellissimo Pescara di Zeman e la sua carriera e il grande spettacolo offerto.

L’audio completo dell’intervista di Zeman a RMC Sport

NAPOLI E INSIGNE

“Insigne è cresciuto. In due anni con me ha fatto più di 20 gol a stagione ma nel Napoli non si è mai ripetuto. Lui però è uno che può arrivare sempre a questi numeri. Con Ancelotti sta facendo bene perché ha più compiti offensivi, anche se per me è più facile per lui giocare esterno che centrale. Milik o Mertens? Preferisco i piccoli, quindi dico Insigne e Mertens, due che sanno giocare bene palla a terra”.

ROMA

“Le dichiarazioni di Sousa? Tutti vogliono venire a Roma, il problema è rimanerci. È una piazza importante anche ora che le cose non stanno andando come si pensava. Il problema per un allenatore è rimanerci tanto tempo sulla panchina della Roma. Il problema della squadra giallorossa è che ogni estate vende i pezzi più importanti. Quando fai così, devi dare tempi ai nuovi di inserirsi. Non è un fatto di qualità, ma di ambientamento al calcio italiano. Pastore è bravo, ma nel 4-3-3 è difficile collocarlo. Se lo metti come mezzo sinistro o mezzo destro a centrocampo fa fatica in fase difensiva. Schick? Non è un attaccante esterno, deve giocare nel mezzo ma lì c’è Dzeko”.

JUVENTUS

“Non c’è una vera rivale della Juventus in Serie A. Inter e Napoli stanno inseguendo, ma come accade da anni alla lunga i bianconeri non avranno problemi. Douglas Costa? mi ha impressionato fin da quando l’ho visto in Germania. Tecnicamente è molto bravo e potrebbe servire Ronaldo meglio di Mandzukic, che però fa un lavoro diverso a tutto campo”.

INTER

“Brozovic come Pjanic? Hanno piedi un po’ diversi, ma il croato sta facendo un buon lavoro. Il Barcelona non sta vivendo un buon momento, senza Messi è un’altra squadra. L’Inter se la potrà giocare, dovrà metterla sul fisico”.

LAZIO E IMMOBILE

“Immobile ha un rendimento diverso nelle due squadre poiché nella Lazio i biancocelesti si appoggiano a Immobile e giocano per lui. L’Italia di Mancini, invece, fa un tipo di calcio diverso. Nelle ultime uscite ho comunque visto una buona Nazionale”.

VERRATTI

“Non siete gli unici a chiedermelo, continuo a dire che da anni è il miglior giocatore di Francia. Qualche infortunio lo ha rallentato, ma è ancora giovane per migliorare.”

FUTURO

“Se bolle qualcosa in pentola? La pentola già l’ho levata e ho anche già mangiato la pasta”.

I podcast di tutto il palinsesto di RMC Sport qui

SALVIO IMPARATO

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Arsenal-Liverpool 1-1: Prestazioni non casuali

Arsenal-Liverpool è stata sicuramente la partita di cartello di questo fine settimana calcistico. Non solo limitandosi a parlare di Premier League, ma probabilmente in assoluto. L’1-1 tra i Gunners di Emery e i Reds di Klopp ha fornito numerosi spunti in chiave tattica e una prestazione da ambo le parti rispecchiata pienamente dal risultato finale. D’altronde si poteva immaginare di assistere non solo a prestazioni non casuali. Ma anche a un risultato non casuale. Nel momento in cui ad affrontarsi sarebbero arrivate l’Arsenal imbattuto già da tredici turni e il Liverpool ancora mai sconfitto in Premier.

C’era molta curiosità per quanto riguarda la gestione e il lavoro di Unai Emery all’Arsenal dopo l’era Wenger. Ci si domandava principalmente quanto potesse aver influito l’esperienza negativa di Parigi nella sua capacità di trasporre sul campo un certo tipo di calcio. Lo stesso che permise anni prima al Siviglia di portare a casa ben tre Europa League consecutive.. E legittimando di conseguenza le indubbie capacità di un allenatore pronto per il salto definitivo. Salto che obiettivamente, dopo la mancata vittoria della Ligue 1 al primo anno e l’incredibile 6-1 in rimonta subito dal Barcellona in Champions era stato fortemente compromesso.

Guardando giocare magnificamente l’Arsenal in questo inizio, la sensazione è che la rabbia e la voglia di Emery di rimettersi in gioco sia decisamente più forte di ciò che è accaduto nel passato recente. L’Arsenal ha perso solamente le prime due partite di Premier, contro City e Chelsea, sciupando inoltre l’impossibile nel derby contro la squadra di Sarri. Il processo di assimilazione dei princìpi di gioco da parte dei giocatori è stato, per nostra grande fortuna, praticamente immediato. Quando le due parole chiavi sono velocità e verticalità noi spettatori siamo naturalmente portati ad applaudire. E a sperare che lo spettacolo continui.

Venendo alla partita di sabato, la sfida tra Emery e Klopp non poteva che fornire spunti di livello. Un solo precedente tra i due allenatori, la finale di Europa League del 2016, vinta dal tecnico spagnolo. L’impronta tattica dell’Arsenal si è delineata velocemente con l’obiettivo di consolidarsi nel tempo. Quella del Liverpool di quest’anno ha acquisito maggiore solidità, arrivando persino ad essere meno elettrica in fase offensiva in determinati momenti e partite. Si può dire in soldoni che, tra Arsenal e Liverpool, prestazioni e risultato non sono stati casuali.

Emery ha recuperato Kolasinac sulla corsia di sinistra, schierando Xhaka al fianco di Torreira per sopperire all’assenza per squalifica di Guendouzi. Leno ormai sempre tra i pali in campionato. Davanti Ozil, Mkhitaryan, Lacazette e il capocannoniere Aubameyang.
Nessuna novità invece per Klopp, se non la conferma per la terza partita consecutiva di Fabinho. Uno dei migliori contro la Stella Rossa, ma apparso un po’ sottotono nel match in questione.

L’approccio alla gara da parte di Emery e del suo Arsenal è stato spiccatamente offensivo. In continuità con la mentalità che l’allenatore francese intende consolidare a prescindere dall’avversario. Velocità di palleggio, corse e inserimenti verticali e attenzione maggiore dei singoli in fase difensiva. Queste le differenze già lampanti rispetto alla gestione Wenger, con pochissimi interpreti diversi. Ad eccezione di Guendouzi e Torreira, sempre più sicuri nella gestione delle chiavi del centrocampo. L’uruguaiano è un grandissimo giocatore e lo sapevamo. Il francese ha sorpreso tutti per intelligenza e personalità.

L’aggressività senza palla e l’intensità sono le due armi che hanno messo in difficoltà il Liverpool di Klopp. I Reds, complice un centrocampo poco creativo, hanno fatto fatica ad iniziare l’azione dal basso risalendo il campo con qualità. Conseguente è stata la frequenza di lanci lunghi volta a sfruttare le seconde palle e le doti di atletismo degli uomini dalla cintola in su. Ma la coraggiosa e continua pressione della squadra di Emery ha permesso all’Arsenal di contrastare con efficacia in alcuni momenti il Liverpool. Insieme all’attacco immediato al ricevente del pallone con l’obiettivo di concedergli meno tempo e spazio possibili.

Il Liverpool di Klopp, dall’altra parte, non ha certo reagito passivamente alle qualità dell’avversario. Nel primo tempo i Reds hanno creato almeno tre occasioni nitide da gol. In due circostanze il protagonista è stato Van Dijk, ipnotizzato prima da Leno e fermato poi dal palo. Nella prima in ordine temporale, invece, Manè si è visto annullare un gol dubbio, dopo lo splendido inserimento di Firmino in mezzo ai due centrali. L’Arsenal ci ha provato con Lacazette, Xhaka e Mkhitaryan, ma senza successo.

Entrambe le squadre hanno tenuto fede alla loro identità. Arsenal e Liverpool hanno avuto il baricentro alto, consapevoli dei rischi che il valore assoluto dei giocatori in campo poteva comportare. L’Arsenal è riuscita con qualità a superare la prima linea di pressione del Liverpool facendo circolare il pallone velocemente. E ha trovato in qualche occasione anche il modo di aggirare il pressing aggressivo dei Reds. Nelle fasi in cui il Liverpool di Klopp ha provato a collassare sul lato palla con molti giocatori, la velocità e la sicurezza tecnica dei Gunners è riuscita spesso ad aprirsi il campo sul lato debole. I Reds d’altro canto hanno saputo soffrire con maturità sfruttando sapientemente gli spazi che l’Arsenal ha concesso in alcuni casi sugli esterni.

Entrambi i gol sono arrivati nella ripresa. Il primo di Milner nasce da una transizione veloce di Manè. Il senegalese mette in mezzo un pallone che Leno respinge goffamente, trovando Milner pronto a calciare dal limite dell’area. Il pareggio dell’Arsenal è giusto e arriva all’82’ grazie a Lacazette. Il francese è bravo a scattare in velocità in posizione regolare e a battere un non impeccabile Alisson dopo essere rientrato sul destro.

Il risultato è giusto e non casuale, se pensiamo alle condizioni in cui le due squadre sono arrivate all’appuntamento. L’Arsenal resta imbattuto da tredici turni in tutte le competizioni. Il lavoro di Emery è oggettivamente di livello, e il percorso futuro promette di essere importante e interessantissimo da seguire. Con l’Europa League come obiettivo realistico e un grande campionato senza particolari pressioni giocando un grande calcio. Il Liverpool, insieme a Chelsea e Manchester City, non ha ancora perso in Premier. E il fatto che abbia affrontato in trasferta squadre come Tottenham, Chelsea e appunto Arsenal è impressionante oltre che confortante. La solidità e la capacità di soffrire con maturità da squadra consapevole si è per ora leggermente scontrata con un leggero calo di brillantezza e di intensità dei numeri offensivi.

Le grandissime doti atletiche dei centrocampisti comportano anche carenze creative che costringono spesso i difensori di Klopp a risalire il campo saltando il centrocampo. E sfruttando quindi le capacità di reazione e di vittoria delle seconde palle in zona avanzata. L’assenza in questo senso di Oxlade Chamberlain, unita alle difficoltà iniziali di Keita, hanno privato per ora il Liverpool degli utilissimi strappi in conduzione. Senza considerare il lento rientro a pieno regime di Lallana. Da tenere in considerazione l’idea che porterebbe all’arretramento frequente di Shaqiri in posizione di mezzala. Lo svizzero ha tutte le carte in regola per aumentare il tasso tecnico del reparto senza privare quest’ultimo dell’intensità senza palla necessaria. Dopo la consacrazione di Coutinho, Klopp potrebbe essere pronto a costruire nella medesima posizione anche un altro calciatore.
Due squadre forti e ben allenate, pronte a dire la loro alla fine della stagione.

Gioacchino Piedimonte

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Il Foglio: “Zeman non avrà vinto tanto, ma il calcio italiano gli è debitore”

Il Foglio-Zeman-Romagnoli

In un articolo scritto per Il Foglio, Leo Lombardi racconta gli esordi e lo scetticismo sul difensore rossonero e ammette il grande valore del coraggio di Zdenek Zeman a farlo esordire come fatto in passato con tanti altri giovani. Un bell’elogio per il Boemo, che raramente ne riceve dalla stampa italiana.

La scelta estiva di Leonardo Bonucci è stata un affare per tutti. Per la Juventus, perché ha confermato ciò che era già intuibile: lui e Giorgio Chiellini sono nati per giocare assieme. Una coppia tornata subito formidabile e incoronata da José Mourinho, immaginifico come al solito nella serata del trionfo bianconero all’Old Trafford: “Quei due possono essere professori di difesa ad Harvard”. Per il Milan, ma non nel modo che tutti si aspettavano. Perché la cessione di Bonucci aveva portato all’ingresso di Mattia Caldara, considerato uno dei migliori talenti tra i centrali di difesa italiani. Però l’ex atalantino si è perso tra incertezze iniziali e infortuni e così i rossoneri hanno riscoperto le qualità di Alessio Romagnoli, troppo spesso ignorato in passato.

Oggi parlano i due gol nella fase di recupero che hanno dato sei punti al Milan, con le vittorie nel match infrasettimanale contro il Genoa e subito dopo domenica sera in casa dell’Udinese. Al primo minuto dopo il 90′ con i rossoblù, addirittura al 96′ contro i friulani. Due gol non da difensore: il primo con un tocco al volo di sinistro fuori area, sull’improvvida respinta di Radu; il secondo dopo aver recuperato palla a metà campo e aver ribaltato l’azione, con una conclusione ancora di sinistro dopo dialogo da attaccante vero con Suso, in area. Due gol che eguagliano già quello che era sempre stato il massimo bottino nell’arco di una stagione. Due gol di tecnica, per far capire quali siano le qualità di Romagnoli.

ROMAGNOLI E L’ESORDIO CON ZEMAN

Qualità che erano sempre state la condanna del centrale. Potrebbe apparire un controsenso, ma è così. Perché tali doti lo avevano sempre fatto apparire un po’ “fighetta” rispetto a tanti colleghi di zona. Questo fin dal suo apparire da giovanissimo, all’esordio in serie A nella Roma. Un 4-2 al Milan il 22 dicembre 2012, poco prima di compiere i 18 anni il 24 gennaio. In panchina, manco a dirlo, Zdenek Zeman, uno che – è vero – non avrà mai vinto nulla, ma cui il calcio italiano è debitore del lancio coraggioso di tanti giovani (ricordare solo il trio Verratti-Insigne-Immobile a Pescara). E lo stesso vale per un altro allenatore contrastato come Sinisa Mihajlovic, che lo vuole prima alla Sampdoria e poi al Milan. Romagnoli ci arriva nell’estate 2015, ultimi fuochi del ciclo berlusconiano. Dà credito al club rossonero anche quando si presenta l’improbabile Li Yonghong, rinnovando fino al 2022. Quest’anno si ritrova capitano e leader, non solo della difesa, dopo l’addio di Bonucci.

La stagione con lo juventino è stata breve ma intensa. Di crescita, soprattutto dopo l’avvento di Rino Gattuso, quando i due centrali trovano un affiatamento come mai visto prima. Oggi il difensore ricorda davvero l’idolo della sua infanzia, quell’Alessandro Nesta di cui indossa la maglia numero 13. Romagnoli è sempre stato laziale, anche quando giocava nella Roma, e si può immaginare quali fossero i suoi patimenti. Una passione che alcuni tifosi hanno evidenziato in maniera vigliaccamente plastica andando a scrivere carinerie sui muri della casa dei genitori ad Anzio, come “Romagnoli laziale, presto il tuo funerale” e “Romagnoli come Zanardi”. Il tutto quando la Roma era già un ricordo per il difensore.

PARAGONE ROMAGNOLI-NESTA

E il paragone con Nesta regge anche in rossonero, maglia che il centrale indossò in una maturità vincente dopo i tanti anni alla Lazio. Un paragone che la fascia da capitano rimanda ancora più indietro nel tempo, a quel Franco Baresi cui Arrigo Sacchi pretendeva di insegnare il ruolo facendogli vedere le videocassette di Gianluca Signorini. Il libero rossonero era la pietra angolare di un irripetibile Milan, con una difesa composta esclusivamente da italiani: da Tassotti a Maldini, da Galli a Costacurta, con Galli o Rossi tra i pali. Come di italiani è la difesa attuale dei rossoneri: da Donnarumma tra i pali a Calabria e Abate, in attesa del ritorno degli infortunati Conti e Caldara. In mezzo Romagnoli è il punto di riferimento, capace di dare certezze anche a gente come Zapata e Musacchio. Che poi il centrale possa ripercorrere il cammino dei più grandi, sarà il tempo a dirlo. Ma la direzione è quella giusta.

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Napoli Roma 1-1. L’analisi del derby del sud

Napoli-Roma

Per la decima giornata di campionato va in scena Napoli-Roma allo stadio San Paolo. La squadra giallorossa viene dalla brutta sconfitta casalinga con la SPAL. Inevitabili le conseguenti critiche per la prestazione decisamente negativa. I partenopei invece attraversano un periodo di buona forma. La squadra ormai acquisito una fisionomia ben delineata dopo il primo periodo di transizione tra la gestione Sarri e quella di Ancelotti.

 

Osserviamo nel dettaglio con foto e video  Napoli-Roma. La Roma si schiera con il suo ormai consueto modulo 1-4-2-3-1, mentre il Napoli si schiera con il 1-4-4-2

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In fase di non possesso gli azzurri hanno adottato un modulo simile ad un 1-2-4-3-1 avanzando i due terzini sulla linea mediana (più Mario Rui di Hysaj) ed accentrando Callejon e Fabian Ruiz accanto ad un arretrato Insigne.

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La Roma ha avuto moltissime difficoltà a difendere, concedendo ben 18 tiri di cui 9 da dentro l’area e ben 9 occasioni da gol. Le difficoltà sono nate spesso sulle fasce laterali con i 2 laterali offensivi della Roma, El Shaarawy e Under, che faticavano a coprire l’avanzata dei terzini napoletani.

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Anche i centrocampisti hanno faticato a trovare la posizione giusta per coprire gli inserimenti avversari, concedendo spesso al Napoli tempo e spazio per ragionare. Non sono mancate, inoltre, distrazioni difensive dei giallorossi ed in generale un atteggiamento troppo passivo che ha facilitato i partenopei.

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In fase offensiva i capitolini hanno creato poche buone occasioni anche a causa di un atteggiamento poco aggressivo e molto accorto (solo 21 minuti di possesso palla di cui solamente 6 nella metà campo avversaria contro i 32 totali del Napoli e ben 22 nella metà campo giallorossa, 609 passaggi partenopei contro 353 romanisti), con frequenti occasioni in cui invece di cercare di attaccare i giallorossi arretravano.

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La manovra giallorossa si è sviluppata cercando di sfruttare il gioco fra le linee di difesa e centrocampo napoletane di Pellegrini ed al giocare incontro al pallone di El Shaarawy.

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In conclusione, si può dire che il Napoli ha sicuramente giocato meglio della Roma ed ha dato l’impressione di essere più in forma dei giallorossi, che possono recriminare solamente per il gol preso negli ultimi minuti di gioco, ma che dovranno necessariamente recuperare uomini e condizione per affrontare il resto della stagione.

STEFANO CHIAROTTINI

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