LA ROMA VINCE LA CONFERENCE LEAGUE

Josè Mourinho, dato da molti per finito, riesce nell’impresa di portare il primo trofeo internazionale riconosciuto dalla Uefa nella bacheca dell’As Roma. La squadra della capitale italiana è divenuta la prima detentrice della terza e nuovissima competizione internazionale introdotta da Ceferin: la Conference League

1. UNA FINALE BLASONATA

Il bellissimo disegno del vignettista Mauro Biani fissa in modo molto rappresentativo l’euforia giallorossa che ha invaso la capitale d’Italia e quella d’Albania, Tirana. Dove si è svolta la finale della nuovissima competizione internazionale targata Uefa, la Conference League, la terza per ordine d’importanza e di creazione.

Le finaliste erano la Roma per l’appunto e il gloriosissimo Feyenoord. Una finale blasonata benché i contenuti tecnici non siano stati altissimi. Partita nervosa anche per i precedenti non simpaticissimi tra le due tifoserie, che ha impermalito il clima anche in campo.

2. UNA ROMA CAPARBIA

La Roma ha alzato i gomiti e alla fine è bastato proprio per questo per avere la meglio sul gusto per il bel gioco veloce degli olandesi.

Alla fine Mourinho trova sempre il modo, nella partita secca, di avere la meglio dei suoi rivali nonostante le sue trame offensive non siano esaltanti o almeno non eccellenti in modo continuativo.

E il modo lo scova tra le pieghe psicologiche dei match come fosse più un tennista che un allenatore di calcio.

3. MOURINHO IL CALCOLATORE

Quest’ultimo ab origine non definibile lo sport del diavolo, come invece lo è il tennis, né scientifico, come invece lo è il basket.

Eppure Coach Messina, pluripremiato allenatore di basket, una volta uscito dallo studio del tecnico portoghese, ha decontratto il suo pregiudizio baskettaro dopo aver verificato che di casuale nel calcio di Mou non c’è veramente nulla.

4. IL PROMETTENTE ARNE SLOT

Stavolta ne ha fatto le spese Arne Slot.

Allenatore olandese di sicuro avvenire, il cui lavoro ha già ricevuto riconoscimenti durante la sua esperienza all’Az. Ad Alkmaar, Arne, ha tirato fuori una vera e propria generazione di campioncini oggi sparsi per l’Europa: Boadu, Stengs, Wijndal, Koopmeiners… solo per citarne alcuni.

Slot ha ricevuto in dote anche al Feyer squadra altrettanto giovane. Da Senesi a Sinisterra, da Dressers a Kokcu, tutti ragazzi ammirati già da tempo in Olanda e ora da tutta Europa.

5. MOURINHO IL COMUNICATORE

Pur tuttavia, la loro gioventù ed esuberanza è stata travolta dalla marea giallorossa, ingrossatasi fino a divenire uno Tsunami sotto la splendida opera comunicativa di Mou, il quale ha reso tale finale di Conference una ragione di vita o di morte.

L’avesse persa, con un sudatissimo 6° posto in campionato, le ragioni della morte avrebbero prevalso su quelle della vita.

Quando però l’AlPacino degli allenatori, José da Setubal, entra nella modalità motivazionale di “Ogni maledetta Domenica”, è difficile che perda. Così quei centimetri che sono intorno a noi e la cui somma raccolta farebbe la differenza tra la vittoria e la sconfitta, tra il vivere e il morire, sono stati bruciati in un attimo, nel più classico dei carpe diem, da Zaniolo.

6. L’UOMO DELLA PARTITA: NICCOLO’ ZANIOLO

L’enfant prodige capitolino, talentuoso, bello e dannato, un po’ Panatta e un po’ Cassano, sfrutta un intervento bucato di un inadeguato centrale difensivo olandese (Trauner) e segna il gol decisivo.

Decisivo per il primo trofeo, riportato a Roma, dopo 14 anni; per il secondo trofeo internazionale della storia romanista dopo la risalente nel tempo Coppa delle Fiere.

7. UN TROFEO PER INIZIARE UN CICLO DI ALLENATORI PORTOGHESI?

Roma ha un nuovo imperatore e al suo seguito i centurioni… sebbene i meriti e le corone d’alloro se le intesti Mou, la prima pietra di quel che per i giallorossi si spera sia l’alba di un nuovo impero (born in the Usa) l’ha posata un altro portoghese, Daniel Fonseca.

Uomo di mondo, di stanza in Ucraina, coach sottostimato, che ha restituito ad un gruppo la dignità e l’orgoglio di combattere per una maglia individuandone modulo e posizioni che il vincente José ha ottimizzato.

Un pensiero doveroso se la squadra per 8/11 sua festeggia mentre Fonseca e la sua famiglia son dovuti scappare dagli affetti più cari in fuga da una guerra insensata.

Massimo Scotto di Santolo

Max Allegri al Club, “per me è no!”. Racconto del calcio che non convince

L’entusiasmo che ha accompagnato la presenza di Max Allegri al Club, ha incuriosito ma non ha convinto. I problemi del calcio italiano in Europa sono anche figli del racconto che il tecnico livornese ha portato in diretta a Sky Calcio Club.

Chiunque potrebbe dire – <<Ma come, Allegri è l’unico che ha portato la Juve a giocare due finali di Champions e voi scrivete queste eresie?>> – ma non avrebbe ragione, almeno non del tutto. Qui non stiamo scrivendo un articolo per dire – << Svegliatevi, Allegri non è bravo>> – anzi, Max Allegri è bravissimo, il numero uno dei gestori, come li definì Zeman. Ne è l’evoluzione, la versione 3.0 di Lippi, Capello e Ancelotti. Anzi come Ancelotti è un rinnegato, Carletto rinnegò Sacchi senza tradire il DNA del Milan, forse alla Juventus capì che non poteva replicare l’integralismo del suo maestro. Allegri invece ha rinnegato il bel gioco, con quello vinse la panchina d’oro alla guida del Cagliari, mutando invece il suo DNA personale, fino ad arrivare a quello che è oggi. Un allenatore moderno che va ospite di Caressa a far godere Capello e far felici gli anti Sarri e risultatisti.

IL CALCIO E’ CHI DIFENDE MEGLIO

Era l’ultima frase che si poteva sperare di sentire e Max Allegri we l’ha detta. E da li in poi non lo ascolti più con la curiosità di chi ormai si era buttato alle spalle il suo periodo Juventino, la contrapposizione con Sarri e i “giochisti”. Chi si è definito zemaniano non può non discostarsi dal racconto che ne è venuto fuori. Si tradirebbero le crociate filosofico-culturali di Zeman, dove il calcio è chi fa un gol più dell’avversario, ascoltando assoluti del calcio vecchia maniera. E si rischia anche di fare brutte figure se non si capisce, che ormai il calcio italiano sta pian piano accogliendo il calcio di chi è sempre stato vissuto come untore.

Non a caso le rivelazioni italiane sono tutte quelle che propongono un’idea di calcio ben precisa. Italiano, che è l’ultima in ordine cronologico, si emoziona in diretta per i complimenti ricevuti dal Boemo. Questa realtà dovrebbe raccontare molto di più di un – <<sono più importanti i calciatori e la loro tecnica>> – che diventa un racconto non più sostenibile. C’è ormai un pubblico attento che non si può entusiasmare a vedere Max Allegri e Don Fabio “farsi i pompini a vicenda” in stile Pulp Fitcion.

CON QUESTO TIPO DI RACCONTO NON SI VA LONTANI IN EUROPA

Sandro Piccinini in qualche modo ha tentato di ricordare, a Max Allegri, che in Europa le squadre cercano il risultato con una diversa mentalità offensiva. Ma Max ha tentennato, non ha saputo rispondere arrovellandosi con la storia del DNA delle società. Il Liverpool ed il City ad esempio, ora hanno il DNA di Klopp e Guardiola, quindi il suo discorso stona, se pragonato a queste realtà. Magari è più circoscritto alla serie A, ma in Champions perde molta forza. Insomma il suo racconto e tante altre realtà non dette o citate non convincono. Quando Zeman dice che in Italia si lavora poco nessuno lo cita o lo ascolta.

E’ chiaro che il colpo Sarri lo ha accusato. Un colpo forte da cui non ne è ancora uscito. E di sicuro non ne uscirà rafforzando questa limitata visione. Non ne uscirà consolidando miopi convinzioni, non sempre valide. Infatti prendiamo la sua regola in cui contasolo il valore dei calciatori. Perché da quando è arrivato Ronaldo, uno dei più forti del mondo, acciughina ha faticato di più? Max Allegri è intelligente e anche furbo, legge la partita come pochi. Ma il calcio che racconta e quello che rinnega screditandolo mettono a nudo il suo limite.

SALVIO IMPARATO

Zeman: “Italiano mi somiglia, in Italia si lavora poco fisicamente”

Zeman-Corsport-Italiano

Dopo un lungo silenzio, il Boemo è tornato a parlare. Ecco le parole di Zeman al Corriere Dello Sport, intervistato da Antonio Giordano.

La Roma è rientrata ieri pomeriggio dalla Ucraina

«Penso non incida. Se sei allenato bene – afferma Zeman – hai la possibilità di recuperare sino a domenica sera. E comunque non sarà un aspetto condizionante: gli organici sono ampi, si può procedere con le rotazioni».

Ma la Roma le piace?

«Non glielo posso dire…».

Faccia un’eccezione… 

«Contro le prime della classifica, ha conquistato pochi punti. E domenica scorsa hanno cominciato anche a perdere con il Parma. Anche questi sono segnali».

Domenica ha la possibilità di rivalutarsi, anche agli occhi della classifica, con il Napoli. 

«Che per me è favorito, in questo momento. Ma pure a loro manca la continuità nelle prestazioni, un paio buone e poi una o qualcuna sbagliata. E dipende, comunque, da come affronteranno la partita: se per vincerla o se per non perderla».

Il campionato del Napoli è border line: può arrivare in Champions o ritrovarsi anche niente tra le mani. 

«È una stagione deludente, complessivamente, ma la vittoria di Milano è una speranza, riavvicina gli azzurri al quarto posto e consente almeno di credere che sia possibile qualifi carsi per la Champions».

Insigne è sempre di più il miglior calciatore italiano? 

«Più passa il tempo e lui più diventa bravo. A me le classifiche sui calciatori non piacciono, però lui ci mette qualità, ti diverte, fa le due fasi, anche se una di queste non è cosa sua. Quando bisogna difendere, lui non ne prende una. Però ci mette tanta buona volontà e comunque sa fare ombra al giocatore avversario. Solo che per andare a coprire è costretto a rimetterci qualcosa in chiave offensiva”.

“L’Inter per vincere lo Scudetto ha dovuto rinunciare alla Champions?

“E invece seriamente io dico che in quel momento l’Inter non era convinta delle propria forze. Resto convinto che giocare ogni tre giorni sia possibile e che una squadra con quell’organico potesse permettersi il doppio e triplo impegno. Però, rivado a quei giorni e ripenso che all’epoca, probabilmente, Conte e i suoi non fossero pienamente consapevoli della loro consistenza. Succede”.  

Italiane eliminate in Champions

“Non siamo mai stati grandi lavoratori. Siamo indietro fisicamente, tecnicamente e tatticamente – dice Zeman – c’era già un gap. Si è dilatato con il virus, il problema è ampio. Ma siano concesse le attenuanti generiche”.

In Europa è rimasta solo la Roma

“E’ l’ennesimo campanello d’allarme, vuol dire che si è commesso qualche errore in precedenza”.

Scelga il nome di un allenatore che l’ha incuriosita. 

«Il primo, ma da anni, è Gasperini: ha una mentalità che colpisce, vuole sempre avere la palla e poi attacca, insegue la vittoria. In un calcio in cui in tanti passano la palla all’indietro, manco fossimo nel rugby, l’Atalanta fa altre cose e anche assai belle».

E poi un giovane: ce n’è uno in giro che un po’ qualcosa di lei sembra ce l’abbia dentro. 

«Italiano non si accontenta, devo dire che penso un poco mi somigli. Vuole salvarsi attraverso il gioco: lo propone e non lo subisce. E non ha paura».

Per divertirla, tra un po’, ci saranno gli Europei: perché la Nazionale di Mancini le piace.

 «Sempre pensato che fosse il Ct ideale per l’Italia. E il campo lo sta confermando…».

Le faccio alcuni nomi: Florenzi, Immobile, Insigne, Romagnoli e Verratti… 

«Li conosco bene. E spero che tutti e cinque possano esserci all’Europeo. Hanno meritato queste soddisfazioni, hanno lavorato duro e sempre, non si sono accontentati di ciò che il destino gli ha concesso. Io li ho semplicemente allenati e ognuno si è impegnato per migliorarsi”

Onofri: “Per battere Zeman preparai la partita con Stroppa”

Claudio Onofri presenta la sfida Crotone-Lazio ai microfoni di cittàceleste raccontando un aneddoto su Stroppa legato a Zeman.

“Potrebbe essere una gara apparentemente scontata in favore della Lazio, ma – confessa Onofri – il Crotone ha un modo di giocare che può dare fastidio, l’Atalanta ha sofferto non poco così come la Juventus che ha pareggiato. Sono convinto che la Lazio dovrà fare una grande partita per vincere e non abbassarsi a pensare ai soli due punti o i 19 gol subiti dal Crotone. Cosa dovuta, forse, dal fatto che alcuni elementi non sono adatti alla Serie A. Ci sono delle lacune. Ma anche giocatori interessanti come Messias che due anni fa giocava in Serie D ed ora è titolare in Serie A”.

Conferma che Stroppa è un allenatore che ci vede bene?

“Sì, sì. Di questo sono convinto. Se vuoi ti racconto un aneddoto…”.

Certo!

“Un anno allenavo il Genoa e Stroppa era un mio giocatore, dovevamo andare ad affrontare la Salernitana di Zeman e Stroppa era stato un suo giocatore. Tutta la settimana preparai la partita insieme a Giovanni Stroppa. Vincemmo. Ho intuito subito che avrebbe potuto fare l’allenatore una volta smesso di giocare”.

Dall’altra parte c’è la Lazio, come vedi la squadra di Inzaghi in questo momento?

“La partita di Torino e quella di Roma contro la Juventus ha fatto vedere che la squadra sta tornando al trend dello scorso anno, con risultati ottenuti all’ultimo minuto. Simone Inzaghi ha trovato lo spirito necessario per un nuovo campionato da protagonista. Questa è una caratteristica importante nel calcio, mica un dettaglio. Chiaro che servono giocatori all’altezza, ma questa dote di non mollare mai è importante specie in un campionato equilibrato come questo. I dettagli fanno la differenza. Stanno venendo di nuovo fuori le cose positive della Lazio”.

Hai parlato di un Crotone che pressa alto, sarà una gara aperta o con maggiori tatticismi?

“Credo che le squadre giocheranno attraverso i loro canoni. Il Genoa vinse 4-1, ma per lunghi tratti ho visto un Crotone pericoloso. Bisognerà cercare di scavalcare un pressing altissimo, loro ti vengono a prendere a metà campo. Questo lascia molto campo dietro, e se hai delle iniziative rapide e veloci con verticalizzazioni o lanci, allora puoi scardinare la linea. Sicuramente Inzaghi sta studiando questa situazione”.

Luis Alberto servirebbe eccome, allora…

“Ho seguito la vicenda, non so. Non fanno bene queste cose, bisogna essere professionisti dentro e fuori dal campo. Bisogna rivalutare la situazione, anche perché parliamo di un giocatore importate”.

Così come Immobile, un altro che nella profondità trova il suo pane. Giusto?

“Esatto, hai detto tutto tu, bravo. Con i suoi movimenti a circolo non lo prendi più, anche perché ha velocità e forza nelle gambe. Per il Crotone è un contesto positivo, ma se non lo interpreti bene allora le cose vanno male, bisognerà sfruttare i momenti”.

Causa Covid questo campionato è molto equilibrato, ti unisci al coro e pensi che per la vetta sarà lotta a 7 squadre?

“Non credo dipenda solo dal Covid, sicuramente incide molto. La Juventus ha una partita in meno, ma ad oggi non sarebbe nemmeno in Champions League. Si è affidata, secondo me sbagliando, a Pirlo. Ma non perché sia lui, semplicemente perché non ha mai allenato ed allenatori non si nasce, si diventa. Serve un percorso completo, un conto è che fosse diventato allenatore dopo 4 anni di Primavera, ma scegliere così mi sembra illogico. Se ci fosse una trasmissione diretta tra come sei stato da calciatore e come potresti essere da allenatore, allora Maradona avrebbe dovuto vincere tutto. Ma non basta. Tornando al discorso campionato: la Juventus è in difficoltà, Lazio ed Atalanta si stanno confermando, l’Inter si sta consolidata e poi c’è il Napoli. Squadra forte e allenata da un Gattuso che stravedo, uno che ha fatto la gavetta pur chiamandosi Gattuso. Ci vuole rispetto per la categoria, dai. C’è un equilibrio, per tornare al campionato. Milan e Roma? Sì, anche loro. La lotta è a sette. Per tornare alla Lazio, se tutte le cose vanno al loro posto – per esempio la situazione Luis Alberto – può confermare quello che ha fatto l’anno scorso”.

Napoli- Roma 2-1, noblesse oblige

Il derby del sud se lo aggiudica il Napoli, battendo tra le mure amiche dopo ben 6 anni una Roma sempre più decadente. La questione azzurra oltre che motivazionale si fa tattica.

1. Il Sud deludente del calcio

Le due squadre regine del centrosud, quelle con più storia e blasone, si affrontavano stasera proprio per ribadire il proprio status storico-calcistico all’interno di un campionato nel quale benché chiamate a fare voce grossa hanno rapidamente abbandonato entrambe sia la lotta per vincere il campionato che la bagarre per la qualificazione alla Champions League dell’anno prossimo.

Il Napoli, da una parte, sconfitto a Bergamo, ha comunque già onorato i propri titoli nobiliari alzando un trofeo al cielo, la Coppa Italia, e pertanto qualificandosi di diritto alla prossima Europa League. La Roma, dall’altra, ha inopinatamente lasciato prendere il largo all’Atalanta, collezionando due sconfitte consecutive post covid e rimanendo così con il solo cero della qualificazione alla prossima Europa League acceso.

Passaggio fondamentale la permanenza nell’Europa (che conta meno) per dare fiato alle casse societarie della Lupa. Gli introiti della vecchia Coppa Uefa consentirebbero, infatti, alla società giallorossa di mantenere una rosa quantomeno competitiva per i posti più alti della classifica.

2. Le difficoltà sportive della Roma

Il che connota di ulteriore pesantezza la sconfitta in quel di Napoli da parte della squadra di Fonseca. Debaclet maturata con altrettanta timidezza caratteriale nonostante le partite per la Roma stiano assumendo progressivamente il valore di ultima spiaggia. Tuttavia, Fonseca ha studiato bene le difficoltà del Napoli. Gli azzurri faticano tutt’ora a pressare alto e a coprire l’ampiezza campo. Così, alla stregua del Gasp, lo stratega portoghese ha lasciato la manovra delle operazioni al Napoli, cercando di colpire in contropiede o sfruttando per l’appunto la stessa ampiezza campo.

Non a caso, Fonseca ha richiamato il 3421 orobico, approfittando dell’abbondanza di trequartisti a disposizione. L’unico reparto della Roma ben coperto.

Nel caso del contropiede, la Roma, recuperata la palla, si appoggiava immediatamente su Dzeko, che ha giganteggiato su Koulibaly e Manolas, allo scopo di imbeccare rapidamente i quinti di centrocampo. Spinazzola e Zappacosta raramente prendibili dagli esterni alti del Napoli sul ribaltamento di fronte; oppure allo scopo di servire l’attacco alla profondità di Kluivert o di Mykitharyan alle spalle del capitano bosniaco. Chiamati i due anche a farsi trovare tra la difesa e il centrocampo azzurro quando i fluidificanti della Roma entravano in possesso palla. Questi ultimi, nel caso di manovra dal basso, erano facilmente trovati dai mediani della Roma, in quanto essi costantemente a metà tra l’ala e il terzino di Gattuso.

3. Le difficoltà ambientali della Roma

Eppure il sistema approntato da Fonseca si è sgretolato sotto i colpi dell’arrendevolezza, la quale non necessariamente pregiudica la diligenza e la buona fede dei protagonisti in campo. Questo scoramento sta pregiudicando i residui traguardi stagionali, benché esso abbia radici ben più lontane e profonde.

A partire da squadre allestite nel tempo, a causa di ristrettezze economiche, in modo sempre meno omogeneo e funzionale al calcio del proprio tecnico. Complessità finanziarie che oggi definiscono la Roma una società in vendita. Il suo capitale umano inoltre è stato selezionato dal Direttore Sportivo, Gianluca Petrachi, nel frattempo dopo meno di un anno già licenziato per giusta causa. Si prevedono persino battaglie legali all’orizzonte.

Tutto ciò in un clima di contestazione cittadina contro squadra e società, e contro il nuovo Ds, Morgan De Sanctis. L’ex portiere, anche del Napoli, subito reo di dialogare con il procuratore Alessandro Moggi, figlio di quel Luciano, non gradito al consulente sportivo del presidente capitolino Pallotta, cioè Franco Baldini. Infatti, quest’ultimo testimoniò in aula di Tribunale proprio contro Luciano Moggi durante il processo “Calciopoli”.

4. Il Napoli di stasera

Il Napoli d’inizio Luglio è ondivago. A tratti frizzante, mentre altre volte superficiale. Contro la Roma ha vinto ma senza convincere a pieno. Se però la posta in palio deprime ciò che pur di buono ha compiuto la Roma, il Napoli che al campionato non ha più nulla da chiedere si segnala per amplissima professionalità. Dunque, il successo è per questo motivo eticamente da sponsorizzare, per quanto si trasformi anche in un esercizio di cinismo agonistico contro una squadra più debole e affaticata fortunatamente dai partenopei non risparmiata. Il Napoli onora, così facendo, come spesso ad onor del vero gli accade, i valori dello sport, tra cui assicurare in questo momento la regolarità del campionato. Come un’educazione nobiliare suggerirebbe.

Il possesso palla pare in questo momento esprimersi meglio con Lobotka piuttosto che con Demme. Sembra, invece, a corto di fiato Di Lorenzo, che ha sofferto Spinazzola così come Gosens. Appare, diversamente, uno spreco Lozano in panchina per così tanti minuti, mentre Koulibaly sta profondendo tutte le sue energie affinché nessuno lo rimpianga. Il senegalese rompe troppo spesso e in modo brusco la linea della retroguardia, non assicurando però alcun vantaggio difensivo una volta esibito ciò che cestisticamente si definisce “show”.

Immaginifico Piotr, ben completato in risolutezza da Fabian Ruiz. Svogliato Milik. Inappuntabile Insigne. In veste di pittore, e non d’imbianchino, Mario Rui. Sintonizzato alla frequenza giusta la parabola offensiva del subentrante Dries Mertens.

5. Cosa sta diventando il Napoli di Gattuso?

Gattuso sta cercando di costruire una realtà calcistica mai vista nell’era De Laurentiis a Napoli. Attraverso l’ampiezza della rosa architettare un gruppo di ottimi calciatori in grado, a seconda degli avversari e dei momenti della partita, di dominare e subire il match con eguale disinvoltura.

Al momento il Napoli convince di più quando subisce la signoria nemica. Appare ancora troppo fragile nel tenere il campo quando pressa in avanti tra distrazioni ingiustificabili e meccanismi da oliare.

E’ un percorso che sarà per definizione lungo, a conclusione del quale, se completato, consta di trionfi esagerati. Ma è anche un sentiero necessario per preparare la squadra alla trasfera del Camp Nou contro il Barcellona di Messi, dove gli azzurri dovranno segnare almeno un gol e prenderne non più di quanti riusciranno a segnarne.

In Catalogna il Napoli, per superare il turno eliminatorio, dovrà essere in grado di difendere per gran parte della partita con un baricentro molto basso ma concedersi tot minuti nella metà campo altrui per realizzare il gol della speranza. Non esiste alcun equilibrio tattico senza quello mentale, su cui il Napoli, come a Bergamo o come stasera, tralascia ancora qualcosa.

Conviene che ad Agosto il Napoli si ritrovi, quindi, Viceré borbone anziché Masaniello arruffone.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO

Zago: “Zeman tatticamente più forte di Capello”

L’ex difensore brasiliano Zago, ha rilasciato un’intervista a Romatv. Ha lavorato sia con Zeman che con Capello, sul migliore tra i due sembra non avere dubbi.

Come stai?

“Ho passato un periodo brutto avendo perso mia madre 40 giorni fa”. 

Sei diventato un allenatore in Giappone?

“Sì, alleno il Kashima Antlers”

Com’è la situazione in Giappone? 

“Il campionato è stato rinviato per la fine di giugno o inizio luglio. Ci stiamo allenando in gruppi da 8-9, fino a venerdì. Dalla prossima settimana possiamo allenarci in gruppi di 12-13 giocatori, poi dalla settimana successiva possiamo allenarci tutti insieme. Auguriamoci che tutto possa tornare alla normalità, perché ci manca il calcio. Noi che viviamo di calcio, siamo professionisti ci auguriamo che riescano a trovare una soluzione al virus”. 

Sei venuto alla Roma con Zeman?

“Sono arrivato a inizio gennaio e ancora non stavo bene. Ho fatto una preparazione a parte con Vito Scala. Mi solo allenato per venti giorni e ho sofferto tantissimo. Io e Vito ci allenavamo nel secondo campo di Trigoria e il mister che ci guardava dall’altro campo diceva a Vito di aumentare l’intensità degli allenamenti. Sono stato due mesi fermo e poi una preparazione con Zeman, che tutti sanno com’è, ho sofferto. Poi quando ho iniziato a giocare le cose sono tornate alla normalità”. 

Come vi comportavate con un allenatore che voleva tutti in attacco?

“Per me è stato uno dei migliori allenatori con cui ho lavorato. Negli allenamenti tutto quello che faceva, si vedeva in campo. I movimenti erano talmente precisi che in campo erano automatici, non li forzavamo. Delle volte volevamo stare più dietro, vero, ma lui era bravissimo nell’inculcare nella testa dei giocatori quello che si doveva vedere in campo. Avevamo una bella squadra, ma non siamo riusciti a vincere. Forse avevamo una buona squadra, non una buona rosa, altrimenti avremmo potuto lottare per lo scudetto o vincere una coppa”. 

Poi arriva Capello. Cosa è cambiato? 

“Per ricordare la partita persa 4-5 contro l’Inter all’Olimpico… è stata una partita pazzesca e alla fine con un gol di Simeone abbiamo perso. Succedevano queste partita, ma Zeman è stato uno dei migliori. Con Capello mi sono trovato benissimo, poi in un determinato periodo della stagione ho avuto problemi, poi ho giocato pochissimo. Sono successe delle cose, poi abbiamo vinto lo scudetto. Zeman tatticamente è più forte di lui. Capello era un sergente, una persona più tosta, più deciso a vincere, a fare qualcosa di diverso, era quello che magari serviva alla Roma. È stata una persona importantissima in quegli anni dove anche noi ci siamo divertiti”. 

L’eliminazione in Coppa Italia

“Non mi sono presentato con la squadra per il ritiro, ero in nazionale e ho avuto più vacanze. Quando sono arrivato, avevo una proposta del Milan e stavo per andare lì. Volevo andare al Milan in quel momento lì, perché erano successe delle cose tra me e il mister. Per me l’offerta del Milan era buonissima, volevo rinnovare con la Roma ma non è successo. Tornato a Trigoria mi stavo allenando benissimo, ero carico e si vedeva negli allenamenti. Poi abbiamo giocato contro l’Atalanta e non sono andato neanche in panchina né all’Olimpico né a Bergamo. La notte prima della contestazione a Trigoria mi chiama Mortadella e mi disse di arrivare presto a Trigoria che avrebbero sfondato tutte le macchine. Mi ricordo benissimo, l’allenamento quel giorno era di pomeriggio. Io sono arrivato alle 10:30 e Piazzale Dino Viola era già pieno”. 

La Roma di Capello ha vinto poco? 

“Durante quella settimana (dopo la contestazione ndr) sono andato in sauna e il mister (Capello ndr) mi chiese come stessi. Gli risposi che stavo bene, meglio se avessi giocato. Poi arriva la gara contro il Bologna e mi fa giocare. Avremmo dovuto vincere di più perché abbiamo vinto uno scudetto, potevamo vincere una coppa. Se avessi continuato la stagione dopo, avrei potuto contribuire a vincere. Io avevo una carica dentro lo spogliatoio, volevo aiutare perché mi piaceva Roma, la Roma, ero uno che in campo dava tutto per la squadra”. 

Radio1, Zeman: “Allegri grande gestore, io mi sento più allenatore. Ho rifiutato alcune panchine”

radio1-zeman

Zeman torna a parlare a Radio1, nel programma “Un Giorno Da Pecora”. Format presentato da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro ospita il Maestro del 4-3-3 stimolandolo su vari argomenti, anche sul coronavirus.

Buondì! Ultimo giorno da pecora BIS della settimana. Con noi un ospite incredibile! Zdenek Zeman!In collegamento Alessio Villarosa, Pier Carlo Padoan, Massimiliano Fuksas, Divino OtelmaCommenta e condividi. Siamo in diretta anche su Instagram e sul canale Youtube della Rai.#ZEMAN#UGDP#UGDPBIS

Geplaatst door Un Giorno da Pecora Radio1 op Vrijdag 6 maart 2020
Radio1, “Un giorno da pecora” puntata integrale con Zeman

Annunciato a Radio1 come il migliore allenatore di tutti i tempi, Zeman fa il suo ingresso in studio in camicia di Jeans, è in forma il maestro.

È troppo critico dire che è il miglior allenatore di tutti i tempi?

“È esagerato”

Chi è il più grande allenatore attualmente?

“Non li ho misurati”

C’è qualche allenatore che venera più di se stesso?

“Qui in Italia si portano gli allenatori che vincono. A me piacciono De Zerbi e Liverani, anche se dovessero andare in B. Stanno facendo bene e cercando di giocarsela”

Campionato a porte chiuse, che ne pensa?

“Non è sicuramente la situazione migliore, ma il campionato bisogna finirlo per forza. Io ho ancora dei dubbi, perché mi aspetto qualche altra ‘botta’ – dice Zdenek Zeman parlando del Coronavirus a Radio1 – si sta allargando ogni giorno di più. In questo momento, visto che non lavoro in mezzo agli altri, non ho problemi. Ma il virus avrà problemi con me. Io penso che questo virus voglia ringiovanire il mondo, ce l’ha con i vecchi e io mi metto tra questi. Amareggiato non solo per l’Italia ma per il mondo. Sicuramente non è una situazione allegra e speriamo di uscirne”.

Come faranno i giocatori a mantenere la distanza di un metro tra loro?

“Hanno fatto gli esami e dovrebbero essere sani. Spero che abbiano fatto a tutti il tampone, perché il contatto c’è e anche gli sputi. Non abbracciarsi dopo i gol? Se si vogliono bene, si possono abbracciare”.

Le manca la panchina?

“Ogni tanto vado a sedermi a quella del parco però, che in certi casi è anche meglio. Qualche squadra in questi mesi mi ha cercato. Ho detto di no perché non avevo rassicurazioni sul tipo di lavoro che potevo fare. Io voglio poter fare il mio mestiere. Oggi i dirigenti vogliono fare loro la formazione.”

Chi gioca oggi il miglior calcio in Italia?

“La Lazio comunque è la squadra che gioca meglio in Italia, mentre l’Atalanta gioca un altro calcio, più fisico, corrono più di tutti perché si allenano bene”.

La Juventus perché non gioca bene? Allegri le piace?

“Non gioca bene ma ha la miglior rosa, credo che Sarri, come me, vorrebbe giocassero più insieme, come gruppo. Allegri mi piace come gestore, ruolo che condivide con i migliori allenatori in circolazione. Io mi sento più allenatore”

Il Var non le piace

“Penso sempre che il calcio sia un gioco umano, sia per i calciatori che per gli arbitri. E poi si sbaglia anche ora, forse anche di più: o la Var si usa sempre oppure no.”

Tornerebbe alla Roma o alla Lazio?

“Dipende dai programmi e da quel che si può fare. Alla Lazio Idem.”

Chi vincerà lo scudetto?

“Juventus-Inter , vince la Juve: ha i giocatori più forti. Scudetto? Spero vinca la Lazio anche se la Juve, come dicevo, ha la rosa più forte. Lotito comunque ha fatto molto di più di altri che hanno mezzi più ampi”.

Il suo 4-3-3 è più di sinistra?

“Il calcio non è politica, comunque ho attaccanti e terzini sia a destra che a sinistra”

SALVIO IMPARATO

Vucinic: “Conte il migliore? Alt, avanti a tutti metto Zeman”

Mirko Vucinic rilascia un’intervista, in veste di doppio ex, alla Gazzetta Dello Sport, a margine della sfida Roma-Juventus.

“La mia Roma era nettamente superiore – afferma Vucinic – se non avessimo avuto davanti l’Inter, avremmo vinto lo scudetto. Questa Juve, invece, è più forte, perché Cristiano Ronaldo, con il suo carisma e i suoi colpi, trasmette una mentalità sempre più vincente”.

SARRI VS FONSECA

“Sarri. Mi piace la ricerca del fraseggio, il tentativo di conquistare campo con tanti passaggi corti e poi l’imbucata improvvisa. Stimo molto pure Fonseca: lui e Petrachi hanno cominciato un lavoro che mi intriga”.

CHI LA DECIDE

“Pjanic e Zaniolo. Ma incideranno tantissimo i tifosi romanisti, che possono trascinare la loro squadra. Zaniolo ha grandi qualità, però dovrà essere forte nella mente: quando sei in cima, è più facile cadere. Per me, De Ligt? E’ già un campione: non si deve abbattere, l’errore di un difensore risalta di più». 

LOTTA SCUDETTO

“E’ una storia tra Juventus, ancora favorita, e Inter, che con Conte si è avvicinata tantissimo. Se poi avrà anche Vidal, Conte, numero uno al mondo, diventerà un osso durissimo sino in fondo”

CONTE IL MIGLIORE?

“Alt. Davanti a tutti, metto sempre Zeman per quanto mi ha insegnato nel Lecce. Con le sue lezioni sul gioco offensivo, mi ha lanciato nel grande calcio”.

Zdenek Zeman al Giraud un’immagine dolceamara

Il boemo Zdenek Zeman era tra i presenti, allo stadio Giraud di Torre Annunziata, per assistere alla sfida del Messina di suo figlio Karel, in casa del Savoia.

Il Maestro a Torre Annunziata per assistere a Savoia-ACR Messina ❤️❤️❤️

Geplaatst door GruppoZeman.com op Zondag 8 december 2019

L’immagine è sempre la stessa, non cambia. La sagoma all’apparenza immobile di Zdenek Zeman, racconta, al contrario, la curiosità calcistica ancora giovane di respirare una partita di serie D, con lo sguardo vivo di sempre a fissare il rettangolo di gioco. Non importa la categoria, il calcio scorre potente nel boemo. Tutto questo, per chi vorrebbe rivederlo presto in panchina, rincuora si, ma allo stesso tempo rattrista e addolora.

#SavoiaAcrMessina #SoloSavoia ZEMAN PRESENTE AL GIRAUD

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Eh si leggere di tante panchine in bilico in A e B, e non vedere mai il nome di Zeman accostato seriamente ad una qualsiasi squadra irrita non poco. È mai possibile che nessun presidente e nessuna società si renda conto dell’occasione di aver uno come lui libero? Dobbiamo davvero credere che, con tutto il rispetto, Filippini, Bucchi, Gelain, Castori etc. siano un’alternativa migliore al Boemo? Perché poi dovrebbe essere un’eresia volerlo accostare al Napoli?

In un paese normale una squadra che dice di essere fatta per il 4-3-3, orfana di un lavoro di campo, può essere, se parliamo esclusivamente di calcio, presa in mano solo da un uomo. Da chi il 4-3-3 lo ha come marchio di fabbrica. Modulo interpretato con un calcio che ha scritto pagine di storia del calcio italiano, a cui dopo anni di esilio ha regalato in poco tempo 4 nazionali, e ha riscritto i testi di Coverciano.

Quindi non ce ne vogliano Gattuso, Reja, Prandelli e anche Ventura, ma se vengono presi seriamente questi profili, per Zeman l’onestà intellettuale pretende si faccia lo stesso. Non ci si riduca sempre troppo tardi, Zeman fu mandato via dalla Roma per prendere Capello. Don Fabio ebbe bene o male gli stessi problemi di Ancelotti. Un gran mercato di Sensi l’anno dopo lo aiutò a vincere. Quindi la lezione del buon Zdenek sulla differenza tra gestore e allenatore sembra avere un’altra conferma. Meriterebbe davvero di sedere sulla panchina del Napoli sostituendo uno dei tecnici più titolati. Almeno solo per restituirgli simbolicamente, con un gesto, tutto quello che il calcio del “belpaese” gli ha levato.

Salvio Imparato

Roma-Napoli, nei giallorossi comanda il gioco, negli azzurri non si sa chi.

Roma-Napoli è stata una partita simmetrica. Simmetria, in tal caso, intesa nel veder fronteggiarsi sul terreno di gioco due squadre che hanno vissuto eventi esterni abbastanza simili quest’anno, tra decisioni arbitrali contestate ed infortuni che hanno reso il cammino alquanto incidentato.

Roma-Napoli ha un però che consiste nella diversa reazione di queste due squadre ad eventi esterni. Da un lato Paulo Fonseca – di cui non se ne parlerà mai troppo bene – che ha ovviato all’emergenza rendendola una risorsa. E l’ha fatto dando vita ad un progetto tattico nuovo dal punto di vista dell’inquadramento tattico, senza derogare ai propri princìpi di gioco.

LA CHIAVE DI SVOLTA DELLA ROMA DI FONSECA

La chiave di questa nuova fase romanista è senz’altro Mancini. Impostato come “1” davanti alla difesa nel basculante 4-1-4-1 in non possesso, l’ex atalantino assume la duplice funzione di schermo e di prima impostazione, liberando una linea per Veretout e consentendo a Pastore di attaccare gli spazi intermedi senza preoccuparsi troppo di interdizione e filtro.

Ma la bellezza di questa Roma non è solo il fatto che “sta a giocà cor core!”, ma deriva dal fatto di riuscire ad interpretare uno spartito tattico in cui tutti iniziano a ritrovarsi, gestendo a perfezione i tempi del match, a partire da quelli frettolosamente bollati come bidoni (Kluivert) a coloro che sono arrivati nella capitali con l’aura del bollito ma che stanno disputando un torneo in versione-Van Dijk. Parlo di Chris Smalling, ma lo si è capito. E consentitemi di sottolineare che il leader della Roma è il suo gioco, oltre ad un vero capitano come Edin Dzeko, cosa che ha dimostrato ieri. E inoltre: quant’è bella la Roma senza capi, capetti, capuzzielli e semidei!

IL NAPOLI DI ANCELOTTI SENZA GIOCO E REAZIONE

Dall’altro c’è il Napoli. Una squadra che alle avversità esterne non ha reagito. Non ha reagito per il semplice fatto che ad essa mancano visioni ed idee di gioco. Non sa dove vuole andare (potrebbe andare lontano, visto che, avendo giocato solo 15′ ha costruito tantissimo) e come farlo.

Una squadra che, a partire dall’ultimo girone di ritorno è sparita ed in palese involuzione tattica e mentale. A formazioni senza senso (Elmas laterale destro contro la Spal è qualcosa che non trova ancora spiegazione) si abbinano dichiarazioni che certificano il crollo di un progetto tecnico che avrebbe dovuto dare quel “quid” di forza mentale in più per raggiungere grandi obiettivi. Invece Davide Ancelotti parla di squadra abbattuta per non aver concretizzato quel grande quarto d’ora. Insigne parla della gara con l’Atalanta e di quanto abbia condizionato la pessima prestazione dell’Olimpico.

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se non la certezza di un allenatore che al Napoli non ha dato e non potrà dare nulla. Nonostante un mercato che – parole sue – l’ha soddisfatto in pieno.

Essì. Ancelotti in questo momento fa tristezza.

PAOLO BORDINO