Bologna-Napoli, per gli azzurri segnali dal futuro?

Napoli, segnali dal futuro?

Commentare a caldo lo schizofrenico pareggio degli azzurri al Dall’Ara avrebbe represso il significato che il risultato porta con sé. Bologna-Napoli 1-1, segnale dal futuro? Un X dall’ampio respiro “Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

1. Rino

Il calcio di Rino Gattuso è perfettamente antitetico rispetto al suo modo di stare in campo. Fraseggio insistito e la qualità al potere. Giusto un incontrista per garantire l’agognato equilibrio. La densità tecnica al centro: tre a centrocampo e due rifinitori a piedi invertiti sulle fasce. Questi ultimi, con licenza di stringere al centro e imbeccare la punta che attacca meravigliosamente la profondità. Prima Cutrone, poi Piatek, analfabeti del gioco corale, hanno issato il vecchio cuore rossonero Gattuso ad un 1 punto dalla Champions League, che per il Milan avrebbe voluto dire di questi tempi Scudetto.

L’idea di replicare la sua idea di calcio persiste anche a Napoli. Anzi, presso il golfo il vecchio medianaccio calabrese intravede moltiplicatori di opportunità tattiche e tecniche. Castevolturno, centro sperimentale permanente. L’aspirazione, ad esempio, è portare la linea della difesa partenopea ad un’altezza media ben più alta di quella a cui teneva Romagnoli, Musacchio, Calabria e Ricardo Rodriguez. E già manca, qualcuno sussurra, il libero che sappia guidare la linea sull’uscio del centrocampo, con le dita dei piedi cioè appena sporgenti sulla cima di un dirupo. Manca Albiol… eh già!

I nomi che il mercato propone, come il già acquistato Rrahmani esemplifica, enucleano prototipi di stopper. Non c’è nulla di sconfortante ad immaginare una coppia di marcatori ma il baricentro a quel punto dev’essere basso. In tal modo verrebbe consentito ai Manolas di turno di esaltarsi nel piccolo spazio gladiatorio dell’area di rigore, nella quale i riferimenti dell’uomo e della palla sono più semplici da seguire.

Perciò si è già richiesto a Rino di adattare ben presto i suoi schemi ai calciatori in rosa e non viceversa, salvo ulteriori stravolgimenti di mercato. Di certo, la conferma da una parte di Mertens e la ricerca dall’altra di un calciatore con le caratteristiche Osimhen spiegano peraltro la ricerca da parte del mister di una profondità di campo e di gioco che il belga non può più garantire. La domanda, tuttavia, sorge spontanea: chi arriverà riuscirà a mettere in panchina “Ciro” Dries?

2. L’attacco della profondità

Visto che la domanda da ultimo posta risulterebbe ai più retorica, bisognerebbe domandarsi allora chi sarà deputato ad attaccare la profondità offensiva in questa squadra, stante l’intoccabilità anche di Lorenzo Insigne? Il capitano che inoltre non ricorda propriamente Mané. L’invecchiato Callejon? Beh, la spagnolo ha costruito una carriera sulla scientifica aggressione dello spazio alle spalle della difesa ancorché minuscolo ma anch’egli ormai sulle lunghe distanze ha perso fibra muscolare. José Maria cerca la più tranquilla soluzione della palla sui piedi.

Se Politano è un ibrido che non consiglia per sé altro ruolo se non quello della panchina, si torna al capzioso Lozano. Il messicano snobba il palleggio reiterato e carica a testa bassa. Talvolta si perde in una drastica solitudine, talaltra si ritrova in un’enfasi donchisciottesca. Eppure sembra l’unico in grado di aggredire le difese avversarie in campo aperto; d’inseguire un disipegno chilometrico per alleggerire la pressione avversaria.

Nel frattempo le indiscrezioni avvicinano Callejon al rinnovo. Altre trattative di mercato raccontano invece di un Napoli interessato a calciatori che giocano a destra ma di piede sinistro che vogliono la sfera sovente nel loro possesso. Così ci si domanda chi al fianco d’Insigne e Mertens attaccherà mai la profondità? E perché no Lozano in un ipotetico terzetto offensivo titolare? Osimhen o chi per esso, Politano e un alterego di Lorenzinho un attacco di riserva, dove però l’attacco della profondità verrebbe deputata all’attaccante centrale.

3. Bologna-Napoli 1-1

Il pur inesperto Bologna, infatti, fin quando ha dovuto fronteggiare un Napoli resistibile ma possibilitato grazie al movimento di Politano e Lozano a servirli nello spazio, ha balbettato. Il pressing felsineo, che fa le fusa all’orobico, produceva effetti a singhiozzo. I cervellotici cambi di Gattuso (Insigne per Lozano; Callejon per Politano) hanno però tolto dal match coloro i quali per le ragioni suddette erano stati i migliori della partita.

I tre moschettieri azzurri, nonché anche titolarissimi dell’attacco di lungo corso, con la predisposizione a esarcebare il possesso palla nella propria metà campo, non piazzando alcuno scatto degno di nota alle spalle della retroguardia rossoblu, hanno consegnato il raccolto alle giovani cavalette bolognesi. Le quali con il decorrere del tempo hanno rischiato pure di vincere l’incontro, guidate com’erano dall’ape regina Palacio. 38 anni e ringiovanire all’accorciare di una treccia sempre più corta.

3. Il centrocampo

E quando la pressione in avanti degli avversari è duratura, organizzata, costante; quando la punta centrale non è capace di far salire la squadra o le ali non hanno la benzina per scattare in avanti e costruire linea di passaggio per l’occhio del centrocampista, quest’ultimo si ritrova da solo a giocare all’impiccato. Tra l’incudine e il martello della prima e della seconda linea di pressing.

Una fornace della mediana, che per la pigrizia degli avanti partenopei di preoccupare con movimenti senza palla le retroguardie contrapposte, ha cotto Diego Demme. Il tedesco ultimamente in affanno laddove gli venga richiesto di interpretare la regia di Jorginho. L’ex Lipsia, che in realtà salomonicamente organizza tatticamente, tramite arguta diligenza, l’assedio della porta in cui segnare, è più simile a Fabinho.

Di fronte a cotanta inerzia momentanea, ad un possesso palla così statico e arretrato e forse ad una volontaria remissione dell’attacco alla profondità, Sky rilancia la notizia dell’ascesa di Lobotka per le prossime partite. Presto spiegato: lo slovacco, dotato nel suo condurre le operazioni di dribbling e sterzate, crea immediatamente superiorità numerica in mezzo al campo. Il cooptato di Hamsik, artico nel sangue, aggira personalmente e con poca coscienza la prima pressione avversaria, liberando il campo alla trama partenopea.

Se però la preferenza vira sul regista Stanislas, andrebbe affrontato il discorso della sua compatibilità con la coppia titolare di mezz’ali titolari, Fabian Ruiz e Zielinski. Chi rincorre gli avversari? E, quanto in termini di sviluppo della manovra, Rino pagherebbe dazio preferendo negli 11 titolari un mediano di lotta all’astrale Fabian Ruiz?

Napoli-Bologna sarà finita in pareggio anche per una carenza di motivazioni degli azzurri ma le contraddizioni tattiche resistono. Segnali dal futuro da non sottovalutare.

Massimo Scotto di Santolo

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Napoli-Milan 2-2, come volevasi dimostrare

Napoli-Milan 2-2

Napoli poco cinico e permeabile. Lo avevamo detto! In Napoli-Milan i rossoneri collezionano un tiro in porta ma due gol. Dicano grazie a Callejon, Maksimovic e Lapenna, cioè ai peggiori in campo.

1. Napoli, non cambi mai

Il calcio post Covid invita i suoi narratori (o sedicenti tali) ad aggiornare il racconto quasi quotidianamente. La vittoria gettata al vento dagli azzurri consta delle sue radici nelle medesime perplessità che, perdonateci l’autoreferenzialità, l’indomani della vittoria in terra genoana questa umile penna aveva segnalato: poco cinismo e permeabilità difensiva.

Il Napoli al cospetto di squadra ben più blasonata del Genoa di Nicola, cioè il Milan, ha sciorinato calcio a svariate latitudini, trovando sfogo tra le linee e sulle fasce con incredibile continuità. Theo Hernandez è stato difensivamente oltremodo sollecitato dal triangolo Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Callejon. Kjaer e Romagnoli, nonostante lo stato di grazia, hanno sofferto Mertens come le mani un capitone. Zielinski, trequartista solare, mai eclissato da Kessié e Bennacer, almeno fin quando ha avuto birra in corpo. Un Koulibaly acquatico, molecolare, s’impossessa nella sua vastità del campo, brulicando tra l’erba. Che pare crescere al suo sgroppare.

Eppure la poetica partenopea spesso mutua la pascoliana. Estetica del verso (tecnico-tattico) di un fanciullo. Grandi vette immaginifiche, svisature e colori vividi. Il calcio del Napoli sembra la primavera di un cortile di una Scuola elementare. Poi, il buio, l’inconsistenza che regala a Theo Hernandez un gol sull’unico tiro in porta dei rossoneri. Napoli-Milan finisce in parità per un altro capriccio di Maksimovic, che allunga il piede lì dove la mamma ha detto che il figlio non deve allungare il braccio. Il serbo invita LaPenna a concedere il penalty. Kessié trasforma. Napoli-Milan 2-2 con un unico tiro in porta del Diavolo.

L’adolescenziale gestione dei momenti difensivi del Napoli, che vive anche di alibi fattuali quali il calcio a temperature poco miti e le contestuali troppe partite in pochi giorni, si giustappone all’altra nota sul registro, il poco cinismo dinanzi al portiere avversario. Donnarumma apparentemente insuperabile è stato del tutto graziato dallo scarabocchio tecnico di Callejon ma anche dalla presenza sovente impalpabile degli avanti azzurri. Adagiati quanto basta sulla fedele riproduzione di vecchie melodie proprie o altrui.

Si rischia che al Bar di Mario, compianto oste della canzone “Certe Notti” di Ligabue, l’allegra compagnia che fu di Sarri non si ritrovi più. Il Napoli deve crescere in cattiveria, pur riconoscendogli, come dette un articolo fa, che al momento l’assenza ingiustificata causa mercato di Allan e Milik ha improvvisamente accorciato coperta e soluzioni.

2. José ti lascio perché ti amo troppo

Napoli-Milan, è stato anche esperimento di ciò che sarà il calcio e il Napoli stesso appena rientrati dalle poche vacanze… ma non solo. Perfetta rappresentazione degli azzurri di ieri e di oggi, atavici difetti e superati preggi. La squadra frenata, invece, dalla tensione tra il passato e il futuro. Tale contrapposizione rende tutte le caratteristiche dei singoli calciatori del Napoli non perfettamente compatibili tra loro.

Callejon perno paradigmatico su cui è stata intessuta la tela. Consente a Donnarumma di ben figurare passandogli il pallone tra le braccia da un metro. Perde sul ribaltamento di fronte il terzino sinistro, suo connazionale, consentendo il pareggio del Diavolo. E’ chiaro che Gattuso abbia deciso di puntare per il prossimo anno su Insigne a sinistra e Mertens al centro. Quest’ultimo garantisce ottimo bottino di reti e fa strepitosamente il verso a Firmino. Il capitano di Frattamaggiore rifornisce come una filiera gli altri di assist ma ha giacimento di gol al limite dell’esaurimento.

Entrambi cercano la palla nei piedi arretrando. Quindi serve chi allunghi, oltre all’automa Piotr, le difese avversarie. Serve chi lo faccia però segnando anche i gol, a costo di sacrificare qualche equilibrio difensivo. L’andaluso ad attaccare lo spazio, infatti, resta ancora affidabile ma per carenza di fiato e per carta d’identità sdrucita affanna dietro i terzini avversari e poi inciampa quando è chiamato a timbrare il tabellino della partita.

Napoli-Milan di ieri sera ha rappresentato l’ennesimo e doveroso tributo concesso a Callejon in vista di un saluto che i più ragionevoli dovrebbero però qualificare come opportuno.

3. Gattuso meno lucido del solito

Gattuso non ha convinto nella scelta iniziale di schierare Maksimovic titolare al fianco di Koulibaly. Sebbene il senegalese e il serbo appaiano la coppia di difesa più omogenea, se il merito non è una chimera, Nikola avrebbe dovuto riposare. Peggiore in campo contro il Genoa. E’ in una fase progressiva di calo. Manolas benché non stia impressionando è usato sicuro e al Ferraris rispetto al compagno di reparto aveva conquistato quantomeno una striminzita sufficienza.

Il calo di Makismovic è sicuramente imputabile all’altrettanto crescente innalzamento del baricentro che, però, al momento il Napoli sopporta, non pagandone dazio, solo contro le piccole. Almeno in termini di punti, non di reti subite. La porta del Napoli, tant’è vero, è tornata a risultare facilmente violabile da chiunque.

Poco convincenti i cambi: Zielinski più stanco di Ruiz. Non a caso, il polacco era stato richiamato poco prima del cambio Ruiz-Elmas dallo stesso Rino per poca carica agonistica. Insigne e Mertens non apparivano con la gamba così scarica da abbisognare del cambio, mentre lo sfortunato Callejon solo per quanto combinato avrebbe meritato di guadagnare ben prima la panchina. Soprattutto non si comprende quale sia il senso di puntare per ora su Milik, la cui punizione alle stelle ha sussunto il momento psico-emotivo del ragazzo. Fin quando Llorente, tuttavia, non recupererà dai fastidi muscolari, bisogna accettare lo svogliato Arkadiusz.

4. LaPenna e il Var Rocchi, male

I tifosi del calcio spererebbero di poter tessere le lodi di un ridesto Milan. Esaltarne semmai le imprese o l’abbrivio verso una nuova grandezza. La coppia di telecronisti Sky, Trevisani e Adani, i migliori a mio avviso della rete, hanno portato avanti con il lavoro. I rossoneri descritti dalle loro voci ricordavano vagamente il Bayern Monaco. Il diavolo ha tuttavia impressionato leggermente meno degli attuali bavaresi.

Il Milan, per quanto lo si voglia incensare per ciò che in un imminente futuro potrebbe diventare, a Napoli ha scientemente approntato una partita del genere “Io, speriamo che me la cavo”. Il Prof. Sperelli ha perso un attimo di vista i suoi e così LaPenna ha decretato con rapida perizia, verificata dalla specchiata consulenza di Rocchi, il piccolissimo rigore che poi ha inchiodato Napoli-Milan sul 2-2.

Non così celeri, però, il Var e l’arbitro in campo nel controllare un contatto altrettanto dubbio tra Leao ed Elmas su calcio d’angolo oppure le strattonate di maglia con cui Romagnoli ha omaggiato Koulibaly a più riprese. Il giovane Saelemaekers è sì poi infine stato espulso. Il Milan infatti ha giocato gli ultimi 5′ minuti di tempo un uomo in meno. Peccato che ben 15′ minuti prima Hernandez avesse attentato all’incolumità fisica di Di Lorenzo. Graziato soltanto con un giallo.

Beh, questo non deve sorprendere. Il Napoli, nonostante sia da anni la squadra che più tra tutte occupi la metà campo avversaria e si rechi più spesso in area di rigore, ottiene il minor numero di calci di rigore. Quest’anno Nicchi e Rizzoli hanno esagerato: soltanto 3 rigori concessi al Napoli. Che poi a volte basta la sincerità: il Milan deve andare in Europa League. Gli azzurri in fondo alla competizione europea già erano qualificati. Il favore se chiesto lo avrebbero fatto o forse no…

Massimo Scotto di Santolo

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Genoa-Napoli 1-2: Lozano inguaia Preziosi

Genoa-Napoli 1-2

Un Napoli spavaldo e sbarazzino abbatte le resistenze di un volenteroso Genoa. Preziosi ora teme la B. Il Grifone dopo Genoa-Napoli è terz’ultimo in classifica.

1. Il quadro della partita: 1 tempo

Gattuso anche per le defezioni forzate di formazione schiera un Napoli obbligato a fortissima trazione anteriore. Nessun incontrista nei tre di centrocampo. Niente campo per l’equilibratore Callejon. L’unica accortezza tattica che si concede Rino è il terzino bloccato, Elseid Hysaj. Per il resto è un manifesto di assalto calcistico.

Il Napoli parte forte, domina, segna ma gli viene annullato il primo gol. Il cooling break dell’arbitro Mariani a metà della prima frazione di gara suona come un gong nel pugilato. Eppure, alla ripresa, il Napoli alla stregua del migliore Alì continua a suonare il Genoa, fin quando su una combinazione zemaniana Insigne trova un Mertens colpevolmente solo sulla sua mattonella. Il belga stoppa e con un colpo automatico deposita di piatto una palla leggermente affettata lì dove stavolta Perin non può arrivare.

Eppure durante lo show gli azzurri già lasciavano intravedere fuori programma che in una commedia divertono sebbene segnalino la non massimale attenzione dei commedianti. Prima Hysaj, poi Manolas e infine Maksimovic. Tre errori pro capite. Tre occasioni sperperate dai grifoni, su una delle quali Meret è costretto agli straordinari. Mariani invita le compagini a recuperare la strada degli spogliatoi. Sopraggiunge dunque l’intervallo.

2. Il quadro della partita: 2 Tempo

Il 2 Tempo è un dejà vu bergamasco: il Napoli torna in campo profondamente scarico. Mertens impacchetta un corner regalo a Nicola, sventagliando verso la propria porta un disimpegno inopportuno. Goldaniga brucia sul tempo il castello difensivo approntato dal Napoli per i corner e confeziona il pareggio. Complice una pressione avanzata ben ridisegnata dal tecnico rossoblu, il Napoli perde le fila del possesso palla ma rintuzza gli attacchi avversari in modo disordinato.

Alché Gattuso, rappresentatogli dalla propria squadra una incapacità di agire in possesso sin dai piedi dell’estremo difensore, inserisce Milik per favorire la palla lunga. E visto che il polacco attirando a sé il marcatore avversario può aprire spazi alle sue spalle interessanti, introduce chi quelle voragini tende a mangiarsele: El Chucky Lozano. Presto detto. Ruiz imbecca il messicano in uno spazio tra i due centrali genoani, di cui uno portato per l’appunto in giro per i Quartieri Spagnoli da Milik, ed è di nuovo vantaggio. Quello definitivo.

2. Il Napoli diverte ma soffre troppo

E’ innanzitutto apprezzabile ciò che sta compiendo il Napoli, ossia portare a dama un 5 posto più per l’onore che per la sostanza. In segno insomma anche di remissione dei propri peccati da parte dei calciatori.

Tuttavia, tocca segnalare che il Napoli di Gattuso nelle ultime 11 partite di campionato ha subito gol in 9 di esse; e in 6 delle 9 vittorie conseguite nelle 11 giocate ha chiuso soltanto con un gol di vantaggio. Tocca interrogarsi del perché di così poca impermeabilità difensiva? E del perché i match vengano lasciato così in bilico?

Le notorie disquisizioni psico-emotive, che hanno radici ataviche e non appaiano mai superate veramente, sembrano la reale causa del così poco cinismo agonistico del Napoli. In realtà si può anche convenire che i motivi di forza maggiore, che hanno impedito agli azzurri durante la gestione ADL di vincere un trofeo importante, restituiscono ai tifosi e agli addetti ai lavori una percezione d’incompiutezza, la cui ratio, non avendo alcuna origine fattuale, viene ovviamente ricercata nell’imponderabile mondo della psichiatria.

Invero si potrebbe anche disquisire di quanto incida in queste lacune napoletane l’auto-esclusione a cui hanno scelto di sottoporsi Allan e Milik per chiare vicende di mercato. Beh, il primo tendeva a manlevare i risultati di vantaggio.

Il secondo rappresenterebbe in teoria l’alternativa clamorosamente lussuosa alla prima punta. Ma, proprio nella sua funzione di match winner a gara in corso, il polacco già da tempo non è in grado d’incidere né fisicamente né tecnicamente. Stasera, dapprima, ha sbagliato un appoggio elementare per l’accorrente Younes in una situazione di 3vs2, favorevole per il Napoli, in prossimità dell’area di rigore genoana. Poi, è stato anticipato da ogni difensore genoano possibile non beccandola mai di testa.

Diventa più difficile così raggiungere gli obiettivi se gli operai specializzati vengono meno alle proprie competenze particolari.

3. Il miraggio, l’illusione, l’attesa del Genoa in B

La mediocrità tecnica dei rossoblu non è così accentuata, almeno dal centrocampo in avanti, così come si voglia far credere, benché gli allenatori succedutisi sulla panchina del Presidente Preziosi abbiano mostrato un calcio non indimenticabile. Eccettuato Ballardini.

La retrocessione tanto attesa, che a desiderarla si fa peccato nei confronti dei calciatori genoani da sempre abituati a buttare il cuore oltre l’ostacolo per centrare la salvezza, risiede nelle operazioni calcistiche del patron Preziosi. Quest’ultimo ha svilito il ruolo dell’allenatore, non solo esonerandone in quantità industriale, ma anche del giocatore stesso, costruendo rose mediocri di quaranta giocatori da avvicendarli a seconda delle logiche del campo e del calciomercato.

In particolar modo le operazioni di mercato, mirate a elargire favori a squadre potenti della nostra serie A con l’acquisto ipervalutato dei loro scarti, lo condannano al Tribunale della sportività.

Un peccato constatare come due squadre, Napoli e Genoa, promosse illo tempore insieme, siano arrivate a compiere percorsi così diversi nel tempo. Ancor più paradossale ricordare che se il mondo si fosse fermato al terzo anno di serie A dei partenopei e dei grifoni, il presidente celebrato sarebbe stato il Preziosi. Milito e Thiago Motta, gli ultimi sussulti di un personaggio di cui il calcio italiano non avverte più il bisogno.

Massimo Scotto Di Santolo

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Napoli- Roma 2-1, noblesse oblige

Il derby del sud se lo aggiudica il Napoli, battendo tra le mure amiche dopo ben 6 anni una Roma sempre più decadente. La questione azzurra oltre che motivazionale si fa tattica.

1. Il Sud deludente del calcio

Le due squadre regine del centrosud, quelle con più storia e blasone, si affrontavano stasera proprio per ribadire il proprio status storico-calcistico all’interno di un campionato nel quale benché chiamate a fare voce grossa hanno rapidamente abbandonato entrambe sia la lotta per vincere il campionato che la bagarre per la qualificazione alla Champions League dell’anno prossimo.

Il Napoli, da una parte, sconfitto a Bergamo, ha comunque già onorato i propri titoli nobiliari alzando un trofeo al cielo, la Coppa Italia, e pertanto qualificandosi di diritto alla prossima Europa League. La Roma, dall’altra, ha inopinatamente lasciato prendere il largo all’Atalanta, collezionando due sconfitte consecutive post covid e rimanendo così con il solo cero della qualificazione alla prossima Europa League acceso.

Passaggio fondamentale la permanenza nell’Europa (che conta meno) per dare fiato alle casse societarie della Lupa. Gli introiti della vecchia Coppa Uefa consentirebbero, infatti, alla società giallorossa di mantenere una rosa quantomeno competitiva per i posti più alti della classifica.

2. Le difficoltà sportive della Roma

Il che connota di ulteriore pesantezza la sconfitta in quel di Napoli da parte della squadra di Fonseca. Debaclet maturata con altrettanta timidezza caratteriale nonostante le partite per la Roma stiano assumendo progressivamente il valore di ultima spiaggia. Tuttavia, Fonseca ha studiato bene le difficoltà del Napoli. Gli azzurri faticano tutt’ora a pressare alto e a coprire l’ampiezza campo. Così, alla stregua del Gasp, lo stratega portoghese ha lasciato la manovra delle operazioni al Napoli, cercando di colpire in contropiede o sfruttando per l’appunto la stessa ampiezza campo.

Non a caso, Fonseca ha richiamato il 3421 orobico, approfittando dell’abbondanza di trequartisti a disposizione. L’unico reparto della Roma ben coperto.

Nel caso del contropiede, la Roma, recuperata la palla, si appoggiava immediatamente su Dzeko, che ha giganteggiato su Koulibaly e Manolas, allo scopo di imbeccare rapidamente i quinti di centrocampo. Spinazzola e Zappacosta raramente prendibili dagli esterni alti del Napoli sul ribaltamento di fronte; oppure allo scopo di servire l’attacco alla profondità di Kluivert o di Mykitharyan alle spalle del capitano bosniaco. Chiamati i due anche a farsi trovare tra la difesa e il centrocampo azzurro quando i fluidificanti della Roma entravano in possesso palla. Questi ultimi, nel caso di manovra dal basso, erano facilmente trovati dai mediani della Roma, in quanto essi costantemente a metà tra l’ala e il terzino di Gattuso.

3. Le difficoltà ambientali della Roma

Eppure il sistema approntato da Fonseca si è sgretolato sotto i colpi dell’arrendevolezza, la quale non necessariamente pregiudica la diligenza e la buona fede dei protagonisti in campo. Questo scoramento sta pregiudicando i residui traguardi stagionali, benché esso abbia radici ben più lontane e profonde.

A partire da squadre allestite nel tempo, a causa di ristrettezze economiche, in modo sempre meno omogeneo e funzionale al calcio del proprio tecnico. Complessità finanziarie che oggi definiscono la Roma una società in vendita. Il suo capitale umano inoltre è stato selezionato dal Direttore Sportivo, Gianluca Petrachi, nel frattempo dopo meno di un anno già licenziato per giusta causa. Si prevedono persino battaglie legali all’orizzonte.

Tutto ciò in un clima di contestazione cittadina contro squadra e società, e contro il nuovo Ds, Morgan De Sanctis. L’ex portiere, anche del Napoli, subito reo di dialogare con il procuratore Alessandro Moggi, figlio di quel Luciano, non gradito al consulente sportivo del presidente capitolino Pallotta, cioè Franco Baldini. Infatti, quest’ultimo testimoniò in aula di Tribunale proprio contro Luciano Moggi durante il processo “Calciopoli”.

4. Il Napoli di stasera

Il Napoli d’inizio Luglio è ondivago. A tratti frizzante, mentre altre volte superficiale. Contro la Roma ha vinto ma senza convincere a pieno. Se però la posta in palio deprime ciò che pur di buono ha compiuto la Roma, il Napoli che al campionato non ha più nulla da chiedere si segnala per amplissima professionalità. Dunque, il successo è per questo motivo eticamente da sponsorizzare, per quanto si trasformi anche in un esercizio di cinismo agonistico contro una squadra più debole e affaticata fortunatamente dai partenopei non risparmiata. Il Napoli onora, così facendo, come spesso ad onor del vero gli accade, i valori dello sport, tra cui assicurare in questo momento la regolarità del campionato. Come un’educazione nobiliare suggerirebbe.

Il possesso palla pare in questo momento esprimersi meglio con Lobotka piuttosto che con Demme. Sembra, invece, a corto di fiato Di Lorenzo, che ha sofferto Spinazzola così come Gosens. Appare, diversamente, uno spreco Lozano in panchina per così tanti minuti, mentre Koulibaly sta profondendo tutte le sue energie affinché nessuno lo rimpianga. Il senegalese rompe troppo spesso e in modo brusco la linea della retroguardia, non assicurando però alcun vantaggio difensivo una volta esibito ciò che cestisticamente si definisce “show”.

Immaginifico Piotr, ben completato in risolutezza da Fabian Ruiz. Svogliato Milik. Inappuntabile Insigne. In veste di pittore, e non d’imbianchino, Mario Rui. Sintonizzato alla frequenza giusta la parabola offensiva del subentrante Dries Mertens.

5. Cosa sta diventando il Napoli di Gattuso?

Gattuso sta cercando di costruire una realtà calcistica mai vista nell’era De Laurentiis a Napoli. Attraverso l’ampiezza della rosa architettare un gruppo di ottimi calciatori in grado, a seconda degli avversari e dei momenti della partita, di dominare e subire il match con eguale disinvoltura.

Al momento il Napoli convince di più quando subisce la signoria nemica. Appare ancora troppo fragile nel tenere il campo quando pressa in avanti tra distrazioni ingiustificabili e meccanismi da oliare.

E’ un percorso che sarà per definizione lungo, a conclusione del quale, se completato, consta di trionfi esagerati. Ma è anche un sentiero necessario per preparare la squadra alla trasfera del Camp Nou contro il Barcellona di Messi, dove gli azzurri dovranno segnare almeno un gol e prenderne non più di quanti riusciranno a segnarne.

In Catalogna il Napoli, per superare il turno eliminatorio, dovrà essere in grado di difendere per gran parte della partita con un baricentro molto basso ma concedersi tot minuti nella metà campo altrui per realizzare il gol della speranza. Non esiste alcun equilibrio tattico senza quello mentale, su cui il Napoli, come a Bergamo o come stasera, tralascia ancora qualcosa.

Conviene che ad Agosto il Napoli si ritrovi, quindi, Viceré borbone anziché Masaniello arruffone.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO

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Clamorosa ipotesi, Zeman tris a Pescara? Si ma con carta bianca

Un’ipotesi clamorosa e suggestiva che non ci sorprende. Ci sorprenderebbe percorrerla senza evitare gli errori del passato

Quest’articolo pensato tutto durante il lockdown e scritto per il compleanno del MAESTRO. Era un periodo dove a Pescara mediaticamente si parlava solo di Zeman e grazie a Massimo Profeta su Rete8 Sport abbiamo saputo dell’sms “Auguri Vecchio” di Sebastiani al Boemo, che lo confessava in una clamorosa videchiamata ottenuta dal cronista abbruzzese. In quei momenti si respirava forte la sensazione di un insperato ritorno del Muto sulla panchina del delfino.

L’insofferenza del presidente biancoazzurro, verso Legrottaglie, sembrava tale da presagire un clamoroso colpo di scena. Già durante il Lockdown, in fatti chi vi scrive già esagerò affermando – <<Zeman già in panchina per finire la stagione>> – con razionale euforia. Che si stesse lavorando ai fianchi Sebastiani, da parte dei media e da qualcuno della dirigenza, era, sembrava chiaro. Ora forse siamo al k.o. e forse Zeman già è stato contattato ponendo dei dubbi sul prendere il timone proprio ora. Calcio senza pubblico, situazione in classifica e forse rosa non costruita da lui i probabili tentennamenti del mister e dei piani alti del Delfino.

Di sicuro un contratto di un mese più una stagione a Zeman con carta bianca sono una garanzia, a Sottil un’incognita. Quindi di sicuro gli sarebbe proposto un contratto di un mese con opzione, difficile da accettare. Sono solo ipotesi, ma come già scrivemmo nell’articolo sopra citato Sebastiani sa benissimo che prendere Zeman in questo momento, dandogli carta bianca e senza le continue dichiarazioni e gli errori fatti durante il bis significherebbe creare l’Atalanta d’Abruzzo, cosa che il Pescara 2011/12 già era, e ritornare una società economicamente più solida rispetto ai problemi attuali. Vediamo che succede!

SALVIO IMPARATO

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Atalanta-Napoli 2-0, l’origine del male

Atalanta-Napoli 2-0, Il “ciuccio” si arrende alla compagine orobica, pagando oltremodo 15 minuti di blackout; quelli immediatamente successivi all’inizio del 2 tempo.

Fabian Ruiz regala a Gasperini buoni omaggio per la Champions. La partita dell’andata, paradigmatica della disonorevole stagione azzurra in campionato, non è stata vendicata in Atalanta-Napoli

1. Atalanta-Napoli, La partita dell’onore

La partita di ritorno che il Napoli avrebbe dovuto disputare agli Atleti Azzurri d’Italia era cerchiata in rosso sul calendario. Infatti, erano tante le implicazioni che il match si portava dietro. Innanziutto, la ribellione all’atavica sofferenza cui il Napoli è sottoposto contro gli orobici del Gasp. Da Sarri a Gattuso, in 9 partite, 5 sconfitte, 3 vittorie e 1 pareggio.

Inoltre, una eventuale vittoria a domicilio del patron Percassi avrebbe lasciato accesa la flebile fiammella della speranza di rimontare sul quarto posto. – 9 in caso di successo in trasferta da parte del Napoli. Una rimonta il cui motore motivazionale, ovviamente, risiedeva nel dimostrare quanto le difficoltà stagionali incontrate dagli azzurri fossero colpa tecnica esclusiva degli Ancelotti.

Se gli scricchiolii dello spogliatoio di Castevolturno constavano di epicentro risalente nel tempo persino alla stagione precedente, il pareggio beffardo che la Dea riuscì a strappare in Ottobre nel catino di Fuorigrotta fece deflagrare tutti gli insoluti problemi tra società, tecnico e calciatori. Tant’è vero che una settimana dopo andrà in scena la notte dei lunghi coltelli, rectius dell’ammutinamento, nel ventre del San Paolo dopo uno scialbo pareggio per 1-1 contro il Salisburgo.

Gli atalantini difatti racimolarono nella partita di andata un punto grazie a una papera di Meret e a ben tre sviste del duo arbitrale Giacomelli in campo e Banti al Var. Tre rigori solari negati al Napoli. Sulla partita di questa sera, in terra padana, incombeva dunque appiccicosa anche la figura della classe arbitrale, che al San Paolo non solo azzerò le distanze tecniche messe in mostra dai duellanti, alterando il naturale risultato sportivo del match, ma firmò inoltre il personale manifesto dell’incomunicabilità tra l’Aia e la Ssc Napoli. Un misunderstanding che ha minato in modo significativo la stagione azzurra.

2. Il black out

Il Napoli, pertanto, chiamato a battere i suoi fantasmi piuttosto che esortato a perseguire il miracolo della già di per sé complessa remuntada, si è spento in un quarto d’ora, nel bel mezzo della partita, scoprendosi forse troppo stanco e occupato per rispondere ai moniti del cuore e dell’anima. D’altronde la Coppa Italia vinta in Giugno e anche la semplice suggestione di poter gareggiare, tra un mese, alla pari contro il Barcellona ora bastano per qualificare la stagione come dignitosa e non più in modo disonorevole.

Eppure, la prima frazione di gioco del Napoli di Gattuso è stata tutto fuorché disimpegnata. Ardeva, si notava, il fuoco sacro della diligenza tra i ragazzi di Rino. Infatti, il loro baricentro basso che mette a proprio agio la retroguardia partenopea ha contenuto molto bene la pressione leggermente più sotto rimo del solito dell’Atalanta. Il possesso palla partenopeo sfuggiva alle rincorse neroazzurre. Esercitato, quindi, con estrema precisione. Si aspettava soltanto il contropiede utile per segnare il vantaggio. Il quale sarebbe stato poi anche tattico, visto che avrebbe consentito a Gattuso di esacerbare la strategia di attesa e ripartenza che l’Atalanta tanto soffre.

Tuttavia, i trequarti del Napoli sia nei contropiedi che nell’azione offensiva manovrata contro difesa schierata hanno mostrato sin dal primo tempo l’assenza d’incisività. Le giocate proposte e le corse effettuate apparivano immediatamente scariche della necessaria tensione. Che il Napoli non ne abbia a sufficienza lo si capisce non appena le squadre rientrano in campo dagli spogliatoi. Il rilassamento cuoce l’attenzione di Ruiz che consegna all’Atalanta due palloni a ridosso della propria area di rigore, di cui uno a firma di Pasalic finisce in porta.

A quel punto, il Napoli invece di reagire al gol subito si ritrova zattera tra le onde furenti apparentemente di nuovo senza timoniere. Rimane in balia giusto il tempo per incassarne un’altra di rete, siglata stavolta da Gosens. Poiché, fortunatamente, il Napoli condivide ad oggi il percorso tecnico con il proprio mister, trova colore nel pallore di una sconfitta rivelatasi all’improvviso nei cambi offerti da Gattuso.

3. Lozano e Milik, addii diversi

Lozano, Milik, Lobotka e Callejon sono i subentranti della partita. Purtroppo, nessuno di loro riuscirà a ribaltare il senso dell’incontro. Il messicano però continua, dal canto suo, a sfruttare ogni centesimo di secondo concessogli. Egli salta come vuole il suo marcatore e attacca la profondità come si richiede ad ogni ala che trova di fronte il meccanismo difensivo di Gasperini.

Nel frattempo, Milik impreziosisce la propria presenza, che si sta facendo con l’andare verso la fine della stagione sempre più assenza, con un tacco smarcante.

4. Fabian Ruiz

Il destinatario dell’assist di matrice polacca è l’accorrente Ruiz. Benché il suo sinistro sia dolce come la sangria e il suo talento distribuisca polvere di stelle sul prato verde, la sua serata è senza astri, buia. Infatti fallisce, poco prima del 70′, il tiro dalla lunetta dell’area di rigore avversaria, decretando anzitempo la fine delle ostilità. Il Napoli non saprà costruire altre occasioni per riaprire il match.

Lo spagnolo al triplice fischio finale del buon Doveri condividerà la palma di peggiore in campo insieme a parte della linea difensiva e dell’attacco. Koulibaly disordinato mentre Maksimovic a corto di fiato e di muscoli contro Zapata. Di Lorenzo in affanno al cospetto di Gosens. Mertens e Insigne, spompati. Politano invece spaurito.

5. Rino Gattuso

I restanti 25 minuti, che seguono l’occasione fallita da Ruiz, sono esercizio di stile per entrambe le compagini. Callejon e Lobotka riescono a segnalarsi tra i compagni per l’ordine e la speditezza della manovra che imprimono ad un Napoli ormai impallidito. La domanda sorge spontanea: non è che proprio nella partita più importante del campionato Gattuso avrebbe dovuto schierare le riserve? La freschezza che i gregari hanno dimostrato suggeriscono di sì, anche se in fin dei conti chi avrebbe rinunciato ai migliori?

Altra domanda sorge consequenziale, ben più decisiva ed escatologica: come motivare una squadra già qualificata per l’Europa League e senza obiettivi imminenti in campionato per il non esiguo numero di 9 partite? Il modo in cui Gattuso lo farà sarà decisivo ai fini della sfida da dentro o fuori in Spagna contro Leo Messi.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO

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Mihajlovic cita Zeman: “Il mio amico Zdenek dice…” (VIDEO)

Sinisa Mihajlovic ha parlato a margine della sfida con il Cagliari. Nel corso della conferenza stampa cita il suo amico, il Maestro Zdenek Zeman.

IMPEGNI RAVVICINATI. 

“Per forza di cose sarò costretto – confessa Mihajlovic – a far ruotare la rosa. Non si possono caricare eccessivamente i giocatori. Cercherò di mettere in campo coloro che sono più riposati, anche in funzione dell’avversario che hai di fronte. Se un giorno vorremo andare in Europa dovremo abituarci a questi ritmi”

DERBY PER L’EUROPA

“E’ ancora presto. Mancano ancora dieci partite. Cercheremo di vincere. I ragazzi sono pronti e mi hanno dato disponibilità piena per ogni gara”

IL CAGLIARI

 “Bisogna fare i complimenti al presidente Giulini. Ha messo su un’ottima rosa con Nainggolan, Simeone, Rog, Pellegrini, Joao Pedro, Nandez”

ZENGA

 “E’ un mio amico. Abbiamo giocato insieme e ci sentiamo spesso. Sono contento che sia tornato in pista, domani avremo modo di scambiare due chiacchiere”

LA GARA E ZEMAN

 “Di sicuro dovremo mettere maggiore qualità, sbagliare meno passaggi, ed essere più propositivi. Il periodo di stop ha influito anche su queste cose, ma auspico di migliorare con il passare del tempo. Come dice il mio amico Zdenek (Zeman, ndr) non importa quanto corri, ma come corri. Noi soffriamo maggiormente in difesa ed il goal lo prendiamo praticamente sempre. Spero di vedere un migliore atteggiamento sotto questo aspetto”

COS’E’ IL CORAGGIO? 

“O ce l’hai, o non ce l’hai. Un coniglio non può diventare un leone. Voglio che i miei giocatori entrino sempre in campo pensando di essere migliori degli altri, ma sempre mantenendo l’umiltà”

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Zeman: “Gattuso un grande, ho elogiato Gasperini e l’Atalanta”

Anche al Cor Sport Zeman chiarisce la sua posizione in merito alle recenti polemiche. Le sue parole sull’Atalanta sono state gravemente fraintese

Zeman e l’Atalanta che corre «stranamente»: spieghiamola. 

«Io ho detto altro, ma c’è qualcuno che vuole interpretare a modo proprio: per me l’Atalanta – e lo so per certo – è una delle poche squadre che si prepara veramente, mentre gli altri non appena si stancano preferiscono riposare. E quello stranamente era riferito al clima intorno ai calciatori, a una città piombata come nessun’altra nel dramma e capace di reagire e presentarsi pronta, perché ogni seduta punta ad allungare la soglia della fatica. C’è chi si limita al torello e c’è chi corre per allenarsi, come fa l’Atalanta».

Il dg bergamasco, Umberto Marino, la spinge a chiedere scusa per avere strumentalizzato il dolore. 

«Ma io non ho offeso nessuno e quindi non devo scusarmi. Ho esaltato ciò che fa Gasperini e mi spiace che si voglia costruire un caso dove il caso non esiste. E quanto a Marino, invece, mi viene da sorridere e mi fa pensare a un proverbio siciliano: mica ha il carbone bagnato?»

Lei punge… 

«Io ribadisco: Gasperini sceglie di allontanare la soglia della fatica e questo può accadere semplicemente allenandosi, tanto e bene. Il campo lo conferma e anche le prestazioni, perché la sua squadra gioca un gran bel calcio, a differenza di quello che si vede nel maggior numero di partite: ma tutto ciò è comprensibile dopo tre mesi di parziale attività fisica, né mi sembra che altrove – in Spagna, in Germania e Inghilterra – vada diversamente. Atalanta e Napoli, in questo momento, sono le eccezioni e divertono».

Gattuso ha impresso la svolta. 

«È stato bravo nel sistemare il Napoli assecondandone la natura. Ha talenti esagerati e gli restituito serenità, dopo i problemi dell’autunno scatenati dal rifiuto di andare in ritiro. Ha motivato i calciatori, ed è stato un grande».

E ha ritrovato Insigne. 

«Che un giorno viene esaltato ed un altro viene criticato. Ma le sue qualità, Lorenzo non le ha mostrare soltanto a Napoli, ma anche in Nazionale. Gli auguro di continuare così e sono convinto che giovedì sarà una partita divertente. Ma penso anche ad altro, perché Atalanta e Napoli potranno essere protagoniste anche in Champions League». 

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Radio Amore, Zeman: “Ho battuto la Juve con Foggia, Lazio e Roma”

Zdenek Zeman risponde ad alcune domande in diretta ai microfoni di Radio Amore. Parla dell’attuale serie A e del calcio moderno

Napoli

“Con Gattuso ha ritrovato la voglia – dice Zeman a Radio Amore – e la concentrazione per fare bene. La squadra azzurra quest’anno ha pagato la situazione del ritiro, poi qualcosa si è rotto. Gattuso ha ridato voglia ed energia alla squadra.

La squadra preferita in Serie A

“La Lazio. L’ho vista più volte giocare anche da vicino, per questo dico Lazio”

Immobile al Napoli

“Ciro ha sempre fatto tanti goal ovunque, gli auguro di farne anche tanti altri. Abita qua vicino a me a Roma, ma lui è napoletano, lo vedrei molto bene in azzurro, gli piacerebbe approdare al Napoli.”

Il giocatore preferito Insigne

“Io ho una fissa per Lorenzo Insigne.”

Se ha sempre regalato punti alla Juventus

“Non è vero, ho vinto anche con la Lazio, con il Foggia, ci ho vinto anche con la Roma.”

Il calcio moderno non diverte Zeman

“A dire il vero, no. Dopo tre mesi di inattività le squadre si sono preparate in dieci giorni senza fare amichevoli, senza fare preparazione, il calcio ne risente, come la qualità. Le regole sono cambiate, non mi piace il cambio a campionato in corso. Con cinque cambi, per esempio, sono avvantaggiate le squadre che hanno rose lunghe”. 

Sigarette

“Non ho smesso, sono passato da tanti pacchetti a quattro-cinque sigarette al giorno.”

Offerte per la panchina

“Qualcosa da fuori, ma non mi sono piaciute. Se De Laurentiis offre il settore giovanile? Non lo so, perché il Napoli non ha strutture per le giovanili. Agnelli mi offre contratto? No, non me lo offre. Sono sempre stato juventino finché non abbiamo giocato la prima partita con il Foggia a Bari e perso con goal di Schillaci in fuorigioco.”

Sarri alla Juventus diverso dal Sarri di Napoli

“Il problema sono i giocatori, in azzurro si poteva fare, alla Juventus ci sono tante individualità. Chi vincerà la Champions League? Chi farà più goal nella finale, penso che ci sono tante squadre importanti, non si sa mai, può succedere di tutto. Dico PSG, anche se non la vincerà”.

SALVIO IMPARATO

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Napoli-Spal 3-1, mette in mostra l’ampiezza della rosa azzurra


Napoli-Spal 3-1. Un Napoli leggermente lezioso concede agli spallini, per troppo tempo, l’onore della parità e il diritto a considerarsi ancora in partita.


Questo anomalo finale di campionato sta consentendo di apprezzare l’ampiezza e la bontà della rosa del Napoli, ormai da qualche anno all’altezza del tricolore e messa a posto per l’occasione allo scopo di facilitare le operazioni di Gattuso. In particolare, gli acquisti di Demme e Lobotka sono risultati decisivi.
Sul tedesco si è detto tutto ma sullo slovacco poco, derubricato spesso con ironia salace per rotondità poco apprezzabili e il viso di uno che passa di qui per caso a pacco.

Lobotka è ordinato ma molto tecnico, ha sia il passaggio corto che il lungo, soffre in modo molto più relativo di Demme il pressing alto avversario e dà una speditezza al possesso ragguardevole. Inoltre è anche dotato di un strappo non disprezzabile, pare risultare più veloce correndo palla al piede che senza. Il ragazzo si farà, deve imparare a leggere meglio la fase difensiva correggendo la propria posizione sia durante la fase di non possesso che durante la fase di transizione dall’attacco alla difesa.

Poi ci sono una serie di ragazzi che stanno provando a mettersi in mostra:

Elmas, lo strafottente.

Fornisce un assist dolcissimo. Per avere 19 anni gioca, pure tanto e anche bene.

Younes, l’enigmatico.

Il mistero sul suo conto s’infittisce.
Doveva rappresentare l’alterego di Lorenzo Insigne con maggiore dribbling ma la sua caratura è presto scaduta in barzelletta.

Lozano, il resiliente.

Se non lo molla il Napoli vendendolo, non sarà il messicano ad uscire di scena come una meteora.

Hysaj, il redivivo.

Sono anni che annuncia di voler lasciare Napoli – fosse dipeso da me lo avrei già lasciato andare per rispetto nei confronti dei tifosi e di chi a Napoli vuole starci per davvero – ma continua a interpretare la linea in modo eccelso sebbene con noti problemi tecnici.
Odio e amore.

E poi infine Callejon

Divenuto improvvisamente uomo, la U maiuscola badate bene, agli occhi di tutti coloro che difesero l’ignobile gesto della maglia restituita dagli spalti. Il suo rinnovo gratuito, coperto da polizza assicurativa, per altri due mesi con il Napoli ha toccato il cuore. Molti dei calciatori azzurri hanno passeggiato per metà campionato. Le storie strappalacrime potrebbero essere altre? Fa comunque piacere che dalle loro dichiarazioni si noti che abbiano compreso il guaio combinato. Callejon, sempre lui, che nel frattempo segna il momentaneo 2-1 per il Napoli ma che concede anche le uniche due palle gol alla SPAL, di cui una peraltro trasformata da Petagna.
Dapprima lo spagnolo si lascia bruciare infatti sulla fascia da Reca (terzino sinistro molto interessante), permettendo a quest’ultimo di fornire l’assist del temporaneo pareggio ferrarese. Poi l’andaluso svirgola inopinatamente una palla sulla trequarti, consentendo a Fares un tiro chirurgico all’angolino basso sventato in tutta la sua pericolosità da Meret.

Petagna

Andrea Petagna, il nuovo bulldozer azzurro, che sta cercando in tutti i modi di dissipare lo scetticismo che già lo accompagna in questa nuova avventura azzurra neanche iniziata.
Ieri ha provato a dimostrare d’essere un buon giocatore, siglando il temporaneo pareggio.
Non sarebbe poi così lontano dall’esserlo se smettesse di votare Lega.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO

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