Gattuso ha ragione, ma è corretto dire che il Napoli torna a pensare?

Gattuso chiede alla stampa di fare il bene del Napoli, ma forse sbaglia a spiegare il nuovo metodo del Napoli. Proviamo a spiegare perché.

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Lo snobismo per Gattuso è partito. Era auspicabile portando vento di sarrismo, specialmente se sbandierato da chi meno te l’aspetti, da De Laurentiis, il presidente che qui chiamano Pappone. Ed è qui che la stampa partenopea ha perso la bussola. Mesi e mesi a difendere Ancelotti per screditare il predecessore, con tesi improbabili e in malafede, si è sentita tradita da questo inauspicabile dietrofront presidenziale. Un tradimento simile lo ha subito la famosa pagina sarrismo, quando fu ufficiale il passaggio di Sarri alla Juventus. Di certo i fan del toscano non hanno il coltello tra i denti come alcuni giornalisti vicini al Napoli, pronti a pugnalare Gattuso, sperando in passi falsi e fallimento.

Gattuso fa benissimo a sfogarsi e a chiedere il bene del Napoli. Sbaglia però, insieme al Napoli (Giuntoli ndr), a dire che il Napoli torna a pensare. I termini e la comunicazione sono importanti, se Sarri veniva attaccato per la sua, irriverente e a volte volgare, era però impeccabile nei termini e nei concetti. A dire il vero anche Ringhio, quando ha parlato di calcio in serenità ha saputo essere chiaro e ha dimostrato preparato. Ma sulla questione della squadra pensante ha dato l’assist perfetto ad alcuni media per alzare il polverone Gattuso vs Ancelotti.

Di solito la stampa calcistica, specialmente quella autorevole, non studia, non si aggiorna anzi il loro scopo, data la velocità di consegna e la ricerca di feedback click tendono ad essere superficiali ed approfittare di crepe di linguaggio. In questa giungla abbiamo assistito a concetti chiari stravolti completamente, quindi figuriamoci. Ecco che in questo contesto non conviene esprimere concetti delicati in modo errato.

IL NAPOLI DI ANCELOTTI DOVEVA PENSARE TROPPO

Il Napoli ha cambiato metodo e se vogliamo affermare che quello attuale è più giusto per questo Napoli non sbagliamo. Sbagliamo se diciamo che la squadra torna a pensare, perché con Ancelotti il problema era proprio questo. I ragazzi erano costretti a pensare troppo ed essere meno automatizzati. Dovevano essere più pronti ad interpretare lo sviluppo del gioco (ne abbiamo parlato qui), e su questo vuoi per una questione, di caretteristiche, di tattica o psicologica, il Napoli ha avuto delle grosse difficoltà di continuità. Con Gattuso si torna a lavorare di catena, ad impare a memoria certi movimenti e quindi ad allenare la concentrazione per mantenere certe posizioni ed eseguire geometricamente il modulo. Si torna a pensare si, ma di collettivo e non più singolarmente. Alla fine forse il più grande errore di Ancelotti è stato pretendere troppo da questi calciatori e troppo poco da De Laurentiis.

Salvio Imparato

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Zeman: “Calcio italiano povero di inventiva e attuazione progetti”

Zdenek Zeman torna in prima pagina sul Corriere Dello Sport, questa volta accanto ad Ibrahimović. Intervistato ancora da Antonio Giordano.

Se avete avuto un tempo per sognare, vi sarete perduti nei tagli e nelle diagonali, nelle sovrapposizioni e in un calcio che vi avreb- be posseduto, come un demone dal quale è impossibile difender- si: e tra Licata e Foggia, e poi sulle due sponde di Roma, e ancora tra Lecce e Pescara e persino negli anfratti di delusioni dolorose (Napoli, Avellino, Salerno) avreste ritrovato una visione onirica d’un football verticale, un’avvolgente poesia da recitare come nel Santo Natale, salendo sulla seggiola e declamando. 4-3-3 sa di Zeman, soprattutto di lui, d’una dimensione onirica che conquista e stordisce, d’una visione eternamente futurista – ieri come oggi – e intramontabile: non è mai evaporato quel modello, eppure avrebbero voluto farcelo credere, ma è rimasto eguale a se stesso, disegna nella fantasia un palleggio che guarda lontano, non vive di ricordi, e punta dritto al cuore della gente che ancora insegue un selfie oppure le tracce d’una bellezza ch’è eterna

Il calcio secondo Zeman ha sfumature diverse, sa di antico e di moderno assieme, e non rientra nelle convenzioni.

«Io sto guardando spesso la Lazio e la Roma e mi sto divertendo. La Lazio in particolare, in questo momento, mi piace: ha un centrocampo fantastico e quei due là davanti che sono decisivi. Cinque uomini di così alto livello ti appagano, ti fanno divertire. Però ogni anno le capita sempre un periodo un po’ difficile che finisce per pregiudicar- ne la stagione».


La Juventus vista da Zeman che sensazione lascia?

«Per me vincerà lo scudetto, a meno che non accadano inciden- ti di percorso straordinari. Ma ha una qualità dell’organico inarrivabile, basta leggere i nomi dei titolari e anche quelli delle cosiddette riserve».


Però ha anche un gioco che non è quello che vorrebbe Sarri…

«Non è semplice e comprendo. Neanche al Chelsea è stato possibile riprodurre il modello-Napoli. Ma quella era una squadra diversa, nella quale si fondeva la magia degli interpreti. E non si ritrovano calciatori così compa- tibili tra di loro da esaltarsi tutti assieme. Il Napoli non va preso come esempio, perché resta qua- si unico nel suo genere».

E’ tornato Ibrahimovic e la sua irruzione ha scosso.

«Ma sono curioso di vederlo, perché ha un’età e lo dico con assoluto rispetto. Il fisico è imponente, il talento non si discute, ma viaggia sui 38 anni ed è un dettaglio che non si può ignorare. Poi i grandi ritorni, al Milan, non hanno mai contribuito a clamorosi rilanci. Non credo che possa accadere, ma sono pronto a verificare il contrario».

La Roma ha cambiato proprietà, ormai.

«E non so che dirle. Speriamo che questa dia qualcosa in più di quella che l’ha preceduta».

Ci sono sempre più stranieri al comando, in Italia.

«Il calcio è un business, ormai, e forse all’estero ci sono più soldi da investire che qui da noi. Ma l’aspetto finanziario resta rilevante però non decisivo, perché per ave- re successo o costruire qualcosa che resti serve soprattutto altro».

Ha detto recentemente Allegri: nel calcio moderno manca la figura del dirigente.

«E sento di condividere il suo pensiero, perché corrisponde a quello che diceva: se dipendesse esclusivamente dal cosiddetto potere economico, sarebbe semplice, basterebbe spendere, spendere, spendere. E invece bisogna saperlo fare, avendo consapevolezza di ciò che serve e di quel che si vuole. Certo, essere ricchi aiuta, ma non è sufficiente. E casi ce ne sono nella storia. E’ l’idea che ti fa progredire, che ti aiuta a sviluppare un percorso».

Non vinciamo in Europa da un decennio.

«Forse perché siamo più poveri di inventiva manageriale. Il nostro ritardo non è riconducibile al conto in banca, che pure ha un peso, ma alla solidità dei Progetti, alle loro attuazioni».


L’Inter di soldi ne ha…

«Per me è ancora distante dalla Juventus e comunque avrà bisogno di un periodo di tempo necessario per rimodularsi. Però, intanto, in Champions è uscita, anche in un girone non semplice».


L’Italia, anzi Napoli, ha bruciato Ancelotti.

«Non sono dentro le questioni, però ho seguito, visto e letto e dopo le ultime vicende, qualcosa mi lasciava intuire che sarebbe accaduto. Deve averlo capito anche l’Everton, visto che è successo tutto così in fretta».


L’Atalanta è la sorpresa?

«Non può esserlo, perché ormai va avanti a certi livelli da un paio di stagioni. Gasperini fa un calcio diverso, fisico, aggressivo, orga- nizzato. E ha due calciatori, Gomez e Ilicic, che sono decisivi. Gli è mancato Zapata, ma è riuscito a fronteggiare la situazione: vuol dire che c’è consistenza».

Dire Champions, per Zeman, vuol dire…

«Pensare al Liverpool, più di ogni altra squadra. E poi subito dopo al Psg, che con Mbappé, Neymar, Icardi e quando c’è anche Cavani ti trasmette gioia e dà spettacolo vero. Poi inserisco ancora e sempre il Barcellona: per me stanno avanti queste tre e la Juve, a livello internazionale, mi pare ancora un pochino distante. E’ anche vero che in un match di andata e ritorno possono subentrare fattori esterni, il calo di forma o infortuni e squalifiche, capaci di incidere. Ma è raro. Alla distanza, si impongono i più bravi».

Disse Zeman non molto tempo fa: mi manca Totti.

«Lo confermo anche ora, che pure è passato del tempo dal giorno del suo addio. Io uno come lui lo avrei conservato in una teca e comunque avrei pro- vato ad allungargli la carriera, facendogli giocare qualche partita in più. Perché un Totti nasce assai raramente, non so quanto dovremo ancora aspettare per vederne uno che possa somigliargli. Ma la sua figura aiuterebbe sempre il calcio, anche fuori dal campo. Qualsiasi cosa egli faccia»

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De Laurentiis si scopre sarrista e parla zemaniano (VIDEO)

Il presidente De Laurentiis pizzicato a Milano, fuori l’Hotel che ospita la festa per i 120 anni del Milan, confessa una fede sarrista e certifica valide la tesi di zemaniano.com

De Laurentiis, pittoresco come sempre, sconfessa la linea della gran parte della stampa partenopea del periodo Ancelottiano, svelando un’insaspettata fede sarrista, fa cadere in depressione chi a mo di articoli ha fatto di tutto per difendere l’indifendibile. La squadra a torto o a ragione era orfana di un modulo e un collettivo e Adl non poteva far più finta di non vedere quello che Carletto non voleva accettare.

È vero, gli allenatori non devono rinunciare ai propri dogmi, come giustamente ha detto Zeman. Ma come il boemo ben sa, per questo motivo ha sacrificato il posto per non tradirsi. La stessa cosa è successa ad Ancelotti e il presidente con l’intervista, spiegando il suo punto di vista, conferma le tesi che portiamo avanti da quando Re Carlo si è insediato a Napoli.

La prima sentenza la esprimemmo dopo Inter-Napoli 2-1, dove parlammo di 4-4-2 involutivo, poi recentemente in una chiacchierata con lo zemaniano sarrista Paolo Bordino parlammo della differenza del lavoro di Sarri con questa squadra. Poi appena insediato Gattuso abbiamo parlato del suo possibile 4-3-3.

Insomma De Laurentiis parla di Sarri, Insigne e 4-3-3 come gli fosse mancato molto il Napoli del toscano.

Sarri

«Eravamo conosciuti in tutta Europa col 4-3-3 di Sarri, eravamo osannati in tutta Europa. Gattuso ha fatto bene con questo modulo al Milan, sappiamo già di cosa parliamo. C’è qualcuno che si ricorda cos’era quel modulo e altri che dovranno impararlo.  Occorre avere pazienza, Gattuso è una persona garbata, è un profilo molto giusto. Al Napoli raramente sono stato sfortunato, ho sempre avuto grandi allenatori».

Insigne

 “Insigne? Un giocatore straordinario, col 4-3-3 il Napoli tornerà a brillare. I calciatori sono uomini e sportivi, non automi. Lorenzo ha bisogna di ritrovare la sua enorme forza da giocatore straordinario che è. Ha bisogno di allenarsi. Così come la squadra, quando rifaranno squadra secondo me risaliremo la china rapidamente. Bisogna solo fare squadra. È una squadra che si deve ritrovare. È una compagine di grandi attori che hanno grande virtù, sanno giocare a calcio”.

Ibra, Mertens e priorità difesa alta

«Avevamo pensato a Ibrahimovic con Ancelotti. Zlatan è una persona straordinaria, che ho conosciuto, una fortissima personalità. Ora prima di pensare a Ibrahimovic ho altre priorità: devo cercare di rimettere in sesto una squadra che deve giocare in modo diverso, con una linea molto alta, con una difesa che non deve concedere quello che abbiamo concesso ieri. Mertens all’Inter? Ha un contratto in cui può andare ovunque tranne che in Italia. È chiaro?»

Insomma De Laurentiis è diventato integralista, ora molti giornalisti fingeranno di essere amanti del bel gioco o cercheranno di riappropriarsi della loro dignità? Chissà.

SALVIO IMPARATO

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Zdenek Zeman al Giraud un’immagine dolceamara

Il boemo Zdenek Zeman era tra i presenti, allo stadio Giraud di Torre Annunziata, per assistere alla sfida del Messina di suo figlio Karel, in casa del Savoia.

Il Maestro a Torre Annunziata per assistere a Savoia-ACR Messina ❤️❤️❤️

Geplaatst door GruppoZeman.com op Zondag 8 december 2019

L’immagine è sempre la stessa, non cambia. La sagoma all’apparenza immobile di Zdenek Zeman, racconta, al contrario, la curiosità calcistica ancora giovane di respirare una partita di serie D, con lo sguardo vivo di sempre a fissare il rettangolo di gioco. Non importa la categoria, il calcio scorre potente nel boemo. Tutto questo, per chi vorrebbe rivederlo presto in panchina, rincuora si, ma allo stesso tempo rattrista e addolora.

#SavoiaAcrMessina #SoloSavoia ZEMAN PRESENTE AL GIRAUD

Geplaatst door solosavoia.it op Zondag 8 december 2019

Eh si leggere di tante panchine in bilico in A e B, e non vedere mai il nome di Zeman accostato seriamente ad una qualsiasi squadra irrita non poco. È mai possibile che nessun presidente e nessuna società si renda conto dell’occasione di aver uno come lui libero? Dobbiamo davvero credere che, con tutto il rispetto, Filippini, Bucchi, Gelain, Castori etc. siano un’alternativa migliore al Boemo? Perché poi dovrebbe essere un’eresia volerlo accostare al Napoli?

In un paese normale una squadra che dice di essere fatta per il 4-3-3, orfana di un lavoro di campo, può essere, se parliamo esclusivamente di calcio, presa in mano solo da un uomo. Da chi il 4-3-3 lo ha come marchio di fabbrica. Modulo interpretato con un calcio che ha scritto pagine di storia del calcio italiano, a cui dopo anni di esilio ha regalato in poco tempo 4 nazionali, e ha riscritto i testi di Coverciano.

Quindi non ce ne vogliano Gattuso, Reja, Prandelli e anche Ventura, ma se vengono presi seriamente questi profili, per Zeman l’onestà intellettuale pretende si faccia lo stesso. Non ci si riduca sempre troppo tardi, Zeman fu mandato via dalla Roma per prendere Capello. Don Fabio ebbe bene o male gli stessi problemi di Ancelotti. Un gran mercato di Sensi l’anno dopo lo aiutò a vincere. Quindi la lezione del buon Zdenek sulla differenza tra gestore e allenatore sembra avere un’altra conferma. Meriterebbe davvero di sedere sulla panchina del Napoli sostituendo uno dei tecnici più titolati. Almeno solo per restituirgli simbolicamente, con un gesto, tutto quello che il calcio del “belpaese” gli ha levato.

Salvio Imparato

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Napoli-Bologna 1-2, Ancelotti non si è voluto adattare a questa squadra

Gli azzurri crollano in casa contro i ragazzi di Sinisa Mihajlovic. Napoli-Bologna finisce 1-2. Non è bastata la prova di cuore ad Anfield e il confronto tra squadra e De Laurentiis. Ancelotti intanto e attacca la squadra.

Assurdo parlare ancora di tattica, folle pure esaltare una partita (Liverpool) che, per quanto il momento fosse…

Geplaatst door Salvio Imparato op Zondag 1 december 2019

Non è più, da tempo, una questione tattica

Assurdo parlare ancora di tattica, anche se il passaggio da 4-3-3 a 4-2-4 ha creato una voragine alla squadra, folle pure esaltare una partita (Liverpool) che, per quanto il momento fosse delicato, si motivava e preparava da sola. Il progetto tecnico tattico di Ancelotti è finito da mesi. La squadra ha mollato lui in primis e le scelte comunicative di De Laurentiis hanno peggiorato le cose.

Ancelotti, De Laurentiis e le valutazioni sbagliate del dopo Sarri

Ancelotti, chi vi scrive lo ripete da quando è finito il primo ritiro estivo, ha avuto la presunzione di poter fare meglio di Sarri con questo materiale e la grave colpa di accettare una squadra derubata e vogliosa di riscatto, senza farsi fare un mercato degno del suo nome e del suo palmares. I giocatori hanno le loro responsabiltà, ma avevano ancora ambizioni e lo hanno dimostrato provando, la stagione scorsa, un altro l’ennesimo miracolo, poi ovvio che molli.

Re Carlo senza un mercato adeguato il vero fallimento

Lo sapevano anche le pietre che servivano, non dico tre, ma almeno due Top per coccolare e dare forza psicologica a questa squadra, che poteva e meritava di vincere molto di più. Purtroppo dal secondo anno di Benitez Adl non ha mai dimostrato con salti di qualità di voler vincere, la squadra nonostante questo ci ha sempre provato e forse questo ricatto, e non patto, delle multe tolte in cambio della zona champions o zona pappone, come dicono i meno affezionati al presidente, è stata l’ennesima rottura. Intanto Ancelotti, nel post di Napoli-Bologna, torna a parlare incolpa la squadra, mai si è visto a questi livelli un tecnico che difende se stesso, dandosi si una parte di responsabilità, ma solo perché non poteva fare altrimenti. Sapeva di trovarsi in un contesto diverso rispetto alle sue precedenti esperienze, ma nonostante questo ha allenato questa squadra come se avesse a disposizione i campioni a cui è abituato, privandola gradualmente degli automatismi che l’hanno fatta grande irritando i calciatori che, non è un mistero, lo hanno abbandonato da parecchie giornate.

Zeman?

Questa squadra non ha altri obiettivi che tornare a divertirsi. Noi un nome, il migliore, ce l’abbiamo e De Laurentiis risolverebbe tanti problemi economici rivalutando la squadra, anche i nuovi. Ci siamo anche stancati di ripeterlo, stufi delle etichette e della pazza idea. Zemanlandia non è follia, non è utopia, è cultura calcistica e grande competenza, illuminismo tecnico, atletico e tattico.

Salvio Imparato

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Ammutinamento Napoli, Zeman il precedente più recente.

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Tutto vero, Zeman l’anno scorso fece ammutinamento. Sembrerà assurdo per chi non ha seguito le vicende del suo ultimo Pescara. E il Napoli, decidendo di interrompere il ritiro dopo il match pareggiato con il Salisburgo, ricorda molto l’episodio clamoroso di Zeman dopo il match perso contro il Cittadella nel marzo 2018.

Diverse le dinamiche e i protagonisti, ma il filo che congiunge De Laurentiis e Sebastiani è davvero sottile, almeno per quanto riguarda la comunicazione calcistica nei momenti topici delle stagioni. A dire il vero rispetto all’apparente grande rapporto tra Ancelotti e De Laurentiis, l’idillio tra Zeman e Sebastiani era finito da un pezzo, ma dopo il mercato di gennaio 2018 sembrava tregua tra i due. A marzo però Sebastiani creò i presupposti per l’ammutinamento del Boemo.

I FATTI DOPO LA SCONFITTA DI CITTADELLA

Purtroppo nonostante una buona partita contro la favorita Cittadella, che mostrò ampi segnali di miglioramento dei biancazzurri, arrivò la sconfitta per 2-0. Purtroppo Sebastiani non dimenticò i dissidi di dicembre con Zeman. Ordinò una riunione tecnica che obbligava staff tecnico e giocatori ad ignorare il giorno di riposo e presentarsi a al Poggio la mattina di domenica 4 marzo 2018. Zeman, probabilmente stizzito dall’ordine presidenziale, decise di non salire sul pullman. Quel bus lo avrebbe riportato a Pescara e invece tornò con mezzi propri a Roma. A squadra presente e staff tecnico assente Sebastiani decise di esonerare Zdenek Zeman, azione che portò alle dimissioni del ds Peppino Pavone, che aveva voluto il ritorno di Zeman in riva all’adriatico.

Dopo l’esonero Sebastiani portò addirittura Zeman in tribunale per insubordinazione. I giocatori del Napoli infatti pare abbiano interpellato già i loro avvocati, prima di compiere questo ammutinamento. Ora si attendono i conseguenti scenari e la replica della società. La sensazione è che lo spogliatoio azzurro da anni serio e con cultura del lavoro, sia stato messo a dura prova da Ancelotti e De Laurentiis. Ai dissidi tecnici si sono aggiunte dichiarazioni e decisioni del presidente non gradite agli azzurri. Alla fine forse restano solo dei ragazzi che avrebbero voluto vincere. Avrebbero desiderato ricevere le condizioni giuste per farlo.

I GIOCATORI AZZURRI ULTIMI RESPONSABILI DI QUESTO BIENNIO

Noi lo diciamo dall’avvento da Ancelotti. Questa è una squadra che viene dalla depressione di uno scudetto perso che non poteva fare altri miracoli. Ci voleva un segnale forte e cioè Ancelotti più due o tre calciatori di livello. E’ vero i giocatori guadagnano alte somme di danaro. Però non dimentichiamo che anche loro hanno sogni ed ambizioni. Insigne è napoletano avrebbe voluto vincere, anche Mertens, lo hanno dichiarato entrambi. La sopravvalutazione della rosa da parte di De Laurentiis e Ancelotti sembra il vero errore di questa gestione. I calciatori davvero sembrano gli ultimi responsabili di questo biennio. Il ritiro è sembrata una punizione troppo severa e negativa per l’immagine di un gruppo che ha sempre dato tutto.

SALVIO IMPARATO

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Paolo Bordino, da Ancelotti a Pep e Sarri passando per Zeman.

Paolo-Bordino-Ancelotti-Zeman-Sarri-Guardiola

Chiacchierata zemaniana con il nostro Paolo Bordino. Paolo l’ho conosciuto a Castellammare in occasione di Juve Stabia-Pescara del 2011, il giorno in cui conoscemmo per la prima volta il nostro vate di Praga Zedenk Zeman. Presentatomi come uno dei più esperti conoscitori del calcio zemaniano e del calcio in generale, da quel giorno non abbiamo mai smesso di parlare di calcio ed oltre a scrivere di calcio campano su varie testate è stato anche nostro inviato a Cagliari nella trasmissione RossoBlu95, alla quale ha preso parte per tre edizioni.

Paolo Bordino con Zeman in occasione di Juve Stabia Pescara nel settembre 2011

Ciao Paolo spesso nelle nostre chiacchierate private parli spesso di Ancelotti come allenatore che cura quasi esclusivamente lo sviluppo. Prima di addentrarci nel discorso su Carletto nel calcio contemporanea vuoi spiegare che tipo di lavoro è?

Parlo di sviluppo inteso come lavoro per lo più impostato sulla capacità di lettura delle situazioni di gioco – afferma Paolo Bordino – nella tattica collettiva e individuale. L’idea iniziale di Ancelotti, del Napoli “liquido”, era questa. Il punto è un altro…

Quale?

Siamo sicuri che, per qualità della rosa e caratteristiche dei singoli il Napoli sia una squadra che può fare a meno del lavoro continuo sulla ricerca degli automatismi? Vedi, nell’opinione pubblica calcistica si tende a creare dicotomie che non esistono: quella tra “giochisti” e “risultatisti” e quella tra “offensivisti e difensivisti”. Nulla di più sbagliato. La vera linea di frattura è quella tra tecnici come Zeman, Sarri o lo stesso Mazzarri che, a prescindere dalla filosofia di gioco, creano la loro impronta nel lavoro settimanale basato su certezze tattiche e automatismi ed allenatori come Ancelotti che, in un’ottica di gestione del gruppo e di fiducia nel valore dei singoli puntano per lo più su un lavoro teso all’interpretazione delle varie fasi del match. Qui casca l’asino: il Napoli ha una rosa del livello delle squadre in cui Ancelotti ha mietuto successi? Può bastare al Napoli un lavoro sul campo che accantoni la ricerca di automatismi in nome della pura e semplice ricerca dello sviluppo del gioco? I fatti dicono di no. Così come la stessa storia recente ci dice che il tipo di allenatore che serve al Napoli è di diverso tipo rispetto a quello attuale.

Ma Ancelotti con l’avvento di Guardiola e Klopp resta un tecnico attuale?

Guardiola e Klopp hanno avuto un enorme merito: dimostrare al mondo che il lavoro maniacale su princìpi di gioco ed automatismi, unito alla ricerca di innovazioni tattiche che hanno già cambiato il calcio contemporaneo, è un qualcosa che di esportabile ai livelli più alti del calcio europeo e non soltanto un lustro per gli occhi da confinare in provincia tra gli sghignazzi di chi etichetta un certo modo di giocare come “bello ma poco redditizio”. Con Guardiola e Klopp più di qualcosa è cambiato: impostazione con doppio regista, uscita sul falso e “gegenpressing” sono diventati materie di studio per allenatori di ogni categoria. Oggi, nel 2019, per vincere non basta più la mera “gestione” dei talenti. Basta guardare la classifica dell’ultima Premier League. Chi sono stati i primi tre? Guardiola, Klopp e Sarri, con il primo e il terzo a trionfare in Europa. Qualcosa vorrà pur dire. Così come appaiono tuttora indicative ed eloquenti le difficoltà incontrate dallo stesso Ancelotti al Bayern…

Guarda caso sostituì proprio Guardiola sulla panchina dei bavaresi e qui a Napoli Sarri. Forse è proprio passare da un lavoro ossessivo ad uno più rilassato a mettere in difficoltà i giocatori? Delle lamentele sul poco lavoro a Monaco c’è stato da parte dei giocatori

“Non la porrei in questi termini – dice Paolo Bordino – io vedo una questione di tipologia di lavoro inadatto all’organico che Ancelotti ha a disposizione. Se un tipo di approccio oggi inizia a non andare bene finanche per gruppi di lavoro forgiati di vittoria in vittoria, come può pensare di attecchire fino in fondo laddove, come a Napoli, c’è un gruppo che ha vinto poco e la cui vera leadership è stata quella degli automatismi in campo? Ancelotti per sintonizzarsi con la realtà napoletana dovrebbe tornare quello di Parma anziché l’uomo della “decima”…”

Quello di Parma forse finì proprio alla Juventus dove ora c’è Sarri. I risultati stanno arrivando, ma il gioco ancora non esplode, che idea ti sei fatto di questa prima fase del toscano nei bianconeri?

“Proprio l’avvento di Sarri è la riprova di quanto dicevo prima. La gestione del gruppo all’insegna dello sviluppo non basta più per restare ai vertici di un calcio che tende globalmente ad un livellamento verso l’alto. La Juve prendendo Sarri, un uomo di campo, di principi tattici, di schemi e di automatismi snatura un po’ sè stessa per provare ad andare oltre quanto il già fatto. Dal canto suo, Sarri ha dinanzi a lui un lavoro non facile: portare dalla sua parte un gruppo che, mentalmente, potrebbe inconsciamente cullarsi sulle certezze di anni di successi giunti per vie diverse rispetto a quelle che vuole battere Sarri.

Il lavoro è a metà, ma sembra bene avviato: il 4-3-1-2 di partenza sembra essere il vestito tattico individuato dal tecnico per valorizzare e sfruttare al meglio il potenziale offensivo notevole. Non mi aspettavo riuscisse in così breve tempo a far mettere in pratica a Pjanic il proprio credo. C’è ancora molto da lavorare, invece, su una linea difensiva che deve ancora comprendere appieno quando e come accompagnare il pressing e su i movimenti senza palla dalla trequarti di campo in su, ancora caratterizzati da un tempo di gioco di troppo. È chiaro, tuttavia, che i risultati aiutano e la Juve, quando conta, come nello scontro diretto di Milano, ha dimostrato di esserci e di voler intraprendere un cammino tattico nuovo.”

Veniamo al nostro vero ispiratore, Zeman. Il suo calcio è ancora attuabile? Modica con la sua Vibonese sembra volerci dire che quel calcio ancora riesce a mettere in crisi squadre più attrezzate. Il Bari di De Laurentiis e Vivarini, infatti, è stato letteralmente dominato nel gioco.

“Giacomo Modica è un tecnico preparato come pochi. È uno zemaniano di ferro con un autonomia di pensiero che porta a non scimmiottare il suo maestro dal punto di vista tattico. A Cava de’ Tirreni ha dimostrato tutto il suo valore salvando una squadra con un’ossatura di categoria inferiore. E se non fosse stato per alcune scelte societarie apparse come incongrue avrebbe senz’altro centrato i play-off. Con la proverbiale quantità che sopperisce alla qualità.

Tuttavia credo che, in realtà, il calcio di Zeman non sia mai stato pienamente attuato (se non a Licata e a Foggia). Anche a Pescara, spettacolo meraviglioso che è ancora nei nostri occhi, talvolta ha apportato dei correttivi tattici in difesa derogando ai suoi principi, come quando nel finale di campionato ebbe a mantenere Bocchetti bloccato a sinistra in difesa. In tal senso, le difficoltà maggiori incontrate da Zeman non derivano dal fatto che abbia deliberatamente trascurato la fase difensiva, come sostengono coloro che lo conoscono in modo superficiale. Piuttosto, dal fatto che Zeman richiede un tipo di concezione del modo di difendere radicalmente opposta a quella che viene inculcata a Coverciano ai tecnici di ogni livello.

Sin da piccoli, ai difensori viene insegnato non ad attaccare la sfera come avrebbe bisogno il calcio di Zeman, ma a coprirla e difenderla. Ed è naturale che, crescendo, il difensore assimila certi principi e li assume come innati. Per questo Zeman preferisce difensori giovani. Ricordate il lancio di Nesta, destinato al prestito al Sora? Oppure Marquinhos subito in campo alla Roma, contrariamente al parere di Sabatini, che intendeva destinarlo alla Primavera? Per Zeman il difensore ideale, da plasmare, è quello mentalmente sgombro da preconcetti mentali. Quindi, il giovane. A tal proposito, mi resta il rimpianto di non aver potuto vedere all’opera in giallorosso, con Zeman, la coppia Marquinhos-Romagnoli. Ci sarebbe stato da divertirsi…”

Eh si un vero peccato problemi simili li ha avuti anche a Cagliari e nell’ultima esperienza a Pescara..

Non è neppure colpa dei giocatori. Cambiare la mentalità di un trentenne non è semplice- afferma Paolo Bordino – il punto è nel tipo di mentalità che viene plasmata in Italia a livello difensivo. Difendere e coprire, mai “attaccare” la palla per essere mentalizzati verso la porta avversaria. Nella sua ultima esperienza a Pescara, in tal senso, Zeman ha dato la sensazione di adattarsi all’organico del pacchetto arretrato, difendendo spesso a baricentro basso. E l’intera manovra ne risentiva.

Il problema vero è sempre alla base, prendere Zeman e parlare di progetto, ma alle prime difficoltà delegittimare il lavoro del Boemo pubblicamente attraverso i media da parte dei presidenti..

“I progetti a certi livelli possono esistere fino ad un certo punto. I diritti televisivi fanno da sempre molta gola ed il rischio di retrocedere porta i presidenti a scelte fin troppo conservative. Se questo da un lato è comprensibile per le piccole squadre, ancora più clamoroso è il caso del Milan, che dà il benservito a Giampaolo ed al suo progetto tecnico addirittura dopo una vittoria! In un contesto del genere, chi rischierebbe di prendere Zeman non potendogli dare carta bianca? Sulle esternazioni passate di Giulini e Sebastiani direi che abbiamo consumato anche più inchiostro del dovuto…”

Chiudiamo con un pensiero sulla costante Gasperini e su Fonseca, quest’ultimo riuscirà a spuntarla sulla follia della piazza romanista?

“Gasperini – confessa Paolo Bordino – dichiarando dopo il cappotto dal City che mai avrebbe rinunciato alla propria identità contro Guardiola, anche per un discorso “formativo”, oltre a dare una lezione a tanti colleghi ha anche dimostrato che l’unica realtà progettuale del calcio italiano (con un fatturato strutturale a ridosso dei top-team) è una realtà atta a perdurare. Fonseca, dal canto suo, ha iniziato benissimo. Anche grazie ad un ambiente che, dato un taglio netto col passato, sembra essere più propenso ad affrontare il futuro in modo costruttivo”.

Grazie Paolo

Salvio Imparato

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Roma-Napoli, nei giallorossi comanda il gioco, negli azzurri non si sa chi.

Roma-Napoli è stata una partita simmetrica. Simmetria, in tal caso, intesa nel veder fronteggiarsi sul terreno di gioco due squadre che hanno vissuto eventi esterni abbastanza simili quest’anno, tra decisioni arbitrali contestate ed infortuni che hanno reso il cammino alquanto incidentato.

Roma-Napoli ha un però che consiste nella diversa reazione di queste due squadre ad eventi esterni. Da un lato Paulo Fonseca – di cui non se ne parlerà mai troppo bene – che ha ovviato all’emergenza rendendola una risorsa. E l’ha fatto dando vita ad un progetto tattico nuovo dal punto di vista dell’inquadramento tattico, senza derogare ai propri princìpi di gioco.

LA CHIAVE DI SVOLTA DELLA ROMA DI FONSECA

La chiave di questa nuova fase romanista è senz’altro Mancini. Impostato come “1” davanti alla difesa nel basculante 4-1-4-1 in non possesso, l’ex atalantino assume la duplice funzione di schermo e di prima impostazione, liberando una linea per Veretout e consentendo a Pastore di attaccare gli spazi intermedi senza preoccuparsi troppo di interdizione e filtro.

Ma la bellezza di questa Roma non è solo il fatto che “sta a giocà cor core!”, ma deriva dal fatto di riuscire ad interpretare uno spartito tattico in cui tutti iniziano a ritrovarsi, gestendo a perfezione i tempi del match, a partire da quelli frettolosamente bollati come bidoni (Kluivert) a coloro che sono arrivati nella capitali con l’aura del bollito ma che stanno disputando un torneo in versione-Van Dijk. Parlo di Chris Smalling, ma lo si è capito. E consentitemi di sottolineare che il leader della Roma è il suo gioco, oltre ad un vero capitano come Edin Dzeko, cosa che ha dimostrato ieri. E inoltre: quant’è bella la Roma senza capi, capetti, capuzzielli e semidei!

IL NAPOLI DI ANCELOTTI SENZA GIOCO E REAZIONE

Dall’altro c’è il Napoli. Una squadra che alle avversità esterne non ha reagito. Non ha reagito per il semplice fatto che ad essa mancano visioni ed idee di gioco. Non sa dove vuole andare (potrebbe andare lontano, visto che, avendo giocato solo 15′ ha costruito tantissimo) e come farlo.

Una squadra che, a partire dall’ultimo girone di ritorno è sparita ed in palese involuzione tattica e mentale. A formazioni senza senso (Elmas laterale destro contro la Spal è qualcosa che non trova ancora spiegazione) si abbinano dichiarazioni che certificano il crollo di un progetto tecnico che avrebbe dovuto dare quel “quid” di forza mentale in più per raggiungere grandi obiettivi. Invece Davide Ancelotti parla di squadra abbattuta per non aver concretizzato quel grande quarto d’ora. Insigne parla della gara con l’Atalanta e di quanto abbia condizionato la pessima prestazione dell’Olimpico.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non la certezza di un allenatore che al Napoli non ha dato e non potrà dare nulla. Nonostante un mercato che – parole sue – l’ha soddisfatto in pieno.

Essì. Ancelotti in questo momento fa tristezza.

PAOLO BORDINO

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Zeman al Napoli dopo le dimissioni dell’integralista Ancelotti

Zeman-Napoli-De-Laurentiis

La storia del fantomatico incontro tra De Laurentiis e Zeman all’Olimpico. Lunga chiacchierata, il presidente è stanco del tecnico di Reggiolo e con il Boemo sa che potrebbe ricreare sogni, entusiasmi e capitali.

Ecco come il presidente del Napoli arriva a Zeman. De Laurentiis già era pieno di dubbi quest’estate, si era addirittura reso conto di aver sopravvalutato la rosa e forse pure Ancelotti, ma a quel punto ha chiesto mercato. Adl dal canto suo è sempre stato chiaro – << Aò Carlé questa è la rosa, te sei sicuro che poi fa meglio de quello stronzo de Sarri co questi?>> – Carletto è umano e sbagliando ha risposto sì, ma poi scontrandosi con la realtà non ha voluto ammettere a se stesso l’errore e più di cambiare moduli e uomini non sembra voler arretrare di un centimetro.

Il suo metodo si sa è vincente con grandi interpreti e quello che chiedi a Di Maria, Ibra, Lewandosky, Ronaldo, Benzema, Sergio Ramos, non puoi chiederlo a Zielinsky, Milik, Mertens e Insigne. Non certo perché non sono bravi anzi, ma restano dei grandi interpreti di un gioco collettivo, di un sistema di gioco fatto di meccanismi ossessivi, provati e riprovati. Un metodo da cui Ancelotti si è congedato da tempo. Però un allenatore, che non si adatta alle caratteristiche della squadra, viene etichettato da sempre integralista e se l’etichetta vale per Sarri e Zeman, vale anche per Ancelotti che schiera Insigne terzino aggiunto e tanti giocatori in diversi ruoli per fare il suo 4-4-2.

De Laurentiis in tribuna all’Olimpico, ormai saturo, intercetta qualche fila più su e laterale il Boemo Zeman a fumare concentrato pensieri calcistici. Aurelione lo guarda un pò sconsolato e Zeman con lo sguardo schifato gli fa capire che se lo merita, lui come tutto il calcio italiano a veder sprecati potenziali e gli occhi della gente.

È li che De Laurentiis ha l’intuizione e pensa – <<Ma che ce fa li er Boemo a fa da spettatore, m’ha regalato Insigne e sa allenare come pochi e c’o semo dimenticato solo perché nel calcio semo certi cafoni. Si Zeman senza panchina è na vera cafonata>> – ed è così che tra primo e secondo tempo gli si avvicina.

Ciao Sdengo che dici ti diverti?

“No, un pò come lei presidente”

Nun me lo dì, Ancelotti che me sta a combinà. Te che faresti?

“4-3-3, Elmas regista e Callejon alla Sansovini”

Alla chi?

“Su che il Pescara lo ricorda meglio di me, mi chiamava sempre quando si annoiava con Mazzarri”

Vero m’à fatto du palle quando ti ha battuto 4-1 e t’ho dimenticato, semo dei risultatisti del cazzo perdonaci

“Io vi perdono, ma il campo parla”

Che te devo dì, c’hai sempre ragione te Boemo. Insigne mi parla sempre di te.

“Mi piange il cuore a vederlo così, chiamami e ti risistemo la catena di sinistra. L’anno prossimo mi prenda Verratti o Tonali, poi Immobile, ti lancio Gaetano e voliamo.

Ma mica vuoi fare pure i gradoni?

“Sono molli, corrono poco e si fanno male spesso… Si!”

Ma non sarai troppo vecchio te la senti?

“Sono più giovane di questo calcio”

Mi piace. Domani Ancelotti si dimette, tieniti pronto e falli volare.

“Ho bisogno di tempo e garanzie di appoggio. Il tempo concesso a me non sarà tempo perso”

Ciao Boemo

“Arrivederci”.

Zeman-Napoli la conferenza stampa, apre De Laurentiis

Dopo aver accettato le dimissioni di Ancelotti e dopo una notte di riflessioni, De Laurentiis sceglie davvero il Boemo. Spettacolo, stadio pieno e super valutazione di giocatori che ormai stanno crollando sul mercato e depressi sul campo, le considerazioni che hanno portato alla “clamorosa” scelta.

“Ringrazio Ancelotti per il lavoro svolto, non è un esonero perché l’ho quasi convinto io a venire da noi. Ci siamo resi conto insieme che questa squadra ha bisogno di una scossa e di un metodo diverso. Carlo è un gran signore e si è dimesso, ha bisogno di un top team con altri budget, lo stesso vale per Zeman qui affianco a me, ma lui è un maestro che ha avuto di meno di quanto merita e ora è venuto il momento che il nostro calcio gli dedichi il posto d’onore, l’oscar alla carriera per ringraziarlo dei campioni che ha dato negli anni a tutto il calcio italiano. A noi ha dato Insigne e lui saprà come ridargli le chiavi della squadra e del gioco. Molti hanno scritto pazza idea Zeman, ma forse la pazzia più grande è stata la possibilità di trovarlo libero, per uno come lui avrei dovuto trovare, la fila! Lascio Zdenek alle vostre domande, grazie di aver partecipato, ci divertiremo tutti”

E qui finisce il sogno fatto ad occhi aperti dopo Roma-Napoli, dopo aver visto e ascoltato il Boemo all’Olimpico. La realtà così dovrebbe andare, non è il delirio di un tifoso zemaniano, ma la coscienza di chi conosce a fondo il calcio di Zeman e ne conosce le potenzialità e ne conosce il valore aggiunto rispetto al calcio che ne è l’antitesi.

SALVIO IMPARATO

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Il Messaggero, Zeman: “Ancelotti ha avuto un anno di tempo, Marquinhos l’ho preso io. Fonseca paragonato a me per offenderci”

Zeman scatenato sulle pagine del Messaggero, parla a 360° sul calcio italiano. Da Sarri, Conte e Ancelotti fino ad arrivare alla Lazio, un’intervista tutta da leggere.


Sette partite di campionato e due di coppe europee sotto lo sguardo di Zeman: il nuovo avanza o il calcio è sempre lo stesso?

«Ormai non si inventa più niente. Questo sport è più fisico e più aggressivo. E sempre meno tecnico. A interpreti di qualità vengono addirittura cambiate le caratteristiche. Non faccio nomi, guardate le partite e capirete»

Domanda al contrario: chi è in grado di non far vincere il nono scudetto di fila alla Juve?

«L’Inter. Oppure il Napoli che però non ha segnato per due partite di fila. Mai successo. Da Ancelotti ci si aspettava di più: l’anno scorso ha conosciuto i calciatori. Adesso tocca a lui». 

L’Inter è davvero così distante dai bianconeri?

«La rosa della Juve è superiore. Ma Conte se la gioca sul fisico, ha una buona squadra e vuole che i giocatori si comportino come era lui in campo. Un cagnaccio. Lo apprezzo. É tra i pochi che riesce a guidare un gruppo. Gli altri, invece, sono gestori».

Sarri e Conte, con chi sta?

«Sarri, ma di Napoli. Non credo che a Torino, però, rinunci al suo credo. Ci vuole più tempo. Chiede di giocare a un tocco e bisogna quindi imparare il resto. Come muoversi in campo».

Conosce bene Immobile: che cosa accade con Inzaghi?

«L’ha detto Ciro. Lui si sentiva bene ecco perché non voleva uscire. Io, se lui non zoppica, non lo levo mai. E’ sempre lo stesso: generoso, lottatore e con i tempi giusti. E fa gol. È capocannoniere, nonostante si sia già mangiato diverse reti». 

Non conosce Fonseca: ha capito come vuol far giocare la Roma?

«No. Dal vivo sono andato all’Olimpico solo per la gara contro l’Atalanta. Non ho visto il calcio offensivo e aggressivo. Parlare è un conto, poi mettere in pratica sempre un altro. E l’Ucraina, come campionato, non è l’Italia. Lui sta cambiando tanto, anche il sistema di gioco. Quando lo ha fatto Di Francesco, alla fine ha perso il posto».

Eppure all’inizio è stato accostato proprio a Zeman: che cosa ha pensato in quei giorni?

«La solita offesa al mio gioco. Lo dicevano solo perché prendeva troppi gol».

Perché Inzaghi non riesce a decollare?

«La Lazio è discontinua. Buon calcio, ma a tratti».

Come mai la Roma passa da un infortunio all’altro?

«A parte i traumi di gioco, la principale causa è la mancanza di preparazione in estate. Dopo tre giorni si gioca, magari in America. Si chiede subito uno scatto. Così ti rompi. Servono quaranta giorni per mettere la base, distribuiti tra lavoro muscolare e organico. Ora si mischia tutto. E lo stress fisico, prima o poi, lo paghi».

Giusto esonerare Giampaolo e Di Francesco?

«No. Ma è sempre così. Le società li scelgono, ma poi non gli danno il tempo di lavorare. Il Milan qualche punto l’ha fatto, la Sampdoria è in una situazione più preoccupante. Ma Eusebio se avesse saputo che questa era la situazione non sarebbe andato. Gli hanno ceduto i migliori e ancora oggi non si sa di chi è la società».

Quale squadra di serie A è divertente da vedere?

«In Italia nessuna. Inter-Juve è stata una bella partita. Caso isolato. Spero ce ne siano altre. Io guardo il Liverpool. Condivido lo spirito di Klopp. Calcio aggressivo, veloce e di qualità. Loro sì, giocano. Anche lì la partita inizia sullo 0 a 0, ma le squadre vanno in campo per cambiare il risultato. E vincere. In Premier anche le ultime della classifica ci provano. E capita che battano le prime. Qui, se sei inferiore non giochi. A parte il Lecce di Liverani. Vediamo se si salverà». 

L’Italia domani gioca a Roma contro la Grecia: è a punteggio pieno e con tre turni d’anticipo si può qualificare per Euro 2020. Come valuta il lavoro di Mancini?

«Propositivo. Ha inciso il suo ruolo, da calciatore. Bravo a dar spazio ai giovani, anche se qualche convocazione stona. Ma non può fare diversamente: la Juve ha un titolare, l’Inter un paio. Deve quindi scendere di livello in campionato, chiamando gente con meno esperienza. I grandi club schierano quasi esclusivamente gli stranieri».

La Roma e la Lazio sono in corsa per il quarto posto: quale delle due è favorita?

«Possono farcela entrambe. Ora Inzaghi ha qualche chance in più, essendo a Roma da più anni. La squadra è collaudata. Fonseca ancora deve scegliere la formazione e su chi puntare. Ma nella sua rosa ha sicuramente più qualità».

E l’Atalanta?

«Buona squadra. Ha annientato la Roma che ha avuto solo chance casuali e non costruite. Gasperini punta sul duello fisico. Ma il gruppo è formato da stranieri. E solo due top: Gomez e Ilicic». 

Crede che Totti e De Rossi, prima o poi, torneranno alla Roma?

«Penso di sì, ma dovranno esserci le condizioni giuste. Francesco ha dovuto dire basta perché lo utilizzavano solo a scopo pubblicitario. È triste che sia finita così perché per anni è stata la Roma di Totti. Oggi è la Roma di nessuno: il presidente non si sa dove sia. Chi la rappresenta? A Francesco auguro di trovare un ruolo in cui riesca a divertirsi e dare il suo contributo. Non lo vedo allenatore. Daniele, invece, sì. Ha voglia di farlo». 

A proposito di suoi ex giocatori: che cosa succede a Insigne?

«Lorenzo rimane calciatore importante. Napoli è più difficile fuori e in campo ne risenti. Se gioca nel suo ruolo, è sempre tra i migliori».

Il calciatore italiano che finora ha fatto meglio?

«Barella. L’ho conosciuto nella primavera del Cagliari. Espulso in ogni partita e diversi rigori sbagliati. Me lo ricordo per quanto menava. E per la qualità».

E Zaniolo?

«Ha forza fisica. Ma è centrocampista. Mezzala destra o sinistra».

C’è uno straniero, tra quelli appena arrivati, ad aver incuriosito Zeman?

«Mi intriga Leao. Mi aspetto tanto, ha qualità. Vediamo come si ambienta. Bisogna aver pazienza, è successo anche con Maradona, Platini e Zidane. Gli stranieri sono, però, troppi e penalizzano il calcio italiano».

Ha lavorato con il presidente Pallotta: a distanza di anni, come mai non è riuscito ancora a conquistare la tifoseria?

«Perché ha ceduto i giocatori con cui avrebbe vinto lo scudetto. E facile, con quei campioni».

Anche il presidente Lotito è criticato: non ha investito come avrebbe voluto la gente?

«Ha poca ambizione, come del resto la tifoseria. Si accontentano. La Lazio, però, è Lotito».

La top 11 di Zeman, usando solo i giocatori che ha allenato?

«Lasciamo stare. Come faccio a scegliere come play tra Di Biagio e Verratti?. Ho avuto grandi in ogni ruolo».

E lo straniero più bravo?

«Stessa risposta: Aldair, Cafu, Boksic e anche altri. Chi prendo?».

C’è un suo ex giocatore che ha fatto una carriera migliore di quanto si aspettasse?

«Tommasi. Non mi aspettavo che diventasse così forte. Corsa, personalità e intelligenza».

Chi è il miglior tecnico italiano?

«Mio figlio Karel, ma non allena»

A 72 anni quale squadra avrebbe voglia di guidare?

«Non i campioni del mondo, ma in un club dove l’allenatore consiglia i giocatori. E a loro insegna. Ora i presidenti fanno la squadra con i procuratori. Quando alla Roma mi mostrarono cinquanta centrali difensivi, in dieci secondi scelsi Marquinhos. E dicono ancora che lo hanno preso loro. Lo misi terzino, come Nesta. Quando sono giovani, di lato fanno meno danni. Ma avete visto quanto è diventato forte Alessandro. Adesso l’altro fa addirittura il mediano in mezzo Ma sa che cosa fare: quando conquista la palla, la appoggia a Verratti».

Torna sempre ai suoi ragazzi: perché non ricomincia dal settore giovanile?

«A Palermo feci salire sessanta giocatori nel professionismo. Ora ti impongono gli stranieri. Viene privilegiato il business. Io penso sempre alla prima squadra. E alla Nazionale. Con la Lazio diedi otto giocatori a Sacchi. E con la Roma ho sempre avuto tanti azzurri».

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