GENOA QUASI IN B: ONORE A BLESSIN

Il Genoa perde il derby della lanterna, la stracittadina di Genova, ed è condannato dall’acerrima rivale della Sampdoria ad una quasi sicura retrocessione.

1. IL DERBY DELLA BEFFA

Probabilmente il Genoa andrà in B, nel modo più amaro possibile, ossia perdendo un derby salvezza contro la Sampdoria. Sconfitta beffarda per 1-0. Nessuno poteva immaginarlo. Gli eterni rivali blucerchiati, superiori nelle individualità, arrivavano da una crisi nera; una crisi di gioco e di convinzione. Coach Giampaolo sembrava ormai il prete chiamato a procedere con l’estrema unzione.

Nessuno poteva immaginare nemmeno il finale drammatico: Criscito, eterno capitano rossoblu, che sbaglia il rigore dell’1-1 durante i minuti di recupero. E sarebbe bastato anche un punto alla compagine genoana per cullare ancora speranze di salvezza.

2. CHI E’ ALEXANDER BLESSIN?

Se però c’è stato un ultimo ballo, un ultimo ribollire di contrastanti emozioni per un gioco così banale e allo stesso tempo globale, la gradinata rossoblu del Grifone lo deve al signore in foto: Alexander Blessin.

Il quale, pur non senza qualche defaillance, ha rianimato con il defibrillatore un ambiente morto e un’armata Brancaleone. Tecnico tedesco, giovanissimo per gli standard del calcio italiano, scuola Redbull. Kloppiano convinto.

Per vincere nel calcio professionistico bisogna portare ai massimi livelli la poesia e l’agonismo del calcio dilettantistico. Questa potrebbe intendersi come sua massima. Furore agonistico, caos organizzato… mai mollare.

3. BLESSIN, EROE ROMANTICO

Blessin ha creato in pochissimi mesi un ambiente da salvezza lì dove ormai c’era solo mesta rassegnazione alla retrocessione.

E dopo non aver centrato l’obiettivo, che sull’onda di un entusiasmo contagioso pareva ormai alla portata, Alexander rimane in tribuna con moglie e figlia, come uno di noi, a ragionare sui perché della sconfitta, sugli errori di un obiettivo difficilissimo e sfumato sul più bello nonostante ci credessero tutti a dispetto dei risultati conseguiti di giornata in giornata.

Rimane sugli spalti di Marassi a prendersi la brezza marina addosso, la tristezza dei marinai intorno e a condividere con loro la mulattiera del mare verso nuovi e futuri orizzonti. Tutti possibili e realizzabili con la nuova proprietà, quantomeno stabile dopo i disastri pluriennali di Preziosi.

4. BLESSIN E L’ITALIA

Se dovesse rimanere alla guida del Genoa anche in B, sembrerebbe proprio che il calcio italiano abbia acquisito un nuovo (positivo) personaggio, al quale ha regalato lo stesso football tricolore l’amore per questo gioco.

1989, Neckarstadion di Stoccarda. Stoccarda – Napoli 3-3. Sulle tribune tinte d’azzurro emigrante e orgoglioso si canta: porompompero-però-porompompò. Blessin è lì con loro, con i partenopei, guarda attonito l’amore per questo sport e il suo nunzio vincere la Coppa Uefa. Canta gli stessi Cori vesuviani e decide di diventare un mister per gioco e per passione.

Infine la vita, maliziosa, sembra avergli regalato consacrazione proprio in un’altra città di mare, Genova, fino a poco tempo fa gemellata con quella Napoli che, quando conviene, sussume l’Italia tutta. Blessin-Genoa è una storia che gradiremmo continuasse ad esistere anche in serie B, grazie!

Massimo Scotto di Santolo

CIAO PINO WILSON!

E’ morto Giuseppe Wilson, storico capitano della Lazio scudettata di Maestrelli e bandiera mai ammainata del club biancoceleste. Se ne va il leader di una banda calcistica che ha messo paura all’Italia tutta.

1. VIA DEL CAMPO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

Così, durante gli anni del boom economico italiano, De André ricordò ai suoi ascoltatori come la poesia potesse ritrovarsi anche lì dove parebbe esserci solo miseria. Beh, la storia di Giuseppe Wilson, detto Pino, nasce e si sublima in un contesto tutt’altro che adamantino, benché indomabile sia stato il suo carattere e il suo modo di stare al mondo.

Durezza e larghezza delle spalle, petto in fuori, che lo hanno contraddistinto nella sua vita da calciatore ma che non hanno mai intaccato una certa eleganza nel maneggiare la sfera e nell’interpretare i movimenti difensivi. Pino è stato un figlio della seconda guerra mondiale e della Napoli bellica, capace rispetto a tutte le altre città italiane di segnare differenza su come trattare gli invasori e i liberatori.

La città partenopea ha concupito i secondi, masticandoli, mantenendo in bocca il sapore del nuovo mondo o dell’uggiosità britannica ruminata ma una volta andati via, i liberatori, sputati via dal buco di un Vulcano che li aveva accolti senza minacce… come se dal mare che bagna le sponde non fosse giunta alcuna nave né da Ovest né dal Nord.

2. PINO CALCIATORE: GLI INIZI ALL’INTERNAPOLI

Mentre Napoli informava chi arrivava che la città era già stata liberata dall’invasore, alle truppe alleate venivano offerti soltanto amori e occasioni. Pino, infatti, nasce a Napoli da mamma Napoletana e papà inglese di stanza sotto al Vesuvio.

Sceglie la carriera di calciatore che trova rampa di lancio nella seconda squadra di Napoli. Agli appassionati del calcio provinciale non suonerà sconosciuto il titolo “Internapoli”. Gloriosa seconda squadra a difesa delle mura azzurre, domiciliata presso lo Stadio Collana sito nel quartiere collinare del Vomero.

3. L’INCONTRO CON CHINAGLIA

Sede che la Ssc Napoli lasciò in omaggio all’Internapoli dopo la costruzione del San Paolo, oggi Maradona #DAM. Wilson, dunque, si ritrova in C in una società all’epoca di categoria in compagnia di un attaccante lungo e largo. Anch’egli italiano: lo chiamano Giorgio e di cognome fa Chinaglia ma il suo soprannome è Long John per quelle caratteristiche fisiche così verticali.

Figlio di una Italia emigrante anche nell’immediato dopoguerra, dopo una parte dell’infanzia vissuta con i nonni in Toscana, Giorgio raggiunge i genitori a Cardiff dove diventa calciatore, rugbista e cameriere del ristorante che il padre ha aperto dopo aver sudato nelle miniere gallesi.

Wilson e Chinaglia, un terzino tecnicamente dotato e un attaccante tanto potente quanto sgraziato. In C sanno mettersi in mostra sui tranquilli fianchi di un quartiere residenziale napoletano. Giovani e rampanti si guadagnano entrambi la chiamata di un’aquila ferita, la Lazio.

4. LA LAZIO DI MAESTRELLI

Gloriosa società, quest’ultima, nel frattempo finita in B e impegnata a progettare la risalita seguendo la pacata guida di un tecnico gentiluomo quale Tommaso Maestrelli.

Quest’ultimo costruì una squadra tecnicamente dotata, fisica e spigolosa, in grado di arrivare seconda nel campionato cadetto, raggiungere comunque la promozione e in un amen giocarsi nei due anni successivi di A gli scudetti contro Juventus, Inter etc.

Il secondo anno di serie A fu quello buono: con Wilson in difesa e Chinaglia in attacco, oltre ad altri indimenticati eroi, a Roma si festeggia il primo tricolore biancoceleste.

5. UNO SPOGLIATOIO IN SUBBUGLIO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori

La guerra e le sue trame nefaste avevano dato vita a Pino. Un’altra guerra, che in realtà andava di scena ogni santo allenamento, aveva regalato lo scudetto alla Lazio.

Infatti, la vittoria della Lazio e di Wilson e Chinaglia tutto fu tranne che una favola con il lieto fine.

Pino e Giorgio, i due figli del mondo infiammato dagli strascichi della guerra, entro quel team capeggiato da mister Maestrelli avevano creato una vera e propria fazione atta a combattere e intimidire un’altra avversaria… la quale aveva una sola controindicazione: indossava la loro stessa divisa sociale ed era guidata da Martini, uno degli artefici della risalita dalla B alla A insieme a Wilson, e da un’altra anima che il calcio ha lasciato alla memoria dell’Italia di piombo, ossia l’instancabile mediano Re Cecconi ucciso da un colpo di pistola perché creduto erroneamente ladro da un gioielliere suo amico.

E le pistole erano le cose più ricorrenti nei ritiri della Lazio di Maestrelli, oltre al pallone s’intende. Schemi, scazzottate e poligoni: Wilson vincerà uno scudetto da capitano di una squadra dilaniata da battaglie intestine, da orgogli indomiti e cuori giganti.

6. L’IMPROVVISA FINE DELLA GIOVENTU’

Una volta raggiunto l’apice, con l’Italia del calcio ai piedi di una banda rassomigliante quella sporca dozzina, Wilson che aveva raggiunto la sua fortuna vide sparire tutto in un attimo.

Il sordo rumore di una sliding doors che toglie sorrisi e ricchezze svuotando una vita in ascesa. Maestrelli ricevette una diagnosi terribile: un tumore che gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita. E una squadra ancora in grado di dare tanto si spense d’un tratto. In due anni dal tetto d’Italia ai bassifondi della classifica.

Una cura sperimentale allungò la vita ancora per poco a Maestrelli, giusto il tempo per salvare la Lazio e lanciare Bruno Giordano che a Napoli, da dove Pino partì per vincere il primo storico scudetto biancoceleste, arrivò per firmare con gol e assist un altro primo storico scudetto… quello azzurro del Ciuccio.

7. CIAO PINO

Oggi Pino ha lasciato questo mondo ma soltanto per ricostruire con i suoi migliori nemici la banda che terremotò l’Italia del pallone.

Mio nonno, nel raccontarmi dell’Internapoli e della Lazio dello scudetto, aveva ragione a dirmi che non sarei mai stato più figlio unico. Ormai mi ero convinto anche io che Wilson e Chinaglia sarebbero potuti passare all’Internapoli o, perché no, anche al Frosinone.

Massimo Scotto di Santolo

Maifredi: “Sacchi stia zitto, io e Zeman abbiamo cambiato il calcio, non lui”

Maifredi-Zeman

Gigi Maifredi è intervenuto alla trasmissione Radio Gol. Intervenuto su Juventus-Napoli, ha detto la sua anche sulle parole di Sacchi sullo scudetto del Napoli 89/90.

 “Il ruolo dell’allenatore – dice Maifredi – è completamente cambiato. Vedo certi allenatori che in panchina recitano perché sanno di essere inquadrati. Ora l’allenatore che esce da Coverciano è pronto anche con i giornalisti, è molto attento per non creare attriti. Il livello degli allenatori di un tempo era molto più alto, ora appena i calciatori finiscono di giocare vengono subito buttati ad allenare in Serie A.

Gattuso e Pirlo? 

Gattuso ha fatto la gavetta, a Napoli ha avuto alti e bassi ma ora sta avendo un colpo di coda. Pirlo è stato il playmaker più forte del mondo, ma un conto è andare in campo e un altro è cercare di far rendere al massimo i giocatori. Ci sono 30 calciatori contro di te e sono difficili da gestire. Spero che si riprenda e venga confermato, perché l’esperienza che ha fatto quest’anno vale 10 anni di gavetta.

Juve-Napoli? 

La qualificazione in Champions è fondamentale più per la Juve che per il Napoli. La gestione amministrativa degli azzurri è eccezionale, mentre i bianconeri sono quotati in borsa e senza Champions sarebbe un dramma.

Sconfitta della Juve ed esonero di Pirlo? 

Se dovesse essere esonerato Pirlo la Juve punterà su un nome forte come Allegri. Se dovesse tornare Allegri credo che Paratici e Nedved se ne andranno perché sono stati loro a non volere più Max.

Le parole di Sacchi contro lo scudetto vinto dal Napoli?

 Sacchi dovrebbe tacere, ha la memoria corta. Il Milan ha vinto contro il mio Bologna con un nostro gol non visto dall’arbitro Nicchi, la palla era entrata di mezzo metro. Sacchi ha vinto la Coppa Campioni partendo dalla partita sospesa di Belgrado per nebbia e poi rigiocata, penso che Arrigo debba stare zitto. Tutti hanno gli scheletri nell’armadio e chi non ha peccato scagli la prima pietra. Io e Zeman abbiamo cambiato il calcio, non lui”.

Babu: “Zeman vide in me quello che altri allenatori non vedevano”

Babu-Zeman

Calcio Lecce riporta un’intervista di Anderson Babu apparsa oggi su Il Mattino. L’ex attaccante di Lecce e Salernitana ha parlato dell’imminente sfida al Via Del Mare e di… Zeman

BABU E LA VISIONE DI ZEMAN

“Per me fu importantissimo. Certo il merito fu anche mio – afferma Babu – per quello che feci in campo, ma senza di lui non so come sarebbe andata. Vide in me quello che non vedevano gli altri allenatori, tant’è vero che da centrocampista mi trasformò in esterno”.

LECCE E SALERNITANA

“Con Lecce e Salernitana ho vissuto momenti unici che fanno sì che la gara del prossimo week-end sarà ovviamente speciale per me. Si tratta di due piazze, due città, che mi hanno dato tanto e dove sono stato davvero bene. A Salerno ho conosciuto l’Italia e ho imparato gli aspetti principali del calcio, a Lecce ho raggiunto l’apice della mia carriera con due anni bellissimi vissuti nel grande calcio”.

TIFO NEUTRALE

“Non so scegliere chi tifare visto quello che mi lega a Salernitana e Lecce. Che vinca il migliore, ma con un pareggio sarei più contento sapendo però che, forse, potrebbe servire non tantissimo ad entrambi in ottica promozione in Serie A. A prescindere da tutto mi auguro di poter vedere una partita bella e avvincente, pur essendo convinto che sarà così visto quello che hanno dimostrato in questo torneo granata e giallorossi. Probabilmente l’unica differenza è rappresentata dall’organico del Lecce, più profondo rispetto a quello campano”.

PARTITA NON DECISIVA

“Vincere vorrebbe dire molto vista la classifica attuale, ma potrebbe comunque non bastare ad affermare come chiusa la lotta per il secondo posto. Primo perché c’è anche il Monza di Brocchi dietro di loro che può dire e che certamente dirà la sua fino alla fine, e secondo perché rimarrebbero comunque da giocare tante partite da qui al termine del campionato. Con 21 punti a disposizione tutto può ancora accadere”.

LA SFIDA CODA-TUTINO. 

“Parliamo di due attaccanti importanti per la Serie B, di quelli che risultano essere davvero decisivi e che quindi a un allenatore toglierebbero un bel po’ di pensieri nel corso di una stagione”.

Avenida, Zeman ringrazia per il brano dedicato a Franco Mancini (VIDEO)

Avenida-Zeman

Zdenek Zeman manda un video messaggio agli Avenida. Gruppo che ha dedicato un brano a Franco Mancini.

Gli Avenida hanno scritto un brano “Il volo del campione” dedicato a Franco Mancini. Di seguito il videomessaggio di Zeman che li ringrazia e conclude alla sua maniera pittoresca.

“E’ un brano bellissimo, mi viene da piangere a ricordarmi di Franco. Non solo per le sue parate, ma anche per il suo comportamento. Mi ha dato tanto e spero abbia dato tanto a tutti e poi… Basta”

https://www.facebook.com/AvenidaBand/posts/1777684285744654

SALVIO IMPARATO

Scarpa d’oro, Immobile: “Zeman tecnico di attacco, attacco e attacco”

Scarpa-d'oro-Zeman-Immobile

A margine del ritiro della Scarpa D’oro, Ciro Immobile si è raccontato ai microfoni di Marca e ha parlato anche di Zeman.

“È stato bello aspettare il trofeo Scarpa D’Oro, la cosa più importante è che l’ho presa. Dopo un romanista non potevo mancare io. Toni e Totti erano giocatori straordinari e campioni del mondo. Sono orgoglioso di seguire le loro orme e vedere il mio nome tra tutti i grandi calciatori che hanno vinto prima di me. Questa Scarpa d’Oro è una sorta di vendetta, ma non contro qualcuno personalmente. Nel calcio ognuno ha il suo momento e la scorsa stagione è stato il mio”.

IMMOBILE, LA PANDEMIA E GLI INIZI ALLA JUVE

 “Ho scoperto la passione per la cucina e per il giardino. Poi ballo con mia moglie e i miei figli. Questo mi ha fatto andare avanti. La Juve a 17 anni? É stato un cambiamento difficile per me tra due realtà completamente diverse. A quel tempo ero giovane e pieno di sogni per arrivare in Serie A. Per farlo devi sacrificarti tanto e avere un amore assoluto per il calcio. Ho lavorato duramente per arrivare a questa Scarpa d’Oro. So che molti giovani hanno questi sogni e stanno attraversando un momento difficile in questo periodo di pandemia. Ma voglio incoraggiarli: stringete i denti, non mollate, perché tutti abbiamo l’opportunità di realizzare i nostri sogni professionali. Mia madre venne a Torino per farmi tornare a casa, era il giorno del mio compleanno. Mi disse: ‘Sbrigati e torna, che ci fai qui?’ Fortunatamente, per una volta, non ho ascoltato mia madre”.

LAZIO E NAZIONALE 

“A Roma siamo felici, la mia famiglia adora la città. Insieme alla società e all’allenatore Inzaghi stiamo costruendo insieme un progetto che ci ha portato tanti successi. E vogliamo lavorare per altre gioie. È stato difficile prendere l’eredità di Klose alla Lazio. La stessa situazione mi è capitata al Borussia Dortmund dopo l’addio di Lewandowski.”

KLOPP E TUCHEL

Non mi piacciono i confronti. All’estero ho comunque imparato molto anche se, a livello sportivo, le cose non sono andate in modo ottimale. Klopp è stato impressionante, si distingue per il suo spirito combattivo. Tuchel mi è sembrato un tipo meticoloso, un allenatore all’italiana”. 

ZEMAN

“Zeman era un tecnico da “attacco, attacco e attacco”. Questo mi ha regalato il primo titolo da capocannoniere in Serie B nel 2012 con il Pescara. In quella squadra c’erano anche Insigne e Verratti. La Nazionale? Non andare al Mondiale 2018 la più grande delusione della mia carriera. Ma come spesso accade, abbiamo imparato molto da questo. Con Mancini ora stiamo facendo un risultato fantastico e i risultati parlano chiaro. Si sente che i tifosi sono di nuovo entusiasti dell’Italia”

Pazienza: “Zeman ha aiutato molto Insigne”

pazienza-zeman-insigne

L’ex centrocampista del Napoli Pazienza, ha parlato del suo Napoli e di quello attuale, di Insigne e Zeman al programma “Il Sogno Nel Cuore”.

“Il mio Napoli – dice Pazienza – veniva da un momento diverso rispetto al Napoli attuale. Anche un pareggio, come quello ottenuto al Meazza in San Siro nel 2011, era qualcosa di meraviglioso visto che venivamo dalle ceneri del fallimento, dalla Serie C e dalla Serie B.

SPIRITO DEL GRUPPO

Quel gruppo, però, aveva uno spirito che ha aiutato tantissimo la società a crescere sempre di più, fino ad arrivare ai livelli attuali. Nello spogliatoio attuale si intravede uno spirito molto diverso da quello che avevamo noi. Nel calcio moderno – afferma Pazienza – si formano squadre dove si scontrano culture, lingue ed abitudini diverse”

COESIONE

“Per mantenere coesi questi gruppi c’è bisogno di calciatori che facciano da collante. Probabilmente, al Napoli di oggi mancano proprio queste figure, che sono importantissime all’interno di uno spogliatoio. Servono innesti di figure di riferimento, che siano trainanti per il resto del gruppo. E nel mio Napoli c’erano diverse figure di questa caratura.”

INSIGNE E ZEMAN

“L’ho vissuto da giovanissimo, e già si vedevano delle qualità tecniche importanti, anche se non mi aspettavo riuscisse a fare questo tipo di carriera a causa del suo fisico. Ma lui è stato bravo andando a giocare in prestito dove c’era Zeman che lo ha aiutato a migliorarsi e specializzarsi nel suo ruolo.”

BAKAYOKO

“Non credo si sia involuto, ma c’è un evidente calo di tutta la squadra. Lui ha un nome importante, così come lo stipendio, e, di conseguenza, viene preso maggiormente di mira dalle critiche quando fa male. Sulle sue prestazioni può pesare anche il fatto che sia in prestito secco, soprattutto nel finale di stagione, in un momento come questo dove non si riesce a dare una svolta ai risultati sul campo. In maniera involontaria potrebbe essersi lasciato un po’ andare, sapendo di non fare parte del progetto futuro del Napoli”.

Zemanlandia continua, a Foggia Zeman cittadino onorario

A Foggia, dove nacque la favola Zemanlandia, viene proposta la cittadinanza onoraria a Zeman.

“Cittadinanza onoraria a Zdenek Zeman”. È la proposta protocollata oggi da Danilo Maffei. Delegato allo Sport del Comune di Foggia.

“L’istituto della cittadinanza onoraria costituisce un riconoscimento onorifico per chi si sia particolarmente distinto in diversi campi”. Per Zeman vale “l’indiscusso contributo fornito alla valorizzazione del patrimonio sportivo del nostro territorio. Nonché al prestigio e all’immagine della città di Foggia. Nei suoi anni trascorsi alla guida della panchina del Foggia Calcio ha contribuito significativamente, grazie a Zemanlandia, a far crescere e progredire il blasone del Foggia Calcio e dell’intera città”.

IL BATTESIMO DI ZEMANLANDIA

“Zdenek Zeman ha vissuto nella nostra città ed ha allenato per sette anni la squadra di calcio locale. Nel 1986/1987 serie C1. Nel 1989/90 il Foggia dei miracoli, caratterizzato da un 4-3-3 spiccatamente offensivo e da un gioco spumeggiante. Nel 1990/1991 serie B con promozione in serie A. Nel 1991/1992, 1992/93 e 1993/94 serie A. In questi ultimi tre anni il Foggia Calcio conquista la salvezza e la qualificazione alle coppe europee sfiorata a più riprese. Infine nel 2010/2011. Ha dato lustro ed onore all’intera Capitanata. Ha fatto balzare agli onori della cronaca sportiva, nazionale ed internazionale la città di Foggia, tanto da venir denominata ‘Zemanlandia’“.

PREMIO TOR VERGATA

Nel documento si ricorda anche che nel 2002, il tecnico boemo, “si è aggiudicato il premio speciale ‘Tor Vergata-Etica nello sport’ assegnato a personalità sportive che si sono contraddistinte per lealtà, correttezza, impegno sociale e lotta al doping all’insegna dei veri valori dello sport. Ancora oggi, a distanza di venti anni, la città di Foggia continua ad essere identificata con l’etichetta di ‘Zemanlandia’ a testimonianza di un periodo memorabile per l’intera Capitanata. La dedizione di Zeman ha permesso di scrivere pagine memorabili della storia calcistica foggiana dando lustro significativo all’intera città che attraverso il calcio e la modernità delle sue idee guadagnò la ribalta nazionale ed internazionale”.

Per tutti questi motivi, il consigliere Maffei impegna il sindaco e la giunta a conferire, “nella certezza di interpretare i sentimenti dei tifosi e della città, la cittadinanza onoraria a Zdenek Zeman”

Calciomercato.com, Zeman per primo capì l’importanza del portiere

Calciomercato.com si interroga sulla moda pericolosa di costruire dal basso con il portiere. Si cita Zeman come precursore nell’aver dato un ruolo più importante, ma di sicuro più offensivo, più veloce nel far ripartire l’azione, approfittando delle difese non sistemate.

Costruzione dal basso, portieri nel panico. Il dibattito sia aperto. Prima domanda da porsi: sono più i vantaggi o i rischi? Seconda domanda: è davvero un’opportunità? Ormai in Serie A come altrove giocano tutti così. Con conseguenze – talvolta – afferma calciomercato.com – da far rimpiangere il caro vecchio rilancio alla cieca dei portieri di una volta. Pum. E il pallone era già sulla trequarti avversaria. Calcio antico, direte. Può darsi. Ma se la modernità è questa qualche problema c’è. I due errori macroscopici in disimpegno di Alisson – probabilmente il miglior portiere al mondo – fanno sorgere il dubbio che c’è qualcosa che non va. 

Zeman, Mancini e il Foggia

Proviamo a ragionarci sopra, con una premessa: la costruzione dal basso – ovvero l’inizio dell’azione che coincide con il passaggio corto del portiere ad un suo compagno – è la vera novità tattica di questa stagione. E’ chiaro che il portiere che gioca con i piedi è un uomo in più. Lo capì per primo Zeman. Il suo Foggia trent’anni fa giocava con Mancini che stazionava a venti metri dalla propria porta. Era di fatto un difensore aggiunto. C’è stata l’evoluzione della specie e negli ultimi dieci anni Neuer – al Bayern e con la nazionale tedesca – ci ha fatto vedere quanto sia importante avere un portiere che giochi anche da libero

Però qualcosa è andato storto

Se la costruzione dal basso diventa una delle cinque-dieci soluzioni per far partire l’azione, allora siamo d’accordo che è un buon modo per aprirsi il campo. Ma se diventa la regola allora scivoliamo nel territorio dello psicodramma. Abbiamo visto cose che voi umani non immaginate: portieri incespicare sul pallone, altri azzardare passaggi di due metri con il fiato sul collo del centravanti avversario, altri ancora – la maggioranza – scambiarsi tre-quattro volte il pallone con i compagni per poi calciarlo a casaccio, facendo solo guai e spesso consegnando il pallone agli avversari. E così diventa una costruzione/distruzione dal basso. 

De Zerbi

Il primo ad insistere su questa soluzione – continua calciomercato.com – è stato De Zerbi a Sassuolo l’anno scorso. Gli obiettivi erano chiari: uscire dal pressing, dare ampiezza al campo, trovare una chiave per un’azione che diventa subito offensiva. Bisogna avere i piedi buoni, per prima cosa. E la qualità media dei difensori della Serie A negli ultimi anni si è livellata, ma verso il basso. Banalmente: nel Barcellona di Guardiola la costruzione dal basso è un meccanismo (quasi) perfetto, nel Napoli di Gattuso – o nel Crotone di Stroppa – no. Cioè: se hai Ederson hai un valore aggiunto, se hai Meret (o Ospina) o Cordaz no. E parliamo qui di capacità di gestire il pallone con i piedi, non di valore generale del portiere. E’ certamente una rivoluzione filosofica, che dà valore al primo passaggio del portiere; ma il nostro sospetto è che sia diventata una moda. Lo fanno tutti, lo faccio anch’io. La regola introdotta l’anno scorso – secondo cui su rimessa dal fondo il portiere può passare la palla ai propri compagni in area di rigore (prima doveva calciarla fuori) – ha sicuramente spinto verso la direzione di un avvio di manovra costruito in questo modo. 

Ritorno al lancio lungo del portiere?

Abbiamo il timore – conclude calciomercato.com – che la costruzione dal basso porti a conseguenze simili a quelle provocate dalla zona del Milan di Sacchi alla fine degli anni ’80. Allora sembrava che non si potesse giocare in altro modo. Giocavano tutti a zona, dalla Serie A alla C2, girone C. Pochi, rari e preziosi gli allenatori che andavano controcorrente o che – meglio ancora – erano in grado di trovare soluzioni alternative. Sta succedendo un po’ la stessa cosa. E non è un bene quando il calcio trova la sua comfort zone e si adagia. Meglio inventarsi qualcosa, meglio rendere semplice ciò che è complicato. Poi magari tra qualche anno scopriremo che il lancio lungo del portiere – a scavalcare la mattanza di centrocampo – sarà tornato di moda e allora saranno tutti preoccupati di trovare portieri-quaterback. Nell’attesa cerchiamo di capire se – come da domanda iniziale – sono più i vantaggi o i pericoli che la costruzione dal basso comporta.

Anania: “Zeman ha tanti pregi, nessun difetto”

Luca Anania, ex portiere dell’Avellino, del Lecce e del Pescara di Zeman, ha parlato ad Ultrà Avellino.

“Zeman? Tanti pregi – afferma Anania- è un maestro de calcio, lo intende nella maniera più spettacolare del termine. Ci insegna i movimenti dell’attacco e come tenere il campo per 90 minuti. Posso parlare solo bene, non ha difetti. Con lui segnano tutti”. 


L’ Avellino del 2004

“Fu un campionato strano, oltre ad alcuni particolari che sono di dominio pubblico e che non mi va di ripetere. Il girone di andata perdemmo tanti punti e lì ci condannammo. Nel girone di ritorno andammo benissimo e facemmo una media punti quasi da playoff, ma non ci servì. Bastava un altro mese e ce l’avremmo fatta, sarebbe stata una grande impresa ma purtroppo è andata male. Rimpianti? Tanti, come detto il girone di andata fatto male e poi tante cose, siamo stati presi di mira da tutti, anche dagli arbitri. Soddisfazioni? Una dozzina di partite giocate, un rigore parato ad Ascoli e una grande partita a Cagliari”. 


Ricordi di Avellino

“A parte la retrocessione appena raccontata ho ricordi belli. Mi sono trovato bene, è una piazza calorosa e ambiziosa e sono contento di essere passato da questa società importante. Mi sono messo in mostra, ero il secondo di Cecere ma mi sono fatto notare e grazie all’Avellino ho toccato anche la Serie A. Avellino è una città che vive di calcio, con tifosi passionali e ricorderò sempre la mia esperienza in Irpinia”. 

Anania sull’Avellino di oggi

“Si certo, sta facendo bene e auguro che possa continuare così e conquistare una buona posizione per i playoff e giocarsi poi la promozione in B”. 

La Legge del Partenio 

“E’ un qualcosa di strepitoso, entrare nello stadio e sentire migliaia di persone urlare lupi lupi lupi, e’ un fortino, un campo difficile per tutti, una vera tana del lupo. Peccato che quell’anno non riuscimmo a rispettare questa legge più di tanto”. 
Colleghi con cui è in contatto: “All’inizio con tutti quasi, poi con il passare degli anni i rapporti si sono persi. Mi sento ogni tanto con Puleo, Nocerino, Sardo”. 

Dal Nord al Sud

“Certo, consiglio il Sud perchè ci sono piazze calorose, che vivono per la propria squadra, c’è una adrenalina pazzesca. Io mi sono trovato benissimo e al Sud devo la mia carriera, Avellino, Lecce, Pescara, Catania”. 

Allenatore

“Una volta che mi sarò ritirato ho intenzione di fare l’allenatore. L’Avellino? Sarebbe un sogno, è una piazza importante, non si rifiuta mai. Magari potessi un giorno tornare, come allenatore o nello staff tecnico, sarebbe un sogno”.