CIAO PINO WILSON!

E’ morto Giuseppe Wilson, storico capitano della Lazio scudettata di Maestrelli e bandiera mai ammainata del club biancoceleste. Se ne va il leader di una banda calcistica che ha messo paura all’Italia tutta.

1. VIA DEL CAMPO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

Così, durante gli anni del boom economico italiano, De André ricordò ai suoi ascoltatori come la poesia potesse ritrovarsi anche lì dove parebbe esserci solo miseria. Beh, la storia di Giuseppe Wilson, detto Pino, nasce e si sublima in un contesto tutt’altro che adamantino, benché indomabile sia stato il suo carattere e il suo modo di stare al mondo.

Durezza e larghezza delle spalle, petto in fuori, che lo hanno contraddistinto nella sua vita da calciatore ma che non hanno mai intaccato una certa eleganza nel maneggiare la sfera e nell’interpretare i movimenti difensivi. Pino è stato un figlio della seconda guerra mondiale e della Napoli bellica, capace rispetto a tutte le altre città italiane di segnare differenza su come trattare gli invasori e i liberatori.

La città partenopea ha concupito i secondi, masticandoli, mantenendo in bocca il sapore del nuovo mondo o dell’uggiosità britannica ruminata ma una volta andati via, i liberatori, sputati via dal buco di un Vulcano che li aveva accolti senza minacce… come se dal mare che bagna le sponde non fosse giunta alcuna nave né da Ovest né dal Nord.

2. PINO CALCIATORE: GLI INIZI ALL’INTERNAPOLI

Mentre Napoli informava chi arrivava che la città era già stata liberata dall’invasore, alle truppe alleate venivano offerti soltanto amori e occasioni. Pino, infatti, nasce a Napoli da mamma Napoletana e papà inglese di stanza sotto al Vesuvio.

Sceglie la carriera di calciatore che trova rampa di lancio nella seconda squadra di Napoli. Agli appassionati del calcio provinciale non suonerà sconosciuto il titolo “Internapoli”. Gloriosa seconda squadra a difesa delle mura azzurre, domiciliata presso lo Stadio Collana sito nel quartiere collinare del Vomero.

3. L’INCONTRO CON CHINAGLIA

Sede che la Ssc Napoli lasciò in omaggio all’Internapoli dopo la costruzione del San Paolo, oggi Maradona #DAM. Wilson, dunque, si ritrova in C in una società all’epoca di categoria in compagnia di un attaccante lungo e largo. Anch’egli italiano: lo chiamano Giorgio e di cognome fa Chinaglia ma il suo soprannome è Long John per quelle caratteristiche fisiche così verticali.

Figlio di una Italia emigrante anche nell’immediato dopoguerra, dopo una parte dell’infanzia vissuta con i nonni in Toscana, Giorgio raggiunge i genitori a Cardiff dove diventa calciatore, rugbista e cameriere del ristorante che il padre ha aperto dopo aver sudato nelle miniere gallesi.

Wilson e Chinaglia, un terzino tecnicamente dotato e un attaccante tanto potente quanto sgraziato. In C sanno mettersi in mostra sui tranquilli fianchi di un quartiere residenziale napoletano. Giovani e rampanti si guadagnano entrambi la chiamata di un’aquila ferita, la Lazio.

4. LA LAZIO DI MAESTRELLI

Gloriosa società, quest’ultima, nel frattempo finita in B e impegnata a progettare la risalita seguendo la pacata guida di un tecnico gentiluomo quale Tommaso Maestrelli.

Quest’ultimo costruì una squadra tecnicamente dotata, fisica e spigolosa, in grado di arrivare seconda nel campionato cadetto, raggiungere comunque la promozione e in un amen giocarsi nei due anni successivi di A gli scudetti contro Juventus, Inter etc.

Il secondo anno di serie A fu quello buono: con Wilson in difesa e Chinaglia in attacco, oltre ad altri indimenticati eroi, a Roma si festeggia il primo tricolore biancoceleste.

5. UNO SPOGLIATOIO IN SUBBUGLIO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori

La guerra e le sue trame nefaste avevano dato vita a Pino. Un’altra guerra, che in realtà andava di scena ogni santo allenamento, aveva regalato lo scudetto alla Lazio.

Infatti, la vittoria della Lazio e di Wilson e Chinaglia tutto fu tranne che una favola con il lieto fine.

Pino e Giorgio, i due figli del mondo infiammato dagli strascichi della guerra, entro quel team capeggiato da mister Maestrelli avevano creato una vera e propria fazione atta a combattere e intimidire un’altra avversaria… la quale aveva una sola controindicazione: indossava la loro stessa divisa sociale ed era guidata da Martini, uno degli artefici della risalita dalla B alla A insieme a Wilson, e da un’altra anima che il calcio ha lasciato alla memoria dell’Italia di piombo, ossia l’instancabile mediano Re Cecconi ucciso da un colpo di pistola perché creduto erroneamente ladro da un gioielliere suo amico.

E le pistole erano le cose più ricorrenti nei ritiri della Lazio di Maestrelli, oltre al pallone s’intende. Schemi, scazzottate e poligoni: Wilson vincerà uno scudetto da capitano di una squadra dilaniata da battaglie intestine, da orgogli indomiti e cuori giganti.

6. L’IMPROVVISA FINE DELLA GIOVENTU’

Una volta raggiunto l’apice, con l’Italia del calcio ai piedi di una banda rassomigliante quella sporca dozzina, Wilson che aveva raggiunto la sua fortuna vide sparire tutto in un attimo.

Il sordo rumore di una sliding doors che toglie sorrisi e ricchezze svuotando una vita in ascesa. Maestrelli ricevette una diagnosi terribile: un tumore che gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita. E una squadra ancora in grado di dare tanto si spense d’un tratto. In due anni dal tetto d’Italia ai bassifondi della classifica.

Una cura sperimentale allungò la vita ancora per poco a Maestrelli, giusto il tempo per salvare la Lazio e lanciare Bruno Giordano che a Napoli, da dove Pino partì per vincere il primo storico scudetto biancoceleste, arrivò per firmare con gol e assist un altro primo storico scudetto… quello azzurro del Ciuccio.

7. CIAO PINO

Oggi Pino ha lasciato questo mondo ma soltanto per ricostruire con i suoi migliori nemici la banda che terremotò l’Italia del pallone.

Mio nonno, nel raccontarmi dell’Internapoli e della Lazio dello scudetto, aveva ragione a dirmi che non sarei mai stato più figlio unico. Ormai mi ero convinto anche io che Wilson e Chinaglia sarebbero potuti passare all’Internapoli o, perché no, anche al Frosinone.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

La rilevanza dell’anticipo serale al San Paolo tra Napoli e Lazio equivale ad una sgambata. Il Napoli ha cercato di renderla il più probante possibile in vista della partita di Champions contro il Barcellona. Il triplice fischio e poi… una lunga standing ovation virtuale per Callejon, che (probabilmente) ha calcato il San Paolo per l’ultima volta

1. Napoli-Lazio

Il Napoli torna padrone dei propri stimoli, relegando al futuro prossimo indebite mollezze. Così gli azzurri indossano anima e scarpini e sciorinano quel calcio bailado, un po’ portoghese e un po’ spagnolo, al quale la Lazio di Simone Inzaghi mai ha trovato rimedio. Prima della disavventura ancelottiana, Inzaghi aveva raccolto 8 sconfitte in 9 vittorie. L’unico trionfo sancito da un paperone di Ospina a concedere un gol che difficilmente la Lazio avrebbe segnato.

I biancocelesti, forti di una stagione fortunata, si affidano alle solite ripartenze azionate da una fase difensiva bassa ma incentrata soprattutto sulla fisicità più che sull’organizzazione. Una squadra, la Lazio, così lunga che spesso accusa la signoria altrui, benché rischi costantemente di far male agli avversari quando recupera il possesso palla. Inzaghi punta molto sugli 1vs1 in campo aperto dei propri attaccanti, tipicamente contropiedisti, contro di solito i meno rapidi difensori altrui. Il Napoli ha spolpato questo progetto tattico applicando e bene le coperture preventive.

E infatti, in una transizione dalla fase difensiva a quella offensiva, la Lazio è riuscita a pareggiare con Immobile, fresco vincitore di scarpa d’oro e grazie alla rete al San Paolo anche recordman di gol in una singola stagione calcistica italiana insieme all’immarcescibile ricordo del Pipita Higuain.

2. Poi c’è solo e soltanto lui: Josè

Callejon è stato uno dei pochi a costringere lo spettatore a pensare calcio, non solo a guardarlo passivamente. Lo ha fatto perché ha scompigliato le leggi del pallone con la sua mediocrità eccezionale, cioè quando l’imperfezione diventa bellezza. Gli altri sono stati costretti a sforzare le meningi per comprendere il suo mistero. Infatti, giocatore l’andaluso sì enciclopedico, ha sbobinato i più approfonditi faldoni della biblioteca calcistica, ma anche fortemente limitato. Raramente ha dribblato da fermo o in movimento, non è mai stato dotato di un gran calcio da fuori. Nessun connotato di esplosività atletica in termini di salto o accelerazione. Infatti, non ha mai nemmeno avuto un grande colpo di testa.

Neanche il passaggio è mai stato ficcante, eppure – qui comincia il rovescio della medaglia che trasforma il brutto in bello – ha fornito più assist di tutti quanti. Un cross chirurgico da fermo e in posizione dinamica, rasoterra o traversone alto oppure l’appoggio volante a rimorchio per il compagno accorrente.

Eppure, ha anche segnato tantissimo sfruttando da ala il tempismo e l’opportunismo alla Pippo Inzaghi. Guardalinee in pectore, Callejon flettendo a suo piacimento le logiche dello spazio e del tempo beffava la linea difensiva, aggirava il terzino e si presentava come se lo avesse scartato a tu per tu con il portiere. Non una glaciale finalizzazione, la sua, ma un tiro ad incrociare nell’angolino basso alla sinistra del portiere divenuto marchio di fabbrica e sentenza, soprattutto nelle prime stagioni.

3. José e i suoi caballeros

Spesso servito in questo speciale movimento sul filo del fuorigioco, che ha costretto ad adattamenti peculiari le difese avversarie, dal destro, già da me definito in passato parabolico, di Lorenzo Insigne. Un asse alla fine non troppo vincente, insieme a Dries Mertens, ma pericoloso come quello di ferro che trascinò il mondo nella seconda guerra mondiale.

4. Callejon il madridista

Giocatore massimamente offensivo, Josè, fisicamente leggerino, mai però intimidito dai polpacci più nutriti delle belve che tendono ad arare nel calcio moderno la fascia. Mentalità madridista, protezione di palla ingegneristica, interpretazione della difesa propria del terzino maturo: anche questo è stato Callejon.

Non solo… prodigioso nella continuità prestazionale, ordinario ma costante in tutti i suoi skills atletici. Baciato dalla sorte nel suo non infortunarsi mai gravemente. Ha scaricato il contachilometri, scalato e assunto la posizione più consona in qualsivoglia situazione, costruendo a destra il bilanciamento ideale ricercato dagli allenatori durante le sedute tattiche. Ha saputo regalare al Napoli l’ampiezza campo, appartenente ad un calcio d’attacco più antico, e accentrandosi la densità sulla trequarti, principio offensivo più moderno.

5. Il lento addio a Napoli dello Spagnolo

Dopo la finale di Coppa Italia ha pianto, poi scrollandosi l’emozione di dosso riso al fianco degli altri; consapevole com’è che la carbonizzazione della lettera di raccomandazione, firmata in calce da Benitez al momento del suo arrivo a Capodichino, fosse finalmente giunta, con la vittoria di questa Coppa Italia, a definitiva consuzione e cenere. Un lento annientamento che ha trovato rapido deterioramento con la restituzione indegna della sua maglia con cui aveva omaggiato i tifosi in trasferta a Frosinone.

In quell’occasione anche il buon Callejon abbandonò mentalmente il progetto, forse da ultimo tra i senatori, di Ancelotti, il quale sul suo eclettismo aveva fondato parte della reificazione del suo pensiero calcistico. Un progressivo spegnimento che ebbe ulteriore fiammata alle parole di De Laurentiis, che lo definì marchettaro per la richiesta di un rinnovo salariale ritenuta economicamente eccessiva e per una minaccia contestuale allora di andare a cifre superiori in Cina già a Gennaio; minaccia considerata dal patron inelegante.

Il tentativo di un triste milonguero di uscire dal cono d’ombra del terzino avversario. E poi lunghi mesi di gol sbagliati, di teste abbassate, come quelle dei compagni, e di un competitor nel suo ruolo, quale Politano, il primo con una flebile speranza di togliergli il posto.

6. José è ora di dirsi addio

Gattuso ha riconosciuto all’andaluso fin troppo doverosamente la passerella finale, sacrificando in panchina il frizzante Matteo (Politano), apprezzabile sia in semifinale da titolare che in finale da subentrante proprio al posto del moscio Callejon. Josè, con quel pianto, ha disvelato sia l’anima sincera di un illuminista che ha sofferto nel comportarsi da Bolscevico sia l’emozione del ragazzo, figlio del fruttivendolo del quartiere, che amava giocare al calcio secondo le logiche rionali piuttosto che professionali. Le prime ha avuto modo di ritrovarle a Napoli.

Qualcuno oggi vorrebbe che le sue lacrime fossero sangue con cui firmare l’ennesimo patto, altro che contratto. Qualcuno dimentica che il calcio è presente e futuro e mai passato. Fossi nella società farei un passo oltre Josè Maria prima che finiscano insieme in offside per eccessiva riconoscenza. Sarebbe per tutti un atto di coerenza, soprattutto per lo stesso Callejon, colui che studiando eluse le regole del (fuori)gioco.

Lazio-Napoli 1-0, gli azzurri di Gattuso in crescita, ma si fanno gol da soli

Buona partita del Napoli all’Olimpico, i ragazzi di Gattuso fanno la partita colpendo anche un palo, ma i biancocelesti la spuntano ancora nel finale. Lazio-Napoli finisce 1-0, la decide ancora Immobile.

Gattuso sta lavorando come se stessimo in ritiro precampionato. Per quanto non abbia tanta esperienza, sta impostando la squadra ripartendo da zero, come farebbe un Klopp o un Guardiola, ovviamente con le dovute proporzioni. Puntando quindi più sulla filosofia di gioco che sul risultato e su questo credo abbia l’appoggio della società. La continuità di gioco bene o male c’è, una vittoria dopo prestazioni così cambierebbe tanto se non tutto.

La partita è stata giocata con grande personalità, sul campo di una delle migliori del campionato, attualmente. Primo tempo più guardingo, ma linea difensiva molto più ordinata e ottome letture nei duelli uno contro uno difensivi. Secondo tempo più dinamico e intenso, purtroppo la condizione atletica e ancora quella che è, il calo inevitabile ha allungato troppo la squadra e nonostante questo, il gol non è arrivato da una delle micidiali ripartenze della Lazio.

Ospina errore gravissimo, Insigne ancora uno dei migliori, piaccia o no. I cambi di Gattuso invece, tardivi e meno coraggiosi di come affronta le partite. Considerando un centrocampo senza regista e con Zielinski che piano piano sta imparando il ruolo di mezzala più tatticamente e senza palla e con Di Lorenzo ancora adattato centrale, io parlerei di un’ottima prestazione.