Palermo-Pescara, Zeman: “Con Sebastiani esperienza drammatica”

Palermo-Pescara-Zeman

Oggi sulla Repubblica edizione Palermo è apparsa un’intervista a Zdenek Zeman. Il Boemo è stato intercettato in occasione dell’imminente big match di B,  Palermo-Pescara, che andrà in scena domenica sera alle 21. Il tecnico di Praga ha parlato dei suoi passati contatti con Zamparini e dell’ultima triste esperienza a Pescara. Per la prima volta Zeman confessa pubblicamente i gravi problemi di salute del figlio minore. Si intuisce dalle parole di Zeman l’amarezza e la delusione per come Sebastiani ha gestito il lato umano del rapporto.

Zeman, col senno di poi sarebbe stato meglio rimanere a Pescara piuttosto che tornare alla Roma?

«La Roma non si può rifiutare, era una società in cui avevo già lavorato con soddisfazione. Peccato che a Roma il rapporto è finito prima. Tutti dicevano che il nostro era il miglior calcio».

Ha il rammarico di non avere mai allenato la prima squadra del Palermo?

«Ho iniziato ad allenare a Palermo nel 1974 e ho finito nel 1983. Mi dispiace non essere riuscito ad allenare la prima squadra. In quell’unica volta che sarei potuto andare in panchina avevo preso una squalifica con la Primavera».

Le cronache raccontano di un contatto con Zamparini. Ce lo racconta?

«Non ci fu solo un incontro, ne abbiamo fatti quattro in tempi diversi, però non siamo mai riusciti a metterci d’accordo. Non so spiegare il perché. Ho sempre dato la mia disponibilità. Se non ho allenato il Palermo non è dipeso da me anche se per la verità solamente nel primo incontro che abbiamo avuto, dopo la promozione con il Pescara nel 2012, fu anche per colpa mia. Avevo già l’accordo con la Roma e forse, ma sottolineo forse, economicamente sarei pesato troppo per il Palermo. Ma avrei scelto lo stesso la Roma».

È vero che Zamparini disse che lei era troppo vecchio per allenare il Palermo?

«Ma non lo so quali valutazioni fanno i presidenti quando fanno le loro scelte. Non credo che Zamparini mi chiamerà più, dopo quattro volte che non si è convinto a prendermi è difficile che possa convincersi oggi».

Magari penserà a lei una nuova proprietà.

«Non so se Zamparini venderà, da quello che so sarà costretto a lasciare il Palermo. Lui però ha fatto bene, il Palermo non era abituato a giocare a certi livelli e ad avere giocatori che ancora oggi sono importanti non solo in Europa, ma nel mondo. Oggi però non è più in condizione di continuare come ha fatto prima».

Con Sebastiani, invece, che rapporto ha avuto?

«La prima esperienza è stata buona, abbiamo centrato una promozione in un campionato che era difficile. Poi la seconda esperienza è stata drammatica sin dall’inizio. Mi fece fuori per motivi disciplinari, ma fu una scusa: era un periodo particolare, avevo dei problemi e c’era mio figlio che faceva la chemio».

Tornando a Palermo-Pescara, meglio Stellone o Pillon?

«Ho avuto Stellone come giocatore a Napoli, era una persona a modo. Penso che come lo era allora, la sua serietà sia riconosciuta anche oggi. Pillon non riesco a giudicarlo, nel senso che so che ha cercato di continuare il mio lavoro, ora forse ha cambiato qualcosa e sta andando bene».

C’è un giocatore del Palermo che le piace o che le piacerebbe allenare?

«Mi piace molto Trajkovski, ma anche Jajalo. Credo che siano due giocatori importanti. I tifosi magari in passato li hanno giudicati in base ai risultati, ma per me hanno qualità indiscutibili».

C’è il rischio che Palermo-Pescara si giochi in uno stadio vuoto. Che ne pensa?

«Mi dispiace. Penso che il calcio oggi non attiri più. Non è solo un problema di Palermo. Quello che è successo a Frosinone è una delle cose che allontana la gente: fanno passare la passione e il calcio senza gente non ha senso».

Chi vincerà il campionato?

«Le mie favorite sono Benevento e Palermo».

E il Pescara?

«Quest’anno c’è più pace nello spogliatoio, ma il Palermo è superiore in tutto. Anche se quando l’ho visto in Coppa Italia contro il Vicenza non mi è piaciuto. Il campionato però è cosa diversa. E c’è un altro allenatore, ma per qualità della rosa il Palermo sarebbe potuto andare in A già l’anno scorso anche con Tedino».

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

RMC Sport, Zeman: “Non c’è una vera anti Juventus” (VIDEO)

RMC Sport-Zeman

Il Boemo Zdenek Zeman è stato intercettato da RMC Sport. Nel corso della lunga chiacchierata, nella trasmissione Maracanà, ha parlato di Juventus, Napoli, Roma e Lazio senza trascurare i suoi pupilli Insigne, Verratti e Immobile. Alla fine dell’intervista i due conduttori hanno ricordato il bellissimo Pescara di Zeman e la sua carriera e il grande spettacolo offerto.

L’audio completo dell’intervista di Zeman a RMC Sport

NAPOLI E INSIGNE

“Insigne è cresciuto. In due anni con me ha fatto più di 20 gol a stagione ma nel Napoli non si è mai ripetuto. Lui però è uno che può arrivare sempre a questi numeri. Con Ancelotti sta facendo bene perché ha più compiti offensivi, anche se per me è più facile per lui giocare esterno che centrale. Milik o Mertens? Preferisco i piccoli, quindi dico Insigne e Mertens, due che sanno giocare bene palla a terra”.

ROMA

“Le dichiarazioni di Sousa? Tutti vogliono venire a Roma, il problema è rimanerci. È una piazza importante anche ora che le cose non stanno andando come si pensava. Il problema per un allenatore è rimanerci tanto tempo sulla panchina della Roma. Il problema della squadra giallorossa è che ogni estate vende i pezzi più importanti. Quando fai così, devi dare tempi ai nuovi di inserirsi. Non è un fatto di qualità, ma di ambientamento al calcio italiano. Pastore è bravo, ma nel 4-3-3 è difficile collocarlo. Se lo metti come mezzo sinistro o mezzo destro a centrocampo fa fatica in fase difensiva. Schick? Non è un attaccante esterno, deve giocare nel mezzo ma lì c’è Dzeko”.

JUVENTUS

“Non c’è una vera rivale della Juventus in Serie A. Inter e Napoli stanno inseguendo, ma come accade da anni alla lunga i bianconeri non avranno problemi. Douglas Costa? mi ha impressionato fin da quando l’ho visto in Germania. Tecnicamente è molto bravo e potrebbe servire Ronaldo meglio di Mandzukic, che però fa un lavoro diverso a tutto campo”.

INTER

“Brozovic come Pjanic? Hanno piedi un po’ diversi, ma il croato sta facendo un buon lavoro. Il Barcelona non sta vivendo un buon momento, senza Messi è un’altra squadra. L’Inter se la potrà giocare, dovrà metterla sul fisico”.

LAZIO E IMMOBILE

“Immobile ha un rendimento diverso nelle due squadre poiché nella Lazio i biancocelesti si appoggiano a Immobile e giocano per lui. L’Italia di Mancini, invece, fa un tipo di calcio diverso. Nelle ultime uscite ho comunque visto una buona Nazionale”.

VERRATTI

“Non siete gli unici a chiedermelo, continuo a dire che da anni è il miglior giocatore di Francia. Qualche infortunio lo ha rallentato, ma è ancora giovane per migliorare.”

FUTURO

“Se bolle qualcosa in pentola? La pentola già l’ho levata e ho anche già mangiato la pasta”.

I podcast di tutto il palinsesto di RMC Sport qui

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Burdisso: “Zeman aveva idee chiare e atleticamente mi ha dato tantissimo”

Burdisso-Zeman

Nicolas Burdisso si è raccontato nel Match Program di Roma-Cska Mosca. Il difensore ha parlato dei suoi ex allenatori nell’esperienza giallorossa. Noi riportiamo l’intervista con un titolo diverso dalle altre testate, che di Zeman prendono in malafede sempre il senso negativo di ogni dichiarazione.

 

Partiamo dalla fine: perché ha deciso di dire basta?

“Avevo voglia di competere – racconta Burdisso – ripartire da zero non era un mio obiettivo. Ho avuto delle offerte, alcune anche interessanti, ma nessuna di queste mi ha convinto totalmente. Così, alla fine, sono rimasto coerente con il mio pensiero e ho smesso. Senza troppi rimpianti. Vivrò un anno a Torino, in attesa di capire bene il futuro”.

Già pensa cosa farà da grande?

“Intendo restare nel calcio. Sono grato a questo mondo e a questo sport. Mi trovo bene nell’ambito, non soffro le pressioni, anzi mi piacciono. Ho frequentato un corso da allenatore, vedremo se riuscirò a coronare anche questo sogno. Da calciatore i sogni li ho raggiunti tutti e
per questo sono sereno”.

Parliamo degli allenatori che ha avuto a Roma, partiamo da Spalletti.

“L’ho avuto per solo due partite, Genoa e Juventus. Due sconfitte, purtroppo. Ma mi resta il ricordo di un professionista preparatissimo tatticamente. E poi mi volle lui a Roma. Lui con Daniele Pradè. Venire in questa meravigliosa città fu prima di tutto una mia volontà, ma loro mi convinsero prospettandomi un ruolo importante nella squadra”.

Settembre 2009, l’esonero del toscano e l’arrivo di Ranieri.

“Un martello sotto l’aspetto motivazionale. Semplificava il calcio con pochi concetti, ma quando c’era da parlare alla squadra riusciva a farsi sentire e a portarti ad un livello mentale molto alto. Sfiorammo uno scudetto a poche giornate dalla fine e arrivammo in finale di Coppa Italia. Purtroppo, davanti avevamo l’Inter del triplete. Una stagione indimenticabile per me, quella in cui mi sentii meglio anche fisicamente”.

Montella subentrò in corsa nella stagione 2010-2011.

“Vincenzo mi impressionò per non aver mai pagato lo scotto del salto dalle giovanili alla prima squadra. Fece subito capire di avere ottime doti di gestione del gruppo e importanti idee di gioco. Conosceva bene l’ambiente di Roma, particolare da non sottovalutare”.

Luis Enrique, il primo allenatore della gestione americana.

“Uno dei più forti e completi che ho avuto – confessa Burdisso – insieme a Carlos Bianchi e Mourinho. E lo dico con cognizione totale, pur avendolo vissuto marginalmente, dato che in quell’annata ebbi un serio infortunio in nazionale che mi tenne fuori per tutta la stagione. Ma sul campo sapeva lavorare come pochi, oltre che ad avere un carisma coinvolgente. Lo andrò a trovare nei prossimi giorni in Spagna, a Madrid, per aggiornarmi professionalmente”.

Zeman.

“Sapeva bene come lavorare e aveva idee molto chiare. A livello atletico mi diede tantissimo, dato che venivo dall’infortunio e tornai su ottimi livelli di rendimento. Eravamo una squadra divertente, segnavamo tanto, ma mi faceva pure rosicare perché a volte subivamo troppo”.

Forse è per questo che poi gli successe Andreazzoli.

“Nel calcio si vince e si perde, fa parte del gioco, con Zeman ad un certo punto non andò più. Aurelio era un uomo di calcio, respirava in questo mondo da tempo e si vedeva. Ottenne buoni risultati, nonostante quella finale persa che incise anche sul suo futuro”.

Piccola parentesi: avesse la possibilità di rigiocare una partita a scelta tra quella con la Sampdoria di campionato del 25 aprile 2010 o la finale di Coppa Italia del 26 maggio 2013,
quale sceglierebbe?

“Sicuramente quella con la Sampdoria. Vincere uno scudetto, quello scudetto, dopo un anno di lavoro incredibile, sarebbe stato molto più importante di una Coppa Italia, anche se persa contro il rivale storico. Nel 2001 vidi con i miei occhi, all’Olimpico, parte dei festeggiamenti per il titolo vinto pochi mesi prima. Venni con il Boca per la gara di presentazione della Roma 2001-2002. La partita in cui si infortunò anche Lassisi. Immagino la città che esplose di gioia per tutta l’estate. Altro che Coppa Italia del 2013…”.

Dopo quella finale, arrivò Garcia.

“Rudi fu l’uomo giusto al posto giusto. Un eccellente motivatore, riuscì a tirar fuori il meglio da ognuno di noi in un momento delicato per la storia del club. Facemmo le dieci vittorie consecutive all’inizio del campionato, poi la squadra arrivò seconda. Io decisi di andare via a gennaio al Genoa perché giocavo poco. Ma non potevo prendermela con l’allenatore, davanti avevo due in stato di grazia come Benatia e Castan. E poi, Rudi mi coinvolgeva sempre nei suoi discorsi. Parlava spesso con me, Totti e Maicon su come vincere un campionato in Italia. Dato che eravamo gli unici di quella rosa ad aver conquistato uno scudetto in precedenza”.

Ha condiviso lo spogliatoio con due totem come Totti e De Rossi.

“Due esempi. Diversi, ma entrambi da seguire. Francesco ti trascinava in campo con le sue doti da calciatore eccelso. Daniele faceva un lavoro encomiabile anche nello spogliatoio. Un ragazzo culturalmente
preparatissimo. Totti e De Rossi si completavamo alla perfezione, ciascuno con le proprie caratteristiche”.

I cinque calciatori migliori con cui ha giocato?

“Leo Messi sopra a tutti senza dubbio. Poi dico Juan Riquelme, Zlatan Ibrahimovic, Francesco
Totti e il mio idolo Walter Samuel”.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Empoli-Roma, analisi del match.

Roma-Empoli

Nell’ultima giornata di campionato c’è stata la sfida allo stadio Carlo Castellani l’Empoli-Roma. I giallorossi vengono dalle vittorie con la Lazio in campionato e con i cechi del Viktoria Plzen, mentre l’Empoli ha perso con il Parma nell’ultima giornata di campionato. Partita giocata con un clima ideale, situazione che ha consentito ad ognuna delle due squadre di compiere 108 km in totale.

La Roma si schiera col suo tipico modulo delle ultime partite,
1-4-2-3-1


L’Empoli invece si schiera con 1-4-3-2-1,


con Krunic e Zajc liberi di scambiarsi la posizione e Caputo terminale offensivo sempre pronto a muoversi in profondità.
Vediamo infatti come nel video 1 e 2

 

l’attaccante empolese cerchi sempre di consentire una verticalizzazione veloce della manovra. Da questo punto di vista possiamo osservare invece come il centravanti giallorosso, Dzeko, abbia caratteristiche molto diverse abbassandosi spesso incontro al pallone in funzione di regista.

Entrambe le squadre difendono a zona sui calci d’angolo, come possiamo osservare nelle foto 3 e 4.

La costruzione del gioco della Roma a centrocampo si è basata sullo scambio di posizione frequente dei tre centrocampisti per cercarsi lo spazio.

La squadra giallorossa, pur nella ripresa arretrando di qualche metro il proprio baricentro, ha cercato comunque di tenere la difesa più alta possibile, come nel caso della foto 5

In fase difensiva i giallorossi hanno usufruito della capacità di De Rossi di coprire la difesa (attitudine che il centrocampista di Ostia ha molto sviluppata, a volte creando addirittura problemi difensivi come contro il Milan) come si vede nel video 6

L’Empoli, dal canto suo, ha cercato spesso il gioco sulle fasce soprattutto sulla destra, cercando di approfittare dell’inesperienza del talentuoso e giovane terzino sinistro romanista. Possiamo vedere due piccoli errori di lettura del gioco da parte di Pellegrini nella foto 6 e nel video 7

la Roma, vista la contemporanea assenza dei terzini titolari Kolarov e Florenzi, ha cercato ancora piu del solito la giocata per Dzeko, attaccando così per vie centrali con più frequenza, ben il 34% degli attacchi contro il 29% a destra ed il 37% a sinistra.
Dal 74° minuto, a seguito della sostituzione tra Jesus e Under, per coprirsi meglio la Roma è passata al modulo 1-3-4-1-2
Foto 7


Le statistiche della partita dicono che l’Empoli ha tirato in porta quanto la Roma, 4 volte a testa, e considerando il rigore sbagliato dai toscani e la traversa su punizione si può dire che il pareggio sarebbe stato il risultato più giusto.

STEFANO CHIAROTTINI

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Totti: “Con Zeman il rapporto umano più forte”

Totti-Zeman

Francesco Totti alla vigilia del suo compleanno e della presentazione della sua autobiografia, si racconta in una lunga intervista a Repubblica e anticipa qualche passaggio del suo libro.

Cosa fa Totti ora? Si annoia? 

“Ancora no. Le giornate sono quasi come quelle da calciatore. Mi sveglio, porto i figli a scuola, poi vado a Trigoria, sto col mister, la squadra, seguo tutti gli allenamenti. Dopo pranzo torno e mi dedico ai ragazzi”.

Perchè non hai smesso giocando in Asia, in America…?

“Perchè avrei rovinato 25 anni di carriere. Ho sempre detto che avrei indossato un’unica maglia. Sono uno di parola”.

Per averti il Milan era pronto a scucire 300 milioni. E avevi solo 12 anni.

“In quel caso il “No” fu della mia famiglia. Soprattutto di mia madre. È vecchia maniera: apprensiva, possessiva. Papà lavorava fino a tardi. Era sempre lei a starmi dietro. Non voleva che mi allontanassi. Mi voleva tutto per sè”.

Ora il pallone in strada è praticamente proibito. Tu invece hai imparato tanto calciando contro i muri o giocando a “Paperell”. Che roba era?

“Un gioco inventato da noi,. All’entrata della scuola Manzoni c’erano gradini lunghi quasi 50 metri. Uno doveva scenderli percorrendoli tutti in orizzontale mentre altri due cercavano di beccarlo col pallone tirando da una decina di metri. Bell’esercizio di mira”.

Quando ti lasciavano a casa da solo ti fingevi morto sul letto per paura dei ladri…

“Pensavo che a un ragazzino morto un ladro non gl’avrebbe fatto niente”.

Diventato famoso, sei dovuto scappare dal quartiere perchè all’entrata di casa ti rubavano gli zerbini su cui s’era posato il “sacro piede”. Tre in una settimana.

“C’era sempre gente accampata sotto casa o sul pianerottolo. Era diventato impossibile. Non solo per me, ma per tutto il palazzo”.

In Curva Sud hai smesso di andarci a 14 anni.

“Dopo un Roma-Napoli ci furono scontri. Scappai. Quando sono tornato per recuperare il motorino era disintegrato. Con i capi della curva? Da tifoso non avevo grandi rapporti con loro. Li ho conosciuti da giocatore: qualcuno ha parecchi casini alle spalle. Altri no, o di meno. C’è di tutto”.

Il fallaccio assassino l’hai fatto a Balotelli. Finale di Coppa Italia

“Sì, ma quello arrivò dopo un crescendo. Erano anni che lui provocava, insultava me, i romani. Un continuo. Alla fine la cosa è esplosa. Fu un fallo orrendo. Proprio per fargli male. Ma dopo, stranamente, i giocatori dell’Inter non mi assalirono. Mentre uscivo dal campo per l’espulsione, Maicon mi diede addirittura il cinque. La sensazione era che anche tra i suoi compagni interisti Balotelli creasse qualche irritazione”.

Dici: “Mario è forte, ma non gli hanno mai insegnato l’educazione sportiva”.

“È il suo carattere e sarà difficile cambiarlo, anche se adesso è un po’ migliorato. Mancini ha fatto bene a riprenderlo in Nazionale, il talento c’è. Poi però tutto dipende dalla testa”.

Anche Cassano è un bel caratterino. Ma tra voi è stata amicizia vera, venne anche ad abitare con te e famiglia.

“C’è rimasto quasi quattro mesi. Faceva dei regali incredibili a mia madre… Anelli, bracciali da 5-6 mila euro. Manco fosse la moglie. Se mi vedeva a cena con amici al ristorante pagava non solo per me ma per tutti. Non lo faceva per comprare il mio affetto, ma perchè è fatto così. Adesso spende di meno perchè sennò la moglie je mena. Ma quand’era single era incredibile. Perchè litigammo? Gli era sparito l’assegno dello stipendio e s’era messo in testa che a rubarglielo fosse stata la nostra domestica. Per lei avremmo messo la mano sul fuoco e poi era incassabile solo da lui. Se ne andò. Qualche giorno dopo l’assegno fu ritrovato sotto il sedile della sua macchina. È il calciatore più forte con cui abbia giocato”.

Una leggenda narra che alla Roma sbarravi la strada all’acquisto di campioni che potessero farti ombra.

“Discorsi da bar. Se i campioni non arrivavano era per limiti di budget, mica per scelta mia. Io ho sempre voluto vincere, e non veder vincere”.

Allenatori. Qual è quello con cui si è creato il rapporto umano più forte?

“Zeman. Sembra un tipo ombroso, ma appena lo conosci te ce diverti da morì. Certo per capirlo quando parla ci vuole un po’… Quando fa un discorso ogni tanto te c’addormenti. Capello? Quando parli con lui hai sempre torto. Sa tanto ma l’ultima parola deve sempre essere la sua. Se passa un piccione e lui dice che è un gabbiano ti dimostrerà che è un gabbiano. Le ragazze in ritiro? Le cercava negli armadi, nella doccia, pure sotto al letto”.

Torniamo allo scudetto. Durante i festeggiamenti sei stato costretto a rifugiarti in un convento sull’Aventino.

“Ero a cena con parenti e amici in un ristorante quando cominciamo a sentire un boato di folla. S’era sparsa la voce che ero lì. A un certo punto mi affaccio: di sotto cinquemila persone bloccavano le strade. Volevano entrare. Il proprietario mi dice: non c’p una seconda uscita, l’unica è scavalcare l’inferriata e scappare da su, dalla parte del convento. Con tre o quattro amici c’arrampichiamo sulla scarpata nel buio tra le piante. Appena salta la recinzione mi dico: se qui c’è qualche cane da guarda ce se sbrana. Invece arriva un frate. Mi illumina la faccia: “Ma tu sei Totti”. Prima di farci uscire m’ha chiesto l’autografo”.

Con il Real avresti vinto di più, ti sei mai pentito di quel no?

“No, ma decidere fu durissimo. Rimasi anche per Ilary. Stavamo insieme da poco e a me non piacciono i rapporti a distanza. Prima o poi finiscono sempre”.

Da giocatore quando hai rosicato di più?

“Quando prendemmo un gol all’ultimo dallo Slavia Praga e non andammo in semifinale Uefa. Poi qualche derby e la finale dell’Europeo persa con la Francia. In quell’Europeo avevo davvero scommesso con Maldini, Nesta, Di Biagio che se fosse finita ai rigori la semifinale avrei fatto il cucchiaio. Mi sfottevano: parli così in allenamento, in partita è diverso. Ma il giorno dopo, quando andando verso il dischetto dissi che avrei mantenuto la parola, mi scongiuravano di ripensarci: Sei scemo? Guarda che se lo sbagli c’ammazzano!”.

È vero che da piccolo incollavi le figurine dei laziali al contrario?

“A testa in giù. Uniche di tutto l’album”.

San Siro…

“È il mio secondo stadio preferito. Ti fischiano ma c’è rispetto. Quando negli anni dei Maldini o dei Kakà partivamo per Milano ci facevamo il segno della croce: quanti ce ne fanno stavolta? Tre? Quattro? Cinque? Oggi gli equilibri sono un po’ cambiati”.

Quando hai capito che era arrivato il momento di staccare?

“Non è stato un mio pensiero, ma una cosa voluta dalla società. È l’unica ombra che s’è creata tra me e la Roma. Perchè un conto è decidere con la propria testa e un altro farsi mettere i paletti da altri. Certo, mi rendo conto che finché stai lì non vorresti mai smettere. Ma non pretendevo di continuare 60-70 partite all’anno. Volevo solo restare a disposizione. Spalletti? È quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola”.

Ora il tuo lavoro è quello di mediatore tra il mister e lo spogliatoio.

“Sì. I giocatori sono bestie, sono bastardi, ma mi portano rispetto. Io ero come loro, li conosco bene, conosco il loro linguaggio segreto fatto di occhiate, mezze parole. E cerco di rendermi utile. Nello spogliatoio adesso si parla quasi solo inglese. Se non lo sai non capisci un cazzo. E si fa meno gruppo. In ritiro ognuno si isola in camera sua col telefonino… a navigare a mandare messaggi”.

Che voto dai alla tua carriere?

Nove e mezzo. Se avessi vinto la Champions, dieci”.

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Roma, lavori in corso. La foto analisi

roma-chievo-analisi

La quarta giornata del campionato di serie A propone la partita Roma-Chievo Verona allo stadio Olimpico. La squadra giallorossa viene dalla sconfitta in zona cesarini allo stadio Meazza con il Milan ed il rocambolesco pareggio in casa con L’Atalanta, con ben 5 gol presi in 2 partite. Questi risultati negativi hanno lasciato varie polemiche nel sempre difficile ambiente romano, con molte critiche sul mercato da poco concluso. Partita giocata alle 12.30 con un clima estivo, che non ha aiutato le squadre a tenere ritmi molto alti.

La Roma è tornata inizialmente al collaudato modulo 1-4-3-3. Regista più basso delle mezzali (foto 1) che tante soddisfazioni ha dato alla compagine capitolina l’anno scorso, con una difesa che risultò una delle migliori del campionato.

schema-1foto 1

Il Chievo si è schierato invece con un 1-4-3-2-1 (foto 2).  Molto stretto e corto, nel tentativo di bloccare gli spazi centrali e sfruttare in fase di possesso palla. I 2 trequartisti (più largo a sinistra Giaccherini, più centrale Birsa) per giocare tra le linee palla a terra (i giocatori del Chievo infatti hanno fatto solo 18 lanci lunghi contro i 43 della Roma, costretta a volte a cambiare fascia) e mettere in difficoltà il centrocampista centrale della Roma

schema-2foto 2

I giallorossi infatti in fase di non possesso si schierano con un 1-4-1-4-1. Come si vede in foto 3, dove si apprezza anche il tentativo dei giocatori del Chievo di mettere in inferiorità numerica Nzonzi.

schema-3foto 3

Il gioco offensivo dei padroni di casa si sviluppa quindi principalmente sulle corsie laterali, sfruttando le tipiche catene esterne del loro modulo (nella foto 4 si vede il tentativo di catena laterale tra terzino, mezzala ed attaccante laterale) e l’abilità tecniche ed offensive dei 2 terzini, che con la loro spinta hanno dato un forte contributo al gioco.

schema-4foto 4

Florenzi infatti sarà l’autore dello splendido assist per il primo gol su passante perfetto di El Sharaawy (foto 5), mentre Kolarov risulterà essere addirittura il giocatore con più palloni giocati in tutta la partita, ben 98, confermando la sua attitudine a fare da regista esterno.

schema-5foto 5

Al contrario Nzonzi ha toccato pochissimi palloni, soltanto 52, a riprova della difficolta della Roma a giocare per vie centrali ed anzi della sua preferenza per il gioco in fascia. Altra tipica caratteristica di questo modulo è l’inserimento delle mezzali come nel caso del gol di Cristante (foto 6), sfruttando le enormi capacità di Dzeko di fare da sponda e da assist man.

schema-6foto 6

La formazione giallorossa ha però mostrato una fragilità difensiva sconosciuta lo scorso anno, lasciando spazi eccessivi ai giocatori avversari come nel caso del primo gol (foto 7) dove Birsa è bravissimo a sfruttare con un goal eccezionale lo spazio concesso dai romanisti in una scalata non efficace tra Cristante e Nzonzi, con Pellegrini troppo lontano per intervenire.

schema-7foto 7

Anche nel primo tempo si erano visti svarioni difensivi con marcature non attente, come nel colpo di testa di Birsa (foto 8) dove, mentre Jesus marca strettamente il suo avversario, Kolarov è troppo lontano consentendo all’attaccante del Chievo di colpire indisturbato di testa da dentro l’area.

schema-8foto 8

Nella ripresa la Roma ha attaccato costantemente il Chievo, ed il mister Di Francesco ha deciso al 69esimo di cambiare modulo e passare al 1-4-2-3-1 (nella foto 9 si vede la nuova disposizione del centrocampo romanista) per mettere un secondo giocatore davanti alla difesa e limitare il gioco tra le linee avversarie.

schema-9foto 9

Ma come spesso viene ricordato, prima ancora dei moduli è importante l’applicazione e la concentrazione. Così la Roma ha lasciato comunque spazi importanti come nell’occasione del secondo gol clivense (foto 10 e 11), dove prima si vede lo spazio libero sulla fascia destra romanista e l’arretramento rispetto alla linea dei difensori di Manolas che lascia profondità e tiene in gioco l’attaccante del Chievo, poi si vede un 2 difensori contro un attaccante di spalle in area di rigore che si tramuta comunque in gol.

schema-10foto 10

schema-11foto 11

Nel finale di gara, inoltre, la Roma deve ringraziare un’ottima parata di Olsen, altrimenti sarebbe uscita sconfitta.

Sicuramente i giallorossi hanno cambiato molto rispetto alla stagione scorsa.  Le giovani mezzali (che ieri hanno corso moltissimo, Cristante addirittura il primo fra tutti con 12,63 km) devono sicuramente adattarsi meglio e cercare di perdere meno palloni (7 Pellegrini, 8 Cristante a fronte di solo 4 recuperi effettuati dal primo dei due). Ma sono soprattutto i difensori (Kolarov, Fazio e Manolas hanno avuto un inizio di stagione inferiore alle loro notevoli capacità) che devono recuperare condizione e concentrazione adeguate per tornare ad effettuare una fase difensiva solida come lo scorso anno.

I dati statistici sono stai presi dal report ufficiale della lega calcio serie A, i disegni grafici sono stati effettuati con Longomatch.

STEFANO CHIAROTTINI

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Bartelt: “Se avessi seguito Zeman avrei fatto meglio”

Bartelt-Zeman

E’ raro trovare un’intervista di un ex calciatore di Zeman titolata con la migliore dichiarazione sul Boemo. Purtroppo molta stampa romana ha preferito titolare quella di Bartelt  “Tra me e Zeman non c’era sintonia” quando invece ha espresso un concetto molto educativo, un concetto, che se proposto come titolo ne esce rafforzato, e non depotenzia il grande lavoro del Boemo con ogni singolo calciatore. Ecco Gustavo Bartelt arrivato a Roma nell’estate del 1998 non elogia il suo ex allenatore in modo canonico, ma lo fa con una traccia di rimpianto.

“Zeman era un bravo allenatore, ma pure un personaggio particolare. Con lui mi trovavo spesso davanti alla porta. Se lo avessi seguito…”.

Ricorda quella serata al Bentegodi in coppa?

“Come no, indimenticabile. Segnai, presi una traversa e creai qualche altra occasione. I giornali elogiarono la mia prestazione. Tutti parlarono bene di me, tranne uno…”.

Chi?

“Zeman, il mio allenatore. Mi prese da parte e mi disse che non era contento della prova, nonostante avessi fatto gol. Mi invitò a partecipare di più al gioco di squadra e ad entrare maggiormente nei suoi schemi offensivi. Io ero un attaccante di movimento, dribblavo, non davo punti di riferimento. Il sistema, invece, prevedeva meno tocchi e più profondità. Avessi trovato maggior sintonia con lui …”.

Cosa sarebbe successo?

“Sarebbe andata diversamente la mia esperienza nella Roma, credo. Dopo quella partita con il Chievo feci benissimo con la Fiorentina in casa, ma poi giocai sempre meno e non trovai lo spazio necessario per mettermi in evidenza. Avrei avuto bisogno di maggiore protezione e di qualche bella parola. Venivo da un altro continente, ero completamente spaesato. Un peccato, ora invece apprezzo tanto la tattica italiana e quelle parole di Zeman oggi le capisco”.

Con Capello come andò l’anno dopo?

“Non fui convocato per il ritiro a Kapfenberg, alcuni dirigenti della società mi fecero sapere che non rientravo nei piani del mister. Io rimasi perplesso, per un motivo: Capello non mi aveva mai visto giocare. Poteva valutarmi. Successe qualche giorno dopo, a Trigoria. Facevo parte della rosa e fu costretto a vedermi in allenamento. E come notò i miei movimenti in campo, cambiò subito idea. Mi chiese: “Ma perché non ti sei allenato con noi finora?”. Io replicai e gli riportai la versione a me nota: “Perché non mi vuole lei, mister, così mi hanno detto”. Lui rispose che non era vero e che mi avrebbe tenuto in considerazione. Mi impiegò sei volte, tre in Serie A e tre in Coppa Italia. Con lui ci fu solo un problema tattico…”.

Quale?

“Mi vedeva centrocampista, come alternativa di Di Francesco o Tommasi. Ma io facevo l’attaccante e volevo giocare attaccante”.

Oggi chi sceglierebbe: Zeman o Capello?

“Difficile rispondere. Zeman era un bravo allenatore, ma pure un personaggio particolare. Con lui mi trovavo spesso davanti alla porta. Lo avessi seguito di più, come detto, avrei fatto meglio. Ma Capello mi lasciava maggiore libertà in campo, se mi vedeva dribblare non mi rimproverava. Due grandi tecnici, totalmente diversi”.

Ha menzionato Di Francesco, l’attuale allenatore della Roma.

“Un grande “Difra”, mi aiutò tantissimo ad inserirmi nei primi giorni. Parliamo di venti anni fa, ormai, ma ricordo benissimo lui e i miei compagni di squadra come il capitano Totti, Montella, Cafu, Emerson, Candela. Ragazzi straordinari”.

Come si concretizzò il suo trasferimento dal Lanus alla Roma?

“Iniziai la preparazione in Argentina con la mia squadra, poi il mio procuratore mi parlò dell’interessamento della Roma e che di lì a breve sarei dovuto partire per la Capitale. Non me lo aspettavo, fu una bellissima sorpresa”.

Il suo agente era Cysterpiller.

“Sì, Jorge Cysterpiller, il primo procuratore di Maradona. È scomparso un anno fa, morto suicida dopo essersi gettato dal piano di un albergo. Brutta storia. Da quello che so, all’epoca, Cysterpiller non aveva un ottimo rapporto con il presidente Sensi. Forse nella Roma pagai anche questo”.

Lei arrivò alla Roma nell’agosto 1998 e segnò due gol all’Olimpico nell’amichevole di presentazione contro il Santos.

“Pure quella serata fu bellissima, anche se alla fine perdemmo 3-2. Non era facile entrare e fare bene. Segnai due gol, perdevamo 3-0 e per poco non riuscimmo a rimontare. Posso chiedere una cosa?”.

Prego.

“Mi piacerebbe rivedere quella partita. La racconto sempre ai miei tre figli, ma non ho mai avuto le immagini o un video per mostrargli sul televisore le mie giocate. Se qualche tifoso custodisce ancora la cassetta, magari potrebbe farmela avere attraverso di voi”.

Appello raccolto. I suoi figli giocano a calcio?

“Ho due maschi, Santino e Vincenzo, e una femmina, Valentina. Santino – 15 anni – è bravo ed è tesserato con l’Argentinos Junior. Chissà che un domani non giochi a Roma dove ha giocato il papà. Io lo spero tanto e proverò ad aiutarlo perché sarò sempre un sostenitore giallorosso”.

Lo sa che qualche tifoso dopo quel Roma-Fiorentina andò a comprarsi la sua maglia?


“Ascoltare queste parole mi fa piangere, lo dico con il cuore. Roma e i romanisti mi hanno sempre trattato bene. Avrei voluto regalargli qualche gioia in più, ma quel poco che ho fatto se lo ricordano bene. E mi basta così”.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Di Francesco e il perenne equivoco targato Roma

Di Francesco Roma

La storia di Eusebio Di Francesco sulla panchina giallorossa è una storia battistiana. Le discese ardite e le risalite rappresentano ormai una costante. Frutto di una nevrosi tattica e mentale di un contesto che non ha saputo cogliere dei momenti di possibile svolta. Ha avuto il limite di essere tratto in inganno da episodi estemporanei (leggasi “remuntada” ai danni del Barça) che, dal punto di vista tattico, hanno finito per aggiungere confusione su confusione, equivoco su equivoco.

Sgombrare subito il campo da un’etichetta che Eusebio si porta dietro: l’essere un discepolo di Zeman. Di Francesco (d’ora in avanti EDF) non è Zeman. Non lo è quando vince e non lo è quando perde. Non lo è per il semplice fatto che mentre il boemo ha da sempre proposto un modo di difendere volto ad attaccare la palla, altrettanto non si può dire per Di Francesco, che ha sempre parlato di doppia fase di gioco, abbinando ad alcuni principi tattici ben definiti una consistente parte del proprio tempo allo sviluppo del gioco. Vari sono, infatti, i vestiti tattici adottati dalla Roma: dal 4-3-3 al 4-2-3-1, passando per il 3-4-3, il 3-5-2 ed, in ultimo, il 3-4-1-2 che tanti problemi sta creando.

La duttilità tattica che EDF ha palesato, tuttavia, dà la sensazione di non aver determinato un upgrade nella crescita del tecnico, quanto più che altro un segno di una confusione frutto di un continuo compromesso tattico da ricercare all’interno dello spogliatoio e di un mercato su cui il tecnico dà la sensazione di avere ben poca voce in capitolo. A centrocampo, ad esempio, se vanno via Nainggolan e Strootman per essere rimpiazzati da Nzonzi, Cristante e da un Pastore a cui volente o nolente devi trovare una sistemazione in campo.

Ciò implica l’applicazione di differenti principi di gioco, diversi in modo radicale non soltanto rispetto a quelli che EDF ha declinato al Sassuolo, ma anche e soprattutto rispetto a quelli che la squadra ebbe a mostrare nella doppia sfida al Chelsea della scorsa Champions. Le due migliori recite della Roma del tecnico abruzzese. Aggressività sistematica sul portatore avversario, allargamento della manovra sugli esterni, Dzeko fulcro della manovra offensiva. I nuovi acquisti hanno nelle proprie corde un calcio differente, non fanno della rapidità il loro forte a beneficio di un calcio più ragionato e posizionale, al di là del discorso qualitativo.

La gara contro il Milan incarna altri equivoci, il primo dei quali il ricorso alla forzata convivenza Dzeko-Schick. Il primo, che ha bisogno di riempire da sé l’area di rigore, si ritrova costretto a dividere spazi e movimenti con il ceco il quale, spesso e volentieri, si ritrova ad essere servito come preferirebbe.
L’altro è la difesa a tre. Se con il Barcellona a bassa intensità è stata una carta vincente, lo è di meno contro squadre che praticano una pressione ultraoffensiva che stritola gli interni di centrocampo nell’uno contro uno e lascia i tre centrali spesso in parità numerica. In tanti prendono il DVD di Liverpool-Roma e studiano.

Ora pare EDF voglia tornare al 4-3-3. Se lo farà, deve essere consapevole del fatto che senza Strootman e Nainggolan dovrebbero essere portate avanti scelte pesanti e forse impopolari. E che non pochi riflessi potrebbero avere negli equilibri dello spogliatoio.

E Pastore? Rischia di diventare ancor più un equivoco.

Non c’è bene, grazie.

PAOLO BORDINO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Zeman finisce tra le cose vecchie

Zeman-Balzano-Pescara-Roma

Pescara e Balzano come la stampa romana. Così Zeman finisce tra le cose vecchie

La storia si ripete e così dal 1999 va in scena la partitura mediatica contro Zeman.  Non è più un diktat certo, ma quello nato 20 anni fa ha insinuato un luogo comune di cui il Boemo non si libererà più. Triste leggere da parte della stampa pescarese, dopo il pareggio raggiunto in extremis dai ragazzi di Pillon, confronti tra le rimonte subite dal maestro di Praga e quelle eseguite dal tecnico di Preganziol. Chi scrive le ritiene pretestuose e in realtà anche senza nesso.

PESCARA

Purtroppo a Pescara un problema mediatico tra stampa e Boemo esiste.  Lo scorso anno un risultato del genere a Cremona sarebbe stato accolto più come una sconfitta che altro. Basta, del resto, ripescare molti articoli dopo il pareggio a reti bianche dello Zini per cogliere la netta differenza di trattamento. Del resto, pur iniziando lo scorso anno con un 5-1 bugiardo contro il Foggia, alcune firme locali abbandonarono lo slogan  “vincere è l’unica cosa che conta” per poi descrivere una situazione intrisa di scetticismo. Operazione  poco onesta. Ma, del resto, è la cartina al tornasole di un feeling che, tra stampa pescarese e boemo, non è mai nato. Pochi gli hanno perdonato, alla vigilia del campionato,  ritenere la squadra non di vertice.

BALZANO

Dalla Cisco Roma a Cagliari nel segno di Zeman e di nessun altro allenatore. Antonio Balzano se non avesse incrociato il boemo sulla sua strada avrebbe corso il serio rischio di vedere il suo talento confinato nei meandri della terza serie. Quindi, anche se di piccola entità, la polemica sullo scarso impiego della scorsa stagione sorprende non poco. Balzano era una pedina importante per il 4-3-3 zemaniano, e con le dinamiche di mercato che riguardavano Zampano sembrava chiaro quanto, il terzino di Bitonto, sarebbe stato fondamentale nelle fasi salienti della stagione. Un pò come successe per Bocchetti nella favola 2011-2012, dove anche Balzano ebbe un periodo di appannamento che non dovrebbe dimenticare.

STAMPA ROMANA

Per quanto riguarda l’ambiente romano zemanlandia è cosa vecchia già da tempo. Quando si sognava un suo ritorno gli amarcord erano all’ordine del giorno, oggi invece nel periodo del ventennale del suo arrivo in sponda giallorossa e delle sue dichiarazioni contro il doping, nessuna traccia di un articolo o di un ricordo. Niente paura però se c’è una rimonta a sfavore della Roma ecco che il nome Zeman torna un evergreen, in senso negativo ovvio, come se il Muto avesse insegnato all’Italia pallonara solo a subire gol. Inutile citare i tanti allenatori, tra i quali proprio Di Francesco e Spalletti, che hanno definito per loro fondamentale Z. Z. , tanto i giornalisti sembrano avere tanto da insegnare oggi. La statistica che racconta Zdenek Zeman come unico allenatore a salvarsi con la peggior difesa, spiega perfettamente il tipo di rivoluzione portata in questo paese.

SALVIO IMPARATO

Seguici e metti Mi Piace:
error0

Di Francesco: “Dagli insegnamenti di Zeman traggo ancora oggi benefici”

“Le persone parlano troppo facilmente della mentalità vincente. Prima di questa, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base sulla quale diventare vincitori. Questo richiede tempo”

Eusebio Di Francesco, dopo la buona annata alla Roma, si racconta a coachesvoice.com. Bella intervista in cui parla della sua mentalità verticale e come sempre elogia il suo maestro più importante, Zdenek Zeman

“Più che nascere allenatore, lo sono diventato. Non ho mai voluto farlo. E onestamente, non avevo mai pensato che l’avrei fatto. Guardavo gli altri allenatori e non volevo finire come loro. Quel desiderio è arrivato dopo. Quando ho appeso gli scarpini da calciatore al chiodo, sono diventato team manager alla Roma. L’ho fatto per un anno, ma non mi è piaciuto. Non sono stato bene, così ho lasciato. Non ho più pensato al calcio. Mi sono distanziato dal gioco. Non guardavo neanche i risultati. Poi ho provato a fare il consigliere per 6 mesi. Consigliavo un piccolo club, Val di Sangro, nel calciomercato. Ma non mi soddisfaceva neanche questo. Poco a poco, ho iniziato a sentire la mancanza dell’odore del prato. Quelle sensazioni che hai quando sei nello spogliatoio. Allenare mi ha riportato a contatto con quelle sensazioni.

In Italia, diamo più attenzione al lato difensivo del gioco piuttosto che a quello offensivo. Lavoriamo molto sulla tattica. Abbiamo molti allenatori bravi e non si lascia nulla al caso. Come giocatore, sono stato influenzato da molti allenatori per cui ho giocato. Marcello Lippi, all’inizio della mia carriera alla Lucchese. Più tardi qui a Roma, Fabio Capello. Non farò la lista completa, ma ho preso qualcosa da ognuno di loro. Positive e negative. Qualcuno di loro mi ha fatto vedere cosa fare, qualcun altro cosa non fare. Adesso come allenatore, ho guardato spesso Guardiola con grande ammirazione. E’ una cosa facile da dire, vero? Ma mi piace come pensa al gioco. Mi piace che la sua idea sia sempre andare oltre gli avversari. L’influenza maggiore per me, parlando di stile di gioco, essendo offensivo e attaccando i tuoi avversari, è stato Zdenek Zeman. Zeman è stato un precursore. Le sue squadre erano super offensive. Erano perforanti e cercavano di segnare un gol più degli avversari. Di solito non sono un fan dell’imitazione o del copiare il lavoro di qualcun altro. Ma ho imparato riguardo il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici.

La mia filosofia è provare a dominare il gioco. Ovviamente, non è sempre possibile. Prima di allenare la Roma, allenavo il Sassuolo. Anche quando giocavamo con squadre che erano chiaramente superiori, abbiamo sempre provato a fare la partita cercando di colpire l’avversario. Non mi piace il possesso sterile. Il possesso fine a se stesso. Io non voglio stare seduto ad aspettare l’avversario. Io voglio andare a prenderlo. Non puoi farlo sempre, ma è quella l’idea.

Il gioco è migliorato da quando ero giocatore. E’ migliorato da un punto di vista tecnico. E’ più veloce. Il portiere non prende più il pallone spesso. Ci sono meno tempi morti, e minori sono i tempi morti più bello diventa il gioco. Ora possiamo tutti fare analisi e studiare i filmati. La differenza però è fatta da quelli che riescono ad andare oltre quello che vogliono. Come ho già detto, guardare e provare a imitare qualcuno non è lo stesso che essere un allenatore che sente qualcosa e riesce a trasmetterlo ai propri giocatori. Per questo motivo, penso che ci sarà sempre qualcosa di nuovo nel calcio. Ci sarà sempre qualcuno che ha una strada propria nel fare le cose e che sia bravo a trasmetterla ai suoi giocatore. Guardo la mia Roma adesso, e penso che De Rossi abbia la possibilità di farlo. Ha i tratti caratteriali, l’esperienza e la conoscenza. Ha lavorato con tanti allenatori. Speso in futuro di essere tra quelli che gli hanno lasciato un marchio.

Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio alla crescita. Le statistiche sono utili. Possono darti importanti piste o indicazioni quando stai per prepararti ad una gara, o quando provi a migliorare le debolezze che potresti avere. Se vedo una statistica che mi mostra che la mia squadra non sta giocando molto in verticale, lavorerò su questo lato del gioco più del resto in allenamento perché sono una allenatore che preferisce giocare in verticale.

Seguici e metti Mi Piace:
error0