Tg3 Leonardo, nel 2015 già si parlava del pericolo coronavirus (VIDEO)

Ci è pervenuto un video del 2015 del Tg3 Leonardo, in cui informava di un supervirus creato in laboratorio. Il pericolo ci era già stato presentato.

Il video sembra essere originale del Tg3 Leonardo del 2015.

Nel video si parla di un supervirus creato in Cina, un virus polmonare a scopo di ricerca ottenuto unendo un coronavirus con il virus della Sars.

Sono numerose le proteste degli scienziati, preoccupati per questo innesto pericoloso. Il virus preso dai pipistrelli e modificato ed è capace di contagiare la specie umana, senza dover passare per una specie intermedia. Nel finale il servizio recita con scetticismo:

“L’eventualità che il virus possa trasmettersi all’uomo, senza passare per una specie intermedia, ad esempio il topo, sta creando varie polemiche. Già un anno fa (2014 n.d.r.) il governo U.S.A. aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi. La moratoria non aveva, però, non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla SARS, che era già in fase avanzata e non si riteneva fosse cosi pericoloso. Secondo una parte del mondo scientifico di fatto non lo è, perché le probabilità che passi alla specie umana, sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici della ricerca. Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare. E poi perché, specie di questi tempi, è più prudente non mettere in circolazione organismi, che possano sfuggire o essere sottratti, al controllo dei laboratori”.

SALVIO IMPARATO

sarebbero irrilevanti rispetto al valore della ricerca

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Covid-19, il video della simulazione fatta ad ottobre 2019

Nell’ottobre 2019, uno dei più quotati e ascoltati Centri Studi, il CSIS, aveva ipotizzato e previsto lo scoppio di una nuova pandemia da coronavirus nei minimi dettagli molti simili allo scenario del Covid-19

Samuel Brannen, a capo del Risk and Foresight Group del CSIS, e Kathleen Hicks, vicepresidente senior del CSIS e Direttore dell’International Security sono i coordinatori dello studio.

Nell’ottobre 2019, hanno convocato un gruppo di 20 esperti in salute globale, bioscienze, sicurezza nazionale, in risposta alle emergenze. Un gruppo di discussione per lavorare su ciò che sarebbe accaduto se una pandemia globale avesse colpito improvvisamente la popolazione mondiale. La malattia al centro dello scenario era un coronavirus nuovo e altamente trasmissibile.

Gli esperti hanno analizzato il modo in cui gli americani e la comunità globale se la sarebbero cavata. In che modo la pandemia avrebbe stressato risorse, burocrazie e relazioni internazionali. La simulazione ha mostrato come il mondo è cambiato in modi che rendono molto più difficile contenere le malattie. Alcuni degli errori che alimentano la sua diffusione sono già avvenuti nell’attuale epidemia.

Evoluzione dell’epidemia simulata

Si è ipotizzato che un virus creato da un laboratorio di ricerca è stato rilasciato per la prima volta in Europa. Il coronavirus nello scenario si è diffuso in modo molto simile al virus di oggi, saltando tra i Paesi attraverso i viaggi aerei internazionali, causando problemi non solo per i loro sistemi sanitari, ma per economie e leader politici.

L’epidemia immaginaria si diffonde rapidamente, con un tasso di mortalità del 3,125% (secondo l’Organizzazione mondiale della sanità circa il 3,4% dei casi riportati di COVID-19 è deceduto) dall’aeroporto di Berlino Tegel a una serie di destinazioni internazionali di collegamento. Un individuo infetto ha trasmesso il virus mentre transitava dall’aeroporto tedesco. Quindi proseguendo per l’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York e viaggiando verso diverse destinazioni aggiuntive nell’area di New York, continuando a trasmettere il virus. 

Nei tre mesi successivi alla sua prima trasmissione da uomo a uomoall’aeroporto di Tegel, il virus immaginario si è diffuso rapidamente in Europa, Nord America, Nord-est asiatico e Medio Oriente.
Quello che segue è praticamente quanto sta di fatto accadendo adesso. I governi iniziano adottare misure a breve termine per cercare di rallentare la diffusione, come i divieti di viaggio e la chiusura delle frontiere.

DIVIETI POCO EFFICACI

Divieti ben poco efficaci nel rallentare la diffusione del virus. Infatti quando quelle misure sono state adottate il virus aveva già iniziato diffondersi. In primis attraverso corridoi aerei internazionali e un’ulteriore trasmissione da uomo a uomo. Come per il COVID-19, il coronavirus simulato era trasmissibile prima che i portatori mostrassero sintomi gravi, quindi le autorità, come sta accadendo, si sono ritrovate spiazzate.

MISURE DI CONTENIMENTO

Nel video il gruppo si interroga su come tamponare l’emergenza economica e la pericolosa circolazione di fake news. Addirittura si ipotizza la chiusura di Internet per evitare la diffusione del panico incontrollato.

Molti, secondo il CSIS, gli elementi che la simulazione ha prodotto e che possono essere utili per affrontare COVIN-19.

In ambito economico e sanitario le azioni preventive sono fondamentali. La cooperazione a livello nazionale e internazionale tra governi, aziende, lavoratori e cittadini è importante prima che la crisi scoppi.  Un virus non conosce confini, come abbiamo già visto con l’epidemia del mondo reale. Uno stress come una pandemia aumenta la sfiducia tra i Paesi. Nel mezzo delle tensioni commerciali, della crescente ingerenza di un Paese nella politica interna di un altro e delle crescenti tensioni militari nei punti caldi di tutto il mondo. Organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono sempre più prese dimezzo, incapaci di svolgere la loro funzione neutrale prevista . 

STATI E COMPETIZIONE

Gli Stati sono in competizione l’uno con l’altro anziché cooperare. Ignorano la natura intrinsecamente transnazionale della minaccia, mentre cercano di minimizzare gli aspetti negativi per le loro popolazioni, economie e partito al potere. Nello scenario simulato, queste tensioni internazionali hanno inibito la condivisione delle informazioni. Proprio come abbiamo visto inizialmente dalla Cina con COVID-19 e come sta accadendo in Europa.

COMUNICAZIONE E DISINFORMAZIONE

La comunicazione su un substrato di fiducia è vitale. Come la necessità di messaggistica coerente e fonti attendibili di informazioni. Un ingrediente fondamentale per affrontare le pandemie è l’ordine pubblico. Obbedienza a protocolli, razionamento e altre misure che potrebbero essere necessarie. Oggi la fiducia del pubblico nelle istituzioni e nei leader è fragile. Colpevole anche la disinformazione scientifica.

Non è necessario guardare oltre il movimento antivaccinazione per vedere come la disinformazione può effettivamente compromettere gli obiettivi di salute pubblica. Essa è particolarmente dannosa in un paese già in crisi. Sia che sia esterna o di stato, porta nel popolo sfiducia nei propri governi. In questo scenario sarà vitale il settore privato. In possesso della più alta innovazione scientifica per i vaccini.

CONCLUSIONI

Le conclusioni alle quali giunge il CSIS al termine dello scenario sono preoccupanti. I leader semplicemente non prendono la salute abbastanza seriamente come un problema di sicurezza nazionale. Affermazione sostenuta guardando agli Stati Uniti, ma non solo. C’è anche una debolezza a livello globale.

Esistano organismi dedicati al coordinamento globale, come l’OMS. Ma i Paesi danno la priorità alle considerazioni internein tempi di crisi. A scapito del coordinamento e della collaborazione internazionale. Anche all’interno dell’Unione Europea, i Paesi prendono le proprie decisioni indipendenti in risposta a un’epidemia. Vediamo già crescenti attriti dalle chiusure delle frontiere e dai divieti di viaggio alle restrizioni all’esportazione dei medicinali.

“Il nostro – affermano Brannen e Hicks, «non è stato il primo scenario pandemico a sollevare seri interrogativi sulla forza del sistema sanitario globale. Il Johns Hopkins Center for Health Security ha sviluppato un esercizio pandemico particolarmente eccezionale, Clade X. Purtroppo questi avvertimenti non sono stati presi abbastanza sul serio”

I leader si affrettano a reagire all’epidemia in corso, rimanendo incapaci di prevenire la prossima. Rincorrere le crisi ha un costo sbalorditivo in vite e dollari. Nella crisi attuale verranno spesi decine se non centinaia di miliardi di dollari. Ma poco di quel denaro affronterà le questioni di fondo e la preparazione alla prossima pandemia.

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Bollettino ISS, sale a 6 il numero di decessi per coronavirus

È online il bollettino ufficiale dell’Istituto Superiore Di Sanità. I decessi per coronavirus, senza patologie pregresse, è di 6 persone.

Ecco il link del bollettino

La tabella, recita il bollettino, presenta le più comuni patologie croniche pre-esistenti (diagnosticate prima di contrarre l’infezione) nei pazienti deceduti. Questo dato è stato ottenuto in 481/3200 deceduti (15.0% del campione complessivo). Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 2.7 (mediana 2, Deviazione Standard 1.6). Complessivamente, 6 pazienti (1.2% del campione) presentavano 0 patologie, 113 (23.5%) presentavano 1 patologia, 128 presentavano 2 patologie (26.6%) e 234 (48.6%) presentavano 3 o più patologie.

All’interno del bollettino linkato nella foto, anche il numero di contagi e decessi per regione.

SALVIO IMPARATO

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Ilaria Capua: “Fondamentale la distinzione tra morti “per” o “con” Coronavirus”

Interessante intervista alla famosa virologa Ilaria Capua, che non solo si sofferma sulla differenza fondamentale dai decessi “per” o “con” coronavirus, ma sulla connessione tra tecnologia e comunicazione moderna, forse responsabile, attraverso media e social network, alla diffusione del panico e la corsa agli ospedali.

Lei è stata una delle prime, in un’intervista rilasciata in gennaio, ad attirare l’attenzione sulle conseguenze economiche e sociali del coronavirus. “Questa sarà un’epidemia che costerà tantissimo” scriveva. Dando già per probabile che si sarebbe arrivati alla pandemia globale, come confermato dall’OMS oltre un mese dopo, lei anticipava il rischio di una quarantena forzata per gran parte della popolazione, di un blocco dei servizi essenziali e di un’interruzione della catena di distribuzione alimentare. Era tutto già scritto?

L’esperienza delle precedenti pandemie bastava – afferma Ilaria Capua – a immaginare questo scenario. Tuttavia si tratta di fenomeni che toccano una tale quantità di sfere, da quelle naturali a quelle sociali, con innumerevoli ramificazioni, che per affrontarli un approccio interdisciplinare è fondamentale. Io l’ho acquisito attraverso un percorso professionale atipico: prima da virologa, successivamente da parlamentare, e infine da direttrice di un centro di studi interdisciplinare in Florida. Nel mio libro Salute Circolare mi ero precisamente concentrata sugli squilibri globali che rendono sempre più probabili simili scenari. In un certo senso, questa pandemia la stavamo tutti aspettando.

Come si spiegano allora i tentennamenti e i continui cambi di strategia da parte dei governi?

La pandemia ha mostrato alla luce del sole l’assoluta impreparazione dei governi occidentali: sono situazioni in cui non si può discutere di ogni scelta, ci vuole una catena di comando chiara e questo non significa adottare il modello cinese ma far funzionare più efficacemente il nostro. Il panico sui mercati è stata la logica conseguenza.

Il problema è la lentezza del nostro sistema?

Al contrario questa emergenza ha rivelato che è il vero punto di fragilità del sistema è la sua velocità. Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane. Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro della scena, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse. Siamo noi ad aver creato l’ecosistema perfetto per generare spontaneamente delle armi biologiche naturali.

Insomma le infrastrutture della globalizzazione funzionano come un ripetitore epidemico, un amplificatore di ogni minimo rischio biologico.

Esattamente. Nel ciclo naturale, se pure il virus usciva dalla foresta andava a finire in un villaggio di cento persone e lì esauriva il suo ciclo di vita. Noi stiamo vivendo un fenomeno epocale, ovvero l’accelerazione evolutiva del virus. La tecnologia è troppo veloce per quello che la biologia è in grado di assorbire.

A proposito di ripetitori epidemici, qui si pone un interrogativo persino più spinoso: ovvero il ruolo che possono avere avuto le strutture sanitarie nella diffusione del virus.

Di fronte alla catastrofe attualmente in corso in Lombardia, con i suoi elevatissimi tassi di contagio e di letalità rispetto agli altri focolai, è urgente porsi la domanda. Che cos’è successo a Codogno, a Bergamo, a Brescia? In questa fase possiamo soltanto fare delle ipotesi. Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione e la permanenza del virus, eventualmente legati alle strutture ospedaliere. Esistono esempi precedenti: il virus SARS 1 era circolato attraverso la condotta dell’aria dell’Hotel M a Hong Kong. Oggi noi dobbiamo essere certi che il coronavirus non sia entrato negli impianti di aerazione di edifici vetusti.

A Bergamo e Brescia è anche la letalità a sembrare completamente fuori norma.

Anche la letalità potrebbe essere legata a diversi fattori ancora da studiare. Si possono fare infinite ipotesi con criteri epidemiologici: caratteristiche demografiche (età e sesso), qualità dell’aria, resistenza agli antibiotici, abitudini alimentari, comportamenti… Una spiegazione si deve trovare.

E se così non fosse?

Se la Lombardia non fosse un caso eccezionale, se dopo Milano allo stesso ritmo dovessero cadere Roma e Parigi e Londra e tutte le altre città, allora avremmo a che fare con una catastrofe di proporzioni gigantesche, persino più grandi di quelle con cui ci stiamo confrontando ora. Per quello abbiamo bisogno di capire cosa sta succedendo.

Lei hai più volte insistito sulla necessità di studiare i rapporti dei patologi sulle cause di decesso. Qui si entra in considerazioni che hanno importanti risvolti politici e geopolitici, ma anche affettivi. Pensiamo al modo differente in cui vengono conteggiati i morti tra Italia e Germania: da una parte ascrivendo alla lista dei caduti da Coronavirus ogni paziente risultato positivo al test indipendentemente da ogni patologia pregressa, dall’altra facendo figurare le altre patologie come causa diretta del decesso. Nel dibattito pubblico italiano sembra quasi che porsi delle questioni metodologiche costituisca una mancanza di rispetto per le vittime.

C’è sicuramente una strumentalizzazione che rende più difficile affrontare la questione a mente fredda. Ogni morte è una tragedia. Ma noi stiamo cercando di gestire una pandemia, ovvero evitare altre morti, e ogni decesso rappresenta delle informazioni preziose. Quindi sì, distinguere tra morti “da” coronavirus o “in associazione” al coronavirus è necessario. Che possano nascere delle polemiche su questo è molto grave. Noi dobbiamo fare queste distinzioni perché ci aiutano a verificare delle ipotesi. Quello che sta accadendo in Lombardia, ripeto, deve essere chiarito. La questione dei criteri di reporting dei casi è fondamentale: abbiamo bisogno di dati armonizzati a livello nazionale, europeo, mondiale. Altrimenti brancoliamo nel buio.

Se appare plausibile ritenere che alcuni pazienti abbiano contratto il virus in ospedale, possiamo dire che la paura del virus ha avuto un ruolo nella sua diffusione?

È una delle ipotesi da prendere in considerazione. Se c’è stata una corsa agli ospedali questa non ha certamente migliorato la situazione. Da tempo con il mio centro di ricerca stiamo proprio lavorando sull’influenza dei media (e nello specifico delle fake news) nella diffusione delle malattie. Ci siamo interessati alla peste suina africana, che se dovesse diffondersi per spillover al circuito industriale sarebbe una catastrofe economica, e abbiamo osservato come il dibattito nei media influenza i comportamenti della popolazione, producendo talvolta degli effetti perversi. Un’epidemia è un fenomeno sociale oltre che biologico e dobbiamo chiederci cosa fanno i media al coronavirus. Per ora sappiamo che producono molti cosiddetti “worried healthy” che assumono comportamenti disfunzionali. Ma nel momento in cui cominciano a emergere fake news sui virus creati in qualche laboratorio militare segreto, come si è visto in rete, si pone ancora un ulteriore problema: quello della delegittimazione degli scienziati visti come untori.

Lei conosce bene questo genere di fenomeni perché ne è stata vittima in prima persona, a causa di un caso mediatico-giudiziario che l’ha spinta ad abbandonare il parlamento e il paese. A leggere gli elementi d’indagine riportati dalla stampa si notava una spaventosa ignoranza sul funzionamento della scienza, trasfigurata in “complotto”.

In effetti ho vissuto sulla mia pelle quello che succede quando la giustizia “non capisce” la scienza. E stata una grande sofferenza perché mi ha portato ad abbandonare quella che era la mia passione originaria e a ricominciare da capo qui in Florida. Ma volendo essere ottimisti, possiamo sperare che la crisi che stiamo vivendo cambierà anche questo. Il coronavirus è un cigno nero che stravolgerà il rapporto tra scienza e società, il modo di lavorare, il modo di comunicare. Ora dobbiamo essere pronti a quello che verrà. Forse ci sarà un riavvicinamento alla scienza, che è una delle cose per la quale mi sono più battuta negli ultimi anni con l’One Health Center.

Questa crisi è appena iniziata. Possiamo già dire se si poteva reagire altrimenti?

Si poteva arrivare più preparati ma sfido chiunque a dire che tutto questo poteva essere previsto nella sua estensione. Stiamo vivendo un grandissimo esperimento evolutivo. Ma siamo ancora noi la specie animale in cabina di pilotaggio, non possiamo chiedere al lombrico di venire a risolvere i nostri problemi. Non c’è dubbio che di tutto questo conserveremo i segni più nella coscienza che nei corpi.


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ISS, Brusaferro: “Letalità del coronavirus, senza patologie pregresse è allo 0,8%”

Durante l’odierna conferenza del presidente dell’ISS, c’è un nuovo aggiornamento dei dati sulle cartelle esaminate.

La comorbilità, la coesistenza di piu’ patologie diverse in uno stesso individuo, e’ uno “degli elementi importanti”. Elemento che si riscontra nelle persone che sono decedute. Lo dice il presidente dell’Istituto Superiore di Sanita’ Silvio Brusaferro nella conferenza stampa nella sede della Protezione civile.

Tra le persone decedute “il 48,5 per cento ha tre o piu’ patologie, il 25,6% ne ha due, il 25,1% ha una patologia, mentre solo lo 0,8% ha zero patologie”.

Questi dati precisano l’ultimo bollettino del 16/03/2020 sul sito dell’Iss (Istituto Superiore Di Sanità). In cui la letalità su 1697 soggetti deceduti, complessivamente è stata segnalata almeno una comorbidità. Cioè quelli con una sola patologia pregressa, nel 68,3% dei casi. Patologie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie metaboliche, patologie oncologiche, obesità, patologie renali o altre patologie croniche.

SALVIO IMPARATO

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Coronavirus, Zeman: “Non ho problemi è il virus che avrà problemi con me!” (VIDEO)

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Uno Zeman in formissima a Radio 1, viene sollecitato sul coronavirus. Sembra non temerlo, ma in realtà è solo un pretesto per manifestare la sua vitalità.

“Non ho problemi, è il virus che avrà problemi con me” ❤️

Posted by GruppoZeman.com on Sunday, March 8, 2020

“Coronavirus? Io non lavorando, attualmente sono poco frequentato e quindi non ho problemi è il virus che avrà problemi con me. Vedo che questo coronavirus vuole ringiovanire il mondo, io sono vecchio e quindi mi ci metto contro. Virus e calcio? Io spero che il campionato finisca, anche se ho i miei dubbi, mentre mi aspetto che cali il contagio arrivano altre botte. Giusto si giochi a porte chiuse, sperando abbiano fatto i controlli a tutti, perché ci sono sia i contatti che gli sputi (scherza ndr). Poi se i giocatori si vogliono bene possono anche abbracciarsi”.

SALVIO IMPARATO

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Klopp, sul coronavirus da lezione a chi ha sempre un’opinione (VIDEO)

klopp-coronavirus

Il sottrarsi ad un risposta, da parte di Jurgen Klopp, sul coronavirus, diventa un’inevitabile lezione alla folla di opinionisti ignoranti-arroganti, ma soprattutto non richiesti.

La lezione di Klopp sul coronavirus

Oltre ad essere un grande allenatore, Klopp è un grande uomo. Basta ascoltarlo in questi pochi secondi per capire.🎙️ "Non è importante quello che dicono le persone famose, è giusto ascoltare chi è informato e non chi non ha conoscenze come me" 👏👏

Geplaatst door Eurosport op Woensdag 4 maart 2020

Chiediamoci se un’opinione sacrosanta come questa di Klopp, che in un mondo sano dovrebbe e potrebbe però essere di tutti, venga invece a costituire praticamente un unicum.
La verità è che viviamo in una bolla. In una realtà virtuale in cui si è chiamati a dover necessariamente metter bocca su tutto. Pretendere di avere ragione a prescindere dalla sostanza di ciò che poi accade. Trasformare ogni discussione in potenziale sfogo di frustrazione e gioco al massacro che non porta mai a nulla di concreto.


Questo perché ci viene insegnato ormai che sentirsi migliori vale decisamente di più che essere migliori. Che avere qualcosa da dire, sempre e comunque, è tanto obbligatorio quanto rifiutarsi di ammettere che esistono determinati ambiti e settori in cui bisognerebbe avere la forza di ascoltare, piuttosto che specchiarsi dal gradino più alto del proprio podio.


Il paradosso è che la lezione di umiltà debba arrivare da chi ha recentemente condotto la propria squadra sul tetto prima d’Europa e poi del mondo. Ma quando arrivi finalmente primo. Restando sempre fedele a te stesso. Andando nella direzione quasi opposta rispetto a quella che molti considerano unica o prioritaria. Allora è decisamente improbabile che tu possa farti cogliere impreparato di fronte alle regole imposte dal successo, che dicono automaticamente di te che devi essere un esempio ancora maggiore per tutti, non solo per i colleghi e gli addetti ai lavori.

Empatia, carisma, intelligenza e onestà intellettuale sempre. Ironia e leggerezza quando c’è da pesare e sdrammatizzare l’importanza esasperata di alcuni momenti e situazioni. Trasparenza, quando si riconosce la propria fallibilità e si ammettono i propri errori senza per questo sentirsi più fessi degli altri o aver paura di qualcosa da cui poter imparare.

La portata di un pensiero si stabilisce anche in base alla quantità di spunti che esso riesce a fornire. Avevano chiesto a Klopp soltanto se fosse o meno preoccupato. Ma per fortuna, come al solito, ci ha messo qualcosa di suo. Per sfortuna, invece, nonostante la rilevanza mediatica, sappiamo benissimo che il nostro resta il paese dei balocchi. Basta pochissimo per dimenticare e un’eternità per provare a cambiare. Tra il menefreghismo e il catastrofismo chi esce sempre sconfitto è il buon senso. Così come tra il prevenire e il curare dovremo sempre inchinarci all’eccellenza di chi ci cura.
Influenzati e influenzabili da ben prima del coronavirus.

Gioacchino Piedimonte

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