Frosinone-Roma, Di Francesco: “Sono ridiventato zemaniano” (VIDEO)

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Dopo il match Frosinone-Roma, vinto dai giallorossi 2-3, Eusebio Di Francesco ha punzecchiato scherzosamente un giornalista nella conferenza post partita. Forse anche al buon Eusebio non va giù di essere paragonato a Zeman esclusivamente in accezione negativa. Il Boemo è il “padre” di tanti nuovi e bravi allenatori.

La risposta di Di Francesco è arrivata all’ultima domanda della conferenza post Frosinone-Roma, in cui si sottolineava l’incapacità della Roma di finire una partita con la porta inviolata.

“E’ un bel cruccio che mi porto dietro. L’anno scorso eravamo un’ottima difesa, la seconda difesa del campionato, oggi invece subiamo qualche gol in più, ma segniamo anche di più. Forse sarò ridiventato zemaniano. Vincendo con qualche gol in più dell’avversario prendendone qualcuno in più. Aldilà della battuta per evitare si facciano i soliti titoli, non sono contento di tutto questo, a volte ci perdiamo. Verrano partite importanti come il derby in cui non ci possiamo permettere certe distrazioni”.

SALVIO IMPARATO

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Coachesvoice, Di Francesco: “Osservo Pep, ma è Zeman il mio ispiratore”

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Come allenatore, sono più costruito che nato. Così esordisce Eusebio Di Francesco in un’intervista al portale calcistico coachesvoice

“Non volevo farlo inizialmente – continua Di Francesco su coachesvoice – e onestamente non avrei mai pensato di poterlo fare. Guardavo gli altri allenatori e non ho mai avuto il desiderio di fare quello stesso percorso”

“Sono diventato Team Manager della Roma dopo essermi ritirato. L’ho fatto per un anno, ma non mi piaceva il ruolo. Non ero tagliato per quello”

“Non pensavo più al calcio. Mi sono allontanato dal gioco. Non ho nemmeno guardato i risultati.”

“Successivamente, ho provato a dare una mano come consulente di mercato per sei mesi. In un piccolo club, il Val di Sangro. Ma non ero soddisfatto nemmeno di quello.”

“A poco a poco, ho iniziato a sentire l’odore dell’erba. Quelle sensazioni che provi quando sei nello spogliatoio. Passare ad allenare mi ha rimesso in contatto con quei sentimenti sopiti.”

CALCIO ITALIANO E INFLUENZE

“Tendiamo a concentrarci molto di più sull’aspetto difensivo che su quello offensivo.Lavoriamo tantissimo sulla tattica senza lasciare nulla al caso, abbiamo molti allenatori esperti. All’inizio della mia carriera di calciatore fui colpito da Marcello Lippi alla Lucchese, più tardi a Roma da Fabio Capello. Non ho intenzione di elencarli tutti, ma ho cercato di prendere qualcosa da tutti. Ora osservo molto Pep Guardiola. Ho grande ammirazione di lui. Mi piace la sua idea di calcio e non amo il possesso palla fine a se stesso. Non voglio aspettare l’avversario, ma andare sempre ad aggredirlo”.

ZEMAN

“Ma l’influenza principale per me in termini di stile di gioco offensivo, di attaccare sempre l’avversario è stata quella di Zdenek Zeman. Zeman era un pioniere. Le sue squadre attaccavano sempre. Erano ben allenate e hanno sempre provato a segnare un gol in più rispetto all’avversario. Normalmente non sono un fan dell imitare o copiare il lavoro di qualcun’altro. Ma ho imparato molto il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici”.

DE ROSSI, DOMINIO DEL GIOCO E MENTALITA’ VINCENTE

“De Rossi può farcela a diventare allenatore. Ha il carattere, l’esperienza e la conoscenza giusta dopo aver lavorato con tanti manager differenti. Spero in futuro che sia tra quelli che lasceranno un segno”.

“Voglio sempre dominare. Chiaramente non possibile in tutte le occasioni. Prima di arrivare a Roma ero al Sassuolo, ma anche quando siamo andati a giocare con squadre superiori a noi, abbiamo cercato sempre di imporci”. 

“Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio a migliorare. Le statistiche sono utili. Possono darti indizi o indicazioni importanti quando si tratta di prepararsi per una partita, o quando stai cercando di migliorare le debolezze che potresti avere.

“Se vedo una statistica che mostra che la mia squadra non sta giocando molti passaggi verticali, cercherò di lavorare su questo aspetto del gioco più di altri in allenamento perché sono un allenatore che preferisce giocare in verticale”.

“In un club come la Roma, una familiarità con l’ ambiente – l’ambiente o l’ambiente attorno a un club – è sicuramente un vantaggio. Non è mai facile da gestire, ma il fatto che l’abbia vissuta come giocatore è un grande vantaggio”.

“Il ruolo di un allenatore è totalmente diverso, però. Damaggiori responsabilità e l’ ambiente non deve mai essere una scusa. Chi viene qui sa che i media e le situazioni che incontri sono totalmente diversi. I fan sono davvero appassionati e hanno il desiderio di vincere perché non succede da molto tempo”.

“A volte, quel desiderio può diventare più grande di quanto tu possa immaginare. Ma è una fonte di grande orgoglio essere in grado di allenare la Roma, sapendo che devi fare un buon lavoro equilibrato nel gestire l’esterno”.

“Nel 2001, quando ho giocato nella Roma dell’ultimo scudetto, c’è voluta capacità e fortuna per vincere il campionato. Il presidente Sensi aveva investito molti soldi e siamo stati un ottimo gruppo. Allo stesso tempo, per vincere titoli è necessario un grande spirito di squadra. Oltre ai grandi calciatori, quella squadra aveva grandi uomini”.

“La gente parla troppo facilmente di mentalità vincente, però. Prima di ciò, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base su cui diventare vincitori”.

“Ci vuole tempo. Hai bisogno di costruire. Devi dare alle persone che arrivano tempo per lavorare. Nel calcio, spesso accade che la gente voglia tutto subito. Questo non ti permette di migliorare come squadra, come allenatore e come club”.

“Spero che sia quello che possiamo fare qui. Dobbiamo lavorare per cercare di raggiungere un obiettivo senza sottovalutare nulla. Nemmeno il più piccolo dettaglio. I dettagli sono ciò che fa la differenza. Questo vale per tutto. Anche chi taglia l’erba”.

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Atalanta-Roma 3-3, analisi del match.

Atlanta-Roma-3-3


Per la ventunesima giornata di campionato va in scena Atalanta-Roma. Dopo la vittoria in coppa contro l’Entella e in campionato contro il Torino i giallorossi sembrano aver riacquistato fiducia.

Moduli

Vediamo i moduli di Atalanta-Roma. La squadra di casa si dispone con un 1-3-4-1-2

in fase di possesso palla, con i due esterni che vanno a comporre una difesa a 5 in fase di non possesso.

La Roma invece si dispone con il suo classico 1-4-2-3-1


Fase offensiva.

Vediamo ora le fasi offensive delle due squadre in Atalanta-Roma.Da un punto di vista offensivo i capitolini hanno sfruttato soprattutto la fascia destra (60% degli attacchi) grazie alle proiezioni offensive di Karsdorp e Zaniolo. Sull’altra fascia Kolarov ha toccato più palloni ma si è proposto meno volte in fase offensiva, soprattutto nella ripresa. A centrocampo invece i continui inserimenti di Pellegrini si sono accompagnati ai movimenti a venire incontro al pallone di Dzeko, che ha svolto sia il ruolo di finalizzatore che di rifinitore.

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L’Atalanta nel primo tempo non è sempre riuscita a coprire bene gli spazi con i movimenti giusti, e la Roma è riuscita ad approfittarne.


Anche nel terzo gol romanista Dzeko ha avuto molto spazio per poter servire i compagni che si inserivano.



Fase difensiva.

Dal punto di vista difensivo invece la Roma è riuscita nel primo tempo a pressare molto alta i padroni di casa, mettendo in difficoltà la costruzione del gioco degli orobici.


Non sono mancate però, come spesso succede in questa stagione, distrazioni difensive sia individuali che di reparto, come nel primo gol atalantino.


La squadra di casa ha cercato anche gli inserimenti di difensori per sorprendere i giallorossi, approfittando dell’abilità di Gomez di svariare e fornire assist molto precisi.


In occasione del terzo gol atalantino ,subito dopo il rigore sbagliato di Zapata, la squadra romanista ha avuto l’ennesima distrazione (rilancio sbagliato di Kolarov) che ha consentito il pareggio.


Nella ripresa comunque la Roma ha calato moltissimo l’intensità di gioco non riuscendo quasi mai a superare la metà campo, e costringendo quindi l’allenatore ha cambiare modulo passando al 1-5-3-2 nel tentativo di limitare i danni.


I giallorossi, dopo un buon primo tempo, hanno dato l’impressione di una condizione fisica e mentale insufficiente, riuscendo a strappare con molta fatica un pareggio dopo essersi fatta rimontare 3 gol. I tanti infortuni ed i carichi di lavoro del periodo invernale possono contribuire a spiegare tale prestazione, ma gli errori di concentrazione denotano una personalità ancora da migliorare molto.

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Isport.cz Zeman: “Futuro? Ho delle opzioni. Odio il possesso palla”

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Zdenek Zeman ha rilasciato un’intervista al sito ceco Icsport.cz. Il Boemo ha parlato di un suo eventuale incarico nel suo paese natale, dei calciatori cechi in Italia e del calcio italiano. Ecoo di seguito l’intervista integrale.

Il vicepresidente della federazione calcio ceca ha parlato di Zeman – esordisce Isport.cz – come un siciliano, quando è stato accostato all’incarico di insegnante degli allenatori cechi. Sembra un paradosso perché Zeman è un allenatore di fama mondiale che ha allenato Roma e Lazio. Questa intervista dimostra quanto sia adatto all’incarico.

ll Vicepresidente della FOCR non ha parlato bene di lei?

“Non ne so nulla. Probabilmente è meglio (sorride). ”

Come guardi mai il calcio ceco?

“Lo guardo attraverso i risultati. Ultimamente non ho visto partite di nessun club o rappresentanza ceca, quindi non posso valutare di più. ”

Cosa giudichi dai risultati?

“Il calcio ceco non ha ottimi risultati. Nè i club e né le nazionali. Spero che migliorino.”

Ma sicuramente sta guardando i giocatori cechi nel campionato italiano. Come li vede?

“Non sono male. La prima stagione in Italia è stata buona. È strano che ora Barak ad Udine non stia giocando e Krejci abbia spazio nel Bologna perché di solito quando un giocatore arriva in Italia non gioca bene. La lega italiana ha caratteristiche specifiche. Anche Maradona o Platini dovevano prima abituarsi a loro e poi hanno giocato bene “.

E Patrik Schick nella Roma?

“Dovrebbe giocare come attaccante centrale, ma Džeko gioca di più perché è più a suo agio con il gioco dell’allenatore. Ma quando Schick entra gioca bene.”

Ora il più importante in Italia, invece, è Cristiano Ronaldo della Juventus.

“Dopo che la Juventus ha vinto il settimo titolo consecutivo, ha deciso di vincere la Champions League. Ecco perché ha portato Ronaldo. ”

Era necessario?

“Un giocatore non può mai fare un trofeo da solo, decide la squadra. Ma in Juventus fanno di tutto per vincere la Champions League “.

Le piace il calcio contemporaneo?

“Il calcio ha le sue basi che non cambiano. È un gioco. Oggi, tuttavia, si è trasformato in un business. Ma gli sport e gli affari sono lontani. ”

Che cosa dice del fatto che le partite spesso giocano un sacco di passaggi da lato a lato?

“Sono passaggi senza movimento sulla gamba e non in alla ricerca di profondità, è una cosa che odio. Mi piace quando una combinazione di cinque, sei passaggi termina con uno tiro. Non capirò mai il calcio con troppi passaggi anche Guardiola sta giocando più verticale”

Cos’altro non le piace?

“Ho sempre scelto una squadra di giocatori adatta al mio stile di gioco. Ora non è il caso: i giocatori vengono scelti da presidenti e agenti ”

Ha lavorato con molte stelle. Come si è avvicinato a loro?

“Normalmente come tutti gli altri. Non ho mai fatto alcuna differenza. ”

Hai spiegato qualcosa a loro quando non li ha fatti giocare?

“No. I veri giocatori sanno perché non stanno giocando. Non c’è bisogno di spiegarlo. Nessuno vuole tagliare le gambe da solo. L’allenatore costruisce sempre undici giocatori convinti di essere la squadra migliore. ”

Come hai affrontato una possibile violazione della sua idea?

“Caso per caso. Non ho nominato le partite finché non sono migliorate. Lo capiscono perché i giocatori vogliono giocare. ”

Ti manca l’allenamento?

“No odio allenarmi (sorride).”

Cosa fa ora?

“Guardo tutti gli altri sport in TV. Altrimenti, giocherò a golf. O mi siederò su una panchina del parco, perché manca la seduta sulla panchina (scherza). ”

Quindi torna in panchina?

“Ho delle opzioni. Ma devo sentire che posso farlo “.

Prenderesti in considerazione di lavorare nella Repubblica Ceca?

“Ci stavo pensando, ma prima di tutto dovrei conoscere le dinamiche del calcio ceco. Sapere come si fa qui. Non ho una visione d’insieme di cosa sta succedendo nei club cechi “.

Tuttavia, la mentalità ceca non dovrebbe mancarle.

“Sono ancora ceco.”

SALVIO IMPARATO

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Roma-Juventus 1998 2-0, Zeman e l’ultimo sgarbo prima dell’esilio

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Era il 15 novembre 1998 e all’Olimpico sarebbe arrivata la Juventus di Lippi e la Triade. La nemica di sempre, ma questa volta non si troverà contro solo una parte della città, ma anche di fronte al grande accusatore della tormentata estate 1998. Roma-Juventus ovvero Zdenek Zeman contro il popolo bianconero, un popolo offeso dalle accuse di doping. Un accusa di una colpa ancora oggi negata con tutte le forze, ma che viene mal celata da una prescrizione fatta passare per assoluzione.

Ecco il racconto de Il Romanista di Roma-Juventus 1998, la partita che resterà l’ultima vittoria di Zeman contro la Juve prima dell’esilio.

Le premesse

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all’Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall’estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile.

Le dichiarazioni diestive di Zeman

«Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l’inizio dell’inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l’uno contro l’altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

 

La resa dei conti

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all’Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male.

La guerra raccontata dagli striscioni

Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini.Tutto questo fino a un altro fischio, quello d’inizio, dell’arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall’Atalanta, all’epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com’è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un’esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall’altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l’aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent’anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro.A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro.

In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell’ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L’adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0.

Non s’era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c’è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c’era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un’alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l’ha persa. Quella partita l’ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c’era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.

Roma-Juventus sul Corriere Dello Sport del 16 novembre 1998

In prima pagina:

Olimpico in festa: la Roma liquida la Juve e l’affianca al secondo posto.
GIGANTI. Decisive due prodezze di Paulo Sergio e di Candela.
Roma implacabile in casa: decisivi il primo gol giallorosso (astuzia di Totti) e l’espulsione di Montero dopo un’ora. Fonseca-palo.

III pagina:

È stata la sua giornata: ha battuto l’avversaria di sempre ed ha raggiunto il secondo posto.
ZEMAN: ROMA, PUOI SOGNARE. “Giusto che tra i tifosi ci sia euforia, ma la squadra deve pensare solo a lavorare”.
Accuse a Ferrara: “Mi ha detto cose irripetibili”. Una risposta a Bettega: “Ha dimenticato quando era malato e spesso stavo con lui”. Non ha salutato Lippi: “Non l’ho visto”.

V pagina:

È stato decisivo, è felice. il brasiliano applaude tutti, tranne Montero: “Mi ha dato un pugno”.
PAULO SERGIO: INDIMENTICABILE. “Il gol più importante da quando sono a Roma e forse di tutta la mia carriera. Lo dedico a mia moglie e ai tifosi. Con Totti ci siamo capiti in un attimo. Una vittoria splendida, una partita bellissima: onore alla Juve. Lo scudetto? Siamo in ballo, felici di ballare”.

VII pagina:

Per il centrocampista giallorosso è un momento magico: la vittoria sulla Juventus, l’azzurro e…
TOMMASI: SCUDETTO? SI PUÒ. “Questa vittoria ci proietta ai primissimi posti della classifica e se abbiamo vinto con la Fiorentina e la Juve vuol dire che possiamo lottare per la vittoria finale. Questa Roma è più forte di quella della stagione scorsa. Ora siamo consapevoli di quanto valiamo”.

Subito dopo la partita insiame a Cafu, ha preso il volo per raggiungere la nazionale brasiliana. Sarà di ritorno venerdì.
ZAGO: E ADESSO DOBBIAMO CREDERCI. “Scendendo in campo sempre con questa voglia di vincere, potremo lottare in alto”.

SALVIO IMPARATO

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Palermo-Pescara, Zeman: “Con Sebastiani esperienza drammatica”

Palermo-Pescara-Zeman

Oggi sulla Repubblica edizione Palermo è apparsa un’intervista a Zdenek Zeman. Il Boemo è stato intercettato in occasione dell’imminente big match di B,  Palermo-Pescara, che andrà in scena domenica sera alle 21. Il tecnico di Praga ha parlato dei suoi passati contatti con Zamparini e dell’ultima triste esperienza a Pescara. Per la prima volta Zeman confessa pubblicamente i gravi problemi di salute del figlio minore. Si intuisce dalle parole di Zeman l’amarezza e la delusione per come Sebastiani ha gestito il lato umano del rapporto.

Zeman, col senno di poi sarebbe stato meglio rimanere a Pescara piuttosto che tornare alla Roma?

«La Roma non si può rifiutare, era una società in cui avevo già lavorato con soddisfazione. Peccato che a Roma il rapporto è finito prima. Tutti dicevano che il nostro era il miglior calcio».

Ha il rammarico di non avere mai allenato la prima squadra del Palermo?

«Ho iniziato ad allenare a Palermo nel 1974 e ho finito nel 1983. Mi dispiace non essere riuscito ad allenare la prima squadra. In quell’unica volta che sarei potuto andare in panchina avevo preso una squalifica con la Primavera».

Le cronache raccontano di un contatto con Zamparini. Ce lo racconta?

«Non ci fu solo un incontro, ne abbiamo fatti quattro in tempi diversi, però non siamo mai riusciti a metterci d’accordo. Non so spiegare il perché. Ho sempre dato la mia disponibilità. Se non ho allenato il Palermo non è dipeso da me anche se per la verità solamente nel primo incontro che abbiamo avuto, dopo la promozione con il Pescara nel 2012, fu anche per colpa mia. Avevo già l’accordo con la Roma e forse, ma sottolineo forse, economicamente sarei pesato troppo per il Palermo. Ma avrei scelto lo stesso la Roma».

È vero che Zamparini disse che lei era troppo vecchio per allenare il Palermo?

«Ma non lo so quali valutazioni fanno i presidenti quando fanno le loro scelte. Non credo che Zamparini mi chiamerà più, dopo quattro volte che non si è convinto a prendermi è difficile che possa convincersi oggi».

Magari penserà a lei una nuova proprietà.

«Non so se Zamparini venderà, da quello che so sarà costretto a lasciare il Palermo. Lui però ha fatto bene, il Palermo non era abituato a giocare a certi livelli e ad avere giocatori che ancora oggi sono importanti non solo in Europa, ma nel mondo. Oggi però non è più in condizione di continuare come ha fatto prima».

Con Sebastiani, invece, che rapporto ha avuto?

«La prima esperienza è stata buona, abbiamo centrato una promozione in un campionato che era difficile. Poi la seconda esperienza è stata drammatica sin dall’inizio. Mi fece fuori per motivi disciplinari, ma fu una scusa: era un periodo particolare, avevo dei problemi e c’era mio figlio che faceva la chemio».

Tornando a Palermo-Pescara, meglio Stellone o Pillon?

«Ho avuto Stellone come giocatore a Napoli, era una persona a modo. Penso che come lo era allora, la sua serietà sia riconosciuta anche oggi. Pillon non riesco a giudicarlo, nel senso che so che ha cercato di continuare il mio lavoro, ora forse ha cambiato qualcosa e sta andando bene».

C’è un giocatore del Palermo che le piace o che le piacerebbe allenare?

«Mi piace molto Trajkovski, ma anche Jajalo. Credo che siano due giocatori importanti. I tifosi magari in passato li hanno giudicati in base ai risultati, ma per me hanno qualità indiscutibili».

C’è il rischio che Palermo-Pescara si giochi in uno stadio vuoto. Che ne pensa?

«Mi dispiace. Penso che il calcio oggi non attiri più. Non è solo un problema di Palermo. Quello che è successo a Frosinone è una delle cose che allontana la gente: fanno passare la passione e il calcio senza gente non ha senso».

Chi vincerà il campionato?

«Le mie favorite sono Benevento e Palermo».

E il Pescara?

«Quest’anno c’è più pace nello spogliatoio, ma il Palermo è superiore in tutto. Anche se quando l’ho visto in Coppa Italia contro il Vicenza non mi è piaciuto. Il campionato però è cosa diversa. E c’è un altro allenatore, ma per qualità della rosa il Palermo sarebbe potuto andare in A già l’anno scorso anche con Tedino».

SALVIO IMPARATO

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RMC Sport, Zeman: “Non c’è una vera anti Juventus” (VIDEO)

RMC Sport-Zeman

Il Boemo Zdenek Zeman è stato intercettato da RMC Sport. Nel corso della lunga chiacchierata, nella trasmissione Maracanà, ha parlato di Juventus, Napoli, Roma e Lazio senza trascurare i suoi pupilli Insigne, Verratti e Immobile. Alla fine dell’intervista i due conduttori hanno ricordato il bellissimo Pescara di Zeman e la sua carriera e il grande spettacolo offerto.

L’audio completo dell’intervista di Zeman a RMC Sport

NAPOLI E INSIGNE

“Insigne è cresciuto. In due anni con me ha fatto più di 20 gol a stagione ma nel Napoli non si è mai ripetuto. Lui però è uno che può arrivare sempre a questi numeri. Con Ancelotti sta facendo bene perché ha più compiti offensivi, anche se per me è più facile per lui giocare esterno che centrale. Milik o Mertens? Preferisco i piccoli, quindi dico Insigne e Mertens, due che sanno giocare bene palla a terra”.

ROMA

“Le dichiarazioni di Sousa? Tutti vogliono venire a Roma, il problema è rimanerci. È una piazza importante anche ora che le cose non stanno andando come si pensava. Il problema per un allenatore è rimanerci tanto tempo sulla panchina della Roma. Il problema della squadra giallorossa è che ogni estate vende i pezzi più importanti. Quando fai così, devi dare tempi ai nuovi di inserirsi. Non è un fatto di qualità, ma di ambientamento al calcio italiano. Pastore è bravo, ma nel 4-3-3 è difficile collocarlo. Se lo metti come mezzo sinistro o mezzo destro a centrocampo fa fatica in fase difensiva. Schick? Non è un attaccante esterno, deve giocare nel mezzo ma lì c’è Dzeko”.

JUVENTUS

“Non c’è una vera rivale della Juventus in Serie A. Inter e Napoli stanno inseguendo, ma come accade da anni alla lunga i bianconeri non avranno problemi. Douglas Costa? mi ha impressionato fin da quando l’ho visto in Germania. Tecnicamente è molto bravo e potrebbe servire Ronaldo meglio di Mandzukic, che però fa un lavoro diverso a tutto campo”.

INTER

“Brozovic come Pjanic? Hanno piedi un po’ diversi, ma il croato sta facendo un buon lavoro. Il Barcelona non sta vivendo un buon momento, senza Messi è un’altra squadra. L’Inter se la potrà giocare, dovrà metterla sul fisico”.

LAZIO E IMMOBILE

“Immobile ha un rendimento diverso nelle due squadre poiché nella Lazio i biancocelesti si appoggiano a Immobile e giocano per lui. L’Italia di Mancini, invece, fa un tipo di calcio diverso. Nelle ultime uscite ho comunque visto una buona Nazionale”.

VERRATTI

“Non siete gli unici a chiedermelo, continuo a dire che da anni è il miglior giocatore di Francia. Qualche infortunio lo ha rallentato, ma è ancora giovane per migliorare.”

FUTURO

“Se bolle qualcosa in pentola? La pentola già l’ho levata e ho anche già mangiato la pasta”.

I podcast di tutto il palinsesto di RMC Sport qui

SALVIO IMPARATO

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Burdisso: “Zeman aveva idee chiare e atleticamente mi ha dato tantissimo”

Burdisso-Zeman

Nicolas Burdisso si è raccontato nel Match Program di Roma-Cska Mosca. Il difensore ha parlato dei suoi ex allenatori nell’esperienza giallorossa. Noi riportiamo l’intervista con un titolo diverso dalle altre testate, che di Zeman prendono in malafede sempre il senso negativo di ogni dichiarazione.

 

Partiamo dalla fine: perché ha deciso di dire basta?

“Avevo voglia di competere – racconta Burdisso – ripartire da zero non era un mio obiettivo. Ho avuto delle offerte, alcune anche interessanti, ma nessuna di queste mi ha convinto totalmente. Così, alla fine, sono rimasto coerente con il mio pensiero e ho smesso. Senza troppi rimpianti. Vivrò un anno a Torino, in attesa di capire bene il futuro”.

Già pensa cosa farà da grande?

“Intendo restare nel calcio. Sono grato a questo mondo e a questo sport. Mi trovo bene nell’ambito, non soffro le pressioni, anzi mi piacciono. Ho frequentato un corso da allenatore, vedremo se riuscirò a coronare anche questo sogno. Da calciatore i sogni li ho raggiunti tutti e
per questo sono sereno”.

Parliamo degli allenatori che ha avuto a Roma, partiamo da Spalletti.

“L’ho avuto per solo due partite, Genoa e Juventus. Due sconfitte, purtroppo. Ma mi resta il ricordo di un professionista preparatissimo tatticamente. E poi mi volle lui a Roma. Lui con Daniele Pradè. Venire in questa meravigliosa città fu prima di tutto una mia volontà, ma loro mi convinsero prospettandomi un ruolo importante nella squadra”.

Settembre 2009, l’esonero del toscano e l’arrivo di Ranieri.

“Un martello sotto l’aspetto motivazionale. Semplificava il calcio con pochi concetti, ma quando c’era da parlare alla squadra riusciva a farsi sentire e a portarti ad un livello mentale molto alto. Sfiorammo uno scudetto a poche giornate dalla fine e arrivammo in finale di Coppa Italia. Purtroppo, davanti avevamo l’Inter del triplete. Una stagione indimenticabile per me, quella in cui mi sentii meglio anche fisicamente”.

Montella subentrò in corsa nella stagione 2010-2011.

“Vincenzo mi impressionò per non aver mai pagato lo scotto del salto dalle giovanili alla prima squadra. Fece subito capire di avere ottime doti di gestione del gruppo e importanti idee di gioco. Conosceva bene l’ambiente di Roma, particolare da non sottovalutare”.

Luis Enrique, il primo allenatore della gestione americana.

“Uno dei più forti e completi che ho avuto – confessa Burdisso – insieme a Carlos Bianchi e Mourinho. E lo dico con cognizione totale, pur avendolo vissuto marginalmente, dato che in quell’annata ebbi un serio infortunio in nazionale che mi tenne fuori per tutta la stagione. Ma sul campo sapeva lavorare come pochi, oltre che ad avere un carisma coinvolgente. Lo andrò a trovare nei prossimi giorni in Spagna, a Madrid, per aggiornarmi professionalmente”.

Zeman.

“Sapeva bene come lavorare e aveva idee molto chiare. A livello atletico mi diede tantissimo, dato che venivo dall’infortunio e tornai su ottimi livelli di rendimento. Eravamo una squadra divertente, segnavamo tanto, ma mi faceva pure rosicare perché a volte subivamo troppo”.

Forse è per questo che poi gli successe Andreazzoli.

“Nel calcio si vince e si perde, fa parte del gioco, con Zeman ad un certo punto non andò più. Aurelio era un uomo di calcio, respirava in questo mondo da tempo e si vedeva. Ottenne buoni risultati, nonostante quella finale persa che incise anche sul suo futuro”.

Piccola parentesi: avesse la possibilità di rigiocare una partita a scelta tra quella con la Sampdoria di campionato del 25 aprile 2010 o la finale di Coppa Italia del 26 maggio 2013,
quale sceglierebbe?

“Sicuramente quella con la Sampdoria. Vincere uno scudetto, quello scudetto, dopo un anno di lavoro incredibile, sarebbe stato molto più importante di una Coppa Italia, anche se persa contro il rivale storico. Nel 2001 vidi con i miei occhi, all’Olimpico, parte dei festeggiamenti per il titolo vinto pochi mesi prima. Venni con il Boca per la gara di presentazione della Roma 2001-2002. La partita in cui si infortunò anche Lassisi. Immagino la città che esplose di gioia per tutta l’estate. Altro che Coppa Italia del 2013…”.

Dopo quella finale, arrivò Garcia.

“Rudi fu l’uomo giusto al posto giusto. Un eccellente motivatore, riuscì a tirar fuori il meglio da ognuno di noi in un momento delicato per la storia del club. Facemmo le dieci vittorie consecutive all’inizio del campionato, poi la squadra arrivò seconda. Io decisi di andare via a gennaio al Genoa perché giocavo poco. Ma non potevo prendermela con l’allenatore, davanti avevo due in stato di grazia come Benatia e Castan. E poi, Rudi mi coinvolgeva sempre nei suoi discorsi. Parlava spesso con me, Totti e Maicon su come vincere un campionato in Italia. Dato che eravamo gli unici di quella rosa ad aver conquistato uno scudetto in precedenza”.

Ha condiviso lo spogliatoio con due totem come Totti e De Rossi.

“Due esempi. Diversi, ma entrambi da seguire. Francesco ti trascinava in campo con le sue doti da calciatore eccelso. Daniele faceva un lavoro encomiabile anche nello spogliatoio. Un ragazzo culturalmente
preparatissimo. Totti e De Rossi si completavamo alla perfezione, ciascuno con le proprie caratteristiche”.

I cinque calciatori migliori con cui ha giocato?

“Leo Messi sopra a tutti senza dubbio. Poi dico Juan Riquelme, Zlatan Ibrahimovic, Francesco
Totti e il mio idolo Walter Samuel”.

SALVIO IMPARATO

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Empoli-Roma, analisi del match.

Roma-Empoli

Nell’ultima giornata di campionato c’è stata la sfida allo stadio Carlo Castellani l’Empoli-Roma. I giallorossi vengono dalle vittorie con la Lazio in campionato e con i cechi del Viktoria Plzen, mentre l’Empoli ha perso con il Parma nell’ultima giornata di campionato. Partita giocata con un clima ideale, situazione che ha consentito ad ognuna delle due squadre di compiere 108 km in totale.

La Roma si schiera col suo tipico modulo delle ultime partite,
1-4-2-3-1


L’Empoli invece si schiera con 1-4-3-2-1,


con Krunic e Zajc liberi di scambiarsi la posizione e Caputo terminale offensivo sempre pronto a muoversi in profondità.
Vediamo infatti come nel video 1 e 2

 

l’attaccante empolese cerchi sempre di consentire una verticalizzazione veloce della manovra. Da questo punto di vista possiamo osservare invece come il centravanti giallorosso, Dzeko, abbia caratteristiche molto diverse abbassandosi spesso incontro al pallone in funzione di regista.

Entrambe le squadre difendono a zona sui calci d’angolo, come possiamo osservare nelle foto 3 e 4.

La costruzione del gioco della Roma a centrocampo si è basata sullo scambio di posizione frequente dei tre centrocampisti per cercarsi lo spazio.

La squadra giallorossa, pur nella ripresa arretrando di qualche metro il proprio baricentro, ha cercato comunque di tenere la difesa più alta possibile, come nel caso della foto 5

In fase difensiva i giallorossi hanno usufruito della capacità di De Rossi di coprire la difesa (attitudine che il centrocampista di Ostia ha molto sviluppata, a volte creando addirittura problemi difensivi come contro il Milan) come si vede nel video 6

L’Empoli, dal canto suo, ha cercato spesso il gioco sulle fasce soprattutto sulla destra, cercando di approfittare dell’inesperienza del talentuoso e giovane terzino sinistro romanista. Possiamo vedere due piccoli errori di lettura del gioco da parte di Pellegrini nella foto 6 e nel video 7

la Roma, vista la contemporanea assenza dei terzini titolari Kolarov e Florenzi, ha cercato ancora piu del solito la giocata per Dzeko, attaccando così per vie centrali con più frequenza, ben il 34% degli attacchi contro il 29% a destra ed il 37% a sinistra.
Dal 74° minuto, a seguito della sostituzione tra Jesus e Under, per coprirsi meglio la Roma è passata al modulo 1-3-4-1-2
Foto 7


Le statistiche della partita dicono che l’Empoli ha tirato in porta quanto la Roma, 4 volte a testa, e considerando il rigore sbagliato dai toscani e la traversa su punizione si può dire che il pareggio sarebbe stato il risultato più giusto.

STEFANO CHIAROTTINI

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Totti: “Con Zeman il rapporto umano più forte”

Totti-Zeman

Francesco Totti alla vigilia del suo compleanno e della presentazione della sua autobiografia, si racconta in una lunga intervista a Repubblica e anticipa qualche passaggio del suo libro.

Cosa fa Totti ora? Si annoia? 

“Ancora no. Le giornate sono quasi come quelle da calciatore. Mi sveglio, porto i figli a scuola, poi vado a Trigoria, sto col mister, la squadra, seguo tutti gli allenamenti. Dopo pranzo torno e mi dedico ai ragazzi”.

Perchè non hai smesso giocando in Asia, in America…?

“Perchè avrei rovinato 25 anni di carriere. Ho sempre detto che avrei indossato un’unica maglia. Sono uno di parola”.

Per averti il Milan era pronto a scucire 300 milioni. E avevi solo 12 anni.

“In quel caso il “No” fu della mia famiglia. Soprattutto di mia madre. È vecchia maniera: apprensiva, possessiva. Papà lavorava fino a tardi. Era sempre lei a starmi dietro. Non voleva che mi allontanassi. Mi voleva tutto per sè”.

Ora il pallone in strada è praticamente proibito. Tu invece hai imparato tanto calciando contro i muri o giocando a “Paperell”. Che roba era?

“Un gioco inventato da noi,. All’entrata della scuola Manzoni c’erano gradini lunghi quasi 50 metri. Uno doveva scenderli percorrendoli tutti in orizzontale mentre altri due cercavano di beccarlo col pallone tirando da una decina di metri. Bell’esercizio di mira”.

Quando ti lasciavano a casa da solo ti fingevi morto sul letto per paura dei ladri…

“Pensavo che a un ragazzino morto un ladro non gl’avrebbe fatto niente”.

Diventato famoso, sei dovuto scappare dal quartiere perchè all’entrata di casa ti rubavano gli zerbini su cui s’era posato il “sacro piede”. Tre in una settimana.

“C’era sempre gente accampata sotto casa o sul pianerottolo. Era diventato impossibile. Non solo per me, ma per tutto il palazzo”.

In Curva Sud hai smesso di andarci a 14 anni.

“Dopo un Roma-Napoli ci furono scontri. Scappai. Quando sono tornato per recuperare il motorino era disintegrato. Con i capi della curva? Da tifoso non avevo grandi rapporti con loro. Li ho conosciuti da giocatore: qualcuno ha parecchi casini alle spalle. Altri no, o di meno. C’è di tutto”.

Il fallaccio assassino l’hai fatto a Balotelli. Finale di Coppa Italia

“Sì, ma quello arrivò dopo un crescendo. Erano anni che lui provocava, insultava me, i romani. Un continuo. Alla fine la cosa è esplosa. Fu un fallo orrendo. Proprio per fargli male. Ma dopo, stranamente, i giocatori dell’Inter non mi assalirono. Mentre uscivo dal campo per l’espulsione, Maicon mi diede addirittura il cinque. La sensazione era che anche tra i suoi compagni interisti Balotelli creasse qualche irritazione”.

Dici: “Mario è forte, ma non gli hanno mai insegnato l’educazione sportiva”.

“È il suo carattere e sarà difficile cambiarlo, anche se adesso è un po’ migliorato. Mancini ha fatto bene a riprenderlo in Nazionale, il talento c’è. Poi però tutto dipende dalla testa”.

Anche Cassano è un bel caratterino. Ma tra voi è stata amicizia vera, venne anche ad abitare con te e famiglia.

“C’è rimasto quasi quattro mesi. Faceva dei regali incredibili a mia madre… Anelli, bracciali da 5-6 mila euro. Manco fosse la moglie. Se mi vedeva a cena con amici al ristorante pagava non solo per me ma per tutti. Non lo faceva per comprare il mio affetto, ma perchè è fatto così. Adesso spende di meno perchè sennò la moglie je mena. Ma quand’era single era incredibile. Perchè litigammo? Gli era sparito l’assegno dello stipendio e s’era messo in testa che a rubarglielo fosse stata la nostra domestica. Per lei avremmo messo la mano sul fuoco e poi era incassabile solo da lui. Se ne andò. Qualche giorno dopo l’assegno fu ritrovato sotto il sedile della sua macchina. È il calciatore più forte con cui abbia giocato”.

Una leggenda narra che alla Roma sbarravi la strada all’acquisto di campioni che potessero farti ombra.

“Discorsi da bar. Se i campioni non arrivavano era per limiti di budget, mica per scelta mia. Io ho sempre voluto vincere, e non veder vincere”.

Allenatori. Qual è quello con cui si è creato il rapporto umano più forte?

“Zeman. Sembra un tipo ombroso, ma appena lo conosci te ce diverti da morì. Certo per capirlo quando parla ci vuole un po’… Quando fa un discorso ogni tanto te c’addormenti. Capello? Quando parli con lui hai sempre torto. Sa tanto ma l’ultima parola deve sempre essere la sua. Se passa un piccione e lui dice che è un gabbiano ti dimostrerà che è un gabbiano. Le ragazze in ritiro? Le cercava negli armadi, nella doccia, pure sotto al letto”.

Torniamo allo scudetto. Durante i festeggiamenti sei stato costretto a rifugiarti in un convento sull’Aventino.

“Ero a cena con parenti e amici in un ristorante quando cominciamo a sentire un boato di folla. S’era sparsa la voce che ero lì. A un certo punto mi affaccio: di sotto cinquemila persone bloccavano le strade. Volevano entrare. Il proprietario mi dice: non c’p una seconda uscita, l’unica è scavalcare l’inferriata e scappare da su, dalla parte del convento. Con tre o quattro amici c’arrampichiamo sulla scarpata nel buio tra le piante. Appena salta la recinzione mi dico: se qui c’è qualche cane da guarda ce se sbrana. Invece arriva un frate. Mi illumina la faccia: “Ma tu sei Totti”. Prima di farci uscire m’ha chiesto l’autografo”.

Con il Real avresti vinto di più, ti sei mai pentito di quel no?

“No, ma decidere fu durissimo. Rimasi anche per Ilary. Stavamo insieme da poco e a me non piacciono i rapporti a distanza. Prima o poi finiscono sempre”.

Da giocatore quando hai rosicato di più?

“Quando prendemmo un gol all’ultimo dallo Slavia Praga e non andammo in semifinale Uefa. Poi qualche derby e la finale dell’Europeo persa con la Francia. In quell’Europeo avevo davvero scommesso con Maldini, Nesta, Di Biagio che se fosse finita ai rigori la semifinale avrei fatto il cucchiaio. Mi sfottevano: parli così in allenamento, in partita è diverso. Ma il giorno dopo, quando andando verso il dischetto dissi che avrei mantenuto la parola, mi scongiuravano di ripensarci: Sei scemo? Guarda che se lo sbagli c’ammazzano!”.

È vero che da piccolo incollavi le figurine dei laziali al contrario?

“A testa in giù. Uniche di tutto l’album”.

San Siro…

“È il mio secondo stadio preferito. Ti fischiano ma c’è rispetto. Quando negli anni dei Maldini o dei Kakà partivamo per Milano ci facevamo il segno della croce: quanti ce ne fanno stavolta? Tre? Quattro? Cinque? Oggi gli equilibri sono un po’ cambiati”.

Quando hai capito che era arrivato il momento di staccare?

“Non è stato un mio pensiero, ma una cosa voluta dalla società. È l’unica ombra che s’è creata tra me e la Roma. Perchè un conto è decidere con la propria testa e un altro farsi mettere i paletti da altri. Certo, mi rendo conto che finché stai lì non vorresti mai smettere. Ma non pretendevo di continuare 60-70 partite all’anno. Volevo solo restare a disposizione. Spalletti? È quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola”.

Ora il tuo lavoro è quello di mediatore tra il mister e lo spogliatoio.

“Sì. I giocatori sono bestie, sono bastardi, ma mi portano rispetto. Io ero come loro, li conosco bene, conosco il loro linguaggio segreto fatto di occhiate, mezze parole. E cerco di rendermi utile. Nello spogliatoio adesso si parla quasi solo inglese. Se non lo sai non capisci un cazzo. E si fa meno gruppo. In ritiro ognuno si isola in camera sua col telefonino… a navigare a mandare messaggi”.

Che voto dai alla tua carriere?

Nove e mezzo. Se avessi vinto la Champions, dieci”.

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