Italia-Galles 1-0: Mancini eguaglia Pozzo

Italia-Galles. Mancini, con una sola vittoria, raggiunge il primo posto del girone europeo, stacca il pass per gli Ottavi di finale ed eguaglia il record di 30 risultati utili e consecutivi di Vittorio Pozzo. Quest’ultimo leggenda del calcio italiano. Ct di due spedizioni mondiali consecutivamente conclusesi con l’alzata al cielo della Coppa Rimet, ex Coppa del mondo. Padre spirituale del Grande Torino. Fu lui a riconoscere i corpi dei suoi ragazzi tra le macerie di Superga e prima ancora ad insegnargli a giocare il calcio degli angeli.

1. Italia-Galles, Italia da primato

Italia-Galles. L’italia, piegando la resistenza di un orgoglioso Galles, raggiunge il primo posto del girone non ancora conquistato matematicamente. I punti a referto sono nove. Sette i gol fatti. Zero invece i subiti. Trenta le partite senza perdere dell’Italia. Da undici incontri i portieri azzurri non subiscono reti.

Una magia che contro il Galles rischiava di finire: l’italia aritmeticamente perlomeno già seconda schierava, secondo i principi del buon turnover, otto giocatori diversi dall’ultima partita. Hanno esordito in corso di match altri tre calciatori azzurri. Dal canto loro, i britannici avevano una differenza reti nettamente favorevole rispetto alla Svizzera, impegnata contro la già eliminata Turchia e dunque facilmente pronostocabile vittoriosa. Per questo Bale e co., alla vigilia del match contro l’Italia, non erano ancora certi del Secondo Posto. Così affrontavano la partita con la formazione migliore.

Il risultato che ne è venuto fuori ha prodotto una Italia poco fluida ma vogliosa di non rinunciare a percentuali d’intensità ed estetica. Verratti ha spiegato calcio. E un Galles che aveva più un orecchio alla radiolina che al campo in attesa di buone notizie dallo stadio di Baku dove stava svolgendosi Svizzera-Turchia. Gli elvetici dovevano recuperare anche con il contributo dell’Italia un differenziale di 5 reti ai gallesi. La Svizzera contava un -3 di DF mentre il Galles un +2. La rimonta alla fine è rimasta incompiuta e la speranza rivelatasi vana.

2. C’est la precision qui fait la difference

Il vantaggio che ha mollato gli ormeggi dell’incontro Italia-Galles è derivato da una scelta molto convincente di Mancini: rinunciare alle ali a piede invertito – Chiesa (molto vivo) e Bernardeschi (sempre meno convincente e comprensibile la sua convocazione) – per posizionarle sulla fascia del loro piede forte.

Il Galles proponeva grande densità al centro del campo. L’Italia perciò in fieri ha risolto il rebus difensivo cercando gli uno contro uno dei due ragazzi scuola Fiorentina sulla fascia. Lo scopo era superare i quinti del centrocampo avversario e arrivare sul fondo del terreno di gioco per servire il generoso Belotti o l’accorrente Pessina. Il primo, punta centrale monocorde, è infine risultato incapace di calarsi come Immobile nell’articolata architettura codificata dal Mancio, a sua volta ispirato da Sarri. Idoneo, pertanto, servirlo tramite i cross dal fondo.

l’Italia metabolizza subito il cambio tattico di cui sopra e genera due occasioni da gol. Alla fine realizza la rete del poi definitivo 1-0 su calcio piazzatto durante il corso del Primo Tempo. Il taglio sul primo palo del centrocampista Pessina, scuola Monza e ormai da un po’ di tempo in forza all’Atalanta, è cercato dal piede certosino di Verratti e risulta vincente. Tenta, Pessina, di raddoppiare su azione da gioco ma con dinamica uguale alla punizione calciata da Verratti, però sciupa.

Pessina impressiona per l’intelligenza mai riflessiva con cui approccia alle partite e agli innumerevoli grandi eventi a cui ha partecipato quest’anno da protagonista sebbene novizio. I tempi d’inserimento sono gli stessi del Perrotta di Spalletti: orologio svizzero, Matteo! Superiori persino a quelli di Barella, il quale però vanta rispetto al suo competitor un volume di gioco superiore. La mezz’ala interista è un carrarmato; Pessina un V2.

3. I prossimi avversari degli Ottavi di Finale

Una Italia impavida ha scelto di vincere e onorare la partita Italia-Galles accettando così il rischio che il suo primato gli comportava, cioè di dover battersi già ai Quarti contro la Francia. Però prima agli Ottavi tocca ad una tra Austria e Ucraina.

Si ricorda che se l’Italia, perdendo contro il Galles, si fosse qualificata come Seconda, avrebbe beccato agli Ottavi una tra Russia, Finlandia e Danimarca ma ai Quarti la potenziale teste di serie non irresistibile dell’Olanda.

Tant’è… bisogna ora focalizzarsi su due compagini diverse: l’Ucraina ha un atteggiamento prettamente difensivo nella speranza di poter sprigionare in contropiede la tanta qualità della sua trequarti. Malinovsky, Zinchenko e Yarmolenko su tutti. Squadra che però mostra lacune, oltre che complessive sia dal punto di vista tattico che tecnico, soprattutto mentali.

Anche l’Austria ha la stessa problematica di convivere psicologicamente con un potenziale che appare inesploso e chissà quando riproponibile. Sulla nazionale austriaca campeggia il simbolo della Bundes di cui è enclave nell’Europeo. Pochi giocatori ma di ottimo livello, a differenza dell’Ucraina che sembra dotata di un roster leggermente più lungo. Capeggiati gli autriaci da Alaba in versione libero di Gaetano Scirea ai mondiale dell’82. Difende ma all’occorrenza, il nuovo giocatore del Real Madrid, deve poter anche servire l’assist a Tardelli, del quale imita fioretto e sciabola quell’austero Signore del centrocampo quale Sabitzer. Sembra proprio andare ad un’altra velocità di gambe e di pensiero rispetto ai suoi compagni.

L’Italia ha il dovere di passare con entrambe. Gli azzurri devono regalarsi, salvo sorprese, il Quarto contro Monsieur Karim The Dream Benzema e soci. Sconfiggere gli avversari forti senza smobilitare dal proprio credo nobilita il gioco perseguito e la mentalità vincente e non speculativa. Giusto cercare il Paradiso attraverso Inferno e Purgatorio, basta che poi questo percorso ex post non diventi alibi o rimpianto. Chi ci ha giocato davvero a calcio in Paradiso, quand’ancora era in terra, non approverebbe. Firmato Vittorio Pozzo e i ragazzi del Grande Torino.

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Svizzera 3-0: azzurri da tripla doppia

L’Italia di Mancini gioca talmente bene al calcio che sembra un club. Un team in grado di vincere soltanto di tre a zero in tre a zero. La contemporaneità e la freschezza degli azzurri riporta alla mente la nazionale del mondiale italiano del ’90. Che siano tornate le notti magiche? O è una nostalgica, benché dal finale amaro, rivisitazione di un tempo che fu come in un film di Virzì?

1. Due Italia a confronto

Durante i mondiali del ’90, i ragazzi di Valcareggi furono sospinti da una Italia borghese e benestante, che si godeva liberamente allo stadio Olimpico la propria competizione internazionale e sosteneva, con una torcida elegante ma appassionata, calciatori giovani, ricchi, forti e famosi. Una nazionale azzurra anche all’epoca pensata su di un calcio offensivo. Senza fuoriclasse affermati ma in rampa di lancio. La solidità e l’esperienza affidata dal ct dell’epoca al reparto difensivo.

Quella squadra nazionale rappresentava un Paese profondamente diverso: pieno di opportunità da Nord a Sud. Per un attimo apparve veramente per una sola volta unito. Milano era da bere ma Napoli era tornata capitale della politica, della musica e dello Sport. Napoli campione d’Italia nel calcio e nella pallanuoto; Caserta campione d’Italia nel Basket. I soldi del post-terremoto, non senza scandali, alimentavano una economia fallace ma sul breve periodo efficiente. Dal punto di vista politico, il Sud grazie ai suoi membri della Dc ( partito ancora in piedi prima dell’imminente Tangentopoli) vantava vessilli in tanti Ministeri e posti di prestigio istituzionali.

L’Italia del Mancio dal canto suo, invece, sembra in missione: risollevare il morale ad una Nazione falcidiata dal covid, dalla disillusione e dalla disoccupazione. Il calcio così codificato, intenso ed emotivo degli azzurri ha anche l’arduo compito di rendere più popolato di com’è lo stesso stadio Olimpico la cui capienza è ridotta causa Pandemia dei tre quarti.

2. Italia – Svizzera

Una superiorità attesa, quella italiana, che si è confermata sul campo. A nulla è servita l’esperienza laziale del ct svizzero Petkovic per arginare, attraverso una conoscenza diretta e approfondita del nostro calcio, la scioltezza con cui l’Italia sta sbrigando i match di questo Europeo.

La partita contro la Svizzera sembra immediatamente porsi nella direzione giusta grazie al tap-in vincente del capitano Chiellini su calcio d’angolo d’Insigne. La rete è giustamente annullata per fallo di mano del difensore juventino, che dopo pochi minuti esce per infortunio muscolare. Il futuro dell’Italia all’Europeo dipenderà anche dalle condizioni fisiche. L’infermeria è già piena: Chiellini, Florenzi e Verratti. La panchina dell’Italia abbassa il valore della squadra titolare.

Anche il 3412, proposto dagli elvetici per cercare un uomo contro uomo a tutto campo e vincere la partita imponendo supremazia negli scontri individuali, non ha sortito effetto. L’Italia ha perfezionato l’uscita da dietro. E con lucidità, per tutto l’arco della partita, ha trovato sempre esiziali uno contro uno a campo aperto degli attaccanti italici contro i difensori svizzeri. E come contro la Turchia, Berardi salta il rispettivo marcatore e stavolta a metterla dentro è la felice sorpresa in ascesa professionale Manuel Locatelli.

3. Manuel Locatelli

Man of the match: Manuel Locatelli. Ragazzo di belle speranza della cantera milanista, sbolognato dai rossoneri dopo non aver confermato le iniziali e strabilianti premesse. Il che racconta tutto della poca lungimiranza da cui è afflitto questo Paese.

De Zerbi, allenatore ideologico ma preparato ed espatriato addirittura in Ucraina per non abdicare al suo credo calcistico, ha trasformato il demoralizzato Locatelli in un perfetto centrocampista box to box. Abbina la mezz’ala sassolese regia e supporto alla manovra. Sembra Hamsik benché manchi dei gol dello slovacco; reti che però ora pare stia iniziando a siglare a partire dalla sua esperienza in Nazionale, alla quale ha già donato una doppietta.

Infatti anche il secondo gol dell’Italia ha la firma di Locatelli, che trafigge il portiere svizzero con un tiro preciso da fuori. La passiva difesa svizzera, onde evitare imbucate alle spalle, ha progressivamente accomodato il baricentro della linea a 5 sulla linea dell’area di rigore, lasciando spazio ai frombolieri azzurri. Oltre a Locatelli, anche Ciro Immobile ha così avuto il tempo di prendere la mira e segnare il terzo e ultimo gol della vittoria italiana ai danni della Svizzera.

4. Quali prospettive?

Mancini si è concesso anche un cambio modulo sul risultato di due a zero per l’Italia. E’ passato ad un 352 per fronteggiare una Svizzera che nonostante le difficoltà, in contropiede, era riuscita nel secondo tempo ad impegnare, seppur per una sola volta, severamente Donnarumma. All’interno di questo nuovo schieramento ha ancora di più impressionanto lo spirito e la verve di Di Lorenzo, che pur mancando della tecnica di Florenzi rappresenta puntuale sbocco per la manovra.

Se l’Italia dovesse trovare anche flessibilità tattica entro principi di gioco ormai collaudati, allora la prospettiva potrebbe risultare interessante, al netto di ciò che i campioni di cui le altre nazionali sono dotate intendono lasciare all’Italia stessa. Al momento l’unico modo con cui si può realmente mettere in difficoltà la squadra del Mancio sono le ripartenze profonde alle spalle dei terzini. Il prossimo avversario, mediocre, il Galles da questo punto di vista rappresenta ottimo test.

I gallesi vantano decatleti sulla delantera del valore di Bale, Ramsey e James. Propongono una difesa altrettanto bassa come quella turca e svizzera ma molto più dedita alla battaglia. Gioca, il Galles, alla britannica e cioè con una certa qual risolutezza nel vivere dentro la propria area di rigore e nell’accettare di giocare soltanto su contrasti e seconde palle.

Infine, la sfida con il Galles è nel frattempo divenuta utile per il primato del girone. L’Italia ha due risultati su tre. E perchè no, anche la volontà di migliorare le statistiche che la riguardino: 29 partite da imbattuta e sette clean-sheet consecutivi per Donnarumma. Numeri che obiettivamente sembrano non poter spaventare soltanto la Francia di Deschamps.

Massimo Scotto di Santolo

Zeman al Corriere del Ticino: “Eriksen mi ha ricordato Morosini. Tifo Italia”

Zeman ha rilasciato una lunga intervista al Corriere Del Ticino ai microfoni di Massimo Solari, che ringraziamo insieme a Marcello Pellizari che ci ha concesso l’esclusiva per la pubblicazione integrale in Italia.


Zeman al Corriere Del Ticino, articolo di Massimo Solari.

All’Olimpico, per l’esordio dell’Italia, c’era anche lui. Simbolo del calcio romano, sia biancoceleste, sia giallorosso, Zdenek Zeman si gode gli Europei a casa. E, al solito, lo fa con sguardo attento e parole taglienti. Lo abbiamo intervistato in vistadellapartitissima contro la Svizzera.


Mister, partiamo da quanto ac- caduto sabato sera a Christian Eriksen. Lei, nel 2012, ha purtroppo vissuto in prima persona la tragedia che ha colpito Piermario Morosini. Morto durante un match tra il Pescara, che guidava ai tempi, e il Livorno. Come ha vissuto i terribili momenti di Copenaghen?


«Con grande apprensione. Di colpo le immagini della morte di Morosini sono tornate vivide, nella mia mente, in tut- ta la loro drammaticità. La dinamica mi è parsa molto simile. Di qui la grande preoccu-pazione verso il giocatore danese»


Venerdì sera ha invece assistito alla partenza esaltante degli Azzurri. Che idea si è fatto della selezionedi Roberto Mancini, che ha passeggiato sulla Turchia?

«In realtà l’Italia non mi è piaciuta affatto nel primo tempo. Mi è sembrata un po’ in difficoltà, soprattutto con certi movimenti. Dopo la sfortunata autorete di Demiral, la squadra si è invece sbloccata. E ha dimostrato quanto sta bene e in che misura il suo calcio è efficace e pericoloso»

La Svizzera, insomma, è avvisata. Come vede lo scontro con i rossocrociati?

«Beh, l’Italia parte favorita. A maggior ragione, e lo ripeto, considerando che si è espressa su buoni livelli per soli 45
minuti. Dirò di più: Chiellini e compagni sono, a mio avvi so, i principali candidati per la vittoria dell’Europeo.

Sarà quindi una partita a senso unico?

«No, non credo. La nazionale elvetica non è un avversario semplice da affrontare. Anzi. Per spuntarla di nuovo, gli Azzurri dovranno progredire ulteriormente. Ne hanno comunque i mezzi e, alla fine, credo che a esultare saranno loro».

Facciamo un passo indietro, a Galles-Svizzeradi sabato pomeriggio. Ha osservato pure questo match? E, in caso affermativo, che idea si è fatto degli elvetici?


«A me i rossocrociati non sono dispiaciuti. Ho visto una prestazione interessante, al netto del risultato finale che non ha premiato la compagine di Vladimir Petkovic. Ricordo che quando allenavo il Lugano, nel 2015-16, Breel Embolo mi aveva già impressionato positivamente. A Baku ho visto un giocatore maturato e, va da sé, migliorato».

Pareggiare contro il Galles è però stato un risultato negativo. Prova convincente o meno, alla Nazionale servivano i tre pun- ti…


«Ma non cambio idea sul po- tenziale della squadra. Soprattutto sul piano difensivo, non ha punti deboli. In attacco, per contro, manca qualcosa. Banalmente, un vero attaccante.È anche vero che Mario Gavranovic, in cinque minuti, ha praticamente segnato un gol e mezzo».


E della scelta, sull’1-0, di cambiare un uomo offensivo per un centrocampista cosa ha pensato lo spregiudicato Zdenek Zeman?


«Preferirei fare un discorso più ampio, sulle prime par- tite nei grandi tornei. Da un punto di vista tattico, noto infatti delle difficoltà a maturare subito. E così si finisce altresì per accontentarsi dei pa- reggi. Il segreto, in tal senso, è riuscire a cambiare mentalità in corso d’opera. Scendendo in campo per vincere».

A trascinare l’Italia, oggi, ci sono Verratti, Immobile, Insigne e Florenzi. Tutti giocatori che ha in qualche modo lanciato tra Pescara e Roma. Prova un pizzico d’orgoglio?


«Purtroppo Florenzi si è infortunato. Mentre, sì, Insigne e Immobile hanno fatto il percorso che si meritavano: sono due ottimi calciatori. Verratti, invece, merita un discorso a parte. Parliamo infatti di un giocatore superiore a tutti gli altri. Per tecnica e visione di gioco. È il migliore per distacco. Vedere dove sono arrivati, ad ogni modo, è fonte di grande soddisfazione».


Cosa dovrà fare la Svizzera per sorprendere un’Italia che sem- bra imbattibile?

«Non posso dirvelo, perché ti- fo Italia (ride, ndr). Scherzi a parte, trovo che Vladimir Petkovic sia un tecnico molto preparato. E sono certo che ha le conoscenze e competenze per impostare la sfida nel migliore dei modi».


A proposito di «Vlado». Entrambi avete scritto la storia sportiva della capitale. E per questo siete amati dalla piazza, o quantomeno da una parte di essa. Al ct della Nazionale farà bene rimettere piede all’Olimpico?

«Sicuramente. Ed è normale che i tifosi laziali gli siano risconoscenti. Con i biancocelesti ha fatto molto bene, lasciando di riflesso un ottimo ricordo di sé».

Gli stadi, intanto, sono tornati a riempirsi. Come vive, Zeman, questo ritorno all’essenza del calcio?


«In uno stadio come l’Olimpico – conclude Zeman al Corriere Del Ticino – 15.000 spettatori sparsi non sono il massimo. Detto ciò, il loro entusiasmo ha fatto e farà sicuramente bene all’Italia. Ho visto una squadra rinfrancata dall’affetto del pubblico. Un fattore, inutile negarlo, che avvantaggia gli Azzurri rispetto ad esempio alla Svizzera. Ecco perché la formula itinerante di questo torneo, con lunghe trasferte e viaggi solo per alcune squadre, non mi va tanto a genio».

Turchia – Italia 0-3: dov’è la vittoria?

L’Italia del Mancio, all’esordio casalingo in questo Europeo itinerante e già passato alla storia perchè macchiato dal covid-19, ha offerto gol e spettacolo.

1. Notti magiche?

La Turchia dell’allenatore leggenda Gunes, che portò i turchi fino alla semifinale mondiale nel 2002, è apparsa fin troppo difensivista e rinunciataria. Il muro eretto è durato 45′, complice una Italia tesa ed imprecisa. Poi il goffo autogol dello juventino Demiral ha dissolto in polvere di stelle pressioni e paure. L’Italia così ha dilagato.

E per molti italiani che ancora stoicamente serbano spirito patriottico, la notte di Roma in un Olimpico di nuovo popolato dal tifo è sembrata come una di quelle notti magiche e tipicamente romane: così nere da sporcare le lenzuola oppure da passare in centomila in uno stadio!

– Doveroso il piccolo omaggio ad un poeta bolognese e alle sue sere dei miracoli dal momento che la Virtus Bologna ha schiantato ieri sera, nella finale scudetto del campionato di basket, l’Armani Milano per 4 vittorie a 0, benché i virtussini non siano ben accetti nella Superlega del Basket mentre i modaioli milanesi sì -.

Ma come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, le stelle erano sparite non solo perché concentrate in campo ma anche perché una cortina di fumo denso e tossico ha oscurato la bellezza del gioco della Nazionale di Mancini e dei coraggiosi calciatori azzurri tra principianti in erba e ottimi calciatori in cerca di consacrazione.

2. Riflessioni amare ottenebrano sulla Nazionale

Fa piacere, infatti, che l’Italia tutta si sia accorta ora, dopo 3 anni, del fatto che Mancini abbia mutuato il gioco di Sarri, due degli innumerevoli registi di cui godeva in quel Napoli Maurizio – Jorginho e Insigne (sì quelli che con Ventura e Conte non dovevano vedere campo) – e abbia fatto bingo.

Tuttavia, è proprio questo che infastidisce della Nazionale Italiana, cioè che al momento stia difendendo ed esaltando un movimento, tra scandali arbitrali e presidenti protervi, marcio fino al midollo.

Tale marciume è calcisticamente ben rappresentato dall’ipocrisia di Mancini, il quale qualche anno fa chiedeva la radiazione di Sarri per un insulto omofobo e ora invece ne copia principi e strategie. Chi si accoderebbe al credo di un omofobo se fosse dotato di dignità e orgoglio?

Fa però sempre ribrezzo veder da chi è onerato del racconto di questa Nazionale non riconoscere ad un pionere (Sarri) la sua lungimiranza. Come se l’Olanda negasse che il suo calcio sia nato dal duopolio: Happle e Michels. Come se il Barcellona negasse all’impronta immaginifica di Cruijff il merito dell’ascesa del club in ambito europeo. E la timidezza con cui durante il post partita Sky un decano del giornalismo italiano, Paolo Condò, pavidamente annuisce al corretto paragone che Piccinini compie tra la coppia Spinazzola-Insigne e Ghoulam-Insigne è oleograficamente riassuntivo di quanto si sta dicendo.

3. La damnatio memoriae di Zemanlandia

Altrettanto raccapricciante, per altri motivi stavolta, è la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto Zeman, il quale ha fornito alla nazionale italiana terzino destro, mezz’ala, trequartista e punta centrale: Florenzi, Verratti, Insigne e Immobile.

In un’altra Nazione sarebbe celebrato come che ne so… Ragnick, eminenza grigia del calcio tedesco, padre spirituale della Germania pallonara contemporanea. E invece niente, nulla! Tutto ciò per colpa di una testimonianza in Tribunale contro dei cialtroni che ancora rovinano il pallone.

4. La Federazione spieghi

La Federazione può spiegare esattamente quali valori questa Nazionale del Mancio segue? L’irriconoscenza tecnica e professionale nei confronti di chi non si è piegato, a differenza di Vialli e Mancini, alle logiche del Potere calcistico? Oppure la salute di un movimento che al momento Report sta picconando in tutte le sue contraddizioni?

E sul rigore non fischiato agli azzurri per il braccio largo di Celik, chi non ha pensato a tutti i tifosi italiani che domenicalmente subiscono torti arbitrali del genere e poi nel post partita devono anche sentirsi la nenia sul regolamento o la predica sulla cultura dell’alibi.

L’Italia farà bene, molto bene, perché gioca un gran calcio nato altrove, molto lontano da Coverciano… sarà divertente infine sentire, laddove non dovesse vincere l’Europeo, i processi sul bel giuoco che alla resa dei conti non paga.

Stavolta non ci saranno, perché l’alibi ad hoc è già stato creato: ci sono Nazionali più forti! Perché questa legittima giustificazione fu derubricata a sindrome del perdente per Sarri e Zeman?

Caressa giura che “siamo una macchina da guerra”… dopo 5 anni di assenza dell’Italia da una competizione per Nazioni e dopo 11 anni di astinenza dei club italiani da una vittoria in campo internazionale, mi verrebbe da concludere: Quante certezze, Fabio, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo!

Massimo Scotto di Santolo

Zeman a Cittaceleste: “Mourinho e Sarri lavoratori, faranno bene” (VIDEO)

Zdenek Zeman ha parlato a Cittaceleste. Ha detto la sua su Mourinho, Sarri e Inzaghi sulle loro nuove avventure con Roma, Lazio e Inter

Il video dell’intervista di Zeman

Zeman a Cittaceleste si è soffermato sulle nuove avventure di Sarri alla Lazio, Mourinho alla Roma e di Simone Inzaghi all’Inter. Del toscano, ribadendo la stima, dice che sicuramente porterà bel gioco, poi per i risultati bisognerà vedere. Su Mourinho è sicuro che porterà il salto qualità per battere le grandi, cosa che è mancata alla Roma di Fonseca. Per Simone Inzaghi la sfida più ardua, subentrare ad Antonio Conte non è cosa facile. Per il prossimo campionato vede sette squadre che si daranno battaglia e sarà tutto da vedere.

SALVIO IMPARATO

Zeman a Romatube.it: “Oggi allena chi non fa risultati” (AUDIO)

Zeman ha parlato ai microfoni di Romatube.it. Si è concesso ad una lunga intervista in cui ha parlato della sua volontà di allenare ancora.

L’intervista audio integrale di Zeman a Romatube.it

Mister parliamo della sua doppia esperienza alla Roma. Prima con Sensi e poi con Pallotta. Lei nel ’97/’98 e nel ’98/’99 conquistò un 4° e un 5° posto portando la squadra in Coppa UEFA. Che ricordo ha della Roma di Sensi? 

Un buon ricordo – confessa Zeman a Romatube.it – a parte che chi allena la Roma deve avere sempre un buon ricordo, vista la passione della gente che ci ha accompagnato. E’ normale che si voleva fare meglio, ma io penso che in quelle condizioni specialmente nel ’98 dove alla fine ci sono mancati 21 punti per colpe non nostre, è stato un buon viaggio.

Nell’estate 2012 dopo 13 anni dalla prima volta lei torna alla Roma, stavolta non più di Sensi ma di Pallotta, quindi la Roma americana. Che differenza ha notato rispetto alla Roma dei Sensi? 

La differenza è che io con Sensi ci potevo parlare ogni giorno e con Pallotta mai, penso che anche la squadra era troppo lontana dal presidente, però il calcio si è giocato, i giornalisti hanno detto che giocavamo il miglior calcio, abbiamo fatto molto bene con il Milan, molto bene con la Fiorentina, poi purtroppo è successo qualcosa, io sono stato allontanato più per problemi di disciplina della squadra.

In quella stagione lei conduce la Roma alla finale di Coppa Italia  contro la Lazio, che sappiamo come è andata a finire, dopo aver battuto Atalanta, Fiorentina e Inter. Lei però viene esonerato a febbraio dopo una sconfitta interna con il Cagliari. Se lei fosse stato in panchina in quella famosa finale, che avrebbe tra l’altro meritato di disputare, crede sarebbe finita diversamente anche la sua avventura con la Roma?

Non si può dire mai niente, è normale che uno che gioca la finale la vorrebbe vincere però le partite sono da giocare e bisogna vedere chi in quel caso fa meglio.

Lei ha sempre valorizzato moltissimo i giovani, anche in quell’epoca lanciò Marquinhos e Lamela che poi a fine stagioni furono venduti per circa 60 milioni di euro al PSG e al Tottenham. Ma perché si è sempre detto che Zeman non ama lavorare con i campioni? 

Non è vero, io ho lavorato con tanti campioni, vedi Cafu, vedi Aldair, gente che ha vinto i mondiali. Per me è importante che il giocatore, a prescindere dall’età, ha voglia di migliorarsi e ha voglia di partecipare.

Sempre nella Roma americana purtroppo si riscontrò un problema tecnico-tattico e comportamentale con un simbolo di Roma che era Daniele De Rossi. Perché non ha funzionato tra di voi, mister?

Io penso che lui in quel periodo avesse dei problemi, non io… Certamente lui ha giocato e ha giocato anche tante partite con media voto 4,5 e non era lui. Poi forse il discorso era anche di ruolo, che per me era un centrocampista e lui voleva fare il regista. E non lo ha fatto nemmeno prima perché c’era Pizarro che lo faceva. Per me aveva problemi suoi fuori dal campo.

Adesso che è nel giro della nazionale nello staff tecnico, come lo vede De Rossi, può essere un buon allenatore?

Bisogna vedere, quando lo prenderà una squadra bisogna vedere che cosa farà.

In un’intervista lei rispose a una domanda sui 5 migliori giocatori italiani di sempre e disse TOTTI, TOTTI, TOTTI, TOTTI, TOTTI. C’è sempre stata grande sintonia e grande feeling tra di voi, tra l’altro lei lo ha fatto capitano a 22 anni. Che giocatore è stato per lei Francesco Totti, mister? 

Era un giocatore, un giocatore vero! Per me i 3 fuoriclasse che ci sono in Italia sono uno Gianni Rivera, uno Roberto Baggio e uno Francesco Totti. Gli altri sono pure bravissimi giocatori ma non arrivano alla loro capacità.

Ad oggi nel panorama calcistico italiano vede qualcuno che somiglia a Francesco Totti? 

No, per me non ce n’è.

Mister, grazie al suo calcio spettacolare e offensivo sono usciti tantissimi calciatori, oltre a Totti. Ne cito qualcuno a memoria, Signori, Baiano, Shalimov, Di Biagio, Rambaudi, Delvecchio fino agli ultimi nomi che sono Verratti, Insigne e Immobile.  Oggi lei si rivede un pochino nel calcio spettacolare dell’Atalanta di Gasperini ?

Si, anche se loro la mettono  un po’ più sul fisico e noi la mettevamo più sulle combinazioni e sulle giocate, però sicuramente l’Atalanta sta facendo da due anni grandissimi campionati e meritatamente va in Champions.

Una volta gli allenatori restavano circa 2 o 3 anni in un club, seguendo un progetto. Oggi invece non è più così, vengono esonerati addirittura dopo pochi mesi. Che cosa è cambiato mister? 

E’ cambiato che prima si facevano le scelte migliori, nel senso che se uno sceglie un allenatore sa quello che si può aspettare da lui e sa che cosa vuole da lui. Oggi penso che si prenda il primo libero sul mercato e si vada avanti non conoscendo le sue capacità.

Forse si è un po’ troppo figli dei risultati oggi?

No…perchè chi non ha fatto risultati allena…

Una volta le squadre venivano allestite da presidenti, direttori sportivi e allenatori. Oggi è tutto in mano alla figura dei procuratori. Lei che idea si è fatto a riguardo, mister? 

Ripeto, prima si facevano le trattative tra presidenti e oggi non esiste più. Si deve parlare con i procuratori che giustamente cercano di portare i giocatori propri. E quindi ogni tanto ci si sbaglia.

Torniamo alla Serie A. Dopo 9 anni la Juve perde lo scudetto a beneficio dell’Inter di Conte. Lei crede sia stato solo un episodio oppure c’è veramente spazio per altre realtà del campionato? 

Io sono sempre convinto che la Juve aveva la rosa più forte del campionato, dopo non sono riusciti a esprimersi al meglio. Conte ha lavorato tanto bene con l’Inter per lavoro e per mentalità che ha dato a quella squadra.

Paulo Fonseca lascia la Roma dopo 2 anni, dove il massimo che ha ottenuto è stata la semifinale recente di Europa League persa contro lo United. A prescindere dal folle secondo tempo dell’Old Trafford, mister, lei crede che la Roma fosse attrezzata  per arrivare in finale e magari anche vincerla, visto come poi l’ha vinta il Villareal? 

Penso che la Roma ha avuto una buona squadra e ha fatto pure dei risultati, purtroppo in campionato non è riuscita a fare punti con le squadre che stavano davanti che erano importanti per la classifica.

Che cosa non ha funzionato secondo lei nel biennio di gestione di Paulo Fonseca alla Roma ?

Penso la continuità dei risultati, la continuità del gioco.  E’ vero che anche la Roma ha avuto tanti infortuni che influiscono.

Dal 1° luglio sulla panchina giallorossa arriva José Mourinho, che negli ultimi anni ha vinto pochissimo. Lei crede sia l’uomo giusto per la Roma? 

Anche questo bisogna valutarlo dopo. Penso che Mourinho ha risvegliato la gente, il popolo e tutti si fidano di lui. Spero che riuscirà a dare di nuovo entusiasmo a una piazza che da tempo non ne ha.

Lei crede che i Friedkin metteranno a disposizione di Mourinho dei giocatori per far competere la Roma al vertice? 

Io penso che tutte le società siano in difficoltà – dice Zeman a Romatube.it – con debiti più o meno grandi e quindi bisogna valutare cosa vogliano fare. Io penso che Mourinho ha la personalità per poter influenzare il mercato.

Su chi avrebbe puntato lei se fosse stato il presidente della Roma? 

Io non sono presidente quindi non posso.

La vedremo ancora in panchina o ha chiuso, mister? 

Io ho voglia di fare ancora qualche cosa, purtroppo sono gli altri che non ne hanno.

Per quanto riguarda gli Europei, come vede la nazionale di Mancini ? E poi una domanda su Belotti, possibile acquisto della Roma. 

Io penso che Mancini da quando ha preso la nazionale sta facendo bene sia per il gioco che per i risultati, non so se può essere una favorita tra le prime, speriamo che ci riesca.

E Belotti alla Roma può essere un acquisto azzeccato?

Belotti sicuramente è un centravanti da gol, un lottatore. Speriamo – afferma Zeman a Romatube.it – faccia una stagione migliore di questa dove non aveva la squadra a disposizione.

Ultima cosa sempre per quanto riguarda gli Europei. Su chi punterebbe lei, un giocatore, un nome da fare per il calciomercato?     

Penso che agli Europei si vedranno giocatori bravi, bravissimi e  sorprese. Quindi le sorprese non le posso sapere perché saranno sorprese… Conclude Zeman a Romatube.it

Zeman a Radio Goal: “In Italia non si allena la soglia della fatica” (VIDEO)

Zdenek Zeman a Radio Goal, ha detto la sua opinione su Spalletti e sul calcio italiano. Nell’articolo l’intervista integrale al Maestro Boemo.

Diego De Luca intervista Zeman a Radio Goal

Intervista integrale di Zeman a Radio Goal

CALCIO INGLESE VS CALCIO ITALIANO

“Il campionato Inglese – ammette Zeman a Radio Goal – è sicuramente di altro livello. La mentalità in Premier è che ci sia allena meno ma con grande intensità, cosa che in Italia è veramente difficile. Qua si pensa che se il calciatore si allena tanto, si stanca. Ma se non si arriva alla soglia dello sforzo si rimane piatti. E’ vero che hanno molti soldi in più ma hanno anche qualche debito. Dove ci sono gli arabi e i russi vanno bene, ma si vince con le scelte dei giocatori. In Italia le squadre le fanno presidenti e procuratori e così è difficile proporre il proprio calcio. In Inghilterra invece gli allenatori possono anche fare anche i manager e con i soldi scegliersi i giocatori adatti alla propria idea di gioco.”

NAPOLI FUORI DALLA CHAMPIONS

“Purtroppo il Napoli è uscito dalla Champions per motivi legati lla motivazioni. Osimhen ha allungato la squadra giocando in profondita senza possesso sterile. Penso sia una squadra buona, anche se sono mancati tanto Osimhen e Koulibaly. “

ZEMAN SU SPALLETTI

Spalletti come allenatore non si discute. Le sue squadre giocano bene ma bisogna vedere se riesce ad inserirsi nell’ambiente napoletano perchè a Roma e all’Inter ha avuto qualche problema. Spalletti cerca di produrre il suo gioco con una idea ben visibile. Vuole una squadra con la sua idea di gioco chiara e rispecchi i suoi concetti di calcio. Avrei voluto dare molto al Napoli. In città c’è gente che non mangia pur di vedere la partita. Non avevo una squadra per retrocedere, quello è sicuro. Avrei voluto dare molto di più ma c’erano tanti problemi societari”.

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

Zeman al Lorusso: “Con virus difficile allenare e vedere bel calcio” (VIDEO)

zeman-al-lorusso

Zdenek Zeman al Lorusso, per seguire l’incontro del Lavello, allenato dal figlio Karel, contro il Fasano. Il Boemo ha rilasciato una breve intervista al collega di Tg7 Basilicata.

“Mi aspettavo un girone difficile per il lavello di mio figlio – racconta Zeman al Lorusso – il Taranto, il Picerno e il Casarano sono squadre abituate a giocare anche in categorie superiori”

Che giudizio da a suo figlio e alla dirigenza del Lavello”

“Avevo promesso a mio figlio di venire a vederlo dal vivo, purtroppo volevo anche prima, ma il virus non l’ha permesso. Come giudizio credo che guidando una neopromossa Karel sta facendo bene. Essendo una categorie diversa rispetto all’anno scorso, bisogna capire le intenzioni dirigenziali nel migliorare l’organico”

Ci sono tantissimi tifosi e tante piazze vorrebbero riabbracciarla. E’ una testimonianza che il suo calcio non passa mai di moda. Bolle qualcosa in pentola?

“E’ normale che sono contento che si parli ancora bene di me. Purtroppo oggi fare calcio è ancora più difficile per il virus. Finché non se ne va ci saranno sempre problemi nell’allenare e vedere calcio”.

Zdenek Zeman con Franco Altamura

In compagnia di Zeman al Lorusso c’era anche Franco Altamura, lo storico Team Manager del Foggia di Zemanlandia. Intanto proseguono le petizioni per riportarlo a Foggia e Pescara, mentre quella fatta dai tifosi della Spal è un’affascinante novità. L’effetto Zeman si è visto anche sugli spalti del Lorusso dove vari fan e tifosi si sono soffermati per chiacchierare con il Boemo e scattare qualche selfie.

Zdenek Zeman in posa per delle foto con i tifosi

Per i tifosi che vorrebbero rivedere il calcio di Zeman quindi, non ci sarà solo da sperare che una società vogli ripuntare sul 4-3-3 storico delMaestro, ma che sparisca presto il coronavirus. Inutile dire che speriamo sparisca presto specialmente per tutti i gravi problemi che ha creato nel mondo.

SALVIO IMPARATO