Nocerino: “Se ti allena Zeman puoi giocare due partite al giorno”

Zeman-Nocerino

Antonio Nocerino si è concesso ad una lunga video intervista sul canale Twitch di Nicolò Schira. Ha parlato del suo passato tra cui l’esperienza con Zdenek Zeman.

https://m.twitch.tv/videos/944052344

L’ALLENATORE NOCERINO 

“Ho finito il corso per il patentino da allenatore – dice Nocerino – poi dovrò fare gli esami e conseguire ufficialmente il titolo per allenare. Ho vissuto un bel percorso, la nostra scuola è importante, fatta di dettagli e cose che da giocatore non si notano, mentre in questo nuovo percorso vengono viste in modo totalmente diversa. Mi affascina l’idea di allenare e credo che questa sia la strada giusta per il mio futuro. Il ruolo di centrocampista aiuta ad allenare. Devi essere veloce di pensiero, controllare tutto, studiare i movimenti dei compagni e fare da collante tra difesa e attacco. Inizialmente ero curioso riguardo a questo ruolo da allenatore, poi mi è salita pian piano la voglia e ho deciso di fare il corso a Coverciano.”

BENEVENTO

La convinzione definitiva mi è venuta nella mia esperienza a Benevento, aiutando i più giovani. Vedevo che il mio modo di parlare era diverso rispetto a quello che ero prima, e ho iniziato a fare i corsi. Ho anche iniziato ad allenare ad Orlando, provando l’esperienza della panchina, e ora non mi immagino un futuro diverso dalla panchina. Divoro partite su partite a tutte le ore, e senza calcio non so stare: sono capitato in un momento storico in cui non ci si può muovere e vedere partite dal vivo, allora le guardo da casa con un occhio diverso, quello da tecnico. Prendo appunti, studio e mi informo: credo che questi passi siano fondamentali, in ogni ruolo o ambiente”.

ALLENATORI

“Da tre/quattro anni osservo Nagelsmann e le sue squadre. In Italia seguo tutti, ma guardo con piacere alla ventata d’aria nuova portata da De Zerbi, oltre a Gasperini, Juric, Simone Inzaghi che reputo un grandissima. Amo Bielsa, che ha un modo di trasmettere le idee in maniera impressionante. Oltre ovviamente a big come Guardiola e Klopp. Agli allenatori che ho avuto ruberei la lealtà: bisogna essere sinceri, limpidi, senza crearsi maschere o fingere qualcosa. La tecnica, la tattica, la strategia si migliorano, la personalità rimane per sempre. Ho avuto grandi allenatori, ho imparato qualcosa da tutti, ma la prima cosa che voglio ottenere è il rispetto e l’apprezzamento dei giocatori per l’uomo Nocerino. Senza stima, non si può trasmettere la propria idea calcistica al giocatore”. 

ZEMAN E AVELLINO

 “Zeman mi lanciò titolare a 18 anni, in Serie B. Mi aveva visto in un torneo estivo, che non avrei dovuto fare perchè dovevo sostenere gli esami per il diploma di maturità: sono riuscito a giocare e studiare, mi sono diplomato e dall’altro lato Zeman mi vide e mi disse che mi voleva nel suo Avellino. Mi ha insegnato tantissimo, è un allenatore che ti spiega, ti insegna, ti forma come giocatore e come uomo ed è fondamentale per la crescita dei giovani. La preparazione fisica di Zeman è mostruosa ed estenuante: i 45km di fartlek che facevi alla ripresa, i gradoni, i mille ripetuti undici volte in sequenza… Però in partita, dico per me, avrei potuto giocare due partite in un giorno senza sentire la fatica. Con l’allenamento ti abituavi all’intensità della partita, e in campo potevi fare di tutto: come ti alleni, così giochi”.

GASPERINI

“Gasp era già così quando mi allenò, è identico ai suoi inizi. Gli allenamenti sono gli stessi, l’intensità è la stessa e ti prepara alla partita. A mio avviso, l’Atalanta è la squadra più “europea” che abbiamo. Fisicamente regge contro tutti e rispecchia l’idea di calcio di un allenatore che in allenamento ti massacra, ma poi ti fa rendere al massimo in partita. Spero che possano rimontare contro il Real Madrid, per il calcio italiano e per l’Atalanta che ha una convinzione nei suoi mezzi incredibile. Non sarà facile per i blancos, e speriamo che possano togliersi grandi soddisfazioni”.

JUVE OUT IN CHAMPIONS 

“Quando è stata sorteggiata col Porto, tutti hanno pensato che fosse un avversario “morbido”, ma così non è andata. Il primo tempo dell’andata è stato tutto tranne che all’altezza, poi è arrivato il gol di Chiesa e nel ritorno ci si aspettava la rimonta della Juventus. Ieri la Juventus non ha iniziato bene, e poi ha giocato oltre sessanta minuti in dieci contando anche i supplementari. Vedendo la qualità e la forza delle due squadre, e per di più in 11 vs 10, non mi sarei mai aspettato che la Juve potesse uscire.

CONTRACCOLPO JUVE

Sarà una bella batosta, inaspettata per di più. Tutti i match di Champions sono difficili, però quando vuoi vincere la coppa non ti puoi permettere passi falsi ed errori come quelli che ha fatto la Juventus, è una bella botta. Avevano pescato una seconde più “abbordabili” della Champions. Il Porto ha fatto la partita che doveva fare, sia all’andata che al ritorno, preparando il match al meglio. Ripartivano bene, Corona ha fatto un match incredibile e Pepe a 38 anni ha dato lezioni di difesa. Sono stati perfetti e hanno sfruttato le loro qualità, reggendo nonostante l’inferiorità numerica e passando con merito”.

IL GIOVANE NOCERINO 

“Ho sempre giocato da centrocampista, magari giocando a volte trequartista o davanti alla difesa, ma sempre in mezzo. Chi mi ha cambiato la carriera è stato Iachini a Piacenza, mi mise mezzala e da lì è partita la mia reale carriera: ho segnato sei gol in Serie B e sono esploso. I miei idoli, da ragazzo, erano Redondo, Albertini e Guardiola.

All’inizio giocavo a calcio per divertirmi, perchè mio padre allenava in una scuola calcio e potevamo passare del tempo assieme, poi mi sono appassionato. Giocavo dalla mattina alla sera, e ho dovuto fare il triplo/quadruplo della fatica perchè sono cresciuto in una zona difficile. La famiglia mi ha dato grande forza, e da lì ho iniziato a fare dei provini: la prima volta che mi hanno notato, erano venuti per vedere un altro giocatore, invece hanno visto me e ho iniziato a fare tutti i vari provini per entrare nei grandi club.

Mio padre si alzava di notte per accompagnarmi e collezionavamo “Vi faremo sapere”, allora dissi a mio padre di lasciar stare, il classico “Se mi vogliono, mi vengono a prendere”. Poco dopo successe la cosa della Juventus, e da lì iniziò un altro percorso perchè la concorrenza era impressionante e per di più venivo da un’altra città e un’altra zona: l’inserimento è stato difficile, ma non mi sono mai abbattuto neppure nei momenti più difficili.

Dicevo a mia mamma che andava tutto bene, poi piangevo non appena attaccavo il telefono, perchè mi mancava la mia famiglia: sentivo di avere un’opportunità enorme e volevo sfruttarla. Pian piano ho iniziato a scalare le gerarchie, fino ad arrivare a quel fatidico torneo in cui mi notò Zeman e mi cambiò la vita. I miei genitori mi hanno dato grandi valori: mi avrebbero fatto andare alla Juventus solo se avessi preso il diploma. Ho avuto una famiglia unita, semplice, umile e con  dei principi chiari e saldi nella testa. Ho accontentato mia mamma e ho ripagato i sacrifici di mio padre raggiungendo grandi traguardi”.

IL DEBUTTO IN A 

“12 febbraio 2006, a Marassi, Sampdoria-Messina. Sono cresciuto in un posto difficile, e il mio sogno era quello di giocare a calcio e sbarcare un giorno in Serie A. Ci sono arrivato facendo enormi sacrifici, vista la concorrenza dell’epoca, ma ricordo ancora quel match in cui debuttai in Serie A. Negli anni seguenti ho segnato la Nazionale e la Champions, e sono arrivato a giocare entrambe. Ogni anno mi mettevo uno step in più da raggiungere per crescere anche caratterialmente, e posso dirmi molto soddisfatto”. 

IL PIACENZA E IACHINI 

“Ho vissuto la Serie B con Juventus, Napoli e Genoa. Il mio Piacenza, con Cacia, Campagnaro e Nainggolan, arrivò 4°. Avevo cambiato spesso squadra prima di andare lì, e quell’anno decisi di andare a Piacenza perchè volevo continuità. Iachini mi trovò il ruolo, la posizione e trovammo subito una grande affinità: da lì in poi cercavo sempre continuità a livello calcistico, per giocare e mostrare di meritare ciò che avevo ottenuto e che meritavo di mettermi in mostra. Anche facendo un passo indietro per farne due avanti. L’anno dopo sono andato in Serie A grazie a Iachini, che mi ha dato una conoscenza del ruolo totalmente diversa da quella che avevo in precedenza. Sono tornato alla Juventus da protagonista, giocando 32 partite da protagonista formando un grande tandem con Cristiano Zanetti”.

NOCERINO E RANIERI

“In estate ero sul mercato, volevo continuità di gioco e mi cercarono Fiorentina e Napoli. Non volevo tornare ad avere uno scarso impiego o girare l’Italia in prestito. La Juventus e Ranieri mi tolsero dal mercato: il mister, in ritiro, fu di parola e mi disse che facevo parte del progetto, anche se erano stato acquistati grandi giocatori investendo tanti. Una grande persona, che mi disse “Se meriti, giochi”: a quel punto mi ha stimolato, ho lavorato duramente e ho giocato tantissime partite da “ragazzo del settore giovanile”. Feci la prima amichevole, giocai bene e da lì non sono più uscito dalla formazione titolare.

NOCERINO, NEDVED E LA JUVENTUS

Lì ho avuto la conferma che mi sarei potuto ritagliare uno spazio importante in Serie A, nonostante avessi oltre cento presenze in Serie B. Nedved mi ha aiutato molto, è stato fondamentale perchè mi ha fatto capire che cosa vuol dire arrivare ad alti livelli, meritarsi stima e fiducia e stare ad altissimo livello. Con un’unica parola chiave: lavoro. Senza mai accontentarsi e mostrando serenità e voglia. Se ho giocato e mi sono meritato quell’anno di giocare titolare alla Juventus, è stato anche per l’esempio di Pavel. Un calciatore e un uomo impressionante, che spesso non viene capito dall’esterno. Aver conosciuto questi campioni mi ha preparato alle sfide successive”. 

NOCERINO, IL PALERMO E ZAMPARINI 

“Nel 2008 la Juventus voleva Amauri, e in quel momento storico i giocatori del settore giovanile non venivano ritenuti così fondamentali per il progetto. Zamparini voleva me, la Juventus voleva Amauri e mi sfruttò per abbassare il prezzo insieme ad altri giocatori. Ringrazio il Palermo, che oltre ad avermi dato la possibilità di conoscere una piazza incredibile, mi ha consentito di lanciarmi a tutti gli effetti.

Abbiamo sfiorato la Champions e costruito stagioni fantastiche, con un gruppo che era una famiglia e venne costruito dal nulla. Si veniva dagli anni di Guidolin e bisognava migliorare quegli anni. Al mio arrivo non ci fu un bell’inizio: venne cambiato l’allenatore dopo la prima partita, con Ballardini avemmo continuità, però facemmo la differenza a livello di gruppo e squadra con Delio Rossi.

Lì creammo una macchina perfetta, raggiungendo la finale di Coppa Italia e ottenendo il record di punti, oltre ad avere grandissimi giocatori e nazionali in ogni paese. Ce la giocavamo con le big e spesso le battevamo. Un gruppo impressionante, che riuscì a resistere anche senza direttore sportivo e si compattò: non ci serviva nulla per rendere al meglio, andavamo col pilota automatico. Vivere un gruppo così è stato un onore. Se Zamparini avesse tenuto l’ossatura della squadra, vendendo solo Pastore e comprando un difensore e un regista, avremmo avviato un ciclo di altissimo profilo come quello del Napoli: avremmo potuto centrare la Champions e divertirci ogni anno. Vendendo qualche big ogni anno, il nostro ciclo fu devastante. Pensate se fossero rimasti tutti…”.

NOCERINO E CAVANI 

“Devastante già da giovane. Correva come un centrocampista, aveva una fame e una grinta impressionanti. Si vedeva a occhio nudo che lui e Pastore erano fatti per altre piazze. E, come per Pastore con Ilicic, Zamparini si era già portato avanti prendendo il sostituto: avevamo Abel Hernandez e Pinilla, c’era Mchedlidze che è stato molto sfortunato… E anche Ilicic, era già un fenomeno pur essendo molto giovane. Vedere ciò che è successo al Palermo dopo la finale di Coppa Italia mi ha fatto male: immaginatevi Belotti, Dybala e Vazquez in un gruppo granitico come quello del Palermo che sfiorò la Champions con Delio Rossi. Avremmo potuto creare un’isola felice e un progetto simile a quello dell’Atalanta di adesso. C’era tutto per fare benissimo: tifoseria calda, gente straordinaria e grandissimi giocatori”.

NOCERINO E L’ADDIO AL PALERMO 

“Volevo rimanere, perchè avevo mia moglie incinta della seconda bambina e non volevo muovermi. Temevo il cambiamento, perchè stavo benissimo al Palermo. Dissi al presidente: “Sono a scadenza, voglio restare, mi faccia firmare anche lo stesso contratto senza adeguamenti e fronzoli”. Avevo raggiunto la mia stabilità calcistica e umana a Palermo, sarei rimasto a vita e avrei chiuso lì la carriera. Così non fu. Partii in ritiro, c’era Pioli che venne mandato via dopo il preliminare col Thun, e piano piano venne smontata tutta la squadra, facendo così finire il progetto: io andai al Milan, Pastore e Sirigu al PSG, rimasero Balzaretti e Cassani, ma il blocco pulsante della squadra venne distrutto. La piazza non si meritava un finale così”.

NOCERINO E IL MILAN 

“Mi ingaggiarono per soli 500mila euro, una cifra impensabile oggi. Un affare clamoroso per il Milan, che fa capire anche come il Palermo volesse “liberarsi” di me e non mi trattò da bandiera. C’erano gli Europei all’orizzonte, andai in una grandissima squadra e ricca di campioni. Già dal numero che dovevo scegliere sudavo, non sapevo cosa fare e temevo di pestare i piedi a qualcuno. Pirlo mi disse di prendere la 21 in Nazionale, mentre al Milan presi la 22. Non l’avessi mai fatto, era di Kakà e i giornali impazzirono

“Ha distrutto il numero di Kakà, non è da Milan…”. Nel primo mese venni distrutto, però vengo da un posto che mi ha fatto diventare grande velocemente e ho la testa molto dura. Qualche critica non mi ha abbattuto, avevo avuto esempi importanti e lavorando mi sono conquistato la stima di tutti. Nel primo allenamento, mi sono scontrato con Ibra e sono volato per 5/6 metri: lì ho capito che, o lavoravo il triplo degli altri, o non avrei ottenuto nulla.

NOCERINO E GATTUSO

Vedendo Gattuso, che poi è diventato un amico e un esempio, ho iniziato a lavorare duramente, sono diventato titolarissimo e ho segnato proprio contro il Palermo la mia prima rete col Milan. Da lì ho iniziato a prendermi spazio e ho capito che ero sulla buona strada. Il difficile era continuare così: andavo sempre al limite, non mi risparmiavo e volevo vincere la sfida-Milan, facendo cambiare idea a chi mi aveva massacrato. Ho fatto un’annata straordinaria, tantissimi gol (11) e sono stato convocato a furor di popolo all’Europeo, facendo ricredere i critici.

E’ stata la più grande soddisfazione della mia carriera calcistica. La Curva Sud mi ha subito adottato – confessa Nocerino – perchè davo tutto. Io non avevo le qualità di Seedorf o Ronaldinho, però la maglia del Milan mi faceva sentire invincibile e mi trasformava in un “supereroe”: sapevo che potevo contare su degli uomini incredibili, su un pubblico che mi ha subito accolto e mi ha dedicato uno storico e bellissimo coro (“Oh Nocerino, picchia duro, facci un gol/Chiamato Mister X, per due soldi è giunto qua/Adesso gioca segna ed esulta con gli ultrà”), e su un Milan che era una grande squadra”. 

NOCERINO E BOATENG 

“Kevin è un grande, una persona meravigliosa che è l’opposto di quello che la gente pensa. Le etichette sono sbagliate, non si dovrebbe giudicare chi non si conosce o prendersi certe libertà. Un grande ragazzo, che faceva parte di un grande gruppo di campioni che ti indicavano la strada: stava solo a noi non sbagliare e sprecare l’occasione. Auguro a Boateng e al Monza di approdare in Serie A, anche perché ci sono Berlusconi e Galliani che sono due grandissimi dirigenti. Persone che amano il calcio e di grandissima competenza, meriterebbero di nuovo di tornare ai massimi livelli”.

NOCERINO E IBRAHIMOVIC 

“Un mostro, nulla di ciò che fa è casuale. L’età per lui è solo un numero. Ha un carisma e una forza fisica impressionante, si diverte ancora a giocare e dà il mille per mille. Sposta gli equilibri e sono contento che sia ancora strepitoso come allora”.

NOCERINO SUL MILAN ATTUALE 

“Quando il Milan è partito, un anno e mezzo fa, nessuno si aspettava che arrivasse così rapidamente al secondo posto e alla lotta-scudetto. Maldini, Massara e mister Pioli stanno facendo un lavoro enorme e dando continuità, eliminando gli alibi del cambiamento societario ai giocatori. Allenandosi con Ibra e avendo continuità a livello di progetto e di società, quegli alibi sono svaniti. I giocatori attuali hanno capito che per stare ad alti livelli e indossare quella maglia si deve lavorare duramente. E i risultati arrivano. Kessie sta facendo un campionato pazzesco, sta facendo molto bene e la sua crescita è merito di Pioli: gli ha dato consapevolezza e tranquillità, così ha potuto mostrare le sue qualità. Kessie, Bennacer, Calabria e Calhanoglu crescono di anno in anno in maniera impressionante. Spero che possa farlo anche Leao, che ha qualità importanti”.

NOCERINO SU DONNARUMMA 

“Gigio fa un altro sport, è uguale per doti e applicazione a Buffon con cui ho giocato da ragazzo. Lui e Theo Hernandez fanno un altro sport. Mi piace molto Tomori”.

NOCERINO E IL WEST HAM 

“I sei mesi in Premier League sono stati stupendi, come cultura e mentalità li consiglio a chiunque abbia voglia di imparare, conoscere e crescere. Quell’esperienza mi ha aperto tanto la mente: conoscere altre culture, paesi, abitudini è fondamentale. Un mondo diverso: non c’è ritiro, il calcio si vive diversamente. Un’ora e mezza a tutta in allenamento o in campo, poi si stacca e si vive con meno stress e meno pressioni. Non ci sono radio, televisioni, giornali che parlano 24h su 24, 365 giorni all’anno e ogni secondo di calcio, ed è molto diverso. Bisogna prendere il buono da ogni paese e/o cultura”.

NOCERINO E LE ESPERIENZE DI TORINO E PARMA 

“Un’esperienza disastrosa. Venivo dal West Ham, avevo l’opportunità di rimanere in Inghilterra, però volevo rimettermi in gioco in Serie A e in Italia, per dimostrare di poter dare ancora tanto ad alti livelli. Non mi sentivo bene umanamente, stavo male per la situazione che si era creata e non ho reso. Dopo quell’esperienza sono andato a Parma, e paradossalmente pur non prendendo lo stipendio e avendo perso entrambi i genitori in 45 giorni, mi sono ritrovato. Quando sono morti i miei genitori volevo smettere, però a Parma mi sono ritrovato e sono andato oltre i mancati stipendi e i problemi personali: ero felice, pur avendo qualcosa in meno, rispetto a come mi sentivo al Toro.

Al Parma ho incontrato persone favolose: Donadoni era eccezionale, il gruppo ha fatto cose incredibili, aiutando i dipendenti del club. La società prendeva gli sponsor e pagava le spese necessarie, noi aiutavamo i dipendenti e ci sentivamo realizzati dal poter dare qualcosa a persone che guadagnavano 1000/1200 euro al mese e davano la loro vita per il Parma. Un’esperienza che non posso paragonare a nessun’altra, nonostante le difficoltà economiche. Ho giocato, mi sono divertito, ho fatto tre gol in venti partite e mi è tornata la voglia di divertirmi in campo. Ero arrivato al punto che era più importante la persona che avevo di fronte, che lo stipendio”.

NOCERINO E L’MLS E ORLANDO 

“Dopo Parma tornai al Milan, ma con Mihajlovic giocavo pochissimo e a febbraio decisi di risolvere il contratto, senza rancore. Era un altro Milan rispetto a quello che avevo vissuto negli anni precedenti: non eravamo pronti a sostituire i grandi campioni e non volevo rovinare il ricordo che avevo lasciato nei tifosi. In quel momento entrò in gioco Orlando, dove ho ritrovato Kakà, e ci siamo trasferiti armi e bagagli negli Stati Uniti. La franchigia dell’Orlando era nuova: Kakà aveva il 10, il portiere il “mio” 23 e mi sono preso la numero 22. Un’esperienza meravgliosa, non facile all’inizio per i bambini, ma che ci ha fatto conoscere un’altra cultura e un altro paese. Con la mia famiglia ci siamo supportati l’uno con l’altro e abitiamo tuttora ad Orlando: siamo qui da cinque anni, ci troviamo bene e abbiamo trovato la nostra dimensione”.

LA PARTITA DA RIGIOCARE  PER NOCERINO

“I quarti di Barcellona-Milan, quando siamo usciti con qualche errore di troppo (Niang, ndr). Potevamo vincere la Champions. Al Barcellona è legato il mio ricordo più importante da calciatore: segnai, mio padre era in tribuna e pianse al momento del mio gol al Camp Nou. Un sogno realizzato. Mi passarono davanti tutti i sacrifici fatti da me e mio padre: gli interminabili viaggi in pullman, perchè lui non aveva la macchina, per andare agli allenamenti o a giocare nonostante pioggia, vento e neve. Poter realizzare i miei sogni è stato bellissimo”. 

NOCERINO IL RITIRO

“Ho smesso troppo presto? Fisicamente stavo bene, mi trovavo bene col direttore e il presidente, non con l’allenatore (Bucchi, ndr). Da lì ho deciso di smettere, avendo anche la famiglia lontana e avendo fatto un sacrificio molto grande lasciandoli lontani. Per farlo, ne dovevo fare la pena. E non ne valeva la pena. Allora ho smesso e ci siamo stabiliti definitivamente a Orlando”.

AVVERSARI

“Tutti mi hanno messo in difficoltà (ride, ndr). Racconto un aneddoto. Giochiamo contro il Barcellona, io ero la mezzala destra e dovevo marcare Iniesta. Nel pre-partita pensi “chiudo qua, chiudo là, faccio qui, faccio lì”. Poi lo vedi giocare e ti dici: “Ma cosa vuoi chiudere, che quello con la palla fa quello che vuole? Vai e amen (ride). Ho affrontato giocatori fenomenali, allucinanti. Iniesta, nel suo ruolo, è stato il migliore al mondo per anni. Devastante. In Serie A mi ricordo di aver sfidato Vieira ed Emerson a Messina, e anche Kakà da avversario aveva il motorino quando partiva palla al piede. Imprendibile”.

I COMPAGNI  

“Balzaretti avrebe meritato una carriera diversa, di maggior livello. Fortissimo, tecnico, costante, nel giro della Nazionale… Giocatore troppo sottovalutato, era il più forte in Italia nel suo ruolo. Ho fatto un allenamento con la Juventus di Zidane, Davids e O’Neill: dei fenomeni di altissimo livello, mi sogno ancora le loro giocate. A volte pensavo: ma io cosa ci faccio qui, con loro? I numeri che tutti ricordate, Zidane li faceva anche in allenamento. E anche Robinho e Ronaldinho facevano cose assurde in allenamento, ma comunque distanti da quei tre che ho citato prima”.

NUOVI NOCERINO 

“Non credo che ci sia un giocatore che mi assomiglia, il calcio è cambiato. Barella mi piace tanto e spero che possa fare qualche gol in più: il centrocampista più forte della Serie A. Con Antonio Conte ha fatto uno step pazzesco in termini di qualità e intensità. Mi sarebbe piaciuto essere allenato da Conte, per quello che dà e trasmette ai giocatori. Antonio è straordinario e ti entra nella testa, facendoti andare oltre ogni limite. Con lui sono migliorati tantissimo parecchi giocatori e l’Inter è diventata la favorita per lo scudetto”. 

RIMPIANTI  

“Da napoletano, mi sarebbe piaciuto giocare nel Napoli. Per noi napoletani è il sogno di una vita. Può essere il mio unico rimpianto, insieme a qualche scelta diversa che avrei fatto: magari avrei pensato più volte ad alcune destinazioni, ma senza sbagli non s’impara”. 

IL FUTURO 

“Sono aperto a tutto. Vorrei trasferire ciò che ho imparato ai miei giocatori, evitando le cose brutte che ho appreso e corretto, facendo il contrario. Potrei allenare sia in Italia che all’estero. Voglio che i miei giocatori siano grandi uomini, prima che grandi calciatori, che abbiano dei valori forti. Magari potessi allenare a Palermo… Non sono ipocrita o finto, ma uno dei miei sogni da allenatore è quello di allenare in piazze che ho già vissuto da giocatore, e col Palermo ho avuto un rapporto speciale. Con le persone e con la città. Hanno un grande allenatore, ma a Palermo andrei di corsa. Il Parma? Spero che possa salvarsi, sono legato alla piazza: non è facile, ma auguro loro con tutto il cuore di mantenere la Serie A”.

Parma-Napoli 0-2, non è possibile fermare il progresso

Un Napoli bipolare sbanca il mai ospitale Tardini: i partenopei concedono nel 1T ampie porzioni di sonno ai propri tifosi, sfidando la noia antizemaniana di Reja. Poi le nuove leve, Victor Osimhen su tutti, inondano di azzurro la difesa parmigiana costretta a capitolare.

1. La soporifera declamazione del possesso palla

Gattuso, democristianamente, sceglie per la prima di campionato della stagione ’20/’21 una formazione antica, piatta e senza profondità. Soprattutto stanca nelle soluzioni! L’allenatore azzurro probabilmente cade nell’inganno di Liverani. Mister dalla propensione al gioco areoso e propositivo; tanto bravo a riprodurre un calcio spagnoleggiante, Liverani, quanto incapace di scegliere i progetti a lui più consoni. Dopo Palermo e Genoa che hanno rappresentato brusche frenate della sua carriera la buona impressione mostrata alla guida del Lecce avrebbe dovuto imporgli una maggiore cautela nell’accogliere un nuovo progetto calcistico.

Il Parma, infatti, a sua disposizione è architettato per il gioco di rimessa e contropiede di D’Aversa. Ducali che però nel frattempo non hanno inserito qualità in mediana (fondamentale per il gioco di Liverani) e perso definitivamente Kulusevsky e, almeno momentaneamente, Gervinho per infortunio. I veri segreti, lo svedese e l’ivoriano, dell’efficienza di un calcio così sparagnino come quello di D’Aversa. Liverani però ha accumulato esperienza e dunque con opportunismo, onde subire imbarcate, presenta un pugilistico e guardingo 4312. Gattuso attendeva aggressione e possesso palla dei ducali, in cui Insigne e Mertens avrebbero potuto trovare spazio nella propria metà campo per lanciare in campo aperto Lozano… e invece ha affrontato il più gretto attendismo.

Contro quest’ultimo la marea azzurra è apparsa abbastanza improduttiva. I partenopei hanno conquistato la metà campo ma il predominio territoriale si è concretizzato in un ridondante possesso palla privo di sbocchi sulla profondità. Mertens chiamato a giocare fuori per alimentare l’intelaiatura napoletana ha svuotato perennemente l’area di rigore. L’inconcludenza della fitta rete di passaggi napoletani ha ridotto progressivamente la verve individuale anche di chi la luce dovrebbe accenderla nella difficoltà. Tanti i dribbling e i suggerimenti sbagliati dai più talentuosi. Lozano ci prova mettendo in apprensione Pezzella ma predica in un deserto delocalizzato sulla fascia destra. Così il 1T resta inchiodato su di uno scialbo e senza occasioni da rete 0-0

2. L’ingresso di Osimhen

Questa impalatabile litania è sconquassata dall’ingresso di Victor Osimhen. Il nigeriano subentra a Demme. Il Napoli passa dal 433 ad un molto offensivo 4231 con Zielinski e Ruiz in mediana. Come con Ancelotti ma non è un film di Nolan il nostro. Victor, sebbene fagocitato dal suo pauperismo tecnico, inizia a correre alle spalle dei difensori parmensi, poi si pianta in area di rigore – riempiendola – con le ganascie alle gambe, quando la palla scorre ai lati dell’attacco azzurro. Due cose semplici che rivoluzionano il match. Mertens a quel punto gravita libero dai raddoppi intorno alla sua mattonella: la lunetta dell’area di rigore.

Il Napoli sembra improvvisamente volare su trame che poco importa se improvvisate o preparate. Ciò che conta è che non appaiono anacronistiche come vecchi vestiti tattici rammendati. Basta un cross del resiliente Lozano, un’aggressione alla palla da parte di Osimhen che costringe il difensore ducale all’errore, che Mertens solo come mai prima di quel momento può stoppare e rubare il barattolo della marmellata a Luigi Sepe. E’ 1-0. Parma d’un tratto in bambola. Trasmissione della sfera dal centrale al terzino parmigiano fiacca. Lozano che il campo lo brucia con leggerezza e non lo consuma mai con pesantezza di passo scippa il pallone. S’invola, il messicano, fin dentro l’area avversaria, tira costringendo Sepe alla respinta; sulla quale però si avventa Insigne che chiude la partita siglando lo 0-2.

Insigne e Mertens che conquistano dunque la locandina di questo primo film pallonare della stagione. Tuttavia, i tre punti a casa li portano, offensivamente parlando, Osimhen e Lozano. Il primo per aver cambiato il piano partita grazie alla sua determinazione e alle sue caratteristiche; il secondo per aver creduto alla vittoria quando gli altri sembravano ancora in vacanza. Da un punto di vista difensivo, compartecipano al successo i cinque interpreti difensivi: i quattro della linea e il sicuro Ospina. Sorprende la concentrazione ritrovata, ultimamente calata in modo considerevole, di Kalidou Koulibaly, a maggior ragione se si pensa alle trattative di calciomercato in cui è coinvolto. Della sua scoperta leadership ne hanno beneficiato tutti, in primis l’irruento Manolas.

3. il 4231

Le modalità del successo azzurro in terra emiliana, inevitabilmente, apre il dibattito sul passaggio definitivo al modulo del 4231. Una valutazione che non può prescindere dal funzionamento occasionale e a gara in corso che tale soluzione tattica ha offerto al Napoli. L’idea di schierare tre mezze punte, come Insigne, Politano, Lozano e Mertens dietro Osimhen o Petagna darebbe sicuramente un impulso offensivo importante alla squadra a discapito però dell’equilibrio difensivo. In particolar modo la questione appare priva di fondamento se si pensa alla dotazione di trequartisti in pectore di cui gode Gattuso: Zielinski ed Elmas; i quali darebbero consistenza difensiva al modulo in esame e, allo stesso tempo, potrebbero presenziare in area di rigore al fianco di Petagna, Osimhen o Mertens, per aggirare così l’inconsistenza offensiva mostrata dal Napoli al Tardini nel 1T.

Chi ritiene difficoltosa la gestione delle risorse umane, immaginando la competizione di cinque uomini nei ruoli di sottopunta, declassa il Napoli a provinciale. Le due punte pure – e Mertens seppure in modo eterodosso – sui 90 minuti, qualora non supportate da quattro centrocampisti effettivi, non possono essere proposte nel 442. Ma il Napoli benché le critiche mediatiche ha anche i giocatori perfettamente adatti alla mediana a due. Infatti, Ruiz è stato nominato miglior giocatore dell’europeo u21 quando con la maglia della Spagna ha interpretato magnificamente bene il ruolo di palleggiatore in un centrocampo a 2. Demme e Lobotka, al Lipsia e al Celta, praticavano con intelligenza e maestria il ruolo di registi rispettivamente in un 343 e in un 442.

4. Il calciomercato

A mancare nel mercato del Napoli, non è certo l’ala destra cercata – oggi si parla di Delofeu – che finirebbe per giocare poco in concorrenza con Lorenzo Insigne. A mancare non è nemmeno il centrocampista difensivo, il quale più che altro servirebbe per ragioni soprattutto numeriche, a meno che non si voglia considerare Elmas utile per il quartetto dei mediani del centrocampo a 2. Il macedone ha il talento per ricoprire quel ruolo, pur tuttavia, forse, manca ancora della maturità necessaria. La grande mancanza degli azzurri, stante la possibile permanenza di Koulibaly, è un terzino sinistro d’affiancare a Mario Rui.

Lo sviluppo della manovra collettiva e la dimensione offensiva di Insigne ne risentono eccessivamente quando manca all’appello il terzino portoghese, anche per le sole sovrapposizioni che quest’ultimo può garantire rispetto all’adattato Hysaj.

Massimo Scotto di Santolo

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli domina territorialmente il Parma ma perde il match. Quanto sarebbe stato utile avere già in rosa Victor Osimhen?

1. Gattuso: Cadorna o Diaz?

Di Rino non si hanno ancora chiare le abilità strategiche. All’inizio della sua avventura partenopea ha mostrato tanta garra ma poca scaltrezza. Ingenuamente credette come un bimbo in Babbo Natale di poter riaccendere il software sarrista per eliminare le score ancelottiane. Le sconfitte contro Parma, Inter e Fiorentina lo riportarono ben presto sulla terra, sebbene egli ci fosse già.

Infatti Rino sin da subito ha allestito una preparazione atletica ben diversa da quella del suo predecessore. Le gambe ingessate degli azzurri nell’immediato contribuirono a determinare il ciclo di sconfitte iniziali; sul lungo però il Napoli ha potuto godere di antiche sensazioni muscolari positive, che hanno contribuito alla risalita della squadra e che solo l’organizzazione calcistica post covid poi ha purtroppo opacizzato.

La Caporetto divenne, dopo un mese dall’avvento di Gattuso, un’orgogliosa resistenza sul Piave. Come il fronte approntato da Diaz, anche lo spazio da coprire per il Napoli si ridusse, quando in particolare Gattuso decise di abbassare il baricentro del team e avvicinare a ciascun protagonista azzurro in campo la spalla del compagno in aiuto. Agli avversari venivano concesse solo le corsie laterali. L’onda lunga di questo nuovo moto tattico e di un umore delle truppe migliorato ha consentito a Gattuso di stregare tre delle quattro migliori della classe e vincere il suo primo trofeo, la Coppa Italia.

La raggiunta qualificazione all’Europa League per la porta di servizio – la vittoria della Coppa nazionale -, l’impossibilità di raggiungere la Champions per il distacco accumulato in classifica e infine l’ineluttabile gol da dover segnare al Camp Nou hanno portato lo staff tecnico partenopeo a sperimentare nuove soluzioni. Baricentro più alto e dominio territoriale del campo. Atteggiamento calcistico conforme al credo dei senatori del gruppo storico del Napoli. I risultati sono stati inizialmente buoni ma la mancanza di motivazioni verso la fine del campionato e qualche incongruenza tattica di troppo hanno intorpidito l’entusiasmo della piazza intorno al tecnico calabrese.

2. Parma-Napoli 2-1

Parma-Napoli, in tal senso, perplime. Il Napoli, non dotato per infortunio di Mertens e per squalifica di Milik di punta centrale di ruolo, schiera al Tardini tre piccoletti agili e veloci. Politano, Insigne e Lozano. Nessuno può però ricoprire il ruolo della prima punta. Lo si può apprezzare dal solletico inferto dagli avanti del Napoli alla difesa ducale. La presenza di Allan non ha inoltre aiutato i principi offensivi da sviluppare.

La domanda sorge spontanea: perché il Napoli non ha giocato in contropiede avendo dalla sua gli uomini per farlo? A Barcellona mica bisognerà solo attaccare… in ogni caso si assisterà ad un dominio blaugrana. Quello napoletano sarà interstiziale. Anche a livello gestionale, sacrificare all’altare della gogna mediatica il messicano Lozano pressandolo a svolgere un ruolo non suo non è apparsa mossa congeniale se non a velocizzare la sua cessione. Rinvigorito poi el chucky sulla fascia destra, è stato alla fine comunque sostituito.

3. The humble Victor Osimhen

Ed è in questa manfrina scacchistica che il nuovo ufficioso acquisto del Napoli, Victor Osimhen, cade a faguiolo. Gattuso non disprezza il calcio di contropiede, anzi talvolta lo predilige ed è anche al momento la sua espressione offensivista migliore. Tuttavia, con Mertens o Petagna (similare per caratteristiche a Milik) e Insigne si fa fatica a risalire il campo. Osimhen è un ragazzo nigeriano di 1.85, longilineo ma non elegante, caratterizzato in campo aperto da una discreta velocità di piedi nell’1 contro 1 e di una falcata incredibile sul lungo. Si muove su tutto il fronte d’attacco consentendo ai suoi colleghi di difesa e centrocampo, quando sotto pressione, di sbarazzarsi del pallone.

Se la palla rimane in campo, Victor tende a raccattare la sfera cestinata nella pattumiera del rettangolo di gioco per poi custodirla gelosamente, a costo di risultare goffo. Tante volte Osimhen ha pensato potessere essere l’ultima di occasione della propria vita. Lo ha pensato quando disperato non trovava le scarpe per giocare al calcio tra gli ammassi della discarica adiacente casa sua; oppure allorché sfiancato si dimenava per rivendere buste d’acqua. Il ventiduenne nigeriano in questione è un presenzialista affamato. Anche il suo modo di comportarsi sul mercato ha avuto una linea bisettrice, cioè quella di non bruciare le tappe e farsi coccolare da una crescita lenta e graduale. Costruire una carriera stellare, verosimilmente già proiettata tra cinque anni oltre Napoli, su fondamenta concrete.

Tale approccio alla professione fa di lui un perfetto arciere da contrattacco in uno schieramento difensivo ma attenzione, ben più di Andrea Petagna, che spesso vezzeggia più da stilista che da bomber, Osimhen ha l’apprezzabile ardore del guerriero dell’area di rigore. Ricerca il gol in modo erculeo. Le legis artis della materia pare le abbia accantonate. Dovrà comunque riprenderle. Ricorda, in definitiva, non per grazia e fiuto esiziale del gol ma per caratteristiche atletiche e aerobiche Cavani. Osimhen fa le fusa, invece, per il suo piacere a decentrarsi sulle fasce e cercare il mismatch fisico con il terzino avversario e anche per la faciltà con cui calamita palloni sostando in area di rigore, Mario Mandzukic.

4. Un vento che porta pioggia

Il rapporto con la porta avversaria è, infine, tempestoso e brutale. Non tira, scaraventa. Saccheggia piuttosto che stoppare. Non gonfia, brucia la rete. Il portiere è un ostacolo da abbattere.

Questo suo risultare centrifuga parafrastica di campioni della nostra epoca lo adibisce per il Napoli, molto di più di Mertens, ad opzione per ogni strategia calcistica. Contro il Parma le sue doti atletiche che gli consentono di saltare finanche a un metro da terra avrebbero potuto sparigliare la semplice architettura difensivista di D’Aversa.

Eppure teoricamente, come un vento caldo, non ci sarebbe che stare lì ad aspettare che si abbatta sulle nostre terre. Nessuna preoccupazione. Siccome il nigeriano però non gode di scores statistici ragguardevoli ed evidenzi già da brevi estratti video su Youtube la trascuratezza del gesto tecnico e la poca predisposizione a fraseggiare nello stretto con i compagni, il suo funzionale eclettismo per il Napoli ad oggi è il piatto della bilancia che costringe a rimandare ogni giudizio. In realtà la tara tra pregi e difetti ci potrebbe suggerire anche l’ipotesi di un Osimhen che non becca mai il pallone, impreparato com’è alle universitarie difese italiane e alle trame che il Napoli tende a tessere prima di realizzare un gol.

5. Quanto Victor c’è (e quanto ce ne sarà)?

Ignora al momento, l’umile Victor, quali siano i movimenti per fulminare i difensori della serie A ma ha la fisicità per metterli in difficoltà sin da subito. Le fondamenta tecniche lo rendono un attaccante avulso da un’offensività corale ma vanta l’associazionismo della vittoria. Osimhen forse vive più per quest’ultima che per il gol in sé per sé.

Allora la soluzione di tenere Petagna in rosa è un ottimo modo per poter aspettare Osimhen e allo stesso tempo avere un’alternativa già pronta che seppure meno prodiga al feticcio della rete ha peculiarità mediane tra Mertens e Osimhen. La faccia tirata dalla rabbia agonistica che spesso impersonifica il nigeriano nelle foto rintracciabili sul web è la garanzia pro futuro del Napoli. Quei fondamentali del calcio abbandonati per lasciare velocemente la profonda baraccopoli di Lagos il punto interrogativo di questa avventura che ADL ha deciso di pagare 50 milioni di euro di cartellino più 3.5 mln € per 5 anni di stipendio al ragazzo.

Massimo Scotto di Santolo

Zeman: “Dobbiamo pensare a far gol, non preoccuparci di non subirli”

Le parole di Zdenek Zeman

nella sala stampa del Tardini, in cui pur contento per i tre punti, manifesta la sua insoddisfazione per il gioco espresso

Risultato giusto?:

Io penso che abbiamo fatto qualcosa in più in fase offensiva, anche se la partita non aveva grande ritmo: né noi né loro abbiamo fatto molto movimento”

La classifica è ancora tutta da capire:
“Penso sarà così a lungo, il campionato di B si decide negli ultimi due mesi. Per ora c’è grande equilibrio, vedremo chi riuscirà a spezzarlo”.

Oggi aveva in campo diversi giocatori nati nei ’90. Quanto è difficile affrontare la B con dei ragazzi così giovani?

“Io mi diverto, questi ragazzi hanno bisogno di tempo per adeguarsi al campionato di B”.

Come si spiega il fatto che ci sia stato poco ritmo?

“Noi siamo preoccupati, non riusciamo a giocare con la mente libera. Ci preoccupiamo di non prendere gol: è una mentalità sbagliata”.

Hai visto il Parma che ti aspettavi?

“Me lo aspettavo così. Sapevo che il Parma aveva dei problemi in fase offensiva”.

Tenere i tre attaccanti alti sui calci d’angolo gialloblu è una sua abituale tattica o è una contromisura voluta per arginare le abilità del Parma sulle palle inattive?

“Non è abituale, ma ho analizzato i loro calci d’angolo: loro vanno a saltare in sei, due li tengono in area e uno calcia. E quindi sono nove. Per tenerne fuori quattro loro, ne ho tenuti su tre nostri. Anche perché quei tre non la prenderanno mai di testa (ride, ndr)”.

Zeman: “Vi aspettate sempre che vinco o perdo 5-0, non succede sempre, ma io voglio più gol per divertire la gente”

Nel post partita di Sky, Zdenek Zeman manifesta la sua parziale soddisfazione per la vittoria di misura a Parma.  Incalzato da Diletta Leotta, Gianluca Di Marzio e Daniele Barone sulle vittorie poco Zemaniane, il Boemo spiega quanto la squadra sia ancora troppo passiva e giochi poco in velocità: “Sono contento che la squadra non prende gol, ma in difesa dovremmo impostare l’azione diversamente. Io non vorrei che la squadra si abituasse a questo tipo di gioco, vorrei un gioco attivo per 90′ e più reti”

Salvio Imparato

PARMA-PESCARA Zeman, trent’anni fa la favola di un’estate

Arrivato al Parma nell’87 dopo Sacchi, regalò spettacolo in Coppa e amichevoli ma poi in B durò 7 gare

Che cosa si sente di promettere ai tifosi del Parma?» chiese, il 22 luglio 1987, al raduno del Parma, Gian Franco Bellè al giovane e nuovo tecnico gialloblù Zdenek Zeman. «Solo che la squadra darà sempre il massimo per divertire» la lapidaria risposta. E così fu, e così è stato per i successivi trent’anni in cui l’integralista allenatore boemo è rimasto fedele a un’idea di gioco ultraoffensivo che spesso, dicono i suoi detrattori, ha fatto divertire, più dei propri tifosi, quelli avversari.

Quell’estate c’era un Parma tutto nuovo ad affrontare la serie B. La squadra di Sacchi che pochi mesi prima aveva sfiorato il salto in A, chiudendo con la miglior difesa della B, era stata smembrata. Bortolazzi, Mussi e Bianchi avevano seguito Sacchi al Milan, Signorini era finito alla Roma, Bruno e Fontolan all’Udinese. Via anche Galassi, Valoti e Piovani. Tra i pochi superstiti, Melli reduce però da un lungo ko, Fiorin e il portiere Marco Ferrari.

Ernesto Ceresini e Riccardo Sogliano avevano però le idee chiare. Dopo un profeta del nuovo calcio, sotto con un altro, a lungo fatto seguire nel suo lavoro a Foggia, in C, e contattato mesi prima al punto che, scoperta la trattativa, il patron dei satanelli Casillo licenziò su due piedi Zeman. Nipote di Cestmir Vykpalek, gloria crociata degli anni ’50, il boemo era laureato Isef a Palermo e provvedeva di persona alla preparazione atletica. Nel suo staff anche Carmignani, Battistini e il dottor Vecchi. Resterà inossidabile la sua amicizia col masseur Bozzetti.

La rosa la allestì Sogliano, ed era la più giovane del campionato, con qualche elemento di valore come Apolloni, Carboni, Osio, Gambaro.

CANTO DELLA CICALA

Le prime amichevoli e la Coppa Italia sono una marcia trionfale. A fine giugno la Parmalat aveva firmato il contratto di sponsorizzazione e il suo marchio già da un anno era sulla maglia del Real Madrid. Ecco allora l’amichevole di lusso al Tardini, con il Real messo sotto dal Parma e Butragueno che può solo segnare il gol della bandiera.

Era il 18 agosto, il Parma aveva già battuto la Roma mentre in Coppa, che viveva una fase a gironi, batte nell’ordine Monza, Barletta, Como, Milan e Bari ai rigori. Il successo a San Siro, contro Sacchi e gli olandesi, è un’altra serata indimenticabile. Ma al di là delle prestigiose vittorie estive resta nell’immaginario quel calcio fatto di corse, sovrapposizioni, applicazione ferrea e voglia di spingere sempre in avanti. Trascurando spesso le coperture…

Parma, orgogliosa di essere stata il laboratorio in cui Arrigo Sacchi ha preparato le alchimie che avrebbero stravolto per sempre questo gioco, poteva legittimamente sperare di aver trovato un nuovo profeta, in grado di esaltare i giovani, valorizzarli e far crescere assieme a loro il livello e il prestigio del club.

Zeman sussurra, Zeman fuma come un turco, Zeman fa correre su e giù per i gradoni. Tutto l’armamentario della sua personale leggenda è già in funzione a Parma.

LA DURA REALTA’

Ma poi arriva il campionato, i colleghi marpioni come Mazzia, Mondonico, Scoglio, Simoni. Il 13 settembre, al debutto, la Cremonese passa al Tardini. Complice un errore del portiere Ferrari, disorientato forse dai nuovi compiti che gli vengono chiesti. Zeman ha cancellato la figura del libero, ci pensa il fuorigioco a fermare gli avversari e casomai proprio il portiere, chiamato a uscire dall’area e giocare molto con i piedi. Novità radicali, dure da metabolizzare. L’attacco che in estate sparava a raffica si spunta e in casa arrivano due 0-0 con Messina e Genoa. In trasferta ko a Brescia e Catanzaro, sempre con vistose gaffe difensive. In mezzo vittoria di misura al Tardini sull’Atalanta («Il Parma getta la maschera» titolò speranzosa la Gazzetta di Parma), complice un autogol di Prandelli, ma contro il Bologna di un altro innovatore come Maifredi, arrivò al Dall’Ara la sconfitta che indusse Ceresini a rivedere i piani. Troppo forte la paura di perdere la categoria: 4 punti in sette turni rimasero il bottino di Zeman, esonerato e sostituito con Gian Piero Vitali, un gentleman di tutt’altro stampo tattico che salvò in carrozza la squadra quell’anno (gli presero subito Baiano, Sala, Minotti, Cervone e Rivalta) e il successivo, prima che iniziasse l’era-Scala.

Da allora Zeman è spesso arrivato al Tardini come avversario. La tabella qui sopra mostra che ha raccolto davvero poco. Ma la stima e anche l’affetto di tanti che l’hanno visto all’opera qui a Parma non gli sono mai mancati ed è tanto bello quanto raro vedere che nello sport, qualche volta, il risultato non è tutto.

fonte Gazzetta Di Parma

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Domenica per Zeman saranno 300 panchine in B

Zdenek Zeman domenica, contro il Cittadella, festeggerà 300 panchine in B. La prima panchina, da cui ha diretto una squadra di B, risale a 30 anni fa, il 13 settembre 1987, era Parma-Cremonese che si disputò al Tardini e finì con una sconfitta per 0-2. Non fu un anno felice per il Boemo, chiamato dal Parma per sostituire Arrigo Sacchi approdato al Milan, fu esonerato il 27 ottobre. Non partì bene in campionato, eppure vantava in Coppa Italia 5 vittorie su 5, tra cui la prestigiosa eliminazione ai danni proprio del Milan di Sacchi, e una vittoria contro il Real Madrid (amichevole pre campionato). Tornò a Foggia, l’anno dopo, sempre in B e lo portò in A nel 1990. Con il Pescara ha già festeggiato le 1000 panchine, a Marassi contro la Sampdoria, e all’Adriatico vorrà sicuramente festeggiare con un epilogo diverso, magari una vittoria che aiuterebbe il Pescara nell’ennesima rincorsa a la A e che per Zeman significherebbe la terza promozione in carriera. Auguri e in bocca al lupo Sdengo.

Salvio Imparato