Gattuso ha ragione, ma è corretto dire che il Napoli torna a pensare?

Gattuso chiede alla stampa di fare il bene del Napoli, ma forse sbaglia a spiegare il nuovo metodo del Napoli. Proviamo a spiegare perché.

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Lo snobismo per Gattuso è partito. Era auspicabile portando vento di sarrismo, specialmente se sbandierato da chi meno te l’aspetti, da De Laurentiis, il presidente che qui chiamano Pappone. Ed è qui che la stampa partenopea ha perso la bussola. Mesi e mesi a difendere Ancelotti per screditare il predecessore, con tesi improbabili e in malafede, si è sentita tradita da questo inauspicabile dietrofront presidenziale. Un tradimento simile lo ha subito la famosa pagina sarrismo, quando fu ufficiale il passaggio di Sarri alla Juventus. Di certo i fan del toscano non hanno il coltello tra i denti come alcuni giornalisti vicini al Napoli, pronti a pugnalare Gattuso, sperando in passi falsi e fallimento.

Gattuso fa benissimo a sfogarsi e a chiedere il bene del Napoli. Sbaglia però, insieme al Napoli (Giuntoli ndr), a dire che il Napoli torna a pensare. I termini e la comunicazione sono importanti, se Sarri veniva attaccato per la sua, irriverente e a volte volgare, era però impeccabile nei termini e nei concetti. A dire il vero anche Ringhio, quando ha parlato di calcio in serenità ha saputo essere chiaro e ha dimostrato preparato. Ma sulla questione della squadra pensante ha dato l’assist perfetto ad alcuni media per alzare il polverone Gattuso vs Ancelotti.

Di solito la stampa calcistica, specialmente quella autorevole, non studia, non si aggiorna anzi il loro scopo, data la velocità di consegna e la ricerca di feedback click tendono ad essere superficiali ed approfittare di crepe di linguaggio. In questa giungla abbiamo assistito a concetti chiari stravolti completamente, quindi figuriamoci. Ecco che in questo contesto non conviene esprimere concetti delicati in modo errato.

IL NAPOLI DI ANCELOTTI DOVEVA PENSARE TROPPO

Il Napoli ha cambiato metodo e se vogliamo affermare che quello attuale è più giusto per questo Napoli non sbagliamo. Sbagliamo se diciamo che la squadra torna a pensare, perché con Ancelotti il problema era proprio questo. I ragazzi erano costretti a pensare troppo ed essere meno automatizzati. Dovevano essere più pronti ad interpretare lo sviluppo del gioco (ne abbiamo parlato qui), e su questo vuoi per una questione, di caretteristiche, di tattica o psicologica, il Napoli ha avuto delle grosse difficoltà di continuità. Con Gattuso si torna a lavorare di catena, ad impare a memoria certi movimenti e quindi ad allenare la concentrazione per mantenere certe posizioni ed eseguire geometricamente il modulo. Si torna a pensare si, ma di collettivo e non più singolarmente. Alla fine forse il più grande errore di Ancelotti è stato pretendere troppo da questi calciatori e troppo poco da De Laurentiis.

Salvio Imparato

SARRI: “L’ITALIA SPRECA OCCASIONI, MA IL RICHIAMO È FORTE”

Maurizio Sarri esce allo scoperto, lo fa sulle pagine di Vanity Fair e liquida un po’ il personaggio dipinto dalla pagina che lo celebra e dai suoi tifosi. Un Sarri che non ti aspetti, ma che si intuiva per come ha lasciato Napoli.

RITORNO IN ITALIA

 «Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo (…) È roba faticosa, la panchina. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti».

FEDELTÀ AL NAPOLI 

«I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero».

ASPETTI NEGATIVI IN ITALIA

 «Il concetto di vittoria a ogni costo. Un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti – cosa che mi preoccupa di più. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto».

SARRISMO E SOCIAL

«È un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp».

LA POLITICA

 «Nel calcio ci si schiera poco. Per non trovarsi qualcuno contro. La mia estrazione è nota. Papà era gruista all’Italsider di Bagnoli. Mio nonno era partigiano, salvò due aviatori americani abbattuti dai nazisti, li tenne in casa per due mesi. È normale che avessi certe idee, oggi la politica non mi interessa più. Vedo storie di una tristezza estrema. Da lontano l’Italia è un posto che spreca occasioni».

ALLENARE CAMPIONI

 «Esistono squadre medie di grandi giocatori o grandi squadre di giocatori medi. Io lavoro su questo. Il fuoriclasse è quello a disposizione della squadra, altrimenti è solo un bravo giocatore. Siamo pieni di palleggiatori fenomenali. Pure ai semafori. Il divertimento è contagioso se collettivo. Se ti diverti da solo, in 5 minuti arriva la noia».

SENZA LA TUTA

«Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente».

SUPERSTIZIONI 

 «Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono».

Da Sarrismo a Sarriball: lo stato dell’arte del progetto-Chelsea 

Sarri-Sarrismo-Sarriball

 

La coniatura enciclopedica del termine Sarrismo, se da un lato rappresenta la risultante di tre stagioni in cui nessun altro come il Napoli è riuscito ad andare vicino a scalfire il potere della Juventus, dall’altro racchiude in sé il rischio che l’allegoria prenda il posto di quel terreno verde in cui lo stesso neologismo collegato alla figura del tecnico tosco napoletano trova una propria sublimazione. Sarri, del resto, è uomo di campo prima di qualsiasi altra cosa e appare fondamentale, in questa fase, accendere i riflettori su punti di forza, debolezze e potenzialità del suo Chelsea, al termine di un primo scorcio di stagione in cui i blues – risultati alla mano – sembrano respingere al mittente le aspettative di difficoltà di recepimento tattico del credo sarriano da parte del gruppo, da più parti vaticinati.  

 4-3-3  NON SI CAMBIA 

Il modulo di gioco resta il 4-3-3. Nelle idee iniziali, dei punti di contatto con il Napoli ci sono. In primo luogo, la chiara intenzione di impostare una catena di costruzione a sinistra ed una catena di equilibrio-finalizzazione a destra. Basti pensare alla caratteristiche dei terzini (Azpilicuetaviene dalla difesa a tre mentre Alonso è maggiormente portato ad offendere).Ciò è reso evidente dalla presenza di Kante a destra e Kovacic a sinistra, quest’ultimo deputato principalmente ad un ruolo di raccordo non solo della catena mancina, ma delle due fasi di gioco. In particolare, Kovacic ha un doppio compito, tra i più delicati nell’economia complessiva degli equilibri tattici: 1) coprire la spinta di Alonso, rinculando in fase difensiva; 2) inserirsi quando Hazard si abbassa a prendere palla per creare gioco. Un Hamsik più solido? Mettiamola così, volendo ridurre tutto ad una semplificazione che serve comunque a far comprendere quanto il croato dia a Sarri in termini di equilibrio complessivo. Le catene, rispetto all’assetto tattico del Napoli, vedremo che presentano una struttura dinamica differente, determinata principalmente dal fattore-Hazard.  

 LA FASE DI IMPOSTAZIONE: NON SOLO JORGINHO 

L’impostazione: ovviamente, il faro è inutile specificare chi sia. Anche perché è facile credere lo sappia chiunque abbia dato lo sguardo alla distinta di un qualsiasi schieramento del Chelsea, tecnici avversari compresi. Quindi, prima cosa: schermareJorginho. Quando avviene – ed avviene sistematicamente – come mutano le dinamiche dei blues in fase di inizio azione?Kepa Arrizabalaga, man mano che passano le giornate, dà la sensazione di giustificare gli 80 milioni di euro investiti per il cartellino. Prodigiose le sue performance tra i pali contro Liverpool e Southampton. Pur essendo in netta crescita e pur migliorando l’intesa con i compagni, il basco sbaglia tuttavia ancora alcune scelte, come quando sceglie di aprire su terzini la cui linea di trasmissione palla è soffocata. L’opzione due (in attesa di capire se e come Kepa possa divenire col tempo un’opzione-tre) divengono così i centrali, bravi ad allargarsi e portare palla, specie David Luiz che quando riesce a divenire centrocampista aggiunto scompagina spesso gli equilibri avversari, specie quelli con attaccanti che non rientrano. Le statistiche appaiono in tal senso eloquenti: se prendiamo come riferimento Whoscored ed analizziamo i passaggi totali, notiamo che i due centrali David Luiz e Rudiger hanno collezionato rispettivamente 614 e 629 passaggi, secondi solo a Jorginho che guida la classifica con 853. Per dire quanto Kepa in questa fase non sia, a differenza di Pepe Reina a Napoli, un’opzione è sufficiente evidenziare che di passaggi il portiere (collezionista di cardellini) ne ha finora fatti segnare “appena” 238, pur senza sbagliarne mai la finalizzazione. Proprio l’aggiunta di Luiz in impostazione libera di fatto una linea di passaggio, spesso decisiva per una rapida verticalizzazione. Interessante tuttavia notare come Jorginho vada a grandi passi verso la direzione di un percorso di crescita che lo porta a giocare una doppia partita: con i piedi, ma anche con le mani, da tecnico in campo e depositario più di ogni altro del credo sarriano. Per farsi un’idea, è sufficiente tornare al precampionato: osservate questo video al minuto 0.55. Chi appare in difficoltà invece Cesc Fabregas. Sarri lo ha eletto vice-Jorginho, ma le caratteristiche sono diverse. Se l’italobrasiliano, pur avendo meno qualità dello spagnolo, sa già cosa deve fare due o tre passaggi prima, Fabregas ha necessità di avere la palla tra i piedi, determinando il venir meno di alcuni tempi di gioco fondamentali ad inizio azione.  

 

L’EDEN SARRIANO 

Hazard è finora il fattore che sposta gli equilibri. Un peso specifico paragonabile a quello di Higuain tre stagioni orsono. Sarri ha compreso sin da subito che il belga, che non è un omologo di Insigne e nemmeno di Mertens, presenta caratteristiche sue proprie che vanno ricondotte non già ad uno schema, ma ad un’idea in cui, a nostro modo di vedere, lo vede più vicino ad un Higuain. Un finalizzatore più che un creatore, pur tuttavia risultando imprescindibile anche per la sua profonda vena creativa. Sarri, per questi motivi, in questa fase chiede ad Hazard essenzialmente una cosa. Non di mantenere la catena (la partenza a sinistra è solo nominale, ma svaria su tutto il fronte) ma di restare negli ultimi 30 m, laddove può suggerire e soprattutto finalizzare, che è ciò che gli riesce meglio, alla luce delle sette reti in otto gare (lo scorso anno ne aveva complessivamente realizzate dodici). Anche per questa ragione, in questa fase, a Morata sta preferendo Giroud, che si rivela essere un elemento fondamentale capace di far crollare la letteratura secondo la quale Sarri ripugnerebbe il centravanti-boa. Perché Giroud si rivela così determinante? L’abbiamo visto in Russia. Non segna, ma fa vincere mondiali e partite perché non solo crea spazi con la sola stazza in partite “chiuse”, ma si rivela un’arma in più nel suggerire quelle palle, talvolta sporche, sfruttando molto le sue lunghe leve. Anche qui è opportuno proporre un video: minuto 1.36 e 3.50. Un po’ di numeri che attestano il maggior impatto del francese nella manovra dei blues:  finora Giroud è il top-assistman (4) e ha collezionato 120 passaggi contro gli 89 di Morata, a fronte degli stessi minuti giocati. Sarri dispone di cinque attaccanti titolari. Li ha alternati abbastanza regolarmente anche perché non si tratta di “doppioni”. Ognuno ha caratteristiche di base differenti: oltre a Giroud ed Hazard, ti ritrovi con Pedro che ha nel taglio-Callejon la sua arma (ed è risaputo quanto un elemento dalla sue caratteristiche, capace di mettere finora segno tre reti, sia fondamentale nel momento in cui gli avversari fanno densità in zona palla o quando l’azione si sviluppa sul lato opposto, laddove il Chelsea costruisce, al fine di sfruttare il lato debole, come qui al min. 0.55), Morata che legge la profondità (le sue difficoltà iniziali sono spesso dovute alle squadre che chiudono il verticale) e Willian che è in grado di creare superiorità con il dribbling a rientrare, pur non essendo un finalizzatore. Più dietro nelle gerarchie c’è il nigeriano Moses, parzialmente adattato per le sue caratteristiche rivolte alla copertura, al punto che Conte non disdegnava di impiegarlo esterno a centrocampo nel suo proverbiale 3-5-2.

DIFFICOLTÀ VECCHIE E NUOVE 

La difficoltà principale, per il momento, è data dalla paura che in certi momenti ha la linea difensiva nell’accompagnare l’azione in fase di non possesso, determinando spesso, oltre alle difficoltà nel portare un pressing efficace, situazioni di palla scoperta acuite dalla posizione di Alonso, sempre molto alta, oltre ad una certa distanza che va a crearsi tra centrocampo ed attacco di cui avversari bravi a riempire glihalf-spacespossono approfittare. In alcune fasi è stato Kante, a metterci una pezza con chiusure da lato a lato da antologia; in altre occasioni si ripresenta la tipica situazione napoletana di difficoltà sugli attacchi avversari da lato a lato. Tolti gli attaccanti che vengono ruotati molto tanto di partita in partita che all’interno della gara stessa, il “dodicesimo” uomo è Ross Barkley. Con lui il centrocampo cambia parte delle caratteristiche di base, alzando il baricentro e creando di fatto una situazione di 4-2-3-1 tale da alzare la pressione ed invertire le inerzie. Barkley, pur essendo più forte fisicamente, come Zielinski nasce trequartista e come il polacco, a fronte di un enorme talento ed un evidente positiva sfrontatezza, necessita ancora ultimare il suo processo di crescita, necessitando ancora di digerire a fondo il meccanismo delle catene, in cui l’interno di centrocampo deve coprire la spinta del terzino. Un esempio dell’altra faccia della luna lo si osserva nel match contro l’Arsenal, un proprio compendio di come, pur vincendo 3-2, gli uomini di Sarri soffrano molto le situazioni descritte, anche perché è proprio Barkley a far venir meno l’equilibrio sulla corsia mancina, lasciando spesso Alonso solo ad affrontare situazioni di 1vs2. 

 RUOTARE SÌ, RUOTARE NO 

Infine, rotazioni. Gli attaccanti, come detto, ruotano tutti. Sia nell’arco del match che da match a match. Tutti tranne uno, ovviamente. L’altra rotazione è proprio Barkley-Kovacic, la quale contro il Southampton sembra aver pagato dividendi enormi. Gli altri, almeno in campionato, sono quelli. Nelle coppe, invece, ruotano tutti. Contro il Videoton, difesa tutta nuova, contro il Liverpool in Carabaho Cup per tre quarti. Va specificato tuttavia che – come noto – le vicende estive, tra reduci dal Mondiale, infortuni e tardivo ingaggio dello stesso Sarri, hanno determinato che, di fatto, la squadra non ha portato avanti il ritiro precampionato. A dispetto di ciò i risultati danno ragione a Sarri, che continua a ripetere quanto Klopp e Guardiola siano uno step avanti e quanto sia difficile colmare il gap in una sola stagione.  

Per ora, attimi di Sarriball non mancano.  

PAOLO BORDINO

De Laurentiis: “Sarri non mi è piaciuto, errori non credo di averne fatti. Ho dovuto fare la voce grossa con il Chelsea, Sarri voleva smontarmi la squadra” (LINK VIDEO)

De Laurentiis oggi ha parlato anche a Sky, ecco le sue parole

“Non mi è piaciuto – dice il patron azzurro – quando ha detto che abbiamo fatto tutti e due degli errori, io non credo di averne fatti. Anche nel momento in cui non l’ho contestato non ho sbagliato, perché sarebbe stata la cosa più ovvia per come si stava comportando rinviando. Aveva un contratto, avrei potuto dirglielo perché stava facendo un atto non accettabile nei confronti di calciatori che lui stesso aveva valutato di non grandissimo calibro. Questi giocatori gli hanno dato tanto, li ha violentati nei suoi fantastici allenamenti ma loro hanno sempre risposto alla grande. Poi, cosa ancor più grave, voleva smontarmi la squadra, portandola tutta in Inghilterra. Ho dovuto fare la voce grossa con Marina, per farmi garantire che da qui non si sarebbe mosso nessuno. Poi si è preso Jorginho, perché ad Ancelotti piace Diawara e c’era l’intenzione di spostare Hamsik in quella posizione”

http://video.sky.it/sport/calcio/serie-a/de-laurentiis-sarri-non-credo-di-avere-commesso-errori/v436573.vid

SALVIO IMPARATO

Mastellone: “Sarri ama la città in modo straordinario, ma vuole rinforzi per conquistare lo scudetto. Io il primo a sapere dei contatti con De Laurentiis”

Oggi abbiamo avuto il piacere di intervistare il commendatore Gaetano Mastellone, amico di Sarri ed ex vicepresidente del Sorrento, che rassegnò le dimissioni quando il tecnico toscano fu esonerato, nonostante fosse ad una lunghezza dai playoff, sostituito da Gennaro Ruotolo. Con lui abbiamo parlato dell’attuale situazione tra Sarri e il Napoli, dove in ballo c’è il rinnovo e l’eventuale permanenza del tecnico di Figline Valdarno

Buongiorno commendatore Mastellone, innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista, da amico ed ex vicepresidente del Sorrento di Sarri, come sta vivendo questi dubbi di permanenza del toscano a Napoli, lei che lo conosce bene quali sensazioni ha, resterà? Quali sono le vere riserve del tecnico?

Io sto vivendo questo momento con serenità perché so bene che Sarri è molto legato al Napoli ed ama la città in modo davvero straordinario. Lui qualche settimana fa è stato chiaro: vuole avere una squadra modificata in meglio, quindi rafforzata, per conquistare lo scudetto. Senza se e senza ma.

Il mister come vive le critiche del presidente e di alcuni giornalisti nonostante il campionato fantastico e il record punti?

Il presidente credo abbia espresso, come è giusto che sia, il suo pensiero. Ambedue sono caratteri forti che, da persone intelligenti quali sono, sanno smussare gli angoli!

Polemiche arbitrali a parte, il Napoli ha perso lo scudetto per un filotto che non è riuscito a centrare, con una squadra come la Roma si può perdere, ma da Sassuolo in poi qualcosa sembra non aver funzionato. In base alle sue conoscenze Sarri si rimprovera qualche scelta, ha qualche rimpianto? Lei da presidente avrebbe avuto qualcosa da rimproverargli?

Sarri è un grande professionista, una persona dotata di un alto quoziente intellettivo e quindi sa ripartire da eventuali errori (pochi) che potrebbe aver fatto. In questi tre anni ha lavorato, e bene anzi benissimo, con il materiale umano che aveva a disposizione. Oggi è giusto che chieda qualche nuova pedina valida in più! In guerra non si combatte con le armi spuntate!

Su Sarri sono nati molti luoghi comuni, un po’ come successo a Zeman ispiratore della nostra testata, etichette fastidiose e difficili da scrollarsi di dosso. Il nostro direttore Salvatore Piedimonte è un amico comune e di sicuro ne avrete parlato, quindi domanda d’obbligo, in cosa differenzia Zeman e Sarri, che visione ha del Boemo?

Zeman ha tutta la mia stima, è un vero uomo oltre ad essere un allenatore innovativo. Differenze con Sarri? Maurizio è più moderno, ambedue sono studiosi di calcio e seri professionisti che dicono sempre ciò che pensano. No ipocrisia!

Lei che è amico diSarri, ci racconta un aneddoto inedito del vostro rapporto o della vostra esperienza al Sorrento?

Essere amici, anche se con poche assidue frequentazioni, lo si capisce da piccole cose. Ricorderò sempre la sua telefonata del pomeriggio del giorno in cui la sera doveva incontrare a cena il Presidente Aurelio De Laurentiis. Squilla il mio telefonino, era lui. Vediamoci sto venendo a Sorrento. Siamo stati insieme, c’era anche la sua Signora, per quattro ore. Poi andò a Napoli per il primo incontro a cena con De Laurentiis. Insomma sono stato il primo a saperlo! Ovvio che restai in religioso silenzio.

SALVIO IMPARATO

Al Napoli e a Sarri manca un mercato condiviso

In questo momento di difficoltà del Napoli, la tendenza ovviamente è quella di trovare un colpevole, che sia la società, l’allenatore o la mentalità della squadra, non ha importanza, basta trovarne uno per discutere e ridurre il tutto a risse virtuali. Si trascura l’analisi approfondita e la critica costruttiva, o si distrugge o si elogia, creando una frattura netta, un solco dove da un lato c’è il Sarrismo e dall’altro il Papponismo. Oggi scegliere da che parte stare non è utile, bisogna invece individuare le possibilità di miglioramento di tecnico e società, in base alle caratteristiche di entrambi. Quindi non limitare la storia alle presunte mancate rotazioni di Sarri, alla sua rigidità e ai mancati acquisti del presidente, ma all’analisi di queste cause, cercando di individuarne l’evoluzione e magari partecipare al gioco delle possibili soluzioni.

Il Napoli non è un top club europeo, lo dicono i conti, con due anni consecutivi di bilancio in rosso gli azzurri sono il trentesimo club europeo per fatturato, questo non bisogna dimenticarlo, ma resta comunque ai vertici del campionato italiano, frutto di un gioco specifico, fatto di sincronismi, croce, ma più delizia, di questo Napoli. Croce perché, in un calcio moderno, fatto di più competizioni, un sistema di gioco così estremamente legato ai suoi interpreti migliori si espone, inevitabilmente, a questi periodi di calo. Il paradosso è che questo limite, se vogliamo chiamarlo così per la mancanza di alternative, è la maggior fonte di delizia degli azzurri, appunto perché l’impiego esclusivo dei titolari ha portato ad un perfezionamento di ogni movimento, offensivo e difensivo, occhio che Sarri non lascia niente al caso, abbassare il baricentro e giocare sotto ritmo, senza lavorare, su determinati concetti e movimenti, per lui sarebbe inconcepibile, tante volte il calcio è stato teatro di squadre offensive non in grado di gestire la partita, abbassando l’intensità. Ecco perché questo tipo di gioco, da sempre, va sostenuto da un certo tipo di mercato, non certo quello dei top player che piacciono a certa stampa, ma quello di giocatori funzionali al sistema e con una certa esperienza. Sarri oggi ha disegnato un impianto di gioco, che deve sostenersi anche con questa capacità di fare mercato, una qualità che manca a lui come manca al Napoli, non ci si può permettere un difensore, pagato 30 milioni, attaccanti e centrocampisti non integrati nella rosa e da smaltire puntualmente. Questa squadra, negli interpreti principali, è stata assemblata da Benitez, che ha una profonda conoscenza del mercato e dei giocatori, e non sarebbe male perfezionarsi in questa caratteristica, vedremmo più rotazioni e duttilità, invece di giocatori sgraditi e inutilizzati, ma deve essere un aspetto condiviso, un miglioramento fatto insieme, perché una società e un allenatore che lottano per i vertici, non possono più mostrarsi così distanti sull’individuazione di elementi utili alla causa, anche per non dare voce a chi punta il dito su mancati acquisti o sul mancato aziendalismo del tecnico, che ogni anno è costretto, nelle emergenze, ad inventarsi qualcosa e attenderne gli effetti, il lavoro ha sempre aiutato Sarri e almeno questi due mesi, senza coppe europee, gli daranno la possibilità di dedicare tempo a quello che sa fare meglio, allenare.

SALVIO IMPARATO

Sarrismo, Zeman e disfatta mondiale secondo Mastroluca

In una settimana senza campionato, ma con la triste mancata qualificazione della nostra nazionale, il pensiero di uno zemaniano attratto e incuriosito dal Sarrismo, il nuovo fenomeno calcistico italiano, non si ferma. Ho avuto l’occasione di dialogare e confrontarmi, cercando di approfondire le origini, le evoluzioni e le similitudini con il calcio del passato, magari perché no, anche quello del presente con Alessandro Mastroluca sagace esperto di calcio, autore di interessantissime analisi tattiche su Fanpage e Rivistaundici.com

Ciao Alessandro, tu che analizzi il calcio partendo da lontano, cosa rappresenta per te il Sarrismo, fanatismo o si può parlare di qualcosa di innovativo?

“Secondo me Sarri più che innovare davvero, perfeziona una serie di filoni che già si erano intravisti. Quello di Sacchi in primis, e quello di Zeman di cui riporta quell’idea di 433, come modulo migliore per coprire gli spazi. Porta certamente un modo di giocare interessante, lo fa in una maniera tale che gli permette di combinare, quest’anno più dell’anno scorso, l’equilibrio in fase di non possesso e nel recupero alto del pallone, perché la squadra resta corta rendendo più difficile per gli avversari ribaltare l’azione e cercare di saltare la prima linea di pressing. Contemporaneamente il Napoli non ha più bisogno di andare a duemila e la massimo per vincere le partite, come l’anno scorso, sa anche gestire e controllare proprio perché si muove molto meglio in campo. Detto questo  qualcosa di innovativo sicuramente c’è, Sarri non è un rivoluzionario, ma non credo che oggi nel calcio si possa più veramente innovare, si può perfezionare. Sostanzialmente la qualità dell’allenatore di oggi è cercare di fare in modo che i giocatori che ha, rendano al meglio, nel caso di Sarri c’è una visone che si adatta alla rosa e dunque che plasma il senso della squadra, ed è una visone che poggia su una tradizione, che non è quella tutta italiana difesa e contropiede, ma è appunto figlia del filone che parte da Sacchi in poi.”

Perdendo Higuain, il tridente del Napoli sembra più puro, più libero di esprimersi 

“Si e no, nel senso che Higuain non è un centravanti classico, non è una prima punta come siamo abituati a vedere, per quello si inseriva bene nel 4-3-3, perché è un giocatore che fa un enorme lavoro per la squadra, non a caso Capello lo volle al Real Madrid dopo averlo visto al River,  che fa tanto movimento per i compagni, viene tanto dietro, crea gli spazi per gli inserimenti degli esterni ed è un lavoro che funziona altrettanto  bene anche oggi alla Juventus, che si incastra bene sia con Dybala che con Mandzukic, perché il croato lavora molto più sull’esterno, mentre Higuain agisce nel corridoio centrale andando a dare profondità,  permettendo a Dybala  eventualmente di inserirsi da dietro, facendo in modo che i due esterni alti vadano ad occupare i semispazi con i due interni, in fase di costruzione, trovandosi poi di nuovo libero nella fase di finalizzazione. Quindi Higuain si incastrava bene nel 4-3-3 di Sarri, certo era evidente dall’altro lato che era talmente tanto importante per la squadra, che tendeva a giocare per lui  e questo ha creato non pochi problemi al primo Sarri, quando l’argentino è mancato, quando non aveva a disposizione una prima punta che facesse lo stesso tipo di movimenti, che fosse un punto di riferimento in quella maniera, anche lo stesso Mertens ci ha messo un pò a capire come muoversi come centravanti nel tridente, non ci dimentichiamo che i primi tempi di Mertens falso 9, che è un termine che mi piace poco ma per capirci, non sono stati buonissimi, il Napoli aveva tanta difficoltà ad entrare in area, a creare azioni, faceva tanto possesso, ma abbastanza sterile negli ultimi venti metri, quando Mertens ancora veniva troppo dietro facendo più movimento da attaccante esterno del 4-3-3, che non da attaccante centrale. Adesso i movimenti di tutti, di Mertens in relazione alla squadra, della squadra in relazione ai tre davanti sono estremamente perfezionati e quindi può funzionare anche un modo di costruire l’azione, se vogliamo prevedibile nel suo sviluppo, cioè molto sul lato sinistro, sfruttando il triangolo Ghoulam (prima che si infortunasse), Hamisik e Insigne, lavorando per ribaltare il gioco con Callejon sul lato debole, che va alle spalle del difensore opposto, lui che è ala molto più classica rispetto a Insigne.

Sarri tempo fa, ad Empoli, dichiarò di non avere modelli, vedendo però in Zeman il personaggio che più lo affascinava, ma gli addetti ai lavori preferiscono paragonarlo a Sacchi e a Guardiola, più che al Boemo. Tu ci vedi tanto o poco di Zeman nel calcio del toscano?

Chiaramente Sacchi secondo me è il primo riferimento dal punto di vista nel modo di giocare, perché è il capostipite della zona pressing, della difesa orientata venendo in avanti, di un pressing orientato al recupero alto del pallone, all’idea che la squadra debba essere corta, all’idea che ogni giocatore abbia dei compiti che devono essere semplici, interiorizzati e ripetuti. Questo è il calcio di Sacchi ed è un pò anche il calcio di Sarri, come principi. Di Zeman vedo affinità nel modo di intendere il ruolo di allenatore, che non è solo uno che si adatta ai giocatori che ha,  ma che cerca di imporre una visone, che cerca di portare una filosofia, che cerca di essere maestro e insegnante di calcio, quindi è il modo di intendere il suo ruolo di allenatore che più li accomuna, più che l’aspetto strettamente tattico delle squadra.

Tu che segui il calcio a 360 gradi, cosa pensi del Sarrismo personalmente e cosa pensi della visione tutta italiana, non ultimo Allegri si è espresso sulla questione, che antepone la vittoria all’estetica del gioco, cercando di sminuire quest’ultimo fenomeno nato dal binomio Napoli-Sarri?

Da un certo punto di vista è questione di quali obiettivi e ambizione hai, perché si può vincere in tanti modi. E’ chiaro che alla Juventus,  dove per tradizione già con gli Agnelli – <<La vittoria è l’unica cosa che conta>> – , la bellezza del gioco verrà inevitabilmente, inesorabilmente al secondo posto, se non al terzo, rispetto all’efficacia e al raggiungimento del risultato. In una piazza come Napoli,  finché non c’è stato il salto di qualità degli ultimi anni,  e quindi quando il Napoli è diventata ed ha cominciato a viversi e a sentirsi come una concorrente per lo scudetto,  quando l’obiettivo del Napoli era arrivare tra le prime quattro allora la visione, la passione, l’identità e la riconoscibilità, diventavano valori che permettevano identificazione, che permettevano al modello Napoli di essere percepito come qualcosa di peculiare, e dunque essere percepito come un valore, ed è quella la cifra distintiva. Ora questo non basta più, adesso Sarri deve vincere.

Ora però la situazione, con l’infortunio di Ghoulam, che si aggiunge a quello di Milik, si complica non poco per Sarri, se come hai detto adesso deve vincere, per farlo basterà attendere che Mario Rui cresca, o pensi che Sarri debba addirittura inserire un altro modulo o adattare dei giocatori ne ruolo di terzino sinistro? 

Io ho l’impressione che qualcosa debba cambiare, ma non tanto per Mario Rui che comunque è un giocatore valido e ha delle caratteristiche che potrebbero prestarsi, anche lui è un terzino di spinta e che per giunta Sarri conosce già, ho la sensazione però che è il resto della squadra che deve incominciare a muoversi diversamente, perché ovviamente Mario Rui non ha gli stessi movimenti, non ha la stessa tendenza offensiva che ha Ghoulam. Questo richiederà del tempo, perché ora la squadra si muove a memoria, se invece hai un terzino che non sale così alto, o che lo fa con un tempismo diverso, allora è chiaro che per costruire la stessa situazione su quella fascia la mezzala di riferimento dovrà stare magari più alta, l’altra mezzala, che gioca nella posizione opposta ad Hamsik, occuperà una zona di campo diversa, venendo  un pò più centrale se lo slovacco si sposterà accompagnando dal lato di Insigne. Lo stesso Koulibaly probabilmente dovrà scalare diversamente, per garantire a Mario Rui le spalle coperte, c’è tutta una piccola serie di adattamenti che andranno fatti, perché Mario Rui, almeno nella fase iniziale, dovrà interiorizzare una serie di movimenti che al momento non ha, però per garantire la stessa efficacia in un modello che funziona come un ingranaggio, in cui tutti hanno dei compiti precisi, semplici e specifici, se uno degli anelli salta tutti gli altri devono lavorare diversamente per coprire quella mancanza e del tempo ci vuole, il tempo che ci è voluto l’anno scorso per abituarsi a giocare con un diverso riferimento offensivo. In questo sta la bravura di un allenatore, perché d’altra parte è un limite pensare che il successo di una squadra dipenda dalla condizione di un solo giocatore e fino ad ora a Sarri poco si può dire come rendimento e obiettivi, in questa stagione ha perso solo contro la squadra più forte del momento, Il City di Guardiola,  che gioca il calcio più visionario di tutta Europa, dominandola anche per un tempo nella partita di ritorno.

Parlando di nazionale anche tu sei stato duro, su Fanpage, con Ventura, il modello Sarri non era proprio riproducibile? Non ti stupisce pur avendo il materiale per fare un buon 4-3-3 abbia optato per il 4-2-4 e il 3-5-2?

No, non era riproducibile, perchè non è questione di modulo ma di movimenti che devi affinare quotidianamente e i tempi della nazionale non te lo permette, e no che non mi stupisce di Ventura. Questi sono i suoi moduli, lui è un allenatore e non un selezionatore, e ha insistito per me con troppa rigidità su una visione che non si combina con gli uomini a disposizione. Ma non lo scopriamo oggi che sia un tecnico rigido.

Per finire parliamo del Pescara di Zeman,  hai avuto modo di seguirlo? Se si che ne pensi?

Mi stupisce, partendo dalle cose meno positive come si fa in genere,  vedere poca impronta zemaniana in questo Pescara, vedo ancora una squadra che spesso si muove in maniera disomogenea, slegata, con i giocatori un pò se vogliamo  per conto loro, mentre invece il 4-3-3 di Zeman, che è ancora più complicato di quello di Sarri, perché richiede posizioni diverse, un’occupazione del campo diversa, un pò più alta, un pò più larga, ha proprio bisogno invece di una squadra che si muova in maniera estremamente coesa per tutti i 90 minuti e questo ancora non si è visto, si sono visti alcuni momenti buoni, per esempio la prima mezz’ora del secondo tempo contro il Palermo, ma non c’è ancora una squadra dalla fisionomia tipicamente zemaniana in maniera continuativa. Il tempo secondo me lavora a favore, Zeman è per la squadra, non dimentichiamoci, noi che siamo zemaniani da un pò sappiamo che i primi sei mesi sono sempre piuttosto complicati, le prime tre, quattro partite andrebbero in realtà quasi non viste in genere, quest’anno ha fatto forse un pò eccezione, ma in realtà gli inizi di Zeman non sono mai straordinari, si vede qualcosa a novembre e dicembre, a gennaio meno e poi di solito in primavera la squadra viaggia al doppio degli altri. Il campionato di B quest’anno è molto particolare, c’è una classifica cortissima ed è molto difficile da decifrare, ed è importante, per il Pescara, non perdere troppo contatto perché a un certo punto questo campionato prenderà una via e una fisionomia che al momento non ha, e sarà li che al Pescara, avendo chiare ambizioni di promozione, servirà farsi trovare nelle posizioni che contano.

Ci spieghi meglio perché pensi che il 4-3-3 di Zeman sia più complicato di quello di Sarri? 

Prima di tutto perché è più dispendioso, perché a maggior ragione quando il Pescara ha la palla e soprattutto quando non ce l’ha, quindi nella gestione delle fasi di non possesso, la difesa è più alta, le linee sono un pò più lontane e questo comporta che:  in fase di pressing e in fase di copertura preventiva di transizione, ogni giocatore ha più campo da coprire ed è tanto più importante la posizione del singolo in rapporto al collettivo. Il Napoli quest’anno soprattutto, ancor più dell’anno scorso, corre meglio e occupa meno campo in lunghezza, è una squadra molto più corta e questo permette al Napoli di gestire, quindi di stare più dietro avendo una linea se vogliamo più arretrata rispetto a quello che si vedeva l’anno scorso, senza correre troppi rischi ma contemporaneamente senza essere passiva, quando preme sale tutta insieme, la difesa resta equilibrata mantenendo il recupero alto del pallone, perché la squadra è corta, e questa fa si che ogni giocatore corra meno e meglio, si stanchi di meno e regga di più. A Pescara questo ancora non si vede, perché gli spazi da coprire sono più alti, quando hai la difesa più alta ogni errore pesa più e quindi servono anche delle caratteristiche individuali particolari per interpretare quella visone in una maniera che sia produttiva. Quando a Pescara c’erano gli Insigne, i Verratti,  gli Immobile, i Cascione e i Sansovini etc. che erano giocatori che poi abbiamo avere delle caratteristiche e delle qualità molto alte e particolari, quel modulo funzionava in maniera strepitosa, perché c’erano degli interpreti che permettevano a quella visione di prendere forma. E’ il vecchio principio di Cruijff, giocare a calcio e semplice, ma in quanto semplice è la cosa più difficile che ci possa essere, il calcio totale non è una cosa da tutti, servono giocatori con delle qualità speciali e se non ce le hai fai qualcos’altro.

Salvio Imparato