Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman. Sarri poteva evitare la Juve.

Insigne-Zeman

Lorenzo Insigne ha rilasciato un’intervista a Radio Kiss Kiss. Ha affrontato vari argomenti e ha manifestato la voglia di vincere.

 «Sono contento dei tifosi – confessa Insigne – Il mio obiettivo è quello di fare un campionato migliore rispetto a quello dell’anno scorso. Siamo una squadra da primissimi posti in serie A. Koulibaly è il miglior difensore in Europa e Manolas ha fatto tanti anni a Roma sempre ad alti livelli. Ha segnato in semifinale di Champions, ma abbiamo anche altri difensori che ci hanno dato una grossa mano».

FASCIA DA CAPITANO E POSIZIONE IN CAMPO

«Al di là della fascia ho sempre cercato di dare una mano ai compagni negli spogliatoio. Era giusto farlo perché sono napoletano. Mi spiace quando non riesco dare tantissimo perché sono il primo a rimanerci male quando il Napoli non vince».

«Posizione nuova in campo? Ho parlato col mister e sappiamo il modulo che adotta, ho chiesto di spostarmi sulla sinistra anche se lui sa che sono a disposizione. A me piace rientrare dalla sinistra. e spero che il mister mi sposti lì».

I FISCHI

«Rimango male per i fischi perché sono napoletano e poi non penso che si possa fischiare i giocatori: in campo diamo l’anima. Sono il primo a sentirmi male quando non facciamo il risultato. Bisogna sempre lavorare e cercherò sempre di dare il massimo».

«Rispetto ad altre squadre abbiamo una bella base solida creata negli anni e questa cosa ci può dare vantaggio. Quest’anno possiamo partire col piede giusto e arrivare in fondo».

«In Nazionale dite che gioco meglio perché ho segnato, altrimenti non lo avreste detto. A Napoli la numero 10 è stata indossata dal più forte al mondo, io ho fatto una scelta del 24 con dedica a mia moglie. Poi in nazionale si può prendere la 10 e mi fa piacere, ma il numero non fa il giocatore»

MERCATO E ABBONAMENTI

«James? Abbiamo le porte aperte a tutti i calciatori forti che la società riesce a prendere. Stanno lavorando su vari obiettivi, James ha qualità ed è un numero 10. Con noi si troverebbe benissimo. Le scelte le fanno la società e il mister. Magari se arriva James vinciamo davvero».

«Giusto abbassare il prezzo degli abbonamenti: per noi è importante il sostengo del pubblico. Spero lo stadio si riempia».

ZEMAN E SARRI ALLA JUVE

«Se sono arrivato fin qui è merito di Zeman – ribadisce Insigne – che mi ha voluto a Foggia e a Pescara. Sarri poteva andare dappertutto ma è stata una sua scelta e alziamo le mani. Come allenatore ci ha dato tantissimo. All’inizio con noi non è partito benissimo ma lì ci sono grandi campioni».

ZIELINSKI E CHAMPIONS LEAGUE

«Zielinski per me è un top player, gli manca solo un pizzico di cazzimma. Fabian speriamo che torni più forte dell’anno scorso».

«Col Liverpool abbiamo fatto una grande partita all’andata, ad Anfield non abbiamo fatto una delle migliori prestazioni dell’anno – afferma Insigne – e ci dispiace. Quando esci dalla Champions avendo messo in difficoltà Psg e Liverpool ti fa rabbia e quello è stato lo sbaglio più grande: pensare sempre alla Champions. Non abbiamo affrontato l’Europa League nel modo giusto. Ma sono stati sbagli importanti per crescere. Quest’anno non ricatterà. Adesso basta con i secondi posti. Siamo umani: ci esaltiamo se va bene ma se qualcuno parla male ci abbattiamo».

SALVIO IMPARATO

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Roy: “Il mio Foggia con Zeman mi ricordano l’Ajax”

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Bryan Roy ricorda il Foggia di Zeman, paragonandolo all’attuale Ajax. L’occasione è un’intervista rilasciata a Tuttomercatoweb, in cui si commenta la scelta di De Ligt di accettare la Juventus.

Roy, partiamo ovviamente da De Ligt: la scelta Juve è quella giusta?

“Non è giusta – confessa Roy – è giustissima. De Ligt ha fatto una grande scelta decidendo di vestire la maglia della Juventus. Se c’è qualcosa in cui deve ancora crescere, infatti, è la fase difensiva: quale posto migliore per farlo se non la squadra bianconera? La difesa della Juve è un esempio in tutto il mondo, Chiellini e compagni si muovono all’unisono difendendo secondo un algoritmo ben preciso. E De Ligt, in Serie A, avrà sicuramente tanto da imparare”.

Ormai ne parlano tutti, ma ci aiuta a conoscere più in profondità questo diciannovenne che ha attirato l’interesse delle big mondiali?

“De Ligt è un difensore fortissimo di testa e con una personalità mostruosa. Infonde sicurezza a tutti i suoi compagni, è un capitano e un leader assoluto. Ma non è stato sempre così…”.

Com’era quando lo allenava proprio lei nell’Under 17 dell’Ajax?

“Già all’epoca si notavano bene le sue qualità tecniche fuori dalla norma, si capiva che sarebbe diventato un campione. Lo spostai proprio io dal centrocampo alla difesa per la prima volta, Matthijs aveva tutto: potenza fisica, colpo di testa, tocco di palla. Mancava ancora però di un po’ di carisma, visto che a 15-16 anni era davvero timidissimo. In questo senso ha avuto uno sviluppo incredibile negli ultimi anni”.

Dopo il botto Cristiano Ronaldo della scorsa estate, De Ligt è l’uomo che manca alla Juve per vincere la tanto agognata Champions?

“Non so se sia proprio lui il calciatore che manca, la Champions è una competizione a sé. Ma De Ligt, secondo me, può dare un’ulteriore spinta alla Juventus verso il raggiungimento del suo grande obiettivo. È un fuoriclasse e lui stesso ha bisogno di un trofeo così importante per imporsi definitivamente nel calcio che conta”.

Non solo De Ligt, lei ha avuto modo di allenare anche Donny van de Beek, oltre a conoscere da vicino Frenkie de Jong.

“Altri due grandi calciatori, due talenti puri. De Jong ha tutto, è un centrocampista straordinario in ogni fase di gioco, già pronto per il grande salto al Barcellona. Van de Beek, invece, ha magari bisogno di ancora un altro po’ di tempo per tirare fuori tutto il suo strepitoso potenziale”.

De Ligt, De Jong, Van de Beek sono tutti figli di un Ajax coinvolgente e appassionante. Qual è il segreto dei lancieri?

“Nell’Ajax ho avuto il piacere di giocare, allenare e lavorare come dirigente, sarà sempre parte di me. La filosofia di Johan Cruijff sta alla base di tutto: il suo calcio totale e totalizzante. In Olanda, fatta eccezione proprio per l’Ajax, si lavora tantissimo dal punto di vista tattico, forse però manca ancora qualcosa da quello tecnico. Proprio per questo negli ultimi anni ho cominciato a lavorare per colmare nel mio piccolo tale lacuna: gestisco una sorta di scuola calcio, con giovani calciatori tra i 12 e i 16 anni che vengono a migliorare i fondamentali”.

Lo spettacolo, d’altronde, era proprio ciò che ispirava il Foggia ‘zemaniano’ in cui ha giocato e incantato tutti tra il 1992 e il 1994.

“Assolutamente. Quel Foggia e l’idea di calcio di Zeman mi ricordano la freschezza e la temerarietà dell’Ajax che ha fatto innamorare tutto il mondo dello sport nell’ultima stagione. A proposito, ci tengo davvero tanto a mandare un messaggio di sostegno ai tifosi rossoneri in questo momento così difficile per il club. Spero che i Satanelli possano tornare presto in alto, una piazza così meravigliosa non dovrebbe neanche sapere cosa significa la parola fallimento”.

SALVIO IMPARATO

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Calciomercato.it, Zeman: “Non vogliono farmi lavorare”

Zdenek Zeman parla in esclusiva a Calciomercato.it. Racconta i suoi punti di vista su Sarri, Totti, Conte, Lazio e Roma. Nel finale manifesta scetticismo sul suo ritorno in panchina.

Mister Zeman, la Juventus ha ingaggiato Sarri. Cosa ne pensa?  

“Dopo tanti di Allegri, dice Zeman ai microfoni di calciomercato.it, credo che la Juventus cerchi qualcosa di diverso e Sarri sono convinto sia l’allenatore giusto”. 

Il club bianconero punta al bel gioco, ma l’imperativo vincere resta primario. Secondo lei riuscirà il nuovo tecnico a coniugare le due cose? 

“Penso di sì, resto convinto che chi gioca meglio abbia più possibilità di vincere Lui ha fatto bene a Napoli e con il Chelsea, credo possa dare qualcosa di diverso sotto il profilo del gioco”. 

L’ex allenatore del Chelsea predilige il gioco offensivo. Qualcuno lo ha accostato a lei. Vede qualche similitudine?

“Sul piano tattico no. Lui fa più possesso palla rispetto a me, io preferisco verticalizzare. Però, anche Sarri, come il sottoscritto, dà un’identità alla squadra e predilige il gioco d’attacco”. 

Con l’arrivo di Conte, l’Inter potrà colmare il gap dalla Juventus?

“Credo che l’Inter sarà la rivale numero uno dei bianconeri”.  

In casa Roma ennesimo cambiamento. E’ arrivato Fonseca. Farà bene?

“Bisogna vedere la campagna acquisti”.

 Sulla proprietà americana si è espresso più volte

“Per me la Roma è una delusione, merita di più. Pallotta ha fatto tutti gli sforzi esclusivamente per costruire lo stadio. Ora vedremo come andrà a finire”. 

Quale effetto le ha fatto l’addio di Totti? 

“A me ha fatto più male il suo addio da giocatore, perchè credo potesse dare ancora qualcosa. Come dirigente non gli hanno fatto fare nulla,  non serviva, se non come rappresentanza. Meglio che sia andato via. Francesco è nato nella Roma e credo dovesse ‘morire’ in questa società, ma non hanno voluto”. 


La sua seconda esperienza sulla panchina giallorossa andò male. Ha qualche rimpianto?

“Sì, non aver potuto disputare la finale di Coppa Italia, visto che l’avevo conquistata io. Mi hanno mandato via prima”. 

Sponda Lazio, confermati Inzaghi e il ds Tare. I biancocelesti possono fare il salto di qualità tanto atteso dai tifosi?

“Credo possa lottare per la Champions League”.

Lei è tifoso della Lazio o della Roma? 

“Mi sono trovato bene sia nella Lazio sia nella Roma di Sensi”.

Il suo cuore però immaginiamo abbia una preferenza…

“Fare qualcosa di buono per la Roma mi ha dato più soddisfazioni”.

Quando rivedremo Zeman su una panchina? 

“Sto aspettando. Io ho il desiderio di lavorare, ma gli altri evidentemente non vogliono”.

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Zeman: “Ho smesso? No non mi chiamano. Insigne è un esterno sinistro”

Zdenek Zeman torna a parlare dopo l’exploit in nazionale dei suoi due pupilli, Insigne e Verratti. Il Maestro Boemo si concede a 360° sulle pagine de Il Mattino.

Due gol in due partite con il 4-3-3 della Nazionale: è questo, non il 4-4-2 del Napoli, il modulo giusto per Insigne?

«Ha fatto molto bene, dice Zeman, gol a parte: quello alla Grecia è il tipico suo colpo, quello con il tiro al volo alla Bosnia era fuori programma. Da sempre sostengo che Lorenzo è un attaccante esterno e fa le cose migliori in attacco. Quando gioca più arretrato non riesce a fare la differenza».


Quindi, meglio con il 4-3-3?

«Con me, ha fatto 40 gol in due anni. Per le sue caratteristiche ha più difficoltà quando gioca al centro perché i difensori sono più forti. Il suo pezzo migliore è nell’uno contro uno, con il tiro o il cross: provarlo al centro è più complicato».

La conclusione del ragionamento è chiara.

«Ma Insigne deve giocare dove lo mette l’allenatore. Poi, il giocatore non si discute: ha qualità tecniche notevoli e, per quanto riguarda l’aspetto fisico, ha una grande corsa».

È stato evidente il cambio di ritmo e qualità di gioco passando dal Napoli alla Nazionale, dal grigiore degli ultimi mesi alle brillanti prestazioni.

«Si vede che ha più voglia e ci mette più impegno, credo si trovi meglio in questo contesto: da esterno sinistro può rendere di più. Però Ancelotti deve fare le proprie scelte e mettere in campo la propria squadra».

Insigne era diciannovenne nel suo Foggia: adesso è arrivato al massimo?

«Lo conosco bene, può fare ancora meglio. Quanto vale ha cominciato a dimostrarlo ai tempi del Foggia e del Pescara».


Forse, quando gioca in Nazionale, è più sereno rispetto a Napoli, dove può avvertire il peso della fascia di capitano e del problematico rapporto con una parte della tifoseria.

«Il pubblico del San Paolo tiene ai napoletani: non pensi ad altro, Lorenzo, e continui a giocare». 

Insigne ha stretto un patto di fedeltà con Napoli nonostante l’amarezza della contestazione in una serata di Europa League. Ma se arrivasse la grande offerta?

«Ma dove vuole andare? Quando era a Foggia e Pescara, non vedeva l’ora di scapparsene a Napoli… Lorenzo è napoletano, deve sentire la fiducia ma anche essere più continuo. L’affetto del pubblico? Le carezze fanno bene ma non bisogna esagerare. Questa è la squadra di Insigne e qui può prendersi grandi soddisfazioni».


Lo scudetto? Ma è davvero realizzabile considerando la dittatura della Juve?

«Ancelotti ha avuto un anno di tempo per provare tutti i suoi giocatori: nel prossimo campionato sicuramente faranno meglio».

Può vincere lo scudetto?

«Può competere per vincerlo, non fermandosi a dieci o più punti di distacco».


Ancelotti ha allenato in cinque Paesi e i migliori al mondo: ha fatto la scelta giusta venendo a Napoli?

«Le scelte si fanno là dove vi sono le possibilità, comunque Ancelotti non ha sbagliato. È stato dove avevano il piatto già pronto, nel senso che dove ha vinto lui avevano vinto anche gli altri. Napoli è una piazza diversa, con una società che non è abituata a vincere. E lui vuole provarci».

È una nazionale col marchio zemaniano: per Insigne, per il 4-3-3, per Verratti.

«Il valore di Verratti, come quello di Insigne, non si è scoperto nell’ultima partita. Marco, dopo gli ottimi inizi a Pescara, è uno dei migliori giocatori del campionato francese. Ha raggiunto una grande maturità e ha trovato la giusta sintonia con Jorginho, così come era accaduto con Thiago Motta al Psg, anche se lui rende di più quando è da solo in regia».


Il calcio italiano le sembra in ripresa?

«Sul piano della qualità abbiamo assistito a un campionato non bello. Quanto alla Nazionale, ha giocato bene contro la Bosnia ma ha fatto il primo tiro dopo 22 minuti e ha segnato il gol della vittoria a 4 minuti dalla fine. Benino la Under 20 ai Mondiali, però non è un successo essere stati eliminati dall’Ucraina. C’è ancora da fare».


Visto il predominio della Juve, si potrebbero provare i playoff?

«Sono contrario. Dopo 38 anni partite la classifica dà l’esatta immagine di quanto è stato fatto in un campionato e non sarebbe giusto se a vincere lo scudetto fosse chi è arrivato sesto».

Sarri alla Juve dopo essere stato la bandiera del Napoli e di Napoli: che ne pensa?

«La Juve continua a sorprendermi. Se è stata una scelta giusta da parte di Sarri, lo capiremo durante la stagione. Ha tutto per poter lavorare bene alla Juve, bisogna poi vedere se i giocatori si adattano al nuovo allenatore».

E il nuovo corso della Roma con Fonseca?

«Il problema della Roma, sentenzia Zeman, non è l’allenatore».

Lei, a 72 anni, ha smesso di allenare?

«Vorrei ma non posso».

Perché?

«Se non mi chiamano, confessa Zeman, come alleno? Mi piacerebbe mettermi a disposizione, però evidentemente ci sono pochi progetti o non ci sono squadre adatte a me. Non sono vecchio e poi mica devo essere io a correre in campo»

Fonte intervista a Zdenek Zeman su Il Mattino

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SARRI: “L’ITALIA SPRECA OCCASIONI, MA IL RICHIAMO È FORTE”

Maurizio Sarri esce allo scoperto, lo fa sulle pagine di Vanity Fair e liquida un po’ il personaggio dipinto dalla pagina che lo celebra e dai suoi tifosi. Un Sarri che non ti aspetti, ma che si intuiva per come ha lasciato Napoli.

RITORNO IN ITALIA

 «Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo (…) È roba faticosa, la panchina. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti».

FEDELTÀ AL NAPOLI 

«I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero».

ASPETTI NEGATIVI IN ITALIA

 «Il concetto di vittoria a ogni costo. Un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti – cosa che mi preoccupa di più. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto».

SARRISMO E SOCIAL

«È un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp».

LA POLITICA

 «Nel calcio ci si schiera poco. Per non trovarsi qualcuno contro. La mia estrazione è nota. Papà era gruista all’Italsider di Bagnoli. Mio nonno era partigiano, salvò due aviatori americani abbattuti dai nazisti, li tenne in casa per due mesi. È normale che avessi certe idee, oggi la politica non mi interessa più. Vedo storie di una tristezza estrema. Da lontano l’Italia è un posto che spreca occasioni».

ALLENARE CAMPIONI

 «Esistono squadre medie di grandi giocatori o grandi squadre di giocatori medi. Io lavoro su questo. Il fuoriclasse è quello a disposizione della squadra, altrimenti è solo un bravo giocatore. Siamo pieni di palleggiatori fenomenali. Pure ai semafori. Il divertimento è contagioso se collettivo. Se ti diverti da solo, in 5 minuti arriva la noia».

SENZA LA TUTA

«Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente».

SUPERSTIZIONI 

 «Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono».

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Roy: “L’Ajax è come una squadra allenata da Zeman”

L’ex attaccante dell’Ajax e del Foggia di Zeman Brian Roy, ha parlato della sfida degli olandesi contro il colosso Juventus, rivale storica che esaltò il fenomeno zemanlandia.

Ecco l’intervista rilasciata da Roy al portale Tutto Juve

Si può parlare di sfida tra Davide contro Golia?

“In questo momento – dice Roy – possiamo tranquillamente affermare questo. La Juventus è una squadra che non lascia giocare l’avversario, il suo obiettivo è quello di distruggere il gioco altrui e per questo l’Ajax farà fatica ad affrontare questa doppia sfida. Paradossalmente, era meglio affrontare il Real Madrid proprio perché ha lasciato più libertà di manovra e più possesso palla”.

Quindi, era meglio pescare il Barcellona invece che la Juventus?

“No, meglio la Juve del Barcellona (sorride ndr). I bianconeri sono difficili da affrontare, ma c’è un’opportunità da poter sfruttare”

L’opportunità di cui parli è quella di sfruttare la partita d’andata?

“Esatto, l’Ajax dovrà cercare di far bene e di non prendere gol. Dovrà essere al 100%, sarebbe molto importante presentarsi a Torino senza subire marcature”.

L’Ajax è una squadra pazza perché è capace di segnare sei gol così come è altrettanto in grado di subirne altrettanti. E’ una qualità, questa, che potrebbe rivelarsi un pregio ma anche un grosso difetto.

“E’ come una squadra allenata da Zeman (sorride ndr). L’Ajax ha giocatori fortissimi nella propria rosa, da sempre cerca di giocare bene e di imporre il proprio gioco. A mio parere, a guardarla ti diverti davvero tanto”.

Chi dovrà temere, in particolare, la Juventus?

“I giovani dell’Ajax sono molto forti, ci sono ragazzi come De Jong, Tadic e De Ligt che si stanno esprimendo bene in questa stagione. Alcuni di loro li conosco bene perché li ho allenati nel settore giovanile, come Blind, van de Beek, Mazraoui e lo stesso Matthijs. Sono molto contento del percorso e della carriera che stanno seguendo fino ad ora”.

C’è qualcosa che vorresti raccontare di De Ligt?

“Lo conosco da quando aveva quindici anni, così come Blind. De Ligt, all’epoca, era molto timido e non era affatto un gran chiacchierone al contrario di oggi che è diventato un uomo (sorride ndr). Quando ero suo allenatore, mi avevano colpito tre qualità: la cattiveria, la rapidità e la testa con cui anticipava subito l’avversario. Queste, indubbiamente, sono qualità che sta mantenendo anche attualmente”.

De Ligt ha come procuratore Mino Raiola, lo stesso che è stato decisivo per il tuo approdo a Foggia. Visto che lo conosci bene, ti puoi sbilanciare ed affermare che lo porterà alla Juventus?

“Dovete parlarne con lui, non con me. Per me può andare dappertutto e non soltanto alla Juventus. Certo, in bianconero avrebbe bisogno di giocatori come Chiellini e Bonucci che potrebbero fargli da chioccia. Ho bei ricordi con Mino, mi aiutò nel trasferimento a Foggia e ancora adesso, a pensarci, sono stato contento di aver giocato in Puglia. E mangio ancora tanta pasta (sorride ndr)”

Ci sono differenze tra la Juve di oggi e quella degli anni ’90?

“La Juve degli anni ’90 giocava di più la palla, aveva più possesso e c’era molta gioia nell’osservare il loro reparto offensivo che contava giocatori del calibro di Ravanelli e Del Piero. Quella di oggi, invece, è più difensiva ma più efficace. E’ brava a tenere strette le linee, non tutte le squadre ne sono capaci e in questo modo i bianconeri diventano un avversario difficile da attaccare. In conclusione, a mio parere, la squadra guidata da Lippi era più forte anche perché giocava in una Serie A decisamente più competitiva”.

Quanto fa paura CR7 dalle parti di Amsterdam?

“E’ uno dei calciatori più forti al mondo, è alla pari di Messi. Quando è in campo, c’è sempre il timore di prendere gol. La difesa dell’Ajax proverà a difendere il più possibile dagli assalti degli attaccanti bianconeri, ma ci sono giocatori rapidi che possono contrattaccare nell’immediatezza. Spero che non giochi Douglas Costa, non ho mai capito il perché il Bayern Monaco lo abbia mandato via”.

Ma la Juve non è solo CR7, c’è anche una difesa solida che potrebbe scoraggiare i giovani attaccanti olandesi.

“Sì, a mio parere Bonucci e Chiellini compongono la coppia centrale più forte nel calcio europeo”.

Chi vedi come favorite in Champions?

“City e Barcellona sono sullo stesso piano, poi c’è la Juventus. Però i bianconeri dovranno superare per prima l’Ajax, dobbiamo ragionare in questo senso e non dare per scontato nulla (sorride ndr). Spero che ci possa essere un po’ di fortuna per i miei connazionali”.

Alcuni giorni fa, nel corso dell’ultima giornata di campionato, Kean è stato protagonista di uno spiacevole episodio legato al razzismo. Che cosa ne pensi?

“Sì, purtroppo ho sentito questa notizia e ne sono rimasto molto dispiaciuto. Fino a quando la politica non prenderà una decisione definitiva, ci saranno sempre degli episodi di questo genere. E’ assodato ma lo ribadisco: io sto con Kean”

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Sturaro, gruppozeman attacca:”A Genova il film La Plusvalenza”

Sulla famosa pagina calcistica gruppozeman, si attacca la presunta sceneggiata di SISTEMA, tra Genoa e Juventus. Un modo criminale di giustificare la plusvalenza di Sturaro giocando con la passione della gente.

La sceneggiatura del film “La Plusvalenza” nuovo capolavoro made in Italy, era stata svelata in anteprima con lo scambio sospetto tra i due club, la discussa cessione di Sturaro.

Il finale non è a sorpresa, ma semplicemente senza pudore. La cosa triste e criminale è che le lacrime di questo bambino sono vere e dovrebbero ricordare a qualcuno per cosa e per chi si sta giocando.

Per occhi e cuori puri a cui dovremmo insegnare tanto e che invece ci ricordano che non dovremmo tradire la fiducia di chi ha la passione sincera nel cuore.

Rido quando dicono che il SISTEMA non esiste. In B la situazione è ancora più drammatica.

Sono contento di non essere il padre di quel bambino, ma non lo avrei mai illuso. Consiglio di guardarvi il film Capricorn One per capire meglio di cosa sto parlando.

Salvio Imparato

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Juventus-Sampdoria 2-1, il gol annullato a Saponara è regolare (VIDEO)

Juventus-Sampdoria-Saponara

Per la maggior parte dei media nazionali il gol di Saponara, nel finale di Juventus-Sampdoria, è stato giustamente annullato dal Var. Evidente la posizione di fuorigioco, ma se si interpreta ogni variante della regola e la dinamica dell’azione forse le cose cambiano. Vediamole insieme.

Juventus-Sampdoria, il gol di Saponara

REGOLA 11 FUORIGIOCO

Ripassiamo la regola del fuorigioco per interpretare la dinamica del gol annullato in Juventus-Sampdoria

“Un calciatore in posizione di fuorigioco nel momento in cui il pallone viene giocato o toccato da un suo compagno deve essere punito soltanto se viene coinvolto nel gioco attivo interferendo con il gioco, giocando o toccando il pallone passato o toccato da un compagno oppure interferendo con un avversario impedendogli di giocare o di essere in grado di giocare il pallone. Ostruendogli chiaramente la linea di visione.

Contendendogli il pallone, tentando chiaramente di giocare il pallone che gli è vicino quando questa azione impatta sull’avversario. Facendo un’evidente azione, che chiaramente impatta sulla capacità dell’avversario di giocare il pallone oppure traendo vantaggio (da tale posizione) interferendo con un avversario o giocando il pallone quando è rimbalzato o è stato deviato dal palo o dalla traversa o da un avversario che ha effettuato intenzionalmente un “salvataggio” da un avversario.

Un calciatore in posizione di fuorigioco che riceve il pallone da un avversario, il quale lo gioca intenzionalmente (ad eccezione di un salvataggio intenzionale di un qualsiasi avversario), non è considerato aver tratto vantaggio.

Un “salvataggio” si ha quando un calciatore interrompe la traiettoria di un pallone che sta andando dentro o molto vicino alla porta, con qualsiasi parte del corpo tranne le mani (ad eccezione del portiere all’interno dell’area di rigore). Altri elementi da considerare per l’applicazione corretta della regola è che non si verifica infrazione di fuorigioco se un calciatore riceve il pallone direttamente da un suo compagno quando effettua un calcio di rinvio, una rimessa dalla linea laterale, un calcio d’angolo.”

LA DINAMICA DEL GOL DI SAPONARA

Analizziamo la dinamica del gol annullato. Saponara accenna il pressing su Perin che sbaglia il rinvio. A quel punto Alex Sandro tenta un’improbabile colpo di tacco disturbato da Defrel. Il problema non sta tanto nella volontarietà o meno del passaggio. Sta nel fatto che non è una palla diretta a Saponara, è una palla che va all’indietro e soprattuto in quella situazione è in vantaggio Chiellini. Non trae vantaggio Saponara da quella posizione.

Certo è un caso limite, ma nella regola sembra tacito che il fuorigioco è una situazione in cui la palla viene giocata in avanti. Non può considerarsi vantaggio una posizione di fuorigioco quando la palla viaggia all’indietro. E’ davvero difficile, in quella dinamica, ritenere Saponara farsi vantaggio della posizione. Arriva da dietro a prendersi una palla che non va verso la porta della Juventus, l’interpretazione è senza dubbio un eccesso di zelo a favore dei bianconeri, a danno della Sampdoria e del suo trequartista. Ha ragione Giampaolo quando dice che non si annulla un gol così bello, anche perché sa benissimo che a parti invertite non sarebbe intervenuto nemmeno il VAR.

FUORIGIOCO E’ QUANDO PALLA E’ IN AVANTI?

Non vedremo spesso una dinamica del genere, ma sarebbe opportuno chiarire una cosa. Il fuorigioco, e ripetiamo che tacitamente lo fa intendere la regola, è un’infrazione che si materializza quando la palla è giocata in avanti. Quando la palla viaggia pericolosamente nell’area avversaria. In quel caso si potrebbe parlare di vantaggio di posizione. In questo caso sarebbe forse opportuno inserire un articolo nella regola. Fuorigioco è quando passi palla avanti. Se ci fosse stato questo cavillo non si sarebbe lasciata a Valeri la “libertà” d’interpretazione. Una libertà che alla Juventus sarebbe di sicuro servita a vedersi convalidato quel tipo di gol.

Salvio Imparato

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iDNES.cz, Zeman: “I sistemi nel calcio decidono a chi assegnare i titoli”

Zeman-iDNES.cz

Intervista a Zdenek Zeman di iDNES.cz ovviamente inedita in Italia. Il Boemo torna sulla sua ultima esperienza a Pescara, confessa di essere stato cercato da Arrigo Sacchi per allenare l’Under 21 e attacca di nuovo il sistema calcio, che resta per lui non puro.

Quando guardi il calcio ceco, cosa provi? 

Non conosco molto le dinamiche e non so esattamente cosa sta succedendo, ma sto ascoltando e osservando. Arbitri, corruzione … Non mi piace questo. Il calcio ceco non sta attraversando un buon periodo. Non è una bella immagine. Mi aspettavo di più dallo Sparta.

Lo scorso anno lo Sparta ha provato il grande colpo. Ha ingaggiato Stramaccioni e comprato molti stranieri. 

Stramaccioni era mio tifoso (un fan) e mi ha invitato diverse volte a pranzo a Roma. Voleva che gli dicessi cosa penso del calcio e degli allenamento. Sinceramente non so spiegare come mai lo Sparta abbia pensato a lui.

Questo è  un mistero anche per me. 

Lui ha avuto buon successo a livello giovanile, forse è un problema di esperienza. Non so dire se allo Sparta fu questo il problema.

Troppi stranieri nel calcio ceco?

È di moda avere molti giocatori stranieri in rosa. Anche qui, in Italia, l’undici titolare a volte è  tutto di stranieri. Ma nel calcio ceco è peggio. I talenti cechi non si vedono e non c’è nessuna selezione giovanile da cui prenderli. Lo Sparta ha calciatori rumeni, turchi, africani. Non portano più di quanto i ragazzi cechi porterebbero. Sfortunatamente è una realtà

Sei deluso dal fatto che non puoi intervenire? 

Non sono deluso, ma di sicuro non mi piace dove sta andando il calcio.

Non ha offerte in questo momento?

Voglio fare calcio. Calcio pulito. Spettacolo, allenamenti e valorizzare giocatori. Mi piacerebbe essere sul campo di allenamento ogni giorno, così sono abituato, ma quando vedo cosa sta succedendo, capisco che sarà molto difficile. Puoi perdere e puoi vincere, il denaro non dovrebbe essere così importante. Dovrebbe funzionare che quando giochi bene vinci. Ma se non giochi bene e vinci, per me è strano.

Perché non hai mai allenato il Palermo? 


Il presidente Zamparini non vive di progetti. Vuole fare affari, quindi ha venduto Cavani, Toni, Pastore. Ma poi esonera cinque allenatori in una stagione. Non c’è spazio per me. Ma il Palermo è la migliore squadra della serie B non dovrebbe essere brutto allenarla.

Ma?

Ho la mia politica.

Dove la porta? 

A marzo sono stato esonerato dal Pescara per un presunto problema di disciplina. Proprio io che vivo per la disciplina. Sono come un tedesco.

Cosa è successo? 

Eravamo a tre punti dai play off, giocammo una buona partita contro il Cittadella. Ma purtroppo perdemmo e il presidente disse che ci dovevamo allenare il giorno dopo. Così gli dissi: “Chi decide quando ci si allena, è l’allenatore”. Era l’unico giorno libero della settimana.

E poi? 

I ragazzi erano allarmati e mi  hanno riferito dell’allenamento mentre tornavo a Roma. Quella domenica  c’erano anche le elezioni parlamentari e mio figlio minore, Andrea, stava facendo la chemioterapia perché aveva un tumore allo stomaco. Niente mi avrebbe fermato!

Neanche il presidente? 

Mi ha chiamato per dirmi che ero stato esonerato per indisciplina.

Di peggio in peggio?

Non sono sorpreso, è il calcio di oggi. Mi ha fatto anche causa e dovrei restituire una percentuale del mio stipendio. Lo ha deciso il tribunale, ma non pagherò nessuna percentuale.

Sei famoso per aver parlato di doping nel calcio italiano venti anni fa: il calcio deve scomparire dalle farmacie!

Non so se sono famoso sol per quel messaggio.

Ma sei stato una persona  poco gradita per dieci anni.

Sono ancora qui.

La tua lotta non è stata inutile. I tribunali hanno avuto ragione. 

Il problema del doping ci sarà sempre. La domanda è, quanto sarà davvero rivelato? Spero solo che i giovani giocatori si rendano conto di quanto possa finire male.

Oggi rifaresti quelle dichiarazioni?

Senza esitazione la Juventus non era certamente l’unica ad usare sostanze proibite. Creatina, EPO, steroidi. Le droghe non appartengono allo sport. L’ho fatto per il calcio.

La Juventus non ha dimenticato. 

No ma quando la Juve gioca a Roma e sto camminando verso lo stadio Olimpico, i tifosi della Juventus  mi chiamano “Mister! Possiamo farci un selfie? ”

 

Queste dichiarazioni anti-doping ha rovinato la tua carriera? 

Non ero ancora cinquantenne, ero considerato un dei migliori allenatori in Europa. Mi avevano cercato Barcellona, ​​Real Madrid, Inter.

Rifiutò il Barcellona?

Mi sono divertito a Roma allora. Non avevo bisogno di più.

Prima hai guidato la Lazio, dove hai portato Pavel Nedved, poi due volte la Roma. 

La prima diventai un idolo, la seconda volta mi scontrai con la squadra. Non cercavo soldi e volevo solo fare cose che fanno bene al calcio.

Qual era il problema? 

La squadra non si è comportata come dovrebbe comportarsi. Non voleva essere di prim’ordine. Non mi interessa se alleno Foggia, Real Madrid o Lecce. Ovunque voglio la stessa cosa. Purtroppo a quel tempo, i ragazzi dell’AS Roma non volevano allenarsi. A loro piacevano gli accendini sul lettino da massaggio.

Chi le ha messo il bastone tra le ruote? 

De Rossi locale e un gruppo di brasiliani. Non sono abituati a lavorare in Brasile e non volevano farlo nemmeno qui. Quindi hanno avuto un problema con me.

Tuttavia, sei famoso per le durissime sessioni di allenamento. 

Vent’anni fa erano più dure.

Quindi? 

Scherzi a parte. Mi dicono che faccio lavorare e lavoro sodo. Ma quando lavoro, non guardo in faccia nemmeno a mio fratello. Mi devono seguire tutti. Ma oggi hanno reso il calcio noioso. Non si gioca verticalmente, solo palla al piede. Tutti stanno sul posto, nessuno si muove. La squadra che attacca appena fa gol si abbassa o fa passaggi da una parte all’altra giocando anche con il portiere. Non mi piace anche se si chiama calcio moderno.

Quindi non ti piace il modernismo? 


Voglio giocare a calcio. E un buon calcio può essere giocato solo allenandosi e correndo. Ma i giocatori hanno imparato a dire:  Ci stanchiamo con gli allenamenti duri e domenica non avremo la forza di giocare correttamente.

Quale allenatore segui oggi? Mourinho, Guardiola, Klopp, Ancelotti, Sarri, Emery …

Seguo molto, solo non c’è niente che mi piaccia.

Sei severo 

Quando la Guardiola stava allenando il Bayern Monaco, mi invitò a guardare i suoi allenamenti. Devo dire che il suo calcio stava cambiando ma non era ancora l’ideale.

Perché in realtà ti ha invitato? 

Gli è piaciuto come il mio Pescara ha giocato nel 2011-2012. Ha dato un’occhiata. Poi ha Estiarte che è stato uno dei più grandi giocatori di pallanuoto e ha giocato ha Pescara.

Chi sta giocando a calcio ora secondo i tuoi gusti? 

Mi piace il Liverpool. È vivace, sempre in tempo. Anche se è generalmente una caratteristica del calcio inglese.

Non hai mai abbandonato un sistema con tre attaccanti. 

In realtà lo adotto da quando ho allenato gli alunni dello Slavia.  Non ho giocato li con un sistema diverso dal  4-3-3. Il miglior assetto che esisteva, si doveva solo dare più senso del movimento e inserirci il nostro calcio danubiano come volevo. Era un calcio senza un grande jogging, quindi non ti stancavi troppo.

Il tuo acclamato zio Čestmír Vycpálek, doppio campione del campionato italiano, ha provato anche alla Juventus le tre punte, giusto?

Si Anastasi, Capello, Bettega. Entrambi abbiamo provato a farlo funzionare.

Tuo zio come te? Dietro di lui sei partito nel 1969 in Sicilia.
Spesso ero più cauto di essere un bastardo a comportarmi diversamente e ad ascoltare i consigli degli altri. Aveva ragione, ma non potevo. Ero convinto di quello che stavo facendo, perché lo stavo facendo e che lo stavo facendo bene.

Quale è stato il tuo picco da allenatore ?
Probabilmente a Licata, nella serie C italiana. Nella metà degli anni ottanta. Avevo ragazzi già allenati nelle giovanili del Palermo, quindi tutti sapevano cosa volevo da loro. Ci hanno chiamato rappresentazione siciliana. Fu molto prima di quel famoso Foggia.

Foggia, grazie ad un grande gioco, ha dato spettacolo in serie A con giocatori presi dalla serie C, il periodo fu soprannominato Zemanlandia. Ci cita qualche giocatore? 


Beppe Signori, l’oro di Foggia. Quando è andato alla Lazio, ha vinto tre volte Capocannoniere, il premio per il miglior goleador in Italia. Signori poteva dominare il mondo. Igor Shalimov, era, un pugnale. Solo se la sua testa stava bene. Gli piaceva bere. Kolyvanov è lo stesso.

Ti hanno stupito?


Io gli ho solo spiegato che giocare a calcio non significava solo qullo che si vedeva allora. L’uomo non mangia solo per diventare più alto. Dopotutto io ho sempre voluto voglio che i giocatori fossero in grado di creare spettacolo per le persone. Teatro, capisci? Non solo intascare lo stipendio del contratto.

Ma per alcuni giocatori è una follia? 


Sono coccolati perché i club li permettono. I club dipendono direttamente dai giocatori, ne hanno bisogno, quindi pagano troppo per renderli leggermente redditizi. E sarà sempre così.

Cosa hai fatto con i giocatori di calcio che non hanno dato tutto? 


Non hanno giocato quanto volevano. Dovevano mostrarmi qualcosa per farmi cambiare idea.

Perché?

Per giocare bene devi allenarti bene tutti i giorni.

Ascolta, ora non hai nessuna offerta? 

Nessuna. Sono solo un po’ sorpreso dal fatto che i club stiano optando per allenatori giovani. Forse solo il Bayern è stato un’eccezione l’anno scorso, perché aveva Heynckes. Mi chiedo se sia giusto. Se sei giovane mestiere non l’hai imparato da nessuna parte.  Che tu abbia giocato bene da qualche parte non significa che sarai un buon allenatore.  Sono contento che Arrigo Sacchi mi abbia chiesto di aiutarlo con l’Under 21 Italiana, ma io quando alleno, ho bisogno di essere in campo ogni giorno. Quindi ora ho troppo tempo libero che non mi piace.

Se non ci fossero nuove panchine, considereresti la tua carriera un successo? 

Credo di sì, anche se so che potrei lavorare ancora e meglio. Apprezzo che la rivista France Football mi abbia classificato tra i trenta migliori allenatori della storia.

Ma i titoli mancano.

Sì, ma dipende da che punto di vista si guarda. A volte i titoli vengono assegnati a tavolino, a chi non li merita.

Si riferisce alla Juventus? 


Non solo alla Juventus. Ci sono i sistemi nel calcio – che in ogni paese decidono prima della stagione, chi vincerà. E non mi piace il calcio così. Mi piacerebbe rendere il calcio puro. Lasciarlo vincere al migliore.

traduzione e trascrizione a cura di

SALVIO IMPARATO

 

 

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Roma-Juventus 1998 2-0, Zeman e l’ultimo sgarbo prima dell’esilio

Roma-Juventus-Zeman

Era il 15 novembre 1998 e all’Olimpico sarebbe arrivata la Juventus di Lippi e la Triade. La nemica di sempre, ma questa volta non si troverà contro solo una parte della città, ma anche di fronte al grande accusatore della tormentata estate 1998. Roma-Juventus ovvero Zdenek Zeman contro il popolo bianconero, un popolo offeso dalle accuse di doping. Un accusa di una colpa ancora oggi negata con tutte le forze, ma che viene mal celata da una prescrizione fatta passare per assoluzione.

Ecco il racconto de Il Romanista di Roma-Juventus 1998, la partita che resterà l’ultima vittoria di Zeman contro la Juve prima dell’esilio.

Le premesse

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all’Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall’estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile.

Le dichiarazioni diestive di Zeman

«Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l’inizio dell’inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l’uno contro l’altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

 

La resa dei conti

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all’Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male.

La guerra raccontata dagli striscioni

Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini.Tutto questo fino a un altro fischio, quello d’inizio, dell’arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall’Atalanta, all’epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com’è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un’esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall’altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l’aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent’anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro.A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro.

In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell’ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L’adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0.

Non s’era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c’è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c’era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un’alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l’ha persa. Quella partita l’ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c’era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.

Roma-Juventus sul Corriere Dello Sport del 16 novembre 1998

In prima pagina:

Olimpico in festa: la Roma liquida la Juve e l’affianca al secondo posto.
GIGANTI. Decisive due prodezze di Paulo Sergio e di Candela.
Roma implacabile in casa: decisivi il primo gol giallorosso (astuzia di Totti) e l’espulsione di Montero dopo un’ora. Fonseca-palo.

III pagina:

È stata la sua giornata: ha battuto l’avversaria di sempre ed ha raggiunto il secondo posto.
ZEMAN: ROMA, PUOI SOGNARE. “Giusto che tra i tifosi ci sia euforia, ma la squadra deve pensare solo a lavorare”.
Accuse a Ferrara: “Mi ha detto cose irripetibili”. Una risposta a Bettega: “Ha dimenticato quando era malato e spesso stavo con lui”. Non ha salutato Lippi: “Non l’ho visto”.

V pagina:

È stato decisivo, è felice. il brasiliano applaude tutti, tranne Montero: “Mi ha dato un pugno”.
PAULO SERGIO: INDIMENTICABILE. “Il gol più importante da quando sono a Roma e forse di tutta la mia carriera. Lo dedico a mia moglie e ai tifosi. Con Totti ci siamo capiti in un attimo. Una vittoria splendida, una partita bellissima: onore alla Juve. Lo scudetto? Siamo in ballo, felici di ballare”.

VII pagina:

Per il centrocampista giallorosso è un momento magico: la vittoria sulla Juventus, l’azzurro e…
TOMMASI: SCUDETTO? SI PUÒ. “Questa vittoria ci proietta ai primissimi posti della classifica e se abbiamo vinto con la Fiorentina e la Juve vuol dire che possiamo lottare per la vittoria finale. Questa Roma è più forte di quella della stagione scorsa. Ora siamo consapevoli di quanto valiamo”.

Subito dopo la partita insiame a Cafu, ha preso il volo per raggiungere la nazionale brasiliana. Sarà di ritorno venerdì.
ZAGO: E ADESSO DOBBIAMO CREDERCI. “Scendendo in campo sempre con questa voglia di vincere, potremo lottare in alto”.

SALVIO IMPARATO

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