Roma-Juventus 1998 2-0, Zeman e l’ultimo sgarbo prima dell’esilio

Roma-Juventus-Zeman

Era il 15 novembre 1998 e all’Olimpico sarebbe arrivata la Juventus di Lippi e la Triade. La nemica di sempre, ma questa volta non si troverà contro solo una parte della città, ma anche di fronte al grande accusatore della tormentata estate 1998. Roma-Juventus ovvero Zdenek Zeman contro il popolo bianconero, un popolo offeso dalle accuse di doping. Un accusa di una colpa ancora oggi negata con tutte le forze, ma che viene mal celata da una prescrizione fatta passare per assoluzione.

Ecco il racconto de Il Romanista di Roma-Juventus 1998, la partita che resterà l’ultima vittoria di Zeman contro la Juve prima dell’esilio.

Le premesse

Bianconeri campioni in carica, che quel giorno si presentano all’Olimpico con lo scudetto sul petto e con una incredibile voglia di vincere addosso. Non è una sana voglia di vincere, però, la loro. È rabbia, nervosismo, livore. È un appuntamento che in casa Juve hanno segnato sul calendaro dall’estate, cioè dal momento in cui le dichiarazioni di Zeman scoperchiarono un calderone inimmaginabile.

Le dichiarazioni diestive di Zeman

«Il calcio deve uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari». Per capire se avesse ragione, basta leggere le sentenze passate in giudicato. Ma per questo ci vollero anni. In quei mesi, invece, si consumarono feroci polemiche tra la crescita muscolare di alcuni giocatori, il botta e risposta con Vialli («Zeman è un terrorista»), l’inizio dell’inchiesta del pm Guariniello. E due mondi ancora una volta l’uno contro l’altro. Tutto il popolo romanista cavalcò la battaglia per la pulizia nel calcio, tutto il popolo juventino si sentiva accusato e pronto a rispondere.

 

La resa dei conti

La resa dei conti, sul campo (per usare una terminologia bianconera), era fissata proprio per sabato 15 novembre 1998. Chiunque fosse tra i 72mila presenti all’Olimpico, non può non sentire ancora viva sulla pelle la sensazione netta che si respirava quel giorno. Noi di qua, voi di là. Gli opposti che non si attraggono per niente. Il bene contro il male.

La guerra raccontata dagli striscioni

Parlavano gli striscioni. Si va dal «Zeman signore, Lippi spacciatore» al «Del Piero ci vediamo doping» nella Sud e «Del Piero vota Pannella» nella Nord. Ci si distrae solo per i fischi, assordanti, a Moggi, Bettega, Giraudo e Lippi (squalificato) inquadrati sul maxischermo. «Zizou non è un farmaco ma una purga», rispondevano gli juventini.Tutto questo fino a un altro fischio, quello d’inizio, dell’arbitro Braschi. E un tifo da romanisti fin dal primo pallone toccato, nessuno pensava minimamente né alla classifica né tantomeno al fatto che tre giorni prima la Roma era stata eliminata in Coppa Italia dall’Atalanta, all’epoca in Serie B.

Una vittoria ancora più bella

Com’è andata, lo sapete. La Roma ha vinto 2-0. Bellissimo, un’esplosione di gioia pura da una parte, rancore che si avviluppa su se stesso dall’altra. Sì, a volte vincono i buoni. Ma l’aspetto che merita una riflessione a distanza di tempo, dato che vent’anni sono tutto sommato un tempo di esposizione sufficiente per mettere a fuoco bene il tutto, è un altro.A riguardare la partita, concentrandosi sia su ciò che accadde in campo, sia percependo ciò che traspariva dagli spalti (con immancabili intermezzi sulle facce di Bettega, Moggi, Giraudo e un Lippi impietrito e in qualche modo in contatto con il suo vice Pezzotti in panchina), la vittoria della Roma appare ancora più bella.

Rabbiosa e fallosa la Juve, che per rabbia resta in 10 (espulso Montero) e per nervosismo sbaglia con Davids un paio di occasioni da gol che potevano indirizzare la sfida in senso a lei favorevole. Lucida e bella la Roma. Lucida perché sa aspettare di fronte a una Juve molto chiusa che prova a impedire alla squadra di Zeman di fare il suo gioco, bella perché sa volare alto rispetto a tutti i sentimenti negativi che la Juve le riversa contro.

In alto come il pallonetto geniale di Totti che, allo scadere del primo tempo, pesca Paulo Sergio in area. Il destro al volo del brasiliano manda in vantaggio una Roma che continua a volare più in alto. Zago è immenso, Peruzzi salva la Juve, il palo salva la Roma su una punizione dell’ex Fonseca, Zidane soccombe di fronte a Tommasi, Candela con una finta di sopracciglio manda per terra tutti, Peruzzi compreso, e con un tocco di classe segna il 2-0. Potevano essere anche 3, perché alla fine la Roma spreca un contropiede in cui Cafu si ritrova ala sinistra (?).

L’adrenalina è talmente alta che Braschi sembra quasi non voler fischiare la fine. Nessuno può sapere che proprio lui, quasi tre anni dopo in quello stadio, avrà il problema opposto nel finale di Roma-Parma. Lippi è impassibile neanche fosse Zeman, che segue la partita non proprio come se fosse Mazzone, ma di sicuro come non ha mai fatto in carriera: sempre in piedi fino a gettare la cicca della sigaretta per terra al gol del 2-0.

Non s’era mai visto prima, non si vedrà mai più dopo, ma anche in quel gesto c’è la testimonianza di quanto fu superiore la Roma quel giorno. Già, perché quello è un gesto di rabbia positiva, di chi sentiva di stare nel giusto e di essere attaccato proprio per quello. Ed è anche quello un gesto simbolico di come, quel giorno, la superiorità della Roma non si limitò ad essere fotografata dal punteggio di 2-0, ma dal modo in cui la squadra giallorossa vinse la partita. Elevandosi al di sopra di un avversario corroso da una rabbia di tono ben diverso, vincendo non perché accettò la sfida sul piano della cattiveria, ma perché riuscì ad elevarsi con il suo gioco. A volare sopra ogni polemica, ogni striscione, ogni strascico, ogni chiacchiera che c’era stata prima e che ci sarebbe stata dopo.

Juve avvelenata

Moggi e Giraudo andarono via in silenzio, Bettega disse qualcosa ma non al livello della finale di Champions di un anno e qualche mese prima («Abbiamo perso perché la Figc in Europa non è rispettata»), Lippi e Zeman riuscirono a non incrociarsi, Ferrara andò da Zeman e «non fu molto carino», raccontò il boemo, rispondendo con un’alzata di sopracciglio (forse lo stesso della finta di Candela, che peraltro non aveva esultato proprio perché in polemica con il suo allenatore). Ferrara negò tutto, ma non importava più a nessuno.

Riguardando le immagini di quel giorno, è tutto molto chiaro. Riguardandole fino in fondo, fino al fondo del tunnel dove le telecamere inquadravano i volti dei giocatori bianconeri, è proprio chiarissimo: di tutte le partite giocate nella sua storia, moltissime delle quali vinte, quella che la Juve avrebbe voluto vincere più di tutte, è quella del 16 novembre 1998. Ma l’ha persa. Quella partita l’ha vinta la Roma, in uno dei tanti giorni in cui, al di là del risultato, c’era veramente da chiedersi come sia possibile che nel mondo ci sia tanta gente che non fa il tifo per la Roma.

Roma-Juventus sul Corriere Dello Sport del 16 novembre 1998

In prima pagina:

Olimpico in festa: la Roma liquida la Juve e l’affianca al secondo posto.
GIGANTI. Decisive due prodezze di Paulo Sergio e di Candela.
Roma implacabile in casa: decisivi il primo gol giallorosso (astuzia di Totti) e l’espulsione di Montero dopo un’ora. Fonseca-palo.

III pagina:

È stata la sua giornata: ha battuto l’avversaria di sempre ed ha raggiunto il secondo posto.
ZEMAN: ROMA, PUOI SOGNARE. “Giusto che tra i tifosi ci sia euforia, ma la squadra deve pensare solo a lavorare”.
Accuse a Ferrara: “Mi ha detto cose irripetibili”. Una risposta a Bettega: “Ha dimenticato quando era malato e spesso stavo con lui”. Non ha salutato Lippi: “Non l’ho visto”.

V pagina:

È stato decisivo, è felice. il brasiliano applaude tutti, tranne Montero: “Mi ha dato un pugno”.
PAULO SERGIO: INDIMENTICABILE. “Il gol più importante da quando sono a Roma e forse di tutta la mia carriera. Lo dedico a mia moglie e ai tifosi. Con Totti ci siamo capiti in un attimo. Una vittoria splendida, una partita bellissima: onore alla Juve. Lo scudetto? Siamo in ballo, felici di ballare”.

VII pagina:

Per il centrocampista giallorosso è un momento magico: la vittoria sulla Juventus, l’azzurro e…
TOMMASI: SCUDETTO? SI PUÒ. “Questa vittoria ci proietta ai primissimi posti della classifica e se abbiamo vinto con la Fiorentina e la Juve vuol dire che possiamo lottare per la vittoria finale. Questa Roma è più forte di quella della stagione scorsa. Ora siamo consapevoli di quanto valiamo”.

Subito dopo la partita insiame a Cafu, ha preso il volo per raggiungere la nazionale brasiliana. Sarà di ritorno venerdì.
ZAGO: E ADESSO DOBBIAMO CREDERCI. “Scendendo in campo sempre con questa voglia di vincere, potremo lottare in alto”.

SALVIO IMPARATO

Zeman: “Cosa cambia questa vittoria me lo diranno domani i giornali”

ZEMAN-LAZIO-JUUVENTUS

Così si espresse Zdenek Zeman dopo il 4-0 rifilato alla Juventus di Marcello Lippi. Quella goleada del 29 ottobre 1995 resta la vittoria più larga della Lazio contro la Juventus all’olimpico.  Ecco il racconto di quella fantastica partita del corriere della sera.

SALTO IN ALTO LAZIALE

Esemplare salto in alto laziale, con folate di gioco sontuoso, con snodi a tutto pressing e ripartenze sfreccianti, per schiantare la Juve, senza nemmeno quel pathos che la sfida preannunciava. Ne discende una quaterna fiorita sulle macerie del reparto difensivo bianconero, pure se gli “zemaniani” sprecano quanto meno cinque occasioni (due Signori, prima d’ esplodere il sinistro apripista; poi Fuser, Casiraghi, e il “panchinaro” Boksic) martellando continuamente Peruzzi, acrobata spesso squadernato dentro e fuori porta. Lippi monta l’ opposizione friabile, aggravata da due attaccanti complementari come Del Piero o Di Livio fermi ad aspettare, mentre Ravanelli, incapsulato fra Chamot e Negro, resta l’ unico riferimento vero la’ davanti, dove evaporano i suggerimenti griffati Paulo Sousa, durante venti minuti di traballante equilibrio.

LA JUVE CAMMINA E ZEMANLANDIA VOLA

Nostra Signora cammina e forse, aspettando Gianluca Vialli, vorrebbe specchiarsi dentro le inerzie degli oppositori. Orientati ad applicare l’ arte del risparmio secondo recenti referenze. Invece no. Invece, il precettore boemo, ha deciso di riaprire “Zemanlandia”, trovando presto, lungo la corsia destra, le veloci sovrapposizioni Nesta Rambaudi, cosi’ trapassanti, cosi’ paralizzanti per l’ accoppiata Torricelli Tacchinardi. Li’ s’ aprono le voragini iniziali; da li’ la Lazio propone girandole di variazioni e aggiustamenti, che impegnano la creativita’ di Winter e l’ estro di Fuser, con destinazione Signori, oppure verso Casiraghi, sempre a ritmi assatanati. Percio’ , nelle file juventine ci vorrebbero tre quattro Ferrara, improvvisamente “clonati”, dovendo tamponare sul tridente inarrestabile, che permette le serpentine di Signori nonostante i tentativi di frenarle da parte di Porrini; che fa schizzare Casiraghi in asse e interscambio con il propositore occasionale.

Certo, annotata la prima prodezza di Peruzzi, che in tuffo ruba proprio l’ attimo all’ ex centravanti bianconero, le speranze juventine sembrano esistere quando Ravanelli, ostacolato da Negro, tenta la palombella contropiedistica. Traiettoria sbagliata, ma sullo slancio il centrale urta l’ amico Marchegiani, provocandogli la sospetta lesione ai crociati posteriori del ginocchio sinistro. Dentro Orsi, che collezionera’ giusto due traverse e un palo (lo stacco di testa sull’ 1 0 di Ferrara, fruitore d’ un corner di Di Livio; quindi le sfortunate esecuzioni finali di Ravanelli e Vialli per recuperare un po’ d’ onore), senza rimpiangere la sua panchina. Si’, quando le squadre di Zeman girano, il portiere diventa ruolo marginale.

Tuttavia, sotto di due reti (ma la moviola dimostrera’ che Ferrara aveva rintuzzato la botta Casiraghi proprio sulla linea), mastro Lippi s’ ingegna per attutire gli effetti devastanti dello spettacolo laziale. Via Torricelli e Di Livio; avanti con le tre punte dei bei tempi; entra Marocchi in mezzo, mentre Tacchinardi scala dietro accanto a Ferrara, e Carrera fronteggera’ Boksic, sostituto d’ un arrabbiato Beppe Signori.

Zeman gestisce le proprie enormi risorse offensive, ricorrendo a soluzioni sempre sgradite. Il tecnico laziale pare ad ogni modo vicino all’ opera tecnico tattica memorabile, garantita dalla duttilita’ dei suoi tre centrocampisti, cui sovrintende Di Matteo, e dal momento si’ dello scattista Rambaudi, decisivo “universale”. Tale intensita’ corale, alleggerisce le fatiche del quartetto arretrato, connotato da un rendimento accettabile fra coriandoli juventini, Del Piero in particolare. Il “Pinturicchio” latita, sovrastato da Nesta e dai raddoppi che azzecca Chamot. Mai una giocata, mai un lampo o un colpo di genio nel sorpasso biancoceleste. Chi soccorrera’ allora la Signora in crisi?

LE PAROLE DI UN IMPERTURBABILE ZEMAN

Imperturbabile Zeman. Non spende nemmeno un sorriso, sforna le immancabili risposte ironiche e pungenti, insomma si concede poco alle manifestazioni di gioia. Eppure la sua Lazio ha “matato” i bianconeri, e’ proiettata verso il vertice della classifica e si propone come la piu’ accreditata rivale del Milan nella corsa allo scudetto.

“Mi sono divertito e la squadra mi ha dato grandi soddisfazioni sul campo”, taglia corto Zeman alla prima domanda. Ed e’ inutile cercare paragoni con il passato, con questa o quella partita dello scorso anno o del periodo in cui era sulla panchina del Foggia. “Soffro di sclerosi, non mi ricordo”, e’ la sua disarmante risposta. Unica concessione, l’ elogio per la vittoria: “E bello battere la Juventus, e’ la prima della classe ed e’ campione d’ Italia”. Il tecnico, sguardo volpino ed espressione neutra, respinge al mittente qualsiasi tentativo di riaprire polemiche o di accenderne qualcuna dell’ ultima ora.

“Boksic? Quando e’ entrato ha fatto bene . dice . : e’ un giocatore tesserato per la Lazio. Signori arrabbiato per la sostituzione? Mi ha solo chiesto a chi doveva lasciare la fascia di capitano”. Della trionfale vittoria contro gli uomini di Lippi poco o niente, dall’ allenatore boemo: “Sul valore della mia squadra non ho mai avuto dubbi. Il migliore? Per me sono stati tutti bravi”. Piuttosto, Zeman e’ preoccupato per l’ incontro di ritorno di domani contro il Lione in Coppa Uefa: “Insisto. La formula e’ sbagliata: I nostri avversari hanno giocato venerdi’ , hanno piu’ tempo a disposizione per recuperare”. Casiraghi e’ invece al settimo cielo.

LE PAROLE DI CASIRAGHI AUTORE DI UNA DOPPIETTA

Ha firmato una doppietta contro la formazione che l’ ha lasciato andare via e ha stravinto il confronto a distanza con Ravanelli, suo rivale in nazionale: “La Juventus? Non mi interessa piu’ di tanto”, replica a chi gli chiede se qualcuno non abbia rimpianto la decisione di accantonarlo.Inevitabilmente, si parla di Scudetto.

“Il cammino e’ ancora lungo, riparliamone dopo le partite contro la Fiorentina e il Milan. Si decidera’ tutto li’ “, annuncia Casiraghi. La Lazio, comunque, sembra trasformata rispetto allo scorso torneo, quando la retroguardia assomigliava tanto a un colabrodo: “Siamo ancora imbattuti. E siamo cresciuti: siamo meno belli ma piu’ concreti, direi cinici. Abbiamo imparato anche a buttare la palla in tribuna, come e’ successo in Coppa Italia a Udine: mi sembra che proprio la Juventus, l’ anno scorso, abbia fatto cosi’ in piu’ di un’ occasione”. E il giorno delle rivincite. Rambaudi, escluso dalla formazione base all’ inizio della stagione, si e’ riguadagnato la maglia da titolare a suon di prestazioni super e di reti: “Abbiamo raggiunto una certa maturita’ . commenta. . Ma e’ vietato illuderci, non abbiamo risolto tutti i problemi. Anche se ormai siamo perfettamente consapevoli di poterci battere alla pari con le squadre piu’ forti”.