Napoli – Cagliari 2-0: Mazzarri ha ricordato Maginot

Il rientro di Walter Mazzarri nel calcio italiano è risultato fortemente negativo. Un pari e due sconfitte consecutive contro Empoli (scontro salvezza) e Napoli. Gli azzurri in questo momento sono difficilmente fermabili. Tuttavia, la proposta di calcio di Mazzarri è risultata antica e anacronistica. Dieci uomini dietro la linea del pallone anche sotto di due gol. Il Napoli in questa remissività ha consolidato il suo granitico primato di primo in classifica con sei vittorie consecutive.

1. Mazzarri come Maginot

Ormai sono un paio di anni che il Cagliari a fronte di una squadra dal buon valore calcistico lotta per la salvezza della categoria. Troppi i giocatori di prestigio, su cui si fonda la rosa, a fine corsa . Pochi i giovani talenti su cui fare affidamento per accendere il Nos del motore. Stavolta Giulini si è affidato a Mazzarri per tentare una salvezza tranquilla. E chissà se non anche il conseguimento di un centro classifico in terra sarda molto agognato.

Eppure Walter, a Napoli ricordato benissimo per la sua squadra resiliente, ha iniziato male. Un pari in casa di una Lazio in difficoltà e poi due sconfitte consecutive. Entrambe nette, contro l’Empoli in uno scontro salvezza casalingo e una contro il Napoli al Diego Armando Maradona. Quest’ultimo impegno sulla carta di per sé proibitivo.

Pertanto Mazzarri, che ha comunque informato di non aver potuto ancora innestare nella squadra i suoi principi di lavoro, ha badato soltanto a non prendere imbarcate. Le dichiarazioni del post gara in cui, secondo mister Walter, il Cagliari avrebbe fatto bene, rischiato di andare in vantaggio e concesso niente agli azzurri all’infuori dei due gol sono alquanto opinabili.

La tattica cagliaritana di schierare undici uomini costantemente dietro la linea della palla con un denso 352 si è rivelato progetto difensivamente ambizioso ma gracile e anacronistico. Come la linea Maginot. La Francia, ben prima della seconda guerra mondiale, immaginò un progetto militare, che prese il nome del Ministro della guerra di allora (per l’appunto Maginot), allo scopo di rendere invulnerabile da qualsiasi invasione l’entroterra francese.

Dieci anni dopo l’artiglieria e i panzer tedeschi mostreranno all’alba del secondo conflitto mondiale la fragilità del progetto francese suddetto. L’armata di Hitler sfonderà il confine franco tedesco, lungo il quale sorgeva la Maginot, e in pochi mesi prenderà Parigi. Gli storici riconducono le responsabilità di quel fallimento francese tra le altre all’incapacità di ammodernare un progetto divenuto nel frattempo lacunoso e non più al passo con i tempi. E’ parso di soffrire di medesima impotenza il calcio di Mazzarri.

2. Il piano tattico

Come è possibile da notare nell’immagine appena allegata, Mazzarri aveva studiato bene il Napoli. Nel tentativo però di arginarlo tutto, alla fine per il Cagliari la coperta è risultata corta. Gli azzurri nel costruire la manovra tendono a decentrarsi sul lato sinistro del campo per cercare il regista offensivo della squadra, Insigne. Lorenzo, ieri sera, ha raggiunto 400 presenze in maglia azzurra festeggiate con gol su rigore: bravo!

Mazzarri ha provato ad arginare il possesso palla azzurro, che si attiva quando Osimhen perde la profondità d’attaccare, chiedendo a Joao Pedro e Nandez pressione costante su Koulibaly e Mario Rui. Lykogiannis, quinto di centrocampo di sinistra, soffocava Di Lorenzo quando il terzino della nazionale agiva da quarto di difesa. Il greco invece non si alzava mai sul terzino destro azzurro quando quest’ultimo retrocedeva sulla linea di Rrahmani e Koulibaly. Così liberi dal pressing avversario risultavano soltanto Rrahmani e Di Lorenzo.

Rimaneva soltanto la scelta se raddoppiare o meno Osimhen. Al momento Mazzarri ha ritenuto fosse il caso e a posteriori ha fatto bene in un’ottica conservativa del passivo. A quel punto, con il Napoli e Osimhen che non rinunciavano a decentrarsi sulla sinistra e Politano, dall’altra parte, a mantenere l’ampiezza sulla destra… si liberava spazio enorme ed attaccabile tra Godin e Caceres. Che nella foto è segnalato da quadratino.

3. I due gol

Nello spazio evidenziato, dunque, all’inizio del primo tempo la mezz’ala sinistra azzurra Zielinski con un taglio profondissimo, da sinsitra verso destra, ha preso il tempo al suo diretto marcatore, il vertice basso cagliaritano Marin, e recuperato in fondo al campo un bel suggerimento appena lungo del dominante Anguissa. Giusto in tempo il polacco riesce a crossare la palla diretta sul fondo per un Osimhen bruciante. Il nigeriano si smarca dalla doppia marcatura di Godin e Waluckiewicz e deposita il tap in dell’uno a zero.

All’inizio del secondo tempo, altra partenza forte del Napoli. E qui si capisce il perché regalare raddoppiare Osimhen. Sempre nello stesso spazio evidenziato, il 9 partenopeo cerca suggerimento nei piedi e non nello spazio. Il passaggio arriva. Godin è costretto a seguirlo e a perdere l’appoggio del raddoppio. A quel punto il difensore uruguayano e l’attaccante africano ingaggiano un duello corpo a corpo. Finta di Osimhen. Deretano in terra di Godin. Rigore per il Napoli occorso pressoché nella stessa zolla di erba dove Zielinski ha fornito l’assist del vantaggio. Insigne realizza.

Il resto è gestione ed accademia da parte del Napoli, che avrebbe dovuto triplicare e non facendolo forse sporca una prestazione altrimenti perfetta… anche nel riuscire a sfruttare, pur di vincere, spazi e centimetri lasciati a disposizione dagli avversari ad un palmo dalla linea di fondo. Si tratta di speculazione morbosa del dettaglio. A dire il vero è ossessione tecnico-tattica che piace!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Cagliari 1-1: al Napoli non piace vincere facile

Napoli-Cagliari 1-1

Napoli-Cagliari 1-1. Un Napoli stanco si complica il percorso alla qualificazione Champions, subendo il pareggio all’ultimo minuto di Nandez.

Un Napoli quadrato ed entusiasmante, sotto il sole cocente del Maradona Stadium, era chiamato a dare seguito ai risultati precedenti. Infatti, contro il Cagliari gli azzurri trovavano una delle prime cinque tappe verso la qualificazione Champions. Uno snodo di calendario apparentemente morbido ma i sardi, imbrigliati nella lotta salvezza, hanno strappato un pari sanguinoso ad un Napoli rivelatosi infine stanco. Napoli-Cagliari finisce 1-1.

1. Incrocio pericoloso: un derby unilaterale

Per volontà del popolo cagliaritano, da tempo, Napoli-Cagliari non è più una partita di calcio normale. Gli azzurri stanno ai sardi come la Juventus ai fiorentini o agli stessi partenopei. Una vittoria degli isolani a Napoli può valere quasi una stagione per i rossoblu. Questi ultimi, coinvolti per loro demeriti nella lotta salvezza, sono giunti in terra campana con lo specifico compito di raccogliere punti.

E per il secondo anno, durante i minuti finali, vi sono riusciti. Protagonista sempre l’uruguayano Nandez. Un anno fa crossò per l’inzuccata di Castro il gol vittoria; quest’anno ha segnato in extremis il pareggio.

Che il Cagliari abbia pesantemente cambiato volto con l’arrivo di Semplici era cosa nota a tutti ma il Napoli ammirato nelle ultime settimane e complice l’assenza di Joao Pedro – una creatura di Zdenek Zeman e il più prolifico bomber brasiliano militante in Europa – destava tranquillità.

Il buon Semplici, invece, ha infoltito la mediana con ben quattro centrocampisti, tolto la profondità ad Osimhen e libertà di gioco a Zielinski tra le linee. Ha lasciato Pavoletti a fare la guerra con i due centrali del Napoli. Ogni sponda dell’ex attaccante azzurro rappresentava sviluppo in ampiezza o ricerca del Nainggolan alle spalle di Demme.

Zappa ha ricevuto in dote la marcatura di Insigne. Ciò consentiva a Ceppitelli di raddoppiare la marcatura di Godin su Osimhen. Carboni prendeva ad uomo Lozano con il supporto della mezz’ala di competenza mentre Lykiogannis a palla coperta metteva pressione su Di Lorenzo. Il piano di Semplici era lasciare la giocata soltanto ai due centrali partenopei e a Hysaj.

2. Il primo tempo di Napoli-Cagliari

Nonostante ciò, il Napoli, sfruttando l’errore da rimessa laterale di Carboni, passa in vantaggio. Insigne raccoglie palla sulla trequarti e serve con un delizioso pallonetto Osimhen. Il nigeriano sventra le attenzioni dei due centrali marcatori e deposita con violenza il vantaggio. Il Napoli allora, che è parso sin da subito atleticamente appesantito, ha cercato di amministrare il risultato non forzando mai la giocata.

Il ritmo però si è rivelato basso e ha consentito al Cagliari, con il passare del tempo, di risalire la corrente fino a giungere dalle parti di Meret. Il Cagliari si è lasciato dominare, non ha mai dato la sensazione di essere pericoloso, eppure alla fine del primo tempo è sotto nel punteggio di un gol benché abbia colpito un palo e costretto ad un miracolo il portiere del Napoli.

Meret, autore di un’altra prestazione convincente, prima mette le mani in tuffo su un colpo di testa ravvicinato. Poi, la palla non trattenuta, restando ad un palmo di naso dall’estremo difensore partenopeo, è rimasta nella disponibilità dell’accorrente Nandez. il portiere friulano con un vivace colpo di reni si rimette immediatamente in piedi cancellando di spalla il tiro dell’interno cagliaritano.

3. Il secondo tempo di Napoli-Cagliari

Napoli-Cagliari continua, anche nella ripresa, lungo il solco del controllo inefficiente del Napoli. Gli azzurri si rendono pericolosi su transizioni rapide ma la poca lucidità degli attaccanti denota una progressivo affievolimento delle energie complessive. Il Cagliari però pur prendendo sempre maggiore campo è meno ficcante rispetto alla prima parte di gara. L’invettiva dei ragazzi di Semplici si limita ad un colpo di testa di Lykogiannis di poco fuori.

Gattuso si dà ai cambi e inserisce Politano per uno spento e fuori condizione Lozano. Il laterale ex Inter si dimostrerà altrettanto evanescente. La scelta è chiara: possono avvicendarsi tutti tranne Osimhen, il quale ha portato una pressione alla difesa avversaria encomiabile.

E l’avrebbe anche chiusa la partita se Fabbri, l’arbitro del match, non avesse ravvisato un fallo inesistente di Osimhen su di una sua sgroppata conclusasi con un altro gol e la sua personale doppietta. Il Var purtroppo non è potuto intervenire a correggere perché l’oggetto della revisione sarebbe consistito nel valutare l’intensità di un tocco di Osimhen sulla schiena di Godin.

– Questo non impedisce di domandarci: a che pro l’accanimento terapeutico con cui l’Aia cerca di domare la squadra di Gattuso designando una partita ogni due l’arbitro Mazzoleni al Var? –

Poco dopo il gol annullato all’attaccante nigeriano, i sardi alla quarta gomitata o inzuccata riescono a far sanguinare un calciatore del Napoli. Il destinatario è Osimhen, che risulta costretto al cambio. Per un Napoli ormai già con i remi abbastanza in barca Gattuso sceglie Dries Mertens, privando il collettivo in campo di qualsivoglia profondità offensiva.

4. Il pareggio del Cagliari

I cagliaritani mollano completamente gli ormeggi alla ricerca di un assedio valevole il pari, quando il terzo slot adoperato da Gattuso prevede l’ingresso di Elmas e Bakayoko. Il Napoli non può fare più cambi. Petagna resta in panchina. Lì davanti il Napoli non ha nessuno che possa solleticare all’indietro la corsa dei difensori avversari ma neanche tenere mezza palla o giocare di sponda.

Il Cagliari così si riversa nella metà campo azzurra. Meret compie un secondo miracolo su Pavoletti mettendo in allungo una mano su una girata pregevole del centroboa livornese. Eppure la sensazione che ora ogni spiovente in area di rigore da parte degli isolani sia un pericolo si manifesta nettamente ai telespettatori.

Alla terza mancata pressione sul portatore di palla cagliaritano da parte degli uomini di Gattuso, Duncan sfodera la palla che Hysaj distratto lascia passare e che Nandez deposita in porta alle spalle di un Meret poco spericolato ma infine fulminato in una delle sue migliori prestazioni stagionali.

Il Napoli perde il vantaggio di due punti sulla Quinta in classifica e accende un occhio di bue sulle condizioni psicofisiche della squadra: troppi giocatori veramente in affanno atletico. Un lavoro mirato in settimana per arrivare al top della forma per il trittico in 7 giorni Spezia, Udinese e Fiorentina?

E se così non è – a questo punto è lecito domandarsi – riusciranno gli azzurri a resistere atleticamente per centrare il Quarto posto? In tal senso aver finito i cambi senza adoperarli tutti (quattro su cinque a disposizione), e con un Petagna in panchina, dà la dimensione del perché Gattuso sembri allenatore ancora incompleto.

Massimo Scotto di Santolo

Cagliari – Napoli 1-4: la settimana tipo

Il Napoli si sbarazza facilmente di un Cagliari senza né carne né pesce. Trovano comunque modo, i partenopei, di tenere in gioco per troppo tempo i cagliaritani. Qualche distrazione azzurra eccessiva.

1. La settimana tipo

La settimana tipo di allenamento di cui ha goduto il Napoli prima della partita di Cagliari si è vista tutta.
Il Napoli ha dominato il match, spargendo pepe qui e la alla gara con vari tentativi di autogol.
Alla fine l’asse Insigne-Ruiz-Rui-Maks è riuscito a confezionarne uno.

Tuttavia, oggi pomeriggio, gli azzurri erano così superiori che non sarebbero riusciti a perderla neanche da soli.
Il Cagliari, dal canto suo, paga oltremodo la silenziosa intensità di Rog in mezzo al campo.
Nandez s’impegna ma si dimostra adattato in una mediana a due benché al Boca abbia giocato anche in quel ruolo.

2. Zielinski, in arte Piotr figlio dell’arte

Zielinski, pertanto, ne approfitta e ricorda ai tifosi azzurri quanto potrebbe avvicinarsi a De Bruyne.

Quando il polacco gioca bene, accostarlo al top player belga significa tradizione, come ‘o capitone… poi trovare qualcuno che realmente lo apprezzi diventa complesso

3. Il cambio generazionale: Lozano!

La chiude Lozano, che è lì a ricordarci come la società stia cercando di traghettare la squadra verso una nuova era.


Gravitava dal lato di Callejon. Un mammasantissima dello Stadio Diego Armando Maradona. Eppure, cosa assurda in poco tempo… Lozano è un serial killer e mena qualunque terzino gli graviti intorno, mentre Callejon soffre a Firenze.


Prandelli lo mette addirittura in discussione.
Situazione spiacevole che l’andaluso non meriterebbe.
Va anche detto che, ecco, la scelta di accasarsi sponda Commisso non la più lungimirante.

4. Ricambio generazionale: querelle Osimhen

Ci vuole pazienza, anche con Osimhen, che sostituirà gradualmente Mertens, altra leggenda il belga. Giusto ricordare al nigeriano quanto sia stato poco furbo a farsi riprendere durante il festino familiare, poi anche basta! È un patrimonio presente e futuro del campionato italiano.

E l’assenza di Osimhen è la differenza che intercorre tra noi e le due milanesi.
In un calcio condizionato dal Covid, dove non c’è spazio per allenarsi ma solo per giocare, poter buttare la palla davanti e trovarsi direttamente a tu per tu con il portiere è tanta roba.


Si guardi cosa stanno combinando Lukaku e Lautaro… l’Inter, messa sotto dal Crotone in casa sul piano del gioco, annienta gli squali con due calciatori fisicamente incontenibili.

Massimo Scotto di Santolo

Mihajlovic cita Zeman: “Il mio amico Zdenek dice…” (VIDEO)

Sinisa Mihajlovic ha parlato a margine della sfida con il Cagliari. Nel corso della conferenza stampa cita il suo amico, il Maestro Zdenek Zeman.

IMPEGNI RAVVICINATI. 

“Per forza di cose sarò costretto – confessa Mihajlovic – a far ruotare la rosa. Non si possono caricare eccessivamente i giocatori. Cercherò di mettere in campo coloro che sono più riposati, anche in funzione dell’avversario che hai di fronte. Se un giorno vorremo andare in Europa dovremo abituarci a questi ritmi”

DERBY PER L’EUROPA

“E’ ancora presto. Mancano ancora dieci partite. Cercheremo di vincere. I ragazzi sono pronti e mi hanno dato disponibilità piena per ogni gara”

IL CAGLIARI

 “Bisogna fare i complimenti al presidente Giulini. Ha messo su un’ottima rosa con Nainggolan, Simeone, Rog, Pellegrini, Joao Pedro, Nandez”

ZENGA

 “E’ un mio amico. Abbiamo giocato insieme e ci sentiamo spesso. Sono contento che sia tornato in pista, domani avremo modo di scambiare due chiacchiere”

LA GARA E ZEMAN

 “Di sicuro dovremo mettere maggiore qualità, sbagliare meno passaggi, ed essere più propositivi. Il periodo di stop ha influito anche su queste cose, ma auspico di migliorare con il passare del tempo. Come dice il mio amico Zdenek (Zeman, ndr) non importa quanto corri, ma come corri. Noi soffriamo maggiormente in difesa ed il goal lo prendiamo praticamente sempre. Spero di vedere un migliore atteggiamento sotto questo aspetto”

COS’E’ IL CORAGGIO? 

“O ce l’hai, o non ce l’hai. Un coniglio non può diventare un leone. Voglio che i miei giocatori entrino sempre in campo pensando di essere migliori degli altri, ma sempre mantenendo l’umiltà”

Giulini lodevole ma tardivo su Zeman: “Fummo noi a non aiutarlo al meglio”

“Zeman? Dopo la fine del connubio feci un’analisi severa sostenendo che non fosse adatto per la Serie A. Fummo noi a non metterlo nelle condizioni adatte a eccellere, se lo avessimo fatto fornendogli strumenti e aiuto saremmo stati in grado di farlo emergere”.

Con questa dichiarazione rilasciata a Vanity Fair, Giulini ci dà pienamente ragione a distanza di cinque anni e dopo il recente articolo di settembre dove puntammo il su dichiarazioni fuori luogo sul Boemo. Che Zeman a Cagliari non fosse stato messo dalla società in condizioni ideali per lavorare è cosa che abbiamo sottolineato dal primo giorno, anche attraendo su di noi offese di ogni genere. Ed abbiamo continuato a farlo con la presenza di Paolo Bordino a Rossoblu ’95 su Sardegna 1, spesso ritrovandosi ad argomentare contro chi puntava ad essere più realista del re.

Oggi Giulini compie un atto di onestà. Lodevole ma tardivo. E sentirsi dare ragione da colui che da noi è stato attaccato fa piacere solo fino ad un certo punto.

Avremmo preferito avere torto. Anche perché il rammarico di ciò che poteva essere e non è stato resta forte.

Peccato.

Napoli-Cagliari 0-1, Ancelotti domina, Maran la vince

Napoli-Cagliari-Ancelotti-Maran-Zeman

In città si leggono molti attacchi ad Ancelotti. Difficile dare colpe al tecnico dopo un Napoli-Cagliari a senso unico (30 tiri e 70% di possesso), ma gli interrogativi sulle scelte di Carletto restano.

Napoli-Cagliari è una di quelle partite viste mille volte dal popolo zemaniano. Il CALCIO punito dall’ANALFACALCISMO, così scherzosamente chiamiamo il vecchio catenaccio. L’ultima che fece molto male fu Verona-Cagliari, i ragazzi di Zeman, dopo le pallate rifilate a Mazzarri e Sarri, non riuscirono proprio a metterla dentro, lezione di gioco a Mandorlini ma subirono gol da fuori di Tachtsidis a pochi minuti dalla fine. Quelle partite che fanno dire all’italiano calciofilo medio o al Cucci di turno “meglio saper difendere che attaccare” VADE RETRO.

SCELTE E CAMBI DI ANCELOTTI

Nessuna colpa ad Ancelotti quindi, ma resta che chi vi scrive non lo capisce. Nei cambi e in alcune scelte. A volte più dettate dal caso e dall’irrefrenabile smania di camaleontismo. Llorente forse meritava di giocarsela dall’inizio, specialmente dopo l’exploit a Lecce. Forse non c’era bisogno, con un Cagliari cosi arroccato, di sbilanciarsi oltremodo: centrocampo Allan-Zielinski ancora, senza nemmeno Insigne ad aiutare la fascia in copertura (da cui il Napoli ha subito la ripartenza e Maran l’ha capito) e a costruire per i due “PENNELLONI”. Infatti la decisione di sostituire Insigne ha influito più sotto l’aspetto difensivo, che su quello di costruzione. Una squadra abituata a movimenti collettivi, messa in condizioni di uno contro uno soffre non poco, succede a Koulibaly figuriamoci a Mario Rui.

Per quanto riguarda i cambi è difficile discuterli conoscendo il pensiero di Ancelotti. Il trend in cui non esistono ruoli fissi è assodato, e lasciare Mertens in campo largo insieme a Milik e Llorente escludendo i due esterni offensivi ne è la prova. In attacco però la manovra sembra confusa, quasi un voler dare punti di riferimento all’avversario. Purtroppo in modo così esasperato anche il Napoli stesso sembra perderli. Elmas invece ancora in panca, il suo apporto al centrocampo e ad Allan, che soffre Zielinski da più di una stagione, non guasterebbe. Tutti quesiti che si pone un allenatore da sofà e che per carità non vuole mettere in discussione un titolato come Re Carlo, anche se l’esperienza è tanta per non farsi infinocchiare da quel volpone di Maran.

SALVIO IMPARATO

Giulini, lui la vera delusione, a fatti e parole, del “progetto” Zeman-Cagliari

Dopo le discutibili dichiarazioni di Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, in cui etichetta Zeman come una delusione, riproponiamo un vecchio pezzo. Firmato Paolo Bordino è il diario di bordo di un idillio fatto solo di parole. Nato e crollato tra incoscienti adulazioni e critiche fuori luogo.

Dire di averlo detto, profetizzato, annunciato in tempi non sospetti, senza per questo essere tacciati di assurgere a ruolo di banderuole agitate dalla forza degli eventi, è un esercizio inutile. Quasi una tautologia, alla luce di ciò che è stata per Zdenek Zeman l’esperienza cagliaritana. Una fine prevista. Letta, annunciata sin dall’inizio di una calda estate in cui troppe volte si è sentito dalla bocca di presidente rossoblu Tommaso Giulini uscire la parola “progetto”. 

Un termine usato ed abusato, dalla connotazione spesso giovanottistica, ma che mal si confà ad una massima serie in cui il semplice rischio di abbandonare la categoria, con buona pace del c.d. “paracadute”, implica la perdita di cospicui introiti concordati con il sistema delle televisioni a pagamento e dei relativi gruppi di interesse ad esse sottese.

Ed è così che sembra essere finita l’avventura di Zeman nell’Isola dal mare smeraldo e dalle spiagge bianche, con una tifoseria che, nonostante la penuria di risultati davvero positive e le zero vittorie casalinghe, ha saputo comprendere (che è più difficile di saper amare, badate bene!) il Boemo assai più di qualsiasi piazza in cui egli stesso ha allenato. Ad esonero avvenuto, l’inaugurazione di uno Zeman club a Quartu Sant’Elena è un qualcosa di unico ed irripetibile. Alla luce di quanto ribadito, è evidente che la piazza cagliaritana avrebbe meritato ben altro dai protagonisti di una vicenda professionale e sportiva a cui sarebbe bastato davvero poco per decollare.

Partiamo da oggi. Dalle dichiarazioni di un presidente che presenta il successore del tecnico appena esonerato (non) spiegandone le ragioni:

Le motivazioni dell’esonero di Zeman me le tengo per me. Certo è che fatale è stata la sconfitta interna (0-4, nde) contro la Fiorentina. Non si può dire alla squadra che aveva giocato bene nonostante la larga sconfitta casalinga, episodio che ha fatto perdere le certezze alla squadra ed allo staff tecnico.

In buona sostanza, non spiegando le reali ragioni dell’esonero di Zeman, Giulini punta il dito contro la fase difensiva (tralasciando qualsiasi analisi sulla dinamica di un match che, nel corso del primo tempo, poteva vedere il Cagliari avanti almeno 3-1 ed a riparo da qualsiasi crollo mentale) ma esonera Zeman dopo la gara contro la Juve (“Zeman sapeva già da venerdì di essere esonerato ed ha continuato a lavorare nonostante sapesse della mia intenzione di esonerarlo…”) in cui sono trapelate critiche della società proprio per la “perdita di certezze” dovute al cambio di modulo in funzione di una maggiore copertura difensiva! Un vero e proprio controsenso.

Zeman recepisce le critiche (a nostro avviso fondate fino ad un certo punto) del presidente ed il presidente lo esonera. Qualcosa inizia a quadrare poco. Anche perché sembra che l’assenza per infortunio di Sau, una delle poche certezze tecniche presenti in organico per Zeman, così come lo stop forzato per il brasiliano Avelar, senza il quale il Cagliari, in sole tre gare e mezzo, ha preso più della metà del monte complessivo delle reti subite, siano episodi che non abbiano, a detta del presidente, influito.

Giulini e la dichiarazione a Zeman

Sappiamo tutti ormai che il matrimonio Zeman-Cagliari ha avuto origine a fine giugno quando Giulini strappò il Boemo al Bologna proprio sull’altare. “Mister, ho preso il Cagliari solo per lei…” sembra – stando a fonti attendibile – la frase che ha portato Zeman a scappare dall’altare e salire a bordo della sua metaforica motocicletta per accendere la Zemanlandia sarda.

Proclami, entusiasmi e termini da modernariato delle teorie d’impresa che ben presto hanno ammaliato una tifoseria desiderosa di uscire dalla spirale del palla lunga e pedalare a cui stagioni insipide l’hanno costretta. Fin qui le parole. La prova dei fatti è andata in direzione del tutto opposta alle premesse.

Per rendersi conto di quanto, oltre a quanto già chiaro in estate, da parte del presidente il rapporto con l’allenatore sia stato dal principio estremamente difficile e problematico, se non addirittura inesistente, occorre aprire il microfono e spalancare il taccuino alla viva voce dello stesso presidente:

Il rapporto con un allenatore è sempre teso a far conciliare le sue esigenze con quelle del club. Lui non è di molte parole, lo sapete. Un po’ pesa anche la differenza d’età, ma abbiano cominciato a giocare a golf insieme e ciò ci sta aiutando molto a dialogare

– Tommaso Giulini, 15/10/2014.

Nel calcio gli episodi sono fondamentali: probabilmente senza l’espulsione di Nagatomo non sarebbe finita 4-1. Nel secondo tempo speravo di fare il quinto gol per stare più tranquillo. Esonero di Zeman? Mai pensato a cambiare in corsa il progetto, ma quando non arrivano i risultati qualche domanda te la fai…

– Tommaso Giulini post Inter-Cagliari 1-4.

A fine primo tempo ho pensato che fossimo vittime della solita maledizione del Sant’Elia. Poi c’è stata una grande reazione dei ragazzi, ma sono deluso per non aver vinto questa partita.(…) Donsah e Caio? Hanno fatto entrambi benissimo, anche se sono entrati in un momento tatticamente difficile, andranno valutati anche in un contesto normale. (…) Il bilancio dopo 7 giornate non è buono (Cagliari in zona salvezza, nde), speriamo che questo pareggio ci sblocchi, possiamo fare di più. Mi pare che specialmente in casa i ragazzi siano un po’ tesi. Poi dobbiamo assolutamente lavorare sulle palle inattive (…) Oggi avremmo dovuto vincere, fino al primo gol della Samp la partita era nelle nostre mani. L’arbitro è stato eccellente (gol regolare annullato a Longo, nde), abbiamo avuto tante occasioni. Dovevamo fare tre punti ma non li abbiamo fatti. Non penso nemmeno che vinceremo tante partite continuando a buttare via tutti i calci d’angolo e le punizioni.

– Tommaso Giulini post Cagliari-Sampdoria 2-2.

Lo spettacolo è stato fantastico, in Italia dovrebbero esserci molte più partite del genere. Sono meno soddisfatto della gara della mia squadra, non si può entrare in campo con quell’atteggiamento, l’allenatore deve lavorare più seriamente perché non sempre è possibile recuperare dopo uno svantaggio simile…

– Tommaso Giulini post Napoli-Cagliari 3-3.

Ci siamo limitati ad estrapolare pezzi di dichiarazioni del presidente rossoblù relativi alla spiegazione del rapporto col tecnico caratterizzato, a detta dello stesso numero uno di viale La Playa, di pressoché totale incomunicabilità, sulle cui ragioni non vogliamo qui indagare e che possono semmai restare sullo sfondo del rapporto tra presidente e allenatore.

Ciò che abbiamo raccolto sono tre sfoghi del presidente al termine di tre tra le migliori prestazioni del Cagliari zemaniano. Dopo il successo 4-1 a San Siro, con quattro reti e rigore sbagliato già al termine dei primi 45’, roba che a Cagliari nessuno ha visto neppure ai tempi di Gigi Riva, la frecciatina al tecnico non mancava su due direzioni: a) l’espulsione di Nagatomo che avrebbe determinato, secondo Giulini, le sorti del match; b) il mantra in base al quale con le squadre di Zeman non sei mai tranquillo. Nel primo caso, se un alieno fosse giunto da Marte in quel momento, avrebbe probabilmente scambiato le dichiarazioni di Giulini con quelle di Mazzarri, mentre nel secondo caso è apparso di ascoltare il tipico refrain di ogni antizemaniano.

Dopo la gara contro la Sampdoria, che il Cagliari dovette affrontare con una coppia centrale inedita e pressoché esordiente in A al cospetto di una formazione che prima d’allora aveva subito solamente due reti, sembrava che gli unici scontenti fossero lui e il tecnico doriano Mihajlovic. Il match vide il Cagliari rimontare due reti dopo gli ingressi dei giovanissimi Donsah e Caio Rangel, determinanti entrambi nell’economia del match, e negare il terzo gol di Longo da una discutibile decisione arbitrale. Eppure, a completamento del quadro, alla scontentezza il presidente aggiunse la minimizzazione dell’impatto dei due giovani sulla partita (cosa che neppure un qualsiasi Zamparini avrebbe fatto) a fronte peraltro dell’esaltazione della prestazione di Benedetti (portato a Cagliari da Giulini in persona e bocciato già ad agosto da Zeman) e l’ingresso nel merito del lavoro dell’allenatore. La polemica sulle palle inattive, in tal senso, ebbe ad apparire eloquente sulla valutazione del lavoro di Zeman da parte di Giulini, che diede anche la sensazione che, per convincerlo, Zeman avrebbe dovuto vincere con Dessena, Conti e Pisano (contratti rinnovati per loro) prima che con giovani del ‘96. Il climax ascendente degli attacchi, neppure troppo velati, lo si raggiunse a Napoli, al termine di un 3-3 che ha ricordato, a tutti gli zemaniani storici, quello della stagione 91/92, un Napoli-Foggia che consegnò Zeman al calcio italiano e regalò ai satanelli terribili titoli di tutte le principali testate nazionali in visibilio.

Le analogie con quella gara dovevano essere colte, ma mentre sappiamo che un Pasquale Casillo avrebbe gongolato davanti a microfoni e taccuini, esaltando squadra e allenatore, mister Fluorsid ha preferito attaccare a testa bassa l’allenatore e la squadra per la prima mezz’ora di gioco al termine della quale lo stesso Napoli che ha sconfitto la Juve in Supercoppa, quindi non esattamente la Sangiuseppese, era avanti 2-0 per poi subire la rimonta rossoblù dando vita ad un 3-3 che ha riconciliato tutti con lo spettacolo del calcio. Eppure l’allenatore che ha dato asso e tre a Rafa Benitez (uno con un certo curriculum) avrebbe, secondo mister Fluorsid, dovuto lavorare “più seriamente”. Eloquente! Così come apparve sgradevole, nella circostanza, l’aver eletto Ekdal come migliore in campo, rilasciando una dichiarazione che, qualora fosse promanata da un’opinionista avrebbe avuto un senso, ma da un presidente ha assunto il sapore di un qualcosa di quanto mai inopportuno agli occhi della squadra.

Alla luce di queste dichiarazioni, la sconfitta con la Fiorentina ha avuto il sapore di un crollo mentale derivante dal fatto che da un lato l’allenatore si è trovato in sostanza delegittimato agli occhi di una squadra che pur l’ha sempre seguito, dall’altro la squadra ha inconsciamente finito per credere alle continue esternazioni del presidente dalla cui bocca sono uscite solo dichiarazioni al fiele nei confronti del tecnico uniti a valutazioni tecniche che sarebbe stato, alla prova dei fatti, più opportuno evitare.

Tralasciamo le dichiarazioni di Giulini rilasciate al termine della gara contro il Chievo in cui venivano mosse a Zeman accuse su precise scelte tecniche (l’impiego di Conti, Ibarbo e Cossu per tutta la gara contro il Modena in Coppa) perché non servono a far comprendere quale fosse l’esatta valutazione di Zeman e del suo lavoro compiuta da Giulini, la cui cartina al tornasole è possibile apprezzare solo nei casi in cui sprazzi di Zemanlandia ci sono effettivamente stati. Così come è bene ricordare che, fino al match contro i clivensi, una squadra composta in maggior parte da elementi provenienti dalla B con qualche ex Primavera stazionava stabilmente in zona salvezza.

“Caro Sdengo, quando imparerai a capire quanto vali?” – gli chiedemmo in estate. Già perché, ammaliato dalle belle parole (sistematicamente non tramutatesi in fatti) di Giulini, il Boemo ci è ricascato di nuovo, scivolando su più di una buccia di banana ed affrontando l’avventura cagliaritana a mo’ di salto nel buio. 

Un buio derivante dal fatto che Zeman a Cagliari è stato solo. Avere dalla propria parte un pubblico che l’ha capito come nessun altro ed una stampa locale che mai come stavolta l’ha supportato senza se e con pochi ma non basta se in società e nello staff medico non ci sono suoi uomini. Mancava il Pavone di turno – il cui rifiuto di raggiungerlo a Cagliari non è suonato a sufficienza come campanello d’allarme, mancava l’Altamura di turno, trait d’union tra tecnico, squadra e società, così come non si è avuta dall’esterno la sensazione della presenza di uno staff medico in sintonia con i modi di lavorare dell’allenatore.

I suoi metodi sono particolari ed al giorno d’oggi rari. Per non delegittimarli agli occhi di chi non vive ogni giorno le vicende della squadra, la sintonia tra tecnico e staff medico è alla base di tutto, ma spesso (e Roma avrebbe dovuto essere d’esempio) il Mister tende a dimenticarlo. 

Per ricominciare in massima serie è bene che Zeman faccia tesoro di questi piccoli, grandi accorgimenti. Sembrano sciocchezze insignificanti, ma sono alla base di tutto. Così come è alla base di tutto evitare – specie in un contesto come quello appena descritto, con i “gatekeepers” non scelti dal tecnico – di andare sempre per miracoli.

Accettare che si punti su Farias, Caio Rangel, lo stesso eccezionale Ceppitelli “scarto” del Parma ultimo in classifica, due Primavera come Donsah e Capello, tre arrivi dalla B come Balzano, Crisetig e Capuano (elementi che hanno reso anche più del loro valore, beninteso), può essere possibile solo se tutto il contesto societario di contorno non solo crede, ma fa sue le scelte e il modo di vedere il calcio dell’allenatore.

Obiettivamente, il Cagliari di Giulini (con tutta la stima ed il rispetto per Marroccu, Sanfelice e lo staff medico) non era il contesto adatto per far sì che il calcio di Zeman trionfasse nel senso più ampio del termine. Ed è demerito dello stesso mister non aver compreso che in massima serie spesso non si può aspettare e che occorre andare con le spalle copertissime. Anche battendo i pugni sul tavolo. E lasciando perdere i “progetti”, perché non esistono in serie A, territorio in cui il tracollo economico è dietro l’angolo. 

Basterebbe un presidente che gli dica: “Sdengo, voglio risultati subito. Ma hai carta bianca. Scegli tutto tu, anche il magazziniere!”. Altro che progetto! Quella, sì, sarebbe Zemanlandia.

Intanto, a Cagliari arriva Zola. Zemaniano e amico di Zeman. Non sarà facile neppure per lui, schivo e riservato, trovare un punto di incontro con un presidente che non ha dato la sensazione di comprendere che la coperta che ha cucito è corta e non è possibile avere sempre botte piena e moglie ubriaca. Ha il vantaggio di conoscere l’ambiente e di avere quel giusto buonsenso tale da ragionare con la propria testa per lavorare su quella di un gruppo volenteroso ma al quale risultati e non solo hanno tolto più di qualche sicurezza. Lo merita Cagliari, lo meritano tifosi straordinari per cui la serie A è un patrimonio da non disperdere. Ma basterà?

PAOLO BORDINO

Balzano e l’era Zeman: “Saremmo andati a morire tutti insieme” (VIDEO)

Toccante ricordo dell’insostituibile terzino del primo Pescara di Zeman. Antonio Balzano si racconta a Rete8.

“Fu un’annata fantastica, eravamo talmente uniti che saremmo andati a morire tutti e 22/24. Ultimamente ho rivisto il video della partita di Genova contro la Sampdoria, che ci diede la promozione diretta. Io piangevo già in campo – confessa Balzano – dopo il terzo gol ero crollato dall’emozione, per me era realizzare il sogno dei sogni. È stato toccante vedere Zeman piangere e dedicare la vittoria a Franco Mancini. Abbiamo vissuto momenti bellissimi e quelli tragici ci hanno unito e fortificati”.

L’ULTIMO PESCARA DI ZEMAN

“Per supportare un allenatore come Zeman – dice Balzano – devi avere giocatori con altre e forti motivazioni. Noi nel 2011 eravamo tanti giocatori provenienti dalla C tra cui Insigne. Con il gioco rischioso del mister ci davano per spacciati, invece Zeman dall’inizio disse che con noi sarebbe subito andato in A. Purtroppo l’anno scorso questo non c’è stato, eravamo tanti bravi giocatori ma non tutti adatti al gioco del mister e l’abbiamo pagato”.

CAGLIARI E PESCARA ATTUALE

“Quando sono andato via da Pescara piangevo perché da quando ci misi piede la scelsi come mia città. Ma la chiamata di Zeman a Cagliari era un’ulteriore occasione per me. Lì ho capito che non giochi per una città, ma per una regione intera e hai un elevato carico di responsabilità. Quando si è ripresentata l’occasione di ritornare a Pescara l’ho colta a volo. Ora abbiamo raggiunto la salvezza certa e dobbiamo giocare con più coraggio per conquistare la promozione. Mi dispiace che il pubblico non viene allo stadio, ne abbiamo bisogno e non parlo della curva nord che ci sostiene sempre , ma di tutta la città”.

SALVIO IMPARATO

Lontani i tempi di Zeman, Napoli-Cagliari 3-0








Non è solo una provocazione, è vero non è lo stesso Napoli di allora, c’erano però Higuain e Mertens e Benitez in panchina, è anche vero che Rastelli, pur non essendo amato dalla piazza Cagliaritana, ha raggiunto ottimi risultati facendo meglio di Zeman in questi termini. Ma qualcosa non va, il ragionamento di giudicare il calcio in base ai punti, le vittorie e le salvezze, sta minando gravemente la mentalità del nostro calcio. Proprio tre anni fa Zeman dopo il 3-3 a Napoli disse a Sky: “Me ne frego di quanti gol prendo, l’importante è farne più dell’avversario” e ieri bene o male, dopo l’importante vittoria a Carpi, ha espresso lo stesso concetto, eh già i suoi concetti, ha provato ad esportarli su ogni panchina in cui si è seduto, ma non tutte le squadre hanno saputo o voluto importarli. Eppure a Cagliari, oltre al pareggio di Napoli c’è stata la bella vittoria 1-4 a San Siro, contro l’Inter di Mazzarri, e quella ad Empoli 0-4, contro Sarri. Resta solo il Pescara a dimostrare,ancora una volta, in che modo bisogna sfruttare la possibilità di avere Zeman in panchina, di considerarlo una garanzia, ma più in generale come si crea e si crede in un progetto, ancora oggi rivoluzionario specialmente se lo si attua a grandi livelli. Il Napoli con la scelta di Sarri ne è un esempio, contro il parere di tutti sta insegnando calcio e programmazione, ma nonostante questo aleggia sempre un certo scetticismo, vige la regola che se non si vince è tutto da buttare. Questo il suicidio culturale che perpetuiamo da anni, senza godere di quei dettagli che solo un calcio che passa per per la pazienza, nella crescita del collettivo e dei singoli in termini di mentalità e qualità offensive, e che integra la valorizzazione di calciatori giovani dando a loro spazio e fiducia. Questa è la strada che ha creato la storia di Insigne, Immobile, Verratti e che sta forse scrivendo quella di gente come Pettinari, Capone, Del Sole, Coulibaly e il recente Kanoutè. Non è possibile continuare a mettersi di spalle e rinnegare queste opportunità, continuando a dare ragione ai luoghi comuni degli addetti ai lavori, ai calciatori sempre più apatici, che insieme ai loro procuratori sono in cerca di contratti e rinnovi. Se a 70 anni si è ancora li a segnare il destino di piccoli talenti, come quando tutto iniziò, c’è un messaggio forte che qualcuno o qualcosa vuole mandare a quelli che non lo hanno ancora recepito, e ne sono tanti.

Salvio Imparato





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