IL REAL MADRID E’ PER LA 14ESIMA VOLTA CAMPIONE D’EUROPA

Contro ogni pronostico Carlo Ancelotti, alla guida di un sottovalutato Real Madrid, batte Psg, Chelsea, Man City e in finale il Liverpool e si laurea per la quarta volta campione d’Europa divenendo leggenda del calcio mondiale insieme al suo club e ai suoi giocatori.

1. IL GIOCO POCO SPETTACOLARE DEL MADRID

Trionfa una squadra, il Real Madrid, che all’Italia degli Europei del 2000, talmente prudente da scomodare il disgusto pubblico di Pelè, ha fatto le fusa. D’altronde Zoff e Ancelotti appartengono alla stessa generazione calcistica.

Il modo di giocare del Real pertanto è risultato abbastanza anacronistico. È parso di tornare, durante una singola notte parigina abbastanza lunga, ai tempi delle vittorie spiegate da Nereo Rocco: basta un cristo che para e un mona che segna.

2. I FUORICLASSE: COURTOIS IL DRAGO E BENZEMA KARIM THE DREAM

E il Real ne ha avuti due sublimi, cioè Courtois e Benzema. Due fuoriclasse che sono saliti in cattedra dagli Ottavi di finale Champions in poi e hanno obiettivamente portato a scuola la nobiltà del calcio europeo.

3. LA STRATEGIA DEL MADRID

Complicato immaginare, senza tali individualità, un ennesimo trionfo del made in Italy by Carlo Ancelotti. La finale è stata, non a caso, decisa su un tiro sporco di Valverde deviato in porta da Vinicius.

Così la voleva vincere Ancelotti e così l’ha vinta. Attendismo e centrocampo folto a togliere ritmo al Liverpool.

I reds, arrivati alla 63esima partita stagionale, avevano poca benzina. Quella che bastava per vincere questa Champions l’hanno messa in campo ma Courtois, con le sue parate, ha impedito che il motore avversario carburasse.

4. LA RINASCITA DI ANCELOTTI

Per la gloriosissima carriera bisogna comunque essere contenti per la vittoria di Ancelotti, il quale aveva intrapreso un viale del tramonto poco edificante tra Napoli ed Everton.

A Napoli, in particolar modo, non è stato messo nelle condizioni di rendere. Voleva trasformare l’ambiente e ne è stato fagocitato rischiando di compromettere il crinale finale della propria carriera. Pagò il non sapersi estraniare dalla melma in cui lo cacciarono società, tifosi e calciatori.

Con tutte le tare del caso, a Madrid, invece, ha dimostrato di avere ancora occhio per il calcio. Quello difficile si perda! Valverde centrocampista laterale. Vinicius un po’ ala e un po’ seconda punta.

Così, tatticamente, il “ragazzo” di Reggiolo ha sistemato la squadra e ha vinto coppa Europea e campionato. Le due ali prescelte per far quadrare i conti poi hanno deciso la finale di Champions.

5. JURGEN KLOPP, LO SCONFITTO

Colpo di coda vincente, alla stregua di un Drago, ai danni di Klopp dunque… uno, il tedesco, che per il calcio e per i pensieri che propone alla platea pallonara merita sempre un applauso a prescindere.

Si consolerà anche lui con due secondi posti prestigiosi e qualche coppa nazionale vinta. Stasera, forse, reo di aver puntato troppo su dei senatori dalla gamba un po’ spenta.

Pur tuttavia, per un Signore arcimilionario che ambisce soltanto ad essere ricordato post mortem come una brava persona, me quito la gorra señor! Ce ne sono ancora pochi di esseri umani al mondo anche solo preoccupati di risultare semplicemente perbene.

Massimo Scotto di Santolo

Max Allegri al Club, “per me è no!”. Racconto del calcio che non convince

L’entusiasmo che ha accompagnato la presenza di Max Allegri al Club, ha incuriosito ma non ha convinto. I problemi del calcio italiano in Europa sono anche figli del racconto che il tecnico livornese ha portato in diretta a Sky Calcio Club.

Chiunque potrebbe dire – <<Ma come, Allegri è l’unico che ha portato la Juve a giocare due finali di Champions e voi scrivete queste eresie?>> – ma non avrebbe ragione, almeno non del tutto. Qui non stiamo scrivendo un articolo per dire – << Svegliatevi, Allegri non è bravo>> – anzi, Max Allegri è bravissimo, il numero uno dei gestori, come li definì Zeman. Ne è l’evoluzione, la versione 3.0 di Lippi, Capello e Ancelotti. Anzi come Ancelotti è un rinnegato, Carletto rinnegò Sacchi senza tradire il DNA del Milan, forse alla Juventus capì che non poteva replicare l’integralismo del suo maestro. Allegri invece ha rinnegato il bel gioco, con quello vinse la panchina d’oro alla guida del Cagliari, mutando invece il suo DNA personale, fino ad arrivare a quello che è oggi. Un allenatore moderno che va ospite di Caressa a far godere Capello e far felici gli anti Sarri e risultatisti.

IL CALCIO E’ CHI DIFENDE MEGLIO

Era l’ultima frase che si poteva sperare di sentire e Max Allegri we l’ha detta. E da li in poi non lo ascolti più con la curiosità di chi ormai si era buttato alle spalle il suo periodo Juventino, la contrapposizione con Sarri e i “giochisti”. Chi si è definito zemaniano non può non discostarsi dal racconto che ne è venuto fuori. Si tradirebbero le crociate filosofico-culturali di Zeman, dove il calcio è chi fa un gol più dell’avversario, ascoltando assoluti del calcio vecchia maniera. E si rischia anche di fare brutte figure se non si capisce, che ormai il calcio italiano sta pian piano accogliendo il calcio di chi è sempre stato vissuto come untore.

Non a caso le rivelazioni italiane sono tutte quelle che propongono un’idea di calcio ben precisa. Italiano, che è l’ultima in ordine cronologico, si emoziona in diretta per i complimenti ricevuti dal Boemo. Questa realtà dovrebbe raccontare molto di più di un – <<sono più importanti i calciatori e la loro tecnica>> – che diventa un racconto non più sostenibile. C’è ormai un pubblico attento che non si può entusiasmare a vedere Max Allegri e Don Fabio “farsi i pompini a vicenda” in stile Pulp Fitcion.

CON QUESTO TIPO DI RACCONTO NON SI VA LONTANI IN EUROPA

Sandro Piccinini in qualche modo ha tentato di ricordare, a Max Allegri, che in Europa le squadre cercano il risultato con una diversa mentalità offensiva. Ma Max ha tentennato, non ha saputo rispondere arrovellandosi con la storia del DNA delle società. Il Liverpool ed il City ad esempio, ora hanno il DNA di Klopp e Guardiola, quindi il suo discorso stona, se pragonato a queste realtà. Magari è più circoscritto alla serie A, ma in Champions perde molta forza. Insomma il suo racconto e tante altre realtà non dette o citate non convincono. Quando Zeman dice che in Italia si lavora poco nessuno lo cita o lo ascolta.

E’ chiaro che il colpo Sarri lo ha accusato. Un colpo forte da cui non ne è ancora uscito. E di sicuro non ne uscirà rafforzando questa limitata visione. Non ne uscirà consolidando miopi convinzioni, non sempre valide. Infatti prendiamo la sua regola in cui contasolo il valore dei calciatori. Perché da quando è arrivato Ronaldo, uno dei più forti del mondo, acciughina ha faticato di più? Max Allegri è intelligente e anche furbo, legge la partita come pochi. Ma il calcio che racconta e quello che rinnega screditandolo mettono a nudo il suo limite.

SALVIO IMPARATO

Klopp, sul coronavirus da lezione a chi ha sempre un’opinione (VIDEO)

klopp-coronavirus

Il sottrarsi ad un risposta, da parte di Jurgen Klopp, sul coronavirus, diventa un’inevitabile lezione alla folla di opinionisti ignoranti-arroganti, ma soprattutto non richiesti.

La lezione di Klopp sul coronavirus

Oltre ad essere un grande allenatore, Klopp è un grande uomo. Basta ascoltarlo in questi pochi secondi per capire.🎙️ "Non è importante quello che dicono le persone famose, è giusto ascoltare chi è informato e non chi non ha conoscenze come me" 👏👏

Geplaatst door Eurosport op Woensdag 4 maart 2020

Chiediamoci se un’opinione sacrosanta come questa di Klopp, che in un mondo sano dovrebbe e potrebbe però essere di tutti, venga invece a costituire praticamente un unicum.
La verità è che viviamo in una bolla. In una realtà virtuale in cui si è chiamati a dover necessariamente metter bocca su tutto. Pretendere di avere ragione a prescindere dalla sostanza di ciò che poi accade. Trasformare ogni discussione in potenziale sfogo di frustrazione e gioco al massacro che non porta mai a nulla di concreto.


Questo perché ci viene insegnato ormai che sentirsi migliori vale decisamente di più che essere migliori. Che avere qualcosa da dire, sempre e comunque, è tanto obbligatorio quanto rifiutarsi di ammettere che esistono determinati ambiti e settori in cui bisognerebbe avere la forza di ascoltare, piuttosto che specchiarsi dal gradino più alto del proprio podio.


Il paradosso è che la lezione di umiltà debba arrivare da chi ha recentemente condotto la propria squadra sul tetto prima d’Europa e poi del mondo. Ma quando arrivi finalmente primo. Restando sempre fedele a te stesso. Andando nella direzione quasi opposta rispetto a quella che molti considerano unica o prioritaria. Allora è decisamente improbabile che tu possa farti cogliere impreparato di fronte alle regole imposte dal successo, che dicono automaticamente di te che devi essere un esempio ancora maggiore per tutti, non solo per i colleghi e gli addetti ai lavori.

Empatia, carisma, intelligenza e onestà intellettuale sempre. Ironia e leggerezza quando c’è da pesare e sdrammatizzare l’importanza esasperata di alcuni momenti e situazioni. Trasparenza, quando si riconosce la propria fallibilità e si ammettono i propri errori senza per questo sentirsi più fessi degli altri o aver paura di qualcosa da cui poter imparare.

La portata di un pensiero si stabilisce anche in base alla quantità di spunti che esso riesce a fornire. Avevano chiesto a Klopp soltanto se fosse o meno preoccupato. Ma per fortuna, come al solito, ci ha messo qualcosa di suo. Per sfortuna, invece, nonostante la rilevanza mediatica, sappiamo benissimo che il nostro resta il paese dei balocchi. Basta pochissimo per dimenticare e un’eternità per provare a cambiare. Tra il menefreghismo e il catastrofismo chi esce sempre sconfitto è il buon senso. Così come tra il prevenire e il curare dovremo sempre inchinarci all’eccellenza di chi ci cura.
Influenzati e influenzabili da ben prima del coronavirus.

Gioacchino Piedimonte

Zeman: “Calcio italiano povero di inventiva e attuazione progetti”

Zdenek Zeman torna in prima pagina sul Corriere Dello Sport, questa volta accanto ad Ibrahimović. Intervistato ancora da Antonio Giordano.

Se avete avuto un tempo per sognare, vi sarete perduti nei tagli e nelle diagonali, nelle sovrapposizioni e in un calcio che vi avreb- be posseduto, come un demone dal quale è impossibile difender- si: e tra Licata e Foggia, e poi sulle due sponde di Roma, e ancora tra Lecce e Pescara e persino negli anfratti di delusioni dolorose (Napoli, Avellino, Salerno) avreste ritrovato una visione onirica d’un football verticale, un’avvolgente poesia da recitare come nel Santo Natale, salendo sulla seggiola e declamando. 4-3-3 sa di Zeman, soprattutto di lui, d’una dimensione onirica che conquista e stordisce, d’una visione eternamente futurista – ieri come oggi – e intramontabile: non è mai evaporato quel modello, eppure avrebbero voluto farcelo credere, ma è rimasto eguale a se stesso, disegna nella fantasia un palleggio che guarda lontano, non vive di ricordi, e punta dritto al cuore della gente che ancora insegue un selfie oppure le tracce d’una bellezza ch’è eterna

Il calcio secondo Zeman ha sfumature diverse, sa di antico e di moderno assieme, e non rientra nelle convenzioni.

«Io sto guardando spesso la Lazio e la Roma e mi sto divertendo. La Lazio in particolare, in questo momento, mi piace: ha un centrocampo fantastico e quei due là davanti che sono decisivi. Cinque uomini di così alto livello ti appagano, ti fanno divertire. Però ogni anno le capita sempre un periodo un po’ difficile che finisce per pregiudicar- ne la stagione».


La Juventus vista da Zeman che sensazione lascia?

«Per me vincerà lo scudetto, a meno che non accadano inciden- ti di percorso straordinari. Ma ha una qualità dell’organico inarrivabile, basta leggere i nomi dei titolari e anche quelli delle cosiddette riserve».


Però ha anche un gioco che non è quello che vorrebbe Sarri…

«Non è semplice e comprendo. Neanche al Chelsea è stato possibile riprodurre il modello-Napoli. Ma quella era una squadra diversa, nella quale si fondeva la magia degli interpreti. E non si ritrovano calciatori così compa- tibili tra di loro da esaltarsi tutti assieme. Il Napoli non va preso come esempio, perché resta qua- si unico nel suo genere».

E’ tornato Ibrahimovic e la sua irruzione ha scosso.

«Ma sono curioso di vederlo, perché ha un’età e lo dico con assoluto rispetto. Il fisico è imponente, il talento non si discute, ma viaggia sui 38 anni ed è un dettaglio che non si può ignorare. Poi i grandi ritorni, al Milan, non hanno mai contribuito a clamorosi rilanci. Non credo che possa accadere, ma sono pronto a verificare il contrario».

La Roma ha cambiato proprietà, ormai.

«E non so che dirle. Speriamo che questa dia qualcosa in più di quella che l’ha preceduta».

Ci sono sempre più stranieri al comando, in Italia.

«Il calcio è un business, ormai, e forse all’estero ci sono più soldi da investire che qui da noi. Ma l’aspetto finanziario resta rilevante però non decisivo, perché per ave- re successo o costruire qualcosa che resti serve soprattutto altro».

Ha detto recentemente Allegri: nel calcio moderno manca la figura del dirigente.

«E sento di condividere il suo pensiero, perché corrisponde a quello che diceva: se dipendesse esclusivamente dal cosiddetto potere economico, sarebbe semplice, basterebbe spendere, spendere, spendere. E invece bisogna saperlo fare, avendo consapevolezza di ciò che serve e di quel che si vuole. Certo, essere ricchi aiuta, ma non è sufficiente. E casi ce ne sono nella storia. E’ l’idea che ti fa progredire, che ti aiuta a sviluppare un percorso».

Non vinciamo in Europa da un decennio.

«Forse perché siamo più poveri di inventiva manageriale. Il nostro ritardo non è riconducibile al conto in banca, che pure ha un peso, ma alla solidità dei Progetti, alle loro attuazioni».


L’Inter di soldi ne ha…

«Per me è ancora distante dalla Juventus e comunque avrà bisogno di un periodo di tempo necessario per rimodularsi. Però, intanto, in Champions è uscita, anche in un girone non semplice».


L’Italia, anzi Napoli, ha bruciato Ancelotti.

«Non sono dentro le questioni, però ho seguito, visto e letto e dopo le ultime vicende, qualcosa mi lasciava intuire che sarebbe accaduto. Deve averlo capito anche l’Everton, visto che è successo tutto così in fretta».


L’Atalanta è la sorpresa?

«Non può esserlo, perché ormai va avanti a certi livelli da un paio di stagioni. Gasperini fa un calcio diverso, fisico, aggressivo, orga- nizzato. E ha due calciatori, Gomez e Ilicic, che sono decisivi. Gli è mancato Zapata, ma è riuscito a fronteggiare la situazione: vuol dire che c’è consistenza».

Dire Champions, per Zeman, vuol dire…

«Pensare al Liverpool, più di ogni altra squadra. E poi subito dopo al Psg, che con Mbappé, Neymar, Icardi e quando c’è anche Cavani ti trasmette gioia e dà spettacolo vero. Poi inserisco ancora e sempre il Barcellona: per me stanno avanti queste tre e la Juve, a livello internazionale, mi pare ancora un pochino distante. E’ anche vero che in un match di andata e ritorno possono subentrare fattori esterni, il calo di forma o infortuni e squalifiche, capaci di incidere. Ma è raro. Alla distanza, si impongono i più bravi».

Disse Zeman non molto tempo fa: mi manca Totti.

«Lo confermo anche ora, che pure è passato del tempo dal giorno del suo addio. Io uno come lui lo avrei conservato in una teca e comunque avrei pro- vato ad allungargli la carriera, facendogli giocare qualche partita in più. Perché un Totti nasce assai raramente, non so quanto dovremo ancora aspettare per vederne uno che possa somigliargli. Ma la sua figura aiuterebbe sempre il calcio, anche fuori dal campo. Qualsiasi cosa egli faccia»

Paolo Bordino, da Ancelotti a Pep e Sarri passando per Zeman.

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Chiacchierata zemaniana con il nostro Paolo Bordino. Paolo l’ho conosciuto a Castellammare in occasione di Juve Stabia-Pescara del 2011, il giorno in cui conoscemmo per la prima volta il nostro vate di Praga Zedenk Zeman. Presentatomi come uno dei più esperti conoscitori del calcio zemaniano e del calcio in generale, da quel giorno non abbiamo mai smesso di parlare di calcio ed oltre a scrivere di calcio campano su varie testate è stato anche nostro inviato a Cagliari nella trasmissione RossoBlu95, alla quale ha preso parte per tre edizioni.

Paolo Bordino con Zeman in occasione di Juve Stabia Pescara nel settembre 2011

Ciao Paolo spesso nelle nostre chiacchierate private parli spesso di Ancelotti come allenatore che cura quasi esclusivamente lo sviluppo. Prima di addentrarci nel discorso su Carletto nel calcio contemporanea vuoi spiegare che tipo di lavoro è?

Parlo di sviluppo inteso come lavoro per lo più impostato sulla capacità di lettura delle situazioni di gioco – afferma Paolo Bordino – nella tattica collettiva e individuale. L’idea iniziale di Ancelotti, del Napoli “liquido”, era questa. Il punto è un altro…

Quale?

Siamo sicuri che, per qualità della rosa e caratteristiche dei singoli il Napoli sia una squadra che può fare a meno del lavoro continuo sulla ricerca degli automatismi? Vedi, nell’opinione pubblica calcistica si tende a creare dicotomie che non esistono: quella tra “giochisti” e “risultatisti” e quella tra “offensivisti e difensivisti”. Nulla di più sbagliato. La vera linea di frattura è quella tra tecnici come Zeman, Sarri o lo stesso Mazzarri che, a prescindere dalla filosofia di gioco, creano la loro impronta nel lavoro settimanale basato su certezze tattiche e automatismi ed allenatori come Ancelotti che, in un’ottica di gestione del gruppo e di fiducia nel valore dei singoli puntano per lo più su un lavoro teso all’interpretazione delle varie fasi del match. Qui casca l’asino: il Napoli ha una rosa del livello delle squadre in cui Ancelotti ha mietuto successi? Può bastare al Napoli un lavoro sul campo che accantoni la ricerca di automatismi in nome della pura e semplice ricerca dello sviluppo del gioco? I fatti dicono di no. Così come la stessa storia recente ci dice che il tipo di allenatore che serve al Napoli è di diverso tipo rispetto a quello attuale.

Ma Ancelotti con l’avvento di Guardiola e Klopp resta un tecnico attuale?

Guardiola e Klopp hanno avuto un enorme merito: dimostrare al mondo che il lavoro maniacale su princìpi di gioco ed automatismi, unito alla ricerca di innovazioni tattiche che hanno già cambiato il calcio contemporaneo, è un qualcosa che di esportabile ai livelli più alti del calcio europeo e non soltanto un lustro per gli occhi da confinare in provincia tra gli sghignazzi di chi etichetta un certo modo di giocare come “bello ma poco redditizio”. Con Guardiola e Klopp più di qualcosa è cambiato: impostazione con doppio regista, uscita sul falso e “gegenpressing” sono diventati materie di studio per allenatori di ogni categoria. Oggi, nel 2019, per vincere non basta più la mera “gestione” dei talenti. Basta guardare la classifica dell’ultima Premier League. Chi sono stati i primi tre? Guardiola, Klopp e Sarri, con il primo e il terzo a trionfare in Europa. Qualcosa vorrà pur dire. Così come appaiono tuttora indicative ed eloquenti le difficoltà incontrate dallo stesso Ancelotti al Bayern…

Guarda caso sostituì proprio Guardiola sulla panchina dei bavaresi e qui a Napoli Sarri. Forse è proprio passare da un lavoro ossessivo ad uno più rilassato a mettere in difficoltà i giocatori? Delle lamentele sul poco lavoro a Monaco c’è stato da parte dei giocatori

“Non la porrei in questi termini – dice Paolo Bordino – io vedo una questione di tipologia di lavoro inadatto all’organico che Ancelotti ha a disposizione. Se un tipo di approccio oggi inizia a non andare bene finanche per gruppi di lavoro forgiati di vittoria in vittoria, come può pensare di attecchire fino in fondo laddove, come a Napoli, c’è un gruppo che ha vinto poco e la cui vera leadership è stata quella degli automatismi in campo? Ancelotti per sintonizzarsi con la realtà napoletana dovrebbe tornare quello di Parma anziché l’uomo della “decima”…”

Quello di Parma forse finì proprio alla Juventus dove ora c’è Sarri. I risultati stanno arrivando, ma il gioco ancora non esplode, che idea ti sei fatto di questa prima fase del toscano nei bianconeri?

“Proprio l’avvento di Sarri è la riprova di quanto dicevo prima. La gestione del gruppo all’insegna dello sviluppo non basta più per restare ai vertici di un calcio che tende globalmente ad un livellamento verso l’alto. La Juve prendendo Sarri, un uomo di campo, di principi tattici, di schemi e di automatismi snatura un po’ sè stessa per provare ad andare oltre quanto il già fatto. Dal canto suo, Sarri ha dinanzi a lui un lavoro non facile: portare dalla sua parte un gruppo che, mentalmente, potrebbe inconsciamente cullarsi sulle certezze di anni di successi giunti per vie diverse rispetto a quelle che vuole battere Sarri.

Il lavoro è a metà, ma sembra bene avviato: il 4-3-1-2 di partenza sembra essere il vestito tattico individuato dal tecnico per valorizzare e sfruttare al meglio il potenziale offensivo notevole. Non mi aspettavo riuscisse in così breve tempo a far mettere in pratica a Pjanic il proprio credo. C’è ancora molto da lavorare, invece, su una linea difensiva che deve ancora comprendere appieno quando e come accompagnare il pressing e su i movimenti senza palla dalla trequarti di campo in su, ancora caratterizzati da un tempo di gioco di troppo. È chiaro, tuttavia, che i risultati aiutano e la Juve, quando conta, come nello scontro diretto di Milano, ha dimostrato di esserci e di voler intraprendere un cammino tattico nuovo.”

Veniamo al nostro vero ispiratore, Zeman. Il suo calcio è ancora attuabile? Modica con la sua Vibonese sembra volerci dire che quel calcio ancora riesce a mettere in crisi squadre più attrezzate. Il Bari di De Laurentiis e Vivarini, infatti, è stato letteralmente dominato nel gioco.

“Giacomo Modica è un tecnico preparato come pochi. È uno zemaniano di ferro con un autonomia di pensiero che porta a non scimmiottare il suo maestro dal punto di vista tattico. A Cava de’ Tirreni ha dimostrato tutto il suo valore salvando una squadra con un’ossatura di categoria inferiore. E se non fosse stato per alcune scelte societarie apparse come incongrue avrebbe senz’altro centrato i play-off. Con la proverbiale quantità che sopperisce alla qualità.

Tuttavia credo che, in realtà, il calcio di Zeman non sia mai stato pienamente attuato (se non a Licata e a Foggia). Anche a Pescara, spettacolo meraviglioso che è ancora nei nostri occhi, talvolta ha apportato dei correttivi tattici in difesa derogando ai suoi principi, come quando nel finale di campionato ebbe a mantenere Bocchetti bloccato a sinistra in difesa. In tal senso, le difficoltà maggiori incontrate da Zeman non derivano dal fatto che abbia deliberatamente trascurato la fase difensiva, come sostengono coloro che lo conoscono in modo superficiale. Piuttosto, dal fatto che Zeman richiede un tipo di concezione del modo di difendere radicalmente opposta a quella che viene inculcata a Coverciano ai tecnici di ogni livello.

Sin da piccoli, ai difensori viene insegnato non ad attaccare la sfera come avrebbe bisogno il calcio di Zeman, ma a coprirla e difenderla. Ed è naturale che, crescendo, il difensore assimila certi principi e li assume come innati. Per questo Zeman preferisce difensori giovani. Ricordate il lancio di Nesta, destinato al prestito al Sora? Oppure Marquinhos subito in campo alla Roma, contrariamente al parere di Sabatini, che intendeva destinarlo alla Primavera? Per Zeman il difensore ideale, da plasmare, è quello mentalmente sgombro da preconcetti mentali. Quindi, il giovane. A tal proposito, mi resta il rimpianto di non aver potuto vedere all’opera in giallorosso, con Zeman, la coppia Marquinhos-Romagnoli. Ci sarebbe stato da divertirsi…”

Eh si un vero peccato problemi simili li ha avuti anche a Cagliari e nell’ultima esperienza a Pescara..

Non è neppure colpa dei giocatori. Cambiare la mentalità di un trentenne non è semplice- afferma Paolo Bordino – il punto è nel tipo di mentalità che viene plasmata in Italia a livello difensivo. Difendere e coprire, mai “attaccare” la palla per essere mentalizzati verso la porta avversaria. Nella sua ultima esperienza a Pescara, in tal senso, Zeman ha dato la sensazione di adattarsi all’organico del pacchetto arretrato, difendendo spesso a baricentro basso. E l’intera manovra ne risentiva.

Il problema vero è sempre alla base, prendere Zeman e parlare di progetto, ma alle prime difficoltà delegittimare il lavoro del Boemo pubblicamente attraverso i media da parte dei presidenti..

“I progetti a certi livelli possono esistere fino ad un certo punto. I diritti televisivi fanno da sempre molta gola ed il rischio di retrocedere porta i presidenti a scelte fin troppo conservative. Se questo da un lato è comprensibile per le piccole squadre, ancora più clamoroso è il caso del Milan, che dà il benservito a Giampaolo ed al suo progetto tecnico addirittura dopo una vittoria! In un contesto del genere, chi rischierebbe di prendere Zeman non potendogli dare carta bianca? Sulle esternazioni passate di Giulini e Sebastiani direi che abbiamo consumato anche più inchiostro del dovuto…”

Chiudiamo con un pensiero sulla costante Gasperini e su Fonseca, quest’ultimo riuscirà a spuntarla sulla follia della piazza romanista?

“Gasperini – confessa Paolo Bordino – dichiarando dopo il cappotto dal City che mai avrebbe rinunciato alla propria identità contro Guardiola, anche per un discorso “formativo”, oltre a dare una lezione a tanti colleghi ha anche dimostrato che l’unica realtà progettuale del calcio italiano (con un fatturato strutturale a ridosso dei top-team) è una realtà atta a perdurare. Fonseca, dal canto suo, ha iniziato benissimo. Anche grazie ad un ambiente che, dato un taglio netto col passato, sembra essere più propenso ad affrontare il futuro in modo costruttivo”.

Grazie Paolo

Salvio Imparato

Insigne, il pupillo di Zeman è la stella del Napoli

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E menomale che Insigne era il problema del Napoli. Il talento di Frattamaggiore determinante in tutti e tre i gol ai danni dei Reds.

Sono lontani i tempi in cui Zeman disse: “Insigne è più forte di chi gioca adesso nel Napoli”. Era il 2010 e il Boemo, esiliato e dimenticato (per loro), dimostrava di avere ancora la visione dell’illuminato, dimostrando di saper guardare dove il calcio italiano non ha mai avuto il coraggio di guardare, un po’ per non ammettere i propri errori e un po’ per non evidenziare l’incompetenza di tanti nel settore. 

E pensare che se non ci fosse stata la folle idea di Casillo, di riprendere il Foggia e formare la vecchia squadra con Pavone, Franco Mancini, Franco Altamura e ovviamente il Maestro, magari Insigne vagherebbe ancora tra prestiti e scetticismi aspettando a 28 anni la definitiva crescita: e chi oggi sostiene che Lorenzo non è consacrato, o è ciuccio o è in malafede. 

INSIGNE E IL DOPO ZEMAN

Da quando è rientrato a Napoli, dopo gli insegnamenti di Zeman, ha trovato purtroppo Mazzarri. Il toscano non ha aiutato il talento di Frattamaggiore a mettere in mostra le sue qualità, un po’ per il modulo e un po’ per la sua scarsa attitudine con i giovani. Va dato atto però a De Laurentiis di aver incominciato, dopo aver visto il Pescara di Zeman, a cambiare visione calcistica. E quella visione oggi lo aiuta ancora oggi a saper essere in contrasto tattico con gli allenatori, anche con Ancelotti. 

Insigne è sempre stata la chiave del dopo Mazzarri. Ha facilitato non poco il lavoro di Benitez e Sarri, anche se entrambi sono sempre stati scettici sul 4-3-3. Mentre squadra e presidente no, e guarda caso la vera esplosione nel gioco del Napoli avvenne proprio con questo modulo nelle mani di Sarri. Ora è il modulo di riferimento del toscano, ma qui sosteneva di non gradirlo per questioni di baricentro, però con l’ottimo lavoro sulla difesa, sul pressing e su determinati concetti ne uscì fuori uno spettacolo di gol ed equilibrio. In serie A era proprio dai tempi di Zeman che non si vedeva un 4-3-3 di questo livello, un caso? Almeno nella fase offensiva no.

LA POSIZIONE DI ANCELOTTI SCRICCHIOLA

Con Carlo Ancelotti il dilemma Insigne ritorna. La situazione in casa Napoli oggi sembra di leggero contrasto tattico con la società. Ovviamente contrasto che si trasferisce sul mercato. Si vuole puntare su Insigne ala sinistra, mentre Ancelotti insiste su un determinante trequartista e la sua posizione, dopo la prestazione di Lorenzo fondamentale in tutti e tre i gol contro i reds, scricchiola un po’ ovunque, sia da quella tattica che da quella di allenatore titolato, da cui avrebbe potuto dettar un po’ più legge invece di cedere alla totale linea aziendalista. 

COSTRUIRE IL NAPOLI SU INSIGNE

Di sicuro arrivare alle 4 partite in pay per view senza acquisti importanti non è un bel biglietto da visita. Non ci fa bella figura il Napoli , Ancelotti e nemmeno Sky. Speriamo arrivino presto specialmente per Insigne. L’unico napoletano del Napoli che vuole vincere e merita finalmente che si costruisca una squadra attorno a lui, per il calcio che da anni dispensa in azzurro.

Salvio Imparato 

Zeman: “Aspetto la chiamata giusta, divertirò ancora”

L’occasione è una cena di compleanno per i 72 anni del Maestro Boemo Zdenek Zeman, che si concede ad un’ampia chiacchierata alla Gazzetta Dello Sport.


L’occasione è festeggiare con qualche giorno di ritardo il compleanno: la carta di identità recita 72, portati alla grandissima. Zeman regala la mitica smorfia con le labbra e rifà i conti: “Io me ne sento 40, non di più”. Quando sei a cena con “Il mister” devi mettere in conto due cose. La prima è essere interrotti continuamente per foto, autografi e strette di mano cui si concede sempre con grande disponibilità. La seconda è che la cena si divide sempre in un primo tempo al coperto, e un secondo (dolce, caffé, amaro) in un tavolino all’aperto, perché la sigaretta chiama. E non fa differenza se è una serata di maggio che pare novembre. “Che faccio? Tiro palline… (traduzione, gioco a golf, ndr) e vedo calcio, anche se mi diverte poco. E aspetto la chiamata giusta. Le tre quattro ricevute quest’anno non lo erano”. 

Come è stata questa stagione vista da fuori?

“Brutta, dice con sincerità Zeman, perché in 50 anni sono stato fermo poche volte. In più non è stato un anno di grande calcio in Italia. Tra le cose positive la Nazionale che sta cambiando mentalità”. 

La lotta scudetto è finita presto.

“Sono otto anni che finisce prima di cominciare”.

Come giudica la stagione di Ronaldo?

“Un po’ peggio di quella di Quagliarella”. 

Mister… 

“È un campione. Ma il salto di qualità della Juve non c’è stato. Senza Ronaldo aveva raggiunto due finali di Champions”. 

Da chi si aspettava di più?

“Forse dal Napoli di Ancelotti, ma aprire un nuovo ciclo non è facile. L’Inter si ritrova a lottare fino all’ultimo come l’anno scorso. Ha costruito poco. Mi aspettavo un calcio migliore”. 

Cosa è successo alla Roma? 

“Troppe cose non hanno funzionato. A partire dalla campagna acquisti, non mirata. Mi è dispiaciuto per Di Francesco ottimo ragazzo e tecnico. Se prendi uno come lui poi devi seguire le sue indicazioni. Ma oggi i tecnici contano poco”.

Dopo Totti la Roma ha salutato anche De Rossi 

“Capisco la delusione dei tifosi, ma cerco di capire anche il club. Un giocatore che ha dato 18 anni alla Roma meriterebbe di decidere lui quando smettere. Ma il calcio di oggi non lo permette. Mi spiace che De Rossi abbia fatto con me la peggior stagione della sua carriera: non so ancora se per colpa mia o sua”. 

Cosa salva del campionato?

“L’Atalanta, che gioca il calcio più europeo di tutte. La Coppa Italia della Lazio, la salvezza di Spal e Bologna. Mihajlovic ha cambiato mentalità alla squadra: con lui ha giocato sempre per vincere”. 

Si aspettava quattro inglesi nelle finali di Coppa?

“Le inglesi hanno mentalità offensiva, giocano per fare un gol in più. E il loro campionato è più bello e divertente. Qui è l’opposto. Si gioca per non prenderle”

In Premier le prime 5 hanno tecnici stranieri: merito loro?

“Il contrario. Gli allenatori si adattano al calcio inglese. Se vediamo una vecchia partita del Barcellona e una oggi del City giocano un calcio diverso. La grandezza di Guardiola, il più bravo di tutti, è adattare la sua filosofia ai tornei in cui va”. 

E Ten Hag con l’Ajax?

“Continua nel tracciato del grande Ajax, dove lanciano talenti. Ha idee e la possibilità di esprimerle. Oggi pochi allenatori hanno idee”. 

Nulla di nuovo in Europa?

“A livello tecnico e tattico no. Ma la conferma che le squadre che vogliono proporre qualcosa, alla fine vanno avanti”. 

Si è riproposta la divisione tra risultatisti e giochisti…

“E lo chiede a me? Un allenatore deve cercare di far divertire la gente. I risultati sono la conseguenza di quello che proponi. Chi gioca bene a lungo andare vince”.

Cosa pensa dell’idea della Superchampions?

“Che questo piano ammazzerebbe i campionati. È una corsa solo ai soldi ma il calcio per me è la passione della gente che può assistere alle partite. Trovo giusta la protesta dei club contrari”. 

Quanto è difficile nell’era dei social entrare nelle teste dei giocatori? 

“È molto più difficile. Ho cominciato che la squadra era una famiglia, si stava insieme, oggi il calcio è uno sport di 11 individui. Ognuno si fa gli interessi propri”. 

Cosa pensa degli staff tecnici così allargati?

“Sono una esagerazione. Un allenatore non deve demandare troppo, ha lui il dovere di sapere tutto ciò che c’è da fare in campo”.

Il suo Lecce è tornato in A , il suo Palermo invece è retrocesso in C…

“Sono contento per la piazza di Lecce che vive di calcio. Sul Palermo ci sarebbe da parlare due giorni”. 

È un suo cruccio non averlo allenato?

“Sì. Sono sempre stato convinto che avrei finito la mia carriera lì dove la cominciai da ragazzo…”.

Aspetta una nuova panchina?

“Passione, voglia e testa sono le stesse. Le mie idee e il mio calcio ancora moderni. Sei anni fa dissi che ero avanti 20 anni: resto in vantaggio di 14”. 

Quando le candeline costano più della torta si cominciano a fare bilanci… Qual è la cosa più importante nella vita? E cosa la spaventa?

“La propria salute e quella di chi hai vicino. E di conseguenza mi spaventa la malattia. Ho vissuto in questi ultimi anni il dramma di mio figlio Andrea che ha affrontato con coraggio una grave malattia. In quel momento in cui hai paura che il corso della natura si stia rovesciando, nulla ha più un senso. Ogni certezza si sgretola. È stato uno shock di cui parlo solo ora perché si è risolto abbastanza bene. Ma solo chi ha vissuto qualcosa di simile può capire sensazioni, il vuoto, il male dentro che niente può attenuare finché le cose non tornano al loro posto”. 

Guardando indietro ha rimpianti? Cambierebbe qualcosa? 

“Non potrei farlo anche volendo. Ho commesso errori, confessa Zeman, ma chi non ha mai fatto cose di cui si è pentito? Sciocchezze però rispetto alla vita globale. Ho vissuto la mia come volevo e se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. C’è solo una ferita mai rimarginata, ma non per colpa mia…”. 

Quale?

“Nell’estate del 1968 da Praga venni a Palermo con mia sorella per passare le vacanze con mio zio Čestmír Vycpálek. Scoppiò l’insurrezione politica che portò alla Primavera di Praga. E nella notte fra il 20 e il 21 agosto ci fu l’invasione sovietica. Rimasi in Italia senza poter tornare: per venti anni non ho più rivisto la mia famiglia. Venti anni senza ricordi. Non mi mancano coppe e scudetti, mi mancano quei 20 anni”. 

E cosa chiede al futuro?

“La salute dei miei familiari e altri 20 anni per me. La carriera dipende da chi chiama ma spero ancora di ricevere l’affetto degli sportivi, il riconoscimento per quello che sono riuscito a dare e dire alla gente”.

Hall Of Fame di ISport.cz, da oggi c’è anche Zeman: “Sto per tornare!”

In Italia il suo nome è conosciuto da tutti i tifosi del calcio. L’allenatore Zdeněk Zeman ha guidato club famosi come Lazio Roma, AS Roma o Palermo. Durante il  rilascio della targa dell’Hall of Fame Sport ha riferito di essere in pensione ancora per poco: “Torno. Certo! “

Ha guadagnato l’etichetta di allenatore che vuole il gol e lo spettacolo a tutti i costi anziché accontentarsi di un noioso 1-0 o di un grigio pareggio a reti inviolate.

“Tutti i miei ragazzi hanno sempre sudato – racconta Zeman alla cerimonia Hall Of Fame –  per dare alla gente qualcosa. Il calcio senza emozione non è importante. La cosa importante è quello di far divertite il pubblico, anche quello avversario. E penso di esserci riuscito infatti sono molto famoso in Italia per questa mia caratteristica, ha dichiarato l’allenatore Zdenek Zeman durante la visita alla redazione di Isport.cz , che ha rivelato come nasce la sua passione per il calcio offensivo.

“Quando ero ancora in Cecoslovacchia, ho allenato gli allievi dello Slavia e Vyšehrad. Si giocava sempre con il 4-3-3. Forse mancavano i tagli e più movimento, ma sempre almeno tre attaccanti. Il mio modello è stato l’allenatore Kováč che ha guidato l’Ajax e disse che la miglior difesa è l’attacco. È da li ho fatto mia quell’idea”, ha specificato Zeman, che ha preferito segnare sempre un gol in pi+ dell’avversario.

“Mi piacerebbe sempre vincere 5: 4. A volte sono riuscito a vincere 8: 2 o 7: 1. In serie A non è facile. Non mi piacedi fare un punto come fanno gli altri allenatori per salvare il posto in panchina. Non ho mai giocato per un pareggio, mai per salvare la panchina”, ha detto con orgoglio il famoso allenatore ceco.

Il leggendario Zdeněk Zeman è diventato un membro dell’Hall of Fame di Isport.cz

In passato, tuttavia, ha avuto difficoltà a ottenere panchine a causa della sua onestà e onestà. Ha fortemente criticato le condizioni del calcio italiano ed è stato il primo a mettere in guardia contro il doping. Lo contraddiceva.

 

“I presidenti avevano paura che se fossero stati penalizzati  e che l’intero sistema sarebbe stato contro di noi. Ecco perché non mi volevano “, ha detto Zeman.

Un allenatore popolare ma sofisticato ama guardare i club che hanno uno stile offensivo.

“Mi piace il Manchester City. Guardiola ha cambiato il suo gioco rispetto a  quando era alBarcellona. Il Liverpool anche gioca anche calcio offensivo e mi piace”

Nell’intervista Zeman ha parlato anche dell’ex allenatore dello Sparta.

“Conosco Stramaccioni da Roma. Era  mio fan. A volte mi ha invitato al ristorante. Non è stato molto fortunato in Italia. Ha fatto molto lavoro nelle squadre giovanili e ha valorizzato abbastanza giocatori “.

La sfida più grande, per un allenatore come lui, sarebbe essere ingaggiato per la prima volta nella Repubblica ceca.

“Non credo a breve. Le squadre stanno facendo bene e non devono cambiare i loro allenatori “, ha detto Zeman, aggiungendo, con il sorriso di chi sta tornando presto in panchina. “Torno. Certo! ” 

SALVIO IMPARATO

Liverpool-City 0-0: Vince la cura dei dettagli.

Liverpool-City-Guardiole-Klopp

Liverpool-Manchester City è stata una battaglia tattica. La squadra di Klopp e quella di Guardiola hanno dato vita ad un match atipico dal punto di vista dello spettacolo. L’ultima partita prima della pausa della Nations League si è giocata sul filo dei nervi. I due allenatori si sono dati battaglia sul piano tattico. E alla fine hanno prevalso la cura dei dettagli e la concentrazione nel disinnescare i punti di forza legati alla qualità offensiva.

Le due squadre sono arrivate all’ultimo appuntamento (Liverpool-City) di questo intensissimo periodo a pari punti in classifica, con lo scenario di un possibile primo posto in solitaria in caso di vittoria Il Liverpool di Klopp ha mostrato però nelle ultime uscite segnali di stanchezza, sia mentale che fisica. I Reds hanno allungato la rosa nella sessione estiva di mercato, ma il pensiero di dover affrontare, nel giro di dieci giorni, due volte il Chelsea, il Napoli e il Manchester City non ha certamente facilitato valutazioni in questo senso. Fatta eccezione, in parte, per la partita di Carabao Cup decisa dal capolavoro di Hazard, in campo sono scesi praticamente sempre gli stessi calciatori. E il calo di brillantezza e di lucidità può per questo essere definito fisiologico.

NAPOLI-LIVERPOOL

La partita di Champions al San Paolo contro il Napoli ha restituito in primis l’immagine del capolavoro tattico di Carlo Ancelotti. Ma ha anche mostrato un Liverpool decisamente spento per gli standard a cui siamo stati abituati, con gli zero tiri nello specchio che hanno fatto più di una notizia. Impegni così probanti e così ravvicinati hanno inevitabilmente messo a dura prova innanzitutto la possibilità di far rifiatare qualche elemento di rilievo. Poi, come conseguenza diretta, la capacità di correre e far correre il pallone più e meglio degli avversari. E nonostante queste evidenti difficoltà, i Reds hanno ceduto al Napoli solamente al 90′. Hanno condiviso un punto proprio ieri con il City, e avrebbero certamente meritato qualcosa in più allo Stamford Bridge. Da cui è comunque uscito con un punto.

IL PERCORSO DEL CITY

Il Manchester City, invece, è arrivato ad Anfield dopo aver superato, con più di un brivido dopo la sconfitta interna alla prima col Lione, l’Hoffenheim di Nagelsmann in Champions. La squadra di Guardiola non ha dovuto fronteggiare avversari particolarmente temibili in campionato, escluso un Arsenal non ancora rodato alla prima giornata. Calendario molto diverso rispetto a quello del Liverpool, che oltre ai dieci giorni infernali già citati, ha raggiunto i 20 punti in classifica affrontando già il Tottenham a Wembley, il Chelsea allo Stamford Bridge, e il City appunto ieri. Vincendo la prima e pareggiando le altre due.

LiVERPOOL-CITY, LA PARTITA

I 90 minuti di ieri sono stati produttivi per gli appassionati di tattica. Sulla carta abbiamo giustamente sottolineato come lo 0-0 possa definirsi risultato atipico. Cosa difficile da mettere in dubbio. Ma il momento particolare di forma degli uomini di Klopp e la particolare attenzione con cui Guardiola avrebbe approcciato a questo tipo di partita e allo scontro con l’allenatore tedesco, dopo le ultime non confortanti uscite e lo score a sfavore, qualche indizio avrebbero potuto fornircelo.

Sono scesi in campo praticamente i due 11 tipo. Unica novità nel Liverpool in difesa, con Joe Gomez dirottato sulla destra al posto di Alexander Arnold, e Lovren, il migliore in campo, al centro della difesa. Nelle file del City, con De Bruyne sempre fuori e Gundogan indisponibile, spazio a Mahrez esterno alto a destra, con David Silva e Fernandinho mediani.
Liverpool (4-3-3): Alisson; Gomez, Lovren, Van Dijk, Robertson; Henderson, Milner, Wijnaldum, Salah, Firmino, Manè.
Manchester City (4-2-3-1): Ederson; Walker, Stones, Laporte, Mendy; D. Silva, Fernandindo, Mahrez, B. Silva, Sterling; Aguero.

L’avvio di partita ai soliti devastanti ritmi da parte del Liverpool ha dato la sensazione di rievocare parzialmente le ultime uscite ad Anfield tra queste due squadre. Pressing asfissiante, recupero delle seconde palle e verticalità immediata: le armi che hanno da sempre messo in difficoltà anche un signore della tattica come Guardiola. Ma questa volta il piano gara dello spagnolo è emerso con più convinzione e chiarezza. L’occupazione degli spazi da parte dei suoi calciatori è stata esemplare. Una volta assorbita senza sbavature la forza propulsiva iniziale dei Reds, il Manchester City è riuscito a prendere controllo del pallone con maggiore continuità, e a impedire al trio offensivo dei Reds di essere pericoloso con le solite combinazioni. Laporte, in particolar modo, decisamente sugli scudi e perfetto in tutte le situazioni e nelle letture.

La notizia decisamente positiva in chiave Liverpool però, a dispetto delle stagioni precedenti, è legata proprio alla trovata compattezza verticale della squadra, oltre alla solidità difensiva data dalla guida di un colosso come Van Dijk. Questo è il primo aspetto che ha permesso ai Reds di uscire indenni e di far sue partite che, con la stanchezza e la sterilità dell’ultimo periodo, in passato probabilmente avrebbe perso.

Le rette delle due squadre si sono intersecate e hanno finito per annullarsi a vicenda, oscurando le fluide connessioni tra i giocatori e quindi l’alto indice di pericolosità offensiva. Soprattutto nella ripresa, la squadra che ha dato la sensazione di poter avere la meglio è stata quella di Guardiola. I Citizens hanno avuto un controllo maggiore della gara, e con il calo di intensità del Liverpool, hanno iniziato ad uscire con continuità e in maniera pulita costruendo da dietro.

La chiave tattica, in ottica futura, potrebbe forse essere questa. Superare il primo pressing dei Reds. Alzare leggermente il terzino sinistro, asimmetrico rispetto al destro. Cambiare gioco proprio sul lato mancino mandando in fumo il collasso degli uomini di Klopp sul lato palla. Aprirsi il campo colpendo il Liverpool a palla scoperta. La strategia di Guardiola, con Mendy, ha dato la sensazione di aver preso spunto da quella vittoriosa di Ancelotti con Mario Rui.

Il paradosso della prestazione difensiva del Liverpool è arrivato dall’ottima partita di Lovren. Il croato è stato probabilmente il migliore in campo, con 8 duelli vinti, 5 tackles e l’87% di precisione dei passaggi. L’immagine che ogni volta restituisce è quella di un difensore centrale sulla carta completo, ma sempre troppo umorale e istintivo per poter essere veramente definito affidabile. Van Dijk, invece, guida eccelsa del reparto, si è reso protagonista del fallo da rigore su Sanè, poi calciato alle stelle da Mahrez. Curioso constatare come si sarebbero potuti associare arbitrariamente al contrario il dato iniziale e la seconda infrazione.

KLOPP VS PEP

Jurgen Klopp è l’allenatore ad aver battuto più volte Pep Guardiola. Su 15 partite disputate, con il pareggio di ieri le vittorie sono rimaste 8. La vera inversione di tendenza però punta a raggiungerla proprio il tedesco. Arrivare prima del collega spagnolo alla fine del campionato. E prima del Chelsea, del Tottenham e dell’Arsenal. La classifica è fantastica, con Manchester City, Chelsea e Liverpool a quota 20, seguite da Tottenham e Arsenal a 18. Avevamo detto che gli ingredienti per una corsa più elettrizzante ed equilibrata rispetto agli ultimi anni sembravano poter esserci tutti. Per il momento la sensazione è che il campo voglia e possa darci anche qualcosa in più in questo senso.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

Napoli-Liverpool, Ancelotti si è consolato bene con la coppa del 2003

Napoli-Liverpool

Una delle cose più belle del calcio è essere smentiti o meglio sorpresi da imprese che non ti aspetti. Napoli-Liverpool conferma che Carlo Ancelotti ha la Champions nel sangue. Un po’ come Terence Hill aveva le pallottole nei Due Superpiedi Quasi Piatti.

Re Carlo deve aver preso troppo sul serio la provocazione agli Juventini e con quella coppa del 2003 sembra essersi consolato proprio bene. Un grazie di cuore ai cori dello Stadium. Scherzi a parte, Ancelotti ha preparato Napoli-Liverpool da vecchia volpe, citando Klopp, e ne ha anche letto perfettamente i momenti, annusando anche la possibilità di poter rischiare.

IL CORAGGIO DI RE CARLO

La scelta di schierare un difesa a 4 con un centrale come Maksimovic al posto di Hysaj era inedita da queste parti. L’intenzione era quella di disinnescare il gegenpressing offensivo dei Reds sui due centrali Albiol e Koulibaly. Il risultato promuove la scelta, anche se onestamente il Liverpool, che siamo abituati a vedere, è un pò mancato. I Reds hanno giocato gran parte del match sotto ritmo, senza il supporto del loro famoso pressing ultra offensivo e questo gli ha impedito di cambiare passo.

Si è rivelato un suicidio contro questo Napoli in cui svettano le prestazioni di Hamsik, Rui e un Allan sempre più sontuoso. Attento e compatto anche tutto il pacchetto arretrato, non hanno concesso nulla e raddoppiato i portatori quando ce n’era bisogno. Ma se c’è una caratteristica fondamentale per competere in Champions, quella è il coraggio e Ancelotti ha dimostrato di averne, inserendo Verdi e Zielinski nel finale. Un assetto spregiudicato nel momento in cui sentiva di poter affondare, e conquistare tre punti fondamentali per non sentirsi già condannati all’Europa League.

DIFETTI NE ABBIAMO?

Se si vuole trovare il coraggio di trovare qualche difetto Napoli, va individuato nelle scelte negli ultimi metri. Molti movimenti senza palla, a cercare la verticalizzazione tra le linee, ignorati preferendo il tiro dalla distanza. Il Napoli resta una squadra che tira molto in porta, e anche contro una squadra come il Liverpool un gol è troppo poco dopo. Un dato evidente dall’amichevole contro il Chievo a Trento. A giudicare dalla prestazione di ieri contro i Reds sembra l’unico dato ancora da migliorare.

Ancelotti in pochissimo tempo ha ottenuto risposte sorprendenti, nonostante i tanti cambi testati in questa prima parte di campionato. Ha di colpo ribaltato le sensazioni dello Stadium di Torino e se riesce a migliorare la fase realizzativa, come ha fatto con l’attenzione e i duelli individuali a centrocampo e in difesa, porterà il Napoli ad un livello di consapevolezza superiore. Confermerà di aver sovvertito un sistema rigido in cui la perfezione del collettivo passava solo per alcuni singoli.

IL LEADER CALMO ANCELOTTI COME IL MINISTRO DI NORMAN

Napoli-Liverpool vista subito dopo La Vita Straordinaria Di Norman (film con un grande Richard Gere nei panni del compiacente faccendiere Norman Oppenheimer) consegna un Ancelotti simile al Ministro Micha Eshel. Due leader calmi contrappongono il compromesso al fanatismo, rendendo quest’ultimo vuoto e il primo capace di far sognare come un’impresa di idealismo.

“Cosa preoccupa il presidente, che non ho un messaggio unico? Stasera 50/100 leader di fazioni dichiaratamente avversarie si sono avvicinate a me dicendomi “la appoggiamo”, ciascuno con un programma completamente diverso. Non esiste una cosa come il messaggio unico e chiunque le dica di avere un messaggio unico probabilmente insegna all’università o tiene un blog. Glielo dico io qual’è il mio messaggio unico, io metterò fine a questo conflitto, dicendo si al compromesso, a tutti indistintamente. Perché l’opposto del compromesso non è l’idealismo, non è l’integrità, l’opposto del compromesso è fanatismo e morte. La vita è compromesso, io non solo credo in questo, ma è ciò che sono, ecco perché sono in questa posizione”

 

INSIGNE E I GRADONI 

Una menzione d’onore va a Lorenzo Insigne, sempre criticato eccessivamente, riesce sempre a dimostrare di saper portare il peso schiacciante di questa maglia da napoletano, con la forza di chi non si abbatte di fronte all’ingiustificato scetticismo della su gente e del suo paese. Il risultato è farsi trovare pronto e diventare decisivo nei momenti importanti. Ha segnato al Bernabeu, è uno dei prolifici in Champions ed è il mattatore di Napoli-Liverpool. Per favore non parliamo ancora di crescita, Insigne avrebbe bisogno di chi come Zeman allenandolo in seri c disse: “Lorenzo è più forte di chi gioca attualmente nel Napoli” era il 2010 e gli azzurri volavano con Cavani e Lavezzi. Insigne ha fatto i gradoni, dovrebbero farli tanti tifosi e tanta stampa.

SALVIO IMPARATO