Inchiesta Roma, De Rossi: “Vi faccio arrivare decimi”

Questa, che chiameremo Inchiesta Roma, dimostra il caos e il peso che ha sempre rappresentato De Rossi nella Roma e quanto Zeman avesse ragione nella stagione 2012-2013. L’Inchiesta Roma portata avanti da Repubblica svela dettagli inquietanti sulla Roma e chiarisce i motivi del turbolento addio tra De Rossi e la Roma. Dall’inchiesta emerge anche la volontà, insieme ad altri senatori, di far fuori Totti.

INCHIESTA ROMA, DOCUMENTI E PROTAGONISTI

Nel documento, datato 16 dicembre 2018, un uomo di fiducia di James Pallotta racconta al suo presidente di come lo spogliatoio o almeno parte di esso chieda alla proprietà di far cadere tre teste: quella dell’allenatore Eusebio Di Francesco, quella del direttore sportivo Monchi, e quella dell’ottavo Re di Roma, Francesco Totti.

Si citano, come fonti, i senatori Edin Dzeko, Kostas Manolas, Alexander Kolarov e Daniele De Rossi. Dall’inchiesta, Repubblica ha avuto accesso a fonti dirette e carteggi interni alla società, emerge uno spaccato inquietante che getta una nuova luce sui rapporti tra i due capitani e, soprattutto, documenta un grumo di ricatti e trame di spogliatoio che dice molto non solo della Roma e di Roma, ma anche del doppiofondo del calcio professionistico. 

E’ una storia che comincia a metà agosto del 2018. L’estate è gonfia di attese. I conti della società sono a posto. Il fatturato ha toccato i 250 milioni di euro, patrimonio dei calciatori a libro supera i 200 milioni che di fatto raddoppiavano a valore di mercato. Sono stati rispeati i paletti del fair play finanziario.

L’IRA E LA MINACCIA DI DE ROSSI

Sono state fatte cessioni dolorose: Alisson, Nainggolan, ma l’ultimo acquisto fatto, il campione del mondo Nzonzi viene accolto come un grande colpo. Non la pensa così De Rossi che ritiene quell’acquisto un avviso di sfratto e, come raccontano tre diverse fonti, chiede, anche attraverso il suo agente, la rescissione del contratto. Daniele in un momento di collera, avvisa la dirigenza: “Se non risolviamo  la cosa vi faccio arrivare decimi”. Lo strappo viene ricucito. Ma quello scricchiolio è il prologo di quanto accadrà nell’arco di soli quattro mesi. 

IL TESTIMONE ED LIPPIE

La mattina del 16 dicembre Ed Lippie, preparatore atletico e uomo di massima fiducia di Jim Pallotta, che ha appena lasciato dopo tre anni la Roma per tornare a Boston, si sistema di fronte al suo pc. Ha delle cose importanti da scrivere, che il suo presidente deve sapere. Lippie spiega a Pallotta di avere ancora occhi e orecchie dentro Trigoria. Le sue fonti — scrive — lo informano regolarmente con messaggi e telefonate. E quello che raccontano è sorprendente. Spiega che i quattro “senatori”, che cita — De Rossi, Kolarov, Dzeko e Manolas — ritengono il gioco di Di Francesco dissennato, dispendioso sul piano della corsa ma misero su quello della tattica.

Lamentano l’indebolimento della squadra. Il tecnico – dicono da Roma – è in preda alla nevrosi dovuta al rammarico di aver accettato da Monchi un mercato inadatto al suo 4-3-3. Circondato da uno staff non all’altezza, vittima della sua stessa presunzione di riuscire ad “adattare” calciatori non compatibili col suo gioco.

Lippie scrive che Monchi a Trigoria è visto come il fumo negli occhi. Lo vivono come un narcisista che ha riempito la squadra di giocatori per i quali vincere o perdere è la stessa cosa. Se le fonti dell’ex preparatore dicono il vero la squadra soffre la presenza di Totti nel suo nuovo ruolo di dirigente. Le percezioni negative che trasmette allo spogliatoio. E’ mal tollerato — così scrive Lippie — da coloro a cui ha consegnato il testimone e che pubblicamente non smettono di celebrarlo.

Le fonti di Lippie chiedono che l’ex “Capitano” venga allontanato da Trigoria se necessario cacciando Di Francesco cui Totti è legatissimo. E sostituendolo con qualcuno che lo tenga lontano. Monchi, Totti e l’intera struttura societaria, a partire dall’allora dg Mauro Baldissoni e dal media strategist Guido Fienga, vengono informati della mail.Monchi rassegna le dimissioni (che vengono respinte). Per Totti quel racconto è una ferita profonda. Occorre mettere mano dentro lo spogliatoio – dice alla società – e bisogna cominciare proprio dal medico e dal fisioterapista; le cose non potranno che andare peggio. In quel momento, però, la Roma si deve ancora giocare tutti i traguardi di stagione e Monchi e Di Francesco sconsigliano di aprire una crisi che terremoterebbe la squadra. 

LA PEZZA

 Si sceglie la via di sempre: metterci una pezza. E rimandare il redde rationem con senatori e whistleblowers. La società chiede a Monchi un piano b. La possibilità, se la situazione sportiva dovesse precipitare, di immaginare un nuovo allenatore. Monchi il piano b non lo ha. Anzi, rilancia: «Se va via Di Francesco vado via anch’io». Pallotta e i suoi soci fanno la sola cosa nella loro disponibilità. Ridistribuiscono le deleghe e nominano ceo Guido Fienga un uomo con una lunga esperienza in finanza. A Baldissoni va la vice presidenza, per portare a casa il progetto vitale per la crescita del club: il nuovo stadio.

LA CRISI, LA SQUADRA ENTRA NEL TUNNEL

La squadra intanto entra in un tunnel da cui non uscirà più. Subisce una rimontato con l’Atalanta, l’umiliazione dell’ennesimo 7-1, in Coppa Italia a Firenze, e perde male il derby. Di Francesco chiede alla società di essere mandato via se questo può risolvere quel conflitto sordo con lo spogliatoio che ormai è un segreto di Pulcinella. Ma gli ottavi di Champions sono vicini: la doppia sfida col Porto è l’ultima chiamata.

ESONERO DI FRANCESCO

Dopo il ko di Champions vengono accompagnati alla porta, insieme a Di Francesco e Monchi anche Del Vescovo e Stefanini. Nessuno fuori da Trigoria si chiede il perché, ci si accontenta della versione ufficiale, quella che li vuole responsabili dei troppi infortuni. Lo spogliatoio il perché lo conosce. E prende le difese di Stefanini, cui De Rossi è legatissimo (è una delle tre persone che il capitano citerà nella sua lettera di addio). I senatori si convincono che la pulizia abbia un mandante, Francesco Totti. E tra lui e De Rossi scende un gelo che durerà fino alla fine. Fino a quell’ultimo fotogramma di domenica 26, con Totti sotto l’ombrello, le mani in tasca e una faccia che è una maschera di amarezza per quella festa triste di cui conosce il non detto.

ADDIO DE ROSSI

I modi e i tempi dell’infelice addio tra De Rossi e la Roma si comprendono ora meglio. E si comprende ora meglio anche per quale motivo ci siano versioni opposte su chi abbia mancato di rispetto a chi. De Rossi lamenta che la società non abbia nemmeno voluto discutere di un rinnovo “a gettone”; la società sostiene che sia stato Daniele ad aver cambiato idea all’ultima curva. Quel che conta, ed è più interessante, è come quell’addio turbolento diventi narrazione, senso comune, utile a chi vede in questo psicodramma l’occasione decisiva per sottrarre agli americani il giocattolo. 

(fonte Inchiesta Roma, Repubblica)

Zeman: “Aspetto la chiamata giusta, divertirò ancora”

L’occasione è una cena di compleanno per i 72 anni del Maestro Boemo Zdenek Zeman, che si concede ad un’ampia chiacchierata alla Gazzetta Dello Sport.


L’occasione è festeggiare con qualche giorno di ritardo il compleanno: la carta di identità recita 72, portati alla grandissima. Zeman regala la mitica smorfia con le labbra e rifà i conti: “Io me ne sento 40, non di più”. Quando sei a cena con “Il mister” devi mettere in conto due cose. La prima è essere interrotti continuamente per foto, autografi e strette di mano cui si concede sempre con grande disponibilità. La seconda è che la cena si divide sempre in un primo tempo al coperto, e un secondo (dolce, caffé, amaro) in un tavolino all’aperto, perché la sigaretta chiama. E non fa differenza se è una serata di maggio che pare novembre. “Che faccio? Tiro palline… (traduzione, gioco a golf, ndr) e vedo calcio, anche se mi diverte poco. E aspetto la chiamata giusta. Le tre quattro ricevute quest’anno non lo erano”. 

Come è stata questa stagione vista da fuori?

“Brutta, dice con sincerità Zeman, perché in 50 anni sono stato fermo poche volte. In più non è stato un anno di grande calcio in Italia. Tra le cose positive la Nazionale che sta cambiando mentalità”. 

La lotta scudetto è finita presto.

“Sono otto anni che finisce prima di cominciare”.

Come giudica la stagione di Ronaldo?

“Un po’ peggio di quella di Quagliarella”. 

Mister… 

“È un campione. Ma il salto di qualità della Juve non c’è stato. Senza Ronaldo aveva raggiunto due finali di Champions”. 

Da chi si aspettava di più?

“Forse dal Napoli di Ancelotti, ma aprire un nuovo ciclo non è facile. L’Inter si ritrova a lottare fino all’ultimo come l’anno scorso. Ha costruito poco. Mi aspettavo un calcio migliore”. 

Cosa è successo alla Roma? 

“Troppe cose non hanno funzionato. A partire dalla campagna acquisti, non mirata. Mi è dispiaciuto per Di Francesco ottimo ragazzo e tecnico. Se prendi uno come lui poi devi seguire le sue indicazioni. Ma oggi i tecnici contano poco”.

Dopo Totti la Roma ha salutato anche De Rossi 

“Capisco la delusione dei tifosi, ma cerco di capire anche il club. Un giocatore che ha dato 18 anni alla Roma meriterebbe di decidere lui quando smettere. Ma il calcio di oggi non lo permette. Mi spiace che De Rossi abbia fatto con me la peggior stagione della sua carriera: non so ancora se per colpa mia o sua”. 

Cosa salva del campionato?

“L’Atalanta, che gioca il calcio più europeo di tutte. La Coppa Italia della Lazio, la salvezza di Spal e Bologna. Mihajlovic ha cambiato mentalità alla squadra: con lui ha giocato sempre per vincere”. 

Si aspettava quattro inglesi nelle finali di Coppa?

“Le inglesi hanno mentalità offensiva, giocano per fare un gol in più. E il loro campionato è più bello e divertente. Qui è l’opposto. Si gioca per non prenderle”

In Premier le prime 5 hanno tecnici stranieri: merito loro?

“Il contrario. Gli allenatori si adattano al calcio inglese. Se vediamo una vecchia partita del Barcellona e una oggi del City giocano un calcio diverso. La grandezza di Guardiola, il più bravo di tutti, è adattare la sua filosofia ai tornei in cui va”. 

E Ten Hag con l’Ajax?

“Continua nel tracciato del grande Ajax, dove lanciano talenti. Ha idee e la possibilità di esprimerle. Oggi pochi allenatori hanno idee”. 

Nulla di nuovo in Europa?

“A livello tecnico e tattico no. Ma la conferma che le squadre che vogliono proporre qualcosa, alla fine vanno avanti”. 

Si è riproposta la divisione tra risultatisti e giochisti…

“E lo chiede a me? Un allenatore deve cercare di far divertire la gente. I risultati sono la conseguenza di quello che proponi. Chi gioca bene a lungo andare vince”.

Cosa pensa dell’idea della Superchampions?

“Che questo piano ammazzerebbe i campionati. È una corsa solo ai soldi ma il calcio per me è la passione della gente che può assistere alle partite. Trovo giusta la protesta dei club contrari”. 

Quanto è difficile nell’era dei social entrare nelle teste dei giocatori? 

“È molto più difficile. Ho cominciato che la squadra era una famiglia, si stava insieme, oggi il calcio è uno sport di 11 individui. Ognuno si fa gli interessi propri”. 

Cosa pensa degli staff tecnici così allargati?

“Sono una esagerazione. Un allenatore non deve demandare troppo, ha lui il dovere di sapere tutto ciò che c’è da fare in campo”.

Il suo Lecce è tornato in A , il suo Palermo invece è retrocesso in C…

“Sono contento per la piazza di Lecce che vive di calcio. Sul Palermo ci sarebbe da parlare due giorni”. 

È un suo cruccio non averlo allenato?

“Sì. Sono sempre stato convinto che avrei finito la mia carriera lì dove la cominciai da ragazzo…”.

Aspetta una nuova panchina?

“Passione, voglia e testa sono le stesse. Le mie idee e il mio calcio ancora moderni. Sei anni fa dissi che ero avanti 20 anni: resto in vantaggio di 14”. 

Quando le candeline costano più della torta si cominciano a fare bilanci… Qual è la cosa più importante nella vita? E cosa la spaventa?

“La propria salute e quella di chi hai vicino. E di conseguenza mi spaventa la malattia. Ho vissuto in questi ultimi anni il dramma di mio figlio Andrea che ha affrontato con coraggio una grave malattia. In quel momento in cui hai paura che il corso della natura si stia rovesciando, nulla ha più un senso. Ogni certezza si sgretola. È stato uno shock di cui parlo solo ora perché si è risolto abbastanza bene. Ma solo chi ha vissuto qualcosa di simile può capire sensazioni, il vuoto, il male dentro che niente può attenuare finché le cose non tornano al loro posto”. 

Guardando indietro ha rimpianti? Cambierebbe qualcosa? 

“Non potrei farlo anche volendo. Ho commesso errori, confessa Zeman, ma chi non ha mai fatto cose di cui si è pentito? Sciocchezze però rispetto alla vita globale. Ho vissuto la mia come volevo e se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. C’è solo una ferita mai rimarginata, ma non per colpa mia…”. 

Quale?

“Nell’estate del 1968 da Praga venni a Palermo con mia sorella per passare le vacanze con mio zio Čestmír Vycpálek. Scoppiò l’insurrezione politica che portò alla Primavera di Praga. E nella notte fra il 20 e il 21 agosto ci fu l’invasione sovietica. Rimasi in Italia senza poter tornare: per venti anni non ho più rivisto la mia famiglia. Venti anni senza ricordi. Non mi mancano coppe e scudetti, mi mancano quei 20 anni”. 

E cosa chiede al futuro?

“La salute dei miei familiari e altri 20 anni per me. La carriera dipende da chi chiama ma spero ancora di ricevere l’affetto degli sportivi, il riconoscimento per quello che sono riuscito a dare e dire alla gente”.

Serie A, Allegri e la Juventus si dicono addio

Sul sito ufficiale della società bianconera è apparsa una nota che ufficializza l’addio tra il tecnico livornese e la società della famiglia Agnelli. Una notizia che farà rumore in serie A.

Massimiliano Allegri non siederà sulla panchina della Juventus nella prossima stagione 2019/2020.

L’allenatore e il Presidente, Andrea Agnelli, incontreranno insieme i media in occasione della conferenza stampa, che si terrà domani, sabato 18 maggio, alle ore 14 presso la sala conferenze dell’Allianz Stadium

Cavese-Catania, l’arrivo di Zeman (VIDEO)

Era tutto vero, Zdenek Zeman è arrivato sugli spalti ad assistere alla sfida Cavese-Catania insieme al figlio Karel.

Il Boemo Zeman è partito da Roma, insieme al figlio Karel, per sostenere il suo storico collaboratore tecnico Modica e lo storico DS di Zemanlandia Peppino Pavone. L’occasione è la sfida Cavese-Catania. Ecco il video dell’arrivo del Maestro Boemo dalla pagina Cavese Supporters

Ad assistere alla gara di oggi anche il BOEMO Mister ZDENEK ZEMAN.#CAVESESUPPORTERS

Pubblicato da Cavese Supporters su Domenica 28 aprile 2019
Zeman arriva a Cava

SALVIO IMPARATO

Roy: “L’Ajax è come una squadra allenata da Zeman”

L’ex attaccante dell’Ajax e del Foggia di Zeman Brian Roy, ha parlato della sfida degli olandesi contro il colosso Juventus, rivale storica che esaltò il fenomeno zemanlandia.

Ecco l’intervista rilasciata da Roy al portale Tutto Juve

Si può parlare di sfida tra Davide contro Golia?

“In questo momento – dice Roy – possiamo tranquillamente affermare questo. La Juventus è una squadra che non lascia giocare l’avversario, il suo obiettivo è quello di distruggere il gioco altrui e per questo l’Ajax farà fatica ad affrontare questa doppia sfida. Paradossalmente, era meglio affrontare il Real Madrid proprio perché ha lasciato più libertà di manovra e più possesso palla”.

Quindi, era meglio pescare il Barcellona invece che la Juventus?

“No, meglio la Juve del Barcellona (sorride ndr). I bianconeri sono difficili da affrontare, ma c’è un’opportunità da poter sfruttare”

L’opportunità di cui parli è quella di sfruttare la partita d’andata?

“Esatto, l’Ajax dovrà cercare di far bene e di non prendere gol. Dovrà essere al 100%, sarebbe molto importante presentarsi a Torino senza subire marcature”.

L’Ajax è una squadra pazza perché è capace di segnare sei gol così come è altrettanto in grado di subirne altrettanti. E’ una qualità, questa, che potrebbe rivelarsi un pregio ma anche un grosso difetto.

“E’ come una squadra allenata da Zeman (sorride ndr). L’Ajax ha giocatori fortissimi nella propria rosa, da sempre cerca di giocare bene e di imporre il proprio gioco. A mio parere, a guardarla ti diverti davvero tanto”.

Chi dovrà temere, in particolare, la Juventus?

“I giovani dell’Ajax sono molto forti, ci sono ragazzi come De Jong, Tadic e De Ligt che si stanno esprimendo bene in questa stagione. Alcuni di loro li conosco bene perché li ho allenati nel settore giovanile, come Blind, van de Beek, Mazraoui e lo stesso Matthijs. Sono molto contento del percorso e della carriera che stanno seguendo fino ad ora”.

C’è qualcosa che vorresti raccontare di De Ligt?

“Lo conosco da quando aveva quindici anni, così come Blind. De Ligt, all’epoca, era molto timido e non era affatto un gran chiacchierone al contrario di oggi che è diventato un uomo (sorride ndr). Quando ero suo allenatore, mi avevano colpito tre qualità: la cattiveria, la rapidità e la testa con cui anticipava subito l’avversario. Queste, indubbiamente, sono qualità che sta mantenendo anche attualmente”.

De Ligt ha come procuratore Mino Raiola, lo stesso che è stato decisivo per il tuo approdo a Foggia. Visto che lo conosci bene, ti puoi sbilanciare ed affermare che lo porterà alla Juventus?

“Dovete parlarne con lui, non con me. Per me può andare dappertutto e non soltanto alla Juventus. Certo, in bianconero avrebbe bisogno di giocatori come Chiellini e Bonucci che potrebbero fargli da chioccia. Ho bei ricordi con Mino, mi aiutò nel trasferimento a Foggia e ancora adesso, a pensarci, sono stato contento di aver giocato in Puglia. E mangio ancora tanta pasta (sorride ndr)”

Ci sono differenze tra la Juve di oggi e quella degli anni ’90?

“La Juve degli anni ’90 giocava di più la palla, aveva più possesso e c’era molta gioia nell’osservare il loro reparto offensivo che contava giocatori del calibro di Ravanelli e Del Piero. Quella di oggi, invece, è più difensiva ma più efficace. E’ brava a tenere strette le linee, non tutte le squadre ne sono capaci e in questo modo i bianconeri diventano un avversario difficile da attaccare. In conclusione, a mio parere, la squadra guidata da Lippi era più forte anche perché giocava in una Serie A decisamente più competitiva”.

Quanto fa paura CR7 dalle parti di Amsterdam?

“E’ uno dei calciatori più forti al mondo, è alla pari di Messi. Quando è in campo, c’è sempre il timore di prendere gol. La difesa dell’Ajax proverà a difendere il più possibile dagli assalti degli attaccanti bianconeri, ma ci sono giocatori rapidi che possono contrattaccare nell’immediatezza. Spero che non giochi Douglas Costa, non ho mai capito il perché il Bayern Monaco lo abbia mandato via”.

Ma la Juve non è solo CR7, c’è anche una difesa solida che potrebbe scoraggiare i giovani attaccanti olandesi.

“Sì, a mio parere Bonucci e Chiellini compongono la coppia centrale più forte nel calcio europeo”.

Chi vedi come favorite in Champions?

“City e Barcellona sono sullo stesso piano, poi c’è la Juventus. Però i bianconeri dovranno superare per prima l’Ajax, dobbiamo ragionare in questo senso e non dare per scontato nulla (sorride ndr). Spero che ci possa essere un po’ di fortuna per i miei connazionali”.

Alcuni giorni fa, nel corso dell’ultima giornata di campionato, Kean è stato protagonista di uno spiacevole episodio legato al razzismo. Che cosa ne pensi?

“Sì, purtroppo ho sentito questa notizia e ne sono rimasto molto dispiaciuto. Fino a quando la politica non prenderà una decisione definitiva, ci saranno sempre degli episodi di questo genere. E’ assodato ma lo ribadisco: io sto con Kean”

Insigne: “Devo tutto a Zeman, lui e Pavone mi vollero a Foggia”

Ad inizio campionato parlammo, dopo la sconfitta a Genova contro la Samp, di un Napoli ferma ito e demotivato. Lorenzo Insigne, in una lunga chiacchierata con Antonio Giordano del Corriere Dello Sport conferma e si sofferma sul futuro, attacca Higuain e ringrazia il suo maestro Zeman.

“Le pressioni sono maggiori, rispetto ad altri calciatori – confessa Insigne – perché la gente da te si aspetta di più. E a volte le responsabilità costituiscono un energizzante, dunque hanno effetti positivi, ma ci sono anche momenti in cui possoo essere controproducenti e quindi negative. Non siamo macchine, ricordiamocene, un periodo buio è inevitabile”.

Zeman e Pavone

“Zeman? Gli sarò grato per sempre e gli voglio bene. Mi ha lanciato, mi ha costruito, se sono arrivato sin qui è merito suo. Lui e Pavone hanno avuto un ruolo nella mia scelta di Foggia e l’anno successivo stavo per andare al Crotone, mi chiamò il boemo, mi disse guarda che ho firmato con il Pescara: non ebbi dubbi”.


Insigne si immagina con un’altra maglia addosso? 

“Adesso, mentre ne stiamo parlando, e più in generale ora, in questa fase, non ci penso neppure. Però so bene che magari in giro possa esserci qualcuno che mi stimi. Ma non esistono squadre, né interessamenti. Ho il dovere di pensare, senza essere immodesto, che in questi anni con il Napoli abbia già dato qualche dimostrazione di ciò che so fare”.

Raiola per andare via? “Niente di tutto ciò e siete liberi di non crederci. Ma ritengo che Raiola, con Jorge Mendes, sia il più forte in circolazione e che rappresenti un’autorità in materia. Ma non c’è dietrologia. Finché starò qui darò sepre il 110 per cento e qua voglio starci a lungo. So anche che ho ventotto anni e che possa capitare, in carriera, di ritrovarsi dinnnanzi ad un’offerta, come dire? irrinunciabile. Questo sì, può succedere”.

Insigne è felice? 

“Mi scoccia assai arrivare ad un passo dal successo e poi ritrovarmi senza niente tra le mani, che so un trofeo da alzare al cielo. E questo dà fastidio anche ai miei compagni di squadra di questo Napoli che è fortissimo e meriterebbe di regalarsi una soddisfazione”.

Come sta Insigne? 

“Meglio e quasi bene. Ho fatto un differenziato robusto giovedì e un allenamento in gruppo venerdì. Ora resta la rifinitura e poi deciderà Ancelotti. E’ chiaro che il pensiero è all’Arsenal. Mi aspetto di affrontare una squadra che ha talmente tanta qualità da non poter scegliere quale sia il migliore. E poi troveremo ritmo, intensità, organizzazione tattica”.

Sullo scudetto perso a 91 punti?

“Un ferita difficile da suturare, ma bisogna guardare avanti. Ci abbiamo creduto, potevamo farcela e fa male. Come l’eliminazione dal Mondiale a San Siro: sono le sofferenze che mi porto dentro. E’ come se in quegli istanti mi fosse crollato il mondo addosso”.

Sull’Europa League

 “Ci aspettano due gare complicate e poi, dovessimo farcela, la semifinale. Non è semplicissimo, non abbiamo paura. Anzi, è il nostro folle desiderio”.

Higuain

 “Non mi andò giù il suo modo di esultare. La Juventus fu una scelta, libero di prenderla ci mancherebbe, però poi ci siamo incrociati altre volte e mai una volta, mai una dico, che sia venuto a salutarci nello spogliatoio, come pure sarebbe stato naturale fare. Vuol dire, allora, che ce l’aveva anche con noi, con i suoi ex compagni di squadra che lo hanno aiutato a segnar trentasei gol in campionato”.

Ancelotti

“È un onore essere allenato da lui”

Benitez

“Una maturazione ampia, con lui ho scoperto nuovi ruoli”

Sarri

“È il mio ritorno alle origini, il 4-3-3. Gli auguri ogni bene”

Domenica ritrovi Prandelli

“Che felicità quando mi convocò in Nazionale”

Mazzarri

“Mi ha fatto esordire in A. Gli sarò per sempre riconoscente”.

Spalletti: “Icardi senza squadra non vale niente” (VIDEO)

Spalletti-Icardi-Inter

Questo è il vero titolo, il significato delle parole di Spalletti sono totalmente diverse da quelle titolate dai maggiori quotidiani sportivi.

Prima di fare un titolo magari, invece di copiare da altre testate uno sguardino alla conferenza stampa lo darei….

Pubblicato da GruppoZeman.com su Martedì 2 aprile 2019
Le parole di Spalletti dalla pagina Facebook GruppoZeman.com

La battaglia del tecnico sulla disciplina e sul concetto di squadra viene completamente ignorata. La stampa pallonara, ormai sempre più gossipara, si focalizza su temi sempre più distanti dal campo e il nostro calcio ne risente sempre di più. Poco importa se i risultati e i modi di Spalletti fanno storcere il naso ai tifosi, agli stilatori di griglie e ai perbenisti del pallone, la battaglia sui comportamenti va appoggiata e sottolineata.

“Icardi per come lo avete messo voi (riferendosi alla Gazzetta Dello Sport ndr) vale poco. Appeso così come unm maglia ad una cruccia vale poco, la questione è metterla ad asciugare la maglia, dopo aver sudato per la squadra. È con altre 10 maglie a sudare insieme a lui che poi può valere piu di CR7 e Messi insieme!”

Il concetto è chiaro, è l’esaltazione del collettivo in contrapposizione con il singolo. Principio Zemaniano, Sacchiano e di tutto il calcio europeo moderno di cui Guardiola e Klopp ne sono il massimo esempio.

SALVIO IMPARATO

Balzano e l’era Zeman: “Saremmo andati a morire tutti insieme” (VIDEO)

Toccante ricordo dell’insostituibile terzino del primo Pescara di Zeman. Antonio Balzano si racconta a Rete8.

“Fu un’annata fantastica, eravamo talmente uniti che saremmo andati a morire tutti e 22/24. Ultimamente ho rivisto il video della partita di Genova contro la Sampdoria, che ci diede la promozione diretta. Io piangevo già in campo – confessa Balzano – dopo il terzo gol ero crollato dall’emozione, per me era realizzare il sogno dei sogni. È stato toccante vedere Zeman piangere e dedicare la vittoria a Franco Mancini. Abbiamo vissuto momenti bellissimi e quelli tragici ci hanno unito e fortificati”.

L’ULTIMO PESCARA DI ZEMAN

“Per supportare un allenatore come Zeman – dice Balzano – devi avere giocatori con altre e forti motivazioni. Noi nel 2011 eravamo tanti giocatori provenienti dalla C tra cui Insigne. Con il gioco rischioso del mister ci davano per spacciati, invece Zeman dall’inizio disse che con noi sarebbe subito andato in A. Purtroppo l’anno scorso questo non c’è stato, eravamo tanti bravi giocatori ma non tutti adatti al gioco del mister e l’abbiamo pagato”.

CAGLIARI E PESCARA ATTUALE

“Quando sono andato via da Pescara piangevo perché da quando ci misi piede la scelsi come mia città. Ma la chiamata di Zeman a Cagliari era un’ulteriore occasione per me. Lì ho capito che non giochi per una città, ma per una regione intera e hai un elevato carico di responsabilità. Quando si è ripresentata l’occasione di ritornare a Pescara l’ho colta a volo. Ora abbiamo raggiunto la salvezza certa e dobbiamo giocare con più coraggio per conquistare la promozione. Mi dispiace che il pubblico non viene allo stadio, ne abbiamo bisogno e non parlo della curva nord che ci sostiene sempre , ma di tutta la città”.

SALVIO IMPARATO

Coulibaly: “Grazie a Zeman ho capito che non ero scappato inutilmente”

Una storia, raccontata da Italo Cucci su Quotidiano.net, che mette Zeman al centro di una storia di riscatto sociale, di umanità che non vuole sentir parlare di razzismo e di barconi. Ecco a voi Calidou Coulibaly


Io e Mamadou Coulibaly siamo diventati amici. Sono stato il primo a cercarlo, tre anni fa, quando Donato di Campli, manager di Marco Verratti, mi ha dato il suo numero di cellulare. Lo chiamo, sa chi sono, mi ha memorizzato, parla volentieri. Perché quando ho raccontato la sua storia, su queste pagine, non mi sono fermato al barcone, classica immagine di tanti ragazzi africani che arrivano in Italia a cercar fortuna – al peggio sopravvivenza – e finiscono chissadove, chissacome, chissaperché per essere oggetto di una disputa che si agita sulle loro teste.

“Io sono arrivato in Italia, a Livorno, in treno” – mi disse con una punta d’orgoglio, anche se nel 2015, quando aveva appena 16 anni, aveva messo piede in Spagna proprio scendendo da una barca, e di lì in Francia, a Marsiglia, a Grenoble. Infine a Roseto degli Abruzzi. “Ti parlo volentieri – mi dice – ma per favore lascia perdere il barcone, la mia è solo la storia di un ragazzo scappato di casa…”. (Si fida, Mamadou, perché gli ho accennato una vicenda di casa mia, quando nel ‘48 un mio fratello è anche lui scappato di casa ed è arrivato a Buenos Aires, dopo essersi imbarcato clandestino su un piroscafo che si chiamava Anna Costa; e non ha fatto il calciatore, è risalito da Baires a La Paz, in Bolivia, con un coetaneo avventuroso come lui che si chiamava Guevara, Che Guevara).

E dunque Mamadou fa il calciatore e io lo tengo presente, sempre, quando anche nel calcio succedono quelle cose che si denunciano come “episodi di razzismo”.
«Non ho mai avuto problemi del genere – mi dice – ho solo capito che non c’è razzismo, in certe cose, ma ignoranza, tanta ignoranza”. Ohibò, un ragazzo nero di vent’anni che parla così sicuro di sè – e degli altri – rischia davvero di trovare qualche idiota riscaldato che gli dica “ma come ti permetti?”, eppure sono sicuro che lo metterebbe in riga. Naturalmente con le buone. Perché Mamadou è un ragazzo per bene che vive in una bella città emiliana, Carpi, e gioca nella squadra locale, in Serie B. (Gli ho promesso di andarlo a trovare, così gli racconto di quando seguivo il Carpi in Serie D per “Stadio”, negli anni Sessanta, ed ero amico del capitano Claudio Vellani quando furono promossi in C, nel ‘65).
«A Carpi sto bene, la città è tranquilla, la vivo senza problemi. Poi sto bene nella squadra, gioco in un bell’ambiente, finalmente ce l’ho fatta – mi dice – anche in B, è quello che sognavo, giocare al calcio».

E dire che Mamadou, scovato da Campli a Montepagano, arruolato nelle giovanili del Pescara dove si mette in luce segnando anche un gol, esordisce direttamente in Serie A quando Zeman gli dice “voglio vedere cosa sai fare”. Mamadou ha 17 anni, è alto 1 e 83, un fisico in ordine, gioca pochi minuti a Bergamo, contro l’Atalanta, e perde, poi più avanti da titolare contro il Milan, e pareggia.
«È stato bello, ho capito che non ero scappato dal Senegal per niente, quando l’ho detto a miei genitori, ai miei fratelli, hanno fatto festa per me».
Dovete sapere che nelle nostre prime conversazioni avevo raccontato a Mamadou la storia di “Aspettando Maldini”, un romanzo della scrittrice senegalese Fatou Diome (titolo originale “Le ventre de l’Atlantique”) il cui protagonista, Madické, era un ragazzo come lui. Tifoso del Milan come lui. Voglioso di scappare in Italia per imitarlo. Come lui, che comunque c’è riuscito: l’Udinese lo ha acquistato definitivamente nel 2017, gli ha fatto un contratto di cinque anni, lo ha prima lasciato una stagione a Pescara poi l’ha mandato a Carpi. A maturare. E dove ha segnato il primo gol italiano decisivo nella partita vittoriosa contro lo Spezia.

C’è un dettaglio importante da sottolineare: quando Mamadou parla della sua vita serena in Italia e considera certe esibizioni idiote non “razziste” ma “ignoranti” sa quel che dice perché parla bene l’Italiano e grazie alla lingua si è integrato senza troppa fatica.
«Ti ho già raccontato che a casa mia, a Thiès, in Senegal, si parla italiano: mio papà, professore di educazione fisica, e mia madre, casalinga, hanno frequentato dei corsi con educatori venuti dall’Italia…E anch’io ho imparato…».
Allora avrai letto dei libri…Dimmene uno… 
«Libri? Per carità, quando ho tempo libero mi dedico alla play, mi alleno, gioco e sto con lei. Come gli altri ragazzi che conosco». (Anche italiani, ovviamente: al Carpi ci sono anche ragazzi sloveni, croati, tedeschi e uno della Guinea…)
E il futuro? 
«Dipende dall’Udinese».
E quando smetterai di giocare resterai in Italia a far cosa? 
-“No, tornerò a casa, in Senegal, dai miei parenti, mamma papà e i miei fratelli e gli amici mi aspettano sempre, sono contenti che ho realizzato il mio sogno ma c’è tanto da fate, laggiù, spero che il mio viaggio in Italia non sia stato inutile”.

IL MIRACOLO MODICA TRA RIMONTE E MUGUGNI SOCIETARI

Miracolo-Modica-Pavone

Se Giacomo Modica è colui che, dopo tanti anni di caccia all’erede di Zeman, sta dimostrando sul campo di potersi fregiare di questa etichetta scomoda, c’è da dire che la terra di Calabria è terra di rimonte zemaniane.

Ieri la Cavese di Modica è andata sotto 3-0 nel primo tempo. Poi si scuote, Fella accorcia le distanze, De Brasi para un rigore e nel finale, (89’ e 95’) lo stesso Fella e Bacchetti (ve lo ricordate?) recuperano fino al 3-3 siglato dall’ex difensore del Pescara all’ultimo respiro. Sempre da quelle parti, anno del Signore 2002, fu la Salernitana di Zeman a recuperare uno 0-3 nel primo quarto d’ora di gioco. Eravamo più o meno di questi periodi, tra il freddo dell’inverno imbolsito ed un primo raggio di primavera. Ricordi ormai sfocati. Nel primo quarto d’ora, Sculli fece il Maramaldo, portando i pitagorici sul 3-0. Poi, nel finale, Vignaroli ed un super Bellotto firmarono un’impresa di cui se ne ha ancora memoria. Un’impresa analoga a quella compiuta dalla Cavese.

Eppure, a sorpresa, succede che la società del numero uno del sodalizio blu-foncé Massimiliano Santoriello ordina il ritiro ed il silenzio stampa. Santoriello pare non aver gradito l’atteggiamento in campo della squadra nel corso del primo tempo.
Anche quanto fatto oggi dalla Cavese avrebbe dovuto e potuto fare storia. Una squadra partita dopo il ripescaggio estivo con l’obiettivo-salvezza, costruita dal ds Pavone e da Giacomo Modica puntando su uno zoccolo duro, composto dal gruppo che con il tecnico siciliano ha ottenuto buoni risultati a Messina in serie D l’anno prima, integrato da pochi confermati (tra cui le attempate bandiere Favasuli e De Rosa ed il talentuoso ma incompiuto Fella) ed ancor meno elementi di categoria. Ai nastri di partenza, la Cavese è all’ultima fila della starting-grid. Soltanto la Paganese sembra sulla carta avere qualcosa in meno. Come accorciare il gap con le altre concorrenti? Lavorando di più sul campo. E meglio. Ed è così che domenica dopo domenica, punto dopo punto, gli aquilotti di Modica compiono una prima impresa. Riescono, infatti, a non essere mai coinvolti nella lotta per non retrocedere, togliendosi anche lo sfizio di compiere qualche impresa. Spicca in tal senso il 3-0 esterno di Reggio Calabria.
Ma si sa che Cava ha fame di calcio. Dal 2011 fino a quest’estate, nelle colline care a Metello, il calcio ha assunto per tifosi ed appassionati le sembianze di una via crucis tra fallimenti, cambi di proprietà, annate tra i dilettanti regionali, risalite e delusioni.

Il presidente Massimiliano Santoriello è tra quelli che si definiscono tifosi delle proprie squadre. E decide di alzare l’asticella, spinto dalla posizione tranquilla in graduatoria, provando a fare un non meglio definito “qualcosa in più”. Ed ecco che nella città della badìa iniziano ad arrivare elementi caratterizzati da un tasso tecnico superiore ai ragazzi già presenti in rosa. Arrivano alla corte di Modica lo spagnolo Miguel Angel Sainz-Maza, centrocampista interno di qualità con un campionato vinto all’attivo a Foggia; il difensore Filippini, scuola-Lazio, lo scorso anno titolare a Pisa; il centrocampista interno Mario Pugliese, dalla Carrarese; il difensore Loris Bacchetti, classe ’94, lanciato diciassettenne in B da Zeman a Pescara, che non ha più trovato fortuna; il centravanti Andrea Magrassi dal Ravenna, lo scorso anno in D a Matelica; il terzino destro Ferrara, ex Casertana. Tra questi, prima di gennaio, il solo Sainz-Maza trovava impiego con continuità, sia pur nel contesto di una stagione deludente a Lentini. Meno fortuna per Filippini (in parcheggio alla Lazio dall’estate) e Bacchetti, così come Ferrara. Magrassi, preso dal Ravenna, è una scommessa. Elementi che pur migliorando la qualità dell’organico non rendono una squadra che in partenza doveva salvarsi, automaticamente una candidata alla promozione.

Se il presidente che ha ordinato il ritiro dopo il 3-3 di Rende ha percepito questo (in totale buonafede, sia chiaro!), la “colpa” è proprio dell’allenatore.
Con i nuovi innesti nel motore, infatti, la Cavese è imbattuta. L’ultimo ko ad opera del Francavilla. Esattamente undici gare fa. Dopo la battuta d’arresto in terra brindisina una sinfonia di vittorie sonanti, di pareggi esterni importanti (i 2-2 di Trapani e Castellammare su tutti, con le vespe che non prendevano gol da dieci turni) ed una sinfonia di movimenti in campo che ricorda i tempi d’oro del boemo (ve ne alleghiamo qualche esempio in fondo alla pagina). In questo contesto, l’esplosione definitiva di Giuseppe Fella, che oltre ad aver quasi eguagliato con meno partite giocate il numero di segnature dello scorso anno in D sembra aver trovato una propria dimensione importante, diventando uomo-mercato per la prossima sessione. Proprio questa sfilza di risultati, annaffiati dallo champagne di un gioco spettacolare e redditizio, hanno finito paradossalmente per far sembrare l’organico della Cavese più forte di quello che è nella realtà dei fatti, con uomini di categoria che nel sistema-Modica brillano come diamanti a cento carati.

Se questa è una base di partenza per lasciar intravedere un futuro roseo anche in chiave prossima stagione, la mossa del presidente Santoriello di intervenire in quest’ottica sul mercato sarebbe da applaudire, proprio perché interviene a creare un gruppo che la prossima stagione possa partire con automatismi ancor più rodati. Ma se l’intenzione era quella di intervenire per puntare con decisione alla serie B, la via non è quella giusta. Sia perché un salto del genere lo si programma ben prima dell’estate (e non in corso d’opera), sia perché si finisce per sovraccaricare di responsabilità un gruppo che ottiene risultati copiosi grazie alla spensieratezza ed alla qualità del suo gioco. La Cavese ora si trova a 40 punti. Ad una sola lunghezza da chi, come la Casertana, l’assalto alla B l’ha dichiarato apertamente e ci ha speso per riuscirci diversi milioni di euro tra ingaggi e cartellini, da Floro Flores a Castaldo, da D’Angelo a Zito, da Vacca a Blondett. I play-off sono lì. Ad un passo. E sarebbero un trionfo, non un obbligo.

A patto che Santoriello resista alla tentazione di emulare il rampante Giulini, che contribuì allo stroncamento di Zeman a Cagliari criticando, in modo sia velato che esplicito, alcune prestazioni dei rossoblu, come quella coincisa con il successo 4-1 a Milano con l’Inter (“Però, con Nagatomo in campo sarebbe stata un’altra partita…”) e con il 3-3 del San Paolo contro il Napoli di Benitez (“Un primo tempo inaccettabile!” – toh!, chi vi ricorda?). Proprio come quello della Cavese in casa del Rende, esatto.

LA ⚽️⚽️ DI FELLA CHE SALE A 7️⃣ IN CAMPIONATO E PRIMI 2️⃣⚽️ DI ANDREA MAGRASSI IN MAGLIA BLUFONCÈ ⚪🔵🦅#sipuòOSAREdipiù #AlėCavese

Pubblicato da Cavese Calcio 1919 su Lunedì 18 marzo 2019

🦅IL VANTAGGIO DELLA CAVESE DI PUGLIESE ⚽️ NASCE COSÌ…BUONA VISIONE 😎⚪🔵

Pubblicato da Cavese Calcio 1919 su Lunedì 11 marzo 2019

PAOLO BORDINO