Orsi e Nanni: “Zeman è un genio, il 4-3-3 migliore del mondo” (VIDEO)

Durante la diretta di Radio Radio, Orsi e Nanni (ex Lazio e ex Roma), lodano Zeman in modo particolare e sentito.

Orsi e Nanni parlano di Zeman

Sembrava un’accelerazione da 0 a 100 automobilistica, la lodi di Nando Orsi a Zeman. Durante una discussione sui portieri giallorossi, Orsi interrompe Nanni, che parlava delle difficoltà incontrate da Goigochea, esprimendo inizialmente un parere negativo sulla visione di Zeman sul ruolo del portiere e i relativi allenamenti.

“Guido (Nanni ndr) – esclama Orsi – io ho avuto Zeman per tre anni, è grande allenatore, ma forse di portieri ci capisce poco. Faceva degli allenamenti che facevano incazzare i portieri. Tipo gli 11 contro 0, per allenare gli schemi erano insopportabili per noi portieri, ti facevano scavetti e pallonetti”

A quel punto interviene l’ex allenatore dei portieri e iniziano le lodi per Zeman di Orsi e Nanni.

“Nando io quando l’ho avuto a Roma, dopo un pò di guerre (riferito agli allenamenti ndr), ho imparato tanto e ritengo di essere fortunato. Stiamo parlando di un genio”. E Orsi replica: “Si è un grande e credo sia uno che alleni davvero, il suo 4-3-3 a livello offensivo è il migliore del mondo, Guardiola che pure ritengo un genio, non ha gli schemi che ha Zeman, il Mister non eguali in questo”.

Sorvolando le solite battute stucchevoli, sulla difesa di Zeman, dei conduttori del programma, è stato una bella distribuzione di lodi per il Boemo da parte di Orsi e Nanni.

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Bojinov ode a Zeman: “Mi ha reso giocatore, lo prendi per questo, vedi Totti, Verratti e Immobile”

Valeri Bojinov ha rilasciato un’intervista a cuore aperto al Il Posticipo, blog della Gazzetta Dello Sport. Bellissimo il passaggio sul suo Maestro, Zdenek Zeman.

Pantaleo Corvino è stato abbagliato dalla sua brillantezza, Zdenek Zeman lo ha preso tra le mani e lo ha rifinito come si fa coi diamanti migliori. Bojinov è stato un giovane di bellissime speranze a Lecce: lì è cresciuto, lì ha completato i suoi studi, lì è diventato il giocatore poi applaudito a Firenze, Torino, Parma, Vicenza e Verona. Oggi Valeri ha 33 anni e guardandosi indietro cambierebbe qualcosa nella sua vita. Restando però il ragazzo di sempre: quello che si è guadagnato la fiducia di Pavel Nedved nella Juventus dopo Calciopoli e l’amicizia di José Mourinho dopo un gol importante. E una dedica speciale nei confronti dell’Inter che qualche mese dopo avrebbe vinto il Triplete. Oggi Bojinov ha ancora tanta voglia di giocare e sogna di chiudere la sua carriera dove tutto è cominciato.

Valeri, che momento sta vivendo della sua carriera?

A 33 anni vivo un momento di piena maturità, oggi vorrei averne 20 ma non posso. Vorrei tornare indietro con la testa di oggi. Col passare del tempo capisci tante cose e ripensi a certi atteggiamenti del passato e a tante decisioni che oggi non prenderesti. Alcuni momenti sarebbero potuti essere ancora più belli, ma quando li vivi non puoi capire dove sei. A 33 anni quando tutto quello è finito allora puoi capire che cosa hai vissuto. Non voglio piangermi addosso, voglio pensare avanti.

C’è qualcuno che la ispira in questo momento?

Vedere tornare in Italia un giocatore come Ibrahimovic a 38 anni o vedere Cristiano Ronaldo è uno stimolo: io non sono al loro stesso livello, ma mi carica vedere come combattono per migliorarsi ed essere un esempio per tutti: per le loro famiglie, per le loro squadre, per i tifosi e per i giornalisti. Queste due persone mi danno ancora più fiducia e stimoli per lottare e andare avanti.

Lei si sta allenando in questo momento?

Sì, sono in Bulgaria. Qui la preparazione invernale è più lunga rispetto a quella estiva perché fa molto freddo e non ci sono partite in programma. Il campionato comincia a febbraio.

Quale sarebbe il suo desiderio? Trovare una squadra in Bulgaria? Oppure in Italia?

Vorrei tornare in Italia, ma non vorrei tornare tanto per tornare. Deve esserci un progetto, sogno una squadra con cui rilanciarmi gestita da qualcuno che creda in me. Non è facile, ma finché c’è speranza io ci devo credere.

Spera di tornare in una di quelle piazze in cui si è trovato bene?

Questo è difficile perché quando esci dal calcio italiano, esci dal giro. Tutti cercano giovani con la speranza di poterli rivendere e guadagnare soldi. È una cosa giusta perché anche io ero giovane quando sono arrivato in Italia, che considero la mia seconda casa. Io mi sento un italiano. Ho studiato a Lecce da ragazzino. Oggi la penso diversamente rispetto alla gente che vive in Bulgaria. Sono molto grato all’Italia.

Come è stato giocare nel Lecce? Ed essere allenato da Zeman?

Ho un desiderio: voglio finire la carriera al Lecce dove l’ho iniziata. Non so se succederà, ma nella vita non si sa mai. Con Zeman mangiavamo minestrone, patate lesse, insalata, zuppe e verdura e facevamo tanti allenamenti,  sudavamo tanto e macinavamo tanti chilometri di corsa. Grazie a lui sono diventato un giocatore. Pantaleo Corvino lo aveva voluto per la sua capacità di lanciare i giovani come me, Vucinic, Ledesma, Chevanton, Cassetti, Pinardi e Giacomazzi. Era difficile seguirlo, perché era molto duro però alla fine i risultati sono arrivati: non abbiamo vinto ma ci ha fatto crescere. Zeman ha valorizzato Totti nella Roma poi Immobile e Verratti nel Pescara. Il caso di Verratti è emblematico: non ha mai giocato in A ed è passato dalla B al Psg. Il mister ci ha fatto diventare grandi giocatori.

Lei è passato dal Lecce alla Fiorentina: che cosa ricorda?

È stata una grande esperienza. Sono sbarcato a Firenze quando sono arrivati i fratelli Della Valle che hanno fatto partire un grande progetto costruendo una squadra da Champions: con Prandelli ci sono riusciti. L’arrivo di Corvino è stato importante per costruire una rosa con giovani talentuosi e giocatori di esperienza. La tifoseria era calorosa. Se perdavamo, la gente parlava già della partita successiva che avremmo dovuto vincere. Noi uscivamo dal campo stanchi morti e i tifosi pensavano già al prossimo impegno. La tifoseria viola è molto vicina alla squadra e si aspetta molto. Quando sono arrivato io l’allenamento era aperto: c’erano sempre mille persone, ogni gol era un boato.

Nella Fiorentina di oggi c’è il suo zampino? È stato lei a consigliare l’acquisto di Milenkovic e di Vlahovic?

Ai tempi del Partizan Belgrado ero compagno di stanza di Milenkovic: io ero stanco, ma lui voleva che ogni sera gli parlassi dell’Italia e della Juventus. Nikola diceva che nella sua carriera avrebbe giocato in Italia. Un giorno mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa ne pensassi di Milenkovic e Vlahovic: gli ho detto di prenderli subito senza pensarci e che un giorno avrebbe incassato il doppio di quello che era disposto a investire. Non è un caso che questi due giocatori stiano facendo così bene. Milenkovic ha ancora grossi margini di miglioramento e lo vogliono già tante squadre, ma anche Vlahovic diventerà un campione. Entrambi sono un patrimonio della Fiorentina.

Nel 2006 lei è stato a un passo dall’Inter: perché è saltato il suo trasferimento?

Un giorno ero a casa a Firenze e mi stavo riposando. All’improvviso ho ricevuto una telefonata e ho risposto: dall’altra parte c’era Marco Branca, allora direttore sportivo dell’Inter. Ho riattaccato. Branca mi ha chiamato di nuovo, pensando che fosse uno scherzo ho riattaccato. Poi mi ha contattato il mio procuratore dell’epoca Gerry Palomba insieme a Romualdo Corvino: mi ha detto che dovevo rispondere a Branca. Allora il direttore sportivo dell’Inter mi ha chiamato di nuovo per chiedermi se volevo andare a giocare a Milano: gli ho detto subito di ‘sì’. Quel weekend era in programma Fiorentina-Chievo a Perugia. Branca mi aveva raccomandato di non fare casino e di stare tranquillo perché a fine partita avremmo concluso il mio passaggio all’Inter.

Che cosa è andato storto?

Prandelli mi aveva detto che non sapeva se avrei giocato: il mister era indeciso se mandare in campo me o Jimenez che era appena arrivato alla Fiorentina. Per un posto dietro Toni c’era in ballottaggio anche Pazzini. Il giorno della partita al mattino Prandelli ha comunicato che avrebbe giocato Jimenez. Ci sono rimasto male e mi sono innervosito. Il presidente mi ha chiesto spiegazioni: gli ho detto che non volevo parlarne perché ero molto arrabbiato. Lui mi ha detto di stare tranquillo perché c’erano tante altre partite che avrei potuto giocare. Ho litigato con Della Valle, ma non pensavo che lui se la fosse presa. Al rientro verso Firenze mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa avessi combinato. La società ha deciso di mettermi fuori rosa e non sono andato all’Inter. Anche Branca mi ha chiamato per chiedermi che cosa fosse successo. Sono rimasto fuori per due settimane poi mi hanno convocato di nuovo e ho giocato titolare in Fiorentina-Inter finita 2-1. Poi l’estate successiva sono passato alla Juve nello scambio con Mutu.

Il resto dell’intervista su Il posticipo

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Pescara-Salernitana, Zeman: “Due squadre a cui manca la continuità. Vorrei allenare ancora”

Zdenek Zeman interpellato sulla prossima sfida di B, Pescara-Salernitana, parla a 360° sul calcio italiano di A e B, sul Var, sul Napoli, sul mercato e sul suo futuro.

“Pescara-Salernitana? È una sfida tra due squadre che hanno espresso buon calcio, ma senza continuità. Il Pescara ha il vantaggio di giocare in casa, ma ultimamente all’Adriatico ci va poca gente. Ventura ha molta esperienza e se ha costruito la squadra insieme al Ds, bisogna lasciarlo lavorare. I campionati si vincono con la programmazione, costruendo la squadra adatta all’allenatore. Non credo nel mercato di gennaio. Alla Salernitana dei miei tempi, presero 15 giocatori a gennaio e non rimase nessuno”.

Serie B

“Il Pescara ha deluso? Sono tante ad aver deluso, l’Empoli e la Cremonese specialmente. È un campionato strano, se fai tre vittorie sei in A, se fai tre sconfitte sei in C. Il Benevento fa un campionato a parte, anche se non fa un buon calcio, vince con gli uno a zero e fino ad ora gli sta riuscendo, l’unica ad averli battuti è proprio il Pescara. C’è ancora tanto da giocare.”

Var, Serie A e Futuro

“Sono sempre stato contrario al Var. Doveva servire a limitare l’errore umano, ma ha fatto tanti errori quest’anno. Se la tecnologia fa errori è meglio farli fare all’arbitro.”

“La serie A non è in crisi come dicono, lo dimostra anche la nazionale, c’è meno pubblico perché ci sono troppe partite in tv che non sono nemmeno emozionanti, anche se Juve, Inter, Lazio e Atalanta giocano un bel calcio. Alcune società paradossalmente preferiscono poca gente negli stadi, così c’è meno rischio di incidenti. Sarebbe bello tornare a vedere bel calcio negli stadi senza incidenti.”

“La crisi del Napoli non me la spiego, dovrei essere dentro. Per me non è un problema di allenatore o di giocatori che improvvisamente non sanno più giocare. È una questione di testa e di motivazioni e la questione del ritiro ha aggravato il tutto”

“Futuro? Io vorrei fare ancora qualcosa nel calcio, purtroppo la mia volontà non basta. Per ora guardo calcio da casa e la Roma e la Lazio allo stadio”

Salvio Imparato

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Gattuso ha ragione, ma è corretto dire che il Napoli torna a pensare?

Gattuso chiede alla stampa di fare il bene del Napoli, ma forse sbaglia a spiegare il nuovo metodo del Napoli. Proviamo a spiegare perché.

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Lo snobismo per Gattuso è partito. Era auspicabile portando vento di sarrismo, specialmente se sbandierato da chi meno te l’aspetti, da De Laurentiis, il presidente che qui chiamano Pappone. Ed è qui che la stampa partenopea ha perso la bussola. Mesi e mesi a difendere Ancelotti per screditare il predecessore, con tesi improbabili e in malafede, si è sentita tradita da questo inauspicabile dietrofront presidenziale. Un tradimento simile lo ha subito la famosa pagina sarrismo, quando fu ufficiale il passaggio di Sarri alla Juventus. Di certo i fan del toscano non hanno il coltello tra i denti come alcuni giornalisti vicini al Napoli, pronti a pugnalare Gattuso, sperando in passi falsi e fallimento.

Gattuso fa benissimo a sfogarsi e a chiedere il bene del Napoli. Sbaglia però, insieme al Napoli (Giuntoli ndr), a dire che il Napoli torna a pensare. I termini e la comunicazione sono importanti, se Sarri veniva attaccato per la sua, irriverente e a volte volgare, era però impeccabile nei termini e nei concetti. A dire il vero anche Ringhio, quando ha parlato di calcio in serenità ha saputo essere chiaro e ha dimostrato preparato. Ma sulla questione della squadra pensante ha dato l’assist perfetto ad alcuni media per alzare il polverone Gattuso vs Ancelotti.

Di solito la stampa calcistica, specialmente quella autorevole, non studia, non si aggiorna anzi il loro scopo, data la velocità di consegna e la ricerca di feedback click tendono ad essere superficiali ed approfittare di crepe di linguaggio. In questa giungla abbiamo assistito a concetti chiari stravolti completamente, quindi figuriamoci. Ecco che in questo contesto non conviene esprimere concetti delicati in modo errato.

IL NAPOLI DI ANCELOTTI DOVEVA PENSARE TROPPO

Il Napoli ha cambiato metodo e se vogliamo affermare che quello attuale è più giusto per questo Napoli non sbagliamo. Sbagliamo se diciamo che la squadra torna a pensare, perché con Ancelotti il problema era proprio questo. I ragazzi erano costretti a pensare troppo ed essere meno automatizzati. Dovevano essere più pronti ad interpretare lo sviluppo del gioco (ne abbiamo parlato qui), e su questo vuoi per una questione, di caretteristiche, di tattica o psicologica, il Napoli ha avuto delle grosse difficoltà di continuità. Con Gattuso si torna a lavorare di catena, ad impare a memoria certi movimenti e quindi ad allenare la concentrazione per mantenere certe posizioni ed eseguire geometricamente il modulo. Si torna a pensare si, ma di collettivo e non più singolarmente. Alla fine forse il più grande errore di Ancelotti è stato pretendere troppo da questi calciatori e troppo poco da De Laurentiis.

Salvio Imparato

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Modica ode a Zeman: “È il massimo e grande educatore di vita” (VIDEO)

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Dopo il match pareggiato ad Avellino, contro i lupetti di Eziolino Capuano, Giacomo Modica, interpellato sul suo gioco e su Zeman, loda sentitamente il suo maestro.

“È giusto – dice Modica – che se hai studiato con un professore bravo e importante, vai a cogliere l’essenza di quegli insegnamenti. Senza fotocopiarli, perché devi si studiare il tuo bravo insegnante, ma ci devi mettere qualcosa di tuo. Io avuto il massimo calcisticamente – continua Modica – piaccia o non piaccia, condiviso o non condiviso è un grande insegnante ed educatore di calcio e un grande educatore di vita. Forse è l’unico in Italia a non avere scheletri nell’armadio che sia chiaro ed è bravo. Io ho avuto 25 allenatori nella mia carriera, ma lui è non plus ultra. E se oggi riesco a fare un gioco propositivo e che a detta degli altri piace, e che riesco a valorizzare gente senza nome, è merito suo”.

Salvio Imparato

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Lazio-Napoli 1-0, gli azzurri di Gattuso in crescita, ma si fanno gol da soli

Buona partita del Napoli all’Olimpico, i ragazzi di Gattuso fanno la partita colpendo anche un palo, ma i biancocelesti la spuntano ancora nel finale. Lazio-Napoli finisce 1-0, la decide ancora Immobile.

Gattuso sta lavorando come se stessimo in ritiro precampionato. Per quanto non abbia tanta esperienza, sta impostando la squadra ripartendo da zero, come farebbe un Klopp o un Guardiola, ovviamente con le dovute proporzioni. Puntando quindi più sulla filosofia di gioco che sul risultato e su questo credo abbia l’appoggio della società. La continuità di gioco bene o male c’è, una vittoria dopo prestazioni così cambierebbe tanto se non tutto.

La partita è stata giocata con grande personalità, sul campo di una delle migliori del campionato, attualmente. Primo tempo più guardingo, ma linea difensiva molto più ordinata e ottome letture nei duelli uno contro uno difensivi. Secondo tempo più dinamico e intenso, purtroppo la condizione atletica e ancora quella che è, il calo inevitabile ha allungato troppo la squadra e nonostante questo, il gol non è arrivato da una delle micidiali ripartenze della Lazio.

Ospina errore gravissimo, Insigne ancora uno dei migliori, piaccia o no. I cambi di Gattuso invece, tardivi e meno coraggiosi di come affronta le partite. Considerando un centrocampo senza regista e con Zielinski che piano piano sta imparando il ruolo di mezzala più tatticamente e senza palla e con Di Lorenzo ancora adattato centrale, io parlerei di un’ottima prestazione.

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Vucinic: “Conte il migliore? Alt, avanti a tutti metto Zeman”

Mirko Vucinic rilascia un’intervista, in veste di doppio ex, alla Gazzetta Dello Sport, a margine della sfida Roma-Juventus.

“La mia Roma era nettamente superiore – afferma Vucinic – se non avessimo avuto davanti l’Inter, avremmo vinto lo scudetto. Questa Juve, invece, è più forte, perché Cristiano Ronaldo, con il suo carisma e i suoi colpi, trasmette una mentalità sempre più vincente”.

SARRI VS FONSECA

“Sarri. Mi piace la ricerca del fraseggio, il tentativo di conquistare campo con tanti passaggi corti e poi l’imbucata improvvisa. Stimo molto pure Fonseca: lui e Petrachi hanno cominciato un lavoro che mi intriga”.

CHI LA DECIDE

“Pjanic e Zaniolo. Ma incideranno tantissimo i tifosi romanisti, che possono trascinare la loro squadra. Zaniolo ha grandi qualità, però dovrà essere forte nella mente: quando sei in cima, è più facile cadere. Per me, De Ligt? E’ già un campione: non si deve abbattere, l’errore di un difensore risalta di più». 

LOTTA SCUDETTO

“E’ una storia tra Juventus, ancora favorita, e Inter, che con Conte si è avvicinata tantissimo. Se poi avrà anche Vidal, Conte, numero uno al mondo, diventerà un osso durissimo sino in fondo”

CONTE IL MIGLIORE?

“Alt. Davanti a tutti, metto sempre Zeman per quanto mi ha insegnato nel Lecce. Con le sue lezioni sul gioco offensivo, mi ha lanciato nel grande calcio”.

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Immobile: “Zeman fondamentale per me tatticamente” (VIDEO)

Ciro Immobile, il bomber di Torre Annunziata, si racconta a Diletta Leotta nel programma di Dazn “Linea Diletta”, dove parla anche dell’annata a Pescara

“Quando ho iniziato ero molto giovane, giocavamo per vincere le partite e divertirci. Zeman per me è stato fondamentale – afferma Immobile – anche sotto l’aspetto tattico e tecnico. Lui mi diceva sempre: “Sei la rovina di questa squadra”. Si riferiva al modo di giocare, voleva che gli esterni tagliassero, che le mezzali si inserissero. Io facevo solo movimenti finalizzati al gol. Riuscivo magari a segnare anche due volte, poi entravo nello spogliatoio e lui mi diceva sempre che non andava bene”

“Pensate – confessa Immoblie – che sono stato titolare la prima volta a causa di una tuta arrotolata. Il mister era fissato per l’abbigliamento. Un mio compagno di squadra (Maniero ndr) non giocò proprio perché aveva arrotolato la tuta che indossava. Andò in tribuna ed entrai io. Da quel momento ho iniziato a far gol e giocare”.

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Giulini lodevole ma tardivo su Zeman: “Fummo noi a non aiutarlo al meglio”

“Zeman? Dopo la fine del connubio feci un’analisi severa sostenendo che non fosse adatto per la Serie A. Fummo noi a non metterlo nelle condizioni adatte a eccellere, se lo avessimo fatto fornendogli strumenti e aiuto saremmo stati in grado di farlo emergere”.

Con questa dichiarazione rilasciata a Vanity Fair, Giulini ci dà pienamente ragione a distanza di cinque anni e dopo il recente articolo di settembre dove puntammo il su dichiarazioni fuori luogo sul Boemo. Che Zeman a Cagliari non fosse stato messo dalla società in condizioni ideali per lavorare è cosa che abbiamo sottolineato dal primo giorno, anche attraendo su di noi offese di ogni genere. Ed abbiamo continuato a farlo con la presenza di Paolo Bordino a Rossoblu ’95 su Sardegna 1, spesso ritrovandosi ad argomentare contro chi puntava ad essere più realista del re.

Oggi Giulini compie un atto di onestà. Lodevole ma tardivo. E sentirsi dare ragione da colui che da noi è stato attaccato fa piacere solo fino ad un certo punto.

Avremmo preferito avere torto. Anche perché il rammarico di ciò che poteva essere e non è stato resta forte.

Peccato.

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De Zerbi: “Zeman è uno dei pochi ad aver cambiato questo sport, zemaniano è un complimento”

Roberto De Zerbi ha rilasciato un’intervista al Corriere Dello Sport a margine della sfida contro la Lazio di Simone Inzaghi

De Zerbi che bilancio fa dell’inizio di stagione del Sassuolo?

«Potevamo avere qualcosa in più. Intendo un po’ di continuità – afferma De Zerbi – ma anche qualche punto».

E’ deluso?

«No perché bisogna valutare tutto, ovvero quanti giocatori nuovi sono stati acquistati, quanti sono andati via e che problematiche ci sono state a livello di infortuni e di ar- rivi a mercato quasi finito. E’ vero che in alcune partite sia- mo venuti meno sotto il profilo dell’attenzione e della cura dei dettagli, e queste sono cose non dovrebbero succedere, ma ci sono state anche gare ben giocate».

Come il derby vinto prima del- la sosta con il Bologna.

«Siamo venuti fuori bene da un momento non semplice e abbia- mo trovato la quadratura del cerchio. Ora bisogna prosegui- re così, senza guardare la clas- sifica. Lo scorso anno a questo punto eravamo più avanti, ma non è detto che non possiamo far bene. Il campionato ora è più equilibrato e, se 12 mesi fa a un terzo del torneo c’erano già due squadre proiettate ver- so una stagione difficile (Chie- vo e Frosinone, ndr), ora tutte sono in salute. Lo confermano gli incontri difficili che vengo- no fuori ogni domenica».


Quanto è importante per voi aver ritrovato Caputo?

«Onestamente non lo abbiamo mai perso. Ha avuto un momen- to complicato dal punto di vista fisico, ma per noi è sempre stato determinante e ci dà quell’espe- rienza e quella mentalità del- le quali la squadra ha bisogno. Spero che con il Sassuolo si tol- ga quelle soddisfazioni che fino- ra in carriera gli sono mancate a causa della sfortuna».

Quanto è dispiaciuto per l’infor- tunio che sta togliendo Berardi a lei e al ct Mancini?


«Gli infortuni fanno parte del calcio, ma nel suo caso dispiac- ciono particolarmente perché Domenico per noi è determi- nante non solo come calciatore, ma anche come uomo squadra».

Sorpreso con uno con le sue qualità non indossi ancora la maglia di una grande?

«Sorpreso fino a un certo punto. Lui è straordinario, ma è anche un ragazzo di una sensibilità spiccata e devi saperlo prendere. Solo così ti dà tutto. Per comprendere il Berardi calciatore devi comprendere il Berardi uomo che è di alto spessore».

Quanto è stata pesante per Berardi e lo spogliatoio la perdita di Squinzi?


«E’ un vuoto che si fatica a colmare anche adesso perché il patron Squinzi era davvero una persona diversa. Uno come lui manca e, anche se non era presente tutti i giorni a causa della malattia, si faceva sentire mandando i suoi messaggi attraverso l’amministratore delegato o il team manager. Onorare il suo ricordo deve essere uno stimo- lo in più».

Anche Boga può arrivare in una grande?


«Deve completarsi e al talento pazzesco di cui dispone, per arrivare in una grande deve aggiungere altre cose come i gol, la partecipazione all’azione e il non isolarsi per lunghi tratti della gara. Boga però non è l’unico giocatore forte che abbiamo: ci sono Locatelli, il rientrante Rogerio, Traoré, Djuricic che recentemente è stato convocato in nazionale dalla Serbia dopo 4 anni, Duncan…».

Con Rogerio sistemerà la fascia sinistra

«Ci è mancato tanto esattamente come Ferrari. I tanti infortuni abbassano il livello dell’allenamento e io sono uno di quegli allenatori che preferisco sbagliare le scelte piuttosto che es- sere obbligati dall’emergenza a fare la formazione».


Domenica dovrete guardarvi dall’ex Acerbi sui calci piazzati.

«Non solo da lui perché se la Lazio non è la squadra più forte del campionato sui calci piazzati, poco ci manca. Acerbi mi sarebbe piaciuto allenarlo».


Chi è il pericolo pubblico nu- mero uno tra i biancocelesti?

«Ce ne sono trequattro: Immobile, Correa, Luis Alberto e Milinkovic. Se ti concentri su uno, magari ne perdi un altro»

Immobile può vince la classifi- ca dei cannonieri?

«Penso di sì. Se la giocherà con Lukaku e Ronaldo».


Per la Lazio è l’anno giusto per conquistare la Champions?

«Sì, ma a questo obiettivo loro sono andati vicini anche due stagioni fa, mentre la scorsa hanno vinto la Coppa Italia. La Lazio è da tempo ad alti livelli, non dimentichiamolo».

Quanti meriti ha Inzaghi?

«Tanti, perché negli anni alla Lazio ha sempre fatto benissimo e non è una cosa scontata: a Roma le pressioni sono forti».

Che partita si aspetta?

«Difficile perché loro ti possono far male sia schiacciandoti sia quando ripartono. Dovremo affrontarli con le nostre armi e senza paura».

La infastidisce se i suoi critici sostengono che il Sassuolo in- cassa troppi gol e che De Zerbi non cura la fase difensiva?

«No perché sono abituato alle critiche: sono da 25 anni nel mondo del calcio e so che quando le cose non vanno bene arrivano le critiche. Il Sassuolo è una formazione a trazione anteriore, ma curiamo allo stesso modo le due fasi. Il problema è che il nostro gioco necessita di attenzione massima e non si possono commettere errori».

E se le dicono che per le tante reti subite lei è un po’ zemaniano cosa risponde?

«Essere zemaniano per me è un complimento perché Zeman è uno dei pochi allenatori che ha cambiato questo gioco. Se mi paragonano a lui, sono orgo- glioso. Non mi piace prendere tanti gol e non parto per vincere
4-3, ma se sono avanti 1-0 non amo gestire il risultato».

I suoi ammiratori invece ribattono che le squadre di De Zerbi puntano sempre a giocare bene.

«Lo dicono quando vanno bene le cose… Io credo che il bel gio- co sia una definizione sbagliata e comunque troppo soggettiva. L’organizzazione invece racchiude tutto ed è oggettiva. Perché una formazione funzioni deve essere equilibrata in entrambe le fasi».

Viene prima il risultato o il bel gioco?

«Partecipare a questo dibattito vuol dire voler creare Guelfi e Ghibellini a tutti costi, ma io non la vedo così. I risultato li vogliono tutti, ma ci sono diverse vie per raggiungerli».

Quali sono gli allenatori ai quali si ispira?

«Guardiola è stato ed è tuttora il numero uno, ma aggiungo anche Sarri, Giampaolo, Gasperini e Bielsa. Di quest’ultimo mi hanno colpito la coerenza, il coraggio e la persona che è: ho avuto la fortuna di cono- scerlo 3-4 anni fa ed è davvero uno uomo di spessore elevato».


Anche De Zerbi come Bielsa è un po’… Loco?

«A me Bielsa non ha dato l’impressione di essere “loco”, ma solo vero, autentico, intransigente rispetto ai suoi valori e fermo nelle sue convinzioni morali. Io non mi reputo loco, ma so quello che voglio, quello che inseguo e vivo per quello che faccio».

Chi vincerà lo scudetto?

«Juventus perché è la più forte».
Il ritorno di Conte cosa ha dato al calcio italiano?

Il ritorno di Conte cosa ha dato al calcio italiano?

«Un competitor che lo scorso anno la Juve non aveva, ma anche idee nuove: Conte gio- ca ancora 3-5-2, ma qualcosa ha cambiato e ha riportato la sua mentalità vincente».

Chi è il giovane italiano da tenere d’occhio per il futuro?

«Locatelli. Finché sarà con me cercherò di spremerlo per migliorarlo e completarlo, anche scontrandomi con lui se ci sarà bisogno».


Quanto l’ha colpita la vicenda di Mihajlovic?

«Tantissimo e a lui penso spesso, non solo quando parlo del Bologna, anche in tanti momenti della giornata. Per me merita la Panchina d’Oro: per come ha gestito il problema della sua malattia, per la dignità con cui sta vivendo questo momento e per come, nonostante la sua assenza, la squadra va in cam- po ovvero con coraggio, organizzazione e temperamento».

Spera di abbracciarlo al Dall’Ara per Bologna-Sassuolo dopo che all’andata Sinisa non c’era?

«Spero tanto che riesca a guari- re perché questa vicenda va al di là del calcio. Noi allenatori siamo sempre immersi nei pro- blemi e trascuriamo tutto, an- che la famiglia e gli vaghi a volte. Quando però ti capita una cosa del genere, ti fa riflettere e capisci i veri valori della vita».

Il calcio italiano riuscirà a eliminare il razzismo?

«Secondo me non c’è razzismo nel calcio, ma nella nostra società, nella vita di tutti i giorni. Allo stadio, poi, oltre al razzismo c’è il campanilismo».

E’ pro o contro il Var?

«A favore e alla grande. Tutto può essere migliorato, ma rispetto a 5-10 anni fa, quando c’erano dei processi per un rigore dato o non dato, quello attuale è un altro sport».

Quale sogno ha nel cassetto?

«Finire bene quest’anno, far crescere i tanti giocatori che ho e migliorare l’undicesimo posto della passata stagione. Per me sono tutte belle sfide».

Quando in passato ha letto che il Barcellona la seguiva, cosa ha pensato?

«Che non ci credevo tanto».

Firmerebbe per centrare la sal- vezza all’ultima giornata?

«Rubo una frase di Gasperini, quella in cui dice che “non firmo per niente”. La salvezza è il nostro obiettivo primario, ma siccome questo lavoro lo faccio con passione e amore, io non firmo per niente».

A proposito di passione, quando qualche anno fa in Foggia-Pisa vi siete incrociati lei e Gattuso, en- trambi ne avete messa un po’ troppa in campo…

«In quell’occasione abbiamo di- scusso perché ci giocavamo un obiettivo importante. Può capi- tare a due caratteri caldi e forti come i nostri, ma io non porto rancore a nessuno. Figuriamo- ci a lui che a livello di tempe- ramento mi assomiglia. Ci sia- mo già chiariti senza problemi e lo aspetto in Serie A».

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