Napoli – Bologna 3-0: cosa resterà degli anni ’80?

Il Napoli riaggancia il Milan in vetta alla classifica di serie A. Lo fa abusando di un Bologna rimaneggiato e risultato non impegnativo come avversario. I rossoneri e i partenopei, pari a quota 28 punti, hanno creato il vuoto intorno a sé. La prima è l’Inter a -7. Il Napoli ha la miglior difesa con sole tre reti subite mentre il Milan il migliore attacco con 23 reti. Sembra improvvisamente tornati alle sfide di fine anni ’80 dove Maradona sfidava il Milan di Sacchi per i massimi traguardi calcistici.

1. Napoli – Bologna

Il Milan nell’anticipo del turno infrasettimanale, di Martedì, vinceva soffrendo indicibilmente contro il nuovo tremendismo granata firmato da Juric. I rossoneri si portavano a 28 punti e lasciavano al Napoli, impegnato il Giovedì, l’onere di dover rispondere.

Il Napoli per dichiararsi presente alla volata in vetta avrebbe dovuto battere il Bologna. Battuto nel turno precedente proprio dal Milan all’interno di una partita romanzo che ha visto i felsinei tenere testa alla squadra di Pioli nonostante la doppia inferiorità numerica. Gli infortuni e le squalifiche hanno consegnato alle fauci di Spalletti un Bologna raffazonato in questa sua nuova versione da 352.

L’assenza di Soriano, il regista ombra della squadra, e di Soumarò, il perno della difesa a 3 e l’unico in grado nelle premesse di poter tenere la fisicità di Osimhen, e infine anche di Arnautovic, il centroavanti di manovra tanto richiesto da Mihaijlovic durante la sessione estiva di mercato, hanno indebolito parecchio il Bologna.

Il Napoli dal canto suo ha disputato partita sublime, schiacciando l’avversario dal primo all’ultimo minuto attraverso un recupero palla immediato e rinculate puntuali e vigorose. Capeggiate dal “pogbeggiante” Anguissa e da una squadra vogliosa di sbranare l’avversario.

2. I gol!

E così è stato: riconquista della sfera in avanti da parte di Lozano su passaggio errato in uscita da Svanberg. Il messicano serve Elmas che trasmette il pallone in modo veloce ma sporco al sinistro libero di Fabian Ruiz, il quale sia piuma che ferro prima addomestica docilmente lo strumento e poi lo calcia con veemenza e parabolica precisione sotto la traversa. Skorupski non può nulla ed è 1-0.

L’accerchiamento dell’area felsinea è costante, continua, perenne. Alla fine la persistente presenza degli avanti azzurri e soprattutto di Osimhen nei pressi della porta costringe i difensori bolognesi a marcarli sempre più vicini e stretti. In tal senso, la marcatura di Medel su Osimhen sembra inevitabile ma troppo svantaggiosa per il vecchio mediano cileno. Infatti, quest’ultimo per compensare i cm di altezza di differenza su un cross d’Insigne allunga una mano, colpisce la palla. Rigore. A fine partita per il Napoli ne saranno due. Entrambi legittimi ai tempi del Var. Il secondo su calcio netto ma non intenso di Mbaye allo stinco di Osimhen.

Insigne li realizza entrambi trasformandoli alla sua maniera. Tiro rasoterra e angolato alla destra del portiere. Il fatto che i tiri siano a pelo d’erba compensa la prevedibilità della scelta e quindi le potenziali partenze in anticipo sul proprio fianco destro da parte dei portieri. E questa doppietta dalla linea della carità ripristina serenità su una vicenda che stava diventando pruriginosa, cioè quella della poca freddezza dal dischetto del capitano azzurro.

3. cosa resterà degli anni ’80?

La vittoria del Napoli restituisce una sfida dal sapore antico, una lotta al vertice tra i partenopei e il Milan. Una competizione per lo scudetto che riporta i più nostalgici agli anni non necessariamente meravigliosi – ma si sa il tempo del proprio genitore è sempre più verde – ma fortemente ricchi per una Italia borghese centrica e benestante. Quel benessere si manifestava nel calcio dove un costruttore meridionale, Corrado Ferlaino, poteva far sognare una Capitale del Sud, per l’appunto Napoli, costruendo una squadra destinata a far sudare le cd sette camicie al dream team ideato da Silvio Berlusconi.

Entrambe le compagini potevano permettersi giocatori in grado di vincere con agio Coppa Campioni e Coppa uefa – rispettivamente il Milan e il Napoli -. Oggi le squadre appaiate in vetta alla serie A sono ai margini del jest set calcistico internazionale. Il Napoli però da anni porta avanti un calcio internazionale, di ampio respiro offensivo. Il Milan, di nuovo potente, pare abbia una mentalità più italiana inculcata da Pioli. Squadra dedita alla lotta, al contropiede, che ama ricavare gol, vittorie e punti nella spazzatura della partita, sui duelli individuali vinti con fisicità e temperamento.

Per picchi di gioco, i rossoneri anche meglio del Napoli ma per continuità del dominio territoriale e soluzioni offensiva a disposizione gli azzurri si lasciano preferire. Eppure, in netta controtendenza alle identità delle due squadre è il Milan ad avere il migliore attacco mentre il Napoli a migliore difesa. I numeri difensivi napoletani sono spaziali: 3 gol subiti in 10 partite. A fine anno, con una media del genere, sarebbero appena 12.

Il Milan, ora, attende una doppia sfida non facile: prima la Roma del sempre più “liedholmiano” Mourinho e poi il derby contro l’Inter. Neroazzurri campioni in carica, indeboliti dalle cessioni estive di mercato e dallo sfortunato caso di Eriksen, ma con l’orgoglio e la rosa ampia dei primi della classe. E quindi non comodi, i ragazzi di Simone Inzaghi, a -7 dalla vetta.

Il Napoli, invece, affronterà contestualmente la Salernitana di Colantuono, che evoca derby regionali di anni non felice per i colori partenopei, e poi quell’Hellas Verona con cui i ragazzi di Spalletti persero qualche mese orsono qualificazione Champions e dignità. È un dolore nascosto giù nell’anima!

Massimo Scotto di Santolo

Roma-Napoli, La rinascita azzurra in due mosse: a Spasskij risponde Fischer

Il Napoli proviene da 6 partite senza sconfitte: 5 vittorie e 1 pareggio. Una serie di 4 vittorie e 1 pari in campionato ha portato il Napoli a -2 dal 3 posto con una partita da recuperare in casa della Juventus. Molti ascrivono tale rinascita al recupero degli infortunati e all’assenza di impegni infrasettimanali ma è un racconto parziale di una verità più ampia.

1. Un racconto parziale della verità

Il periodo positivo in cui gli azzurri partenopei ultimamente si sono prodotti, riaccedendo le speranze Champions e alimentando qualche rimpianto in ottica scudetto, è stato confermato dalle due vittorie esterne in casa del Milan e della Roma.

La stampa e i media locali, qualche pagina d’opinione influente, ha ricondotto questa nuova primavera azzurra al recupero degli infortunati e alla settimana di allenamento completa di cui oggi Gattuso può godere per preparare i match.

Si tratta di una ricostruzione veritiera ma parziale e soprattutto, a differenza di quanti molti credano, profondamente declassante per mister Gattuso. Non si può immediatamente non far notare che se un allenatore non è in grado di gestire una rosa per colpa dei tanti infortuni e per il turno infrasettimanale di coppa, è un coach non ancora pronto per certi palcoscenici nazionali.

2. Gli infortunati e la settimana tipo

E che Gattuso sia un progetto di ottimo allenatore è giudizio fondato. Non è altrettanto pienamente sostenibile che però le fortune del Napoli dipendano soltanto da un ritorno degli acciaccati. Prima della partita europea allo stadio Maradona contro il Granada, il primo match dei sei senza sconfitta degli azzurri, al Napoli mancavano: Ospina, Manolas, Hysaj, Demme, Lozano, Petagna e Osimhen.

Il Napoli ha potuto puntare sino alla partita della Roma su quattro rientri: Hysaj, Ospina, Osimhen e Demme. E in realtà due delle ultime sei partite di successo dei partenopei sono ricorse anch’esse in turni infrasettimanali: Granada e Sassuolo.

E allora se mancano all’appello Lozano, Petagna e Manolas e nel frattempo si è perso per un altro po’ di tempo anche Osimhen (causa trauma cranico in quel di Bergamo) e infine in ordine temporale Ghoulam, Rrahmani e Lobotka, i conti dell’infermeria continuano a non tornare.

Come non torna la questione dell’infrasettimanale: il Napoli a rigor di logica avrebbe dovuto cedere anche al Granada e al Sassuolo. Nonostante alterni momenti d’imbarazzo comunque non ha perso.

3. La mossa alla Bobby Fischer di Gattuso per rispondere a quella di De Laurentiis alla Spasskij

Chi erano Bobby Fischer e Spasskij? Due dei più grandi campioni di scacchi di tutti tempi. L’americano capace d’interrompere prima di altri l’egemonia russa sul gioco di cui Spasskij era fulgido esponente. Fischer uomo dalla mente misteriosa, dal carattere non facile e in grado di enormi slanci razionali e di rovinose cadute. Spaskij eroe contemporaneo di una Russia sempre meno sovietica e rivale numero uno dell’amico-nemico statunitense.

Fischer come tanti altri giocatori di scacchi ha assunto ben presto come ideale da seguire e da battere i maestri russi. Gattuso ha rimodulato l’impostazione della squadra nelle prime fasi del giro palla. Esigenza sopraggiunta anche dalla necessità di rispondere con orgoglio al silenzio stampa imposto da De Laurentiis – la prima delle due mosse -, con il quale il produttore cinematografico ha interrotto la campagna mediatica antipresidenziale condotta nei post partita da Gattuso. Quest’ultimo, da questa scelta in poi, non ha potuto che concentrarsi sul campo, profondendo massimo sforzo per recitare un finale Jordaniano.

Il presupposto necessario per questa mossa era sicuramente il recupero a pieno regime di Diego Demme, il quale rappresenta manna dal cielo per la squadra e per Fabian Ruiz rispetto allo spaesato Bakayoko. Demme con la sua frequenza di passo compensa quella antitetica dello spagnolo, mentre la sua tecnica lineare ma pulita consente un possesso dal baricentro basso che per quanto ancora artefatto ad oggi risulta quantomeno ragionato.

4. L’influenza di Mertens

La nuova vita stagionale di Osimhen e Mertens è caratterizzata dalla poca brillantezza atletica. Il belga ha ribadito anche per questo che sottopunta proprio non ci vuole giocare più; a maggior ragione se le gambe non lo aiutano, mentre al contempo quelle del polacco Zielinski, nella medesima posizione, al momento ballano una danza che per frequenza e cura dell’estetica appartiene alla poesia del Sudamerica.

Mertens ha conquistato una titolarità che ormai viaggia sui 60′ minuti a partita. L’ultima mezz’ora per i contropiedi mortiferi lasciata alla pantera Osimhen. Ora si poneva il problema di sviluppare una manovra che per un’ora mancasse del puntero e quindi dello sviluppo di un calcio diretto e verticale.

Così Gattuso sceglie di mantenere dal calcio di fondo del portiere la struttura classica del 4+2, la quale però non è più tale, a differenza di prima, quando il Napoli supera la prima pressione oppure recupera la palla e non può andare subito verso la rete. In questi secondi casi, il Napoli si riposiziona con una difesa a tre: i due centrali di difesa e uno dei due mediani che tende ad aprirsi sempre a destra. Un centrocampo a rombo dove l’ampiezza è data dai terzini mentre la bisettrice del centrocampo collega Demme a Zielinski. E poi l’attacco a tre di cui una delle due ali deve stringere dentro al campo a seconda della posizione che assume Piotr sulla trequarti.

5. Le altre squadre

Il Napoli aveva già provato a programmare questa rotazione dei calciatori in fase di possesso ma soltanto dopo aver perso sia Osimhen che Mertens. Per la prima volta questo disegno tattico andò in scena senza successo a San Siro contro l’Inter.

Replicò con migliori fortune il Napoli di Cagliari e quello casalingo contro la Fiorentina di Prandelli. Una soluzione che però non ha mai avuto seguito e continuità per la confusione che ha in seguito attanagliato tecnico e società, della cui tregua sancita dal silenzio stampa hanno beneficiato soprattutto i giocatori.

Questa rimodulazione del Napoli nasce dall’esigenza d’inseguire la modernità tracciata da Guardiola al City, della quale da ormai un po’ di anni si fregia Gasperini e che Inzaghi, Pirlo e Conte hanno provato a replicare con alterne fortune. E’ il futuro l’impostazione che gli storici della tattica definirebbero olograficamente con una lettere dell’alfabeto: la W. L’ampiezza in questo modulo è donata dai terzini.

Il Milan è l’unica squadra come il Napoli a mantenere l’impostazione 4+2 dal calcio di fondo, perchè le altre squadre propongono la W sin dal rinvio del portiere. I rossoneri in questa frazione di gioco appaiono meno in imbarazzo rispetto ai partenopei. Questo è riconducibile alla qualità di Tonali o Bennacer superiore a quella di Demme e Bakayoko. La scelta di volere la quantità piuttosto che la qualità davanti alla difesa è attribuibile a Gattuso – che così immaginò anche il suo Milan operaio -.

E infine, l’altra grande differenza risiede nella prima punta: il Milan ne ha utilizzate tre, tutte strutturate dal punto di vista fisico. Leao, Rebic e Ibra. Il Napoli non si è posto il problema, esattamente come non se lo è mai dovuto porre Pioli, fin quando ha avuto Osimhen, cioè soltanto nelle prime 9 partite stagionali. Poi il buio… che ora pare finalmente diradarsi.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Milan 1-3: il diavolo veste Ibra

Un Napoli stanco e tatticamente sconclusionato presta il fianco alle ripartenze di una squadra ottimamente contropiedista e pratica, ma lunga e vulnerabile, il Milan. I rossoneri mai eccezionali all’infuori di Ibra, il quale però basta e avanza per vincere al San Paolo questa classica Napoli-Milan

1. Un 424 troppo stanco e occupato, davvero Gattuso lo nominò invano

Napoli-Milan, Gattuso sceglie un Napoli poco equilibrato, schierando quattro punte d’attacco e un solo centrocampista di quantità, Bakayoko. L’ex mediano milanista peraltro debilitato da una breve quanto intensa influenza. La stanchezza dei giocatori chiave del Napoli, a causa dei viaggi al seguito delle nazionali o di contrattempi di salute, ha impedito che potessero reggere fisicamente lo squilibrio tattico proposto dal proprio allenatore.


Le intenzioni di Rino erano assolutamente in buona fede: sorprendere il Milan che ha la tendenza ad allungarsi e a lasciare la mediana e la linea di difesa a cantare la messa in solitaria contro gli avanti avversari. L’esporsi ai contropiedi di cui il Milan sta diventando maestro. I trequarti rossoneri hanno una grande gamba. La scelta dunque di abbandonare Chalanoglu con Rebic e Ibra sopra la linea della palla diviene un rischio calcolato.


Tuttavia, pagato a caro prezzo per colpa delle distrazioni perpetrate dai calicatori azzurri, in primis Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Koulibaly, dal cui lato rispettivamente hanno avuto luogo le azioni dei tre gol e l’espulsione di Bakayoko. Quest’ultima è, insieme alle tardive sostituzioni, l’ultimo tassello con cui Gattusso ha completato il puzzle della sconfitta da lui magistralmente architettata.

Infatti, riconducibile alla distrazione dello staff tecnico non cambiare l’unico uomo di quantità della mediana durante una fase del match in cui gli spazi si erano aperti e le possibilità di dover provvedere a un fallo tattico da giallo aumentate esponenzialmente; almeno quanto non aver calcolato le giuste tempistiche dei cambi e non aver potuto quindi operare il quinto cambio.

2. Petagna o Elmas o Zielinski: waiting for godot

Sebbene sia stata riscontrata la buona fede del mister a schierare le quattro punte piccole e iper offensive contemporaneamente in campo, l’assenza di Osimhen ha eliminato la linea di passaggio sussidiaria che ormai il Napoli persegue una volta su due quando è in difficoltà nel palleggio, ossia il lancio lungo. Non convince perciò la scelta di lasciare in panca Petagna. Il ragazzo ex Spal non è un fenomeno ma sa far salire la squadra con passaggio diretto alla sua figura.


Così il Napoli non ha mai trovato il bandolo della matassa in Napoli-Milan. Troppo stanco per pressare in avanti e recuperare velocemente il pallone e dare continua linfa alla manovra d’attacco; troppo offensivo per praticare una sana difesa e contropiede; slegato l’attacco dal resto della squadra per praticare un calcio palleggiato. D’altronde, ogniqualvolta si trattava di ripartire da dietro la manovra ristagnava pesantemente.


Qualcuno attribuisce responsabilità ai piedi di Meret meno delicati di quelli di Ospina, come meno sviluppata è del portiere friulano la visione del gioco, ma non sarebbe bastato schieraro un centrocampista in più a galla tra centrocampo e attacco, lato centro sinistro del campo, per dare mastice alla scollatura? Chi avrebbe in tale circostanza potuto oscurare Zielinski o Elmas, papabili per ricoprire tale ruolo? Kessiè e Bennacer prendevano ad uomo Bakayoko e Ruiz mentre i due terzini le nostre due ali. Realmente Pioli avrebbe spinto Kjaer sulla mezz’ala azzurra fin sù la metà campo avversaria? Chiaro che no, ma avrebbe abbassato un centrocampista e liberato uno tra Bakayoko e Ruiz per giocare la palla in completa serenità.

3. Napoli-Milan e i casi irrisolti: la maledizione ancelottiana

Così ragionando, bisognerebbe auspicare, in mancanza di Osimhem, un 433. In realtà basterebbe un centrocampista in più all’interno dell’11 titolare. Al momento Zielinski, causa covid, è un giocatore su cui non è possibile fare affidamento. Elmas, tuttavia, proveniva da due partite in nazionale deliranti. Concedergli giusto i 5 minuti di recupero è sembrata una cattiveria più che una chance.


Un maggior numero di centrocampisti pregiudicherebbe la titolarità di uno tra Insigne e Mertens. Ancelotti ricorda benissimo come è finita quando ha messo in discussione il capitano. Su Mertens, dato il numero di partite e i cinque cambi, potrebbe tranquillamente operarsi un discorso di alternanza con Osimhen. Quest’utimo contro le difese alte; il belga contro le basse. Ruotano i portieri perché non anche le punte centrali? Al momento, con Zielinski in scarsa forma psicofisica, inutile parlarne.


La iattura ancelottiana incombe anche per una serie di analogie inquietanti: oltre al passaggio dal 433 iniziale al 4231 attuale, anche per l’appoggiare scelte all’epoca della gestione Ancelotti molto criticate. Fabian Ruiz mediano e il turnover dei portieri. Il primo ha giocato veramente male mentre Meret migliora la propria qualità in possesso della sfera ma sta smarrendo pericolosamente le distanze tra i pali. Identica regressione avvertita sotto la gestione del preparatore dei portieri, Fiori, ora al Napoli, da Donnarumma durante il biennio rossonero di Gattuso.


Altrettanto preoccupanti sono le somiglianze nei punti dopo Napoli-Milan, in campionato tra Gattuso dei primi mesi della stagione ’20-’21 e Ancelotti dei primi mesi della stagione ’19-’20: in campionato, entrambi hanno racimolato 15 punti. Il Napoli di oggi, chiaramente, paga la sconfitta a tavolino contro la Juventus, che brucia almeno quanto l’autogol di Koulibaly al 93esimo di un anno prima per il definitivo 4-3 in favore dei bianconeri. In Europa, 7 erano i punti raccolti da Ancelotti in Champions; 6 da Gattuso in Europa League. Per non parlare della circostanze che durante il pregara di Genk-Napoli Ancelotti dovette mandare in tribuna per ragioni comportamentali Insigne e Ghoulam, mentre Gattuso, prima di Rijeka-Napoli, ha dovuto punire anch’egli due uomini: sempre Ghoulam e poi Mario Rui.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Milan 2-2, come volevasi dimostrare

Napoli-Milan 2-2

Napoli poco cinico e permeabile. Lo avevamo detto! In Napoli-Milan i rossoneri collezionano un tiro in porta ma due gol. Dicano grazie a Callejon, Maksimovic e Lapenna, cioè ai peggiori in campo.

1. Napoli, non cambi mai

Il calcio post Covid invita i suoi narratori (o sedicenti tali) ad aggiornare il racconto quasi quotidianamente. La vittoria gettata al vento dagli azzurri consta delle sue radici nelle medesime perplessità che, perdonateci l’autoreferenzialità, l’indomani della vittoria in terra genoana questa umile penna aveva segnalato: poco cinismo e permeabilità difensiva.

Il Napoli al cospetto di squadra ben più blasonata del Genoa di Nicola, cioè il Milan, ha sciorinato calcio a svariate latitudini, trovando sfogo tra le linee e sulle fasce con incredibile continuità. Theo Hernandez è stato difensivamente oltremodo sollecitato dal triangolo Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Callejon. Kjaer e Romagnoli, nonostante lo stato di grazia, hanno sofferto Mertens come le mani un capitone. Zielinski, trequartista solare, mai eclissato da Kessié e Bennacer, almeno fin quando ha avuto birra in corpo. Un Koulibaly acquatico, molecolare, s’impossessa nella sua vastità del campo, brulicando tra l’erba. Che pare crescere al suo sgroppare.

Eppure la poetica partenopea spesso mutua la pascoliana. Estetica del verso (tecnico-tattico) di un fanciullo. Grandi vette immaginifiche, svisature e colori vividi. Il calcio del Napoli sembra la primavera di un cortile di una Scuola elementare. Poi, il buio, l’inconsistenza che regala a Theo Hernandez un gol sull’unico tiro in porta dei rossoneri. Napoli-Milan finisce in parità per un altro capriccio di Maksimovic, che allunga il piede lì dove la mamma ha detto che il figlio non deve allungare il braccio. Il serbo invita LaPenna a concedere il penalty. Kessié trasforma. Napoli-Milan 2-2 con un unico tiro in porta del Diavolo.

L’adolescenziale gestione dei momenti difensivi del Napoli, che vive anche di alibi fattuali quali il calcio a temperature poco miti e le contestuali troppe partite in pochi giorni, si giustappone all’altra nota sul registro, il poco cinismo dinanzi al portiere avversario. Donnarumma apparentemente insuperabile è stato del tutto graziato dallo scarabocchio tecnico di Callejon ma anche dalla presenza sovente impalpabile degli avanti azzurri. Adagiati quanto basta sulla fedele riproduzione di vecchie melodie proprie o altrui.

Si rischia che al Bar di Mario, compianto oste della canzone “Certe Notti” di Ligabue, l’allegra compagnia che fu di Sarri non si ritrovi più. Il Napoli deve crescere in cattiveria, pur riconoscendogli, come dette un articolo fa, che al momento l’assenza ingiustificata causa mercato di Allan e Milik ha improvvisamente accorciato coperta e soluzioni.

2. José ti lascio perché ti amo troppo

Napoli-Milan, è stato anche esperimento di ciò che sarà il calcio e il Napoli stesso appena rientrati dalle poche vacanze… ma non solo. Perfetta rappresentazione degli azzurri di ieri e di oggi, atavici difetti e superati preggi. La squadra frenata, invece, dalla tensione tra il passato e il futuro. Tale contrapposizione rende tutte le caratteristiche dei singoli calciatori del Napoli non perfettamente compatibili tra loro.

Callejon perno paradigmatico su cui è stata intessuta la tela. Consente a Donnarumma di ben figurare passandogli il pallone tra le braccia da un metro. Perde sul ribaltamento di fronte il terzino sinistro, suo connazionale, consentendo il pareggio del Diavolo. E’ chiaro che Gattuso abbia deciso di puntare per il prossimo anno su Insigne a sinistra e Mertens al centro. Quest’ultimo garantisce ottimo bottino di reti e fa strepitosamente il verso a Firmino. Il capitano di Frattamaggiore rifornisce come una filiera gli altri di assist ma ha giacimento di gol al limite dell’esaurimento.

Entrambi cercano la palla nei piedi arretrando. Quindi serve chi allunghi, oltre all’automa Piotr, le difese avversarie. Serve chi lo faccia però segnando anche i gol, a costo di sacrificare qualche equilibrio difensivo. L’andaluso ad attaccare lo spazio, infatti, resta ancora affidabile ma per carenza di fiato e per carta d’identità sdrucita affanna dietro i terzini avversari e poi inciampa quando è chiamato a timbrare il tabellino della partita.

Napoli-Milan di ieri sera ha rappresentato l’ennesimo e doveroso tributo concesso a Callejon in vista di un saluto che i più ragionevoli dovrebbero però qualificare come opportuno.

3. Gattuso meno lucido del solito

Gattuso non ha convinto nella scelta iniziale di schierare Maksimovic titolare al fianco di Koulibaly. Sebbene il senegalese e il serbo appaiano la coppia di difesa più omogenea, se il merito non è una chimera, Nikola avrebbe dovuto riposare. Peggiore in campo contro il Genoa. E’ in una fase progressiva di calo. Manolas benché non stia impressionando è usato sicuro e al Ferraris rispetto al compagno di reparto aveva conquistato quantomeno una striminzita sufficienza.

Il calo di Makismovic è sicuramente imputabile all’altrettanto crescente innalzamento del baricentro che, però, al momento il Napoli sopporta, non pagandone dazio, solo contro le piccole. Almeno in termini di punti, non di reti subite. La porta del Napoli, tant’è vero, è tornata a risultare facilmente violabile da chiunque.

Poco convincenti i cambi: Zielinski più stanco di Ruiz. Non a caso, il polacco era stato richiamato poco prima del cambio Ruiz-Elmas dallo stesso Rino per poca carica agonistica. Insigne e Mertens non apparivano con la gamba così scarica da abbisognare del cambio, mentre lo sfortunato Callejon solo per quanto combinato avrebbe meritato di guadagnare ben prima la panchina. Soprattutto non si comprende quale sia il senso di puntare per ora su Milik, la cui punizione alle stelle ha sussunto il momento psico-emotivo del ragazzo. Fin quando Llorente, tuttavia, non recupererà dai fastidi muscolari, bisogna accettare lo svogliato Arkadiusz.

4. LaPenna e il Var Rocchi, male

I tifosi del calcio spererebbero di poter tessere le lodi di un ridesto Milan. Esaltarne semmai le imprese o l’abbrivio verso una nuova grandezza. La coppia di telecronisti Sky, Trevisani e Adani, i migliori a mio avviso della rete, hanno portato avanti con il lavoro. I rossoneri descritti dalle loro voci ricordavano vagamente il Bayern Monaco. Il diavolo ha tuttavia impressionato leggermente meno degli attuali bavaresi.

Il Milan, per quanto lo si voglia incensare per ciò che in un imminente futuro potrebbe diventare, a Napoli ha scientemente approntato una partita del genere “Io, speriamo che me la cavo”. Il Prof. Sperelli ha perso un attimo di vista i suoi e così LaPenna ha decretato con rapida perizia, verificata dalla specchiata consulenza di Rocchi, il piccolissimo rigore che poi ha inchiodato Napoli-Milan sul 2-2.

Non così celeri, però, il Var e l’arbitro in campo nel controllare un contatto altrettanto dubbio tra Leao ed Elmas su calcio d’angolo oppure le strattonate di maglia con cui Romagnoli ha omaggiato Koulibaly a più riprese. Il giovane Saelemaekers è sì poi infine stato espulso. Il Milan infatti ha giocato gli ultimi 5′ minuti di tempo un uomo in meno. Peccato che ben 15′ minuti prima Hernandez avesse attentato all’incolumità fisica di Di Lorenzo. Graziato soltanto con un giallo.

Beh, questo non deve sorprendere. Il Napoli, nonostante sia da anni la squadra che più tra tutte occupi la metà campo avversaria e si rechi più spesso in area di rigore, ottiene il minor numero di calci di rigore. Quest’anno Nicchi e Rizzoli hanno esagerato: soltanto 3 rigori concessi al Napoli. Che poi a volte basta la sincerità: il Milan deve andare in Europa League. Gli azzurri in fondo alla competizione europea già erano qualificati. Il favore se chiesto lo avrebbero fatto o forse no…

Massimo Scotto di Santolo

Insigne: “Se sono qui è merito di Zeman, gli devo tanto” (VIDEO)

Lorenzo Insigne intervistato da DAZN alla vigilia di Milan-Napoli ha parlato dei suoi gol a San Siro, di razzismo e non è mancato il ringraziamento al Boemo Zdenek Zeman.

Insigne e il rapporto con Zeman

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con il mister. Mi ha lanciato nel grande calcio. Mi ha voluto a tutti i costi a Foggia e a Pescara. Se sono questo giocatore – continua Insigne – molto è merito suo. Ogni giorno ci faceva pesare nel suo ufficio, ma entrare lì dentro era come essere a Milano, tutto bianco. Pieno di fumo”

Ancelotti

“Con lui ho un ottimo rapporto. Ho sempre voluto lavorare con lui, perché ha vinto tanto e l’ho sempre stimato. Il cambio di ruolo me lo propose dopo la sconfitta contro la Samp, è stata una sua intuizione e io mi sono messo subito a sua disposizione”.

San Siro, Koulibaly e razzismo

“Se a San Siro contro l’Inter non fosse successo ciò che è successo a Koulibaly, non credo che io mi sarei fatto espellere. A volte – conclude Insigne – per il nervosismo perdo un po’ la testa, so che devo controllarmi di più”.