Nocerino: “Se ti allena Zeman puoi giocare due partite al giorno”

Zeman-Nocerino

Antonio Nocerino si è concesso ad una lunga video intervista sul canale Twitch di Nicolò Schira. Ha parlato del suo passato tra cui l’esperienza con Zdenek Zeman.

https://m.twitch.tv/videos/944052344

L’ALLENATORE NOCERINO 

“Ho finito il corso per il patentino da allenatore – dice Nocerino – poi dovrò fare gli esami e conseguire ufficialmente il titolo per allenare. Ho vissuto un bel percorso, la nostra scuola è importante, fatta di dettagli e cose che da giocatore non si notano, mentre in questo nuovo percorso vengono viste in modo totalmente diversa. Mi affascina l’idea di allenare e credo che questa sia la strada giusta per il mio futuro. Il ruolo di centrocampista aiuta ad allenare. Devi essere veloce di pensiero, controllare tutto, studiare i movimenti dei compagni e fare da collante tra difesa e attacco. Inizialmente ero curioso riguardo a questo ruolo da allenatore, poi mi è salita pian piano la voglia e ho deciso di fare il corso a Coverciano.”

BENEVENTO

La convinzione definitiva mi è venuta nella mia esperienza a Benevento, aiutando i più giovani. Vedevo che il mio modo di parlare era diverso rispetto a quello che ero prima, e ho iniziato a fare i corsi. Ho anche iniziato ad allenare ad Orlando, provando l’esperienza della panchina, e ora non mi immagino un futuro diverso dalla panchina. Divoro partite su partite a tutte le ore, e senza calcio non so stare: sono capitato in un momento storico in cui non ci si può muovere e vedere partite dal vivo, allora le guardo da casa con un occhio diverso, quello da tecnico. Prendo appunti, studio e mi informo: credo che questi passi siano fondamentali, in ogni ruolo o ambiente”.

ALLENATORI

“Da tre/quattro anni osservo Nagelsmann e le sue squadre. In Italia seguo tutti, ma guardo con piacere alla ventata d’aria nuova portata da De Zerbi, oltre a Gasperini, Juric, Simone Inzaghi che reputo un grandissima. Amo Bielsa, che ha un modo di trasmettere le idee in maniera impressionante. Oltre ovviamente a big come Guardiola e Klopp. Agli allenatori che ho avuto ruberei la lealtà: bisogna essere sinceri, limpidi, senza crearsi maschere o fingere qualcosa. La tecnica, la tattica, la strategia si migliorano, la personalità rimane per sempre. Ho avuto grandi allenatori, ho imparato qualcosa da tutti, ma la prima cosa che voglio ottenere è il rispetto e l’apprezzamento dei giocatori per l’uomo Nocerino. Senza stima, non si può trasmettere la propria idea calcistica al giocatore”. 

ZEMAN E AVELLINO

 “Zeman mi lanciò titolare a 18 anni, in Serie B. Mi aveva visto in un torneo estivo, che non avrei dovuto fare perchè dovevo sostenere gli esami per il diploma di maturità: sono riuscito a giocare e studiare, mi sono diplomato e dall’altro lato Zeman mi vide e mi disse che mi voleva nel suo Avellino. Mi ha insegnato tantissimo, è un allenatore che ti spiega, ti insegna, ti forma come giocatore e come uomo ed è fondamentale per la crescita dei giovani. La preparazione fisica di Zeman è mostruosa ed estenuante: i 45km di fartlek che facevi alla ripresa, i gradoni, i mille ripetuti undici volte in sequenza… Però in partita, dico per me, avrei potuto giocare due partite in un giorno senza sentire la fatica. Con l’allenamento ti abituavi all’intensità della partita, e in campo potevi fare di tutto: come ti alleni, così giochi”.

GASPERINI

“Gasp era già così quando mi allenò, è identico ai suoi inizi. Gli allenamenti sono gli stessi, l’intensità è la stessa e ti prepara alla partita. A mio avviso, l’Atalanta è la squadra più “europea” che abbiamo. Fisicamente regge contro tutti e rispecchia l’idea di calcio di un allenatore che in allenamento ti massacra, ma poi ti fa rendere al massimo in partita. Spero che possano rimontare contro il Real Madrid, per il calcio italiano e per l’Atalanta che ha una convinzione nei suoi mezzi incredibile. Non sarà facile per i blancos, e speriamo che possano togliersi grandi soddisfazioni”.

JUVE OUT IN CHAMPIONS 

“Quando è stata sorteggiata col Porto, tutti hanno pensato che fosse un avversario “morbido”, ma così non è andata. Il primo tempo dell’andata è stato tutto tranne che all’altezza, poi è arrivato il gol di Chiesa e nel ritorno ci si aspettava la rimonta della Juventus. Ieri la Juventus non ha iniziato bene, e poi ha giocato oltre sessanta minuti in dieci contando anche i supplementari. Vedendo la qualità e la forza delle due squadre, e per di più in 11 vs 10, non mi sarei mai aspettato che la Juve potesse uscire.

CONTRACCOLPO JUVE

Sarà una bella batosta, inaspettata per di più. Tutti i match di Champions sono difficili, però quando vuoi vincere la coppa non ti puoi permettere passi falsi ed errori come quelli che ha fatto la Juventus, è una bella botta. Avevano pescato una seconde più “abbordabili” della Champions. Il Porto ha fatto la partita che doveva fare, sia all’andata che al ritorno, preparando il match al meglio. Ripartivano bene, Corona ha fatto un match incredibile e Pepe a 38 anni ha dato lezioni di difesa. Sono stati perfetti e hanno sfruttato le loro qualità, reggendo nonostante l’inferiorità numerica e passando con merito”.

IL GIOVANE NOCERINO 

“Ho sempre giocato da centrocampista, magari giocando a volte trequartista o davanti alla difesa, ma sempre in mezzo. Chi mi ha cambiato la carriera è stato Iachini a Piacenza, mi mise mezzala e da lì è partita la mia reale carriera: ho segnato sei gol in Serie B e sono esploso. I miei idoli, da ragazzo, erano Redondo, Albertini e Guardiola.

All’inizio giocavo a calcio per divertirmi, perchè mio padre allenava in una scuola calcio e potevamo passare del tempo assieme, poi mi sono appassionato. Giocavo dalla mattina alla sera, e ho dovuto fare il triplo/quadruplo della fatica perchè sono cresciuto in una zona difficile. La famiglia mi ha dato grande forza, e da lì ho iniziato a fare dei provini: la prima volta che mi hanno notato, erano venuti per vedere un altro giocatore, invece hanno visto me e ho iniziato a fare tutti i vari provini per entrare nei grandi club.

Mio padre si alzava di notte per accompagnarmi e collezionavamo “Vi faremo sapere”, allora dissi a mio padre di lasciar stare, il classico “Se mi vogliono, mi vengono a prendere”. Poco dopo successe la cosa della Juventus, e da lì iniziò un altro percorso perchè la concorrenza era impressionante e per di più venivo da un’altra città e un’altra zona: l’inserimento è stato difficile, ma non mi sono mai abbattuto neppure nei momenti più difficili.

Dicevo a mia mamma che andava tutto bene, poi piangevo non appena attaccavo il telefono, perchè mi mancava la mia famiglia: sentivo di avere un’opportunità enorme e volevo sfruttarla. Pian piano ho iniziato a scalare le gerarchie, fino ad arrivare a quel fatidico torneo in cui mi notò Zeman e mi cambiò la vita. I miei genitori mi hanno dato grandi valori: mi avrebbero fatto andare alla Juventus solo se avessi preso il diploma. Ho avuto una famiglia unita, semplice, umile e con  dei principi chiari e saldi nella testa. Ho accontentato mia mamma e ho ripagato i sacrifici di mio padre raggiungendo grandi traguardi”.

IL DEBUTTO IN A 

“12 febbraio 2006, a Marassi, Sampdoria-Messina. Sono cresciuto in un posto difficile, e il mio sogno era quello di giocare a calcio e sbarcare un giorno in Serie A. Ci sono arrivato facendo enormi sacrifici, vista la concorrenza dell’epoca, ma ricordo ancora quel match in cui debuttai in Serie A. Negli anni seguenti ho segnato la Nazionale e la Champions, e sono arrivato a giocare entrambe. Ogni anno mi mettevo uno step in più da raggiungere per crescere anche caratterialmente, e posso dirmi molto soddisfatto”. 

IL PIACENZA E IACHINI 

“Ho vissuto la Serie B con Juventus, Napoli e Genoa. Il mio Piacenza, con Cacia, Campagnaro e Nainggolan, arrivò 4°. Avevo cambiato spesso squadra prima di andare lì, e quell’anno decisi di andare a Piacenza perchè volevo continuità. Iachini mi trovò il ruolo, la posizione e trovammo subito una grande affinità: da lì in poi cercavo sempre continuità a livello calcistico, per giocare e mostrare di meritare ciò che avevo ottenuto e che meritavo di mettermi in mostra. Anche facendo un passo indietro per farne due avanti. L’anno dopo sono andato in Serie A grazie a Iachini, che mi ha dato una conoscenza del ruolo totalmente diversa da quella che avevo in precedenza. Sono tornato alla Juventus da protagonista, giocando 32 partite da protagonista formando un grande tandem con Cristiano Zanetti”.

NOCERINO E RANIERI

“In estate ero sul mercato, volevo continuità di gioco e mi cercarono Fiorentina e Napoli. Non volevo tornare ad avere uno scarso impiego o girare l’Italia in prestito. La Juventus e Ranieri mi tolsero dal mercato: il mister, in ritiro, fu di parola e mi disse che facevo parte del progetto, anche se erano stato acquistati grandi giocatori investendo tanti. Una grande persona, che mi disse “Se meriti, giochi”: a quel punto mi ha stimolato, ho lavorato duramente e ho giocato tantissime partite da “ragazzo del settore giovanile”. Feci la prima amichevole, giocai bene e da lì non sono più uscito dalla formazione titolare.

NOCERINO, NEDVED E LA JUVENTUS

Lì ho avuto la conferma che mi sarei potuto ritagliare uno spazio importante in Serie A, nonostante avessi oltre cento presenze in Serie B. Nedved mi ha aiutato molto, è stato fondamentale perchè mi ha fatto capire che cosa vuol dire arrivare ad alti livelli, meritarsi stima e fiducia e stare ad altissimo livello. Con un’unica parola chiave: lavoro. Senza mai accontentarsi e mostrando serenità e voglia. Se ho giocato e mi sono meritato quell’anno di giocare titolare alla Juventus, è stato anche per l’esempio di Pavel. Un calciatore e un uomo impressionante, che spesso non viene capito dall’esterno. Aver conosciuto questi campioni mi ha preparato alle sfide successive”. 

NOCERINO, IL PALERMO E ZAMPARINI 

“Nel 2008 la Juventus voleva Amauri, e in quel momento storico i giocatori del settore giovanile non venivano ritenuti così fondamentali per il progetto. Zamparini voleva me, la Juventus voleva Amauri e mi sfruttò per abbassare il prezzo insieme ad altri giocatori. Ringrazio il Palermo, che oltre ad avermi dato la possibilità di conoscere una piazza incredibile, mi ha consentito di lanciarmi a tutti gli effetti.

Abbiamo sfiorato la Champions e costruito stagioni fantastiche, con un gruppo che era una famiglia e venne costruito dal nulla. Si veniva dagli anni di Guidolin e bisognava migliorare quegli anni. Al mio arrivo non ci fu un bell’inizio: venne cambiato l’allenatore dopo la prima partita, con Ballardini avemmo continuità, però facemmo la differenza a livello di gruppo e squadra con Delio Rossi.

Lì creammo una macchina perfetta, raggiungendo la finale di Coppa Italia e ottenendo il record di punti, oltre ad avere grandissimi giocatori e nazionali in ogni paese. Ce la giocavamo con le big e spesso le battevamo. Un gruppo impressionante, che riuscì a resistere anche senza direttore sportivo e si compattò: non ci serviva nulla per rendere al meglio, andavamo col pilota automatico. Vivere un gruppo così è stato un onore. Se Zamparini avesse tenuto l’ossatura della squadra, vendendo solo Pastore e comprando un difensore e un regista, avremmo avviato un ciclo di altissimo profilo come quello del Napoli: avremmo potuto centrare la Champions e divertirci ogni anno. Vendendo qualche big ogni anno, il nostro ciclo fu devastante. Pensate se fossero rimasti tutti…”.

NOCERINO E CAVANI 

“Devastante già da giovane. Correva come un centrocampista, aveva una fame e una grinta impressionanti. Si vedeva a occhio nudo che lui e Pastore erano fatti per altre piazze. E, come per Pastore con Ilicic, Zamparini si era già portato avanti prendendo il sostituto: avevamo Abel Hernandez e Pinilla, c’era Mchedlidze che è stato molto sfortunato… E anche Ilicic, era già un fenomeno pur essendo molto giovane. Vedere ciò che è successo al Palermo dopo la finale di Coppa Italia mi ha fatto male: immaginatevi Belotti, Dybala e Vazquez in un gruppo granitico come quello del Palermo che sfiorò la Champions con Delio Rossi. Avremmo potuto creare un’isola felice e un progetto simile a quello dell’Atalanta di adesso. C’era tutto per fare benissimo: tifoseria calda, gente straordinaria e grandissimi giocatori”.

NOCERINO E L’ADDIO AL PALERMO 

“Volevo rimanere, perchè avevo mia moglie incinta della seconda bambina e non volevo muovermi. Temevo il cambiamento, perchè stavo benissimo al Palermo. Dissi al presidente: “Sono a scadenza, voglio restare, mi faccia firmare anche lo stesso contratto senza adeguamenti e fronzoli”. Avevo raggiunto la mia stabilità calcistica e umana a Palermo, sarei rimasto a vita e avrei chiuso lì la carriera. Così non fu. Partii in ritiro, c’era Pioli che venne mandato via dopo il preliminare col Thun, e piano piano venne smontata tutta la squadra, facendo così finire il progetto: io andai al Milan, Pastore e Sirigu al PSG, rimasero Balzaretti e Cassani, ma il blocco pulsante della squadra venne distrutto. La piazza non si meritava un finale così”.

NOCERINO E IL MILAN 

“Mi ingaggiarono per soli 500mila euro, una cifra impensabile oggi. Un affare clamoroso per il Milan, che fa capire anche come il Palermo volesse “liberarsi” di me e non mi trattò da bandiera. C’erano gli Europei all’orizzonte, andai in una grandissima squadra e ricca di campioni. Già dal numero che dovevo scegliere sudavo, non sapevo cosa fare e temevo di pestare i piedi a qualcuno. Pirlo mi disse di prendere la 21 in Nazionale, mentre al Milan presi la 22. Non l’avessi mai fatto, era di Kakà e i giornali impazzirono

“Ha distrutto il numero di Kakà, non è da Milan…”. Nel primo mese venni distrutto, però vengo da un posto che mi ha fatto diventare grande velocemente e ho la testa molto dura. Qualche critica non mi ha abbattuto, avevo avuto esempi importanti e lavorando mi sono conquistato la stima di tutti. Nel primo allenamento, mi sono scontrato con Ibra e sono volato per 5/6 metri: lì ho capito che, o lavoravo il triplo degli altri, o non avrei ottenuto nulla.

NOCERINO E GATTUSO

Vedendo Gattuso, che poi è diventato un amico e un esempio, ho iniziato a lavorare duramente, sono diventato titolarissimo e ho segnato proprio contro il Palermo la mia prima rete col Milan. Da lì ho iniziato a prendermi spazio e ho capito che ero sulla buona strada. Il difficile era continuare così: andavo sempre al limite, non mi risparmiavo e volevo vincere la sfida-Milan, facendo cambiare idea a chi mi aveva massacrato. Ho fatto un’annata straordinaria, tantissimi gol (11) e sono stato convocato a furor di popolo all’Europeo, facendo ricredere i critici.

E’ stata la più grande soddisfazione della mia carriera calcistica. La Curva Sud mi ha subito adottato – confessa Nocerino – perchè davo tutto. Io non avevo le qualità di Seedorf o Ronaldinho, però la maglia del Milan mi faceva sentire invincibile e mi trasformava in un “supereroe”: sapevo che potevo contare su degli uomini incredibili, su un pubblico che mi ha subito accolto e mi ha dedicato uno storico e bellissimo coro (“Oh Nocerino, picchia duro, facci un gol/Chiamato Mister X, per due soldi è giunto qua/Adesso gioca segna ed esulta con gli ultrà”), e su un Milan che era una grande squadra”. 

NOCERINO E BOATENG 

“Kevin è un grande, una persona meravigliosa che è l’opposto di quello che la gente pensa. Le etichette sono sbagliate, non si dovrebbe giudicare chi non si conosce o prendersi certe libertà. Un grande ragazzo, che faceva parte di un grande gruppo di campioni che ti indicavano la strada: stava solo a noi non sbagliare e sprecare l’occasione. Auguro a Boateng e al Monza di approdare in Serie A, anche perché ci sono Berlusconi e Galliani che sono due grandissimi dirigenti. Persone che amano il calcio e di grandissima competenza, meriterebbero di nuovo di tornare ai massimi livelli”.

NOCERINO E IBRAHIMOVIC 

“Un mostro, nulla di ciò che fa è casuale. L’età per lui è solo un numero. Ha un carisma e una forza fisica impressionante, si diverte ancora a giocare e dà il mille per mille. Sposta gli equilibri e sono contento che sia ancora strepitoso come allora”.

NOCERINO SUL MILAN ATTUALE 

“Quando il Milan è partito, un anno e mezzo fa, nessuno si aspettava che arrivasse così rapidamente al secondo posto e alla lotta-scudetto. Maldini, Massara e mister Pioli stanno facendo un lavoro enorme e dando continuità, eliminando gli alibi del cambiamento societario ai giocatori. Allenandosi con Ibra e avendo continuità a livello di progetto e di società, quegli alibi sono svaniti. I giocatori attuali hanno capito che per stare ad alti livelli e indossare quella maglia si deve lavorare duramente. E i risultati arrivano. Kessie sta facendo un campionato pazzesco, sta facendo molto bene e la sua crescita è merito di Pioli: gli ha dato consapevolezza e tranquillità, così ha potuto mostrare le sue qualità. Kessie, Bennacer, Calabria e Calhanoglu crescono di anno in anno in maniera impressionante. Spero che possa farlo anche Leao, che ha qualità importanti”.

NOCERINO SU DONNARUMMA 

“Gigio fa un altro sport, è uguale per doti e applicazione a Buffon con cui ho giocato da ragazzo. Lui e Theo Hernandez fanno un altro sport. Mi piace molto Tomori”.

NOCERINO E IL WEST HAM 

“I sei mesi in Premier League sono stati stupendi, come cultura e mentalità li consiglio a chiunque abbia voglia di imparare, conoscere e crescere. Quell’esperienza mi ha aperto tanto la mente: conoscere altre culture, paesi, abitudini è fondamentale. Un mondo diverso: non c’è ritiro, il calcio si vive diversamente. Un’ora e mezza a tutta in allenamento o in campo, poi si stacca e si vive con meno stress e meno pressioni. Non ci sono radio, televisioni, giornali che parlano 24h su 24, 365 giorni all’anno e ogni secondo di calcio, ed è molto diverso. Bisogna prendere il buono da ogni paese e/o cultura”.

NOCERINO E LE ESPERIENZE DI TORINO E PARMA 

“Un’esperienza disastrosa. Venivo dal West Ham, avevo l’opportunità di rimanere in Inghilterra, però volevo rimettermi in gioco in Serie A e in Italia, per dimostrare di poter dare ancora tanto ad alti livelli. Non mi sentivo bene umanamente, stavo male per la situazione che si era creata e non ho reso. Dopo quell’esperienza sono andato a Parma, e paradossalmente pur non prendendo lo stipendio e avendo perso entrambi i genitori in 45 giorni, mi sono ritrovato. Quando sono morti i miei genitori volevo smettere, però a Parma mi sono ritrovato e sono andato oltre i mancati stipendi e i problemi personali: ero felice, pur avendo qualcosa in meno, rispetto a come mi sentivo al Toro.

Al Parma ho incontrato persone favolose: Donadoni era eccezionale, il gruppo ha fatto cose incredibili, aiutando i dipendenti del club. La società prendeva gli sponsor e pagava le spese necessarie, noi aiutavamo i dipendenti e ci sentivamo realizzati dal poter dare qualcosa a persone che guadagnavano 1000/1200 euro al mese e davano la loro vita per il Parma. Un’esperienza che non posso paragonare a nessun’altra, nonostante le difficoltà economiche. Ho giocato, mi sono divertito, ho fatto tre gol in venti partite e mi è tornata la voglia di divertirmi in campo. Ero arrivato al punto che era più importante la persona che avevo di fronte, che lo stipendio”.

NOCERINO E L’MLS E ORLANDO 

“Dopo Parma tornai al Milan, ma con Mihajlovic giocavo pochissimo e a febbraio decisi di risolvere il contratto, senza rancore. Era un altro Milan rispetto a quello che avevo vissuto negli anni precedenti: non eravamo pronti a sostituire i grandi campioni e non volevo rovinare il ricordo che avevo lasciato nei tifosi. In quel momento entrò in gioco Orlando, dove ho ritrovato Kakà, e ci siamo trasferiti armi e bagagli negli Stati Uniti. La franchigia dell’Orlando era nuova: Kakà aveva il 10, il portiere il “mio” 23 e mi sono preso la numero 22. Un’esperienza meravgliosa, non facile all’inizio per i bambini, ma che ci ha fatto conoscere un’altra cultura e un altro paese. Con la mia famiglia ci siamo supportati l’uno con l’altro e abitiamo tuttora ad Orlando: siamo qui da cinque anni, ci troviamo bene e abbiamo trovato la nostra dimensione”.

LA PARTITA DA RIGIOCARE  PER NOCERINO

“I quarti di Barcellona-Milan, quando siamo usciti con qualche errore di troppo (Niang, ndr). Potevamo vincere la Champions. Al Barcellona è legato il mio ricordo più importante da calciatore: segnai, mio padre era in tribuna e pianse al momento del mio gol al Camp Nou. Un sogno realizzato. Mi passarono davanti tutti i sacrifici fatti da me e mio padre: gli interminabili viaggi in pullman, perchè lui non aveva la macchina, per andare agli allenamenti o a giocare nonostante pioggia, vento e neve. Poter realizzare i miei sogni è stato bellissimo”. 

NOCERINO IL RITIRO

“Ho smesso troppo presto? Fisicamente stavo bene, mi trovavo bene col direttore e il presidente, non con l’allenatore (Bucchi, ndr). Da lì ho deciso di smettere, avendo anche la famiglia lontana e avendo fatto un sacrificio molto grande lasciandoli lontani. Per farlo, ne dovevo fare la pena. E non ne valeva la pena. Allora ho smesso e ci siamo stabiliti definitivamente a Orlando”.

AVVERSARI

“Tutti mi hanno messo in difficoltà (ride, ndr). Racconto un aneddoto. Giochiamo contro il Barcellona, io ero la mezzala destra e dovevo marcare Iniesta. Nel pre-partita pensi “chiudo qua, chiudo là, faccio qui, faccio lì”. Poi lo vedi giocare e ti dici: “Ma cosa vuoi chiudere, che quello con la palla fa quello che vuole? Vai e amen (ride). Ho affrontato giocatori fenomenali, allucinanti. Iniesta, nel suo ruolo, è stato il migliore al mondo per anni. Devastante. In Serie A mi ricordo di aver sfidato Vieira ed Emerson a Messina, e anche Kakà da avversario aveva il motorino quando partiva palla al piede. Imprendibile”.

I COMPAGNI  

“Balzaretti avrebe meritato una carriera diversa, di maggior livello. Fortissimo, tecnico, costante, nel giro della Nazionale… Giocatore troppo sottovalutato, era il più forte in Italia nel suo ruolo. Ho fatto un allenamento con la Juventus di Zidane, Davids e O’Neill: dei fenomeni di altissimo livello, mi sogno ancora le loro giocate. A volte pensavo: ma io cosa ci faccio qui, con loro? I numeri che tutti ricordate, Zidane li faceva anche in allenamento. E anche Robinho e Ronaldinho facevano cose assurde in allenamento, ma comunque distanti da quei tre che ho citato prima”.

NUOVI NOCERINO 

“Non credo che ci sia un giocatore che mi assomiglia, il calcio è cambiato. Barella mi piace tanto e spero che possa fare qualche gol in più: il centrocampista più forte della Serie A. Con Antonio Conte ha fatto uno step pazzesco in termini di qualità e intensità. Mi sarebbe piaciuto essere allenato da Conte, per quello che dà e trasmette ai giocatori. Antonio è straordinario e ti entra nella testa, facendoti andare oltre ogni limite. Con lui sono migliorati tantissimo parecchi giocatori e l’Inter è diventata la favorita per lo scudetto”. 

RIMPIANTI  

“Da napoletano, mi sarebbe piaciuto giocare nel Napoli. Per noi napoletani è il sogno di una vita. Può essere il mio unico rimpianto, insieme a qualche scelta diversa che avrei fatto: magari avrei pensato più volte ad alcune destinazioni, ma senza sbagli non s’impara”. 

IL FUTURO 

“Sono aperto a tutto. Vorrei trasferire ciò che ho imparato ai miei giocatori, evitando le cose brutte che ho appreso e corretto, facendo il contrario. Potrei allenare sia in Italia che all’estero. Voglio che i miei giocatori siano grandi uomini, prima che grandi calciatori, che abbiano dei valori forti. Magari potessi allenare a Palermo… Non sono ipocrita o finto, ma uno dei miei sogni da allenatore è quello di allenare in piazze che ho già vissuto da giocatore, e col Palermo ho avuto un rapporto speciale. Con le persone e con la città. Hanno un grande allenatore, ma a Palermo andrei di corsa. Il Parma? Spero che possa salvarsi, sono legato alla piazza: non è facile, ma auguro loro con tutto il cuore di mantenere la Serie A”.

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate a folle

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

Setién nuovo allenatore del Barcellona: “Io attacco sempre”

Il Barcellona cambia allenatore e sceglie l’ex Betis Quique Setién. Impariamo a conoscerlo con le parole di una sua intervista recente alla Gazzetta Dello Sport. Poesia per chi ama il calcio totale e zemaniano.

“Io attacco sempre.
Io gioco sempre all’attacco. A padel, a scacchi, a calcio. Non so mettermi dietro ad aspettare, attacco anche se so che magari m’infilano.
C’è un sentimento, una filosofia mentale che mi spinge a prediligere l’offensiva e m’invita a giocare così. Perché?
È molto più divertente. Credo che abbiamo un impegno morale nei confronti dello spettacolo. E perché è ciò che sento. Io ero un giocatore offensivo.

Il mio punto di riferimento è Guardiola. Quando io giocavo mi infastidiva tantissimo la tipica situazione nella quale io andavo a chiedere palla al centrale e questo boom, la sparava sopra la mia testa. Non lo capivo. Io volevo associarmi, passare, combinare.
Nel momento in cui appare Cruijff col Barça e tu sei lì in campo e inizi a rincorrere la palla, vai da un avversario all’altro e quando arrivi questi ha già dato il pallone a un compagno e via dicendo e passi 80 minuti correndo dietro alla palla senza toccarla ti rendi conto che si può giocare in maniera diversa.
Inizi ad analizzarlo, non tutto ti è chiaro ma studi e quando ho deciso di fare l’allenatore pensai che mi sarebbe piaciuto da morire giocare in una squadra come il Barcellona. Io questo me lo porto dentro.

I giocatori ti seguono se ti vedono convinto. Se hai le idee chiare è molto facile trasmetterle, è una questione di passione, di fede. Se hai dei dubbi il calciatore se ne accorge subito.
Come convinci un portiere o a un centrale a uscire palla al piede?
La prima cosa che gli devi dire è che lui deve avere la volontà di giocare in un certo modo. Poi sta a me creargli attorno la situazione ideale perché lui possa sentirsi sicuro e che il tuo disimpegno con la palla non sia tanto complicato.

Io do per scontato che nel corso di una stagione incasseremo 3-4 gol per un passaggio sbagliato in una zona pericolosa. Ma il beneficio che traggo da questo tipo di gioco è immensamente maggiore rispetto al pregiudizio che mi può causare questo stile. È chiaro che togli il calciatore dalla sua zona di comfort, è così facile tirare un calcione e disfarsi della palla… Però una volta appreso, apprezzano”.

Salvio Imparato

7 vittorie su 7 solo Napoli e Barcellona in Europa



Dai dati che arrivano dai campionati calcistici di tutta Europa, solo due squadre sono a punteggio pieno. Queste sono Napoli e Barcellona, entrambe capoliste solitarie del proprio campionato con 7 vittorie su 7.






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