Sarri, la psicologia del Napoli e il caso Reina

La psicologia del Napoli​ ha detto finora che la squadra rende più in atto che in potenza e la partenza del portiere spagnolo sarebbe un autogol clamoroso.

Un antico scritto di Aristotele, in cui il filosofo greco accorgendosi che la materia è potenza e quindi ha il potenziale di assumere o no una determinata forma, concludeva che una volta raggiunta la forma si dice che la materia è passata all’atto. Esatto il Napoli ha raggiunto la sua forma dopo vari passaggi e non si può parlare più di potenziale, ma di una squadra con una sua psicologia che rende in fiducia e in sicurezza. Lo dimostra la storia della sua evoluzione, che racconta di un cambio modulo e la svolta della stagione successiva con l’infortunio di Milik e il costante minutaggio di alcuni interpreti fondamentali. Ovviamente senza il lavoro di Sarri sul campo e il lavoro maniacale sui principi e i concetti di gioco non starei qui a parlarne. Direte voi questo è impazzito vuole fare il Gabriele La Porta del calcio, assolutamente no, anzi se ne avessi la cultura proverei ad emulare i vecchi editoriali calcistici di Carmelo Bene, semplicemente inarrivabile, quindi è solo una mia analisi maturata dopo la prima conferenza stampa di Sarri, e ho deciso di scriverla dopo la prime uscite ufficiali degli azzurri. La squadra infatti ha mostrato un gruppo consapevole dei propri mezzi e pronto a lottare per il vertice, a Dimaro il tecnico toscano invece ha ridimensionato le ambizioni del Napoli, parlando di percentuali non facilmente migliorabili. Dopo i rinnovi della società penso siano maturi i tempi in cui il gruppo va esaltato mediaticamente dal suo tecnico, specialmente dopo le dichiarazioni entusiastiche dei calciatori sul voler competere per lo scudetto, vedi Hamsik dopo Nizza-Napoli. Insomma la squadra non mi sembra in eccesso di entusiasmo, sente di potercela fare e se Sarri le dicesse “Vinci” come fece Adriana in Rocky 2 forse le darebbe più responsabilità e completezza ai suoi percorsi tatticoemotivi.

Il 4-3-3

Questo modulo era nei desideri di una parte della squadra ma specialmente del presidente già ai tempi di Mazzarri. De Laurentiis chiamò Zeman nel 2012 non proprio per parlare di Vargas, ma si innamorò di quel Pescara di giovani, tra cui il suo Insigne e Verratti, il resto è storia. Con l’arrivo di Benitez il Napoli passò al 4-2-3-1 con ottimi risultati e spesso un buon gioco, ma il modulo è sempre stato circondato da scetticismo e ha insinuato il tarlo del 4-3-3 in modo sempre più insistente, tant’è che il 4-3-1-2 di Sarri, nonostante vari innesti, ereditò le depressioni del modulo rafaelita. Era chiaro, la squadra non era più psicofisicamente disposta ad adattarsi ad un modulo in cui non credeva, lo dimostrano i magici effetti del cambio tattico, lo storico modulo del calcio totale ha saputo esaltare le qualità e le caratteristiche dei singoli. L’impatto psicologico è stato dirompente e non va sottovalutato, l’aspetto tattico da solo non basta.

Milik, l’infortunio e la svolta della scorsa stagione

Se il cambio di modulo è stata una decisione presa di comune accordo, l’altra svolta di Sarri è stata da un lato casuale e si è verificata dopo l’infortunio di Milik. Prima di questo sfortunato evento la situazione tattica prevedeva: una staffetta forzata tra Insigne e Mertens, Milik preferito a Gabbiadini e come sempre Callejon insostituibile ala destra e terzino aggiunto. La situazione psicologica raccontava di un Insigne nervoso per il cambio sistematico con Mertens che a sua volta non gradiva la panchina, Gabbiadini, pressato dallo scetticismo della piazza e del tecnico, non riusciva ad esprimersi nelle occasioni in cui è partito titolare e pare che Sarri da tempo già pensasse a Mertens come prima punta in disaccordo con ADL, che voleva si puntasse sul Bergamasco. Ovviamente Sarri ha avuto non poche difficoltà a gestire le leadership del tridente, che paradossalmente senza Higuain è più puro, ma l’assenza di Milik ha lentamente dato gli equilibri giusti, Insigne finalmente impiegato per 90 minuti cominciò ad offrire prestazioni di livello e gol, Mertens si scopre centravanti da 4-3-3 con sponde spalle alla porta e inserimenti da veterano del ruolo. Anche qui la componente psicologica è stata fondamentale e Sarri ne deve prendere atto capendo che non si può sempre contare sulla fortuna e sul caso, in alcune partite era evidente la forzatura di certi cambi di cui non si sentiva la necessità.

Il caso Reina e la retroguardia di Sarri sono il 10% che manca al Napoli

Non siamo più nell’era Mazzarri dove era ovvio non sbilanciarsi e parlare di scudetto. Ho ripercorso queste fasi, tattiche e psicologiche, perché dopo l’era Benitez e la consacrazione con Sarri, non penso si possa ancora presentare, ad inizio stagione, un Napoli che è lontano dal lottare per vincere. Sarri è un grande tecnico e credo fortemente che sbilanciandosi sulle ambizioni, come il resto della squadra, che è si giovane ma è cresciuta tanto, può dichiararsi una candidata alla vittoria finale. Forse anche De Laurentiis è stanco di rinnovare, aumentando gli ingaggi, e sentire il suo allenatore mediaticamente poco ambizioso? Magari penserà: “Io non glielo rinnovo Reina tanto quello me sta sempre a ddi che non possiamo vince!”. Certe cose non le sapremo mai penso sia stato giusto smentire le parole di ADL sullo scudetto, spetta all’allenatore sbilanciarsi e tracciare la linea da seguire, bisogna però risolvere la situazione del portiere spagnolo subito, perché questo teatrino è deleterio e la partenza sarebbe nociva. Ci vuole il rinnovo immediato, a Sarri spetterà mostrare un pò di coraggio e ottimismo in più, darebbero quel 10% che manca alla squadra per completare la forma di un capolavoro e magari a lui più convinzioni per non sentirsi più un intruso nell’olimpo del calcio

SALVIO IMPARATO