Ciccio Baiano: “Non si lavora più come Zeman, il calcio è evoluto male”

Ciccio Baiano è intervenuto ai microfoni del Corriere Fiorentino. Ha parlato del periodo Viola e di Zeman.

Cicco Baiano, cosa non sta funzionando?

«Praticamente tutto – confessa Ciccio Baiano – la squadra segna poco e se ne fa uno, ne prende due. Contro il Benevento non ho visto ardore, la situazione è brutta. La squadra gioca con paura, non reagisco: questo mi preoccupa molto».

Teme per la retrocessione come nel 1993?

«No, ma solo per un motivo: perché c’è chi sta peggio della Fiorentina. Con il campionato a venti squadre di solito retrocedono almeno due neopromosse. E guardandosi intorno c’è anche chi sta peggio dei viola, questo ci salva».

C’è un aspetto più degli altri che non la preoccupa?

«L’attacco, mi fa arrabbiare parecchio perché io ci tengo alla Fiorentina».

Vlahovic non la convince?

«Ma chi crede di essere? Si sente penalizzato? Non lo è, è un miracolato. Attenzione: credo che in futuro potrà essere un attaccante importante, ma oggi cos’ha dimostrato per mettere il muso? Guardate com’è entrato nella partita di Roma. Deve capire che ancora non ha fatto nulla per meritare la maglia da titolare a Firenze. Quando si entra in campo ci vuole uno spirito diverso. Vale per lui ma anche per gli altri: subentrando bisogna dimostrare all’allenatore che ha sbagliato a non darti fiducia. Quindi dico che lui, ma anche gli altri, devono pedalare».

Contro il Benevento sembrava che nessuno sapesse saltare un avversario. Vuole mostrare lei come si fa?

«Non potrei fare nulla (sorride ndr), certe cose non si insegnano. Soltanto Chiesa è in grado di saltare l’uomo in velocità, ma lui non c’è più. Lo sa fare Castrovilli, come Ribéry che ci riesce solo perché ha più tecnica degli altri ma non il passo. Ecco, vedo una squadra che cammina».

Allora cosa servirebbe? Un allenatore come Zeman che lei aveva al Foggia?

«Non si lavora più come con lui – sentenzia Ciccio Baiano – in questo il calcio è evoluto male. Tutti fanno preparazione col pallone ma così non ci si accorge di chi lavora al massimo e chi no. Quando invece corri, si vede chi resta indietro. Poi bisogna lavorare anche sulla testa: la squadra è spenta, non azzanna. Si vede che non ci sono leader nello spogliatoio. In questi momenti, per il bene di tutti, bisogna cercare il confronto e se serve mettere il compagno al muro ma qui non lo fa nessuno. Alla fine per quieto vivere non ce n’è uno che alza la voce. Mi sembra che in tanti non si siano resi conto di come si stiano mettendo le cose.

Lopez si vergogni. Zeman unico a salvarsi con la peggior difesa

Lopez, il tecnico del Brescia, alla vigilia della sfida contro la Fiorentina ha rilasciato delle dichiarazioni non proprio eleganti nei confronti dello storico collega, IL MAESTRO Zdenek Zeman.

Non si può essere teneri con un tecnico che si conosce solo per il legame forte che ha con il presidente Cellino. Si può dire benissimo che Lopez fa parte della categoria degli allenatori, ex giocatori, raccomandati e coccolati da presidenti ed amici dei giocatori. Uno dei motivi per cui il calcio italiano non evolve è la presenza di questi personaggi che oltre a non “allenare” non gravano sui bilanci delle società lavorando anche e quasi gratis. Avessero la decenza almeno di tacere e non nominare invano e con poco rispetto allenatori con la A maiuscola come Zeman.

LE PAROLE DI LOPEZ SU ZEMAN

 «Se giocheremo alla Zeman? Che Vuol dire alla Zeman? Vuoldire retrocedere subito: ci giochiamo tutto, non possiamo giocarci alla come viene viene». 

PAROLE VERGOGNOSE ED ERRATE. ZEMAN UNICO IN ITALIA A SALVARSI CON LA PEGGIOR DIFESA

Se proprio vuole esprimersi sul calcio zemaniano, Lopez dovrebbe studiarlo e aggiornarsi. Perché in primis il calcio di Zeman è tutto fatto di automatismi, schemi e preparazione per nulla lasciato al caso. Dimostra non solo di non conoscerlo tecnicamente, ma di non conoscere la sua storia e il modo in cui ha raggiunto salvezze, promozioni e risultati. Il Licata, il Messina, il Foggia e il Pescara squadre di provincia che hanno fatto spettacolo e miracoli e suon di gol con un calcio mai visto prima, non sono frutto del caso, ma del lavoro tanto lavoro. Il suo Lecce del 2004-2005 ha raggiunto lo storico record punti in A del club ed è l’unica squadra ad essersi salvata con la peggior difesa e il secondo attacco del campionato, subito dietro la Juventus di Capello. Il Brescia di Lopez ha solo 16 punti in classifica, pensi a lavorare e non parlare a sproposito. Le gesta di Zeman meriterebbero altre parole e un’altra mentalità che in Italia dimostra di essere sempre più arretrata e se Zeman in alcune piazze ha fallito è stata sempre stata colpa di quest’ultima, messo sotto contratto per creare sensazionalismo e senza sposare la sua rivoluzionaria visione.

SALVIO IMPARATO

Coverciano, Zeman vittima di una stampa sciacalla affamata di click

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Zdenek Zeman, il grande maestro di calcio e di 4-3-3 presente a Coverciano, non solo è stato dimenticato dal calcio del conta, ma viene buttato, quando conviene, nel frullatore di ricorsa al click facile.

“Spero che il calcio femminile vada sempre più avanti”

L’occasione è stata la premiazione per la Panchina D’Oro 2020. Intercettato a Coverciano da Tuttomercatoweb.com, Zeman ha parlato di vari temi tra cui quello del calcio femminile. Ecco le sue parole: “È in grande sviluppo in Italia, anche per la partecipazione ai mondiali, speriamo vada sempre più avanti.”

Come mai ci si sta arrivando soltanto ora?

Beh penso che in Italia abbia tanti problemi già il calcio maschile. Serie B e Serie C hanno grossi problemi, le donne di solito venivano sempre dietro nel calcio: vedremo se riusciranno a fare un altro passo avanti”.

Bastava questo passaggio per evitare a Zeman la gogna mediatica. Invece no, perché non approfittare di quest’epoca in perenne ricerca di polemiche, con cui passare intere giornate sui social network, facendo qualche click in più? Ecco che si prende il commento di Zeman più ironico e manipolabile e si crea il titolo acchiappa click.

È una questione di cultura?

“Anche, perché di solito le donne in Italia sono in cucina”.

Ma questo è gravissimo.

“Non so se è grave. Certo è che i maschi devono mangiare”.

Nessuno si è preoccupato di interpretare il concetto ironico di Zeman rispetto, ad esempio, alla tacciata dichiarazione sessista di Amadeus. Se il presentatore sembrava voler dare alla donna il ruolo di chi deve stare un passo indietro, l’allenatore Boemo intendeva rimettere la donna, se non avanti, almeno in linea, se vogliamo usare un concetto calcistico, allo stesso livello degli uomini, come è giusto che sia. La sua ironia, voleva soltanto sottolineare la cultura maschilista che c’è in Italia, dove la donna viene davvero vista solo in cucina o dedita alla famiglia e che l’uomo da solo non è in grado di badare a se stesso. Non gli resta altro che mangiare e il dire che non è grave, chi vi scrive la ritiene personalmente una frase geniale, perché tende a minimizzare un fenomeno molto grave invece, che oggi è dilagante. Quello dove ogni cosa oggi è sessista, razzista o fascista. Come disse Zeman tutto questo è solo fonte di ignoranza e il web oggi, più della tv non ta facendo altro che dare visibilità a personaggi e fenomeni che non la meritano.

Salvio Imparato

Bojinov ode a Zeman: “Mi ha reso giocatore, lo prendi per questo, vedi Totti, Verratti e Immobile”

Valeri Bojinov ha rilasciato un’intervista a cuore aperto al Il Posticipo, blog della Gazzetta Dello Sport. Bellissimo il passaggio sul suo Maestro, Zdenek Zeman.

Pantaleo Corvino è stato abbagliato dalla sua brillantezza, Zdenek Zeman lo ha preso tra le mani e lo ha rifinito come si fa coi diamanti migliori. Bojinov è stato un giovane di bellissime speranze a Lecce: lì è cresciuto, lì ha completato i suoi studi, lì è diventato il giocatore poi applaudito a Firenze, Torino, Parma, Vicenza e Verona. Oggi Valeri ha 33 anni e guardandosi indietro cambierebbe qualcosa nella sua vita. Restando però il ragazzo di sempre: quello che si è guadagnato la fiducia di Pavel Nedved nella Juventus dopo Calciopoli e l’amicizia di José Mourinho dopo un gol importante. E una dedica speciale nei confronti dell’Inter che qualche mese dopo avrebbe vinto il Triplete. Oggi Bojinov ha ancora tanta voglia di giocare e sogna di chiudere la sua carriera dove tutto è cominciato.

Valeri, che momento sta vivendo della sua carriera?

A 33 anni vivo un momento di piena maturità, oggi vorrei averne 20 ma non posso. Vorrei tornare indietro con la testa di oggi. Col passare del tempo capisci tante cose e ripensi a certi atteggiamenti del passato e a tante decisioni che oggi non prenderesti. Alcuni momenti sarebbero potuti essere ancora più belli, ma quando li vivi non puoi capire dove sei. A 33 anni quando tutto quello è finito allora puoi capire che cosa hai vissuto. Non voglio piangermi addosso, voglio pensare avanti.

C’è qualcuno che la ispira in questo momento?

Vedere tornare in Italia un giocatore come Ibrahimovic a 38 anni o vedere Cristiano Ronaldo è uno stimolo: io non sono al loro stesso livello, ma mi carica vedere come combattono per migliorarsi ed essere un esempio per tutti: per le loro famiglie, per le loro squadre, per i tifosi e per i giornalisti. Queste due persone mi danno ancora più fiducia e stimoli per lottare e andare avanti.

Lei si sta allenando in questo momento?

Sì, sono in Bulgaria. Qui la preparazione invernale è più lunga rispetto a quella estiva perché fa molto freddo e non ci sono partite in programma. Il campionato comincia a febbraio.

Quale sarebbe il suo desiderio? Trovare una squadra in Bulgaria? Oppure in Italia?

Vorrei tornare in Italia, ma non vorrei tornare tanto per tornare. Deve esserci un progetto, sogno una squadra con cui rilanciarmi gestita da qualcuno che creda in me. Non è facile, ma finché c’è speranza io ci devo credere.

Spera di tornare in una di quelle piazze in cui si è trovato bene?

Questo è difficile perché quando esci dal calcio italiano, esci dal giro. Tutti cercano giovani con la speranza di poterli rivendere e guadagnare soldi. È una cosa giusta perché anche io ero giovane quando sono arrivato in Italia, che considero la mia seconda casa. Io mi sento un italiano. Ho studiato a Lecce da ragazzino. Oggi la penso diversamente rispetto alla gente che vive in Bulgaria. Sono molto grato all’Italia.

Come è stato giocare nel Lecce? Ed essere allenato da Zeman?

Ho un desiderio: voglio finire la carriera al Lecce dove l’ho iniziata. Non so se succederà, ma nella vita non si sa mai. Con Zeman mangiavamo minestrone, patate lesse, insalata, zuppe e verdura e facevamo tanti allenamenti,  sudavamo tanto e macinavamo tanti chilometri di corsa. Grazie a lui sono diventato un giocatore. Pantaleo Corvino lo aveva voluto per la sua capacità di lanciare i giovani come me, Vucinic, Ledesma, Chevanton, Cassetti, Pinardi e Giacomazzi. Era difficile seguirlo, perché era molto duro però alla fine i risultati sono arrivati: non abbiamo vinto ma ci ha fatto crescere. Zeman ha valorizzato Totti nella Roma poi Immobile e Verratti nel Pescara. Il caso di Verratti è emblematico: non ha mai giocato in A ed è passato dalla B al Psg. Il mister ci ha fatto diventare grandi giocatori.

Lei è passato dal Lecce alla Fiorentina: che cosa ricorda?

È stata una grande esperienza. Sono sbarcato a Firenze quando sono arrivati i fratelli Della Valle che hanno fatto partire un grande progetto costruendo una squadra da Champions: con Prandelli ci sono riusciti. L’arrivo di Corvino è stato importante per costruire una rosa con giovani talentuosi e giocatori di esperienza. La tifoseria era calorosa. Se perdavamo, la gente parlava già della partita successiva che avremmo dovuto vincere. Noi uscivamo dal campo stanchi morti e i tifosi pensavano già al prossimo impegno. La tifoseria viola è molto vicina alla squadra e si aspetta molto. Quando sono arrivato io l’allenamento era aperto: c’erano sempre mille persone, ogni gol era un boato.

Nella Fiorentina di oggi c’è il suo zampino? È stato lei a consigliare l’acquisto di Milenkovic e di Vlahovic?

Ai tempi del Partizan Belgrado ero compagno di stanza di Milenkovic: io ero stanco, ma lui voleva che ogni sera gli parlassi dell’Italia e della Juventus. Nikola diceva che nella sua carriera avrebbe giocato in Italia. Un giorno mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa ne pensassi di Milenkovic e Vlahovic: gli ho detto di prenderli subito senza pensarci e che un giorno avrebbe incassato il doppio di quello che era disposto a investire. Non è un caso che questi due giocatori stiano facendo così bene. Milenkovic ha ancora grossi margini di miglioramento e lo vogliono già tante squadre, ma anche Vlahovic diventerà un campione. Entrambi sono un patrimonio della Fiorentina.

Nel 2006 lei è stato a un passo dall’Inter: perché è saltato il suo trasferimento?

Un giorno ero a casa a Firenze e mi stavo riposando. All’improvviso ho ricevuto una telefonata e ho risposto: dall’altra parte c’era Marco Branca, allora direttore sportivo dell’Inter. Ho riattaccato. Branca mi ha chiamato di nuovo, pensando che fosse uno scherzo ho riattaccato. Poi mi ha contattato il mio procuratore dell’epoca Gerry Palomba insieme a Romualdo Corvino: mi ha detto che dovevo rispondere a Branca. Allora il direttore sportivo dell’Inter mi ha chiamato di nuovo per chiedermi se volevo andare a giocare a Milano: gli ho detto subito di ‘sì’. Quel weekend era in programma Fiorentina-Chievo a Perugia. Branca mi aveva raccomandato di non fare casino e di stare tranquillo perché a fine partita avremmo concluso il mio passaggio all’Inter.

Che cosa è andato storto?

Prandelli mi aveva detto che non sapeva se avrei giocato: il mister era indeciso se mandare in campo me o Jimenez che era appena arrivato alla Fiorentina. Per un posto dietro Toni c’era in ballottaggio anche Pazzini. Il giorno della partita al mattino Prandelli ha comunicato che avrebbe giocato Jimenez. Ci sono rimasto male e mi sono innervosito. Il presidente mi ha chiesto spiegazioni: gli ho detto che non volevo parlarne perché ero molto arrabbiato. Lui mi ha detto di stare tranquillo perché c’erano tante altre partite che avrei potuto giocare. Ho litigato con Della Valle, ma non pensavo che lui se la fosse presa. Al rientro verso Firenze mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa avessi combinato. La società ha deciso di mettermi fuori rosa e non sono andato all’Inter. Anche Branca mi ha chiamato per chiedermi che cosa fosse successo. Sono rimasto fuori per due settimane poi mi hanno convocato di nuovo e ho giocato titolare in Fiorentina-Inter finita 2-1. Poi l’estate successiva sono passato alla Juve nello scambio con Mutu.

Il resto dell’intervista su Il posticipo