Napoli – Bologna 3-0: cosa resterà degli anni ’80?

Il Napoli riaggancia il Milan in vetta alla classifica di serie A. Lo fa abusando di un Bologna rimaneggiato e risultato non impegnativo come avversario. I rossoneri e i partenopei, pari a quota 28 punti, hanno creato il vuoto intorno a sé. La prima è l’Inter a -7. Il Napoli ha la miglior difesa con sole tre reti subite mentre il Milan il migliore attacco con 23 reti. Sembra improvvisamente tornati alle sfide di fine anni ’80 dove Maradona sfidava il Milan di Sacchi per i massimi traguardi calcistici.

1. Napoli – Bologna

Il Milan nell’anticipo del turno infrasettimanale, di Martedì, vinceva soffrendo indicibilmente contro il nuovo tremendismo granata firmato da Juric. I rossoneri si portavano a 28 punti e lasciavano al Napoli, impegnato il Giovedì, l’onere di dover rispondere.

Il Napoli per dichiararsi presente alla volata in vetta avrebbe dovuto battere il Bologna. Battuto nel turno precedente proprio dal Milan all’interno di una partita romanzo che ha visto i felsinei tenere testa alla squadra di Pioli nonostante la doppia inferiorità numerica. Gli infortuni e le squalifiche hanno consegnato alle fauci di Spalletti un Bologna raffazonato in questa sua nuova versione da 352.

L’assenza di Soriano, il regista ombra della squadra, e di Soumarò, il perno della difesa a 3 e l’unico in grado nelle premesse di poter tenere la fisicità di Osimhen, e infine anche di Arnautovic, il centroavanti di manovra tanto richiesto da Mihaijlovic durante la sessione estiva di mercato, hanno indebolito parecchio il Bologna.

Il Napoli dal canto suo ha disputato partita sublime, schiacciando l’avversario dal primo all’ultimo minuto attraverso un recupero palla immediato e rinculate puntuali e vigorose. Capeggiate dal “pogbeggiante” Anguissa e da una squadra vogliosa di sbranare l’avversario.

2. I gol!

E così è stato: riconquista della sfera in avanti da parte di Lozano su passaggio errato in uscita da Svanberg. Il messicano serve Elmas che trasmette il pallone in modo veloce ma sporco al sinistro libero di Fabian Ruiz, il quale sia piuma che ferro prima addomestica docilmente lo strumento e poi lo calcia con veemenza e parabolica precisione sotto la traversa. Skorupski non può nulla ed è 1-0.

L’accerchiamento dell’area felsinea è costante, continua, perenne. Alla fine la persistente presenza degli avanti azzurri e soprattutto di Osimhen nei pressi della porta costringe i difensori bolognesi a marcarli sempre più vicini e stretti. In tal senso, la marcatura di Medel su Osimhen sembra inevitabile ma troppo svantaggiosa per il vecchio mediano cileno. Infatti, quest’ultimo per compensare i cm di altezza di differenza su un cross d’Insigne allunga una mano, colpisce la palla. Rigore. A fine partita per il Napoli ne saranno due. Entrambi legittimi ai tempi del Var. Il secondo su calcio netto ma non intenso di Mbaye allo stinco di Osimhen.

Insigne li realizza entrambi trasformandoli alla sua maniera. Tiro rasoterra e angolato alla destra del portiere. Il fatto che i tiri siano a pelo d’erba compensa la prevedibilità della scelta e quindi le potenziali partenze in anticipo sul proprio fianco destro da parte dei portieri. E questa doppietta dalla linea della carità ripristina serenità su una vicenda che stava diventando pruriginosa, cioè quella della poca freddezza dal dischetto del capitano azzurro.

3. cosa resterà degli anni ’80?

La vittoria del Napoli restituisce una sfida dal sapore antico, una lotta al vertice tra i partenopei e il Milan. Una competizione per lo scudetto che riporta i più nostalgici agli anni non necessariamente meravigliosi – ma si sa il tempo del proprio genitore è sempre più verde – ma fortemente ricchi per una Italia borghese centrica e benestante. Quel benessere si manifestava nel calcio dove un costruttore meridionale, Corrado Ferlaino, poteva far sognare una Capitale del Sud, per l’appunto Napoli, costruendo una squadra destinata a far sudare le cd sette camicie al dream team ideato da Silvio Berlusconi.

Entrambe le compagini potevano permettersi giocatori in grado di vincere con agio Coppa Campioni e Coppa uefa – rispettivamente il Milan e il Napoli -. Oggi le squadre appaiate in vetta alla serie A sono ai margini del jest set calcistico internazionale. Il Napoli però da anni porta avanti un calcio internazionale, di ampio respiro offensivo. Il Milan, di nuovo potente, pare abbia una mentalità più italiana inculcata da Pioli. Squadra dedita alla lotta, al contropiede, che ama ricavare gol, vittorie e punti nella spazzatura della partita, sui duelli individuali vinti con fisicità e temperamento.

Per picchi di gioco, i rossoneri anche meglio del Napoli ma per continuità del dominio territoriale e soluzioni offensiva a disposizione gli azzurri si lasciano preferire. Eppure, in netta controtendenza alle identità delle due squadre è il Milan ad avere il migliore attacco mentre il Napoli a migliore difesa. I numeri difensivi napoletani sono spaziali: 3 gol subiti in 10 partite. A fine anno, con una media del genere, sarebbero appena 12.

Il Milan, ora, attende una doppia sfida non facile: prima la Roma del sempre più “liedholmiano” Mourinho e poi il derby contro l’Inter. Neroazzurri campioni in carica, indeboliti dalle cessioni estive di mercato e dallo sfortunato caso di Eriksen, ma con l’orgoglio e la rosa ampia dei primi della classe. E quindi non comodi, i ragazzi di Simone Inzaghi, a -7 dalla vetta.

Il Napoli, invece, affronterà contestualmente la Salernitana di Colantuono, che evoca derby regionali di anni non felice per i colori partenopei, e poi quell’Hellas Verona con cui i ragazzi di Spalletti persero qualche mese orsono qualificazione Champions e dignità. È un dolore nascosto giù nell’anima!

Massimo Scotto di Santolo

Roma – Napoli 0-0: la lupa cerbero frena il ciuccio

Che per il Napoli vincere anche a casa della Roma fosse divenuto complicato, lo si è compreso immediatamente dopo la disfatta giallorossa in terra norvegese. La goleada rifilata dal Bodo Glimt ai ragazzi di Mourinho ha compattato l’ambiente. Il tecnico portoghese ha reso la partita del Napoli un all in, un crocevia stagionale all’insegna del motto “no time to die”! Alla fine, i capitolini strappano ad un Napoli, più attento a non perdere che a vincere, un pari giusto e, per i giallorossi, balsamico all’interno di una partita comunque dai ritmi britannici e quindi godibile. Tiene banco in casa Napoli il momento nero di Zielinski. L’arbitro Massa, invece, ha contribuito alla fluidità del gioco con un arbitaggio all’inglese. Il divertimento trasmesso ai telespettatori dalla partita ha nascosto, tuttavia, una serie di decisioni arbitrali poi rivelatesi a freddo alquanto discutibili.

1. Sconfitte salutari

La Roma di Mourinho si è presentata all’avvio della stagione con una fisionomia in netta controtendenza alle abitudini del mister portoghese. Squadra verticale, quella capitolina, basata su un contropiede fulmineo e ritmi tambureggianti, ha fatto del gol e della sua ricerca un marchio di fabbrica della propria identità d’inizio di stagione.

Eppure l’iniziale entusiasmo su cui la Lupa volava e segnava si era improvvisamente interrotto. Dapprima è sopraggiunta l’inaspettata sconfitta contro l’hellas Verona e poi allo Juventus Stadium al cospetto dei bianconeri. Partita macchiata da un arbitraggio pessimo di Orsato. Infine, nel turno infrasettimanale, la squadra riserve dei capitolini si è completamente consegnata alla goleada della onesta squadra norvegese del Bodo Glimt. La Roma ne ha presi, infatti, sei e segnando una sola rete.

Mou ha approfittato della vicenda sportivamente tragica, lanciando un j’accuse alla bravura dei calciatori non titolari. Questo ha compattato l’ambiente e la squadra titolare in vista di un obiettivo immediato: il big match casalingo contro il Napoli. Il motto implicito che sembra aver accompagnato i giorni precedenti al match ricalca l’ultimo film sul più noto 007 della storia: “No time to die”. Tre sconfitte consecutive, di cui due contro dirette rivali del campionato (e una in casa) e di cui una subendo una goleada, avrebbero completamente incrinato il cammino di Mou nella capitale e forse anche il buon esito della stagione.

Il tecnico lusitano ha presentato il conto all’amico-nemico di tante battaglie ai tempi in cui Roma-Inter valeva uno scudetto, ossia Luciano Spalletti, che però siedeva sulla panchina che ora è la sua. Mourinho ha organizzato la squadra in modo tale che Osimhen venisse costantemente raddoppiato dalla coppia di centrali. Mancini gli copriva il corto. Ibanez, più veloce, marcava l’attacco alla profondità del nigeriano.

2. Un Napoli calcolatore

Spalletti aveva annusato tutti i pericoli della partita. E l’atteggiamento della squadra ne ha dato testimonianza. Tutti, da Koulibaly a Insigne, preoccupati di mantenere un decoro e contegno tattico affinché il Napoli più che vincere uscisse dall’Olimpico almeno non sconfitto. Merito alla strategia, perché così è stato. Ragionamento raziocinante quello azzurro: farsi acchiappare a pari 25 pt in classifica dal Milan vittorioso a Bologna e riconquistare il primato nelle prossime tre dove i rossoneri affrontano Torino, Roma e Inter mentre i partenopei Bologna, Salernitana e Verona. Inutile, dunque, si fa per dire stressare i giocatori alla ricerca di una vittoria in un contesto ambientale e tattico complesso.

Eppure il Napoli non ha snaturato il suo gioco. Ha prima provato ad imporre la sua manovra partendo dal basso con la ormai consolidata impostazione 4+1 o +2, per poi passare dinanzi al pressing ben organizzato della Roma, che lasciava spazi di manovra al tecnicamente meno dotato Rrahmani, al 3+2. Questo sistema andava a ricercare l’ampiezza della manovra da una parte con Mario Rui e dall’altra con Politano prima e Lozano poi.

Questa mossa ha dato il predominio territoriale e il possesso palla al Napoli. E nel momento migliore degli azzurri all’inizio della ripresa Osimhen ha la palla per sbloccarla ma più per sfortuna che per imprecisione fallisce. Una scorribanda di Abraham riaccende poco dopo la Roma e il pubblico di fede giallorossa. Il Napoli si ricorda che l’importante in questa partita è non perdere. Così si limita nuovamente a controllare il match attraverso una difesa che al momento pare impermeabile tra bravura e buona sorte.

3. Alcuni limiti offensivi del Napoli

Il Napoli sta avendo ultimamente maggiori difficoltà a segnare. Circostanze e studio delle contromosse da parte degli avversari influiscono. Osimhen ha incontrato in due delle ultime tre due degli unici cinque/sei difensori che possono tenerlo in uno contro uno in campo aperto, ossia Bremer e Ibanez.

Il vero limite parrebbe però l’incapacità del Napoli di trovare un uomo in grado di buttarsi alle spalle dei terzini sinistri avversari. Questi ultimi sono notoriamente attirati fuori dalla linea da Politano e Lozano che danno sempre ampiezza, raramente vengono dentro al campo a fare densità sulla trequarti. E Osimhen che abbisogna comunque del raddoppio tende a giocare maggiormente sul centrosinistra per poter dialogare con la catena tecnica del Napoli, formata da Mario Rui, Insigne e Zielinski.

Lo spazio che si crea sul centrodestra del Napoli, oltre la posizione di Politano e Lozano dovrebbe attaccarlo sullo sviluppo della manovra Anguissa, il quale però al momento, con il suo approccio posizionale al fianco di Fabian Ruiz, rappresenta uno dei segreti dell’impermeabilità difensiva azzurra.

Peraltro la Roma ha chiuso molto meglio di tanti avversari quel buco compattando la linea e lasciando solo lo sfogo laterale da ambedue i lati. Osimhen è più controllabile se costretto ad una partita di soli scontri fisici e colpi di testa. Servirebbe così l’imprevedibilità o l’accompagnamento di Zielinski che nelle sue scadenti prestazioni rappresenta la vera spina nel fianco del momento positivo del Napoli.

4. I trequartisti del Napoli

In realtà, l’appannamento della fantasia dei trequarti del Napoli, provenienti da una brillante stagione sotto l’egida di Gattuso, rappresenta scelta strategica da parte di Spalletti. Il mister di Certaldo ha disegnato il suo Napoli sulla massima del presidente De Laurentiis “un Napoli osimheniano”.

Le mezze punte azzurre sono tutte rivolte ad azionare Osimhen all’interno di un contesto in cui la prima preoccupazione è non subire gol. Può accadere che questo principio programmatico svilisca le follie degli avanti partenopei, ma quattro gol nelle ultime tre partite sono un sintomo non una malattia.

Peraltro, Zielinski, Elmas, Insigne e Lozano provengono tutti dalle fatiche con le nazionali e da un ritiro monco. Il polacco ha rimediato anche qualche acciacco che non sembra esser stato smaltito ottimamente. Lozano ha rischiato persino la vita con un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per un mese proprio nel pieno della preparazione alla stagione. Non è un caso che i migliori per verve e freschezza muscolare siano Politano e Osimhen, gli unici ad aver svolto quasi due mesi di ritiro senza contrattempi. Ai quali anche Mertens, Petagna e Ounas hanno concesso tempo tra calciomercato e infermeria.

5. L’arbitro Massa

Una partita a scacchi tra Mou e Spalletti degna per il dinamismo di quella giocata da Ron ed Hermione in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Come bambini davanti al divertimento, molti, prima di recuperare freddezza e lucidità hanno trascurato l’osceno arbitraggio di Massa. Designazione inopportuna visto che l’arbitro in questione proveniva da due precedenti sfortunati con il Napoli protagonista in sfide trascorse altrettanto importanti.

Massa fischiò a Firenze, due anni orsono, due rigori inesistenti per parte a Fiorentina e Napoli. Inoltre, espulse Insigne in una sfida scudetto a San Siro contro l’Inter. Inventò, in un Napoli-Lazio di quarti di finale di Coppa Italia, una espulsione ai danni di Lucas Leiva. Insomma ne aveva già combinate di cotte e di crude.

Ha chiuso la sua partita espellendo meritatamente Mourinho ma non Spalletti, scambiando a fine partita un applauso di complimenti del mister azzurro per una presa per i fondelli. Inoltre, ha completamente ignorato, insieme al Var, ben due episodi possibili da rigore. C’è un monitor per rivederli, perché non usarlo? Infine, ha graziato Abraham meritevole di essere espulso per due falli da gioco chiaramente sanzionabili con il giallo. Ha risparmiato a Vina un plateale giallo come ad Osimhen. Insomma… un fischietto che sa sempre scontentare tutti e che per fortuna non ha condizionato un pareggio divertente e giusto. I calciatori hanno saputo cancellarne dal campo ego e presunzione.

Genoa – Napoli 1-2: prima la vittoria e poi Anguissa

Il Napoli si presentava a Marassi per sfidare i rossoblu di Ballardini con tre assenze pesanti: Zielinski, Osimhen e Demme. Il Genoa peraltro si mostrava avversario molto gagliardo per riscattare la brutta sconfitta rimediata in casa dell’Inter. Alla fine Spalletti usufruendo delle uniche due risorse in panchina, Ounas e Petagna, riusciva a vincere un match che sembrava ormai condannato al pareggio. In regalo dalla società la squadra ha ricevuto un centrocampista: Zambo Anguissa, prelevato in prestito oneroso (500 mila euro) con diritto di riscatto in favore del Napoli, il quale contribuerà all’ingaggio del camerunense soltanto al 50%.

1. La squalifica di Osimhen

La trasferta di Marassi immediatamente appariva un bel grattacapo per una serie di circostanze svantaggiose. Il rosso rimediato da Osimhen contro il Venezia costringeva la squadra a pensare un calcio diverso, più cervellotico e sacrificato, dove ognuno dei titolari avrebbe dovuto aumentare la sua verve offensiva e il suo impegno difensivo.

Osimhen con la sua corsa da duecentista diventa un’arma difensiva eccezionale, portando un pressing eccezionale che sgrava i compagni di qualche km da percorrere. E poi dà la soluzione, il nigeriano, della palla lunga non necessariamente precisa dalla quale grazie al suo fisico e alla sua velocità genera contropiedi e occasioni da gol.

2. Insigne falso 9

Il sostituto di Victor, scelto da luciano, è stato individuato nel capitano Lorenzo Insigne, così come nei 70 minuti d’inferiorità numerica contro il Venezia. Insigne però, alla stregua di quanto mostrato in nazionale, non sembra in questo ruolo sentirsi pienamente a suo agio. Ha qualche spunto veramente interessante tagliando alle spalle del difensore centrale di parte secondo dettami zemaniani.

Quando la partita ha richiesto il suo appoggio per sviluppare una manovra palleggiata, la sua incapacità di giocare spalla alla porta e di saper difendere di schiena al difensore la palla ha contribuito alla sofferenza azzurra anche sul piano del gioco.

Infatti, appena il talento di Frattamaggiore è riuscito a decentrarsi sulla sinistra, scambiandosi il ruolo con Lozano, il Napoli ha siglato il vantaggio.

Insigne dal centrosinistra sventaglia per il versante opposto trovando libero Politano. La difesa del Genoa era completamente spostata sul centrosinistra per seguire i movimenti in quella zona di campo di Lozano ed Elmas. Politano stoppa ottimamente e poi serve Fabian Ruiz. Gran finta dello spagnolo che manda al bar l’accorrente Badelij e poi trafigge, con un lento ma preciso tiro a giro all’angolino basso, il fianco sinistro di Sirigu.

Fabian Ruiz come Lozano molto pericolosi in fase offensiva ma fortemente avulsi dal gioco di squadra, incapaci così di contribuire con precisione allo sviluppo della manovra e degnamente alla fase difensiva. Il ritardo di condizione per entrambi sta incidendo gravemente.

3. Il pari del Genoa

Il pareggio del Genoa nasce da una serie di concause di cui il Napoli è sfortunato protagonista. Il centrocampo composto da Lobotka, Ruiz ed Elmas a buoni livelli di A non può reggere più di un’ora. E’ lapalissiano come al Napoli manca un centrocampista che irrobustisca la fase di recupero palla.

Anguissa, che pare essere anche un buon sostegno alla manovra offensiva (in Premier con indosso la maglia del Fulham è risultato terzo per dribbling riusciti), ha le caratteristiche ricercate. Gran fisico (185 cm) che però non inficia un dinamismo notevole. Avrà il compito, Anguissa, di fungere sia da mezz’ala incontrista (es. Allan) che da mediano al fianco di Demme o Lobotka. Il compito, in questo secondo caso, è dare profondità alla prima costruzione e portare sù il pressing (es. Kessiè).

Nel frattempo si segnala tra i mediani azzurri Lobotka. Lo slovacco autentico oggetto del mistero un anno fa sta approfittando di una parvenza di continuità per dimostrare le sue doti di regista. Grande intelligenza tattica che lo rende molto più appariscente in fase difensiva che offensiva. In quest’ultima non è dotato né di grande tecnica che di grande visione di gioco. Ciò non indebolisce un ordine di smistamento del pallone che sembra appartenergli naturalmente.

4. Il pari del Genoa

E infatti la debolezza del centrocampo napoletano progressivamente consegna ai rossoblù il pallino del gioco e conseguentemente attribuisce ai ragazzi di Ballardini coraggio. L’entusiasmo genoano è divampato però al ricorrere di due papere indolori di Meret.

Il portiere friulano si è lasciato sfuggire in presa aerea per due volte il pallone. La seconda volta, tuttavia, Meret perdendo la maniglia della sfera regala all’attaccante del Genoa un tiro a porta vuota. E’ un pareggio momentaneo, perchè il Var annulla per carica al portiere. Giudicato da Di Bello falloso il contatto che Buksa, puntero dei grifone, cerca con Meret.

Alla fine, il Genoa trova comunque il pareggio anche se Manolas e Koulibaly si segnalano per la strenua difesa dei pali adoperata. Mario Rui perde un pallone in uscita. Il Genoa approfitta del suo ritardo in copertura per rifornire Ghiglione, il quale scaraventa uno spiovente sul lato opposto dell’area, dove Di Lorenzo dimentica la marcatura dell’ottimo Cambiaso regalando a lui il gol in modo molto similare a quanto concesso a Shaw nella finale degli Europei.

5. I cambi alla fine decisivi

Spalletti non si demoralizza al pari del Genoa. Era nell’aria e forse preventivabile già alla vigilia il subire almeno un gol. Così schiera prima Ounas e poi Petagna. Il primo vive uno stato di forma straordinario: va al doppio degli altri mantenendo una tecnica in velocità che ricorda il Boga ipervalutato del Sassuolo di De Zerbi.

Nonostante giocate d’applauso e la sensazione che il franco algerino possa deciderla da solo la partita, il suo impiego resta glassa sopra la torta. Quest’ultima architetta e fatta lievitare dal bulldozer Petagna.

Il miglior attaccante di scorta del campionato. Sul procinto di andare via destinazione Sampdoria, anche se trapelano ripensamenti e revirement. Il Napoli farebbe bene a tenerselo, proprio come ha fatto con Ounas. Osimhen andrà in coppa d’africa e Mertens è sul viale del tramonto. Serve una soluzione emergenziale, la quale appartiene endemicamente a Petagna che però legittimamente vorrebbe andare a giocare le sue chances da titolare.

Il bulldozer, dopo aver rassicurato Spalletti nel pre partita sulla sua professionalità benché le voci di mercato impazzassero, entra, spizza sul primo palo un cross proveniente da sinistra di Mario Rui e segna il gol partita, poi strizza quelli che sono divenuti più poeticamente le “huevas” e si scaglia contro il plexiglass in cerca di un impossibile abbraccio del popolo partenopeo sugli spalti.

6. Mario Rui il rissoso

Il gol di Petagna restituisce serenità all’ambiente. Non a caso il Napoli conduce senza patemi la partita, fino al triplice fischio, in vantaggio. L’unico irrequieto è Mario Rui, il quale prima litiga con gli avversari, poi con l’arbitro e infine con Manolas che lo invitava alla calma.

Già ammonito per proteste, il portoghese costringe Spalletti a far esordire J. Jesus al suo posto e a panchinarlo.

E il mercato del Napoli non raggiunge la sufficienza proprio perché per l’ennesima stagione, la quinta consecutiva, l’area tecnica non ha fornito un competitor del ruolo a Mario Rui puntando ancora su un giocatore malmesso e sovente infortunato come Ghoulam. Il terzino algerino, assistito da anni da Mendes, probabilmente ha puntato sulla procura di quest’ultimo per ottenere una indebita permanenza a discapito del culb partenopeo.

Peccato, un terzino sinistro titolare avrebbe trasformato il Napoli in un team molto più competitivo che per il 4 posto: l’obiettivo fissato da De Laurentiis.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Venezia 2-0: tifare il Napoli affatica

Tifare il Napoli affatica: agli azzurri spettava un esordio di campionato comodo e casalingo contro il neopromosso lagunare Venezia. Eppure non è bastato nemmeno il pubblico di nuovo al suo posto, sugli spalti, per rendere facile la pratica. L’intemperanza comportamentale di Osimhen, punita severamente dall’arbitro Aureliano, costringe il Napoli a 70 minuti in inferiorità numerica; durante i quali, tuttavia, i partenopei gestiscono il match con grande tranquillità fino a vincerla senza particolari affanni.

1. Lo schiaffo incriminato

Spalletti per l’esordio allo Stadio Diego Maradona, nuovamente popolato dal pubblico, sceglie una formazione obbligata viste le assenze per infortunio e i buchi di rosa ancora da colmare. Molti occhi su Osimhen, il giovane attaccante nigeriano sembrerebbe rappresentare la chiave di volta del Napoli per tornare in Champions.

Il suo pressing forsennato produce sin da subito applausi e occasioni da gol. Il povero portiere veneziano, Moenppa, pare esser finito in una serata da incubo. E invece il nigeriano all’ennesima provocazione di un difensore della serie A casca nella più classica delle reazioni. Vola uno schiaffo direzione Veneto, ma l’intensità è veramente bassa mentre l’intezionalità di colpire l’avversario si confonde con il tentativo di Osimhen di liberarsi dalla marcatura. Aureliano, in ogni caso, estrae il rosso per il 9 del Napoli. E’ già partita in salita. Il pubblico come la squadra non demorde.

La pendenza sembra irripidirsi ancor di più quando sul finire del 1 tempo il Napoli è costretto a sostituire anche Zielinski per infortunio muscolare. Al suo posto entra il poi decisivo Elmas. Gli azzurri però scelgono di andare con il pilota automatico fino all’intervallo conservando lo 0-0. Ci vogliono parlare sù tra le mura amiche dello spogliatoio.

2. La impeccabile seconda frazione di gioco del Napoli

La seconda frazione di gioco rappresenta un trattato di controllo calcistico. Il Napoli si difende con ordine e non dà mai la sensazione di poter subire l’inferiorità numerica. Si procura due rigori grazie alla spinta dei due terzini. Insigne, tiratore di entrambi i penalty, dall’alto della sua grande personalità, che lo ha reso campione d’europa in maglia Italia, sbaglia il primo ma realizza il secondo. E’ di nuovo festa al Diego Maradona di Napoli.

Elmas, al momento il miglior centrocampista a disposizione di Spalletti, dopo aver dispensato energia e vitalità sulla fascia, sfrutta una scorribanda del subentrato Lozano per chiudere la partita con un fendente sul primo palo che coglie in controtempo il portiere del Venezia. Il Napoli vince ma le circostanze impediscono di poter dire che convince. Dal canto suo, Zanetti, allenatore dei Veneti, si è domandato, come tutti noi del resto, circa il perché la sua squadra abbia scelto l’attendismo speculativo per tutta la partita nonostante gli episodi avessero spianato loro un’autostrada di coraggio ed entusiasmo.

3. I giocatori partenopei

A differenza dei calciatori lagunari spariti sotto il rinculo della propria timidezza, molti partenopei sono riusciti a mettersi in mostra: oltre alla già citata prestazione di encomiabile leadership del capitano Lorenzo il magnifico, Koulibaly ha collezionato almeno due chiusure da pallone d’oro. Migliore in campo il senegalese per concentrazione e impostazione (è stato il vero regista dei partenopei).

Inoltre, menzionabili i 20 minuti di Gaetano, che hanno impressionato per agonismo e concentrazione in una posizione che il talento di Cimitile racconta non essere la sua, quella di regista davanti la difesa. Ambisce alla posizione di trequartista di cui però non sembra avere le necessarie doti di sveltezza.

Ancora: Meret finalmente protagonista di due uscite autorevoli a dare sicurezza al reparto. Di Lorenzo ha mantenuto, invece, la verve europea in virtù della quale si è intestardito nel volersi procurare il secondo calcio di rigore salvando il Napoli da uno 0-0 progressivamente sempre più pericoloso.

E infine meritevole, dopo tante sventure, di citazione Lobotka. Quest’ultimo si è fatto molto gradire in fase interdittiva mentre ha mancato di esuberanza in quella propositiva. Troppe volte ha accettato passivamente la gabbia del pressing centrale avversario.

4. Un capitolo a parte: Elmas

Su Elmas va aggiunta un ulteriore paragrafo a parte: molti parlano non in modo peregrino della sua difficile collocazione tattica. La resa del macedone, nelle due stagioni precedenti, è stata inficiata dalla fiducia che i tecnici durante la stagione gli hanno tolto fino a renderlo evanescente.

Infatti, sia alla prima esperienza napoletana sotto la guida ancelottiana che alla seconda alle dipendenze di Gattuso, Elijf ha avuto ottime partenze facendo presagire exploit poi risultati disinnescati.

E a volerla dire tutta anche a questo giro, per chi ha visto le amichevoli di precampionato, il diamante è risultato il centrocampista più in forma. Pur tuttavia, Spalletti – che pure a suo dire lo ritiene fortissimo in quanto ritiene che la multidimensionalità di Elmas non lo regredirebbe in apolide bensì lo eleverebbe ad eclettico istrione – gli ha preferito Fabian (in evidente ritardo di condizione).

Questo ha di sicuro compassato la manovra del Napoli nel primo tempo al netto dell’espulsione di Osimhen e dell’infortunio di Zielinski. Ha prodotto però la possibilità di girare in modo esplosivo, nella seconda parte di gara, l’esito dell’incontro proprio grazie al programmato inserimento del macedone.

La straripanza atletica di una mezz’ala, quale Elmas, con i piedi del trequarti, le frequenze atletiche dell’ala e l’orgoglio cocciuto di un incontrista hanno consentito di riempire la partita di tutti quei dettagli intrisi di lotta e caparbietà che hanno poi permesso al Napoli di prendersi i suoi primi 3 punti del campionato 2021/2022.

Massimo Scotto di Santolo