Atalanta-Napoli 3-1: Un Napoli perdente e poco kantiano

Il Napoli è in crisi di risultati da ormai un mese. La partita di ritorno della Coppa Italia, divenuto match da dentro o fuori in virtù dello 0-0 dell’andata al Maradona, poteva costituire un ottimo palliativo contro la confusione che regna sovrana a Castelvolturno. Tuttavia, una prestazione moralmente dignitosa e orgogliosa non è stata fornita, aggravando una sconfitta che ci sarebbe potuta anche stare.

1. L’antefatto della partita

Atalanta in finale. Giusto così! Gattuso annunciava che le priorità del gruppo azzurro erano altre: la qualificazione alla prossima Champions, il 4 posto in campionato. Considerando la prestazione di Genova, non pare… però in campionato ci sono, nelle prossime due, Juventus e di nuovo Atalanta. E poteva risultare comprensibile un turnover in Coppa che però non c’è stato, aggravando così la sconfitta di Bergamo, vista la presenza della migliore formazione possibile e della finale ad un passo.

Si premiava, per quanto quel tipo di calcio non ammicchi agli esteti, l’umiltà e l’utilitarismo con i quali Gattuso si prendeva lo 0-0 casalingo dell’andata contro la Dea. Conscio com’era, Rino, di poterne prendere 4 in campo aperto. Bene, ricordato che con un secondo 0-0 si andava ai rigori, Gattuso ha scelto di giocarsi fuori casa, contro una squadra da lui ritenuta al momento più forte, la partita a tutto campo.

2. Le contraddizioni di Gattuso

La sommatoria di una partita che non avrebbe dovuto contato nulla – e infatti per 45 minuti non ha contato nulla per i partenopei guardando a come l’hanno interpretata – e di un atteggiamento tattico offensivo e peranto incomprensibile ha prodotto un tempo di gioco orripilante.

Infatti, il taglio di Pessina, che all’andata assorbiva il libero della difesa a 3, laddove il mediano non riusciva a coprirlo tempestivamente, oggi è stato esiziale. Due volte a tu per tu con Ospina, due gol.

E, dunque, quel 3421 resiliente ma inefficace in quanto improvvisato avrebbe potuto rappresentare una problematica maggiore per l’Atalanta del ritorno, potendo disporre, come d’altronde si è disposto, di due punte. L’Osimhen di Bergamo, oltre all’immarcescibile Petagna, difatti è un calciatore in rapida corsa verso il rientro rispetto a quello tetro e fumoso del Maradona.

3. La partita del 2 Tempo

Poi la Coppa Nazionale, durante la pausa tra i due tempi, ha improvvisamente contato per il tecnico calabrese, forse anche impaurito del rischio di una goleada. Così Gattuso cambia tatticamente ed emotivamente la squadra. Passa da un vuoto e leggero 433 ad un arrembante 4231.

Complice il calo di concentrazione dell’Atalanta, gli azzurri segnano pure il gol della speranza, che però sta diventando una rete ripetutamente illusoria. Politano, Demme e Lobotka danno una viva scossa. Osimhen ha sul piede il gol della qualifcazione ma Gollini fa il miracolo.

L’Atalanta chiude i conti con il secondo taglio di Pessina, lasciando la solita sensazione atavica. Quella di aver concesso una potenziale rimonta, di esser andata ad un passo dal crollare sotto i colpi di un’armata brancaleone e dal rovinare quanto meritato, cioè la finale.

Eppure, l’arretramento delle linee è stata una scelta in controtendenza al credo di Gasperini e che infatti ha pregiudicato sprazzi di brillantezza orobica ma consentendo una gestione meno alternativa della gara. Esiste un tertium genus tra il perdere il conto dei gol realizzati e il crollare immeritatamente per un calcio fin troppo garibaldino. In questo caso, accettare lo sfogo avversario e nel finale chiudere un match già indirizzato.

4. I calciatori del Napoli non hanno etica.

La squadra prova a replicare ciò che il mister chiede ma le consegne tattiche e tecniche progressivamente, da tempo, appaiono confuse. E soprattutto continuano in ripetizione, sin dai momenti felici di questa stagione, i Primi Tempi tatticamente e psicologicamente mal preparati.

Conta in quest’ultimo caso, certamente, l’immaturità del tecnico ma anche un gruppo che manca di una bussola interiore, di una legge morale, la quale agisca e gestisca i momenti e le situazioni. E quando manca, questo ordine interno e convenzionale, allora l’uomo diventa meschino e il gruppo branco.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Atalanta 4-1: Gattuso insegue Flick

L’impressione è che Castelvolturno sia un centro sperimentale per il calcio italiano. L’Italia importa tardivamente le novità europee attraverso il Napoli. Dal Guardiolismo sarrista alla Verticalità di Gattuso, la quale ricorda molto quella del Bayern Monaco campione d’europa.

1. Il gioco del Tavolino

Il gioco del Tavolino è famoso a Napoli come a Torino. Città entrambe che si prestano facilmente alla narrazione esoterica. L’attività in questione rimesta nel paranormale con la speranza di evocare uno spirito che si spera sia benigno o comunque non resti intrappolato tra le mura domestiche. Chi si sottrae alla disputa è tacciato goliardicamente di viltà e di fifa. Perciò conviene per gli orgogliosi sempre parteciparvi.

Il Napoli, bloccato dall’ASL di Napoli 1 e 2 prima in via implicita e poi esplicita, non ha potuto cimentarsi in questa pratica terrificante insieme ai nemici di sempre, la Juventus. Mezza Italia ha accusato il Napoli per l’appunto di paura; paura di affrontare lo spauracchio Ronaldo senza gli indisponibili Zielinski, Elmas e Insigne.

Poiché il Protocollo va rispettato fino a scardinare il grado gerarchico delle leggi del nostro ordinamento, purché si concluda il campionato corrente, il Giudice Sportivo Mastrandrea, sorteggiato dalla Juventus tra le anime a disposizione, ha sanzionato il Napoli. Una sanzione che consta di un 3-0 a tavolino in favore della Juventus e un punto di penalizzazione per il Napoli.

2. La Dea

Il Napoli orgogliosamente imbufalito d’esser rimasto intrappolato a Castevolturno ha estratto però sulla ruota del calendario di Serie A una entità ancorché divina beneaugurante: l’Atalanta di Gasperini, il cui simbolo è proprio la Dea Fortuna. L’incontro è stato più che proficuo per quanto inatteso. Gli orobici, considerati in modo coatto papabili campioni d’Italia, hanno subito quattro schiaffi da un Napoli invece sulla soglia del linciaggio mediatico per non aver preso il volo direzione Juventus Stadium.

Gasperini, sin dall’undici titolare, mostra superbia. Rinuncia ad Hateboer con l’insipiente De Paoli. Inoltre, schiera due lungodegenti quali Toloi e Ilicic contro due bocche di fuoco come Koulibaly e Lozano, poi completa il lavoro, il Gasp, schierando lo sfasato Zapata appena rientrato dalla Colombia e sfornendo la mediana del lavoro prezioso di Freuler, sostituito dal poco riflessivo Pasalic. La settimana tipo, il poco lavoro a Zingonia tra palestra e campo, si riflettono sul campo. Il Napoli, che ha intanto potuto dedicarsi in modo maniacale alla preparazione della partita, travolge i nero azzurri. Tuttavia il mismatch è risultato tattico e lo sarebbe stato a prescindere dalla sosta nazionali.

Infatti, le marcature atalantine, uomo su uomo a tutto campo, che accettano l’uno contro uno anche a difesa rappresentano manna dal cielo per Osimhen e Lozano. Il messicano e il nigeriano chiamano la profondità ogni due minuti. L’Atalanta è abituata a giocare contro squadre che in Italia giocano un possesso palla difensivo, tendenzialmente all’indietro, un guardiolismo evirato di tecnica e imprevedibilità. Un modo per difendere all’italiana con la palla tra i piedi piuttosto che undici uomini dietro la linea della palla. Così le marcature ad uomo dell’Atalanta diventano rebus irrisolvibili. Nel momento in cui gli smarcamenti avversari mirano alle spalle degli atalantini, allora la struttura del Gasp inizia a vacillare.

3. Un Napoli grande e moderno

Gattuso ha trovato la quadra come il Bayern Monaco di Flick. Il passo di Manolas e Koulibaly consente alla difesa di reggere qualsiasi attacco alla profondità ma l’istintività di entrambi ha consigliato un baricentro più basso che esalta la loro fisicità nella ressa dell’area di rigore. Mancava un Goeretzka, visto che Fabian detta i tempo meno bene pur facendo il verso ad Alcantara. Demme è un mediano posizionale tascabile, diligentissimo ma un aborto, data la statura del tedesco, di ogni ambizione calcistica moderna. Lobotka, Zielinski ed Elmas danno dal canto loro dimensione e soluzioni alla rosa. Bakayoko completa il cerchio: il mediano francese è complementare alle mancanze di Ruiz ma, diversamente da Goeretzka, estremamente posizionale.

Determina l’equilibrio del centrocampo Mertens in versione Thomas Muller, arretra come una mezz’ala, rifinisce come un trequartista, segna come una punta… mena e rincorre alla stregua di un incontrista. E’ in pieno delirio di convinzione; convinzione che si possa vincere qualcosa d’importante alle falde del Vesuvio, ma il fisico e l’età anagrafica suggeriscono di pensare di pensare ad un surrogato del belga: Zielinski?

Infine, Osimhen, che è l’unico attaccante del campionato che non vuole la palla tra i piedi, fa arretrare sistematicamente la linea difensiva avversaria. Tale rinculo apre varchi tra cielo e terra, difesa e centrocampo, dove i sogni dei bambini più fantasiosi trovano forma. Mertens, Insigne, Lozano e Politano per dedizione all’estro, con l’estetica inebriante dei cigni, pertanto sguazzano nel lago della trequarti nemica. Stavolta però non gli manca la cattiveria teutonica di un calcio che se vuol essere così verticale e talvolta anche lungo non può cincischiare sotto porta. Gli spazi per gli avversari per ripartire ci sono; bisogna, tuttavia, scegliere anche come perdere il controllo della sfera. Ripartire dal calcio di fondo o dalle mani del portiere avversario è sempre la scelta migliore.

4. La genetica

Il Napoli ha durante il calciomercato estivo modificato la sua genetica pallonara. Era la vittima sacrificale dell’Atalanta, ora gli ultimi studi ci raccontano che l’evoluzione ha fatto il suo corso: chi era cacciatore ora è preda. Il 4-1 è tutto qui.

Ora tocca all’Atalanta decidere se cambiare. Non lo farà! L’orchestra orobica per il calcio italiano e per quello medio basso europeo suona ancora piacevoli melodie. Soprattutto non è reale intenzione dell’Atalanta competere per lo scudetto. Tuttavia, quel 442 del 2 Tempo che ha dato concretezza e ragione allo scriteriato modo di fare del 352 iniziale… come interpretarlo?

Disse un gigante del nostro basket, Bogdan Tanjevic, allorché gli chiesero vent’anni dopo di commentare il successo europeo della sua Italia del ’99, che la Spagna ad un certo punto schierò la zona per non prendere 40 pt di scarto. Beh, Gasperini si è messo a specchio per non prenderne 8, dando alle sue marcature riferimenti ben più certi di quelli di partenza. Chissà che quell’Italia cestistica, outsider, e con grande cuore e difesa, non sia un esempio per il Napoli. Infatti il dato da cui ripartire non sono i 12 gol in 3 partite ma il solo gol subito in altrettante gare.

Massimo Scotto di Santolo

Atalanta-Napoli 2-0, l’origine del male

Atalanta-Napoli 2-0, Il “ciuccio” si arrende alla compagine orobica, pagando oltremodo 15 minuti di blackout; quelli immediatamente successivi all’inizio del 2 tempo.

Fabian Ruiz regala a Gasperini buoni omaggio per la Champions. La partita dell’andata, paradigmatica della disonorevole stagione azzurra in campionato, non è stata vendicata in Atalanta-Napoli

1. Atalanta-Napoli, La partita dell’onore

La partita di ritorno che il Napoli avrebbe dovuto disputare agli Atleti Azzurri d’Italia era cerchiata in rosso sul calendario. Infatti, erano tante le implicazioni che il match si portava dietro. Innanziutto, la ribellione all’atavica sofferenza cui il Napoli è sottoposto contro gli orobici del Gasp. Da Sarri a Gattuso, in 9 partite, 5 sconfitte, 3 vittorie e 1 pareggio.

Inoltre, una eventuale vittoria a domicilio del patron Percassi avrebbe lasciato accesa la flebile fiammella della speranza di rimontare sul quarto posto. – 9 in caso di successo in trasferta da parte del Napoli. Una rimonta il cui motore motivazionale, ovviamente, risiedeva nel dimostrare quanto le difficoltà stagionali incontrate dagli azzurri fossero colpa tecnica esclusiva degli Ancelotti.

Se gli scricchiolii dello spogliatoio di Castevolturno constavano di epicentro risalente nel tempo persino alla stagione precedente, il pareggio beffardo che la Dea riuscì a strappare in Ottobre nel catino di Fuorigrotta fece deflagrare tutti gli insoluti problemi tra società, tecnico e calciatori. Tant’è vero che una settimana dopo andrà in scena la notte dei lunghi coltelli, rectius dell’ammutinamento, nel ventre del San Paolo dopo uno scialbo pareggio per 1-1 contro il Salisburgo.

Gli atalantini difatti racimolarono nella partita di andata un punto grazie a una papera di Meret e a ben tre sviste del duo arbitrale Giacomelli in campo e Banti al Var. Tre rigori solari negati al Napoli. Sulla partita di questa sera, in terra padana, incombeva dunque appiccicosa anche la figura della classe arbitrale, che al San Paolo non solo azzerò le distanze tecniche messe in mostra dai duellanti, alterando il naturale risultato sportivo del match, ma firmò inoltre il personale manifesto dell’incomunicabilità tra l’Aia e la Ssc Napoli. Un misunderstanding che ha minato in modo significativo la stagione azzurra.

2. Il black out

Il Napoli, pertanto, chiamato a battere i suoi fantasmi piuttosto che esortato a perseguire il miracolo della già di per sé complessa remuntada, si è spento in un quarto d’ora, nel bel mezzo della partita, scoprendosi forse troppo stanco e occupato per rispondere ai moniti del cuore e dell’anima. D’altronde la Coppa Italia vinta in Giugno e anche la semplice suggestione di poter gareggiare, tra un mese, alla pari contro il Barcellona ora bastano per qualificare la stagione come dignitosa e non più in modo disonorevole.

Eppure, la prima frazione di gioco del Napoli di Gattuso è stata tutto fuorché disimpegnata. Ardeva, si notava, il fuoco sacro della diligenza tra i ragazzi di Rino. Infatti, il loro baricentro basso che mette a proprio agio la retroguardia partenopea ha contenuto molto bene la pressione leggermente più sotto rimo del solito dell’Atalanta. Il possesso palla partenopeo sfuggiva alle rincorse neroazzurre. Esercitato, quindi, con estrema precisione. Si aspettava soltanto il contropiede utile per segnare il vantaggio. Il quale sarebbe stato poi anche tattico, visto che avrebbe consentito a Gattuso di esacerbare la strategia di attesa e ripartenza che l’Atalanta tanto soffre.

Tuttavia, i trequarti del Napoli sia nei contropiedi che nell’azione offensiva manovrata contro difesa schierata hanno mostrato sin dal primo tempo l’assenza d’incisività. Le giocate proposte e le corse effettuate apparivano immediatamente scariche della necessaria tensione. Che il Napoli non ne abbia a sufficienza lo si capisce non appena le squadre rientrano in campo dagli spogliatoi. Il rilassamento cuoce l’attenzione di Ruiz che consegna all’Atalanta due palloni a ridosso della propria area di rigore, di cui uno a firma di Pasalic finisce in porta.

A quel punto, il Napoli invece di reagire al gol subito si ritrova zattera tra le onde furenti apparentemente di nuovo senza timoniere. Rimane in balia giusto il tempo per incassarne un’altra di rete, siglata stavolta da Gosens. Poiché, fortunatamente, il Napoli condivide ad oggi il percorso tecnico con il proprio mister, trova colore nel pallore di una sconfitta rivelatasi all’improvviso nei cambi offerti da Gattuso.

3. Lozano e Milik, addii diversi

Lozano, Milik, Lobotka e Callejon sono i subentranti della partita. Purtroppo, nessuno di loro riuscirà a ribaltare il senso dell’incontro. Il messicano però continua, dal canto suo, a sfruttare ogni centesimo di secondo concessogli. Egli salta come vuole il suo marcatore e attacca la profondità come si richiede ad ogni ala che trova di fronte il meccanismo difensivo di Gasperini.

Nel frattempo, Milik impreziosisce la propria presenza, che si sta facendo con l’andare verso la fine della stagione sempre più assenza, con un tacco smarcante.

4. Fabian Ruiz

Il destinatario dell’assist di matrice polacca è l’accorrente Ruiz. Benché il suo sinistro sia dolce come la sangria e il suo talento distribuisca polvere di stelle sul prato verde, la sua serata è senza astri, buia. Infatti fallisce, poco prima del 70′, il tiro dalla lunetta dell’area di rigore avversaria, decretando anzitempo la fine delle ostilità. Il Napoli non saprà costruire altre occasioni per riaprire il match.

Lo spagnolo al triplice fischio finale del buon Doveri condividerà la palma di peggiore in campo insieme a parte della linea difensiva e dell’attacco. Koulibaly disordinato mentre Maksimovic a corto di fiato e di muscoli contro Zapata. Di Lorenzo in affanno al cospetto di Gosens. Mertens e Insigne, spompati. Politano invece spaurito.

5. Rino Gattuso

I restanti 25 minuti, che seguono l’occasione fallita da Ruiz, sono esercizio di stile per entrambe le compagini. Callejon e Lobotka riescono a segnalarsi tra i compagni per l’ordine e la speditezza della manovra che imprimono ad un Napoli ormai impallidito. La domanda sorge spontanea: non è che proprio nella partita più importante del campionato Gattuso avrebbe dovuto schierare le riserve? La freschezza che i gregari hanno dimostrato suggeriscono di sì, anche se in fin dei conti chi avrebbe rinunciato ai migliori?

Altra domanda sorge consequenziale, ben più decisiva ed escatologica: come motivare una squadra già qualificata per l’Europa League e senza obiettivi imminenti in campionato per il non esiguo numero di 9 partite? Il modo in cui Gattuso lo farà sarà decisivo ai fini della sfida da dentro o fuori in Spagna contro Leo Messi.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO