SUPERLEGA: se non hanno più pane, che mangino brioche

Dodici club, ormai definiti cinematograficamente “quella sproca dozzina”, hanno attuato il primo vero scisma del calcio, creando una Superlega privata. La partecipazione richiede un diritto di sangue: l’essere allo stesso tempo sfacciatamente ricchi, indebitati e in tutto il mondo seguiti. Tale privilegio autoassegnatosi dalle squadre dissidenti sembra riportare alla memoria vecchi discorsi illuministici e pasoliniani, i quali intrecciano il dato economico con quello etico.

1. La notte dei lunghi coltelli

Il 18 Aprile di due notti fa è una Domenica di inizio Primavera, durante la quale i campionati nazionali offrono ognuno il suo posticipo più o meno rilevante. L’Italia offre la brodaglia Napoli Inter 1-1. Un pareggio timido tra una squadra, l’Inter, già campione e una squadra fragile, il Napoli.

Poco dopo, nel bel mezzo dei soporiferi postpartita, una notizia inizia a rincorrersi sul web. L’indomani diverrà ufficiale: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Inter, Juventus, Milan, Man City, Man utd, Arsenal, Chelsea, Tottenham e Liverpool hanno deciso tra lo stupore generale di creare una Competizione internazionale, infrasettimanale e privata – la Superlega -, completamente sostitutiva della Champions e finanziata dal colosso bancario Jp Morgan per un prestito di 3 miliardi e mezzo. E’ invece in corso la ricerca del broadcaster disposto a trasmettere il nuovo prodotto calcistico mentre gli uffici di rappresentanza e di comunicazione della Superlega sono già attivi.

Non casuale la scelta di uscire allo scoperto da parte dei “Leghisti”, commettendo per molti (tra cui il Presidente della Uefa Ceferin su tutti, nonché padrino della figlia di Andrea Agnelli) un autentico tradimento, poco prima dell’annuncio della nuova Champions League.

Format il quale la sporca dozzina ha preteso e ha supportato nella creazione. Tuttavia, nel 2024 La Champions prevederà più partite ma incassi simili a quelli attuali. Non è bastato alla Uefa cedere anche sulla rivisitazione, ora ritrattata, del Fair Play finanziario. Agnelli e soci hanno ritenuto queste gentili concessioni non sufficienti per le esigenze presenti e future di quelli che si autodefiniscono i più grandi club nel panorama calcistico mondiale.

2. Il conformista

-Una immediata riflessione sopraggiunge, cioè quanto avessero ragione Pasolini e Moravia sul fatto che chi si scandalizza è un conformista. La Superlega era un lento fiume carsico in attesa di fuoriuscire. Il Covid ha aperto la voragine divenuta sorgente. Ragionevole e giustificato arrabbiarsi, meno rimaner stupiti alla notizia, soprattutto da parte degli addetti ai lavori -.

3. Il dato economico

L’immediata considerazione che soggiace alla creazione della Superlega è la seguente: i dodici club fondatori radunano insieme una posizione debitoria di 6 mld. A questi ultimi vanno immediatamente aggiunti i quasi 4 del finanziamento della Jp Morgan. Una tantum la banca americana garantirebbe ai partecipi della competizione elitaria in questione tranches da 350 mld. I diritti televisivi sarebbero a parte.

I club più ricchi, maggiori vincitori degli ultimi trofei Uefa e federali messi in palio, non trovano nel sistema calcistico comunitario i giusti stimoli finanziari. Nel frattempo l’importanza conseguita dai loro brand gli consente di rischiare una tale separazione. Champions e campionati che sorti avrebbero senza i suddetti club, visto che questi ultimi sommano uno dei quattro miliardi di tifosi in giro per il mondo?

4. Compatibilità con i campionati nazionali

Anche se formalmente nessuno dei presidenti dissidenti ha voglia di abbandonare i campionati nazionali. Al momento, però, le leghe federali offrono 12 turni infrasettimanali. La Superlega richiede almeno 23 slot infrassetiminali. Come conciliare? I campionati avrebbero lo stesso appeal in mancanza dei clud dissidenti? E questi ultimi esclusi dai campionati domestici potrebbero reggere una sola competizione da poco meno di 30 partite? Essi infatti hanno intenzione di rinunciare alla Champions, Europa e Conference League.

Va subito detto che come in egual ambito comunitario nulla è stato possibile compiere, da un punto di vista giuridico-ostativo, contro la creazione della Eurolega di Basket, che ricalaca il modello della Superlega, resta complicato bannare gli artefici della separazione dalla Uefa, dalla Fifa e dalle rispettive Federazioni cui appartengono. Vano potrebbe risultare inoltre anche il tentativo di escludere i calciatori sotto contratto di tali squadre dalle competizioni per Nazioni.

Infondato anche il paragone con la suddetta Eurolega o con la Nba: la prima, da ultime notizie, dopo uno inizio di successo sta perdendo pezzi. La seconda è un’associazione privata esterna agli organismi sportivi internazionali, ha alle spalle una base dilettantistica, prevede una trade tra giocatori senza passaggi di danaro e infine con il sistema del Draft impone l’alternanza al vertice.

5. Florentino Perez

Florentino Perez, in una intervista di ieri sera alla compiacente emittente Chiringuito Tv, assicura dal canto suo che, sebbene la partecipazione alla Superlega sia su inviti, i benefici economici degli invitati ricadrà anche sui non invitati. Sono stati predisposti infatti un premio di non partecipazione di 10 mln cadauno ma anche, va da sé, una capacità di rispondere a richieste economiche più esose per l’acquisto dei calciatori militanti nelle squadre esterne alla Nuova Lega.

6. La posizione di Rumenigge

Ed è proprio questo il punto: benché la Superlega assicuri che i soldi di Jp Morgan dovranno utilizzarsi su infrastrutture all’interno di un sistema che prevederà un salary cap, la situazione d’indebitamento, causativa della Superlega, preesiste all’ideazione di tale competizione. I buchi di bilancio, da una parte, provengono dalla costruzioni di stadi avveneristici; dall’altra, dalla formazione di rose di calciatori strapagati almeno quanto i loro procuratori. Il Covid ha aggravato le perdite.

Permettersi stadi e/o giocatori oltre le proprie possibilità davvero è una colpa della Uefa o dei club di Provincia? Oppure è riconducibile semplicemente a malagestione manageriale dei club indebitati riottosi a perdere a causa di un ridimensionamento momentaneo ma obbligato? Ed è proprio questa la posizione monitoria che Rumenigge, con tutto il calcio tedesco compatto alle sue spalle, assume sulla Superlega rifiutandone – per ora – l’invito a parteciparne.

7. Uno stato pre-rivoluzionario

Alla domanda su-esposta la sporca dozzina risponde si. L’incapacità della Uefa di dotare le sue competizione di maggiori introiti nasce da una politica eccessivamente inclusiva nonostante, albi d’oro alla mano, essa abbia garantito agli scissionisti vittorie e ricchi premi. Ai grandi club non basta più il privilegio di vincere sempre e comunque ma anche di guadagnare molto di più di quanto già avvenga attraverso l’eliminazione del seguente tipo di partita: Davide contro Golia.

Ed è ciò che Perez e Agnelli hanno ribadito rispettivamente ai microfoni tv e in riunione di Lega. All’opposizione che la permanenza delle loro squadre nei campionati nazionali deprederebbero ogni brandello di competitività, la tesi della Superlega è “tanto comunque già non c’è più”.

Questo sarebbe alla base poi della scelta di creare una Lega super-esclusiva e iper-tifata tra club che incrocino soldi, blasone, tifo e follower. Poi spulci gli annali delle ultime dieci stagioni e si fa fatica a comprendere, tifosi e fatturati a parte, cosa abbiano gli attuali Atletico Madrid, Milan, Inter, Arsenal e Tottenham più di altre.

8. Pasolini

Così la Superlega assume la stessa ritrosia del Parlamento francese a concedere un proporzionato diritto di voto agli ordini sociali degli Stati Generali antecedenti alla Rivoluzione Francese. Salvaguardare fino alla fine un privilegio quasi clericale o nobiliare. I club dissidenti sono disposti a non vincere più soltanto sul piano internazionale purché vincano in territorio domestico e guadagnino su quello estero il doppio di quanto già facciano.

E per realizzare questa conservazione dello status quo – che lo stesso Florentino Perez pone in bilico individuando nel 2024 la data della morte del calcio qualora la Superlega non andasse in porto – si affida all’accumulo dei privilegi. Il privilegio, diceva il pioniere Pasolini, è un accettabile categoria mentale dell’uomo. Diventa tuttavia un pericoloso strumento sociale nel momento in cui sfocia in collezione di ulteriori diritti giustapposti ai già esistenti.

9. Il dato etico

E pare che il punto dell’avidità sia stato raggiunto se il calcio deve dipendere soltanto da un oligopolio privato. Il quale disprezza il merito, conservando arbitrariamente ad altrettanti eletti briciole non continuative della suddetta Superlega in virtù dei 5 posti riservati ai club non fondatori.

E’ vero che può intendersi meritorio anche creare una competizione soltanto tra i più forti in senso assoluto. Ad esempio le olimpiadi propongono tra i qualificati alle gare dei 100 mt soltanto tre americani, ancorché almeno altri tre statunitensi abbiano tempi da finale olimpica. In modo opinabile, si sceglie la strada della qualificazione attraverso la competizione per garantire a tutti i Paesi di essere rappresentati da almeno 3 atleti per disciplina. Pur tuttavia, resta assente il dato dell’autoproclamazione di sangue per i migliori corridori olimpionici!

10. La rivoluzione

I grandi manipolatori del gioco del calcio dicono di guardare alle future generazioni. Consci del fatto che alla massa lobotomizzata di incalliti giocatori di Fifa, al cui videogioco i club scissionisti non cederanno più i diritti d’immagine, si possa somministrare in eterno una patinata sfilata di stelle impegnate in poco meno di 30 partite profondamente chic.

Si dimentica però che le persone non sono robot, hanno sangue, carne e ossa. Pertanto non ci si ricorda neanche che in coda al diciottesimo secolo il Terzo Stato francese, già dialogante con parte di Clero e Nobilità lontana dai benefici di Versailles, in definitiva ruppe le catene degli ordini sociali e creò le basi storiche della Democrazia. Maria Antonietta, che invitò i poveri a godere delle brioche se pane non ce n’era, fu decapitata. Ed in tal senso le prime reazioni dei tifosi, soprattutto inglesi, dovrebbero preoccupare sia Perez che Agnelli.

La forma non è sostanza ma talvolta contribuisce ad essa o si sovrappone del tutto con la sostanza. Infatti, è la forma che preserva le istituzioni. La forma del calcio finge ancora che il merito sia in esso tetragono. Come la nuova Champions del 2024 dimostra. La riforma di De Calonne, allo stesso modo, per affrontare una imminente bancarotta del Regno, simulava una sopraggiunta convinzione governativa di parificare progressivamente gli ordini sociali attraverso la sottoposizione del clero e della nobiltà ai gravami fiscali. E la decisione finale del Parlamento di non modificare la distribuzione del voto negli Stati Generali svelò il credo reale sulla lotta di classe. Di lì a poco ci fu la rivoluzione francese.

Ora che si è definitivamente capito che nessuno può vincere e guadagnare al di fuori dei Papi dello Scisma leghista, questi ultimi sapranno fronteggiare la reazione di chi dovrebbe accontentarsi a tavola delle brioche?

Massimo Scotto di Santolo

Agnelli inibito per un anno dal tribunale

Diminuita la pena richiesta dalla procura, per il presidente della Juventus Andrea Agnelli

 

LA SENTENZA 

“Il Tribunale Federale Nazionale-Sezione Disciplinare, rigettate le eccezioni preliminari, ha accolto parzialmente il deferimento proposto dal Procuratore Federale e, per l’effetto, in parziale ridefinizione delle richieste formulate ha disposto le seguenti sanzioni: Andrea Agnelli: anni 1 di inibizione e 20 mila euro di ammenda; Francesco Calvo: anni 1 di inibizione e 20 mila euro di ammenda; Stefano Merulla: anni 1 di inibizione e 20 mila euro di ammenda; Alessandro Nicola D’Angelo: anni 1 e mesi 3 (tre) di inibizione e 20 mila euro di ammenda; Juventus 300 mila euro di ammenda”.

 

LE MOTIVAZIONI 

Le frequentazioni tra Andrea Agnelli e Rocco Dominello (ex ultrà figlio di uno ‘ndranghetista) avvenirono “in maniera decisamente sporadica ma soprattutto inconsapevole con riferimento alla conoscenza del presunto ruolo malavitoso dei soggetti citati – si legge nelle motivazioni della sentenza -. Agnelli era da ritenere completamente ignaro in merito alla peculiarità illecita di Rocco Dominello, presentatosi ai suoi occhi come deferente tifoso ma non già come soggetto incline alla pericolosità sociale. Agnelli, con il suo comportamento ha agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito, le perduranti e non episodiche condotte illecite poste in essere dal direttore commerciale Francesco Calvo – che, al contrario di quanto sostenuto, non fosse titolare di una delega tale da consentirgli piena autonomia organizzativa e decisionale – e, conseguentemente da Alessandro Nicola D’Angelo (dipendente addetto alla sicurezza del club, ndr ) e da Stefano Merulla (responsabile del ticket office del club bianconero, ndr), al dichiarato fine di mantenere rapporti ottimali con la tifoseria. In tale ottica – si legge ancora – si commenta anche l’emblematico episodio della introduzione nelle curve dello zainetto contenente gli effetti/strumenti «proibiti» della tifoseria, a ministero del Dirigente D’Angelo, la cui difesa appare oggettivamente labile sul punto. Il Tribunale ritiene che detta introduzione sugli spalti si verificò appieno anche se per motivazioni, per certi versi, sensibili (cercare di evitare lo sciopero della tifoseria); ma il gesto, sconsiderato e pericoloso, anche a livello di immagine, resta. Sul punto il Tribunale esprime tuttavia la convinzione che il Presidente Andrea Agnelli nulla sapesse, tant’è che la successiva telefonata intercorsa tra i due espone chiaramente come il gesto illecito fosse stato perpetrato dal Dirigente in quella occasione e di sua iniziativa, nulla sapendo preventivamente il Presidente al riguardo; altrimenti non avrebbe avuto senso redarguire il Dirigente preposto allo scopo di stigmatizzare il comportamento assunto. D’altronde la telefonata, avvenuta successivamente al verificarsi dell’evento, non può essere intesa quale implicita autorizzazione preventiva”.
 LA JUVE: RICORREREMO 
La Juventus annuncia il ricorso attraverso questo comunicato ufficiale: ” Juventus Football Club, preso atto dell’odierna decisione del Tribunale Federale Nazionale, preannuncia ricorso presso la Corte Federale di Appello nella piena convinzione delle proprie buone ragioni, che non hanno ancora trovato adeguato riconoscimento. La società esprime la propria soddisfazione perché la sentenza odierna, pur comminando pesanti inibizioni nei confronti del Presidente e delle altre persone coinvolte, ha «dopo ampia valutazione del materiale probatorio acquisito» (cit. pag. 11 della sentenza) escluso ogni ipotesi di legame con esponenti della criminalità organizzata. Juventus Football Club ha fiducia nella giustizia sportiva e ribadisce di aver sempre agito in un percorso condiviso con le Forze dell’Ordine con l’obiettivo di contribuire alla piena salvaguardia della sicurezza e dell’ordine pubblico”.
LE RICHIESTE 
Nel processo a porte chiuse nato dall’inchiesta penale “Alto Piemonte”, il capo della procura Figc, Giuseppe Pecoraro, aveva richiesto al tribunale federale nazionale l’inibizione de presidente della Juve per due anni e sei mesi più una ammenda di 50mila euro. La Procura aveva inoltre chiesto per la Juventus due gare a porte chiuse, un’ulteriore gara con la curva sud chiusa e 300mila euro di ammenda per responsabilità diretta del club bianconero nell’ambito del processo relativo alla vendita dei biglietti agli ultrà.
PECORARO: FAREMO RICORSO 
“Sono parzialmente soddisfatto perché siamo riusciti a provare la colpevolezza di tutti, ma i fatti sono talmente gravi che secondo me andavano sanzionati di più: per questo presenteremo ricorso”. Il capo della Procura Figc, Giuseppe Pecoraro, commenta la sentenza del tribunale sulla vicenda Agnelli-ultrà e annuncia ulteriore battaglia legale: “Credo sia utile la valutazione di un’altra corte, tenendo presente che le risorse derivanti dal bagarinaggio sono andate alla criminalità organizzata,e questo è gravissimo”.
IL LEGALE DI AGNELLI: DELUSI 
“Confidavamo nel proscioglimento del presidente, ovviamente la sentenza ci delude, anche se ha ridimensionato le accuse della Procura – commenta Franco Coppi, legale di Agnelli – . Ora non possiamo nascondere la delusione. Appello? Certamente lo presenteremo, ora parlerò della sentenza con il mio collega Chiappero e con il presidente Agnelli”.