Roma – Napoli 0-0: la lupa cerbero frena il ciuccio

Che per il Napoli vincere anche a casa della Roma fosse divenuto complicato, lo si è compreso immediatamente dopo la disfatta giallorossa in terra norvegese. La goleada rifilata dal Bodo Glimt ai ragazzi di Mourinho ha compattato l’ambiente. Il tecnico portoghese ha reso la partita del Napoli un all in, un crocevia stagionale all’insegna del motto “no time to die”! Alla fine, i capitolini strappano ad un Napoli, più attento a non perdere che a vincere, un pari giusto e, per i giallorossi, balsamico all’interno di una partita comunque dai ritmi britannici e quindi godibile. Tiene banco in casa Napoli il momento nero di Zielinski. L’arbitro Massa, invece, ha contribuito alla fluidità del gioco con un arbitaggio all’inglese. Il divertimento trasmesso ai telespettatori dalla partita ha nascosto, tuttavia, una serie di decisioni arbitrali poi rivelatesi a freddo alquanto discutibili.

1. Sconfitte salutari

La Roma di Mourinho si è presentata all’avvio della stagione con una fisionomia in netta controtendenza alle abitudini del mister portoghese. Squadra verticale, quella capitolina, basata su un contropiede fulmineo e ritmi tambureggianti, ha fatto del gol e della sua ricerca un marchio di fabbrica della propria identità d’inizio di stagione.

Eppure l’iniziale entusiasmo su cui la Lupa volava e segnava si era improvvisamente interrotto. Dapprima è sopraggiunta l’inaspettata sconfitta contro l’hellas Verona e poi allo Juventus Stadium al cospetto dei bianconeri. Partita macchiata da un arbitraggio pessimo di Orsato. Infine, nel turno infrasettimanale, la squadra riserve dei capitolini si è completamente consegnata alla goleada della onesta squadra norvegese del Bodo Glimt. La Roma ne ha presi, infatti, sei e segnando una sola rete.

Mou ha approfittato della vicenda sportivamente tragica, lanciando un j’accuse alla bravura dei calciatori non titolari. Questo ha compattato l’ambiente e la squadra titolare in vista di un obiettivo immediato: il big match casalingo contro il Napoli. Il motto implicito che sembra aver accompagnato i giorni precedenti al match ricalca l’ultimo film sul più noto 007 della storia: “No time to die”. Tre sconfitte consecutive, di cui due contro dirette rivali del campionato (e una in casa) e di cui una subendo una goleada, avrebbero completamente incrinato il cammino di Mou nella capitale e forse anche il buon esito della stagione.

Il tecnico lusitano ha presentato il conto all’amico-nemico di tante battaglie ai tempi in cui Roma-Inter valeva uno scudetto, ossia Luciano Spalletti, che però siedeva sulla panchina che ora è la sua. Mourinho ha organizzato la squadra in modo tale che Osimhen venisse costantemente raddoppiato dalla coppia di centrali. Mancini gli copriva il corto. Ibanez, più veloce, marcava l’attacco alla profondità del nigeriano.

2. Un Napoli calcolatore

Spalletti aveva annusato tutti i pericoli della partita. E l’atteggiamento della squadra ne ha dato testimonianza. Tutti, da Koulibaly a Insigne, preoccupati di mantenere un decoro e contegno tattico affinché il Napoli più che vincere uscisse dall’Olimpico almeno non sconfitto. Merito alla strategia, perché così è stato. Ragionamento raziocinante quello azzurro: farsi acchiappare a pari 25 pt in classifica dal Milan vittorioso a Bologna e riconquistare il primato nelle prossime tre dove i rossoneri affrontano Torino, Roma e Inter mentre i partenopei Bologna, Salernitana e Verona. Inutile, dunque, si fa per dire stressare i giocatori alla ricerca di una vittoria in un contesto ambientale e tattico complesso.

Eppure il Napoli non ha snaturato il suo gioco. Ha prima provato ad imporre la sua manovra partendo dal basso con la ormai consolidata impostazione 4+1 o +2, per poi passare dinanzi al pressing ben organizzato della Roma, che lasciava spazi di manovra al tecnicamente meno dotato Rrahmani, al 3+2. Questo sistema andava a ricercare l’ampiezza della manovra da una parte con Mario Rui e dall’altra con Politano prima e Lozano poi.

Questa mossa ha dato il predominio territoriale e il possesso palla al Napoli. E nel momento migliore degli azzurri all’inizio della ripresa Osimhen ha la palla per sbloccarla ma più per sfortuna che per imprecisione fallisce. Una scorribanda di Abraham riaccende poco dopo la Roma e il pubblico di fede giallorossa. Il Napoli si ricorda che l’importante in questa partita è non perdere. Così si limita nuovamente a controllare il match attraverso una difesa che al momento pare impermeabile tra bravura e buona sorte.

3. Alcuni limiti offensivi del Napoli

Il Napoli sta avendo ultimamente maggiori difficoltà a segnare. Circostanze e studio delle contromosse da parte degli avversari influiscono. Osimhen ha incontrato in due delle ultime tre due degli unici cinque/sei difensori che possono tenerlo in uno contro uno in campo aperto, ossia Bremer e Ibanez.

Il vero limite parrebbe però l’incapacità del Napoli di trovare un uomo in grado di buttarsi alle spalle dei terzini sinistri avversari. Questi ultimi sono notoriamente attirati fuori dalla linea da Politano e Lozano che danno sempre ampiezza, raramente vengono dentro al campo a fare densità sulla trequarti. E Osimhen che abbisogna comunque del raddoppio tende a giocare maggiormente sul centrosinistra per poter dialogare con la catena tecnica del Napoli, formata da Mario Rui, Insigne e Zielinski.

Lo spazio che si crea sul centrodestra del Napoli, oltre la posizione di Politano e Lozano dovrebbe attaccarlo sullo sviluppo della manovra Anguissa, il quale però al momento, con il suo approccio posizionale al fianco di Fabian Ruiz, rappresenta uno dei segreti dell’impermeabilità difensiva azzurra.

Peraltro la Roma ha chiuso molto meglio di tanti avversari quel buco compattando la linea e lasciando solo lo sfogo laterale da ambedue i lati. Osimhen è più controllabile se costretto ad una partita di soli scontri fisici e colpi di testa. Servirebbe così l’imprevedibilità o l’accompagnamento di Zielinski che nelle sue scadenti prestazioni rappresenta la vera spina nel fianco del momento positivo del Napoli.

4. I trequartisti del Napoli

In realtà, l’appannamento della fantasia dei trequarti del Napoli, provenienti da una brillante stagione sotto l’egida di Gattuso, rappresenta scelta strategica da parte di Spalletti. Il mister di Certaldo ha disegnato il suo Napoli sulla massima del presidente De Laurentiis “un Napoli osimheniano”.

Le mezze punte azzurre sono tutte rivolte ad azionare Osimhen all’interno di un contesto in cui la prima preoccupazione è non subire gol. Può accadere che questo principio programmatico svilisca le follie degli avanti partenopei, ma quattro gol nelle ultime tre partite sono un sintomo non una malattia.

Peraltro, Zielinski, Elmas, Insigne e Lozano provengono tutti dalle fatiche con le nazionali e da un ritiro monco. Il polacco ha rimediato anche qualche acciacco che non sembra esser stato smaltito ottimamente. Lozano ha rischiato persino la vita con un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per un mese proprio nel pieno della preparazione alla stagione. Non è un caso che i migliori per verve e freschezza muscolare siano Politano e Osimhen, gli unici ad aver svolto quasi due mesi di ritiro senza contrattempi. Ai quali anche Mertens, Petagna e Ounas hanno concesso tempo tra calciomercato e infermeria.

5. L’arbitro Massa

Una partita a scacchi tra Mou e Spalletti degna per il dinamismo di quella giocata da Ron ed Hermione in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Come bambini davanti al divertimento, molti, prima di recuperare freddezza e lucidità hanno trascurato l’osceno arbitraggio di Massa. Designazione inopportuna visto che l’arbitro in questione proveniva da due precedenti sfortunati con il Napoli protagonista in sfide trascorse altrettanto importanti.

Massa fischiò a Firenze, due anni orsono, due rigori inesistenti per parte a Fiorentina e Napoli. Inoltre, espulse Insigne in una sfida scudetto a San Siro contro l’Inter. Inventò, in un Napoli-Lazio di quarti di finale di Coppa Italia, una espulsione ai danni di Lucas Leiva. Insomma ne aveva già combinate di cotte e di crude.

Ha chiuso la sua partita espellendo meritatamente Mourinho ma non Spalletti, scambiando a fine partita un applauso di complimenti del mister azzurro per una presa per i fondelli. Inoltre, ha completamente ignorato, insieme al Var, ben due episodi possibili da rigore. C’è un monitor per rivederli, perché non usarlo? Infine, ha graziato Abraham meritevole di essere espulso per due falli da gioco chiaramente sanzionabili con il giallo. Ha risparmiato a Vina un plateale giallo come ad Osimhen. Insomma… un fischietto che sa sempre scontentare tutti e che per fortuna non ha condizionato un pareggio divertente e giusto. I calciatori hanno saputo cancellarne dal campo ego e presunzione.

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Roma-Napoli, La rinascita azzurra in due mosse: a Spasskij risponde Fischer

Il Napoli proviene da 6 partite senza sconfitte: 5 vittorie e 1 pareggio. Una serie di 4 vittorie e 1 pari in campionato ha portato il Napoli a -2 dal 3 posto con una partita da recuperare in casa della Juventus. Molti ascrivono tale rinascita al recupero degli infortunati e all’assenza di impegni infrasettimanali ma è un racconto parziale di una verità più ampia.

1. Un racconto parziale della verità

Il periodo positivo in cui gli azzurri partenopei ultimamente si sono prodotti, riaccedendo le speranze Champions e alimentando qualche rimpianto in ottica scudetto, è stato confermato dalle due vittorie esterne in casa del Milan e della Roma.

La stampa e i media locali, qualche pagina d’opinione influente, ha ricondotto questa nuova primavera azzurra al recupero degli infortunati e alla settimana di allenamento completa di cui oggi Gattuso può godere per preparare i match.

Si tratta di una ricostruzione veritiera ma parziale e soprattutto, a differenza di quanti molti credano, profondamente declassante per mister Gattuso. Non si può immediatamente non far notare che se un allenatore non è in grado di gestire una rosa per colpa dei tanti infortuni e per il turno infrasettimanale di coppa, è un coach non ancora pronto per certi palcoscenici nazionali.

2. Gli infortunati e la settimana tipo

E che Gattuso sia un progetto di ottimo allenatore è giudizio fondato. Non è altrettanto pienamente sostenibile che però le fortune del Napoli dipendano soltanto da un ritorno degli acciaccati. Prima della partita europea allo stadio Maradona contro il Granada, il primo match dei sei senza sconfitta degli azzurri, al Napoli mancavano: Ospina, Manolas, Hysaj, Demme, Lozano, Petagna e Osimhen.

Il Napoli ha potuto puntare sino alla partita della Roma su quattro rientri: Hysaj, Ospina, Osimhen e Demme. E in realtà due delle ultime sei partite di successo dei partenopei sono ricorse anch’esse in turni infrasettimanali: Granada e Sassuolo.

E allora se mancano all’appello Lozano, Petagna e Manolas e nel frattempo si è perso per un altro po’ di tempo anche Osimhen (causa trauma cranico in quel di Bergamo) e infine in ordine temporale Ghoulam, Rrahmani e Lobotka, i conti dell’infermeria continuano a non tornare.

Come non torna la questione dell’infrasettimanale: il Napoli a rigor di logica avrebbe dovuto cedere anche al Granada e al Sassuolo. Nonostante alterni momenti d’imbarazzo comunque non ha perso.

3. La mossa alla Bobby Fischer di Gattuso per rispondere a quella di De Laurentiis alla Spasskij

Chi erano Bobby Fischer e Spasskij? Due dei più grandi campioni di scacchi di tutti tempi. L’americano capace d’interrompere prima di altri l’egemonia russa sul gioco di cui Spasskij era fulgido esponente. Fischer uomo dalla mente misteriosa, dal carattere non facile e in grado di enormi slanci razionali e di rovinose cadute. Spaskij eroe contemporaneo di una Russia sempre meno sovietica e rivale numero uno dell’amico-nemico statunitense.

Fischer come tanti altri giocatori di scacchi ha assunto ben presto come ideale da seguire e da battere i maestri russi. Gattuso ha rimodulato l’impostazione della squadra nelle prime fasi del giro palla. Esigenza sopraggiunta anche dalla necessità di rispondere con orgoglio al silenzio stampa imposto da De Laurentiis – la prima delle due mosse -, con il quale il produttore cinematografico ha interrotto la campagna mediatica antipresidenziale condotta nei post partita da Gattuso. Quest’ultimo, da questa scelta in poi, non ha potuto che concentrarsi sul campo, profondendo massimo sforzo per recitare un finale Jordaniano.

Il presupposto necessario per questa mossa era sicuramente il recupero a pieno regime di Diego Demme, il quale rappresenta manna dal cielo per la squadra e per Fabian Ruiz rispetto allo spaesato Bakayoko. Demme con la sua frequenza di passo compensa quella antitetica dello spagnolo, mentre la sua tecnica lineare ma pulita consente un possesso dal baricentro basso che per quanto ancora artefatto ad oggi risulta quantomeno ragionato.

4. L’influenza di Mertens

La nuova vita stagionale di Osimhen e Mertens è caratterizzata dalla poca brillantezza atletica. Il belga ha ribadito anche per questo che sottopunta proprio non ci vuole giocare più; a maggior ragione se le gambe non lo aiutano, mentre al contempo quelle del polacco Zielinski, nella medesima posizione, al momento ballano una danza che per frequenza e cura dell’estetica appartiene alla poesia del Sudamerica.

Mertens ha conquistato una titolarità che ormai viaggia sui 60′ minuti a partita. L’ultima mezz’ora per i contropiedi mortiferi lasciata alla pantera Osimhen. Ora si poneva il problema di sviluppare una manovra che per un’ora mancasse del puntero e quindi dello sviluppo di un calcio diretto e verticale.

Così Gattuso sceglie di mantenere dal calcio di fondo del portiere la struttura classica del 4+2, la quale però non è più tale, a differenza di prima, quando il Napoli supera la prima pressione oppure recupera la palla e non può andare subito verso la rete. In questi secondi casi, il Napoli si riposiziona con una difesa a tre: i due centrali di difesa e uno dei due mediani che tende ad aprirsi sempre a destra. Un centrocampo a rombo dove l’ampiezza è data dai terzini mentre la bisettrice del centrocampo collega Demme a Zielinski. E poi l’attacco a tre di cui una delle due ali deve stringere dentro al campo a seconda della posizione che assume Piotr sulla trequarti.

5. Le altre squadre

Il Napoli aveva già provato a programmare questa rotazione dei calciatori in fase di possesso ma soltanto dopo aver perso sia Osimhen che Mertens. Per la prima volta questo disegno tattico andò in scena senza successo a San Siro contro l’Inter.

Replicò con migliori fortune il Napoli di Cagliari e quello casalingo contro la Fiorentina di Prandelli. Una soluzione che però non ha mai avuto seguito e continuità per la confusione che ha in seguito attanagliato tecnico e società, della cui tregua sancita dal silenzio stampa hanno beneficiato soprattutto i giocatori.

Questa rimodulazione del Napoli nasce dall’esigenza d’inseguire la modernità tracciata da Guardiola al City, della quale da ormai un po’ di anni si fregia Gasperini e che Inzaghi, Pirlo e Conte hanno provato a replicare con alterne fortune. E’ il futuro l’impostazione che gli storici della tattica definirebbero olograficamente con una lettere dell’alfabeto: la W. L’ampiezza in questo modulo è donata dai terzini.

Il Milan è l’unica squadra come il Napoli a mantenere l’impostazione 4+2 dal calcio di fondo, perchè le altre squadre propongono la W sin dal rinvio del portiere. I rossoneri in questa frazione di gioco appaiono meno in imbarazzo rispetto ai partenopei. Questo è riconducibile alla qualità di Tonali o Bennacer superiore a quella di Demme e Bakayoko. La scelta di volere la quantità piuttosto che la qualità davanti alla difesa è attribuibile a Gattuso – che così immaginò anche il suo Milan operaio -.

E infine, l’altra grande differenza risiede nella prima punta: il Milan ne ha utilizzate tre, tutte strutturate dal punto di vista fisico. Leao, Rebic e Ibra. Il Napoli non si è posto il problema, esattamente come non se lo è mai dovuto porre Pioli, fin quando ha avuto Osimhen, cioè soltanto nelle prime 9 partite stagionali. Poi il buio… che ora pare finalmente diradarsi.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Roma 4-0: nel segno di Maradona

Il Napoli straripa contro l’imbattuta Roma. I goleador della serata sembrano benedetti da una qualità superiore, forse quella maradoniana. Apre Insigne sulle orme di Diego; chiude Politano seguendo il medesimo percorso.

1. Bravi gli azzurri

Il Napoli onora al meglio la memoria di Diego, vincendo un big match con una bellissima maglia addosso e una prestazione altrettanto convincente. Bravo Rino, bravo. Bravo Insigne, che stappa il match disegnando una punizione maradoniana a fil di palo. Bravo Politano, che subentra ad un diligentissimo Lozano e passa attraverso le figure per depositare la sfera in porta, come qualcuno lassù in cielo faceva in terra una quarantina di anni fa. Bravo Ruiz, che non impressiona in impostazione ma punge, segnando di giustezza, come un campione deve saper fare. E bravo pure Ciro Mertens, che rimane aggrappato al match e riesce a siglare il tap-in del 3-0 finale.

Tuttavia, mi sorge spontanea la domanda: perché non seguire questo spartito anche contro il Milan? Torno sull’amara disfatta interna contro i rossoneri per dedurre un assunto particolarmente fondato: Gattuso non è un allenatore sarrista, verticalista, ma situazionista. Quando la partita vale doppio, se non triplo – ricordiamo che se il Napoli avesse perso sarebbe andato a -9 dalla vetta e -3 dalla Champions collezionando ben 3 sconfitte in casa consecutive -, Gattuso schiera un monolitico 451 che flirta con un baricentro basso.

Moduli e schemi che permettono a Diego, non colui che è stato appena avviato alla beatificazione bensì Demme, di emergere con carattere e geometrie. Dietro la copertura giudiziosa del tedesco, spicca tutta la difesa a suo agio a difendere con meno campo alle spalle da difendere.

2. Un Napoli double face

Questo tipo di soluzione ha prodotto 3 vittorie: Roma, Real Sociedad, Atalanta. I restanti avversari, provenienti dalla Provincia, hanno aspettato il Napoli. Ed è qui che il Napoli palesa le sue difficoltà. Inciampa contro Az e Sassuolo. Soffre contro Benevento, Rijeka e Bologna. Inoffensivo per 45 minuti contro il Parma. Il 4231 risultava la panacea a questo male sebbene effettivamente operativo in presenza di Osimhen e Bakayoko.

Allora si ribadisce la domanda del perché quella sciagurata formazione contro il Milan che ci ha condannato a 6 punti dalla vetta? La risposta è nelle condizioni di Zielinski. Una settimana fa non così brillante come stasera, benché gridi vendetta il luccichio lasciato in panchina per 90 minuti del Diamante Elmas. Il Macedone aveva illuminato per 10 giorni in nazionale e avrebbe meritato molto di più di 2 minuti.

3. Un Napoli più grande di quanto sembri

Eppure, analizzando la situazione complessivamente, siamo il 3 attacco e la migliore difesa ma soprattutto, oltre che primi in un girone di Europa League insidioso, il Napoli ha 4 punti mancanti sulla tabella di marcia.

Restituendo agli azzurri, innanzitutto, il punto di penalizzazione, i partenopei sarebbero secondi a -5 dal primo posto. Alla pari con l’Inter, cioè. Consentendo agli azzurri, in secondo luogo, di disputare la partita contro la Juventus, la possibilità di andare a 21 pt… a meno 2 pt dal Milan. Ed è forse proprio per questo motivo che i 4 pt tolti ex officio non verranno mai restituiti.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli- Roma 2-1, noblesse oblige

Il derby del sud se lo aggiudica il Napoli, battendo tra le mure amiche dopo ben 6 anni una Roma sempre più decadente. La questione azzurra oltre che motivazionale si fa tattica.

1. Il Sud deludente del calcio

Le due squadre regine del centrosud, quelle con più storia e blasone, si affrontavano stasera proprio per ribadire il proprio status storico-calcistico all’interno di un campionato nel quale benché chiamate a fare voce grossa hanno rapidamente abbandonato entrambe sia la lotta per vincere il campionato che la bagarre per la qualificazione alla Champions League dell’anno prossimo.

Il Napoli, da una parte, sconfitto a Bergamo, ha comunque già onorato i propri titoli nobiliari alzando un trofeo al cielo, la Coppa Italia, e pertanto qualificandosi di diritto alla prossima Europa League. La Roma, dall’altra, ha inopinatamente lasciato prendere il largo all’Atalanta, collezionando due sconfitte consecutive post covid e rimanendo così con il solo cero della qualificazione alla prossima Europa League acceso.

Passaggio fondamentale la permanenza nell’Europa (che conta meno) per dare fiato alle casse societarie della Lupa. Gli introiti della vecchia Coppa Uefa consentirebbero, infatti, alla società giallorossa di mantenere una rosa quantomeno competitiva per i posti più alti della classifica.

2. Le difficoltà sportive della Roma

Il che connota di ulteriore pesantezza la sconfitta in quel di Napoli da parte della squadra di Fonseca. Debaclet maturata con altrettanta timidezza caratteriale nonostante le partite per la Roma stiano assumendo progressivamente il valore di ultima spiaggia. Tuttavia, Fonseca ha studiato bene le difficoltà del Napoli. Gli azzurri faticano tutt’ora a pressare alto e a coprire l’ampiezza campo. Così, alla stregua del Gasp, lo stratega portoghese ha lasciato la manovra delle operazioni al Napoli, cercando di colpire in contropiede o sfruttando per l’appunto la stessa ampiezza campo.

Non a caso, Fonseca ha richiamato il 3421 orobico, approfittando dell’abbondanza di trequartisti a disposizione. L’unico reparto della Roma ben coperto.

Nel caso del contropiede, la Roma, recuperata la palla, si appoggiava immediatamente su Dzeko, che ha giganteggiato su Koulibaly e Manolas, allo scopo di imbeccare rapidamente i quinti di centrocampo. Spinazzola e Zappacosta raramente prendibili dagli esterni alti del Napoli sul ribaltamento di fronte; oppure allo scopo di servire l’attacco alla profondità di Kluivert o di Mykitharyan alle spalle del capitano bosniaco. Chiamati i due anche a farsi trovare tra la difesa e il centrocampo azzurro quando i fluidificanti della Roma entravano in possesso palla. Questi ultimi, nel caso di manovra dal basso, erano facilmente trovati dai mediani della Roma, in quanto essi costantemente a metà tra l’ala e il terzino di Gattuso.

3. Le difficoltà ambientali della Roma

Eppure il sistema approntato da Fonseca si è sgretolato sotto i colpi dell’arrendevolezza, la quale non necessariamente pregiudica la diligenza e la buona fede dei protagonisti in campo. Questo scoramento sta pregiudicando i residui traguardi stagionali, benché esso abbia radici ben più lontane e profonde.

A partire da squadre allestite nel tempo, a causa di ristrettezze economiche, in modo sempre meno omogeneo e funzionale al calcio del proprio tecnico. Complessità finanziarie che oggi definiscono la Roma una società in vendita. Il suo capitale umano inoltre è stato selezionato dal Direttore Sportivo, Gianluca Petrachi, nel frattempo dopo meno di un anno già licenziato per giusta causa. Si prevedono persino battaglie legali all’orizzonte.

Tutto ciò in un clima di contestazione cittadina contro squadra e società, e contro il nuovo Ds, Morgan De Sanctis. L’ex portiere, anche del Napoli, subito reo di dialogare con il procuratore Alessandro Moggi, figlio di quel Luciano, non gradito al consulente sportivo del presidente capitolino Pallotta, cioè Franco Baldini. Infatti, quest’ultimo testimoniò in aula di Tribunale proprio contro Luciano Moggi durante il processo “Calciopoli”.

4. Il Napoli di stasera

Il Napoli d’inizio Luglio è ondivago. A tratti frizzante, mentre altre volte superficiale. Contro la Roma ha vinto ma senza convincere a pieno. Se però la posta in palio deprime ciò che pur di buono ha compiuto la Roma, il Napoli che al campionato non ha più nulla da chiedere si segnala per amplissima professionalità. Dunque, il successo è per questo motivo eticamente da sponsorizzare, per quanto si trasformi anche in un esercizio di cinismo agonistico contro una squadra più debole e affaticata fortunatamente dai partenopei non risparmiata. Il Napoli onora, così facendo, come spesso ad onor del vero gli accade, i valori dello sport, tra cui assicurare in questo momento la regolarità del campionato. Come un’educazione nobiliare suggerirebbe.

Il possesso palla pare in questo momento esprimersi meglio con Lobotka piuttosto che con Demme. Sembra, invece, a corto di fiato Di Lorenzo, che ha sofferto Spinazzola così come Gosens. Appare, diversamente, uno spreco Lozano in panchina per così tanti minuti, mentre Koulibaly sta profondendo tutte le sue energie affinché nessuno lo rimpianga. Il senegalese rompe troppo spesso e in modo brusco la linea della retroguardia, non assicurando però alcun vantaggio difensivo una volta esibito ciò che cestisticamente si definisce “show”.

Immaginifico Piotr, ben completato in risolutezza da Fabian Ruiz. Svogliato Milik. Inappuntabile Insigne. In veste di pittore, e non d’imbianchino, Mario Rui. Sintonizzato alla frequenza giusta la parabola offensiva del subentrante Dries Mertens.

5. Cosa sta diventando il Napoli di Gattuso?

Gattuso sta cercando di costruire una realtà calcistica mai vista nell’era De Laurentiis a Napoli. Attraverso l’ampiezza della rosa architettare un gruppo di ottimi calciatori in grado, a seconda degli avversari e dei momenti della partita, di dominare e subire il match con eguale disinvoltura.

Al momento il Napoli convince di più quando subisce la signoria nemica. Appare ancora troppo fragile nel tenere il campo quando pressa in avanti tra distrazioni ingiustificabili e meccanismi da oliare.

E’ un percorso che sarà per definizione lungo, a conclusione del quale, se completato, consta di trionfi esagerati. Ma è anche un sentiero necessario per preparare la squadra alla trasfera del Camp Nou contro il Barcellona di Messi, dove gli azzurri dovranno segnare almeno un gol e prenderne non più di quanti riusciranno a segnarne.

In Catalogna il Napoli, per superare il turno eliminatorio, dovrà essere in grado di difendere per gran parte della partita con un baricentro molto basso ma concedersi tot minuti nella metà campo altrui per realizzare il gol della speranza. Non esiste alcun equilibrio tattico senza quello mentale, su cui il Napoli, come a Bergamo o come stasera, tralascia ancora qualcosa.

Conviene che ad Agosto il Napoli si ritrovi, quindi, Viceré borbone anziché Masaniello arruffone.

MASSIMO SCOTTO DI SANTOLO