Napoli-Bologna 1-2, Ancelotti non si è voluto adattare a questa squadra

Gli azzurri crollano in casa contro i ragazzi di Sinisa Mihajlovic. Napoli-Bologna finisce 1-2. Non è bastata la prova di cuore ad Anfield e il confronto tra squadra e De Laurentiis. Ancelotti intanto e attacca la squadra.

Assurdo parlare ancora di tattica, folle pure esaltare una partita (Liverpool) che, per quanto il momento fosse…

Geplaatst door Salvio Imparato op Zondag 1 december 2019

Non è più, da tempo, una questione tattica

Assurdo parlare ancora di tattica, anche se il passaggio da 4-3-3 a 4-2-4 ha creato una voragine alla squadra, folle pure esaltare una partita (Liverpool) che, per quanto il momento fosse delicato, si motivava e preparava da sola. Il progetto tecnico tattico di Ancelotti è finito da mesi. La squadra ha mollato lui in primis e le scelte comunicative di De Laurentiis hanno peggiorato le cose.

Ancelotti, De Laurentiis e le valutazioni sbagliate del dopo Sarri

Ancelotti, chi vi scrive lo ripete da quando è finito il primo ritiro estivo, ha avuto la presunzione di poter fare meglio di Sarri con questo materiale e la grave colpa di accettare una squadra derubata e vogliosa di riscatto, senza farsi fare un mercato degno del suo nome e del suo palmares. I giocatori hanno le loro responsabiltà, ma avevano ancora ambizioni e lo hanno dimostrato provando, la stagione scorsa, un altro l’ennesimo miracolo, poi ovvio che molli.

Re Carlo senza un mercato adeguato il vero fallimento

Lo sapevano anche le pietre che servivano, non dico tre, ma almeno due Top per coccolare e dare forza psicologica a questa squadra, che poteva e meritava di vincere molto di più. Purtroppo dal secondo anno di Benitez Adl non ha mai dimostrato con salti di qualità di voler vincere, la squadra nonostante questo ci ha sempre provato e forse questo ricatto, e non patto, delle multe tolte in cambio della zona champions o zona pappone, come dicono i meno affezionati al presidente, è stata l’ennesima rottura. Intanto Ancelotti, nel post di Napoli-Bologna, torna a parlare incolpa la squadra, mai si è visto a questi livelli un tecnico che difende se stesso, dandosi si una parte di responsabilità, ma solo perché non poteva fare altrimenti. Sapeva di trovarsi in un contesto diverso rispetto alle sue precedenti esperienze, ma nonostante questo ha allenato questa squadra come se avesse a disposizione i campioni a cui è abituato, privandola gradualmente degli automatismi che l’hanno fatta grande irritando i calciatori che, non è un mistero, lo hanno abbandonato da parecchie giornate.

Zeman?

Questa squadra non ha altri obiettivi che tornare a divertirsi. Noi un nome, il migliore, ce l’abbiamo e De Laurentiis risolverebbe tanti problemi economici rivalutando la squadra, anche i nuovi. Ci siamo anche stancati di ripeterlo, stufi delle etichette e della pazza idea. Zemanlandia non è follia, non è utopia, è cultura calcistica e grande competenza, illuminismo tecnico, atletico e tattico.

Salvio Imparato

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Ammutinamento Napoli, Zeman il precedente più recente.

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Tutto vero, Zeman l’anno scorso fece ammutinamento. Sembrerà assurdo per chi non ha seguito le vicende del suo ultimo Pescara. E il Napoli, decidendo di interrompere il ritiro dopo il match pareggiato con il Salisburgo, ricorda molto l’episodio clamoroso di Zeman dopo il match perso contro il Cittadella nel marzo 2018.

Diverse le dinamiche e i protagonisti, ma il filo che congiunge De Laurentiis e Sebastiani è davvero sottile, almeno per quanto riguarda la comunicazione calcistica nei momenti topici delle stagioni. A dire il vero rispetto all’apparente grande rapporto tra Ancelotti e De Laurentiis, l’idillio tra Zeman e Sebastiani era finito da un pezzo, ma dopo il mercato di gennaio 2018 sembrava tregua tra i due. A marzo però Sebastiani creò i presupposti per l’ammutinamento del Boemo.

I FATTI DOPO LA SCONFITTA DI CITTADELLA

Purtroppo nonostante una buona partita contro la favorita Cittadella, che mostrò ampi segnali di miglioramento dei biancazzurri, arrivò la sconfitta per 2-0. Purtroppo Sebastiani non dimenticò i dissidi di dicembre con Zeman. Ordinò una riunione tecnica che obbligava staff tecnico e giocatori ad ignorare il giorno di riposo e presentarsi a al Poggio la mattina di domenica 4 marzo 2018. Zeman, probabilmente stizzito dall’ordine presidenziale, decise di non salire sul pullman. Quel bus lo avrebbe riportato a Pescara e invece tornò con mezzi propri a Roma. A squadra presente e staff tecnico assente Sebastiani decise di esonerare Zdenek Zeman, azione che portò alle dimissioni del ds Peppino Pavone, che aveva voluto il ritorno di Zeman in riva all’adriatico.

Dopo l’esonero Sebastiani portò addirittura Zeman in tribunale per insubordinazione. I giocatori del Napoli infatti pare abbiano interpellato già i loro avvocati, prima di compiere questo ammutinamento. Ora si attendono i conseguenti scenari e la replica della società. La sensazione è che lo spogliatoio azzurro da anni serio e con cultura del lavoro, sia stato messo a dura prova da Ancelotti e De Laurentiis. Ai dissidi tecnici si sono aggiunte dichiarazioni e decisioni del presidente non gradite agli azzurri. Alla fine forse restano solo dei ragazzi che avrebbero voluto vincere. Avrebbero desiderato ricevere le condizioni giuste per farlo.

I GIOCATORI AZZURRI ULTIMI RESPONSABILI DI QUESTO BIENNIO

Noi lo diciamo dall’avvento da Ancelotti. Questa è una squadra che viene dalla depressione di uno scudetto perso che non poteva fare altri miracoli. Ci voleva un segnale forte e cioè Ancelotti più due o tre calciatori di livello. E’ vero i giocatori guadagnano alte somme di danaro. Però non dimentichiamo che anche loro hanno sogni ed ambizioni. Insigne è napoletano avrebbe voluto vincere, anche Mertens, lo hanno dichiarato entrambi. La sopravvalutazione della rosa da parte di De Laurentiis e Ancelotti sembra il vero errore di questa gestione. I calciatori davvero sembrano gli ultimi responsabili di questo biennio. Il ritiro è sembrata una punizione troppo severa e negativa per l’immagine di un gruppo che ha sempre dato tutto.

SALVIO IMPARATO

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Paolo Bordino, da Ancelotti a Pep e Sarri passando per Zeman.

Paolo-Bordino-Ancelotti-Zeman-Sarri-Guardiola

Chiacchierata zemaniana con il nostro Paolo Bordino. Paolo l’ho conosciuto a Castellammare in occasione di Juve Stabia-Pescara del 2011, il giorno in cui conoscemmo per la prima volta il nostro vate di Praga Zedenk Zeman. Presentatomi come uno dei più esperti conoscitori del calcio zemaniano e del calcio in generale, da quel giorno non abbiamo mai smesso di parlare di calcio ed oltre a scrivere di calcio campano su varie testate è stato anche nostro inviato a Cagliari nella trasmissione RossoBlu95, alla quale ha preso parte per tre edizioni.

Paolo Bordino con Zeman in occasione di Juve Stabia Pescara nel settembre 2011

Ciao Paolo spesso nelle nostre chiacchierate private parli spesso di Ancelotti come allenatore che cura quasi esclusivamente lo sviluppo. Prima di addentrarci nel discorso su Carletto nel calcio contemporanea vuoi spiegare che tipo di lavoro è?

Parlo di sviluppo inteso come lavoro per lo più impostato sulla capacità di lettura delle situazioni di gioco – afferma Paolo Bordino – nella tattica collettiva e individuale. L’idea iniziale di Ancelotti, del Napoli “liquido”, era questa. Il punto è un altro…

Quale?

Siamo sicuri che, per qualità della rosa e caratteristiche dei singoli il Napoli sia una squadra che può fare a meno del lavoro continuo sulla ricerca degli automatismi? Vedi, nell’opinione pubblica calcistica si tende a creare dicotomie che non esistono: quella tra “giochisti” e “risultatisti” e quella tra “offensivisti e difensivisti”. Nulla di più sbagliato. La vera linea di frattura è quella tra tecnici come Zeman, Sarri o lo stesso Mazzarri che, a prescindere dalla filosofia di gioco, creano la loro impronta nel lavoro settimanale basato su certezze tattiche e automatismi ed allenatori come Ancelotti che, in un’ottica di gestione del gruppo e di fiducia nel valore dei singoli puntano per lo più su un lavoro teso all’interpretazione delle varie fasi del match. Qui casca l’asino: il Napoli ha una rosa del livello delle squadre in cui Ancelotti ha mietuto successi? Può bastare al Napoli un lavoro sul campo che accantoni la ricerca di automatismi in nome della pura e semplice ricerca dello sviluppo del gioco? I fatti dicono di no. Così come la stessa storia recente ci dice che il tipo di allenatore che serve al Napoli è di diverso tipo rispetto a quello attuale.

Ma Ancelotti con l’avvento di Guardiola e Klopp resta un tecnico attuale?

Guardiola e Klopp hanno avuto un enorme merito: dimostrare al mondo che il lavoro maniacale su princìpi di gioco ed automatismi, unito alla ricerca di innovazioni tattiche che hanno già cambiato il calcio contemporaneo, è un qualcosa che di esportabile ai livelli più alti del calcio europeo e non soltanto un lustro per gli occhi da confinare in provincia tra gli sghignazzi di chi etichetta un certo modo di giocare come “bello ma poco redditizio”. Con Guardiola e Klopp più di qualcosa è cambiato: impostazione con doppio regista, uscita sul falso e “gegenpressing” sono diventati materie di studio per allenatori di ogni categoria. Oggi, nel 2019, per vincere non basta più la mera “gestione” dei talenti. Basta guardare la classifica dell’ultima Premier League. Chi sono stati i primi tre? Guardiola, Klopp e Sarri, con il primo e il terzo a trionfare in Europa. Qualcosa vorrà pur dire. Così come appaiono tuttora indicative ed eloquenti le difficoltà incontrate dallo stesso Ancelotti al Bayern…

Guarda caso sostituì proprio Guardiola sulla panchina dei bavaresi e qui a Napoli Sarri. Forse è proprio passare da un lavoro ossessivo ad uno più rilassato a mettere in difficoltà i giocatori? Delle lamentele sul poco lavoro a Monaco c’è stato da parte dei giocatori

“Non la porrei in questi termini – dice Paolo Bordino – io vedo una questione di tipologia di lavoro inadatto all’organico che Ancelotti ha a disposizione. Se un tipo di approccio oggi inizia a non andare bene finanche per gruppi di lavoro forgiati di vittoria in vittoria, come può pensare di attecchire fino in fondo laddove, come a Napoli, c’è un gruppo che ha vinto poco e la cui vera leadership è stata quella degli automatismi in campo? Ancelotti per sintonizzarsi con la realtà napoletana dovrebbe tornare quello di Parma anziché l’uomo della “decima”…”

Quello di Parma forse finì proprio alla Juventus dove ora c’è Sarri. I risultati stanno arrivando, ma il gioco ancora non esplode, che idea ti sei fatto di questa prima fase del toscano nei bianconeri?

“Proprio l’avvento di Sarri è la riprova di quanto dicevo prima. La gestione del gruppo all’insegna dello sviluppo non basta più per restare ai vertici di un calcio che tende globalmente ad un livellamento verso l’alto. La Juve prendendo Sarri, un uomo di campo, di principi tattici, di schemi e di automatismi snatura un po’ sè stessa per provare ad andare oltre quanto il già fatto. Dal canto suo, Sarri ha dinanzi a lui un lavoro non facile: portare dalla sua parte un gruppo che, mentalmente, potrebbe inconsciamente cullarsi sulle certezze di anni di successi giunti per vie diverse rispetto a quelle che vuole battere Sarri.

Il lavoro è a metà, ma sembra bene avviato: il 4-3-1-2 di partenza sembra essere il vestito tattico individuato dal tecnico per valorizzare e sfruttare al meglio il potenziale offensivo notevole. Non mi aspettavo riuscisse in così breve tempo a far mettere in pratica a Pjanic il proprio credo. C’è ancora molto da lavorare, invece, su una linea difensiva che deve ancora comprendere appieno quando e come accompagnare il pressing e su i movimenti senza palla dalla trequarti di campo in su, ancora caratterizzati da un tempo di gioco di troppo. È chiaro, tuttavia, che i risultati aiutano e la Juve, quando conta, come nello scontro diretto di Milano, ha dimostrato di esserci e di voler intraprendere un cammino tattico nuovo.”

Veniamo al nostro vero ispiratore, Zeman. Il suo calcio è ancora attuabile? Modica con la sua Vibonese sembra volerci dire che quel calcio ancora riesce a mettere in crisi squadre più attrezzate. Il Bari di De Laurentiis e Vivarini, infatti, è stato letteralmente dominato nel gioco.

“Giacomo Modica è un tecnico preparato come pochi. È uno zemaniano di ferro con un autonomia di pensiero che porta a non scimmiottare il suo maestro dal punto di vista tattico. A Cava de’ Tirreni ha dimostrato tutto il suo valore salvando una squadra con un’ossatura di categoria inferiore. E se non fosse stato per alcune scelte societarie apparse come incongrue avrebbe senz’altro centrato i play-off. Con la proverbiale quantità che sopperisce alla qualità.

Tuttavia credo che, in realtà, il calcio di Zeman non sia mai stato pienamente attuato (se non a Licata e a Foggia). Anche a Pescara, spettacolo meraviglioso che è ancora nei nostri occhi, talvolta ha apportato dei correttivi tattici in difesa derogando ai suoi principi, come quando nel finale di campionato ebbe a mantenere Bocchetti bloccato a sinistra in difesa. In tal senso, le difficoltà maggiori incontrate da Zeman non derivano dal fatto che abbia deliberatamente trascurato la fase difensiva, come sostengono coloro che lo conoscono in modo superficiale. Piuttosto, dal fatto che Zeman richiede un tipo di concezione del modo di difendere radicalmente opposta a quella che viene inculcata a Coverciano ai tecnici di ogni livello.

Sin da piccoli, ai difensori viene insegnato non ad attaccare la sfera come avrebbe bisogno il calcio di Zeman, ma a coprirla e difenderla. Ed è naturale che, crescendo, il difensore assimila certi principi e li assume come innati. Per questo Zeman preferisce difensori giovani. Ricordate il lancio di Nesta, destinato al prestito al Sora? Oppure Marquinhos subito in campo alla Roma, contrariamente al parere di Sabatini, che intendeva destinarlo alla Primavera? Per Zeman il difensore ideale, da plasmare, è quello mentalmente sgombro da preconcetti mentali. Quindi, il giovane. A tal proposito, mi resta il rimpianto di non aver potuto vedere all’opera in giallorosso, con Zeman, la coppia Marquinhos-Romagnoli. Ci sarebbe stato da divertirsi…”

Eh si un vero peccato problemi simili li ha avuti anche a Cagliari e nell’ultima esperienza a Pescara..

Non è neppure colpa dei giocatori. Cambiare la mentalità di un trentenne non è semplice- afferma Paolo Bordino – il punto è nel tipo di mentalità che viene plasmata in Italia a livello difensivo. Difendere e coprire, mai “attaccare” la palla per essere mentalizzati verso la porta avversaria. Nella sua ultima esperienza a Pescara, in tal senso, Zeman ha dato la sensazione di adattarsi all’organico del pacchetto arretrato, difendendo spesso a baricentro basso. E l’intera manovra ne risentiva.

Il problema vero è sempre alla base, prendere Zeman e parlare di progetto, ma alle prime difficoltà delegittimare il lavoro del Boemo pubblicamente attraverso i media da parte dei presidenti..

“I progetti a certi livelli possono esistere fino ad un certo punto. I diritti televisivi fanno da sempre molta gola ed il rischio di retrocedere porta i presidenti a scelte fin troppo conservative. Se questo da un lato è comprensibile per le piccole squadre, ancora più clamoroso è il caso del Milan, che dà il benservito a Giampaolo ed al suo progetto tecnico addirittura dopo una vittoria! In un contesto del genere, chi rischierebbe di prendere Zeman non potendogli dare carta bianca? Sulle esternazioni passate di Giulini e Sebastiani direi che abbiamo consumato anche più inchiostro del dovuto…”

Chiudiamo con un pensiero sulla costante Gasperini e su Fonseca, quest’ultimo riuscirà a spuntarla sulla follia della piazza romanista?

“Gasperini – confessa Paolo Bordino – dichiarando dopo il cappotto dal City che mai avrebbe rinunciato alla propria identità contro Guardiola, anche per un discorso “formativo”, oltre a dare una lezione a tanti colleghi ha anche dimostrato che l’unica realtà progettuale del calcio italiano (con un fatturato strutturale a ridosso dei top-team) è una realtà atta a perdurare. Fonseca, dal canto suo, ha iniziato benissimo. Anche grazie ad un ambiente che, dato un taglio netto col passato, sembra essere più propenso ad affrontare il futuro in modo costruttivo”.

Grazie Paolo

Salvio Imparato

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Roma-Napoli, nei giallorossi comanda il gioco, negli azzurri non si sa chi.

Roma-Napoli è stata una partita simmetrica. Simmetria, in tal caso, intesa nel veder fronteggiarsi sul terreno di gioco due squadre che hanno vissuto eventi esterni abbastanza simili quest’anno, tra decisioni arbitrali contestate ed infortuni che hanno reso il cammino alquanto incidentato.

Roma-Napoli ha un però che consiste nella diversa reazione di queste due squadre ad eventi esterni. Da un lato Paulo Fonseca – di cui non se ne parlerà mai troppo bene – che ha ovviato all’emergenza rendendola una risorsa. E l’ha fatto dando vita ad un progetto tattico nuovo dal punto di vista dell’inquadramento tattico, senza derogare ai propri princìpi di gioco.

LA CHIAVE DI SVOLTA DELLA ROMA DI FONSECA

La chiave di questa nuova fase romanista è senz’altro Mancini. Impostato come “1” davanti alla difesa nel basculante 4-1-4-1 in non possesso, l’ex atalantino assume la duplice funzione di schermo e di prima impostazione, liberando una linea per Veretout e consentendo a Pastore di attaccare gli spazi intermedi senza preoccuparsi troppo di interdizione e filtro.

Ma la bellezza di questa Roma non è solo il fatto che “sta a giocà cor core!”, ma deriva dal fatto di riuscire ad interpretare uno spartito tattico in cui tutti iniziano a ritrovarsi, gestendo a perfezione i tempi del match, a partire da quelli frettolosamente bollati come bidoni (Kluivert) a coloro che sono arrivati nella capitali con l’aura del bollito ma che stanno disputando un torneo in versione-Van Dijk. Parlo di Chris Smalling, ma lo si è capito. E consentitemi di sottolineare che il leader della Roma è il suo gioco, oltre ad un vero capitano come Edin Dzeko, cosa che ha dimostrato ieri. E inoltre: quant’è bella la Roma senza capi, capetti, capuzzielli e semidei!

IL NAPOLI DI ANCELOTTI SENZA GIOCO E REAZIONE

Dall’altro c’è il Napoli. Una squadra che alle avversità esterne non ha reagito. Non ha reagito per il semplice fatto che ad essa mancano visioni ed idee di gioco. Non sa dove vuole andare (potrebbe andare lontano, visto che, avendo giocato solo 15′ ha costruito tantissimo) e come farlo.

Una squadra che, a partire dall’ultimo girone di ritorno è sparita ed in palese involuzione tattica e mentale. A formazioni senza senso (Elmas laterale destro contro la Spal è qualcosa che non trova ancora spiegazione) si abbinano dichiarazioni che certificano il crollo di un progetto tecnico che avrebbe dovuto dare quel “quid” di forza mentale in più per raggiungere grandi obiettivi. Invece Davide Ancelotti parla di squadra abbattuta per non aver concretizzato quel grande quarto d’ora. Insigne parla della gara con l’Atalanta e di quanto abbia condizionato la pessima prestazione dell’Olimpico.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non la certezza di un allenatore che al Napoli non ha dato e non potrà dare nulla. Nonostante un mercato che – parole sue – l’ha soddisfatto in pieno.

Essì. Ancelotti in questo momento fa tristezza.

PAOLO BORDINO

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Zeman al Napoli dopo le dimissioni dell’integralista Ancelotti

Zeman-Napoli-De-Laurentiis

La storia del fantomatico incontro tra De Laurentiis e Zeman all’Olimpico. Lunga chiacchierata, il presidente è stanco del tecnico di Reggiolo e con il Boemo sa che potrebbe ricreare sogni, entusiasmi e capitali.

Ecco come il presidente del Napoli arriva a Zeman. De Laurentiis già era pieno di dubbi quest’estate, si era addirittura reso conto di aver sopravvalutato la rosa e forse pure Ancelotti, ma a quel punto ha chiesto mercato. Adl dal canto suo è sempre stato chiaro – << Aò Carlé questa è la rosa, te sei sicuro che poi fa meglio de quello stronzo de Sarri co questi?>> – Carletto è umano e sbagliando ha risposto sì, ma poi scontrandosi con la realtà non ha voluto ammettere a se stesso l’errore e più di cambiare moduli e uomini non sembra voler arretrare di un centimetro.

Il suo metodo si sa è vincente con grandi interpreti e quello che chiedi a Di Maria, Ibra, Lewandosky, Ronaldo, Benzema, Sergio Ramos, non puoi chiederlo a Zielinsky, Milik, Mertens e Insigne. Non certo perché non sono bravi anzi, ma restano dei grandi interpreti di un gioco collettivo, di un sistema di gioco fatto di meccanismi ossessivi, provati e riprovati. Un metodo da cui Ancelotti si è congedato da tempo. Però un allenatore, che non si adatta alle caratteristiche della squadra, viene etichettato da sempre integralista e se l’etichetta vale per Sarri e Zeman, vale anche per Ancelotti che schiera Insigne terzino aggiunto e tanti giocatori in diversi ruoli per fare il suo 4-4-2.

De Laurentiis in tribuna all’Olimpico, ormai saturo, intercetta qualche fila più su e laterale il Boemo Zeman a fumare concentrato pensieri calcistici. Aurelione lo guarda un pò sconsolato e Zeman con lo sguardo schifato gli fa capire che se lo merita, lui come tutto il calcio italiano a veder sprecati potenziali e gli occhi della gente.

È li che De Laurentiis ha l’intuizione e pensa – <<Ma che ce fa li er Boemo a fa da spettatore, m’ha regalato Insigne e sa allenare come pochi e c’o semo dimenticato solo perché nel calcio semo certi cafoni. Si Zeman senza panchina è na vera cafonata>> – ed è così che tra primo e secondo tempo gli si avvicina.

Ciao Sdengo che dici ti diverti?

“No, un pò come lei presidente”

Nun me lo dì, Ancelotti che me sta a combinà. Te che faresti?

“4-3-3, Elmas regista e Callejon alla Sansovini”

Alla chi?

“Su che il Pescara lo ricorda meglio di me, mi chiamava sempre quando si annoiava con Mazzarri”

Vero m’à fatto du palle quando ti ha battuto 4-1 e t’ho dimenticato, semo dei risultatisti del cazzo perdonaci

“Io vi perdono, ma il campo parla”

Che te devo dì, c’hai sempre ragione te Boemo. Insigne mi parla sempre di te.

“Mi piange il cuore a vederlo così, chiamami e ti risistemo la catena di sinistra. L’anno prossimo mi prenda Verratti o Tonali, poi Immobile, ti lancio Gaetano e voliamo.

Ma mica vuoi fare pure i gradoni?

“Sono molli, corrono poco e si fanno male spesso… Si!”

Ma non sarai troppo vecchio te la senti?

“Sono più giovane di questo calcio”

Mi piace. Domani Ancelotti si dimette, tieniti pronto e falli volare.

“Ho bisogno di tempo e garanzie di appoggio. Il tempo concesso a me non sarà tempo perso”

Ciao Boemo

“Arrivederci”.

Zeman-Napoli la conferenza stampa, apre De Laurentiis

Dopo aver accettato le dimissioni di Ancelotti e dopo una notte di riflessioni, De Laurentiis sceglie davvero il Boemo. Spettacolo, stadio pieno e super valutazione di giocatori che ormai stanno crollando sul mercato e depressi sul campo, le considerazioni che hanno portato alla “clamorosa” scelta.

“Ringrazio Ancelotti per il lavoro svolto, non è un esonero perché l’ho quasi convinto io a venire da noi. Ci siamo resi conto insieme che questa squadra ha bisogno di una scossa e di un metodo diverso. Carlo è un gran signore e si è dimesso, ha bisogno di un top team con altri budget, lo stesso vale per Zeman qui affianco a me, ma lui è un maestro che ha avuto di meno di quanto merita e ora è venuto il momento che il nostro calcio gli dedichi il posto d’onore, l’oscar alla carriera per ringraziarlo dei campioni che ha dato negli anni a tutto il calcio italiano. A noi ha dato Insigne e lui saprà come ridargli le chiavi della squadra e del gioco. Molti hanno scritto pazza idea Zeman, ma forse la pazzia più grande è stata la possibilità di trovarlo libero, per uno come lui avrei dovuto trovare, la fila! Lascio Zdenek alle vostre domande, grazie di aver partecipato, ci divertiremo tutti”

E qui finisce il sogno fatto ad occhi aperti dopo Roma-Napoli, dopo aver visto e ascoltato il Boemo all’Olimpico. La realtà così dovrebbe andare, non è il delirio di un tifoso zemaniano, ma la coscienza di chi conosce a fondo il calcio di Zeman e ne conosce le potenzialità e ne conosce il valore aggiunto rispetto al calcio che ne è l’antitesi.

SALVIO IMPARATO

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Il Messaggero, Zeman: “Ancelotti ha avuto un anno di tempo, Marquinhos l’ho preso io. Fonseca paragonato a me per offenderci”

Zeman scatenato sulle pagine del Messaggero, parla a 360° sul calcio italiano. Da Sarri, Conte e Ancelotti fino ad arrivare alla Lazio, un’intervista tutta da leggere.


Sette partite di campionato e due di coppe europee sotto lo sguardo di Zeman: il nuovo avanza o il calcio è sempre lo stesso?

«Ormai non si inventa più niente. Questo sport è più fisico e più aggressivo. E sempre meno tecnico. A interpreti di qualità vengono addirittura cambiate le caratteristiche. Non faccio nomi, guardate le partite e capirete»

Domanda al contrario: chi è in grado di non far vincere il nono scudetto di fila alla Juve?

«L’Inter. Oppure il Napoli che però non ha segnato per due partite di fila. Mai successo. Da Ancelotti ci si aspettava di più: l’anno scorso ha conosciuto i calciatori. Adesso tocca a lui». 

L’Inter è davvero così distante dai bianconeri?

«La rosa della Juve è superiore. Ma Conte se la gioca sul fisico, ha una buona squadra e vuole che i giocatori si comportino come era lui in campo. Un cagnaccio. Lo apprezzo. É tra i pochi che riesce a guidare un gruppo. Gli altri, invece, sono gestori».

Sarri e Conte, con chi sta?

«Sarri, ma di Napoli. Non credo che a Torino, però, rinunci al suo credo. Ci vuole più tempo. Chiede di giocare a un tocco e bisogna quindi imparare il resto. Come muoversi in campo».

Conosce bene Immobile: che cosa accade con Inzaghi?

«L’ha detto Ciro. Lui si sentiva bene ecco perché non voleva uscire. Io, se lui non zoppica, non lo levo mai. E’ sempre lo stesso: generoso, lottatore e con i tempi giusti. E fa gol. È capocannoniere, nonostante si sia già mangiato diverse reti». 

Non conosce Fonseca: ha capito come vuol far giocare la Roma?

«No. Dal vivo sono andato all’Olimpico solo per la gara contro l’Atalanta. Non ho visto il calcio offensivo e aggressivo. Parlare è un conto, poi mettere in pratica sempre un altro. E l’Ucraina, come campionato, non è l’Italia. Lui sta cambiando tanto, anche il sistema di gioco. Quando lo ha fatto Di Francesco, alla fine ha perso il posto».

Eppure all’inizio è stato accostato proprio a Zeman: che cosa ha pensato in quei giorni?

«La solita offesa al mio gioco. Lo dicevano solo perché prendeva troppi gol».

Perché Inzaghi non riesce a decollare?

«La Lazio è discontinua. Buon calcio, ma a tratti».

Come mai la Roma passa da un infortunio all’altro?

«A parte i traumi di gioco, la principale causa è la mancanza di preparazione in estate. Dopo tre giorni si gioca, magari in America. Si chiede subito uno scatto. Così ti rompi. Servono quaranta giorni per mettere la base, distribuiti tra lavoro muscolare e organico. Ora si mischia tutto. E lo stress fisico, prima o poi, lo paghi».

Giusto esonerare Giampaolo e Di Francesco?

«No. Ma è sempre così. Le società li scelgono, ma poi non gli danno il tempo di lavorare. Il Milan qualche punto l’ha fatto, la Sampdoria è in una situazione più preoccupante. Ma Eusebio se avesse saputo che questa era la situazione non sarebbe andato. Gli hanno ceduto i migliori e ancora oggi non si sa di chi è la società».

Quale squadra di serie A è divertente da vedere?

«In Italia nessuna. Inter-Juve è stata una bella partita. Caso isolato. Spero ce ne siano altre. Io guardo il Liverpool. Condivido lo spirito di Klopp. Calcio aggressivo, veloce e di qualità. Loro sì, giocano. Anche lì la partita inizia sullo 0 a 0, ma le squadre vanno in campo per cambiare il risultato. E vincere. In Premier anche le ultime della classifica ci provano. E capita che battano le prime. Qui, se sei inferiore non giochi. A parte il Lecce di Liverani. Vediamo se si salverà». 

L’Italia domani gioca a Roma contro la Grecia: è a punteggio pieno e con tre turni d’anticipo si può qualificare per Euro 2020. Come valuta il lavoro di Mancini?

«Propositivo. Ha inciso il suo ruolo, da calciatore. Bravo a dar spazio ai giovani, anche se qualche convocazione stona. Ma non può fare diversamente: la Juve ha un titolare, l’Inter un paio. Deve quindi scendere di livello in campionato, chiamando gente con meno esperienza. I grandi club schierano quasi esclusivamente gli stranieri».

La Roma e la Lazio sono in corsa per il quarto posto: quale delle due è favorita?

«Possono farcela entrambe. Ora Inzaghi ha qualche chance in più, essendo a Roma da più anni. La squadra è collaudata. Fonseca ancora deve scegliere la formazione e su chi puntare. Ma nella sua rosa ha sicuramente più qualità».

E l’Atalanta?

«Buona squadra. Ha annientato la Roma che ha avuto solo chance casuali e non costruite. Gasperini punta sul duello fisico. Ma il gruppo è formato da stranieri. E solo due top: Gomez e Ilicic». 

Crede che Totti e De Rossi, prima o poi, torneranno alla Roma?

«Penso di sì, ma dovranno esserci le condizioni giuste. Francesco ha dovuto dire basta perché lo utilizzavano solo a scopo pubblicitario. È triste che sia finita così perché per anni è stata la Roma di Totti. Oggi è la Roma di nessuno: il presidente non si sa dove sia. Chi la rappresenta? A Francesco auguro di trovare un ruolo in cui riesca a divertirsi e dare il suo contributo. Non lo vedo allenatore. Daniele, invece, sì. Ha voglia di farlo». 

A proposito di suoi ex giocatori: che cosa succede a Insigne?

«Lorenzo rimane calciatore importante. Napoli è più difficile fuori e in campo ne risenti. Se gioca nel suo ruolo, è sempre tra i migliori».

Il calciatore italiano che finora ha fatto meglio?

«Barella. L’ho conosciuto nella primavera del Cagliari. Espulso in ogni partita e diversi rigori sbagliati. Me lo ricordo per quanto menava. E per la qualità».

E Zaniolo?

«Ha forza fisica. Ma è centrocampista. Mezzala destra o sinistra».

C’è uno straniero, tra quelli appena arrivati, ad aver incuriosito Zeman?

«Mi intriga Leao. Mi aspetto tanto, ha qualità. Vediamo come si ambienta. Bisogna aver pazienza, è successo anche con Maradona, Platini e Zidane. Gli stranieri sono, però, troppi e penalizzano il calcio italiano».

Ha lavorato con il presidente Pallotta: a distanza di anni, come mai non è riuscito ancora a conquistare la tifoseria?

«Perché ha ceduto i giocatori con cui avrebbe vinto lo scudetto. E facile, con quei campioni».

Anche il presidente Lotito è criticato: non ha investito come avrebbe voluto la gente?

«Ha poca ambizione, come del resto la tifoseria. Si accontentano. La Lazio, però, è Lotito».

La top 11 di Zeman, usando solo i giocatori che ha allenato?

«Lasciamo stare. Come faccio a scegliere come play tra Di Biagio e Verratti?. Ho avuto grandi in ogni ruolo».

E lo straniero più bravo?

«Stessa risposta: Aldair, Cafu, Boksic e anche altri. Chi prendo?».

C’è un suo ex giocatore che ha fatto una carriera migliore di quanto si aspettasse?

«Tommasi. Non mi aspettavo che diventasse così forte. Corsa, personalità e intelligenza».

Chi è il miglior tecnico italiano?

«Mio figlio Karel, ma non allena»

A 72 anni quale squadra avrebbe voglia di guidare?

«Non i campioni del mondo, ma in un club dove l’allenatore consiglia i giocatori. E a loro insegna. Ora i presidenti fanno la squadra con i procuratori. Quando alla Roma mi mostrarono cinquanta centrali difensivi, in dieci secondi scelsi Marquinhos. E dicono ancora che lo hanno preso loro. Lo misi terzino, come Nesta. Quando sono giovani, di lato fanno meno danni. Ma avete visto quanto è diventato forte Alessandro. Adesso l’altro fa addirittura il mediano in mezzo Ma sa che cosa fare: quando conquista la palla, la appoggia a Verratti».

Torna sempre ai suoi ragazzi: perché non ricomincia dal settore giovanile?

«A Palermo feci salire sessanta giocatori nel professionismo. Ora ti impongono gli stranieri. Viene privilegiato il business. Io penso sempre alla prima squadra. E alla Nazionale. Con la Lazio diedi otto giocatori a Sacchi. E con la Roma ho sempre avuto tanti azzurri».

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Zeman: “Se ad Insigne manca una stagione in serie A insieme? Per me è penalizzato dal gioco” (VIDEO)

Zeman: “Insigne è penalizzato dal gioco” Sarà una mia fissazione, ma per me Insigne e Zeman avrebbero fatto il botto…

Geplaatst door GruppoZeman.com op Zaterdag 5 oktober 2019
Domanda su Insigne a Zeman di Salvio Imparato

Era il Football Leader del 2018. Zeman ritirava a Napoli un premio alla carriera e Sarri era appena stato sostituito da Ancelotti. Nemmeno a lui mancano i problemi con Insigne.

Quando si parla di Insigne a Zeman, si parla di una sua creatura. Di un talento a cui ha cui ha dato movimenti, visione di gioco, forma atletica e cultura del lavoro.

La domanda nasce spontanea a Lorenzo manca una Zemanlandia in A con il Boemo?

Di sicuro gli avrebbe fatto fare il salto di categoria più velocemente. Quello che Mazzarri e Benitez hanno rallentato, per questioni di modulo il primo e tattiche per quanto riguarda il periodo dello spagnolo. Con Rafa la crescita fu indubbia, ma i 90 metri di campo, come appuntò anche Zeman, gli offuscava la brillantezza offensiva.

Con Sarri invece, riportato al ruolo in cui esplose, ala sinistra del 4-3-3, Insigne è tornato vicino a suoi livelli. Purtroppo il rendimento non sempre costante e la staffetta con Mertens non hanno evitato a Lorenzo screzi con il pubblico del San Paolo e con Sarri. Proprio in nome di queste continue difficoltà, chi vi scrisse pose a Zeman la domanda del titolo.

Mister ad Insigne manca una stagione in A con lei?

“Non lo so, per me, non vorrei dirlo ma, è stato penalizzato dal gioco. Giocare ad un tocco per lui che ha il dribbling, fantasia e il tiro che se lo prepara è limitante secondo me”.

Questo aveva da dire per quanto riguardava il gioco di Sarri, ma di sicuro e l’ha detto più volte, non vede bene la posizione in cui Carlo Ancelotti vede Insigne. Domani Carletto sembra voler far tornare a vestire il 4-3-3 agli azzurri. Ma non basterà solo cambiare modulo ad una squadra abituata ad un certo tipo di lavoro, fatto di automatismi e schemi, che hanno ridotto negli anni il gap con la Juventus. Ancelotti da sempre più gestore, sembra restio ad accettare di guidare una squadra che non può andare oltre i propri limiti.

Salvio Imparato

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Napoli-Cagliari 0-1, Ancelotti domina, Maran la vince

Napoli-Cagliari-Ancelotti-Maran-Zeman

In città si leggono molti attacchi ad Ancelotti. Difficile dare colpe al tecnico dopo un Napoli-Cagliari a senso unico (30 tiri e 70% di possesso), ma gli interrogativi sulle scelte di Carletto restano.

Napoli-Cagliari è una di quelle partite viste mille volte dal popolo zemaniano. Il CALCIO punito dall’ANALFACALCISMO, così scherzosamente chiamiamo il vecchio catenaccio. L’ultima che fece molto male fu Verona-Cagliari, i ragazzi di Zeman, dopo le pallate rifilate a Mazzarri e Sarri, non riuscirono proprio a metterla dentro, lezione di gioco a Mandorlini ma subirono gol da fuori di Tachtsidis a pochi minuti dalla fine. Quelle partite che fanno dire all’italiano calciofilo medio o al Cucci di turno “meglio saper difendere che attaccare” VADE RETRO.

SCELTE E CAMBI DI ANCELOTTI

Nessuna colpa ad Ancelotti quindi, ma resta che chi vi scrive non lo capisce. Nei cambi e in alcune scelte. A volte più dettate dal caso e dall’irrefrenabile smania di camaleontismo. Llorente forse meritava di giocarsela dall’inizio, specialmente dopo l’exploit a Lecce. Forse non c’era bisogno, con un Cagliari cosi arroccato, di sbilanciarsi oltremodo: centrocampo Allan-Zielinski ancora, senza nemmeno Insigne ad aiutare la fascia in copertura (da cui il Napoli ha subito la ripartenza e Maran l’ha capito) e a costruire per i due “PENNELLONI”. Infatti la decisione di sostituire Insigne ha influito più sotto l’aspetto difensivo, che su quello di costruzione. Una squadra abituata a movimenti collettivi, messa in condizioni di uno contro uno soffre non poco, succede a Koulibaly figuriamoci a Mario Rui.

Per quanto riguarda i cambi è difficile discuterli conoscendo il pensiero di Ancelotti. Il trend in cui non esistono ruoli fissi è assodato, e lasciare Mertens in campo largo insieme a Milik e Llorente escludendo i due esterni offensivi ne è la prova. In attacco però la manovra sembra confusa, quasi un voler dare punti di riferimento all’avversario. Purtroppo in modo così esasperato anche il Napoli stesso sembra perderli. Elmas invece ancora in panca, il suo apporto al centrocampo e ad Allan, che soffre Zielinski da più di una stagione, non guasterebbe. Tutti quesiti che si pone un allenatore da sofà e che per carità non vuole mettere in discussione un titolato come Re Carlo, anche se l’esperienza è tanta per non farsi infinocchiare da quel volpone di Maran.

SALVIO IMPARATO

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Insigne, il pupillo di Zeman è la stella del Napoli

insigne-zeman-napoli

E menomale che Insigne era il problema del Napoli. Il talento di Frattamaggiore determinante in tutti e tre i gol ai danni dei Reds.

Sono lontani i tempi in cui Zeman disse: “Insigne è più forte di chi gioca adesso nel Napoli”. Era il 2010 e il Boemo, esiliato e dimenticato (per loro), dimostrava di avere ancora la visione dell’illuminato, dimostrando di saper guardare dove il calcio italiano non ha mai avuto il coraggio di guardare, un po’ per non ammettere i propri errori e un po’ per non evidenziare l’incompetenza di tanti nel settore. 

E pensare che se non ci fosse stata la folle idea di Casillo, di riprendere il Foggia e formare la vecchia squadra con Pavone, Franco Mancini, Franco Altamura e ovviamente il Maestro, magari Insigne vagherebbe ancora tra prestiti e scetticismi aspettando a 28 anni la definitiva crescita: e chi oggi sostiene che Lorenzo non è consacrato, o è ciuccio o è in malafede. 

INSIGNE E IL DOPO ZEMAN

Da quando è rientrato a Napoli, dopo gli insegnamenti di Zeman, ha trovato purtroppo Mazzarri. Il toscano non ha aiutato il talento di Frattamaggiore a mettere in mostra le sue qualità, un po’ per il modulo e un po’ per la sua scarsa attitudine con i giovani. Va dato atto però a De Laurentiis di aver incominciato, dopo aver visto il Pescara di Zeman, a cambiare visione calcistica. E quella visione oggi lo aiuta ancora oggi a saper essere in contrasto tattico con gli allenatori, anche con Ancelotti. 

Insigne è sempre stata la chiave del dopo Mazzarri. Ha facilitato non poco il lavoro di Benitez e Sarri, anche se entrambi sono sempre stati scettici sul 4-3-3. Mentre squadra e presidente no, e guarda caso la vera esplosione nel gioco del Napoli avvenne proprio con questo modulo nelle mani di Sarri. Ora è il modulo di riferimento del toscano, ma qui sosteneva di non gradirlo per questioni di baricentro, però con l’ottimo lavoro sulla difesa, sul pressing e su determinati concetti ne uscì fuori uno spettacolo di gol ed equilibrio. In serie A era proprio dai tempi di Zeman che non si vedeva un 4-3-3 di questo livello, un caso? Almeno nella fase offensiva no.

LA POSIZIONE DI ANCELOTTI SCRICCHIOLA

Con Carlo Ancelotti il dilemma Insigne ritorna. La situazione in casa Napoli oggi sembra di leggero contrasto tattico con la società. Ovviamente contrasto che si trasferisce sul mercato. Si vuole puntare su Insigne ala sinistra, mentre Ancelotti insiste su un determinante trequartista e la sua posizione, dopo la prestazione di Lorenzo fondamentale in tutti e tre i gol contro i reds, scricchiola un po’ ovunque, sia da quella tattica che da quella di allenatore titolato, da cui avrebbe potuto dettar un po’ più legge invece di cedere alla totale linea aziendalista. 

COSTRUIRE IL NAPOLI SU INSIGNE

Di sicuro arrivare alle 4 partite in pay per view senza acquisti importanti non è un bel biglietto da visita. Non ci fa bella figura il Napoli , Ancelotti e nemmeno Sky. Speriamo arrivino presto specialmente per Insigne. L’unico napoletano del Napoli che vuole vincere e merita finalmente che si costruisca una squadra attorno a lui, per il calcio che da anni dispensa in azzurro.

Salvio Imparato 

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Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman. Sarri poteva evitare la Juve.

Insigne-Zeman

Lorenzo Insigne ha rilasciato un’intervista a Radio Kiss Kiss. Ha affrontato vari argomenti e ha manifestato la voglia di vincere.

 «Sono contento dei tifosi – confessa Insigne – Il mio obiettivo è quello di fare un campionato migliore rispetto a quello dell’anno scorso. Siamo una squadra da primissimi posti in serie A. Koulibaly è il miglior difensore in Europa e Manolas ha fatto tanti anni a Roma sempre ad alti livelli. Ha segnato in semifinale di Champions, ma abbiamo anche altri difensori che ci hanno dato una grossa mano».

FASCIA DA CAPITANO E POSIZIONE IN CAMPO

«Al di là della fascia ho sempre cercato di dare una mano ai compagni negli spogliatoio. Era giusto farlo perché sono napoletano. Mi spiace quando non riesco dare tantissimo perché sono il primo a rimanerci male quando il Napoli non vince».

«Posizione nuova in campo? Ho parlato col mister e sappiamo il modulo che adotta, ho chiesto di spostarmi sulla sinistra anche se lui sa che sono a disposizione. A me piace rientrare dalla sinistra. e spero che il mister mi sposti lì».

I FISCHI

«Rimango male per i fischi perché sono napoletano e poi non penso che si possa fischiare i giocatori: in campo diamo l’anima. Sono il primo a sentirmi male quando non facciamo il risultato. Bisogna sempre lavorare e cercherò sempre di dare il massimo».

«Rispetto ad altre squadre abbiamo una bella base solida creata negli anni e questa cosa ci può dare vantaggio. Quest’anno possiamo partire col piede giusto e arrivare in fondo».

«In Nazionale dite che gioco meglio perché ho segnato, altrimenti non lo avreste detto. A Napoli la numero 10 è stata indossata dal più forte al mondo, io ho fatto una scelta del 24 con dedica a mia moglie. Poi in nazionale si può prendere la 10 e mi fa piacere, ma il numero non fa il giocatore»

MERCATO E ABBONAMENTI

«James? Abbiamo le porte aperte a tutti i calciatori forti che la società riesce a prendere. Stanno lavorando su vari obiettivi, James ha qualità ed è un numero 10. Con noi si troverebbe benissimo. Le scelte le fanno la società e il mister. Magari se arriva James vinciamo davvero».

«Giusto abbassare il prezzo degli abbonamenti: per noi è importante il sostengo del pubblico. Spero lo stadio si riempia».

ZEMAN E SARRI ALLA JUVE

«Se sono arrivato fin qui è merito di Zeman – ribadisce Insigne – che mi ha voluto a Foggia e a Pescara. Sarri poteva andare dappertutto ma è stata una sua scelta e alziamo le mani. Come allenatore ci ha dato tantissimo. All’inizio con noi non è partito benissimo ma lì ci sono grandi campioni».

ZIELINSKI E CHAMPIONS LEAGUE

«Zielinski per me è un top player, gli manca solo un pizzico di cazzimma. Fabian speriamo che torni più forte dell’anno scorso».

«Col Liverpool abbiamo fatto una grande partita all’andata, ad Anfield non abbiamo fatto una delle migliori prestazioni dell’anno – afferma Insigne – e ci dispiace. Quando esci dalla Champions avendo messo in difficoltà Psg e Liverpool ti fa rabbia e quello è stato lo sbaglio più grande: pensare sempre alla Champions. Non abbiamo affrontato l’Europa League nel modo giusto. Ma sono stati sbagli importanti per crescere. Quest’anno non ricatterà. Adesso basta con i secondi posti. Siamo umani: ci esaltiamo se va bene ma se qualcuno parla male ci abbattiamo».

SALVIO IMPARATO

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