Roma, lavori in corso. La foto analisi

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La quarta giornata del campionato di serie A propone la partita Roma-Chievo Verona allo stadio Olimpico. La squadra giallorossa viene dalla sconfitta in zona cesarini allo stadio Meazza con il Milan ed il rocambolesco pareggio in casa con L’Atalanta, con ben 5 gol presi in 2 partite. Questi risultati negativi hanno lasciato varie polemiche nel sempre difficile ambiente romano, con molte critiche sul mercato da poco concluso. Partita giocata alle 12.30 con un clima estivo, che non ha aiutato le squadre a tenere ritmi molto alti.

La Roma è tornata inizialmente al collaudato modulo 1-4-3-3. Regista più basso delle mezzali (foto 1) che tante soddisfazioni ha dato alla compagine capitolina l’anno scorso, con una difesa che risultò una delle migliori del campionato.

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Il Chievo si è schierato invece con un 1-4-3-2-1 (foto 2).  Molto stretto e corto, nel tentativo di bloccare gli spazi centrali e sfruttare in fase di possesso palla. I 2 trequartisti (più largo a sinistra Giaccherini, più centrale Birsa) per giocare tra le linee palla a terra (i giocatori del Chievo infatti hanno fatto solo 18 lanci lunghi contro i 43 della Roma, costretta a volte a cambiare fascia) e mettere in difficoltà il centrocampista centrale della Roma

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I giallorossi infatti in fase di non possesso si schierano con un 1-4-1-4-1. Come si vede in foto 3, dove si apprezza anche il tentativo dei giocatori del Chievo di mettere in inferiorità numerica Nzonzi.

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Il gioco offensivo dei padroni di casa si sviluppa quindi principalmente sulle corsie laterali, sfruttando le tipiche catene esterne del loro modulo (nella foto 4 si vede il tentativo di catena laterale tra terzino, mezzala ed attaccante laterale) e l’abilità tecniche ed offensive dei 2 terzini, che con la loro spinta hanno dato un forte contributo al gioco.

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Florenzi infatti sarà l’autore dello splendido assist per il primo gol su passante perfetto di El Sharaawy (foto 5), mentre Kolarov risulterà essere addirittura il giocatore con più palloni giocati in tutta la partita, ben 98, confermando la sua attitudine a fare da regista esterno.

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Al contrario Nzonzi ha toccato pochissimi palloni, soltanto 52, a riprova della difficolta della Roma a giocare per vie centrali ed anzi della sua preferenza per il gioco in fascia. Altra tipica caratteristica di questo modulo è l’inserimento delle mezzali come nel caso del gol di Cristante (foto 6), sfruttando le enormi capacità di Dzeko di fare da sponda e da assist man.

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La formazione giallorossa ha però mostrato una fragilità difensiva sconosciuta lo scorso anno, lasciando spazi eccessivi ai giocatori avversari come nel caso del primo gol (foto 7) dove Birsa è bravissimo a sfruttare con un goal eccezionale lo spazio concesso dai romanisti in una scalata non efficace tra Cristante e Nzonzi, con Pellegrini troppo lontano per intervenire.

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Anche nel primo tempo si erano visti svarioni difensivi con marcature non attente, come nel colpo di testa di Birsa (foto 8) dove, mentre Jesus marca strettamente il suo avversario, Kolarov è troppo lontano consentendo all’attaccante del Chievo di colpire indisturbato di testa da dentro l’area.

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Nella ripresa la Roma ha attaccato costantemente il Chievo, ed il mister Di Francesco ha deciso al 69esimo di cambiare modulo e passare al 1-4-2-3-1 (nella foto 9 si vede la nuova disposizione del centrocampo romanista) per mettere un secondo giocatore davanti alla difesa e limitare il gioco tra le linee avversarie.

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Ma come spesso viene ricordato, prima ancora dei moduli è importante l’applicazione e la concentrazione. Così la Roma ha lasciato comunque spazi importanti come nell’occasione del secondo gol clivense (foto 10 e 11), dove prima si vede lo spazio libero sulla fascia destra romanista e l’arretramento rispetto alla linea dei difensori di Manolas che lascia profondità e tiene in gioco l’attaccante del Chievo, poi si vede un 2 difensori contro un attaccante di spalle in area di rigore che si tramuta comunque in gol.

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Nel finale di gara, inoltre, la Roma deve ringraziare un’ottima parata di Olsen, altrimenti sarebbe uscita sconfitta.

Sicuramente i giallorossi hanno cambiato molto rispetto alla stagione scorsa.  Le giovani mezzali (che ieri hanno corso moltissimo, Cristante addirittura il primo fra tutti con 12,63 km) devono sicuramente adattarsi meglio e cercare di perdere meno palloni (7 Pellegrini, 8 Cristante a fronte di solo 4 recuperi effettuati dal primo dei due). Ma sono soprattutto i difensori (Kolarov, Fazio e Manolas hanno avuto un inizio di stagione inferiore alle loro notevoli capacità) che devono recuperare condizione e concentrazione adeguate per tornare ad effettuare una fase difensiva solida come lo scorso anno.

I dati statistici sono stai presi dal report ufficiale della lega calcio serie A, i disegni grafici sono stati effettuati con Longomatch.

STEFANO CHIAROTTINI

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Bartelt: “Se avessi seguito Zeman avrei fatto meglio”

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E’ raro trovare un’intervista di un ex calciatore di Zeman titolata con la migliore dichiarazione sul Boemo. Purtroppo molta stampa romana ha preferito titolare quella di Bartelt  “Tra me e Zeman non c’era sintonia” quando invece ha espresso un concetto molto educativo, un concetto, che se proposto come titolo ne esce rafforzato, e non depotenzia il grande lavoro del Boemo con ogni singolo calciatore. Ecco Gustavo Bartelt arrivato a Roma nell’estate del 1998 non elogia il suo ex allenatore in modo canonico, ma lo fa con una traccia di rimpianto.

“Zeman era un bravo allenatore, ma pure un personaggio particolare. Con lui mi trovavo spesso davanti alla porta. Se lo avessi seguito…”.

Ricorda quella serata al Bentegodi in coppa?

“Come no, indimenticabile. Segnai, presi una traversa e creai qualche altra occasione. I giornali elogiarono la mia prestazione. Tutti parlarono bene di me, tranne uno…”.

Chi?

“Zeman, il mio allenatore. Mi prese da parte e mi disse che non era contento della prova, nonostante avessi fatto gol. Mi invitò a partecipare di più al gioco di squadra e ad entrare maggiormente nei suoi schemi offensivi. Io ero un attaccante di movimento, dribblavo, non davo punti di riferimento. Il sistema, invece, prevedeva meno tocchi e più profondità. Avessi trovato maggior sintonia con lui …”.

Cosa sarebbe successo?

“Sarebbe andata diversamente la mia esperienza nella Roma, credo. Dopo quella partita con il Chievo feci benissimo con la Fiorentina in casa, ma poi giocai sempre meno e non trovai lo spazio necessario per mettermi in evidenza. Avrei avuto bisogno di maggiore protezione e di qualche bella parola. Venivo da un altro continente, ero completamente spaesato. Un peccato, ora invece apprezzo tanto la tattica italiana e quelle parole di Zeman oggi le capisco”.

Con Capello come andò l’anno dopo?

“Non fui convocato per il ritiro a Kapfenberg, alcuni dirigenti della società mi fecero sapere che non rientravo nei piani del mister. Io rimasi perplesso, per un motivo: Capello non mi aveva mai visto giocare. Poteva valutarmi. Successe qualche giorno dopo, a Trigoria. Facevo parte della rosa e fu costretto a vedermi in allenamento. E come notò i miei movimenti in campo, cambiò subito idea. Mi chiese: “Ma perché non ti sei allenato con noi finora?”. Io replicai e gli riportai la versione a me nota: “Perché non mi vuole lei, mister, così mi hanno detto”. Lui rispose che non era vero e che mi avrebbe tenuto in considerazione. Mi impiegò sei volte, tre in Serie A e tre in Coppa Italia. Con lui ci fu solo un problema tattico…”.

Quale?

“Mi vedeva centrocampista, come alternativa di Di Francesco o Tommasi. Ma io facevo l’attaccante e volevo giocare attaccante”.

Oggi chi sceglierebbe: Zeman o Capello?

“Difficile rispondere. Zeman era un bravo allenatore, ma pure un personaggio particolare. Con lui mi trovavo spesso davanti alla porta. Lo avessi seguito di più, come detto, avrei fatto meglio. Ma Capello mi lasciava maggiore libertà in campo, se mi vedeva dribblare non mi rimproverava. Due grandi tecnici, totalmente diversi”.

Ha menzionato Di Francesco, l’attuale allenatore della Roma.

“Un grande “Difra”, mi aiutò tantissimo ad inserirmi nei primi giorni. Parliamo di venti anni fa, ormai, ma ricordo benissimo lui e i miei compagni di squadra come il capitano Totti, Montella, Cafu, Emerson, Candela. Ragazzi straordinari”.

Come si concretizzò il suo trasferimento dal Lanus alla Roma?

“Iniziai la preparazione in Argentina con la mia squadra, poi il mio procuratore mi parlò dell’interessamento della Roma e che di lì a breve sarei dovuto partire per la Capitale. Non me lo aspettavo, fu una bellissima sorpresa”.

Il suo agente era Cysterpiller.

“Sì, Jorge Cysterpiller, il primo procuratore di Maradona. È scomparso un anno fa, morto suicida dopo essersi gettato dal piano di un albergo. Brutta storia. Da quello che so, all’epoca, Cysterpiller non aveva un ottimo rapporto con il presidente Sensi. Forse nella Roma pagai anche questo”.

Lei arrivò alla Roma nell’agosto 1998 e segnò due gol all’Olimpico nell’amichevole di presentazione contro il Santos.

“Pure quella serata fu bellissima, anche se alla fine perdemmo 3-2. Non era facile entrare e fare bene. Segnai due gol, perdevamo 3-0 e per poco non riuscimmo a rimontare. Posso chiedere una cosa?”.

Prego.

“Mi piacerebbe rivedere quella partita. La racconto sempre ai miei tre figli, ma non ho mai avuto le immagini o un video per mostrargli sul televisore le mie giocate. Se qualche tifoso custodisce ancora la cassetta, magari potrebbe farmela avere attraverso di voi”.

Appello raccolto. I suoi figli giocano a calcio?

“Ho due maschi, Santino e Vincenzo, e una femmina, Valentina. Santino – 15 anni – è bravo ed è tesserato con l’Argentinos Junior. Chissà che un domani non giochi a Roma dove ha giocato il papà. Io lo spero tanto e proverò ad aiutarlo perché sarò sempre un sostenitore giallorosso”.

Lo sa che qualche tifoso dopo quel Roma-Fiorentina andò a comprarsi la sua maglia?


“Ascoltare queste parole mi fa piangere, lo dico con il cuore. Roma e i romanisti mi hanno sempre trattato bene. Avrei voluto regalargli qualche gioia in più, ma quel poco che ho fatto se lo ricordano bene. E mi basta così”.

SALVIO IMPARATO

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Di Francesco e il perenne equivoco targato Roma

Di Francesco Roma

La storia di Eusebio Di Francesco sulla panchina giallorossa è una storia battistiana. Le discese ardite e le risalite rappresentano ormai una costante. Frutto di una nevrosi tattica e mentale di un contesto che non ha saputo cogliere dei momenti di possibile svolta. Ha avuto il limite di essere tratto in inganno da episodi estemporanei (leggasi “remuntada” ai danni del Barça) che, dal punto di vista tattico, hanno finito per aggiungere confusione su confusione, equivoco su equivoco.

Sgombrare subito il campo da un’etichetta che Eusebio si porta dietro: l’essere un discepolo di Zeman. Di Francesco (d’ora in avanti EDF) non è Zeman. Non lo è quando vince e non lo è quando perde. Non lo è per il semplice fatto che mentre il boemo ha da sempre proposto un modo di difendere volto ad attaccare la palla, altrettanto non si può dire per Di Francesco, che ha sempre parlato di doppia fase di gioco, abbinando ad alcuni principi tattici ben definiti una consistente parte del proprio tempo allo sviluppo del gioco. Vari sono, infatti, i vestiti tattici adottati dalla Roma: dal 4-3-3 al 4-2-3-1, passando per il 3-4-3, il 3-5-2 ed, in ultimo, il 3-4-1-2 che tanti problemi sta creando.

La duttilità tattica che EDF ha palesato, tuttavia, dà la sensazione di non aver determinato un upgrade nella crescita del tecnico, quanto più che altro un segno di una confusione frutto di un continuo compromesso tattico da ricercare all’interno dello spogliatoio e di un mercato su cui il tecnico dà la sensazione di avere ben poca voce in capitolo. A centrocampo, ad esempio, se vanno via Nainggolan e Strootman per essere rimpiazzati da Nzonzi, Cristante e da un Pastore a cui volente o nolente devi trovare una sistemazione in campo.

Ciò implica l’applicazione di differenti principi di gioco, diversi in modo radicale non soltanto rispetto a quelli che EDF ha declinato al Sassuolo, ma anche e soprattutto rispetto a quelli che la squadra ebbe a mostrare nella doppia sfida al Chelsea della scorsa Champions. Le due migliori recite della Roma del tecnico abruzzese. Aggressività sistematica sul portatore avversario, allargamento della manovra sugli esterni, Dzeko fulcro della manovra offensiva. I nuovi acquisti hanno nelle proprie corde un calcio differente, non fanno della rapidità il loro forte a beneficio di un calcio più ragionato e posizionale, al di là del discorso qualitativo.

La gara contro il Milan incarna altri equivoci, il primo dei quali il ricorso alla forzata convivenza Dzeko-Schick. Il primo, che ha bisogno di riempire da sé l’area di rigore, si ritrova costretto a dividere spazi e movimenti con il ceco il quale, spesso e volentieri, si ritrova ad essere servito come preferirebbe.
L’altro è la difesa a tre. Se con il Barcellona a bassa intensità è stata una carta vincente, lo è di meno contro squadre che praticano una pressione ultraoffensiva che stritola gli interni di centrocampo nell’uno contro uno e lascia i tre centrali spesso in parità numerica. In tanti prendono il DVD di Liverpool-Roma e studiano.

Ora pare EDF voglia tornare al 4-3-3. Se lo farà, deve essere consapevole del fatto che senza Strootman e Nainggolan dovrebbero essere portate avanti scelte pesanti e forse impopolari. E che non pochi riflessi potrebbero avere negli equilibri dello spogliatoio.

E Pastore? Rischia di diventare ancor più un equivoco.

Non c’è bene, grazie.

PAOLO BORDINO

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Zeman finisce tra le cose vecchie

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Pescara e Balzano come la stampa romana. Così Zeman finisce tra le cose vecchie

La storia si ripete e così dal 1999 va in scena la partitura mediatica contro Zeman.  Non è più un diktat certo, ma quello nato 20 anni fa ha insinuato un luogo comune di cui il Boemo non si libererà più. Triste leggere da parte della stampa pescarese, dopo il pareggio raggiunto in extremis dai ragazzi di Pillon, confronti tra le rimonte subite dal maestro di Praga e quelle eseguite dal tecnico di Preganziol. Chi scrive le ritiene pretestuose e in realtà anche senza nesso.

PESCARA

Purtroppo a Pescara un problema mediatico tra stampa e Boemo esiste.  Lo scorso anno un risultato del genere a Cremona sarebbe stato accolto più come una sconfitta che altro. Basta, del resto, ripescare molti articoli dopo il pareggio a reti bianche dello Zini per cogliere la netta differenza di trattamento. Del resto, pur iniziando lo scorso anno con un 5-1 bugiardo contro il Foggia, alcune firme locali abbandonarono lo slogan  “vincere è l’unica cosa che conta” per poi descrivere una situazione intrisa di scetticismo. Operazione  poco onesta. Ma, del resto, è la cartina al tornasole di un feeling che, tra stampa pescarese e boemo, non è mai nato. Pochi gli hanno perdonato, alla vigilia del campionato,  ritenere la squadra non di vertice.

BALZANO

Dalla Cisco Roma a Cagliari nel segno di Zeman e di nessun altro allenatore. Antonio Balzano se non avesse incrociato il boemo sulla sua strada avrebbe corso il serio rischio di vedere il suo talento confinato nei meandri della terza serie. Quindi, anche se di piccola entità, la polemica sullo scarso impiego della scorsa stagione sorprende non poco. Balzano era una pedina importante per il 4-3-3 zemaniano, e con le dinamiche di mercato che riguardavano Zampano sembrava chiaro quanto, il terzino di Bitonto, sarebbe stato fondamentale nelle fasi salienti della stagione. Un pò come successe per Bocchetti nella favola 2011-2012, dove anche Balzano ebbe un periodo di appannamento che non dovrebbe dimenticare.

STAMPA ROMANA

Per quanto riguarda l’ambiente romano zemanlandia è cosa vecchia già da tempo. Quando si sognava un suo ritorno gli amarcord erano all’ordine del giorno, oggi invece nel periodo del ventennale del suo arrivo in sponda giallorossa e delle sue dichiarazioni contro il doping, nessuna traccia di un articolo o di un ricordo. Niente paura però se c’è una rimonta a sfavore della Roma ecco che il nome Zeman torna un evergreen, in senso negativo ovvio, come se il Muto avesse insegnato all’Italia pallonara solo a subire gol. Inutile citare i tanti allenatori, tra i quali proprio Di Francesco e Spalletti, che hanno definito per loro fondamentale Z. Z. , tanto i giornalisti sembrano avere tanto da insegnare oggi. La statistica che racconta Zdenek Zeman come unico allenatore a salvarsi con la peggior difesa, spiega perfettamente il tipo di rivoluzione portata in questo paese.

SALVIO IMPARATO

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Di Francesco: “Dagli insegnamenti di Zeman traggo ancora oggi benefici”

“Le persone parlano troppo facilmente della mentalità vincente. Prima di questa, è necessario creare un ambiente vincente con regole, per poi avere una base sulla quale diventare vincitori. Questo richiede tempo”

Eusebio Di Francesco, dopo la buona annata alla Roma, si racconta a coachesvoice.com. Bella intervista in cui parla della sua mentalità verticale e come sempre elogia il suo maestro più importante, Zdenek Zeman

“Più che nascere allenatore, lo sono diventato. Non ho mai voluto farlo. E onestamente, non avevo mai pensato che l’avrei fatto. Guardavo gli altri allenatori e non volevo finire come loro. Quel desiderio è arrivato dopo. Quando ho appeso gli scarpini da calciatore al chiodo, sono diventato team manager alla Roma. L’ho fatto per un anno, ma non mi è piaciuto. Non sono stato bene, così ho lasciato. Non ho più pensato al calcio. Mi sono distanziato dal gioco. Non guardavo neanche i risultati. Poi ho provato a fare il consigliere per 6 mesi. Consigliavo un piccolo club, Val di Sangro, nel calciomercato. Ma non mi soddisfaceva neanche questo. Poco a poco, ho iniziato a sentire la mancanza dell’odore del prato. Quelle sensazioni che hai quando sei nello spogliatoio. Allenare mi ha riportato a contatto con quelle sensazioni.

In Italia, diamo più attenzione al lato difensivo del gioco piuttosto che a quello offensivo. Lavoriamo molto sulla tattica. Abbiamo molti allenatori bravi e non si lascia nulla al caso. Come giocatore, sono stato influenzato da molti allenatori per cui ho giocato. Marcello Lippi, all’inizio della mia carriera alla Lucchese. Più tardi qui a Roma, Fabio Capello. Non farò la lista completa, ma ho preso qualcosa da ognuno di loro. Positive e negative. Qualcuno di loro mi ha fatto vedere cosa fare, qualcun altro cosa non fare. Adesso come allenatore, ho guardato spesso Guardiola con grande ammirazione. E’ una cosa facile da dire, vero? Ma mi piace come pensa al gioco. Mi piace che la sua idea sia sempre andare oltre gli avversari. L’influenza maggiore per me, parlando di stile di gioco, essendo offensivo e attaccando i tuoi avversari, è stato Zdenek Zeman. Zeman è stato un precursore. Le sue squadre erano super offensive. Erano perforanti e cercavano di segnare un gol più degli avversari. Di solito non sono un fan dell’imitazione o del copiare il lavoro di qualcun altro. Ma ho imparato riguardo il lato offensivo del gioco da lui, e ne traggo ancora oggi grandi benefici.

La mia filosofia è provare a dominare il gioco. Ovviamente, non è sempre possibile. Prima di allenare la Roma, allenavo il Sassuolo. Anche quando giocavamo con squadre che erano chiaramente superiori, abbiamo sempre provato a fare la partita cercando di colpire l’avversario. Non mi piace il possesso sterile. Il possesso fine a se stesso. Io non voglio stare seduto ad aspettare l’avversario. Io voglio andare a prenderlo. Non puoi farlo sempre, ma è quella l’idea.

Il gioco è migliorato da quando ero giocatore. E’ migliorato da un punto di vista tecnico. E’ più veloce. Il portiere non prende più il pallone spesso. Ci sono meno tempi morti, e minori sono i tempi morti più bello diventa il gioco. Ora possiamo tutti fare analisi e studiare i filmati. La differenza però è fatta da quelli che riescono ad andare oltre quello che vogliono. Come ho già detto, guardare e provare a imitare qualcuno non è lo stesso che essere un allenatore che sente qualcosa e riesce a trasmetterlo ai propri giocatori. Per questo motivo, penso che ci sarà sempre qualcosa di nuovo nel calcio. Ci sarà sempre qualcuno che ha una strada propria nel fare le cose e che sia bravo a trasmetterla ai suoi giocatore. Guardo la mia Roma adesso, e penso che De Rossi abbia la possibilità di farlo. Ha i tratti caratteriali, l’esperienza e la conoscenza. Ha lavorato con tanti allenatori. Speso in futuro di essere tra quelli che gli hanno lasciato un marchio.

Il calcio non è una scienza. Ma credo che la scienza possa guidare il calcio alla crescita. Le statistiche sono utili. Possono darti importanti piste o indicazioni quando stai per prepararti ad una gara, o quando provi a migliorare le debolezze che potresti avere. Se vedo una statistica che mi mostra che la mia squadra non sta giocando molto in verticale, lavorerò su questo lato del gioco più del resto in allenamento perché sono una allenatore che preferisce giocare in verticale.

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Di Francesco ospite da Fazio: “Zeman ha una grande cultura del lavoro, mi faceva molto ridere e continua a farlo quando viene a cena” (VIDEO)

Fazio tu lo vedi tutti i giorni…

“Sì, il Comandante”.

Ma mi pensi quando parli con lui?

“No, in altre occasioni (ride, ndr)”.

Quanto ti rode quando ti danno consigli?

“Non mi infastidisce assolutamente, fa parte del calcio. Tutti si vogliono sentire importanti, anche nelle vittorie. Ci sono anche ottimi consiglieri”.

La Roma lotta per la Champions League.

“Credo che abbiamo fatto qualcosa di straordinario. Sono qui per lanciare un messaggio: io ci credo. Questa squadra ha fatto gare importanti in Europa, non voglio accontentarmi. Dobbiamo credere in questa rimonta”.

Tu hai fatto una conferenza postpartita che ho trovato esemplare.

“Volevo sottolineare il pessimismo che c’è in generale, io sono ottimista. Bisogna cercare di passare da errori, bisogna portare alla realtà lo sport, poi per me è una professione e bisogna passare da altre dinamiche”.

Il presidente Pallotta è stato molto chiaro nel rifiutare una certa tifoseria violenta.

“Sono contrario a ogni forma di violenza, perdipiù parliamo di una minoranza di persone che non hanno a che vedere col tifo, che possono rovinare l’immagine di una tifoseria grandissima, sotto ogni punto di vista. Sono stato anche un calciatore della Roma, la tifoseria è la prima a sostenerti, come farà mercoledì”.

Sulla rimonta contro il Barcellona.

“È questa la forza, guardare avanti, non andare dietro all’esaltazione”.

Realizzare i sogni è una tua caratteristica, anche con il Sassuolo.

“La cosa più bella è trasmettere gioia, vedere la gente gioire è la cosa che mi riempie più di orgoglio. Mi piace lasciare spazio agli altri e trasmettere, è il senso della mia vita”.

Tu volevi correre in bicicletta.

“Mia mamma è trentina, le origini mi hanno spinto a vedere il ciclismo. Ho provato, alla fine ha prevalso il calcio”.

Il tuo nome arriva dal portoghese Eusebio.

“Mio padre lo stimavaMi dovevo chiamare Luca, mi chiamo Eusebio Luca. Il codice fiscale mi ha salvato da altre situazioni di omonimi”.

Hai avuto come allenatore anche Zeman. Anche se non ne condividi la preparazione atletica.

“L’ho fatta, non è che non sono d’accordo, ne sento addosso le fatiche. Ha una grandissima cultura del lavoro, a volte si eccedeva. È un lavoro duro. Mi fa ridere, il suo modo di parlare, la sua ironia”.

Ancelotti ha rifiutato la panchina della nazionale, c’è anche Mancini, tu hai un’idea?

“Ci credo poco che abbia detto di no, sono entrambi grandi allenatori”.

Tuo figlio gioca nel Bologna.

“Quando giochiamo contro mi nasconde la formazione”.

Juve-Napoli?

“Dopo oggi, è favorita la Juventus. Che però deve venire a giocare da noi. Saremo determinanti, ma per noi stessi”.

Di Francesco regala la maglia di Federico Fazio a Fabio Fazio.

“Se non gioca lui, puoi entrare tu in lista”.

https://www.raiplay.it/video/2018/04/Eusebio-Di-Francesco—29042018-ed92f7ec-2f06-4a50-ab4d-34d0d7ed2bc1.html

SALVIO IMPARATO

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Zeman: “La squadra è migliorata, lo dicono i numeri. Brugman è il giocatore più importante, è quello che verticalizza di più”

È apparso sereno e sicuro della sua squadra Zdenek Zeman, nella conferenza di presentazione della sfida Pescara-Palermo. Tanti gli spunti interessanti nelle parole del Boemo, che dopo le tante polemiche settimanali, ha provato a rasserenare l’ambiente.

“Non sono affatto preoccupato, penso che dobbiamo migliorare nella velocità d’azione. La squadra contro il Brescia ha creato tanto e non fatto gol – ha dichiarato Zeman -, in fase difensiva c’è sempre qualcuno che sbaglia e poi si paga. Sono soddisfatto del volume di gioco, ma non basta. Bisogna lavorare, siamo a metà a strada. Le ultime partite sono state giocate meglio delle partite vinte, stiamo migliorando sul piano di gioco. Ci manca la profondità. A noi piace di più giocare davanti”.

“Brugman e Benali? Brugman gioca da mediano e a volte si spinge troppo avanti e rischiamo. Ad oggi è il giocatore più importante della squadra quello che verticalizza di più. Benali? Tutti lo vogliono a centrocampo, ma per me non ha visione di gioco. Gioca con la testa in giù, non guarda i compagni e non ha interdizione. Finché giocava con Lapadula avanti e Caprari al suo fianco era un altro tipo di gioco, lui dovrebbe giocare come due anni fa”

“Palermo? E’ casa mia, ho lavorato lì 9 anni. Ho la moglie di Palermo e figli nati lì. L’antistadio è dedicato a mio zio, lì mi sento a casa. E’ una piazza importante – ha dichiarato Zeman, intervenuto in conferenza stampa alla vigilia del match -, magari oggi non seguita tanto perché abituati a vedere il calcio di A. E’ una squadra importante, ha 7-8 nazionali e ciò significa avere giocatori di valore. Il Palermo di Tedino gioca in maniera differente rispetto al Pordenone dello scorso anno”.

“Zamparini? Non posso dire cosa penso della sua gestione negli ultimi tempi. Zamparini ha fatto molto bene lì, ha portato giocatori importanti che oggi giocano al livello mondiale. Non ha sbagliato sempre. Nestorovski? Sta facendo molto bene, è un giocatore che ha girato diverse squadre. In Repubblica Ceca faceva panchina, oggi al Palermo è molto importante, ma io non sono preoccupato. Ho visto giocatori molto più forti. Mia moglie farà per forza il tifo per me, anche se a Palermo ha tutti i parenti.”

“Ganz? Avrà la sua chance, non potete chiedermi di togliere Pettinari che fino a settimana scorsa era il capocannoniere del torneo. Chi toglierebbe dal suo 11 il bomber del campionato? Io ho una mia formazione tipo che, ad oggi, modifico in base allo stato fisico dei calciatori – ha spiegato Zeman -. Ho la formazione ideale sin dalla prima giornata, oggi non siamo arrivati a quel livello per colpa di problemi fisici. A me piace attaccare, lo sapete, ma noi oggi ci complichiamo la vita. Troppo tiki taka non mi piace. Domani giocheremo per vincere e non per aspettare di prendere gol. Campagnaro lavora a mezzo servizio, se non anche di meno. Non ci sarà, con lui resta a casa anche Coulibaly. Ad oggi escludo che la squadra parli una lingua del calcio diversa da quella mia, io ho buone sensazioni”

“Di Francesco dice sono suo maestro? Sa lui cosa ha preso da me, lui è migliorato molto rispetto a Lanciano. Sta facendo molto bene a Roma, spero riuscirà a mantenere calma e convinzione su quello che sta facendo. Sono molto contento di quanto sta facendo, il 3-0 al Chelsea dà morale”, queste le ultime parole di Zeman che chiude la conferenza stampa.

Salvio Imparato

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Poca bellezza all’Olimpico, ma il Napoli continua a riscrivere la sua storia

Con la vittoria di misura all’Olimpico, per 0-1 contro la Roma, il Napoli allunga sulla Juventus e per la prima volta nella sua storia fa otto vittorie di fila dall’inizio del campionato. Senza molto spettacolo e intensità, il Napoli di Sarri fa quello che è sufficiente per vincere, possesso palla che tiene la Roma fuori partita, che nel tentativo di recuperare il pallone si sfianca, ma la differenza tra le due squadre è nelle geometrie, infatti quando la Roma di Di Francesco ha il pallino in gioco non sembra avere gli automatismi necessari per impensierire, un Napoli solido e attento. Buone le prestazioni di Insigne, Koulibaly, Goulham e Reina e buonissima la tenuta atletica della squadra. Di sicuro Maurizio Sarri nel post match non si sbilancerà, ma questa squadra con lui davvero può puntare al grande risultato che manca dal 1990, il Maradona di questo corso azzurro è il gioco che il tecnico toscano è riuscito far interpretare a questa squadra.

Salvio Imparato

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Di Francesco: “La fase difensiva si fa anche nella metà campo avversaria e Il Napoli gioca meglio della Juve”

Ha parlato Di Francesco in conferenza stampa, presentando la sfida dell’Olimpico contro il Napoli ha parlato dell’importanza, per entrambe le squadre, di non perdere la partita per il contrappeso psicologico e detto la sua,  in merito alle parole di Allegri, con cui ha ribadito che i campionati si vincono con la miglior difesa

“Sulla parte estetica non ho dubbi, il Napoli gioca meglio della Juve perché ha sviluppato una sinfonia davvero bella, ma non è sinonimo di risultati. Il Napoli è tra le favorite ma la Juve rimane quella da battere. Se sono d’accordo sulle parole di Allegri relative alla difesa? La miglior difesa non nasce solo dai quattro difensori, il discorso sulla fase difensiva di squadra lo abbiamo affrontato prima. Sono completamente d’accordo con lui, chi difenderà meglio potrà vincere questo campionato. Ma la fase difensiva può essere anche nella metà campo avversaria, non solo negli ultimi 15 metri”.

Salvio Imparato

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Zeman e il suo primo Roma-Napoli 20 anni fa, finì 6-2 (VIDEO)

Strano che nessuno abbia celebrato il ventennale della prima Roma di Zeman. Forse la brutta separazione del 2012, che fece sembrare la stagione del ritorno più brutta di come in realtà è stata, ha aiutato a rimuovere, ai romanisti nostalgici, il fascino e la speranza nel calcio Zemaniano. Non è bastata la finale di Tim Cup, non è bastata la rinascita di Totti e le varie valorizzazioni, con annesse plusvalenze, a restituire agli occhi di tifosi e addetti ai lavori, il senso di un calcio puro e verticale fatto di corsa e disciplina. Hanno influito più i dissidi con De Rossi, alcuni risultati negativi e dichiarazioni che lasciavano non trasparire non pochi problemi. Beh comunque sia Zdenek Zeman, nell’estate del 1997, firmò con la Roma di Franco Sensi, passando coraggiosamente sull’altra sponda del calcio romano e proprio quell’anno esplose il mito di Totti. Sabato ci sarà Roma-Napoli, ed è affascinante che questo match capiti precisamente a 20 anni dal primo Roma-Napoli del Boemo, perché c’è ancora tanto Zeman dentro e perché sulle panchine delle due squadre ci sono i nuovi simboli del 4-3-3, Sarri e Di Francesco. Proprio quest’ultimo fu protagonista del 6-2 dell’ottobre 1997, con verticalizzazioni e inserimenti fu una spina nel fianco per la retroguardia partenopea, a cui segnò anche un gol. Dall’altra parte c’è Sarri, che ha negli uomini Insigne (l’ultimo capolavoro di Zeman), nella filosofia e nella cultura del lavoro gli ingredienti giusti per portare al successo la strada tracciata da Zeman, come già sta facendo d’altronde. Quindi domani sarà non solo il derby del gol ma anche il derby del 4-3-3.

Salvio Imparato

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