Cagliari – Napoli 1-4: la settimana tipo

Il Napoli si sbarazza facilmente di un Cagliari senza né carne né pesce. Trovano comunque modo, i partenopei, di tenere in gioco per troppo tempo i cagliaritani. Qualche distrazione azzurra eccessiva.

1. La settimana tipo

La settimana tipo di allenamento di cui ha goduto il Napoli prima della partita di Cagliari si è vista tutta.
Il Napoli ha dominato il match, spargendo pepe qui e la alla gara con vari tentativi di autogol.
Alla fine l’asse Insigne-Ruiz-Rui-Maks è riuscito a confezionarne uno.

Tuttavia, oggi pomeriggio, gli azzurri erano così superiori che non sarebbero riusciti a perderla neanche da soli.
Il Cagliari, dal canto suo, paga oltremodo la silenziosa intensità di Rog in mezzo al campo.
Nandez s’impegna ma si dimostra adattato in una mediana a due benché al Boca abbia giocato anche in quel ruolo.

2. Zielinski, in arte Piotr figlio dell’arte

Zielinski, pertanto, ne approfitta e ricorda ai tifosi azzurri quanto potrebbe avvicinarsi a De Bruyne.

Quando il polacco gioca bene, accostarlo al top player belga significa tradizione, come ‘o capitone… poi trovare qualcuno che realmente lo apprezzi diventa complesso

3. Il cambio generazionale: Lozano!

La chiude Lozano, che è lì a ricordarci come la società stia cercando di traghettare la squadra verso una nuova era.


Gravitava dal lato di Callejon. Un mammasantissima dello Stadio Diego Armando Maradona. Eppure, cosa assurda in poco tempo… Lozano è un serial killer e mena qualunque terzino gli graviti intorno, mentre Callejon soffre a Firenze.


Prandelli lo mette addirittura in discussione.
Situazione spiacevole che l’andaluso non meriterebbe.
Va anche detto che, ecco, la scelta di accasarsi sponda Commisso non la più lungimirante.

4. Ricambio generazionale: querelle Osimhen

Ci vuole pazienza, anche con Osimhen, che sostituirà gradualmente Mertens, altra leggenda il belga. Giusto ricordare al nigeriano quanto sia stato poco furbo a farsi riprendere durante il festino familiare, poi anche basta! È un patrimonio presente e futuro del campionato italiano.

E l’assenza di Osimhen è la differenza che intercorre tra noi e le due milanesi.
In un calcio condizionato dal Covid, dove non c’è spazio per allenarsi ma solo per giocare, poter buttare la palla davanti e trovarsi direttamente a tu per tu con il portiere è tanta roba.


Si guardi cosa stanno combinando Lukaku e Lautaro… l’Inter, messa sotto dal Crotone in casa sul piano del gioco, annienta gli squali con due calciatori fisicamente incontenibili.

Massimo Scotto di Santolo

Inter – Napoli 1-0: Tanto rumore per nulla!

La reazione sulfurea della città di Napoli alla sconfitta della propria squadra fuori casa, contro l’Inter, svela tutta la fondatezza della categorizzazione di Luciano De Crescenzo. I napoletani sono uomini d’amore e non di libertà.

1. I precedenti

L’Inter dell’ultimo decennio ha sempre rappresentato una squadra povera d’idee. Riciclatasi a Nobile decaduta, come i Ranieri a Napoli, ha approfittato di vecchie amicizie e tristi oboli per allargare i cordoni della borsa e costruire squadre quantomeno decenti. Ora i nerazzurri i soldi li hanno. Il cash lo ha portato un imprenditore cinese, il quale vive in terra meneghina il medesimo pregiudizio che affliggeva i ricchi borghesi rinascimentali agli occhi del ceto nobiliare. La famiglia Suning ha costruito in tre anni, con la consultazione “vescovile” di Marotta, una squadra cinica e aspirante vincente.

Il sempre competitivo Napoli di De Laurentiis ha incontrato sia l’Inter ormai demodé che quella attuale e distopica. E negli ultimi 12 anni, pur finendo sovente a fine anno davanti all’Inter in classifica, ha vinto a domicilio dei neroazzurri tre volte: una con Gattuso in Coppa Italia; una con Mazzarri e una con Sarri, entrambe in campionato. E nei 7 anni di Maradona? Domanda da porsi, visto che la sconfitta del Napoli di Gattuso contro l’Inter di Conte parrebbe aver ridimensionato d’un tratto gli azzurri. Beh, Maradona in 7 anni di Napoli, con due scudetti vinti contro l’unico, nello stesso periodo, dell’Internazionale dei Tedeschi, non ha mai sbancato San Siro sponda neroazzurra.

Sembra a questo punto scontato definire la sconfitta del Napoli assolutamente non dirimente ai fini della competitività degli stessi azzurri per il tricolore. Allora perché brucia tanto? Perché il napoletano è uomo d’amore, che ancora sogna sebbene cullato da una leggera ipocrisia che il merito sia un principio fondante del calcio. Tuttavia, quest’ultimo è per definizione considerato sport naturalmente episodico. Il merito non trova sponda nella fatalità.

2. La partita

Si parla di merito e destino, in quanto la partita di San Siro enuclea quanto la vita sappia risultare beffarda. Il Napoli ha concesso due occasioni in 90′ ai neroazzurri: un rigore in movimento a Lautaro su passaggio sbagliato di Koulibaly; un rigore effettivo, fischiato da Massa e trasformato da Romelu Lukaku, al secolo Cazzaniga. Per il resto, il Napoli, mai aggredendo alto, mai concedendo in campo aperto l’1vs1 delle due punte avversarie contro i propri difensori e infine mai aprendo linee di passaggio dirette tra il portatore di palla e la trequarti offensiva, ha demineralizzato l’attacco di Conte.

Ragguardevole, però, la scelta di Rino che per non disputare partita solo attendista ha rispolverato una impostazione a 3 ancelottiana. La mossa ha consentito al Napoli di controllare per tutto l’arco del match il possesso palla. Rui e Lozano tenevano bassi Darmian e Young. Lautaro e Lukaku erano in inferiorità numerica sul giro palla azzurro tra i tre difensori – Di Lorenzo, Manolas e Koulibaly -. Inoltre, Gattuso ha piazzato in fase di prima impostazione Inisigne al fianco del terzo di sinistra della difesa azzurro, cioè Koulibaly. Impegnato Darmian con Rui, il capitano partenopeo è stato preso spesso e volentieri da Barella. Dall’altra parte, Gagliardini quando accorciava su Di Lorenzo scopriva spazio alle sue spalle. Attacco del quale veniva compiuto a turno da Demme e Bakayoko. Brozovic a quel punto si trovava in mezzo al guado tra Zielinski e un mediano del Napoli.

L’Inter compreso lo scacco al Re decide per l’attendismo. Questo fitto tatticismo tra i due allenatori ha costruito tuttavia un primo tempo scarno di emozioni, dove la luce l’ha usucapita Zielinski sverniciando Brozovic più di una volta. Nel 2 Tempo, complice un Inter fisicamente stanca, il Napoli viene fuori talmente bene che costruisce almeno cinque occasioni da gol clamorose. Non ne segna alcuna ma nelle more subisce un rigorino che gli costa la partita. L’intraprendenza di Sensi, scelta da Conte per l’infortunio di Brozovic paga un gollonzo.

3. Il Napoli eterna promessa

Ovviamente l’esiziale trasformazione dal dischetto di Lukaku che raggiunge Ibra e Ronaldo in testa alla classifica marcatori apre il dibattito sull’affidabilità del reparto offensivo del Napoli. Tre bomber che declinano anche le prime tre posizioni del campionato. E non ce n’è mezzo del Napoli. Tanta qualità, i partenopei, ma poco cinismo? Quando certi giocatori esploderanno definitivamente? Il Napoli ha il terzo attacco d’Italia. A 4 gol dal primo. La migliore, in compenso, tra le difese. Essere primi in entrambe le statistiche significherebbe veleggiare come Alinghi, non gareggiare alla pari con gli altri. E che il Napoli non sia Alinghi, credo sia cosa conclamata.

Si vuole far finta d’ignorare che il grande merito di De Laurentiis, cioè aver tenuto in rosa 3 punte ciascuna di un livello superiore al proprio compagno, di questo scorcio di stagione è il più grande limite degli azzurri. Petagna terzo attaccante, che dovrebbe giocare quando capita, è divenuto un co-titolare delle 10 partite pre-natalizie. Qualcosa paghi, per forza, sebbene Petagna stia giocando alla grande, sopra tutte le più rosee aspettative. E attenzione, con l’infortunio di Mertens e Osimhen, Petagna diverrà persino il titolare del Napoli.

A deludere i napoletani non è solo l’attacco ma anche la tempestiva incapacità di alzare il cinismo al crescere dell’ostacolo. Il Napoli ha perso 4 delle 6 partite contro le prime 8 del campionato. S’ignora anche in questo caso che una di queste è occorsa a tavolino; s’ignora peraltro che in realtà siano anche stati rifilati 8 gol tra Roma e Atalanta. E invece bisognerebbe rilanciare, per la crescita dell’ambiente Napoli, il peso della sconfitta interna contro il Sassuolo. De Zerbi, ad ora, sta facendo sanguinare i cuori azzurri ben più delle sconfitte a tavolino e contro le squadre milanesi… Ed è in questi match in cui il Napoli è favorito che il Ciuccio deve diventare infaticabile e pertanto infallibile.

4. L’arbitraggio di Massa

A qualcuno l’arbitraggio di Inter-Napoli condotto da Massa ha ricordato quello di Mazzoleni in una brutta notte di Santo Stefano di due anni fa durante la quale sempre Inter e Napoli si sfidarono a San Siro. Santo Stefano impreziosito da scontri ultras, che costarono un morto, e cori razzisti che piovvero dagli spalti e che avrebbero richiesto la sospensione della partita. Anche in quel caso, il Napoli perse un giocatore simbolo per infortunio. Due anni fa, Hamsik mentre, quest’anno, Mertens. E anche in quell’occasione, il Napoli rimase anzitempo in 10 per un applauso ironico di Koulibaly all’arbitro Mazzoleni. Stavolta è toccato a Insigne, il quale pure due anni fa fu espulso benché a pochi minuti dal fischio finale. Due anni fa, per giunta, il Napoli perse 1-0.

L’arbitraggio per quanto egotista e permaloso – l’arbitro per quanto senza personalità – non ha commesso errori così gravi da condizionare il senso di un match. L’espulsione di Insigne per insulti al direttore di gara può risultare fiscale ma ai sensi di regolamento non inventata. La poca personalità la si denota sul principio di compensazione che ha animato la direzione di Massa e sull’episodio di Lozano che cerca il contatto petto contro petto con l’arbitro rimediando solo un giallo. Ben più grave dell’insulto d’Insigne. Come Mazzoleni, anche Massa ha lavorato nelle pieghe del regolamento, beccando in fallo un Napoli ingenuo e fumantino.

5. San Gennaro

Molti hanno immediatamente ricondotto la sconfitta del Napoli in terra milanese, per come maturata, al sangue di San Gennaro che al mattino non si è sciolto. La Juventus pareggia in casa contro l’Atalanta. C. Ronaldo sbaglia un rigore. Il Milan pareggia in casa del penultimo Genoa. Destro confeziona una doppietta.

Il Napoli resta a -5 dalla vetta. Domenica, dopo la rimonta casalinga contro la Sampdoria, si parlava di scudetto ma si era a -4 dal primo posto. Il Napoli ha perso già 4 partite tra sedi di Tribunale e campo. L’ultimo Napoli secondo in classifica, quello di Ancelotti, con 3 sconfitte e 2 pareggi, chiuse il girone di andata a -10 dal primo posto ma con 44 punti – media sarrista -.

Per ora, tanto rumore per nulla ma Lazio e Torino diventano due finali per restare in scia. E la scia è quella che utilizzano i migliori ciclisti per piazzare poi l’allungo vincente. L’importante è non perderla!

Massimo Scotto di Santolo

Burrai: “Zeman mi disse che al massimo mi sarei stirato e mi fece allenare”

Burrai, ex calciatore del Cagliari e Foggia di Zeman, si racconta su acperugiacalcio.com. Ha parlato di passato, presente e futuro

Salvatore Burrai all’inizio della sua carriera, ha avuto la fortuna di essere allenato da Massimiliano Allegri e Zdenek Zeman.

”Max oltre alle grandi capacità calcistiche era sempre sorridente e nello spogliatoio con il suo buon umore metteva tutti a proprio agio. Quando ci rivediamo ci rincontriamo sempre con lo stesso entusiasmo”

Burrai e il timore Zeman

“Dai racconti di Peppino Pavone, che avevo avuto prima a Manfredonia, ero intimorito di incontrare Zeman a Foggia. Mi aspettavo di trovare un burbero, invece è una persona molto solare e divertente. Non sembra ma ama scherzare ed è sempre pronto alla battuta. Un giorno chiesi di fare un lavoro diverso e gli dissi che avevo molto dolore alle gambe, lui restò in silenzio nel fumo della sigaretta e poi mi disse – << ti alleni lo stessi, non hai niente al massimo ti puoi stirare>> – sorrise e mi allenai senza problemi. Però rischiai davvero di farmi qualcosa.

Il futuro da allenatore

“Ho avuto la fortuna di scrivere tutto quello che facevo con gli allenatori che ho avuto, lunedì ho l’esame per il patentino Uefa B e un giorno mi piacerebbe fare l’allenatore. Ma sia chiaro, per ora mi sento ancora un calciatore.”

L’arrivo in estate al Perugia

“Sto meglio – confessa Burrai -, domenica ho fatto un pezzo di partita e sono indietro rispetto agli altri, restare un mese lontano dal campo non è facile ma questa settimana ho lavorato bene. Stiamo vivendo un bel momento dopo le difficoltà iniziali. Ci conoscevamo poco e dovevamo capire le idee di Caserta. Ma qualcosa è cambiato, siamo diventati gruppo e squadra, la svolta è arrivata a Mantova, dove ci siamo vergognati tantissimo per la sconfitta e per come è arrivata. Quel giorno ha decretato l’inizio del nostro campionato. Ora stiamo andando molto bene ma non abbiamo fatto niente, piedi per terra, il campionato è lungo e difficile”.

SALVIO IMPARATO

Ciccio Baiano: “Non si lavora più come Zeman, il calcio è evoluto male”

Ciccio Baiano è intervenuto ai microfoni del Corriere Fiorentino. Ha parlato del periodo Viola e di Zeman.

Cicco Baiano, cosa non sta funzionando?

«Praticamente tutto – confessa Ciccio Baiano – la squadra segna poco e se ne fa uno, ne prende due. Contro il Benevento non ho visto ardore, la situazione è brutta. La squadra gioca con paura, non reagisco: questo mi preoccupa molto».

Teme per la retrocessione come nel 1993?

«No, ma solo per un motivo: perché c’è chi sta peggio della Fiorentina. Con il campionato a venti squadre di solito retrocedono almeno due neopromosse. E guardandosi intorno c’è anche chi sta peggio dei viola, questo ci salva».

C’è un aspetto più degli altri che non la preoccupa?

«L’attacco, mi fa arrabbiare parecchio perché io ci tengo alla Fiorentina».

Vlahovic non la convince?

«Ma chi crede di essere? Si sente penalizzato? Non lo è, è un miracolato. Attenzione: credo che in futuro potrà essere un attaccante importante, ma oggi cos’ha dimostrato per mettere il muso? Guardate com’è entrato nella partita di Roma. Deve capire che ancora non ha fatto nulla per meritare la maglia da titolare a Firenze. Quando si entra in campo ci vuole uno spirito diverso. Vale per lui ma anche per gli altri: subentrando bisogna dimostrare all’allenatore che ha sbagliato a non darti fiducia. Quindi dico che lui, ma anche gli altri, devono pedalare».

Contro il Benevento sembrava che nessuno sapesse saltare un avversario. Vuole mostrare lei come si fa?

«Non potrei fare nulla (sorride ndr), certe cose non si insegnano. Soltanto Chiesa è in grado di saltare l’uomo in velocità, ma lui non c’è più. Lo sa fare Castrovilli, come Ribéry che ci riesce solo perché ha più tecnica degli altri ma non il passo. Ecco, vedo una squadra che cammina».

Allora cosa servirebbe? Un allenatore come Zeman che lei aveva al Foggia?

«Non si lavora più come con lui – sentenzia Ciccio Baiano – in questo il calcio è evoluto male. Tutti fanno preparazione col pallone ma così non ci si accorge di chi lavora al massimo e chi no. Quando invece corri, si vede chi resta indietro. Poi bisogna lavorare anche sulla testa: la squadra è spenta, non azzanna. Si vede che non ci sono leader nello spogliatoio. In questi momenti, per il bene di tutti, bisogna cercare il confronto e se serve mettere il compagno al muro ma qui non lo fa nessuno. Alla fine per quieto vivere non ce n’è uno che alza la voce. Mi sembra che in tanti non si siano resi conto di come si stiano mettendo le cose.

Marocchi manda in onda il calcio antico e Conte non ci sta (VIDEO)

Marocchi in tv difende un calcio che in Italia sta sparendo. Indimenticabili gli attacchi a Zeman e il siparietto con Balotelli. Il cappello in aria a Conte non è proprio andato giù.

Esistono modi e modi per difendere un calcio che in Italia sta mano a mano sparendo. È ancora radicata una certa mentalità certo, che frena certi progetti di gioco, però di base oggi un allenatore parte sempre con il tentativo di fornire un’identità di gioco. Ma Marocchi ieri, in diretta su Sky con Conte, non ha aiutato la sua visione di calcio “preistorico” a restare in auge. Il suo modo di esprimere un concetto, con il termine “cappello in aria”, non è stato entusiasmante se non per gli amanti del calcio da oratorio.

Per quanto i risultati di classifica e di palato non stiano dando ragione a Conte, per quanto possa non piacere a tanti, non gli si può dare torto nella polemica con Marocchi. Ad un allenatore moderno non gli si può chiedere di non allenare il gioco e di far giocare un calcio alla viva il parroco. Di certo Conte poteva evitare di sparare a zero sul calcio dei suoi tempi, etichettandolo di improvvisazione e rischiando di fare di tutta un erba un fascio. Ai suoi tempi c’erano Zeman, Sacchi, Del Neri etc., gente che faceva dell’organizzazione di gioco il loro credo predicando nel deserto. Siamo sicuri non ce l’avesse con loro e nemmeno con Zeman quando ha detto di non essere il tipo di allenatore che manda tutti avanti.

SALVIO IMPARATO

https://fb.watch/1XgCxqvBbf/ (il video Conte vs Marocchi)

Varrella: “Sacchi e Zeman hanno aperto un nuovo fronte ai giovani”

Varrella intervenuto a Radio Punto Nuovo, nel corso di Punto Nuovo Sport, ha parlato dell’attuale esperienza da Ct del San Marino, di Sacchi, Zeman e il nuovo fronte allenatori.

“In Campania – afferma Varrella – ho allenato tanto, ho tanti bei ricordi in questa terra, ma mio padre era nato a Pozzuoli,  quindi ho sempre vissuto da innamorato le mie esperienze lì. Sono stato il vice di Sacchi, ero l’uomo che dalla tribuna con walkie talkie dicevo a Sacchi se la linea si muovesse bene.

Oggi ct di San Marino

“L’ho sempre considerato – confessa Varrella – come il piacere del nostro entroterra romagnolo, ho capito l’amore per la loro nazione che hanno i sammarinesi. Devo ammettere che San Marino vive il rapporto con le Nazionali in modo un po’ particolare: il ragazzino che dà 4 calci al pallone, già gioca nell’under 16 o nell’under 17. L’imbarazzo è che vivono un mondo dilettantistico all’ennesima potenza e sono in difficoltà al lasciare il lavoro, dovendo entrare anche in questione in Coni sammarinese.

Sarajevo nel 1996

Non venimmo mai abbandonati, c’era un’aria ostile, difficile. Il famoso viale dove i cecchini sparavano costantemente, qualche cecchino pare ci fosse ancora. Fu una visione triste, brutale: un conflitto vissuto in modo intenso”.

Sacchi e Zeman ispirazione per gli evoluti

“Sacchismo, ascesa e caduta e qual è il modello dominante? Sacchi e Zeman, hanno aperto un fronte nuovo ai giovani d’oggi. In Europa già si vedeva un calcio diverso: abbiamo etichettato il calcio olandese come il calcio fisico, era una farsa. Il calcio olandese interpretava il correre meglio. Grazie a Sacchi e Zeman esistono i Guardiola, i Klopp, gli evoluti attuali.

Pirlo e Gasperini

“Ho fatto a Pirlo, duranti i corsi Uefa Pro, tre lezioni. Gasperini è evoluto perché i suoi giocatori interpretano una tattica individuale non più nell’uomo copre uomo, ma uomo marca uomo. Non solo si toglie tempo e spazio, ma si fa in modo che non riceva il pallone”.

Togni: “Ho avuto Sarri e Conte, ma il calcio l’ho capito con Zeman”

Togni-Zeman

Romulo Togni, oggi allenatore del Mezzolara, ha rilasciato un’intervista al Resto Del Carlino. Le sue parole sono una vera e propria dichiarazione d’amore verso il Boemo Zdenek Zeman. Lo descrive come una vera e propria folgorazione.

Tra il 2011 e il 2013, Romulo Togni ha giocato le stagioni più importanti della sua carriera con la maglia del Pescara. L’incontro che lo ha folgorato è stato quello con Zdenek Zeman, l’allenatore che lo ha ispirato anche per intraprendere il percorso sulla panchina dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Era il Pescara dei vari Verratti, Insigne e Immobile, che hanno trascinato la squadra in serie A prima di consacrarsi in campo internazionale.

TOGNI E IL PESCARA DI ZEMAN

“È stata un’esperienza fantastica – ricorda il brasiliano –. Mi sono potuto confrontare con giocatori fortissimi e un tecnico che considero un maestro. Quello che mi ha più impressionato di Zeman è la capacità di farsi rispettare senza aprire bocca.

ZEMAN E IL RISPETTO SENZA APRIRE BOCCA

“Per un allenatore – osserva Togni – è un’impresa quasi impossibile, invece parlava col contagocce e tutti pendevano dalle sue labbra: un fenomeno. Vivendo da tanti anni in Italia so perfettamente che ha tanti detrattori, ma a chi lo critica dico che bisognerebbe conoscerlo per capire davvero chi è il boemo.”

CALCIO MODERNO? ZEMAN LO PRATICAVA 30 ANNI FA

“Sento parlare di calcio moderno, ma lui praticava già un certo tipo di gioco 30 anni fa. Un grande innovatore, e non era certo solo merito del lavoro atletico a cui eravamo sottoposti. Basti pensare a quanti ragazzi ha lanciato ad alti livelli: per un giovane è una grande fortuna aver avuto a che fare con lui. Non ero più un ragazzino ai tempi del Pescara, ma il calcio l’ho cominciato a capire davvero con Zeman, eppure in precedenza avevo avuto la fortuna di avere allenatori del calibro di Sarri e Conte. È evidente però che le sue idee possono tradursi in risultati soltanto in un certo contesto, con giocatori adatti al suo modo di concepire il calcio”.

BOLOGNA-NAPOLI 0-1: Solidità maschia degli azzurri

Bologna-Napoli-0-1

Un Napoli disputa al Dall’Ara una partita difensivamente perfetta. Il piccolo difetto di non chiudere il match stava risultando esiziale: Orsolini ha la palla per pareggiare Bologna-Napoli durante i minuti di recupero ma la spreca.

1. Bologna-Napoli.Una partita difficile

Bologna-Napoli settima partita in 3 settimane per il Napoli. La fatica pian pianino ha inondato il gruppo azzurro, che di certo non ha giocato partite prive di scopo, anzi. Tutti match finalizzati ad obiettivi importanti da raggiungere. Fisico e mente, alla fine, un po’ scarichi. Un applauso a Mihaijlovic che avrebbe potuto prendere spunto dalla partita contro il Sassuolo, contro l’Az o Rijeka e invece ha provato a difendere uomo contro uomo alla stregua di Gasperini. Il Bologna è ormai da un annetto che gioca così. Il Napoli di Ottobre, animato da ben altro brio, avrebbe demolito il Bologna.

Questo Napoli si è aggrappato all’unica vera certezza che gli è rimasta alla fine di questa prima grande e intensa porzione di stagione, cioè la difesa. La partita sarebbe stata a prescindere scorbutica: il Bologna è squadra dal ritmo britannico. Gioca ad alti giri, sempre e comunque. Costringe gli avversari a partite mai finite, conta poco se poi le perde sempre. È necessario al Dall’Ara non distrarsi mai, offrire una partita comunque seria. Un Napoli in difficoltà trova una sponda sicura nel pragmatismo che informa l’allenatore Gattuso.

Anche al Milan, Rino, cercava espedienti motivazionali e in un atteggiamento guardingo quando la squadra si annebbiava. Cosi il Napoli ha aspettato il Bologna, ha giocato la partita seria che si richiedeva, anche perché nel frattempo la classifica lanciava segnali di fumo troppo allettanti da non seguire, troppo importanti per scadere in una vacua estetica. Così Gattuso ha immolato all’altare della concentrazione Mario Rui e Ghoulam.

2. Napoli come il Maschio Angioino

Il solo gol realizzato, come la leggera sporcatura che aleggia sull’imperioso quadro immacolato del Maschio Angioino, tradisce una insoddisfazione di una partita altrimenti ineccepibile. Il Bologna e per poca convinzione e per la volontà di seguire a uomo gli attaccanti del Napoli ha concesso tanto.

Nonostante i felsinei, superata la loro prima pressione, si abassassero tutti dietro la linea della palla, gli azzurri meno delle altre volte hanno sofferto la densità difensiva dei rossoblù. Si può dire, stavolta, che più che a mancare movimenti e soluzioni siano apparse sbagliate le scelte assunte dai protagonisti in campo: Da Insigne a Mertens e Osimhen, da Ruiz a Lozano.

3. L’apprensione finale

Dunque, cinque minuti finali di apprensione durante i quali Ospina e Hysaj salvano capre e cavoli. Cinque minuti figli di un affievolimento di tensione progressivo dei partenopei, poi scossi dai coraggiosi cambi di Mihaijlovic che ha allargato il campo e le maglie del centrocampo napoletano trovando solo nel finale la verticalità che il suo gioco ricerca.

Palacio ha messo in ambasce dritto per dritto una difesa fino ad allora apparsa invalicabile. Bisogna migliorare anche nell’essere fino in fondo, e non solo apparire per gran parte del tempo, insuperabili. Saper difendere è una virtù il cui credo non ammette occasionalità.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Sassuolo 0-2: questi i fantasmi di Gattuso

Napoli-Sassuolo 0-2: Questi i fantasmi di Gattuso

Napoli-Sassuolo, Arne Slot ha bloccato il pimpante Napoli; De Zerbi, stasera, impone a Gattuso di rivederlo completamente. Nelle ultime 4 partite 3 gol fatti e 4 subiti: 2 Vittorie e 2 Sconfitte. Prima di incontrare l’esiziale allenatore olandese, 3 partite 12 gol fatti e 0 subiti.

1. Gattuso, croce e delizia

Napoli-Sassuolo, partiranno, a Napoli, le polemiche sugli arbitri ma i partenopei hanno perso perché De Zerbi come Arne Slot, togliendo la profondità a Osimhen, ha incartato Gattuso. Gli olandesi hanno raggiunto lo scopo praticando il buon vecchio catenaccio; De Zerbi, invece, non rinunciando al proprio gioco ma inserendo un difensore in più, che, a differenza di quello dell’Atalanta ad esempio, non aveva il compito di aggredire in avanti ma di staccarsi per chiudere successivamente alle spalle dei due marcatori.

Rino rinnoverà. Cosa buona e giusta. Gattuso ha lo spogliatoio in mano, è un allenatore giovane, promettente, che bada al sodo. Ed ha soprattutto metodologie di allenamento e idee contemporanee. Pur tuttavia, bisogna rendicontare la contestuale ambivalenza del suo animo da coach: la verticalità di Flick del Bayern Monaco; il pragmatismo speculativo italico. Questo è un vizietto che al momento gli impedisce di spiccare il volo. Difetto che, dal canto suo, De Zerbi ha completamente superato. L’ex trequartista anche del Napoli ha letteralmente, dal punto di vista tattico, preso a ceffoni Gattuso.

Quest’ultimo, anche in questa Domenica, ha creduto che gli avversari potessero cadere nella propria presunzione accettando di lasciare campo alla giovane gazzella Osimhen. Quando è possibile conquistare punti senza snaturarsi ma semplicemente abbassando il proprio baricentro, è presuntuoso credere che gli altri non siano abbastanza intelligenti da adattarsi alle proprie proposte. La mancanza di un piano B alle contromosse avversarie rappresenta la circostanza aggravante di un comportamento già in partenza (pre)supponente.

2. Le lacune del Napoli dopo Napoli-Sassuolo

Rino ci mostra che sa gestire la rosa numericamente in tutta la sua profondità ma non ancora per tutte le sue caratteristiche. Ancora una volta, impaurito dal calcio champagne di De Zerbi, ha troncato tutte le velleità offensive per una buona ora preferendo Hysaj a Rui. In realtà, appare ancora mancante di due tasselli il processo di completamento della squadra partenopea.

Se da una parte la fase difensiva, a dispetto dei due gol subiti contro il Sassuolo, risulta più che sistemata; dall’altra parte, tutta la dinamica offensiva risulta sterile. Al momento Napoli-Sassuolo racconta che, il Napoli è una squadra che sa esprimersi, offensivamente parlando, soltanto in contropiede, quando l’avversario gli lascia campo.

Inoltre, non appare coerente ottenere dal mercato una squadra fisica per poi non imbastire uno schema da calcio piazzato che sia uno. Non mancano i centimentri ma neanche i tiratori. Da quando la profondità è stata tolta, il Napoli ha segnato 3 gol in 4 partite. Nelle prime 3, 12 gol. Involuzione da studiare.

3. Parola d’ordine ambizione

La sconfitta di oggi pomeriggio, dopo Napoli-Sassuolo, rimane però una brutta figura come quella maturata contro l’Az. Il Sassuolo è squadra seria e quadrata. Il Napoli non lo ha sottovalutato ma ne è risultato comunque inferiore. Inaccettabile se sei più forte; ancor meno se il Sassuolo mancava di tre quarti della delantera titolare. La brutta figura ci può stare in un processo di crescita graduale che il mister deve fare insieme alla squadra.

Questa però, a parere di tutti, è la rosa più forte dell’era De Laurentiis. E’ bene chiarire che la critica, quest’anno, sulla valutazione di Gattuso non farà pesare tanto il vincere quanto il competere si.

Poiché Gattuso continua a ripetere come un mantra durante le conferenze stampa che l’obiettivo è il quarto posto, bisogna che faccia i conti con gli occhi dei giornalisti e dei tifosi, esattamente come Ancelotti, pagandone con il posto di lavoro, ha fatto con i calciatori. I mass media hanno perfettamente contezza di quanto sarebbe uno spreco e un fallimento accontentarsi di lottare per un anno intero al solo scopo di entrare dalla porta principale alla prossima Champions League.

Massimo Scotto di Santolo

Glerean: “Zeman fuori dal calcio è un insulto a questo sport”

Ezio Glerean è stato intercettato da calciototale14.it. Ha parlato del suo presente e del suo passato a Cittadella, ricordando amche Zeman

Il miracolo Cittadella ha la sua firma, dalla C2 alla B, una cavalcata vissuta intensamente negli anni ’90, in una piazza che prima di lui non si era mai spinta alle soglie della cadetteria. Ma anche Bassano, San Donà, Palermo, Padova. Ezio Glerean e il suo 3-3-4, un must ispirato ai principi di gioco dell’Ajax. Proprio la permanenza in Olanda gli ha permesso di studiare da vicino la scuola olandese. Un calcio corale e offensivo, alla continua ricerca del gioco verticale. Fatto di principi e non solo di numeri, che ha appassionato chi ne ha condiviso l’esperienza.

Oggi è un’altra storia, allena in Promozione la Marosticense, lì dove tutto ebbe inizio nel 1988. Una scelta maturata dopo tante riflessioni fatte negli anni che lo hanno condotto nuovamente a “casa”. “Per stare in B e C dovevi sottostare a determinate scuderie e allora ho fatto il mio percorso”.Dritto verso i suoi obiettivi, con i giovani sempre al centro dei suoi progetti, che negli anni hanno imparato a responsabilizzarsi e a compiere delle scelte al posto dell’allenatore. 

Mister, ci racconta il progetto giovani della Marosticense?

“Quando sono rientrato dall’Olanda c’è stato l’incontro con i miei ragazzi di un tempo della Marosticense. Portiamo avanti un progetto di autogestione per il settore giovanile, dai pulcini al primo anno di giovanissimi. Sono i giocatori con il capitano a fare la formazione, con l’allenatore che si accomoda in tribuna insieme ai genitori. E’ un percorso che responsabilizza i ragazzi e lascia sereni i genitori. Tanti capitani non si schierano per far giocare i più bravi, questo è un messaggio forte anche per i più grandi”.

Dove e quando nasce l’amore per il calcio olandese?

“L’incontro con la mia attuale moglie è stato determinante. Lei è olandese, mi ha permesso di andare in Olanda e di seguire il modello Ajax da vicino. E’ un modo di essere dentro nel gioco, soprattutto per i bambini che poi crescono con quell’idea. Bisogna essere lì a guardare per capire”.

3-3-4 o 3-3-1-3, come si è sviluppata negli anni l’idea di calcio di mister Glerean?

“Dovevano coesistere tre o quattro giocatori offensivi, a secondo delle caratteristiche: 3-3-1-3 o 3-3-4. A Palermo, per esempio, erano quattro attaccanti, non c’era la figura della mezzapunta. Così come a Bassano. A differenza di San Donà e Cittadella dove con Caverzan avevamo il Baggio della situazione”.

Ha lavorato tanto e bene con i giovani, come sono cambiate le abitudini dei ragazzi dagli anni ’90 ad oggi?

I giovani non sono cambiati, sono uguali. L’esperienza che sto facendo a Marostica mi porta a pensare proprio questo. Sono pronti ad ascoltare se noi li facciamo appassionare. Dobbiamo trasmettere le emozioni e fargliele vivere. Il prodotto che noi abbiamo ai vertici del nostro calcio, non è di grandissima qualità. Abbiamo dei buoni giocatori ma siamo lontani dai Baresi, Del Piero, Baggio. Erano figli degli oratori, della strada, dove la fantasia ti stimolava. Nelle scuole calcio di oggi la fantasia non c’è più. Non si appassionano più e non vivono emozioni”. 

Cittadella resta l’esperienza più bella della sua vita?

“Cittadella è stata una delle esperienze, sicuramente quella che ha dato migliori risultati e mi ha dato più gusto. Ma ci siamo divertiti anche a San Donà, a Palermo, nonostante sia stata un’esperienza breve. Il calcio ormai segue altre direzioni dove non comandano più neanche i presidenti, ma altri personaggi che danno opinioni su qualsiasi cosa”.

Qual è la cosa che più le ha dato fastidio nel suo percorso da allenatore?

“Ai miei tempi si parlava di Glerean come un eretico, lo stesso per Zeman. Oggi, per esempio, è un insulto al calcio che un allenatore come Zeman sia fuori dal calcio. Dovrebbe essere a capo di una scuola per insegnare la fase offensiva ai giovani allenatori. Far vedere cosa significa far correre la palla in verticale. Il sistema di gioco lo determina la palla, se la palla va in orizzontale non è un sistema di gioco offensivo, se va in verticale allora sì. Non conta il numero degli attaccanti, ma come scegli di attaccare e come corre la palla”.

Tra i suoi allievi c’è Luca Gotti, attuale allenatore dell’Udinese, e Giovanni Martusciello, vice di Sarri alla Juve.

“Gotti l’ho avuto a San Donà. Si stava laureando in quel periodo, è una persona preparata. Lui si sente più un analista, un ricercatore del calcio ed è forse quello che gli riesce meglio. Però stiamo scoprendo che sa fare il primo, anche da come si comporta, sono molto fiero di lui. Martusciello era già un allenatore in campo, aveva le sue idee poi ha incontrato gente come Spalletti, Sarri, che ne hanno completato la sua crescita”.

E’ vero che Antonio Conte le ha chiesto del suo calcio super offensivo?

“Antonio l’ho incontrato in una partita di Coppa Italia: Bassano-Bari. Prima della gara ci siamo parlati, in quel periodo stava facendo il corso di Coverciano e studiava dalla mia tesi con il professor Ferrari, che adesso purtroppo non c’è più. Conte era interessato su come far coesistere i quattro attaccanti di ruolo. Da lì il suo 4-2-4 con i suoi esterni che erano più larghi rispetto ai miei che erano più centrali”.

C’è un allenatore in cui si rivede oggi?

“Gasperini, sono amico di Gian Piero. L’Atalanta è quella che più di tutte sta facendo un calcio diverso, un calcio collettivo dove attaccano tutti. Al di là degli interpreti, la palla corre continuamente. Con l’Ajax in Champions abbiamo visto due scuole a confronto. Ci si diverte a vederli e si ha la sensazione che anche i giocatori si divertano”.