AD10S Diego, il mondo piange e ricorda Maradona, divino poeta del calcio

Il 2020 si porta via anche Maradona. AD10S Diego, il calcio perde la sua divinità, il suo più alto poeta che ha reso questo sport magico esaltandone il racconto.

Difficile, quasi impossibile scrivere qualcosa e non risultare banale o retorico se si parla di Maradona. Di lui è stato già detto tutto, già tanto tempo prima che la sua anima volasse via. AD10S Diego ci lasci una serie di immagini e ricordi indelebili e solo con quelli vale la pena ricordarti… Raccontarti.

AD10S DIEGO, CI CONOSCEMMO AD ISCHIA

Era il 30 giugno 1984 mi trovavo in vacanza ad Ischia. Erano i tempi in cui le vacanze, per un bambino di 7 anni come me, duravano tre mesi e in quel giorno ricordo di aver conosciuto Maradona, il calcio e il Napoli. Era una tranquilla mattina d’estate e prima di andare in spiaggia c’era il rito del giornale e prima colazione. Si andava Fiat 500 blue con tettuccio/cappottina apribile, guidata da mio zio Alfonso, con lui eravamo io e mio fratello più piccolo di tre anni, io del 1975 e lui del 1978 e guardacaso si chiama Diego, nato qualche mese prima dell’esclusione del Pibe De Oro dai mondiali argentini. Menotti gli preferì Houseman nonostante Maradona divenne capocannoniere del campionato argentino con 22 reti.

Beh tornando a quella mattina, mio zio rientrò in auto urlando – <<è nostro, è nostro>> – e incominciò un tour dell’isola suonando il clacson e sventolando il giornale con la notiziao, come se avessimo già vinto uno scudetto. Tra gioia ed incredulità questo fu il mio primo approccio con Maradona, una festa come se già sapessimo cosa ci avrebbe regalato.

IL NAPOLI ALLA RADIO

Da quel giorno tanti ricordi, alcuni lucidi alcuni offuscati. Ricordo benissimo le partite alla radio le domeniche pomeriggio, la voce del mitico Antonio Fontana accompagnato da Guido Prestesimone.

Maradona, Maradona, Maradona e gooooooool stupendo Maradona”

Ricordo benissimo le preghiere durante le partite in cui non si sbloccava il risultato e arrivava un miracolo di Diego. La cavalcata scudetto che partì da una vittoria a Torino contro la Juventus. I bianconeri passarono in vantaggio nella ripresa con Laudrup, poi un Napoli ispirato da Diego andò in gol tre volte con Ferrario, Giordano e Volpecina, che giornata. Gli azzurri non battevano la Juve a Torino da oltre 30 anni.

LO SCUDETTO

Poi ne venne una più memorabile, quella del primo scudetto nella storia del Napoli, che senza te sarebbe stata ben diversa. Una storia che ha impiantato una nuova memoria in chi è cresciuto con i tuoi gol e i tuoi improvvisi colpi di scena. Una memoria fatta di luoghi indimenticabili. Ricordo benissimo dov’ero, quando segnasti il gol in tuffo di testa ed esultasti rotolandoti, nella pozzanghera di Marassi, quando finalmente tornasti dall’Argentina con la barba lunga dopo settimane di telenovela perché volevi andare via da Napoli direzione Marsiglia. Ricordo ogni stanza e ogni sensazione della storia che hai scritto dentro di me.

I MONDIALI

Ho tifato per te sempre, nel 1986 e anche durante la semifinale dei Mondiali 1990 al San Paolo contro l’Italia, fui quasi cacciato dalla casa del mio migliore amico in quella notte magica dove riuscisti a portare una mediocre Argentina in finale. Quelle lacrime, dopo il furto dell’Olimpico contro la Germania, le abbiamo piante insieme a te e hanno misurato l’immenso amore che ti sei saputo prendere e meritare con le tue magia, anche quelle senza maglia del Napoli

LE SQUALIFICHE

Ogni volta che i potenti del calcio ti punivano, anche perché sapevano approfittare di ogni tua innocente debolezza, chi ti ama non ti ha mai giudicato, anzi ti ha aspettato sempre e ha sudato con te mentre ti rimettevi in forma per il maledetto Mondiale 94 in USA. Ha esultato urlando insieme a te dopo quel gol contro la Grecia e ha pianto per la tua squalifica e durante quell’intervista a cuore aperto, rilasciata al mitico Gianni Minà.

NAPOLI ANCORA TI ASPETTA PER IL TERZO TRICOLORE

Un tifoso cresciuto con il tuo Napoli è ancora qui ad aspettarti che torni dalla squalifica infame del 1991, per regalarci un altro scudetto. Il terzo tricolore da cucire al petto. Chi ti ha amato ti vive sempre così, come il grande amore che ci ha lasciato e speriamo che ritorni. Perché tu sei andato via per tornare ancora, lo sappiamo che ti credi. Dovevi pur trovare il modo di tornare a Napoli per farci vincere, con quel corpo stanco e devastato non potevi farlo e hai scelto di essere entità anzi santità, perchè eternità già lo eri diventato. Hai studiato tutto alla perfezione, lo Stadio San Paolo si chiamerà Stadio Diego Armando Maradona e dall’Olimpo il terzo scudetto verrà dalla mano de D10S.

AD10S Pibe De Oro

SALVIO IMPARATO

Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo

Maradona nel 4-3-3 di Zeman, auguri Diego!

Nel 2011, quando Zeman era nel pieno del miracolo Pescara fu intervistato dalla Gazzetta Dello Sport e così parlo di Maradona a cui facciamo gli auguri per i suoi 60 anni

“Ci ho pensato, sì ad allenare Maradona e in che modo impiegarlo. Come di avere Messi e Totti. E quest’ultimo sono stato fortunato ad averlo. Credo che mi sarei trovato benissimo con Maradona, perché è vero che la squadra ne era dipendente, ma lui aiutava moltissimo i compagni in difficoltà”.

SALVIO IMPARATO

Baiano: “Zeman un fenomeno che mi ha insegnato tanto” (VIDEO)

Baiano-Zeman-Napolisoccer.net

Ciccio Baiano, l’ex attaccante della prima Zemanlandia Foggiana parla, in diretta Instagram con Napolisoccer.net, del suo passato da calciatore al Napoli, alla Fiorentina eccetera. Su Zeman un bellissimo passaggio tutto da leggere ed ascoltare.

Napoli, Foggia, Derby e Firenze, cosa ti portano in mente?

“Napoli è la mia città, la squadra per cui ho sempre tifato da bambino. Ho avuto la possibilità di giocare dal settore fino alla prima squadra, realizzando il mio sogno di bambino. Per sfortuna o per fortuna sono dovuto andare via. Fortuna; perché la mia squadra del cuore annoverava grandi campioni, il primo era un certo Maradona, poi ero chiuso da giocatori come Giordano, Careca e Carnevale, che non era un titolare ma era pur sempre un nazionale. Per me c’era poco spazio e andai a fare esperienza altrove. Foggia è stato il mio trampolino di lancio, due anni bellissimi, dove ho ricevuto tantissimo ed ho dato tanto. È stato un matrimonio felice, abbiamo vinto un campionato di B, ho vinto la classifica marcatori con 22 gol e l’anno dopo in A mi sono confermato in un categoria più difficile, ho segnato meno gol ma ho pur sempre segnato 16 reti. L’unico rammarico di quella stagione è stato non andate in Uefa per 2 soli punti. Questo ti fa capire quello che abbiamo fatto qualcosa di straordinario in due anni, è stata una parentesi indimenticabile della mia vita. Firenze è stata una piazza importante e difficile, sono molto critici ed abbiamo ottenuto dei buoni risultati, anche se il primo anno siamo retrocessi, nonostante avessimo uno squadrone, Non fu colpa dei giocatori ma della dirigenza, che quando eravamo secondi in classifica, perdemmo in casa con l’Atalanta ed esonerò il tecnico Radice. Un errore pagato a caro prezzo. Quella del Derby è stata un’esperienza fatta con grande entusiasmo, ho sempre amato il calcio inglese e viverlo in prima persona è stata una bella esperienza. È stato bello, appagante e divertente, c’è meno tatticismo, le squadre vanno in campo giocano e se le danno di santa ragione. Sono state quattro tappe importanti della mi carriera”.

C’è qualche similitudine tra l’ammutinamento del Napoli e quello che successe quell’anno con la Fiorentina?

“No due cose diverse. Se la squadra non fosse stata forte non ci saremmo mai trovata secondi in classifica. C’erano attriti tra allenatore e presidente, avevano vedute diverse, chi comanda è il presidente non l’allenatore; perciò appena perdemmo immeritatamente una partita, che avevamo dominato in lungo ed in largo, prese la palla al balzo ed esonerò subito l’allenatore. Si creò una spaccatura enorme tra la società e la squadra. A Firenze non ci fu un ammutinamento, ci fu un diverbio con il presente per farlo ritornare sui suoi passi. In campo andavamo e davamo sempre il massimo però poi quando si rompe il giocattolo è difficile ricomporlo, abbiamo fatto di tutto per non retrocedere ma alla fine siamo retrocessi. Quando perdi uno, due tre partite e ti trovi in zona retrocessione e non hai la squadra per non retrocedere, diventa una grossa montagna da scalare. Quello che è successo al Napoli è diverso, diverbi con la società ma un giocatore non dovrebbe mai rifiutare un ritiro”.

Differenza di pressione tra Napoli e Firenze?

“Sono due piazze esigenze ed umorali, molte legate al risultato, vinci due partite e sei da scudetto ne perdi due e sei da retrocessione con dirigenti ed allenatore da cambiare. In Italia è determinante il risultato, poi come viene non è importante”.

Diego Armando Maradona

“Ho avuto la fortuna di far parte di quel Napoli e di essere preso in simpatia da lui. Mi ha dato tanto, mi ha fatto sentire importante nonostante fossi un ragazzino e mi ha trattato sempre come se fossi un giocatore della rosa, mai come un debuttante o un giocatore aggregato dalla Primavera. Mi diceva sempre: ‘se sei qui, sei un giocatore di prima squadra’. Sono sempre riconoscente a questo fenomeno, che non ha mai fatto pesare a nessuno il fatto di essere Maradona. Era sempre a disposizione della sua squadra, non ti faceva sentire inferiore, anzi spesso era lui a fare un passo indietro per non farti sentire a disagio. Ha aiutato tutti e quando parlava lui era legge. Il presidente diceva sempre no a determinati premi, che non si potevano avere, che queste cose non si potevano fare, poi arrivava lui, parlava, lo chiedeva ed improvvisamente si poteva fare. Era semplice, umile e ti aiutava sempre. Nelle difficoltà era il primo a venirti vicino. “Pensa positivo, che se pensi negativi non risolvi i problemi”. Nei momenti difficili diceva sempre così”.

Real Madrid

“A Madrid ho debuttato in Coppa Campioni. È stato un sorteggio non fortunatissimo per il Napoli, che si è presentato alla massima competizione europea, come vincitore del campionato italiano per la prima volta nella sua storia. Siamo stati sfortunati; poiché abbiamo avuto difronte il Real Madrid, che all’epoca era la squadra più forte al mondo. Andare a giocare a Madrid è sempre stato durissimo, tuttavia noi avemmo un piccolo vantaggio; quella gara si giocò a porte chiuse, quindi non c’era la bolgia che c’è di solito al Bernabeu, mancavano 100/120 mila persone che li spingono ad ogni partita. Perdemmo 2-0 lì e al ritorno facemmo un primo tempo strepitoso, segnò Francini l’1-0, lo stadio esplose ma 1-1 di Butragueño spezzo i sogni di una città intera. che sperava di andare avanti in Coppa. Sapevamo fin dall’inizio che superare il turno sarebbe stato durissimo”.

Zeman

“Un libro minimo da 150 pagine per essere sintetici e coincisi. Il Boemo, il muto, il maestro. Un fenomeno che mi ha insegnato tanto. Quando sono arrivato a Foggia, ero un giocatore bravo ma un attaccante deve fare gol e lui mi ha insegnato come muovermi da prima punta, come muovermi vedendo la porta, che è la cosa più difficile. Tante prime punte giocano spalle alla porta, così però gol non se ne fanno, Zeman mi ha insegnato ad attaccare la profondità nei tempi. I tempi sono fondamentali è la cosa più importante nel calcio ed io cerco di insegnarlo ai miei ragazzi. Uno può pensare che se uno è veloce, arriverà sempre avanti alla porta ma se si muove mezzora prima gli conteranno 100 fuorigioco a partita. È questo che mi ha insegnato Zeman. Se per attaccare la profondità servisse solo la velocità Bolt e Ben Johnson una volta smesso di fare il loro sport sarebbero andati a giocare al Real Madrid, con la loro velocità sarebbero arrivati sempre soli dinanzi al portiere. Sotto la guida di Zeman, ricordo primo giorno di ritiro, partimmo da Foggia alle 6 e arrivammo a Campo Tures alle 18, ci disse: ‘ragazzi andate in camera, lasciate le valigie, poi venite giù, andiamo a vedere il campo, facciamo un po’ di corsettina, poi andiamo a cena e a letto presto che domani dobbiamo lavorare’. Andammo al campo, c’era il massaggiatore che ci aveva preparato tutto e facemmo 3 serie da 3 km. Insomma facemmo una passeggiata di 9 km, dopo che avevamo fatto 12 ore di viaggio in pullman. Questo era solo l’aperitivo. Il lavoro era diviso in 3 giorno: il primo giorno facevamo 3 km, 3 km, 3 km, poi veniva il lavoro in campo, di forza, le corse e le partitine a pressione. Dopo questi 3 giorni, siamo passati ai 5 km in 3 giorni, praticamente in 3 giorni abbiamo fatto a secco 45 km, poi veniva il campo e la forza. Noi siamo stati in ritiro per 40 giorni, perché prima i ritiri duravano fino alla prima partita di Coppa Italia che era dopo ferragosto, chissà quanti km facemmo tutti quei gironi di ritiro. Noi avevamo camere grandi, eravamo a coppie, io ero con Nuccio Baroni e nell’altra c’era Rambaudi e Signori.
Dopo una settimana ero in camera e non riuscivo a prendere sonno e Nuccio mi chiese come mai non dormivo, gli risposi che ero pensieroso a causa degli allenamenti del giorno dopo. Quando racconto questa cosa ai miei giocatori non mi credono, pensano che sto esagerando. Non è vero che non curava la fase difensiva, il suo motto è si vince facendo un gol in più degli altri, quindi facevamo un 30% di fase difensiva ed un 70% di fase offensiva. Mi ha detto tante cose, non ero mai pungente cattivo. Quando segnavo la domenica, il martedì non mi volevo mai allenare e lui ogni volta mi diceva: “oggi cosa hai?” ed io gli rispondevo che ancora dovevo recuperare… Quando saltavi un allenamento lo recuperavi il giorno dopo”.

Batistuta

“Anche lui argentino guarda caso. Sono arrivato a Firenze e ci siamo subito capiti e piaciuto, siamo andati sempre d’accordo dentro e fuori dal campo. In un trio/ in duo è importante creare quell’intesa fuori dal campo, dato che poi dentro viene più facile. Gabriel è fuoriclasse assoluto che finalizzava tutto quello che di buono faceva la squadra per lui. Diego era un extraterrestre, con lui ho avuto un rapporto speciale, mi ha voluto e mi ha sponsorizzato tantissimo, gli sono piaciuto molto come giocatore, come ragazzo ed ho avuto la fortuna di allenarmi un anno con loro, allenandomi quotidianamente. Ero più piccolo e lui per me c’era sempre, con Bati ero più grande ed avevo un rapporto diverse. Due giocatori con due personalità diverse, uno fenomeno e l’altro un extraterrestre. Batistuta lo metto nei primi 3 cannonieri al mondo, dietro Messi e Ronaldo. Se giocasse adesso arriverebbe a 30/35 gol. A livello tecnico Ronaldo il brasiliano era superiore al Bati ma come goleador era più forte l’argentino. Ronaldo ha sempre giocato in grandissime squadre e questo ti da un vantaggio in più. Attaccando 70 minuti su 90 è più facile fare gol. Batistuta ha giocato 10 anni a Firenze, poi alla Roma ed a fine carriera all’Inter, quando era in fase calante. Ha sempre giocato in squadre importanti, mai nelle squadre top o nelle prime 5 d’Europa. Ha lasciato Firenze e la Fiorentina; poiché voleva vincere. C’erano squadre molto più forti della Fiorentina, lo capii e quell’anno lascio Firenze per andare a vincere lo scudetto alla Roma, altrimenti sarebbe rimasto a vita a Firenze”.

Sarri, Bianchi e Sacchi

“Bianchi lo ringrazierò per tutta la vita, mi ha fatto realizzare un sogno facendomi debuttare in Serie A con la mia squadra del cuore. Sacchi mi ha fatto coronare un altro sogno: debuttare in nazionale. Infine Sarri è lui che deve ringraziare me (ride – ndr), infatti da allenatore emergente ha avuto la fortuna di avere un squadra Ciccio Baiano che gli faceva vincere le partite. Scherzi a parte, si vedeva che era un allenatore molto preparata, arrivò alla Sangiovannese e trovò una squadra già forte per la categoria e vincemmo il campionato. Lo devo ringraziare, perché mi ha sempre fatto sentire importante per la squadra, io ho ricambiato questa fiducia facendogli vincere il campionato, ovviamente ciò non sarebbe stato possibile se non avessi avuto l’aiuto dei miei compagni. Quella vittoria del campionato ha permesso a Sarri di salire di categoria e fare una carriera importante nel mondo del calcio.
Quando ero a Napoli ci sentivamo spesso, mi ha fatto andare in ritiro da loro, mi ha fatto vedere il lavoro che svolgevano ma già lo conoscevo. Maurizio è un perfezionista, lavora 24 ore su 24 in campo e fuori, tuttavia nonostante il rapporto di amicizia non c’è mai stata la possibilità di andare a lavorare con lui né a Napoli né alla Juve”.

Rambaudi, Baiano e Signori

“A Foggia i nostri cognomi erano una filastrocca, che tutti ripetevano sempre. Eravamo un trio che ha regalato emozioni e gioia ad una piazza che si nutriva di calcio e del Foggia. Eravamo esaltati da una squadra che giocava per noi e dagli schemi di Zeman che dovevamo mettere in pratica. Eravamo 3 ragazzi che avevamo l’aspirazione di diventare calciatore, era quello lo spirito di non mollare mai.
A Foggia abbiamo trovato amicizia vera, non c’erano gelosie, ciascuno di noi giocavo per l’altro e bene o male segnavamo quasi tutte le domeniche. Quando si trovano queste situazioni, gli attaccanti fanno sempre bene.
Il rapporto con Signori era ottimo ma non ci frequentavamo tanto fuori dal campo. Essendo single faceva la vita da scapolo e frequentava gli scapoli del gruppo, io invece avevo un rapporto più stretto con gli sposati: Rambaudi e Nuccio Barone su tutti. Con Beppe stavamo sempre al campo insieme, in ritiro anche e sul pullman prima delle partite si giocava sempre a carte”.

Sannino

“Beppe è un amico fraterno, che mi ha insegnato tanto. Non è facile passare dal fare il calciatore a diventare allenatore, sono due cose diverse. Ho avuto la fortuna di collaborare con lui per 4 anni, abbiamo fatto Varese, Siena, Palermo e Chievo Verona, poi è andato all’estero e non me la sono sentita di seguirlo. Non abbiamo più collaborato, per me è stata una persona molto importante e lo ringrazierò per sempre.
L’allenatore in seconda fa la spalla del primo, avevo un rapporto con Sannino molto buono; infatti lui mi lasciava sempre lavorare. Sono due ruoli diversi, la differenza sostanziale tra l’allenatore ed il vice sta nella pressione, le critiche e le colpe sono sempre del primo allenatore”.

Pisa

“Primo anno da allenatore della Primavera, primo anno che faccio il settore giovanile. All’inizio è stata molto difficile, il Pisa proveniva dalla Serie C ed in quanto tale l’anno prima non aveva la Primavera. Il 70% della Beretti è passato in Primavera e sia per inesperienza che per fisicità abbiamo fatto tanta fatica. Nel girone di ritorno la squadra era pronta e se la giocava con tutti alla pari, anche con squadre costruite spendendo milioni di euro. Il lavoro paga e nonostante tutte le difficoltà la squadra aveva una sua fisionomia e sapeva bene come interpretare il campionato”.

Due minuti per dire ciò che vuoi


“Voglio parlare dell’esperienza al Derby County, un’esperienza che auguro a tutti i miei colleghi, amici e non di fare. Tutti devono partecipare al campionato più importante al mondo, ti arricchisce e ti fa capire che il calcio è un gioco e ti insegnano ad amare sia quando le cose vanno bene che quando vanno male. Si è tifosi sempre sempre, anche nei momenti più difficili, tanto prima o poi la ruota gira e si ritorna a vincere”.

Un bilancio della tua carriera?


“Positivo, sono stato fortunato ed orgoglioso di quello che ho fatto. Forse senza infortunio avrei fatto di più, in ogni piazze che sono andato ho sempre dato il massimo, anche se non sono riuscito a dare il massimo. A Firenze mi sono rotto due volte il perone, il crociato ed il legamento ho perso un anno e mezzo, per ritrovare la forma dopo questi infortuni ci vogliono almeno 4/5 mesi. Questa è l’unica cosa di una carriera positiva. Si può dire sempre potevo, non potevo ma i se e i ma se li porta via il tempo. A me i fatti mi hanno sempre dato ragione. Non mi sono accontentato di guardare gli altri. Sono andato via dal Napoli che avevo 4 fenomeno avanti, ho rifiutato il Milan perché volevo giocare non fare la riserva. Ho detto se vengo al Milan non mi date le scarpette da calcio ma le mocassino. Al Milan c’erano mostri sacri e non mi sono sentito di andare lì per allenarmi e poi fare la panchina. Io mi divertivo solo quando giocavo, quando non giocavo mi divertivo poco”.

Poca bellezza all’Olimpico, ma il Napoli continua a riscrivere la sua storia

Con la vittoria di misura all’Olimpico, per 0-1 contro la Roma, il Napoli allunga sulla Juventus e per la prima volta nella sua storia fa otto vittorie di fila dall’inizio del campionato. Senza molto spettacolo e intensità, il Napoli di Sarri fa quello che è sufficiente per vincere, possesso palla che tiene la Roma fuori partita, che nel tentativo di recuperare il pallone si sfianca, ma la differenza tra le due squadre è nelle geometrie, infatti quando la Roma di Di Francesco ha il pallino in gioco non sembra avere gli automatismi necessari per impensierire, un Napoli solido e attento. Buone le prestazioni di Insigne, Koulibaly, Goulham e Reina e buonissima la tenuta atletica della squadra. Di sicuro Maurizio Sarri nel post match non si sbilancerà, ma questa squadra con lui davvero può puntare al grande risultato che manca dal 1990, il Maradona di questo corso azzurro è il gioco che il tecnico toscano è riuscito far interpretare a questa squadra.

Salvio Imparato