Collina: “Arbitrare il Foggia di Zeman la sfida tecnica più difficile”

Pierluigi Collina, presidente della Commissione arbitri della Fifa, appena eletto miglior arbitro della storia, si racconta al Corriere Della Sera. Nel corso dell’intervista confessa le difficoltà tecniche nell’arbitrare il Foggia di Zeman.

“C’è una grande differenza – dice Collina – tra avere un riconoscimento quando sei in attività rispetto a riceverlo ora, quando ho smesso da 15 anni. Oggi è un premio per qualcosa che hai fatto: niente e nessuno te lo può togliere. Lo vivo con soddisfazione, orgoglio e un po’ di nostalgia. Mi fa tornare in mente qualcosa che mi piaceva molto: stare in campo”. 

IL FOGGIA DI ZEMAN 

 “La mia partita più importante è stata la finale del Mondiale, che però paradossalmente è meno difficile da arbitrare di un match di Interregionale: lì a seconda del risultato il rischio era anche fisico. Poi c’è la difficoltà tecnica della gara, arbitrare il Foggia di Zeman era difficile, con il portiere Mancini che calciava lungo per Signori, Rambaudi e Baiano: i tre partivano come missili ed era complicato seguire lo sviluppo dell’azione”. 

FALLI DI MANO IN AREA 

 “Qualcuno sostiene che oggi non esiste più l’involontarietà, ma non è vero. La vecchia regola diceva che il fallo di mano è un atto volontario, ma già in passato venivano puniti contatti involontari. Euro 2016, colpo di testa di Chiellini contro il braccio alto di Boateng che salta con gli occhi chiusi: contatto involontario, ma rigore dato correttamente. Stessa cosa con Piqué in Russia-Spagna al Mondiale 2018. La volontarietà era ed è solo una delle fattispecie di punibilità, insieme ad altre non volontarie, ma colpose. Quante volte un giocatore colpisce volontariamente il pallone all’interno della propria area di rigore? Quasi mai. La stragrande maggioranza sono braccia in posizione non giustificata, dove non c’è la volontarietà, ma una responsabilità colposa. I giocatori non devono muoversi come pinguini. Per contro non possono essere neppure degli alianti, altrimenti tutto è consentito. La valutazione spetta all’arbitro, la difficoltà è avere omogeneità di giudizio. Devono capire se un movimento è funzionale o meno al gesto compiuto. A volte un braccio a 30 centimetri dal corpo è naturale, altre potrebbe non esserlo. Spetta all’arbitro giudicarlo”. 

FUORIGIOCO 

“Se oggi si parla di qualche centimetro in futuro con lo sviluppo della tecnologia si potrà scendere ancora. La Goal Line Technology ha un margine di errore di 6 millimetri ed è vissuta positivamente, senza polemiche. Se lo stesso si otterrà per il fuorigioco andrà discusso se questo sia rilevante o no. Il tempo di attesa per il Var è lungo? Viene considerato lungo anche per una scarsa abitudine, in altri sport la pausa è vissuta in maniera normale.L’obiettivo a cui lavoriamo è ridurre i tempi di attesa, ma è difficile abbinare fretta e qualità. Alla fine quello che conta è che la decisione sia giusta”. 

Stadio Diego Armando Maradona, è ufficiale!

Lo aveva confermato oggi il sindaco Luigi De Magistris e dopo è apparso anche il comunicato della Ssc Napoli: “Benvenuti allo Stadio Diego Armando Maradona”

Ebbene si, allo Stadio San Paolo l’ultima partita è stata Napoli-Roma 4-1. Dal dieci dicembre si giocherà nello stadio decicato al Pibe De Oro scomparso recentemente.

“Maradona metterà d’accordo tutti anche i Santi. Restano il Parco San Paolo, e l’Ospedale San Paolo e su questo non avrebbe da ridire nemmeno San Gennaro. Maradona è un nome che fa andare oltre, anche alla polemica“

Il Napoli giocherà la prima partita, nell’arena dedicata a D10S, il 10 dicembre contro il Real Sociedad. Il debutto in campionato sarà contro la Sampdoria, ultima avversaria di Maradona in serie A nel 1991, prima per la squalifica di 18 mesi inflittagli per doping.

SALVIO IMPARATO

Romagnoli 200: “Devo tanto a Zeman. Mi volle lui in prima squadra”

Romagnoli-200-Zeman

Alessio Romagnoli 200. presenze in serie A. Il difensore romano si racconta a Skysport, dalla Roma a Zeman e al presente ripercorre tutte le tappe.

Romagnoli 200 su skysport

Duecento presenze. Non un traguardo ma una partenza”

“Romagnoli 200. Duecento partite vogliono dire tante cose, le vedo come un punto di partenza e non di arrivo”- sostiene il numero 13 rossonero – “e spero di farne altre 200 se non di più, sono sempre orgoglioso di essere capitano del Milan, darò sempre il mio massimo ad ogni gara, Il mio sogno è di diventare il più forte di tutti, di vincere e di essere ricordato come un vincente. Ogni giocatore lavora per questo. Punto ad essere un vincente e a vincere il più possibile”. Sul futuro al Milan: “Mi trovo benissimo al Milan, è stato subito amore a prima vista, sto bene a Milano, ho un contratto fino al 2022, manca ancora tanto, poi vedremo. Finché starò qui darò sempre il massimo”. L’ambiente milanista piace ad Alessio, che si confa anche al suo carattere: “Fuori dal campo sono molto tranquillo, anche timido. Mi piace tenermi dentro le cose, ho mantenuto sempre le stesse amicizie, a Milano però ho trovato il mio ambiente ideale”.

La Roma e il primo gol, Zeman, Garcia e il ruolo di terzino

Parole dolci per il suo passato giallorosso:  “Devo tanto alla Roma, tantissimo. Mi ha preso da bambino e mi ha cresciuto, devo tanto a Zeman, mi ha voluto in prima squadra quando ero molto giovane. Fu veramente una bella esperienza. Il mio primo gol è stato molto emozionante”- continua Romagnoli- “poi andare ad abbracciare Francesco è stato fantastico. Sono contento di esserci stato anche io”. Sul passato da terzino con Garcia: “Mi sento un centrale, a diciotto anni non potevo dire di no a giocare terzino. Feci abbastanza bene, fu un’esperienza importante per me ed un passo importante nella mia carriera”.

Mihajlovic, Nesta e Gattuso

Molto importante per la sua formazione anche l’anno a Genova con Mihajlovic, ritrovato poi anche in rossonero: “La Sampdoria la ricordo con grandissima emozione, Mihajlovic per me è stato molto importante. Devo ringraziarlo perché mi ha voluto fortemente alla Samp e al Milan, ha fatto spendere tanti soldi per me, mi ha fatto giocare anche quando facevo qualche errore”. Sulla scelta di prendere il numero 13, lo stesso di Alessandro Nesta: “Nesta per me è il più grande difensore della storia, italiano e non solo. La 13 era disponibile, mi sono sentito di prenderla, senza problemi, con molta leggerezza”. Romagnoli ricorda poi l’arrivo di Gattuso in rossonero, con il relativo addio di Vincenzo Montella: “Mi dispiacque l’esonero di Montella ma il calcio va così, poi arrivò Rino, una persona vera come Sinisa, un vero uomo. Con lui arrivarono i risultati e le soddisfazioni, fu un anno veramente fondamentale per noi. Quel Milan è stato lo specchio del suo allenatore, un Milan sempre pronto a battagliare”.

L’arrivo al Milan, la Supercoppa e la fascia di capitano

“Ho detto sì al primo istante, è bastata una chiamata del mister. Tutto il resto lo ha fatto Galliani col mio ex procuratore. Il Milan vuol dire campioni, trofei vittorie, mi sono sentito sempre parte di una famiglia. Sono arrivato molto giovane, sono qui da sei anni e non posso chiedere di meglio, è stato subito amore a prima vista”. Un pensiero particolare alla Supercoppa, primo trofeo della carriera: “”Il primo trofeo non si scorda mai, negli anni abbiamo potuto vincerne altri, come la finale di Coppa Italia persa ai supplementari. Ne ho perse tre, spero di rimediare nei prossimi anni. Il primo trofeo comunque è stato molto importante”. Che emozione la fascia da capitano, ereditata da Gattuso: “Eravamo in tournée in America, Gattuso mi toccò il braccio e dissi subito sì. Essere capitano di una squadra così gloriosa a 23 anni può essere solo motivo di orgoglio. La fascia del Milan in pochi la indossano, l’hanno indossata i più forti al mondo, è una spinta per fare sempre meglio”.

Il Milan, Pioli, Ibra e il sogno scudetto

Grande stima per il tecnico rossonero Pioli: “E’ uno di noi. Una persona che fa le cose in gruppo, ha voluto tanto che questo gruppo potesse crescere. Non dobbiamo fermarci, siamo all’inizio, niente è scritto. Dobbiamo essere bravi a sfruttare il momento e fare il meglio possibile”. Su Ibrahimovic, vero trascinatore dello spogliatoio milanista: “Ha aggiunto fame di vittorie, mentalità e gol che all’inizio ci mancavano”.  Lo scudetto? “Il nostro obiettivo è e rimane la Champions, il campionato è ancora lungo, è ancora presto per fare previsioni. Giochiamo ogni partita al massimo per arrivare la Champions, poi vediamo”.

Giacomazzi: “Legai tanto con Zeman, lavoro duro che in campo ti ritrovavi”

Giacomazzi-Zeman

Guillermo Giacomazzi si è raccontato a calciolecce.it. Oltre al suo passato a Lecce e a quello con Zeman, ha parlato anche delle esperienze di Empoli e Palermo.

Bella intervista Giacomazzi. Oltre alle parole su Zeman, da leggere è il racconto sul passaggio dal Boemo a Gregucci. Se è vero che con Zeman si poteva arrivare più in alto, c’è da dire che è proprio per quel tipo di calcio che si è sfiorata la Uefa e si sono battuti importanti record, per la storia del Lecce, di Zeman e del calcio. Ed è per questa differenza di mentalità e ovviamente di statura tra i due tecnici che con Grecucci si è retrocessi.

“Pantaleo Corvino mi disse che il tecnico mi voleva fortemente. Andai a parlare perché l’anno prima fu particolare, non giocavo molto e volevo capire se da parte della società c’era qualche malcontento e se dovevo guardarmi intorno. Zeman intendeva il ruolo di mezzala come l’avevo fatto l’anno prima, mi aveva visto giocare già in Uruguay quando giocavo nel 4-3-3 e mi disse di giocare così“.

RITRATTO DI ZEMAN, TRA GIOIE E DOLORI

“Il mister, ironico e molto particolare, legai tanto con lui, mi convinse a rimanere e gli ricambiai la fiducia spaccandomi fin dal primo allenamento. Le sessioni erano dure, lui era un po’ personaggio, ci faceva lavorare anche per rispettare questa sua consuetudine. Il lavoro però te lo ritrovavi in campo, ho imparato tanto dal punto di vista offensivo. I suoi principi ci davano libertà, una libertà all’interno di un insieme di calcio. Credo che quella squadra ogni tanto esagerasse col giocare in avanti. A lui non piaceva quando difendevamo l’1-0, accadde con l’Atalanta e si arrabbiò molto nonostante i tre punti. Dovevamo sempre offendere, e ci insegnava tanto. Dall’altra parte, però, difensivamente c’erano dei concetti particolari, prendevamo dei gol evitabili, Cassetti e Stovini si arrabbiavano spesso…era comunque il suo modo di fare calcio. Facemmo tantissimi gol, eravamo una squadra che proponeva calcio”.

I CONTRASTI

“Ogni tanto – raconta Giacomazzi – parlavamo con Zeman durante il campionato. A volte andavo io a volte Stovini dato che Ledesma era un po’ introverso, chiedevamo di riposare. Ad esempio dopo un venerdì di doppio chiedevamo un po’ di stop e mi diceva, prendendomi in giro, ‘Giacomazzi, vuoi fare te l’allenatore’. Accettavamo e la prendevamo sul ridere. Il secondo ci illustrava spesso i metodi sul ritiro, i calcoli sugli allenamenti e altro. A volte, però, a un calciatore basta una pausa anche mentale per star bene”.

IL CALO E L’EUROPA MANCATA

“A gennaio tendenzialmente le squadre di Zeman calavano dal punto di vista fisico…abbiamo sofferto con delle prestazioni non all’altezza, ma giocavamo. Ricordo una sconfitta ingiusta a Udine, facevamo la partita non come all’inizio ma giocavamo ‘schiaffo su schiaffo’. Sui campi pesanti facevamo fatica. C’è rammarico per quanto non fatto, potevamo ottenere qualcosa in più, anche sul piano delle dichiarazioni. Alla società non piacquero delle sue uscite, il mister mise delle idee di Europa all’ambiente. Alla fine ci salvammo ed era quello l’obiettivo del Lecce. A me è rimasta quella cosa. Ci fosse stata qualcosina di diverso, dal mister alla società, ce la saremmo giocata diversamente per arrivare a qualcosa d’importante”.

GIACOMAZZI E IL PASSAGGIO DA ZEMAN A GREGUCCI

“Un calo di motivazioni dopo l’anno con Zeman e le due stagioni deludenti? Il post Zeman per me fu traumatico. Con Gregucci mi ruppi il crociato, non ci sono stato nei primi cinque mesi, rientrai velocemente ma una volta tornato dopo questi tipi d’intervento non si è mai al cento percento. Ci furono grossi cambiamenti di mentalità: passammo da un tecnico stra offensivo a un catenacciaro, quel Gregucci era catenacciaro. Fare pressing offensivo con lui era impossibile. Fu complicato cambiare ‘chip mentale’ alla squadra. Non sapevamo come far male alle grandi. Con Zeman l’unico cambio ‘difensivo’ era mettere Cassetti davanti, con Angelo messo a fare terzino. Fu l’unico cambio che ci lasciava un po’ straniti. Non ci diceva nulla di strano se giocavamo così contro la Juve, il Milan o la Lazio. Lui voleva andare alto, aggredire…“

CAMPIONATO INFELICE

“Con Gregucci ogni palla era una copertura e non riuscimmo a cambiare. Dal punto di vista offensivo e fisico si percepì il cambiamento di una squadra sofferente. I difensori si sentivano protetti, ma la squadra era lontana dalla porta avversaria. Il mister era alle prime esperienze, sicuramente ci fu un dialogo con la società, ma partimmo male in A e difficilmente recuperammo facilmente”.

EMPOLI E PALERMO

“Ai 26-27 anni feci due tre anni in cui ebbi un calo, persi la nazionale. Bisogna essere autocritici. Non fu facile per me, non feci bene dal punto di vista calcistico. Per sei mesi sono stato al Palermo in una squadra forte, stavo per andare al Siena ma i rosanero volevano una mezzala in più e andai lì. Ritrovai la Serie A, giocai poco ma trovai un bel gruppo. Io ero al 50 percento fisicamente, giocai poco e non fu facile inserirmi in un gruppo forte. A Empoli invece fu diverso, in una cittadina tranquilla. Feci la UEFA con loro e c’erano tanti giovani: Giovinco, Abate, Marchisio, Antonini, che non voleva fare il terzino e lo convincemmo. I vecchi erano Adani, Tosto. La squadra fu rivoluzionata a metà campionato, non andammo benissimo ma potevamo fare molto meglio. Ci mancava una persona che ci desse un’idea calcistica diversa per la qualità che aveva la squadra. Con calciatori così tecnici ci si poteva divertire di più e ottenere meglio i risultati”.

RITORNO A LECCE IN A

“A tre mesi dalla fine del campionato mi chiamarono Fenucci e Angelozzi. Il Lecce decise di riscattarmi e ogni volta che c’era da scegliere optai per Lecce. Non per pigrizia, ma per riprendere quello che è stato fatto prima. Con Beretta in A? Mi trovai benissimo per come era l’allenatore, arrivai con una testa diversa rispetto agli anni passati. Con lui feci tutti i ruoli ma mi disse ‘ti vedo mezzala ma anche trequartista come Kharja e play’. A livello di risultati non fu la migliore annata, non facevamo un gioco fluido ma a livello personale fu una delle mie stagioni più belle a Lecce. Feci tante belle prestazioni, corsa, aggressività, giocate personali…tornai anche in nazionale e quell’anno mi piacque tanto anche se il Lecce non andò bene”.

L’ULTIMA PROMOZIONE E GIACOMAZZI ‘CONSULENTE’. 

“De Canio era un allenatore che amava il contatto coi calciatori. Comandava lui ma chiedeva molto, comunicava. Con me, con Vives, ci consultavamo molto, anche con Di Michele. C’era un bel gruppo e si puntava a fare quello. Anche non giocando, si puntava a far bene pur non sapendo di essere i più forti in B. L’arrivo di David fu importante. Il mister mi chiese un parere su Di Michele, in giro si dicevano cose negative di lui. Io dissi ‘si allena come un animale, è fortissimo’. Il Lecce lo prese e facemmo il salto di qualità. Eravamo già forti con Marilungo e Corvia e per la B, Di Michele, simboleggiò una grande spinta con la sua esperienza e qualità”.

SALVIO IMPARATO

AD10S Diego, il mondo piange e ricorda Maradona, divino poeta del calcio

Il 2020 si porta via anche Maradona. AD10S Diego, il calcio perde la sua divinità, il suo più alto poeta che ha reso questo sport magico esaltandone il racconto.

Difficile, quasi impossibile scrivere qualcosa e non risultare banale o retorico se si parla di Maradona. Di lui è stato già detto tutto, già tanto tempo prima che la sua anima volasse via. AD10S Diego ci lasci una serie di immagini e ricordi indelebili e solo con quelli vale la pena ricordarti… Raccontarti.

AD10S DIEGO, CI CONOSCEMMO AD ISCHIA

Era il 30 giugno 1984 mi trovavo in vacanza ad Ischia. Erano i tempi in cui le vacanze, per un bambino di 7 anni come me, duravano tre mesi e in quel giorno ricordo di aver conosciuto Maradona, il calcio e il Napoli. Era una tranquilla mattina d’estate e prima di andare in spiaggia c’era il rito del giornale e prima colazione. Si andava Fiat 500 blue con tettuccio/cappottina apribile, guidata da mio zio Alfonso, con lui eravamo io e mio fratello più piccolo di tre anni, io del 1975 e lui del 1978 e guardacaso si chiama Diego, nato qualche mese prima dell’esclusione del Pibe De Oro dai mondiali argentini. Menotti gli preferì Houseman nonostante Maradona divenne capocannoniere del campionato argentino con 22 reti.

Beh tornando a quella mattina, mio zio rientrò in auto urlando – <<è nostro, è nostro>> – e incominciò un tour dell’isola suonando il clacson e sventolando il giornale con la notiziao, come se avessimo già vinto uno scudetto. Tra gioia ed incredulità questo fu il mio primo approccio con Maradona, una festa come se già sapessimo cosa ci avrebbe regalato.

IL NAPOLI ALLA RADIO

Da quel giorno tanti ricordi, alcuni lucidi alcuni offuscati. Ricordo benissimo le partite alla radio le domeniche pomeriggio, la voce del mitico Antonio Fontana accompagnato da Guido Prestesimone.

Maradona, Maradona, Maradona e gooooooool stupendo Maradona”

Ricordo benissimo le preghiere durante le partite in cui non si sbloccava il risultato e arrivava un miracolo di Diego. La cavalcata scudetto che partì da una vittoria a Torino contro la Juventus. I bianconeri passarono in vantaggio nella ripresa con Laudrup, poi un Napoli ispirato da Diego andò in gol tre volte con Ferrario, Giordano e Volpecina, che giornata. Gli azzurri non battevano la Juve a Torino da oltre 30 anni.

LO SCUDETTO

Poi ne venne una più memorabile, quella del primo scudetto nella storia del Napoli, che senza te sarebbe stata ben diversa. Una storia che ha impiantato una nuova memoria in chi è cresciuto con i tuoi gol e i tuoi improvvisi colpi di scena. Una memoria fatta di luoghi indimenticabili. Ricordo benissimo dov’ero, quando segnasti il gol in tuffo di testa ed esultasti rotolandoti, nella pozzanghera di Marassi, quando finalmente tornasti dall’Argentina con la barba lunga dopo settimane di telenovela perché volevi andare via da Napoli direzione Marsiglia. Ricordo ogni stanza e ogni sensazione della storia che hai scritto dentro di me.

I MONDIALI

Ho tifato per te sempre, nel 1986 e anche durante la semifinale dei Mondiali 1990 al San Paolo contro l’Italia, fui quasi cacciato dalla casa del mio migliore amico in quella notte magica dove riuscisti a portare una mediocre Argentina in finale. Quelle lacrime, dopo il furto dell’Olimpico contro la Germania, le abbiamo piante insieme a te e hanno misurato l’immenso amore che ti sei saputo prendere e meritare con le tue magia, anche quelle senza maglia del Napoli

LE SQUALIFICHE

Ogni volta che i potenti del calcio ti punivano, anche perché sapevano approfittare di ogni tua innocente debolezza, chi ti ama non ti ha mai giudicato, anzi ti ha aspettato sempre e ha sudato con te mentre ti rimettevi in forma per il maledetto Mondiale 94 in USA. Ha esultato urlando insieme a te dopo quel gol contro la Grecia e ha pianto per la tua squalifica e durante quell’intervista a cuore aperto, rilasciata al mitico Gianni Minà.

NAPOLI ANCORA TI ASPETTA PER IL TERZO TRICOLORE

Un tifoso cresciuto con il tuo Napoli è ancora qui ad aspettarti che torni dalla squalifica infame del 1991, per regalarci un altro scudetto. Il terzo tricolore da cucire al petto. Chi ti ha amato ti vive sempre così, come il grande amore che ci ha lasciato e speriamo che ritorni. Perché tu sei andato via per tornare ancora, lo sappiamo che ti credi. Dovevi pur trovare il modo di tornare a Napoli per farci vincere, con quel corpo stanco e devastato non potevi farlo e hai scelto di essere entità anzi santità, perchè eternità già lo eri diventato. Hai studiato tutto alla perfezione, lo Stadio San Paolo si chiamerà Stadio Diego Armando Maradona e dall’Olimpo il terzo scudetto verrà dalla mano de D10S.

AD10S Pibe De Oro

SALVIO IMPARATO

Burrai: “Zeman mi disse che al massimo mi sarei stirato e mi fece allenare”

Burrai, ex calciatore del Cagliari e Foggia di Zeman, si racconta su acperugiacalcio.com. Ha parlato di passato, presente e futuro

Salvatore Burrai all’inizio della sua carriera, ha avuto la fortuna di essere allenato da Massimiliano Allegri e Zdenek Zeman.

”Max oltre alle grandi capacità calcistiche era sempre sorridente e nello spogliatoio con il suo buon umore metteva tutti a proprio agio. Quando ci rivediamo ci rincontriamo sempre con lo stesso entusiasmo”

Burrai e il timore Zeman

“Dai racconti di Peppino Pavone, che avevo avuto prima a Manfredonia, ero intimorito di incontrare Zeman a Foggia. Mi aspettavo di trovare un burbero, invece è una persona molto solare e divertente. Non sembra ma ama scherzare ed è sempre pronto alla battuta. Un giorno chiesi di fare un lavoro diverso e gli dissi che avevo molto dolore alle gambe, lui restò in silenzio nel fumo della sigaretta e poi mi disse – << ti alleni lo stessi, non hai niente al massimo ti puoi stirare>> – sorrise e mi allenai senza problemi. Però rischiai davvero di farmi qualcosa.

Il futuro da allenatore

“Ho avuto la fortuna di scrivere tutto quello che facevo con gli allenatori che ho avuto, lunedì ho l’esame per il patentino Uefa B e un giorno mi piacerebbe fare l’allenatore. Ma sia chiaro, per ora mi sento ancora un calciatore.”

L’arrivo in estate al Perugia

“Sto meglio – confessa Burrai -, domenica ho fatto un pezzo di partita e sono indietro rispetto agli altri, restare un mese lontano dal campo non è facile ma questa settimana ho lavorato bene. Stiamo vivendo un bel momento dopo le difficoltà iniziali. Ci conoscevamo poco e dovevamo capire le idee di Caserta. Ma qualcosa è cambiato, siamo diventati gruppo e squadra, la svolta è arrivata a Mantova, dove ci siamo vergognati tantissimo per la sconfitta e per come è arrivata. Quel giorno ha decretato l’inizio del nostro campionato. Ora stiamo andando molto bene ma non abbiamo fatto niente, piedi per terra, il campionato è lungo e difficile”.

SALVIO IMPARATO

Ciccio Baiano: “Non si lavora più come Zeman, il calcio è evoluto male”

Ciccio Baiano è intervenuto ai microfoni del Corriere Fiorentino. Ha parlato del periodo Viola e di Zeman.

Cicco Baiano, cosa non sta funzionando?

«Praticamente tutto – confessa Ciccio Baiano – la squadra segna poco e se ne fa uno, ne prende due. Contro il Benevento non ho visto ardore, la situazione è brutta. La squadra gioca con paura, non reagisco: questo mi preoccupa molto».

Teme per la retrocessione come nel 1993?

«No, ma solo per un motivo: perché c’è chi sta peggio della Fiorentina. Con il campionato a venti squadre di solito retrocedono almeno due neopromosse. E guardandosi intorno c’è anche chi sta peggio dei viola, questo ci salva».

C’è un aspetto più degli altri che non la preoccupa?

«L’attacco, mi fa arrabbiare parecchio perché io ci tengo alla Fiorentina».

Vlahovic non la convince?

«Ma chi crede di essere? Si sente penalizzato? Non lo è, è un miracolato. Attenzione: credo che in futuro potrà essere un attaccante importante, ma oggi cos’ha dimostrato per mettere il muso? Guardate com’è entrato nella partita di Roma. Deve capire che ancora non ha fatto nulla per meritare la maglia da titolare a Firenze. Quando si entra in campo ci vuole uno spirito diverso. Vale per lui ma anche per gli altri: subentrando bisogna dimostrare all’allenatore che ha sbagliato a non darti fiducia. Quindi dico che lui, ma anche gli altri, devono pedalare».

Contro il Benevento sembrava che nessuno sapesse saltare un avversario. Vuole mostrare lei come si fa?

«Non potrei fare nulla (sorride ndr), certe cose non si insegnano. Soltanto Chiesa è in grado di saltare l’uomo in velocità, ma lui non c’è più. Lo sa fare Castrovilli, come Ribéry che ci riesce solo perché ha più tecnica degli altri ma non il passo. Ecco, vedo una squadra che cammina».

Allora cosa servirebbe? Un allenatore come Zeman che lei aveva al Foggia?

«Non si lavora più come con lui – sentenzia Ciccio Baiano – in questo il calcio è evoluto male. Tutti fanno preparazione col pallone ma così non ci si accorge di chi lavora al massimo e chi no. Quando invece corri, si vede chi resta indietro. Poi bisogna lavorare anche sulla testa: la squadra è spenta, non azzanna. Si vede che non ci sono leader nello spogliatoio. In questi momenti, per il bene di tutti, bisogna cercare il confronto e se serve mettere il compagno al muro ma qui non lo fa nessuno. Alla fine per quieto vivere non ce n’è uno che alza la voce. Mi sembra che in tanti non si siano resi conto di come si stiano mettendo le cose.

Marocchi manda in onda il calcio antico e Conte non ci sta (VIDEO)

Marocchi in tv difende un calcio che in Italia sta sparendo. Indimenticabili gli attacchi a Zeman e il siparietto con Balotelli. Il cappello in aria a Conte non è proprio andato giù.

Esistono modi e modi per difendere un calcio che in Italia sta mano a mano sparendo. È ancora radicata una certa mentalità certo, che frena certi progetti di gioco, però di base oggi un allenatore parte sempre con il tentativo di fornire un’identità di gioco. Ma Marocchi ieri, in diretta su Sky con Conte, non ha aiutato la sua visione di calcio “preistorico” a restare in auge. Il suo modo di esprimere un concetto, con il termine “cappello in aria”, non è stato entusiasmante se non per gli amanti del calcio da oratorio.

Per quanto i risultati di classifica e di palato non stiano dando ragione a Conte, per quanto possa non piacere a tanti, non gli si può dare torto nella polemica con Marocchi. Ad un allenatore moderno non gli si può chiedere di non allenare il gioco e di far giocare un calcio alla viva il parroco. Di certo Conte poteva evitare di sparare a zero sul calcio dei suoi tempi, etichettandolo di improvvisazione e rischiando di fare di tutta un erba un fascio. Ai suoi tempi c’erano Zeman, Sacchi, Del Neri etc., gente che faceva dell’organizzazione di gioco il loro credo predicando nel deserto. Siamo sicuri non ce l’avesse con loro e nemmeno con Zeman quando ha detto di non essere il tipo di allenatore che manda tutti avanti.

SALVIO IMPARATO

https://fb.watch/1XgCxqvBbf/ (il video Conte vs Marocchi)

Gattuso e De Zerbi i nuovi Zeman, il Boemo ancora un esempio (VIDEO)

Oggi ci arriva un messaggio su Whatsapp. Due ragazzi hanno realizzato un video sul calcio modello Zdenek Zeman.

È importante che, nonostante Zeman sia fuori da tre anni, esistano giovani concentrati sul modello zemaniano, mentre il calcio attuale sembra sempre più propenso a dimenticarlo. Ecco perché abbiamo pensato di condividere questo video. È una testimonianza importante, una traccia lasciata da Zeman va sempre esaltata e quindi abbiamo preso qualche informazione in più.

Loro si chiamano Dennis Lazzaro (riprese) ed Emanuele Chiappini narratore.

“Siamo due ragazzi della provincia di Milano, impegnati nel calcio dilettantistico. Siamo un allenatore con patentino Uefa B, e un preparatore atletico laureato in scienze motorie. Purtroppo eravamo impegnati in un campionato Juniores in Lombardia e vista la situazione siamo fermi. Per la prima volta abbiamo pensato di educare i nostri ragazzi attraverso i social. Questo è il nostro primo approccio con questa tecnologia.”

EDUCARE CON IL MODELLO ZEMAN

“Per stare vicino ai nostri ragazzi e trasmettergli qualcosa, quali migliori concetti sono sportivamente educativi se non quelli di Zeman? Come lui dice, il calcio più che un sport è un gioco, ed è un messaggio con un’etica forte e rispecchia le nostre idee. Essendo il calcio lo sport che sarà sempre più praticato dai giovani ci teniamo ad usare la rete per informare e fare cultura invece di creare contenuti trash o di reaction. Zeman fa parte del nostro percorso di ricerca, di crescita, e sarà l’apripista per contenuti di qualità.”

GATTUSO E DE ZERBI GLI ZEMAN ATTUALI

“Per quanto riguarda a livello di MESSAGGIO, Ringhio (Gattuso) è l’allenatore e l’uomo che più segue le tracce del Maestro (Zeman). Numerosi gli episodi di aiuto e di esempio positivo verso staff, calciatori, tisoseria e dirigenti. Davvero una mosca bianca in questo calcio più concentrato sul business. De Zerbi invece segue le tracce offensive del Boemo cercando di dare più equilibrio con il palleggio e una linea difensiva ben coordinata”.

SALVIO IMPARATO

Totti: “Ho avuto il covid con polmonite, non è stata una passeggiata”

Francesco Totti, attraverso i suoi profili social, confessa di aver avuto il coronavirus sfociato in polmonite bilaterale.

Ecco il post integrale di Totti

“Ciao a tutti! Come avete saputo in queste ultime settimane non sono stato bene.
Ora mi sono ripreso e posso dirvi con un certo sollievo che ho avuto il COVID e non è stata una passeggiata: febbre che non scendeva, saturazione dell’ossigeno bassa e le forze che se ne andavano.
La diagnosi è stata un colpo al cuore: POLMONITE BILATERALE per infezione da Sars Cov 2! Vista la tempestività della diagnosi sono riuscito a curarmi da casa, 15 lunghi giorni ma adesso che tutto è passato voglio ringraziare coloro che mi sono stati più vicini e quindi un grazie speciale al Prof. Alberto Zangrillo alla Prof. Monica Rocco e Silvia Angeletti.
Il COVID si può battere con le giuste precauzioni e indicazioni”.

https://www.instagram.com/p/CHz-W1VBdH6/?igshid=47k92g7z27ir