Superleague, Zeman: “Tornare ad un calcio con meno soldi e più valori”

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Era impensabile che uno come Zdenek Zeman fosse stato d’accordo con la Superleague. Infatti su Gazzetta.it esprime il suo dissenso e la speranza che non parta.

Ho sempre considerato l’idea della Superleague profondamente sbagliata. Nelle ultime ore sembra che il progetto sia destinato già a conoscere la parola fine. Me lo auguro per il bene del calcio. Perché non esiste nessuna sana competizione sportiva che non sia basata sui concetti di meritocrazia e di partecipazione di chi se la conquista sul campo e di vittoria di chi si dimostra più forte: non solo nei conti in banca.

Svilimento dei campionati nazionali

La sua nascita favorita solo da interessi economici dei pochi club titolati a parteciparvi di diritto svilirebbe i campionati nazionali dove invece affondano le radici sociali e culturali del calcio. Che è innanzitutto un grande generatore di passioni ed esiste perché ci sono i tifosi, troppo spesso dimenticati da chi vive questo sport solo come business. Non c’è altra ragione nella creazione di questa competizione se non l’aspetto economico. Ma se questo è vero allora non possiamo pensare che l’idea della Superlega sia recente e nata in modo carbonaro solo nelle ultime settimane.

Debiti e non rispetto delle regole

I top club, zavorrati da bilanci disastrati a causa non solo della pandemia ma della cattiva gestione, da tempo pensano solo a come aumentare in ogni modo i ricavi. Come si è arrivati fino a qui? Perché prima di arrivare a questa montagna di miliardi di debiti che rischiano di far collassare l’intero sistema non si è intervenuti seriamente per far rispettare le regole e sanzionare chi le ha scavalcate? Trovando scorciatoie spesso con la compiacenza di chi il Sistema lo gestisce?

Perché una cosa è certa, le regole, in Italia come all’estero, c’erano e ci sono. Sarebbe bastato farle rispettare per non ritrovarsi nella necessità di reperire liquidità per non fallire. Operazioni senza ritorno sono state avallate permettendo a dirigenti spregiudicati di drogare i bilanci e l’intero sistema.

Meno business e più sport

L’augurio che faccio al calcio è che questo progetto di Superlega osteggiato da tutti a tutti i livelli, tranne pochi club, non parta. E che si possa tornare a un calcio magari con minori risorse ma più competitivo e sano.

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SUPERLEGA: se non hanno più pane, che mangino brioche

Dodici club, ormai definiti cinematograficamente “quella sproca dozzina”, hanno attuato il primo vero scisma del calcio, creando una Superlega privata. La partecipazione richiede un diritto di sangue: l’essere allo stesso tempo sfacciatamente ricchi, indebitati e in tutto il mondo seguiti. Tale privilegio autoassegnatosi dalle squadre dissidenti sembra riportare alla memoria vecchi discorsi illuministici e pasoliniani, i quali intrecciano il dato economico con quello etico.

1. La notte dei lunghi coltelli

Il 18 Aprile di due notti fa è una Domenica di inizio Primavera, durante la quale i campionati nazionali offrono ognuno il suo posticipo più o meno rilevante. L’Italia offre la brodaglia Napoli Inter 1-1. Un pareggio timido tra una squadra, l’Inter, già campione e una squadra fragile, il Napoli.

Poco dopo, nel bel mezzo dei soporiferi postpartita, una notizia inizia a rincorrersi sul web. L’indomani diverrà ufficiale: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Inter, Juventus, Milan, Man City, Man utd, Arsenal, Chelsea, Tottenham e Liverpool hanno deciso tra lo stupore generale di creare una Competizione internazionale, infrasettimanale e privata – la Superlega -, completamente sostitutiva della Champions e finanziata dal colosso bancario Jp Morgan per un prestito di 3 miliardi e mezzo. E’ invece in corso la ricerca del broadcaster disposto a trasmettere il nuovo prodotto calcistico mentre gli uffici di rappresentanza e di comunicazione della Superlega sono già attivi.

Non casuale la scelta di uscire allo scoperto da parte dei “Leghisti”, commettendo per molti (tra cui il Presidente della Uefa Ceferin su tutti, nonché padrino della figlia di Andrea Agnelli) un autentico tradimento, poco prima dell’annuncio della nuova Champions League.

Format il quale la sporca dozzina ha preteso e ha supportato nella creazione. Tuttavia, nel 2024 La Champions prevederà più partite ma incassi simili a quelli attuali. Non è bastato alla Uefa cedere anche sulla rivisitazione, ora ritrattata, del Fair Play finanziario. Agnelli e soci hanno ritenuto queste gentili concessioni non sufficienti per le esigenze presenti e future di quelli che si autodefiniscono i più grandi club nel panorama calcistico mondiale.

2. Il conformista

-Una immediata riflessione sopraggiunge, cioè quanto avessero ragione Pasolini e Moravia sul fatto che chi si scandalizza è un conformista. La Superlega era un lento fiume carsico in attesa di fuoriuscire. Il Covid ha aperto la voragine divenuta sorgente. Ragionevole e giustificato arrabbiarsi, meno rimaner stupiti alla notizia, soprattutto da parte degli addetti ai lavori -.

3. Il dato economico

L’immediata considerazione che soggiace alla creazione della Superlega è la seguente: i dodici club fondatori radunano insieme una posizione debitoria di 6 mld. A questi ultimi vanno immediatamente aggiunti i quasi 4 del finanziamento della Jp Morgan. Una tantum la banca americana garantirebbe ai partecipi della competizione elitaria in questione tranches da 350 mld. I diritti televisivi sarebbero a parte.

I club più ricchi, maggiori vincitori degli ultimi trofei Uefa e federali messi in palio, non trovano nel sistema calcistico comunitario i giusti stimoli finanziari. Nel frattempo l’importanza conseguita dai loro brand gli consente di rischiare una tale separazione. Champions e campionati che sorti avrebbero senza i suddetti club, visto che questi ultimi sommano uno dei quattro miliardi di tifosi in giro per il mondo?

4. Compatibilità con i campionati nazionali

Anche se formalmente nessuno dei presidenti dissidenti ha voglia di abbandonare i campionati nazionali. Al momento, però, le leghe federali offrono 12 turni infrasettimanali. La Superlega richiede almeno 23 slot infrassetiminali. Come conciliare? I campionati avrebbero lo stesso appeal in mancanza dei clud dissidenti? E questi ultimi esclusi dai campionati domestici potrebbero reggere una sola competizione da poco meno di 30 partite? Essi infatti hanno intenzione di rinunciare alla Champions, Europa e Conference League.

Va subito detto che come in egual ambito comunitario nulla è stato possibile compiere, da un punto di vista giuridico-ostativo, contro la creazione della Eurolega di Basket, che ricalaca il modello della Superlega, resta complicato bannare gli artefici della separazione dalla Uefa, dalla Fifa e dalle rispettive Federazioni cui appartengono. Vano potrebbe risultare inoltre anche il tentativo di escludere i calciatori sotto contratto di tali squadre dalle competizioni per Nazioni.

Infondato anche il paragone con la suddetta Eurolega o con la Nba: la prima, da ultime notizie, dopo uno inizio di successo sta perdendo pezzi. La seconda è un’associazione privata esterna agli organismi sportivi internazionali, ha alle spalle una base dilettantistica, prevede una trade tra giocatori senza passaggi di danaro e infine con il sistema del Draft impone l’alternanza al vertice.

5. Florentino Perez

Florentino Perez, in una intervista di ieri sera alla compiacente emittente Chiringuito Tv, assicura dal canto suo che, sebbene la partecipazione alla Superlega sia su inviti, i benefici economici degli invitati ricadrà anche sui non invitati. Sono stati predisposti infatti un premio di non partecipazione di 10 mln cadauno ma anche, va da sé, una capacità di rispondere a richieste economiche più esose per l’acquisto dei calciatori militanti nelle squadre esterne alla Nuova Lega.

6. La posizione di Rumenigge

Ed è proprio questo il punto: benché la Superlega assicuri che i soldi di Jp Morgan dovranno utilizzarsi su infrastrutture all’interno di un sistema che prevederà un salary cap, la situazione d’indebitamento, causativa della Superlega, preesiste all’ideazione di tale competizione. I buchi di bilancio, da una parte, provengono dalla costruzioni di stadi avveneristici; dall’altra, dalla formazione di rose di calciatori strapagati almeno quanto i loro procuratori. Il Covid ha aggravato le perdite.

Permettersi stadi e/o giocatori oltre le proprie possibilità davvero è una colpa della Uefa o dei club di Provincia? Oppure è riconducibile semplicemente a malagestione manageriale dei club indebitati riottosi a perdere a causa di un ridimensionamento momentaneo ma obbligato? Ed è proprio questa la posizione monitoria che Rumenigge, con tutto il calcio tedesco compatto alle sue spalle, assume sulla Superlega rifiutandone – per ora – l’invito a parteciparne.

7. Uno stato pre-rivoluzionario

Alla domanda su-esposta la sporca dozzina risponde si. L’incapacità della Uefa di dotare le sue competizione di maggiori introiti nasce da una politica eccessivamente inclusiva nonostante, albi d’oro alla mano, essa abbia garantito agli scissionisti vittorie e ricchi premi. Ai grandi club non basta più il privilegio di vincere sempre e comunque ma anche di guadagnare molto di più di quanto già avvenga attraverso l’eliminazione del seguente tipo di partita: Davide contro Golia.

Ed è ciò che Perez e Agnelli hanno ribadito rispettivamente ai microfoni tv e in riunione di Lega. All’opposizione che la permanenza delle loro squadre nei campionati nazionali deprederebbero ogni brandello di competitività, la tesi della Superlega è “tanto comunque già non c’è più”.

Questo sarebbe alla base poi della scelta di creare una Lega super-esclusiva e iper-tifata tra club che incrocino soldi, blasone, tifo e follower. Poi spulci gli annali delle ultime dieci stagioni e si fa fatica a comprendere, tifosi e fatturati a parte, cosa abbiano gli attuali Atletico Madrid, Milan, Inter, Arsenal e Tottenham più di altre.

8. Pasolini

Così la Superlega assume la stessa ritrosia del Parlamento francese a concedere un proporzionato diritto di voto agli ordini sociali degli Stati Generali antecedenti alla Rivoluzione Francese. Salvaguardare fino alla fine un privilegio quasi clericale o nobiliare. I club dissidenti sono disposti a non vincere più soltanto sul piano internazionale purché vincano in territorio domestico e guadagnino su quello estero il doppio di quanto già facciano.

E per realizzare questa conservazione dello status quo – che lo stesso Florentino Perez pone in bilico individuando nel 2024 la data della morte del calcio qualora la Superlega non andasse in porto – si affida all’accumulo dei privilegi. Il privilegio, diceva il pioniere Pasolini, è un accettabile categoria mentale dell’uomo. Diventa tuttavia un pericoloso strumento sociale nel momento in cui sfocia in collezione di ulteriori diritti giustapposti ai già esistenti.

9. Il dato etico

E pare che il punto dell’avidità sia stato raggiunto se il calcio deve dipendere soltanto da un oligopolio privato. Il quale disprezza il merito, conservando arbitrariamente ad altrettanti eletti briciole non continuative della suddetta Superlega in virtù dei 5 posti riservati ai club non fondatori.

E’ vero che può intendersi meritorio anche creare una competizione soltanto tra i più forti in senso assoluto. Ad esempio le olimpiadi propongono tra i qualificati alle gare dei 100 mt soltanto tre americani, ancorché almeno altri tre statunitensi abbiano tempi da finale olimpica. In modo opinabile, si sceglie la strada della qualificazione attraverso la competizione per garantire a tutti i Paesi di essere rappresentati da almeno 3 atleti per disciplina. Pur tuttavia, resta assente il dato dell’autoproclamazione di sangue per i migliori corridori olimpionici!

10. La rivoluzione

I grandi manipolatori del gioco del calcio dicono di guardare alle future generazioni. Consci del fatto che alla massa lobotomizzata di incalliti giocatori di Fifa, al cui videogioco i club scissionisti non cederanno più i diritti d’immagine, si possa somministrare in eterno una patinata sfilata di stelle impegnate in poco meno di 30 partite profondamente chic.

Si dimentica però che le persone non sono robot, hanno sangue, carne e ossa. Pertanto non ci si ricorda neanche che in coda al diciottesimo secolo il Terzo Stato francese, già dialogante con parte di Clero e Nobilità lontana dai benefici di Versailles, in definitiva ruppe le catene degli ordini sociali e creò le basi storiche della Democrazia. Maria Antonietta, che invitò i poveri a godere delle brioche se pane non ce n’era, fu decapitata. Ed in tal senso le prime reazioni dei tifosi, soprattutto inglesi, dovrebbero preoccupare sia Perez che Agnelli.

La forma non è sostanza ma talvolta contribuisce ad essa o si sovrappone del tutto con la sostanza. Infatti, è la forma che preserva le istituzioni. La forma del calcio finge ancora che il merito sia in esso tetragono. Come la nuova Champions del 2024 dimostra. La riforma di De Calonne, allo stesso modo, per affrontare una imminente bancarotta del Regno, simulava una sopraggiunta convinzione governativa di parificare progressivamente gli ordini sociali attraverso la sottoposizione del clero e della nobiltà ai gravami fiscali. E la decisione finale del Parlamento di non modificare la distribuzione del voto negli Stati Generali svelò il credo reale sulla lotta di classe. Di lì a poco ci fu la rivoluzione francese.

Ora che si è definitivamente capito che nessuno può vincere e guadagnare al di fuori dei Papi dello Scisma leghista, questi ultimi sapranno fronteggiare la reazione di chi dovrebbe accontentarsi a tavola delle brioche?

Massimo Scotto di Santolo

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Max Allegri al Club, “per me è no!”. Racconto del calcio che non convince

L’entusiasmo che ha accompagnato la presenza di Max Allegri al Club, ha incuriosito ma non ha convinto. I problemi del calcio italiano in Europa sono anche figli del racconto che il tecnico livornese ha portato in diretta a Sky Calcio Club.

Chiunque potrebbe dire – <<Ma come, Allegri è l’unico che ha portato la Juve a giocare due finali di Champions e voi scrivete queste eresie?>> – ma non avrebbe ragione, almeno non del tutto. Qui non stiamo scrivendo un articolo per dire – << Svegliatevi, Allegri non è bravo>> – anzi, Max Allegri è bravissimo, il numero uno dei gestori, come li definì Zeman. Ne è l’evoluzione, la versione 3.0 di Lippi, Capello e Ancelotti. Anzi come Ancelotti è un rinnegato, Carletto rinnegò Sacchi senza tradire il DNA del Milan, forse alla Juventus capì che non poteva replicare l’integralismo del suo maestro. Allegri invece ha rinnegato il bel gioco, con quello vinse la panchina d’oro alla guida del Cagliari, mutando invece il suo DNA personale, fino ad arrivare a quello che è oggi. Un allenatore moderno che va ospite di Caressa a far godere Capello e far felici gli anti Sarri e risultatisti.

IL CALCIO E’ CHI DIFENDE MEGLIO

Era l’ultima frase che si poteva sperare di sentire e Max Allegri we l’ha detta. E da li in poi non lo ascolti più con la curiosità di chi ormai si era buttato alle spalle il suo periodo Juventino, la contrapposizione con Sarri e i “giochisti”. Chi si è definito zemaniano non può non discostarsi dal racconto che ne è venuto fuori. Si tradirebbero le crociate filosofico-culturali di Zeman, dove il calcio è chi fa un gol più dell’avversario, ascoltando assoluti del calcio vecchia maniera. E si rischia anche di fare brutte figure se non si capisce, che ormai il calcio italiano sta pian piano accogliendo il calcio di chi è sempre stato vissuto come untore.

Non a caso le rivelazioni italiane sono tutte quelle che propongono un’idea di calcio ben precisa. Italiano, che è l’ultima in ordine cronologico, si emoziona in diretta per i complimenti ricevuti dal Boemo. Questa realtà dovrebbe raccontare molto di più di un – <<sono più importanti i calciatori e la loro tecnica>> – che diventa un racconto non più sostenibile. C’è ormai un pubblico attento che non si può entusiasmare a vedere Max Allegri e Don Fabio “farsi i pompini a vicenda” in stile Pulp Fitcion.

CON QUESTO TIPO DI RACCONTO NON SI VA LONTANI IN EUROPA

Sandro Piccinini in qualche modo ha tentato di ricordare, a Max Allegri, che in Europa le squadre cercano il risultato con una diversa mentalità offensiva. Ma Max ha tentennato, non ha saputo rispondere arrovellandosi con la storia del DNA delle società. Il Liverpool ed il City ad esempio, ora hanno il DNA di Klopp e Guardiola, quindi il suo discorso stona, se pragonato a queste realtà. Magari è più circoscritto alla serie A, ma in Champions perde molta forza. Insomma il suo racconto e tante altre realtà non dette o citate non convincono. Quando Zeman dice che in Italia si lavora poco nessuno lo cita o lo ascolta.

E’ chiaro che il colpo Sarri lo ha accusato. Un colpo forte da cui non ne è ancora uscito. E di sicuro non ne uscirà rafforzando questa limitata visione. Non ne uscirà consolidando miopi convinzioni, non sempre valide. Infatti prendiamo la sua regola in cui contasolo il valore dei calciatori. Perché da quando è arrivato Ronaldo, uno dei più forti del mondo, acciughina ha faticato di più? Max Allegri è intelligente e anche furbo, legge la partita come pochi. Ma il calcio che racconta e quello che rinnega screditandolo mettono a nudo il suo limite.

SALVIO IMPARATO

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Zeman: “Italiano mi somiglia, in Italia si lavora poco fisicamente”

Zeman-Corsport-Italiano

Dopo un lungo silenzio, il Boemo è tornato a parlare. Ecco le parole di Zeman al Corriere Dello Sport, intervistato da Antonio Giordano.

La Roma è rientrata ieri pomeriggio dalla Ucraina

«Penso non incida. Se sei allenato bene – afferma Zeman – hai la possibilità di recuperare sino a domenica sera. E comunque non sarà un aspetto condizionante: gli organici sono ampi, si può procedere con le rotazioni».

Ma la Roma le piace?

«Non glielo posso dire…».

Faccia un’eccezione… 

«Contro le prime della classifica, ha conquistato pochi punti. E domenica scorsa hanno cominciato anche a perdere con il Parma. Anche questi sono segnali».

Domenica ha la possibilità di rivalutarsi, anche agli occhi della classifica, con il Napoli. 

«Che per me è favorito, in questo momento. Ma pure a loro manca la continuità nelle prestazioni, un paio buone e poi una o qualcuna sbagliata. E dipende, comunque, da come affronteranno la partita: se per vincerla o se per non perderla».

Il campionato del Napoli è border line: può arrivare in Champions o ritrovarsi anche niente tra le mani. 

«È una stagione deludente, complessivamente, ma la vittoria di Milano è una speranza, riavvicina gli azzurri al quarto posto e consente almeno di credere che sia possibile qualifi carsi per la Champions».

Insigne è sempre di più il miglior calciatore italiano? 

«Più passa il tempo e lui più diventa bravo. A me le classifiche sui calciatori non piacciono, però lui ci mette qualità, ti diverte, fa le due fasi, anche se una di queste non è cosa sua. Quando bisogna difendere, lui non ne prende una. Però ci mette tanta buona volontà e comunque sa fare ombra al giocatore avversario. Solo che per andare a coprire è costretto a rimetterci qualcosa in chiave offensiva”.

“L’Inter per vincere lo Scudetto ha dovuto rinunciare alla Champions?

“E invece seriamente io dico che in quel momento l’Inter non era convinta delle propria forze. Resto convinto che giocare ogni tre giorni sia possibile e che una squadra con quell’organico potesse permettersi il doppio e triplo impegno. Però, rivado a quei giorni e ripenso che all’epoca, probabilmente, Conte e i suoi non fossero pienamente consapevoli della loro consistenza. Succede”.  

Italiane eliminate in Champions

“Non siamo mai stati grandi lavoratori. Siamo indietro fisicamente, tecnicamente e tatticamente – dice Zeman – c’era già un gap. Si è dilatato con il virus, il problema è ampio. Ma siano concesse le attenuanti generiche”.

In Europa è rimasta solo la Roma

“E’ l’ennesimo campanello d’allarme, vuol dire che si è commesso qualche errore in precedenza”.

Scelga il nome di un allenatore che l’ha incuriosita. 

«Il primo, ma da anni, è Gasperini: ha una mentalità che colpisce, vuole sempre avere la palla e poi attacca, insegue la vittoria. In un calcio in cui in tanti passano la palla all’indietro, manco fossimo nel rugby, l’Atalanta fa altre cose e anche assai belle».

E poi un giovane: ce n’è uno in giro che un po’ qualcosa di lei sembra ce l’abbia dentro. 

«Italiano non si accontenta, devo dire che penso un poco mi somigli. Vuole salvarsi attraverso il gioco: lo propone e non lo subisce. E non ha paura».

Per divertirla, tra un po’, ci saranno gli Europei: perché la Nazionale di Mancini le piace.

 «Sempre pensato che fosse il Ct ideale per l’Italia. E il campo lo sta confermando…».

Le faccio alcuni nomi: Florenzi, Immobile, Insigne, Romagnoli e Verratti… 

«Li conosco bene. E spero che tutti e cinque possano esserci all’Europeo. Hanno meritato queste soddisfazioni, hanno lavorato duro e sempre, non si sono accontentati di ciò che il destino gli ha concesso. Io li ho semplicemente allenati e ognuno si è impegnato per migliorarsi”

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Nocerino: “Se ti allena Zeman puoi giocare due partite al giorno”

Zeman-Nocerino

Antonio Nocerino si è concesso ad una lunga video intervista sul canale Twitch di Nicolò Schira. Ha parlato del suo passato tra cui l’esperienza con Zdenek Zeman.

https://m.twitch.tv/videos/944052344

L’ALLENATORE NOCERINO 

“Ho finito il corso per il patentino da allenatore – dice Nocerino – poi dovrò fare gli esami e conseguire ufficialmente il titolo per allenare. Ho vissuto un bel percorso, la nostra scuola è importante, fatta di dettagli e cose che da giocatore non si notano, mentre in questo nuovo percorso vengono viste in modo totalmente diversa. Mi affascina l’idea di allenare e credo che questa sia la strada giusta per il mio futuro. Il ruolo di centrocampista aiuta ad allenare. Devi essere veloce di pensiero, controllare tutto, studiare i movimenti dei compagni e fare da collante tra difesa e attacco. Inizialmente ero curioso riguardo a questo ruolo da allenatore, poi mi è salita pian piano la voglia e ho deciso di fare il corso a Coverciano.”

BENEVENTO

La convinzione definitiva mi è venuta nella mia esperienza a Benevento, aiutando i più giovani. Vedevo che il mio modo di parlare era diverso rispetto a quello che ero prima, e ho iniziato a fare i corsi. Ho anche iniziato ad allenare ad Orlando, provando l’esperienza della panchina, e ora non mi immagino un futuro diverso dalla panchina. Divoro partite su partite a tutte le ore, e senza calcio non so stare: sono capitato in un momento storico in cui non ci si può muovere e vedere partite dal vivo, allora le guardo da casa con un occhio diverso, quello da tecnico. Prendo appunti, studio e mi informo: credo che questi passi siano fondamentali, in ogni ruolo o ambiente”.

ALLENATORI

“Da tre/quattro anni osservo Nagelsmann e le sue squadre. In Italia seguo tutti, ma guardo con piacere alla ventata d’aria nuova portata da De Zerbi, oltre a Gasperini, Juric, Simone Inzaghi che reputo un grandissima. Amo Bielsa, che ha un modo di trasmettere le idee in maniera impressionante. Oltre ovviamente a big come Guardiola e Klopp. Agli allenatori che ho avuto ruberei la lealtà: bisogna essere sinceri, limpidi, senza crearsi maschere o fingere qualcosa. La tecnica, la tattica, la strategia si migliorano, la personalità rimane per sempre. Ho avuto grandi allenatori, ho imparato qualcosa da tutti, ma la prima cosa che voglio ottenere è il rispetto e l’apprezzamento dei giocatori per l’uomo Nocerino. Senza stima, non si può trasmettere la propria idea calcistica al giocatore”. 

ZEMAN E AVELLINO

 “Zeman mi lanciò titolare a 18 anni, in Serie B. Mi aveva visto in un torneo estivo, che non avrei dovuto fare perchè dovevo sostenere gli esami per il diploma di maturità: sono riuscito a giocare e studiare, mi sono diplomato e dall’altro lato Zeman mi vide e mi disse che mi voleva nel suo Avellino. Mi ha insegnato tantissimo, è un allenatore che ti spiega, ti insegna, ti forma come giocatore e come uomo ed è fondamentale per la crescita dei giovani. La preparazione fisica di Zeman è mostruosa ed estenuante: i 45km di fartlek che facevi alla ripresa, i gradoni, i mille ripetuti undici volte in sequenza… Però in partita, dico per me, avrei potuto giocare due partite in un giorno senza sentire la fatica. Con l’allenamento ti abituavi all’intensità della partita, e in campo potevi fare di tutto: come ti alleni, così giochi”.

GASPERINI

“Gasp era già così quando mi allenò, è identico ai suoi inizi. Gli allenamenti sono gli stessi, l’intensità è la stessa e ti prepara alla partita. A mio avviso, l’Atalanta è la squadra più “europea” che abbiamo. Fisicamente regge contro tutti e rispecchia l’idea di calcio di un allenatore che in allenamento ti massacra, ma poi ti fa rendere al massimo in partita. Spero che possano rimontare contro il Real Madrid, per il calcio italiano e per l’Atalanta che ha una convinzione nei suoi mezzi incredibile. Non sarà facile per i blancos, e speriamo che possano togliersi grandi soddisfazioni”.

JUVE OUT IN CHAMPIONS 

“Quando è stata sorteggiata col Porto, tutti hanno pensato che fosse un avversario “morbido”, ma così non è andata. Il primo tempo dell’andata è stato tutto tranne che all’altezza, poi è arrivato il gol di Chiesa e nel ritorno ci si aspettava la rimonta della Juventus. Ieri la Juventus non ha iniziato bene, e poi ha giocato oltre sessanta minuti in dieci contando anche i supplementari. Vedendo la qualità e la forza delle due squadre, e per di più in 11 vs 10, non mi sarei mai aspettato che la Juve potesse uscire.

CONTRACCOLPO JUVE

Sarà una bella batosta, inaspettata per di più. Tutti i match di Champions sono difficili, però quando vuoi vincere la coppa non ti puoi permettere passi falsi ed errori come quelli che ha fatto la Juventus, è una bella botta. Avevano pescato una seconde più “abbordabili” della Champions. Il Porto ha fatto la partita che doveva fare, sia all’andata che al ritorno, preparando il match al meglio. Ripartivano bene, Corona ha fatto un match incredibile e Pepe a 38 anni ha dato lezioni di difesa. Sono stati perfetti e hanno sfruttato le loro qualità, reggendo nonostante l’inferiorità numerica e passando con merito”.

IL GIOVANE NOCERINO 

“Ho sempre giocato da centrocampista, magari giocando a volte trequartista o davanti alla difesa, ma sempre in mezzo. Chi mi ha cambiato la carriera è stato Iachini a Piacenza, mi mise mezzala e da lì è partita la mia reale carriera: ho segnato sei gol in Serie B e sono esploso. I miei idoli, da ragazzo, erano Redondo, Albertini e Guardiola.

All’inizio giocavo a calcio per divertirmi, perchè mio padre allenava in una scuola calcio e potevamo passare del tempo assieme, poi mi sono appassionato. Giocavo dalla mattina alla sera, e ho dovuto fare il triplo/quadruplo della fatica perchè sono cresciuto in una zona difficile. La famiglia mi ha dato grande forza, e da lì ho iniziato a fare dei provini: la prima volta che mi hanno notato, erano venuti per vedere un altro giocatore, invece hanno visto me e ho iniziato a fare tutti i vari provini per entrare nei grandi club.

Mio padre si alzava di notte per accompagnarmi e collezionavamo “Vi faremo sapere”, allora dissi a mio padre di lasciar stare, il classico “Se mi vogliono, mi vengono a prendere”. Poco dopo successe la cosa della Juventus, e da lì iniziò un altro percorso perchè la concorrenza era impressionante e per di più venivo da un’altra città e un’altra zona: l’inserimento è stato difficile, ma non mi sono mai abbattuto neppure nei momenti più difficili.

Dicevo a mia mamma che andava tutto bene, poi piangevo non appena attaccavo il telefono, perchè mi mancava la mia famiglia: sentivo di avere un’opportunità enorme e volevo sfruttarla. Pian piano ho iniziato a scalare le gerarchie, fino ad arrivare a quel fatidico torneo in cui mi notò Zeman e mi cambiò la vita. I miei genitori mi hanno dato grandi valori: mi avrebbero fatto andare alla Juventus solo se avessi preso il diploma. Ho avuto una famiglia unita, semplice, umile e con  dei principi chiari e saldi nella testa. Ho accontentato mia mamma e ho ripagato i sacrifici di mio padre raggiungendo grandi traguardi”.

IL DEBUTTO IN A 

“12 febbraio 2006, a Marassi, Sampdoria-Messina. Sono cresciuto in un posto difficile, e il mio sogno era quello di giocare a calcio e sbarcare un giorno in Serie A. Ci sono arrivato facendo enormi sacrifici, vista la concorrenza dell’epoca, ma ricordo ancora quel match in cui debuttai in Serie A. Negli anni seguenti ho segnato la Nazionale e la Champions, e sono arrivato a giocare entrambe. Ogni anno mi mettevo uno step in più da raggiungere per crescere anche caratterialmente, e posso dirmi molto soddisfatto”. 

IL PIACENZA E IACHINI 

“Ho vissuto la Serie B con Juventus, Napoli e Genoa. Il mio Piacenza, con Cacia, Campagnaro e Nainggolan, arrivò 4°. Avevo cambiato spesso squadra prima di andare lì, e quell’anno decisi di andare a Piacenza perchè volevo continuità. Iachini mi trovò il ruolo, la posizione e trovammo subito una grande affinità: da lì in poi cercavo sempre continuità a livello calcistico, per giocare e mostrare di meritare ciò che avevo ottenuto e che meritavo di mettermi in mostra. Anche facendo un passo indietro per farne due avanti. L’anno dopo sono andato in Serie A grazie a Iachini, che mi ha dato una conoscenza del ruolo totalmente diversa da quella che avevo in precedenza. Sono tornato alla Juventus da protagonista, giocando 32 partite da protagonista formando un grande tandem con Cristiano Zanetti”.

NOCERINO E RANIERI

“In estate ero sul mercato, volevo continuità di gioco e mi cercarono Fiorentina e Napoli. Non volevo tornare ad avere uno scarso impiego o girare l’Italia in prestito. La Juventus e Ranieri mi tolsero dal mercato: il mister, in ritiro, fu di parola e mi disse che facevo parte del progetto, anche se erano stato acquistati grandi giocatori investendo tanti. Una grande persona, che mi disse “Se meriti, giochi”: a quel punto mi ha stimolato, ho lavorato duramente e ho giocato tantissime partite da “ragazzo del settore giovanile”. Feci la prima amichevole, giocai bene e da lì non sono più uscito dalla formazione titolare.

NOCERINO, NEDVED E LA JUVENTUS

Lì ho avuto la conferma che mi sarei potuto ritagliare uno spazio importante in Serie A, nonostante avessi oltre cento presenze in Serie B. Nedved mi ha aiutato molto, è stato fondamentale perchè mi ha fatto capire che cosa vuol dire arrivare ad alti livelli, meritarsi stima e fiducia e stare ad altissimo livello. Con un’unica parola chiave: lavoro. Senza mai accontentarsi e mostrando serenità e voglia. Se ho giocato e mi sono meritato quell’anno di giocare titolare alla Juventus, è stato anche per l’esempio di Pavel. Un calciatore e un uomo impressionante, che spesso non viene capito dall’esterno. Aver conosciuto questi campioni mi ha preparato alle sfide successive”. 

NOCERINO, IL PALERMO E ZAMPARINI 

“Nel 2008 la Juventus voleva Amauri, e in quel momento storico i giocatori del settore giovanile non venivano ritenuti così fondamentali per il progetto. Zamparini voleva me, la Juventus voleva Amauri e mi sfruttò per abbassare il prezzo insieme ad altri giocatori. Ringrazio il Palermo, che oltre ad avermi dato la possibilità di conoscere una piazza incredibile, mi ha consentito di lanciarmi a tutti gli effetti.

Abbiamo sfiorato la Champions e costruito stagioni fantastiche, con un gruppo che era una famiglia e venne costruito dal nulla. Si veniva dagli anni di Guidolin e bisognava migliorare quegli anni. Al mio arrivo non ci fu un bell’inizio: venne cambiato l’allenatore dopo la prima partita, con Ballardini avemmo continuità, però facemmo la differenza a livello di gruppo e squadra con Delio Rossi.

Lì creammo una macchina perfetta, raggiungendo la finale di Coppa Italia e ottenendo il record di punti, oltre ad avere grandissimi giocatori e nazionali in ogni paese. Ce la giocavamo con le big e spesso le battevamo. Un gruppo impressionante, che riuscì a resistere anche senza direttore sportivo e si compattò: non ci serviva nulla per rendere al meglio, andavamo col pilota automatico. Vivere un gruppo così è stato un onore. Se Zamparini avesse tenuto l’ossatura della squadra, vendendo solo Pastore e comprando un difensore e un regista, avremmo avviato un ciclo di altissimo profilo come quello del Napoli: avremmo potuto centrare la Champions e divertirci ogni anno. Vendendo qualche big ogni anno, il nostro ciclo fu devastante. Pensate se fossero rimasti tutti…”.

NOCERINO E CAVANI 

“Devastante già da giovane. Correva come un centrocampista, aveva una fame e una grinta impressionanti. Si vedeva a occhio nudo che lui e Pastore erano fatti per altre piazze. E, come per Pastore con Ilicic, Zamparini si era già portato avanti prendendo il sostituto: avevamo Abel Hernandez e Pinilla, c’era Mchedlidze che è stato molto sfortunato… E anche Ilicic, era già un fenomeno pur essendo molto giovane. Vedere ciò che è successo al Palermo dopo la finale di Coppa Italia mi ha fatto male: immaginatevi Belotti, Dybala e Vazquez in un gruppo granitico come quello del Palermo che sfiorò la Champions con Delio Rossi. Avremmo potuto creare un’isola felice e un progetto simile a quello dell’Atalanta di adesso. C’era tutto per fare benissimo: tifoseria calda, gente straordinaria e grandissimi giocatori”.

NOCERINO E L’ADDIO AL PALERMO 

“Volevo rimanere, perchè avevo mia moglie incinta della seconda bambina e non volevo muovermi. Temevo il cambiamento, perchè stavo benissimo al Palermo. Dissi al presidente: “Sono a scadenza, voglio restare, mi faccia firmare anche lo stesso contratto senza adeguamenti e fronzoli”. Avevo raggiunto la mia stabilità calcistica e umana a Palermo, sarei rimasto a vita e avrei chiuso lì la carriera. Così non fu. Partii in ritiro, c’era Pioli che venne mandato via dopo il preliminare col Thun, e piano piano venne smontata tutta la squadra, facendo così finire il progetto: io andai al Milan, Pastore e Sirigu al PSG, rimasero Balzaretti e Cassani, ma il blocco pulsante della squadra venne distrutto. La piazza non si meritava un finale così”.

NOCERINO E IL MILAN 

“Mi ingaggiarono per soli 500mila euro, una cifra impensabile oggi. Un affare clamoroso per il Milan, che fa capire anche come il Palermo volesse “liberarsi” di me e non mi trattò da bandiera. C’erano gli Europei all’orizzonte, andai in una grandissima squadra e ricca di campioni. Già dal numero che dovevo scegliere sudavo, non sapevo cosa fare e temevo di pestare i piedi a qualcuno. Pirlo mi disse di prendere la 21 in Nazionale, mentre al Milan presi la 22. Non l’avessi mai fatto, era di Kakà e i giornali impazzirono

“Ha distrutto il numero di Kakà, non è da Milan…”. Nel primo mese venni distrutto, però vengo da un posto che mi ha fatto diventare grande velocemente e ho la testa molto dura. Qualche critica non mi ha abbattuto, avevo avuto esempi importanti e lavorando mi sono conquistato la stima di tutti. Nel primo allenamento, mi sono scontrato con Ibra e sono volato per 5/6 metri: lì ho capito che, o lavoravo il triplo degli altri, o non avrei ottenuto nulla.

NOCERINO E GATTUSO

Vedendo Gattuso, che poi è diventato un amico e un esempio, ho iniziato a lavorare duramente, sono diventato titolarissimo e ho segnato proprio contro il Palermo la mia prima rete col Milan. Da lì ho iniziato a prendermi spazio e ho capito che ero sulla buona strada. Il difficile era continuare così: andavo sempre al limite, non mi risparmiavo e volevo vincere la sfida-Milan, facendo cambiare idea a chi mi aveva massacrato. Ho fatto un’annata straordinaria, tantissimi gol (11) e sono stato convocato a furor di popolo all’Europeo, facendo ricredere i critici.

E’ stata la più grande soddisfazione della mia carriera calcistica. La Curva Sud mi ha subito adottato – confessa Nocerino – perchè davo tutto. Io non avevo le qualità di Seedorf o Ronaldinho, però la maglia del Milan mi faceva sentire invincibile e mi trasformava in un “supereroe”: sapevo che potevo contare su degli uomini incredibili, su un pubblico che mi ha subito accolto e mi ha dedicato uno storico e bellissimo coro (“Oh Nocerino, picchia duro, facci un gol/Chiamato Mister X, per due soldi è giunto qua/Adesso gioca segna ed esulta con gli ultrà”), e su un Milan che era una grande squadra”. 

NOCERINO E BOATENG 

“Kevin è un grande, una persona meravigliosa che è l’opposto di quello che la gente pensa. Le etichette sono sbagliate, non si dovrebbe giudicare chi non si conosce o prendersi certe libertà. Un grande ragazzo, che faceva parte di un grande gruppo di campioni che ti indicavano la strada: stava solo a noi non sbagliare e sprecare l’occasione. Auguro a Boateng e al Monza di approdare in Serie A, anche perché ci sono Berlusconi e Galliani che sono due grandissimi dirigenti. Persone che amano il calcio e di grandissima competenza, meriterebbero di nuovo di tornare ai massimi livelli”.

NOCERINO E IBRAHIMOVIC 

“Un mostro, nulla di ciò che fa è casuale. L’età per lui è solo un numero. Ha un carisma e una forza fisica impressionante, si diverte ancora a giocare e dà il mille per mille. Sposta gli equilibri e sono contento che sia ancora strepitoso come allora”.

NOCERINO SUL MILAN ATTUALE 

“Quando il Milan è partito, un anno e mezzo fa, nessuno si aspettava che arrivasse così rapidamente al secondo posto e alla lotta-scudetto. Maldini, Massara e mister Pioli stanno facendo un lavoro enorme e dando continuità, eliminando gli alibi del cambiamento societario ai giocatori. Allenandosi con Ibra e avendo continuità a livello di progetto e di società, quegli alibi sono svaniti. I giocatori attuali hanno capito che per stare ad alti livelli e indossare quella maglia si deve lavorare duramente. E i risultati arrivano. Kessie sta facendo un campionato pazzesco, sta facendo molto bene e la sua crescita è merito di Pioli: gli ha dato consapevolezza e tranquillità, così ha potuto mostrare le sue qualità. Kessie, Bennacer, Calabria e Calhanoglu crescono di anno in anno in maniera impressionante. Spero che possa farlo anche Leao, che ha qualità importanti”.

NOCERINO SU DONNARUMMA 

“Gigio fa un altro sport, è uguale per doti e applicazione a Buffon con cui ho giocato da ragazzo. Lui e Theo Hernandez fanno un altro sport. Mi piace molto Tomori”.

NOCERINO E IL WEST HAM 

“I sei mesi in Premier League sono stati stupendi, come cultura e mentalità li consiglio a chiunque abbia voglia di imparare, conoscere e crescere. Quell’esperienza mi ha aperto tanto la mente: conoscere altre culture, paesi, abitudini è fondamentale. Un mondo diverso: non c’è ritiro, il calcio si vive diversamente. Un’ora e mezza a tutta in allenamento o in campo, poi si stacca e si vive con meno stress e meno pressioni. Non ci sono radio, televisioni, giornali che parlano 24h su 24, 365 giorni all’anno e ogni secondo di calcio, ed è molto diverso. Bisogna prendere il buono da ogni paese e/o cultura”.

NOCERINO E LE ESPERIENZE DI TORINO E PARMA 

“Un’esperienza disastrosa. Venivo dal West Ham, avevo l’opportunità di rimanere in Inghilterra, però volevo rimettermi in gioco in Serie A e in Italia, per dimostrare di poter dare ancora tanto ad alti livelli. Non mi sentivo bene umanamente, stavo male per la situazione che si era creata e non ho reso. Dopo quell’esperienza sono andato a Parma, e paradossalmente pur non prendendo lo stipendio e avendo perso entrambi i genitori in 45 giorni, mi sono ritrovato. Quando sono morti i miei genitori volevo smettere, però a Parma mi sono ritrovato e sono andato oltre i mancati stipendi e i problemi personali: ero felice, pur avendo qualcosa in meno, rispetto a come mi sentivo al Toro.

Al Parma ho incontrato persone favolose: Donadoni era eccezionale, il gruppo ha fatto cose incredibili, aiutando i dipendenti del club. La società prendeva gli sponsor e pagava le spese necessarie, noi aiutavamo i dipendenti e ci sentivamo realizzati dal poter dare qualcosa a persone che guadagnavano 1000/1200 euro al mese e davano la loro vita per il Parma. Un’esperienza che non posso paragonare a nessun’altra, nonostante le difficoltà economiche. Ho giocato, mi sono divertito, ho fatto tre gol in venti partite e mi è tornata la voglia di divertirmi in campo. Ero arrivato al punto che era più importante la persona che avevo di fronte, che lo stipendio”.

NOCERINO E L’MLS E ORLANDO 

“Dopo Parma tornai al Milan, ma con Mihajlovic giocavo pochissimo e a febbraio decisi di risolvere il contratto, senza rancore. Era un altro Milan rispetto a quello che avevo vissuto negli anni precedenti: non eravamo pronti a sostituire i grandi campioni e non volevo rovinare il ricordo che avevo lasciato nei tifosi. In quel momento entrò in gioco Orlando, dove ho ritrovato Kakà, e ci siamo trasferiti armi e bagagli negli Stati Uniti. La franchigia dell’Orlando era nuova: Kakà aveva il 10, il portiere il “mio” 23 e mi sono preso la numero 22. Un’esperienza meravgliosa, non facile all’inizio per i bambini, ma che ci ha fatto conoscere un’altra cultura e un altro paese. Con la mia famiglia ci siamo supportati l’uno con l’altro e abitiamo tuttora ad Orlando: siamo qui da cinque anni, ci troviamo bene e abbiamo trovato la nostra dimensione”.

LA PARTITA DA RIGIOCARE  PER NOCERINO

“I quarti di Barcellona-Milan, quando siamo usciti con qualche errore di troppo (Niang, ndr). Potevamo vincere la Champions. Al Barcellona è legato il mio ricordo più importante da calciatore: segnai, mio padre era in tribuna e pianse al momento del mio gol al Camp Nou. Un sogno realizzato. Mi passarono davanti tutti i sacrifici fatti da me e mio padre: gli interminabili viaggi in pullman, perchè lui non aveva la macchina, per andare agli allenamenti o a giocare nonostante pioggia, vento e neve. Poter realizzare i miei sogni è stato bellissimo”. 

NOCERINO IL RITIRO

“Ho smesso troppo presto? Fisicamente stavo bene, mi trovavo bene col direttore e il presidente, non con l’allenatore (Bucchi, ndr). Da lì ho deciso di smettere, avendo anche la famiglia lontana e avendo fatto un sacrificio molto grande lasciandoli lontani. Per farlo, ne dovevo fare la pena. E non ne valeva la pena. Allora ho smesso e ci siamo stabiliti definitivamente a Orlando”.

AVVERSARI

“Tutti mi hanno messo in difficoltà (ride, ndr). Racconto un aneddoto. Giochiamo contro il Barcellona, io ero la mezzala destra e dovevo marcare Iniesta. Nel pre-partita pensi “chiudo qua, chiudo là, faccio qui, faccio lì”. Poi lo vedi giocare e ti dici: “Ma cosa vuoi chiudere, che quello con la palla fa quello che vuole? Vai e amen (ride). Ho affrontato giocatori fenomenali, allucinanti. Iniesta, nel suo ruolo, è stato il migliore al mondo per anni. Devastante. In Serie A mi ricordo di aver sfidato Vieira ed Emerson a Messina, e anche Kakà da avversario aveva il motorino quando partiva palla al piede. Imprendibile”.

I COMPAGNI  

“Balzaretti avrebe meritato una carriera diversa, di maggior livello. Fortissimo, tecnico, costante, nel giro della Nazionale… Giocatore troppo sottovalutato, era il più forte in Italia nel suo ruolo. Ho fatto un allenamento con la Juventus di Zidane, Davids e O’Neill: dei fenomeni di altissimo livello, mi sogno ancora le loro giocate. A volte pensavo: ma io cosa ci faccio qui, con loro? I numeri che tutti ricordate, Zidane li faceva anche in allenamento. E anche Robinho e Ronaldinho facevano cose assurde in allenamento, ma comunque distanti da quei tre che ho citato prima”.

NUOVI NOCERINO 

“Non credo che ci sia un giocatore che mi assomiglia, il calcio è cambiato. Barella mi piace tanto e spero che possa fare qualche gol in più: il centrocampista più forte della Serie A. Con Antonio Conte ha fatto uno step pazzesco in termini di qualità e intensità. Mi sarebbe piaciuto essere allenato da Conte, per quello che dà e trasmette ai giocatori. Antonio è straordinario e ti entra nella testa, facendoti andare oltre ogni limite. Con lui sono migliorati tantissimo parecchi giocatori e l’Inter è diventata la favorita per lo scudetto”. 

RIMPIANTI  

“Da napoletano, mi sarebbe piaciuto giocare nel Napoli. Per noi napoletani è il sogno di una vita. Può essere il mio unico rimpianto, insieme a qualche scelta diversa che avrei fatto: magari avrei pensato più volte ad alcune destinazioni, ma senza sbagli non s’impara”. 

IL FUTURO 

“Sono aperto a tutto. Vorrei trasferire ciò che ho imparato ai miei giocatori, evitando le cose brutte che ho appreso e corretto, facendo il contrario. Potrei allenare sia in Italia che all’estero. Voglio che i miei giocatori siano grandi uomini, prima che grandi calciatori, che abbiano dei valori forti. Magari potessi allenare a Palermo… Non sono ipocrita o finto, ma uno dei miei sogni da allenatore è quello di allenare in piazze che ho già vissuto da giocatore, e col Palermo ho avuto un rapporto speciale. Con le persone e con la città. Hanno un grande allenatore, ma a Palermo andrei di corsa. Il Parma? Spero che possa salvarsi, sono legato alla piazza: non è facile, ma auguro loro con tutto il cuore di mantenere la Serie A”.

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Juventus – Napoli 2-0: Juve meritatamente campione.

L’account twitter del Napoli segnalava la copertura mediatica globale del match di supercoppa. Il calcio italiano ancora una volta ha però proposto all’intero mondo uno spettacolo per una buona ora soporifero. La partita si è decisa sugli episodi, che sono girati a favore della Vecchia Signora apparsa molto più convinta e organizzata di un timoroso Napoli. Il rigore di Insigne ha infine consegnato la partita agli annali del psicodramma sportivo.

MERITI DELLA JUVENTUS

La Juve, pur non facendo nulla di straordinario, ha giocato al calcio e vinto meritatamente il primo trofeo della stagione. Il Napoli ha peccato di timidezza e paura per 90 minuti, rispettando oltremodo un avversario forte ma battibile.

Sczesny, con due grosse parate, ha ricostituito una giustizia sportiva per quello che le prestazioni delle due squadre hanno raccontato.

Pirlo l’ha preparata molto bene, schermando alcuni giocatori decisivi del Napoli, clamorosamente venuti meno dal punto di vista caratteriale, e tallonando gli azzurri nel loro punto debole difensivo.
Infatti le spalle di M.Rui e Di Lorenzo sono state ben attaccate da Ronaldo e Kulusevsky, esattamente come le ha ben attaccate per 45 minuti – alla grande! – la Fiorentina di Prandelli con Ribery e Callejon prima dell’uno due micidiale degli azzurri.

Inoltre Pirlo fa il capolavoro soprattutto in fase difensiva, giocando a scacchi con Gattuso: si mette uomo contro uomo a tutto campo contro un Napoli storicamente in difficoltà a costruire da dietro. Gli unici due che lascia liberi sono Zielinski e M. Rui. Indirizza il possesso palla del Napoli dal lato del terzino portoghese, al quale viene tolta da Mckennie ogni linea di passaggio verso il trequarti polacco.

Schermate così bene le linee di passaggio diretta a Zielinski, che gli uomini di Pirlo si sono concessi il lusso di non prenderlo a uomo. Così facendo, Bonucci e Chiellini hanno avuto sempre la superiorità numerica nei confronti di Petagna, per l’occasione cattedrale nel deserto.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Gattuso non ha preparato alcunché all’infuori dell’attendismo, buttando via più di un’ora nella speranza di non prenderle.
Male la gestione dei cambi, i quali hanno dato la parvenza che fosse lui al primo anno di professionismo – e non al nono – piuttosto che Pirlo.

Ci sarebbero da porsi le seguente domande: perché Zielinski 90′ in campo?
Perché non sfruttare il mismatch sulla fascia sx, dove Bonucci scivolava in fase di possesso?
Pirlo, chiaramente, ha sfruttato la qualità di Bonucci, ben superiore a quella di Milenkovic, per replicare lo stesso giochino ben conscio che in ripartenza il passo di Insigne non avrebbe mai messo in difficoltà il difensore juventino.
Perché non mettere Lozano a sinistra, a quel punto?
Perché a Politano sono stati concessi soltanto 10′?

La percezione è che sin dal prepartita Gattuso fosse consapevole di essere finito in un doppiogioco tattico, da cui voleva tirarsi fuori puntando tutto su una difensivismo oltranzista e in virtù di una rete episodica che portasse per primo in vantaggio il Napoli. Non è andato molto lontano dalla realizzazione del piano studiato.

LE FRAGILITÀ MENTALI DEL NAPOLI

Chiuderei con un’amara sensazione: se avessimo perso in casa contro la Fiorentina, probabilmente l’avremmo giocata diversamente.
Il che deve far riflettere sullo status psico-emotivo di questa squadra.

Sento le urla dei social contro Insigne. Comprensibile non amarlo, indecoroso criticarlo per un rigore sbagliato e non per la prestazione.
Ritenere che il Napoli abbia perso la partita per l’errore dal dischetto, altrettanto miope.
I rigori li sbaglia solo chi ha le palle di assumersi la responsabilità di tirarli. Le partite le vince chi invece ha coraggio. Il Napoli non ne ha avuto mentre la Juventus si.

Massimo Scotto di Santolo

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Paolo Rossi ci lascia. Addio Pablito Mundial!

L’iconico Paolo Rossi è morto all’età di 64 anni. Stroncata la sua vita da un brutto male ma per tanti ragazzi italiani, oggi adulti, il suo assolo dell’82 equivale ad un riff dei Rolling Stones

1. Un’estate al mare

Una solita estate italiana tra Jukebox e un bagno al mare. Quell’estate dell’82 però il tormentone non è di Umberto Tozzi o di Giuni Russo ma di un ragazzo smilzo, dai fianchi matronali, che flirta con la linea del fuorigioco. Si chiama Paolo Rossi e per tutti, dall’82 in poi, sarà Pablito mundial.

Condurrà la nazionale italiana di calcio più discussa della storia a vincere il mondiale, segnando 6 reti in 3 partite – quarti, semifinale e finale -.

2. Le polemiche del mondiale ’82


Un crescendo rossiniano: all’indomani di un girone qualificatorio giocato dall’Italia in modo maldestro, senza nemmeno una vittoria – al quale il compianto giornalista Oliviero Beha opporrà una scarsa regolarità e una valigetta con tutti i soldi necessari per convincere il Camerun a non sbatterci fuori dal Mondiale – la squadra per le troppe critiche si chiude, su decisione di Zoff e Scirea, in un assordante silenzio stampa. E il girone a fatica verrà in questo modo superato. Beha, successivamente, sparirà progressivamente dal mainstream televisivo.

La scelta dei ragazzi azzurri occorse per proteggere dalla avventatezza di certe penne che scrivevano un giorno si e l’altro pure il de prufundis ad Enzo Bearzot, ct di quella nazionale.
Più padre che uomo per tanti nazionali dell’82.
Durante il silenzio stampa, non mancarono momenti di tensione come quando l’inviato Mario Sconcerti e Tardelli, centrocampista della nazionale azzurra, vennero quasi alle mani.
È una storia pertanto prettamente italiana. Rossi appena trasferitosi alla Juventus dal Vicenza fu squalificato per calcioscommesse. Lui e Bruno Giordano le vittime eccellenti.

Paolo Rossi fu il sogno proibito, prima del si alla Juventus, di Ferlaino, che provò ad acquistarlo in ogni modo ma Rossi riteneva il Napoli non all’altezza delle sue ambizioni. La Juve lo era invece eccome, visto che nel frattempo già viveva il decennio d’oro. Alla guida della Vecchia Signora Trapattoni, con cui la Juventus vincerà tutto. Bruno Giordano invece qualche anno dopo fu il felice ripiego di Ferlaino; Bruno che affiancò Maradona per portare a Napoli il primo storico scudetto.

3. Rossi vs Pruzzo: decide Bearzot


Rossi passa da titolare, con Bettega, della bellissima nazionale dei mondiali di Argentina del ’78 guidata sempre da Bearzot e da nuovo centroavanti della Juventus del Trap ad allenarsi due lunghi anni con le riserve dei bianconeri. Tanto fu la squalifica comminata dal Giudice Sportivo. Bearzot tuttavia non dimentica l’efficienza di Paolo Rossi, ha il suo gruppo già sperimentato 4 anni prima e con quello vuole giocarsi il mondiale dell’82, visto che quattro anni prima, in Argentina, l’avventura finì alle semifinali.


Bearzot così non convoca Roberto Pruzzo, goleador implacabile della Roma di Liedholm, con la quale nell’82 il bomber ligure era divenuto pure capocannoniere. Lo spazio per Pruzzo ci sarebbe stato ma Rossi dopo due anni d’inattività andava aspettato. Per Bearzot, è certo che Paolo non sarà in forma le prime partite. La stampa, a quel punto è altrettanto certo, chiederà di sostituirlo con Pruzzo.

Quindi, Bearzot convoca un altro attaccante, destinato a divenire mascotte di quella nazionale perché accetta la convocazione conscio del fatto che non giocherà mai.
Si chiama Franco Selvaggi e fa di mestiere la punta nel Cagliari.

4. Paolo Rossi. Pablito Mundial

E così accadrà: Paolo Rossi giocherà male le prime 4 partite del mondiale.
I giornalisti non poterono invocare Pruzzo ma solo i Santi circa il perché non fosse presente in quella spedizione azzurra.

Poi la partita contro uno dei primi 5 Brasile di sempre… e lì all’idea dei cinque n. 10 contemporaneamente in campo, Bearzot opporrà il contropiede e l’uomo che gioca sulla linea del fuorigioco. Rossi, con il suo tempismo, lo scatto incontenibile nei primi metri, la capacità di non finire mai in offside e partire quindi soltanto all’ultimo cm ancora a disposizione, dilanierà la poco organizzata difesa del Brasile realizzandone 3 di reti.

E poi altre 2 alla Polonia. E 1 alla Germania in finale. L’Italia campione del Mondo. Paolo Rossi un anno dopo pallone d’oro. Per i ragazzi del Giulio Cesare di Roma che l’82 sostennero la Maturità, Paolo Rossi fu il tormentone estivo che li accompagnerà per tutta la vita. Nostalgia.

Massimo Scotto di Santolo

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Maran: “Quando siamo partiti per Napoli non avevamo la testa per giocare”

Rolando Maran si confessa, interpellato su Juventus-Napoli, ai microfoni di Sky Sport. Si è espresso sul pericolo coronavirus e delle conseguenze che ha avuto sulla sua squadra.

Ai tanti che ancora non si spiegano i motivi per i quali il Napoli, prova a dare una mano Rolando Maran

“Voglio dare la mia testimonianza. Mi sembrava giusto esserci, fare commenti su altri aspetti non me la sento. Io posso raccontare quello che è successo a noi, come l’abbiamo vissuto e perché l’abbiamo vissuto”. 

“Ci siamo trovati da un giorno all’altro con tanti ragazzi positivi. Abbiamo seguito tutti i protocolli, ma forse eravamo già avanti. Nella trasferta di Napoli volevamo essere sicuri di portare solo i negativi, è stata una trasferta strana ma non è bastato. Questo deve fare alzare l’attenzione, noi ne siamo i testimoni attivi. Nonostante abbiamo seguito qualsiasi tipo di attenzione siamo qui in una situazione particolare”.

“Faremo altri tamponi, speriamo che ci siano buone notizie. Stiamo vivendo una situazione talmente grossa e particolare che siamo dispiaciuti per tutti. Bisogna stare attenti alla salute e poi anche all’aspetto calcistico.”

“Abbiamo tanta voglia di tornare in campo, anche perché, a parte una giornata in cui ci siamo allenati a gruppi, alla fine non ci siamo più allenati dalla partita di domenica scorsa. I ragazzi stanno bene, anche chi fa parte del gruppo squadra. La cosa importante è che si fermi il contagio, abbiamo fatto di tutto perché accada.”

“Quando siamo partiti per Napoli non avevamo la mentalità di chi va a giocarsi una partita. L’abbiamo fatto tra mille difficoltà, siamo partiti un giorno dopo proprio per essere tranquilli”

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Milik in azzurro: “una storia sbagliata”

Milik in azzurro: "una storia sbagliata"

Il 9(9) polacco del Napoli, Arkadiusz Milik, conclude la sua avventura in maglia azzurra. Il centroavanti è a meno di un passo dalla Roma. Raccoglierà l’eredità di Dzeko.

1. Il primo Milik, quello lunare

“Cominciò con la luna al suo posto; e finì con un fiume d’inchiostro”. Beh, l’avventura partenopea di Milik ha animato i letterati e il pueblo sportivo. Non è rimasta la vicenda sportiva di questo calciatore indifferente agli occhi della città, che però nelle more dell’affaire l’ha definitivamente derubricata a fallimentare. Sebbene la penna abbia fatto il suo corso, trasformando la speranza profusa dalla piazza nell’atleta in disillusione, durante una notte molto buia d’Agosto, per un attimo Milik apparve come la luna e noi le sue stelle.

Il Napoli aveva appena ceduto Higuain alla Juventus per 90 mln ed urgeva un sostituto. Da una parte, c’era il talentuoso ma spento Manolo Gabbiadini altrettanto in partenza. Dall’altra, il Napoli aveva scelto innanzitutto per il ruolo di centroavanti di scorta, da cui il numero 99, un sinistro neoclassico esploso in maglia Ajax, il nostro Milik. L’impossibilità di arrivare ad Icardi, designato erede del Pipita, ed una prestazione sontuosa di Gabbiadini in amichevole contro il Monaco a cui rifilerà ben 4 gol convincono il Napoli a puntare sulla punta italiana e polacca.

L’indecoroso 2-0 di svantaggio maturato nel 1T all’Adriatico di Pescara contro i delfini neopromossi di Oddo porta Maurizio Sarri a sparigliare le carte nella ripresa. Fuori Insigne e Gabbiadini, dentro Mertens e Milik. I due trovano subito grande intesa. Il Napoli pareggia, meriterebbe un rigore negatogli ma quantomeno porta un punto a casa. Se il belga raccolse la scena contro il Pescara, alla seconda di campionato contro un buon Milan Milik annichilisce i rossoneri segnando una doppietta.

2. L’infortunio che gli ruppe l’anima

Milik non si fermò al Milan, continuò a segnare con frequenza e cattiveria portando il Napoli, insieme a Mertens, fino al primato in classifica. Perso, quest’ultimo, appena prima della sosta nazionale a Bergamo, contro l’Atalanta embrionale di Gasperini, il cui gioco mai ben decifrato da Sarri. Poi la sosta nazionale intervenne, secondo molti, salvifica. In realtà, la Polonia restituì al Napoli il suo nuovo centroattacco con il crociato lesionato. Come in una maledizione piratesca, sette colpi di spugna in sette partite non erano bastate a Milik per cancellare muffa e ruggine del tradimento di Higuain dalla testa dei napoletani.

Tuttavia, iniziò un rapido countdown in città per festeggiare il rientro di chi aveva mostrato caratteristiche tecniche e tattiche importanti: attaccante cioè, Milik, in grado di attaccare la profondità ma di saper giocare collettivamente con la squadra; sinistro sibillino e viscido, rettile, anche però esplosivo come sa esserlo un serpente nello slancio verso la preda. Altrettanto verticale lo slancio in alto. Pochissimo destro ma così tanto calcio nel resto che sembrava bastasse.

Alfonso De Nicola, all’epoca medico sociale del Napoli, garantisce tempi di recupero record. Effettivamente, Milik s’infortuna ad Ottobre e a Febbraio è in campo. Eppure il polacco sin da subito non avverte sensazioni positive sulla tabella di recupero svolta. Rientra male; è timido, impacciato, ha paura. La stagione finisce sostanzialmente senza sussulti ma tutti son contenti ora di avere una coppia gol clamorosa: il folletto Mertens da 28 gol stagionali, che ha spazzato via Gabbiadini dalla rosa, e lo sfortunato Milik. Nel frattempo la squadra ha sancito il patto scudetto!

3. Il secondo infortunio e le crepe con i tifosi

Il Napoli al gran completo, e con un Milik in più, viaggia a ritmi forsennati in un campionato che però perderà. Infatti, prima a Ferrara contro la Spal, perde Milik per un altro crociato stavolta alla gamba destra; poi, in casa, al San Paolo, contro il City, Ghoulam. Il polacco, tuttavia, anche in questo caso riuscirà a rientrare a stagione in corso seguendo un percorso più consono alle sue istanze psicologiche. Tant’è vero che il suo secondo rientro dà benzina ad un Napoli e ad un Mertens alla canna del gas. Cambia tre partite segnate: Sassuolo, Udinese, Chievo Verona.

Poi gli capita sul sinistro, al 94′ un potenziale gol scudetto a San Siro contro il Milan, che fallirà svuotando la convinzione della tifoseria secondo cui dietro quel sorriso nella vittoria e nella sconfitta ci fosse la grande autostima e consapevolezza di un vincente. Milik saprà ripetersi nel poco opportunismo sotto porta in zona Cesarini un anno dopo: partita infuocata ad Anfield! Al Napoli basta un pareggio in casa del Liverpool per passare il turno Champions ed è sotto 1-0 fino al 93′. Manè, in realtà, ha graziato in più occasioni gli azzurri. Milik aggancia miracolosamente un pallone destinato sul fondo ma spara di destro in pancia ad Allison. Il Napoli fuori, il Liverpool campione d’Europa a fine stagione.

Sono i due episodi che dividono il percorso di gran parte dei tifosi partenopei da quello di Milik. I sostenitori resteranno, anche perché il polacco benché mostratosi pavido in due momenti clou della sua carriera e della storia del Napoli ha mantenuto medie gol impressionanti per i suoi primi 3 anni di azzurro. Medie, che andrebbero rivalutate in rapporto all’esiguo numero di partite giocate in totale discontinuità; occasioni gol sbagliate, che andrebbero rilette individuando quanti dei suoi compagni con un singolo errore personale abbiano perso quello scudetto o quella qualificazione Champions. Ma la storia non l’hanno mai scritta gli sconfitti. E Milik lo è.

4. Milik lo juventino

Il Napoli nonostante le 40 reti in coppia con Mertens, distribuite al 50%, durante la seconda estate ancelottiana cerca insistemente un’altra punta. Stessa cosa accadrà in inverno quando non era ancora certo ADL di voler esonerare Ancelotti. Alle voci di mercato corrispondono lunghi periodi di assenza ingiustificata di Arkadiusz. Forse la fragilità mentale inizia ad affiorare. Mai digerita da Milik l’alternanza con Mertens, ora diventa insopportabile anche quella di potenziali acquisti. Intanto, però, si ritiene più scontata la permanenza per la stagione ’20/’21 di Milik che di Mertens.

Il rinnovo travagliato del belga sancisce la fine delle buone relazioni anche tra la dirigenza azzurra e Milik. Quest’ultimo vuol essere pagato più di Mertens per fargli da riserva e in ogni caso si cautela accordandosi in tutto e per tutto con la Juve. La notizia giunge alle orecchie sia del presidente che dei tifosi che mai come questa volta unanimamente ritengono sia l’ora di dividersi. De Laurentiis s’impunta: a questo punto, ovunque purché dietro pagamento ma non alla Juventus! Il pericolo di perdere Milik a 0 c’è ma viene aggirato grazie al bonario componimento operato dal DS bianconero Paratici.

Il triste epilogo di questa “storia da basso Impero” è la telefonata di Paratici a Milik per comunicargli che non è più ritenuto un profilo da Juventus. Alla Vecchia Signora, in effetti, interessa o Dzeko o Suarez. Se però il polacco facesse il favore di andare alla Roma, che cerca un profilo giovane ma esperto, low profile, per sostituire il suo capitano bosniaco Edin, si ecco lo stesso Milik verrebbe considerato dal sistema ragazzo intelligente e preparato. Il polacco pare infine si sia convinto.

La firma sotto il Colosseo tarda ad arrivare per colpa del contenzioso irrisolto dell’ammutinamento. Milik non vorrebbe prestare il fianco a future ingiunzione da parte del Napoli. Una questione che secondo alcuni potrebbe far saltare l’affare. La Juve giura d’essersi arrabbiata e pure stufata. Potrebbe puntare su Suarez. E’ una storia un po’ sputtanata.

Massimo Scotto di Santolo

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Zeman: “Gattuso un grande, ho elogiato Gasperini e l’Atalanta”

Anche al Cor Sport Zeman chiarisce la sua posizione in merito alle recenti polemiche. Le sue parole sull’Atalanta sono state gravemente fraintese

Zeman e l’Atalanta che corre «stranamente»: spieghiamola. 

«Io ho detto altro, ma c’è qualcuno che vuole interpretare a modo proprio: per me l’Atalanta – e lo so per certo – è una delle poche squadre che si prepara veramente, mentre gli altri non appena si stancano preferiscono riposare. E quello stranamente era riferito al clima intorno ai calciatori, a una città piombata come nessun’altra nel dramma e capace di reagire e presentarsi pronta, perché ogni seduta punta ad allungare la soglia della fatica. C’è chi si limita al torello e c’è chi corre per allenarsi, come fa l’Atalanta».

Il dg bergamasco, Umberto Marino, la spinge a chiedere scusa per avere strumentalizzato il dolore. 

«Ma io non ho offeso nessuno e quindi non devo scusarmi. Ho esaltato ciò che fa Gasperini e mi spiace che si voglia costruire un caso dove il caso non esiste. E quanto a Marino, invece, mi viene da sorridere e mi fa pensare a un proverbio siciliano: mica ha il carbone bagnato?»

Lei punge… 

«Io ribadisco: Gasperini sceglie di allontanare la soglia della fatica e questo può accadere semplicemente allenandosi, tanto e bene. Il campo lo conferma e anche le prestazioni, perché la sua squadra gioca un gran bel calcio, a differenza di quello che si vede nel maggior numero di partite: ma tutto ciò è comprensibile dopo tre mesi di parziale attività fisica, né mi sembra che altrove – in Spagna, in Germania e Inghilterra – vada diversamente. Atalanta e Napoli, in questo momento, sono le eccezioni e divertono».

Gattuso ha impresso la svolta. 

«È stato bravo nel sistemare il Napoli assecondandone la natura. Ha talenti esagerati e gli restituito serenità, dopo i problemi dell’autunno scatenati dal rifiuto di andare in ritiro. Ha motivato i calciatori, ed è stato un grande».

E ha ritrovato Insigne. 

«Che un giorno viene esaltato ed un altro viene criticato. Ma le sue qualità, Lorenzo non le ha mostrare soltanto a Napoli, ma anche in Nazionale. Gli auguro di continuare così e sono convinto che giovedì sarà una partita divertente. Ma penso anche ad altro, perché Atalanta e Napoli potranno essere protagoniste anche in Champions League». 

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