Baiano: “Zeman un fenomeno che mi ha insegnato tanto” (VIDEO)

Baiano-Zeman-Napolisoccer.net

Ciccio Baiano, l’ex attaccante della prima Zemanlandia Foggiana parla, in diretta Instagram con Napolisoccer.net, del suo passato da calciatore al Napoli, alla Fiorentina eccetera. Su Zeman un bellissimo passaggio tutto da leggere ed ascoltare.

Napoli, Foggia, Derby e Firenze, cosa ti portano in mente?

“Napoli è la mia città, la squadra per cui ho sempre tifato da bambino. Ho avuto la possibilità di giocare dal settore fino alla prima squadra, realizzando il mio sogno di bambino. Per sfortuna o per fortuna sono dovuto andare via. Fortuna; perché la mia squadra del cuore annoverava grandi campioni, il primo era un certo Maradona, poi ero chiuso da giocatori come Giordano, Careca e Carnevale, che non era un titolare ma era pur sempre un nazionale. Per me c’era poco spazio e andai a fare esperienza altrove. Foggia è stato il mio trampolino di lancio, due anni bellissimi, dove ho ricevuto tantissimo ed ho dato tanto. È stato un matrimonio felice, abbiamo vinto un campionato di B, ho vinto la classifica marcatori con 22 gol e l’anno dopo in A mi sono confermato in un categoria più difficile, ho segnato meno gol ma ho pur sempre segnato 16 reti. L’unico rammarico di quella stagione è stato non andate in Uefa per 2 soli punti. Questo ti fa capire quello che abbiamo fatto qualcosa di straordinario in due anni, è stata una parentesi indimenticabile della mia vita. Firenze è stata una piazza importante e difficile, sono molto critici ed abbiamo ottenuto dei buoni risultati, anche se il primo anno siamo retrocessi, nonostante avessimo uno squadrone, Non fu colpa dei giocatori ma della dirigenza, che quando eravamo secondi in classifica, perdemmo in casa con l’Atalanta ed esonerò il tecnico Radice. Un errore pagato a caro prezzo. Quella del Derby è stata un’esperienza fatta con grande entusiasmo, ho sempre amato il calcio inglese e viverlo in prima persona è stata una bella esperienza. È stato bello, appagante e divertente, c’è meno tatticismo, le squadre vanno in campo giocano e se le danno di santa ragione. Sono state quattro tappe importanti della mi carriera”.

C’è qualche similitudine tra l’ammutinamento del Napoli e quello che successe quell’anno con la Fiorentina?

“No due cose diverse. Se la squadra non fosse stata forte non ci saremmo mai trovata secondi in classifica. C’erano attriti tra allenatore e presidente, avevano vedute diverse, chi comanda è il presidente non l’allenatore; perciò appena perdemmo immeritatamente una partita, che avevamo dominato in lungo ed in largo, prese la palla al balzo ed esonerò subito l’allenatore. Si creò una spaccatura enorme tra la società e la squadra. A Firenze non ci fu un ammutinamento, ci fu un diverbio con il presente per farlo ritornare sui suoi passi. In campo andavamo e davamo sempre il massimo però poi quando si rompe il giocattolo è difficile ricomporlo, abbiamo fatto di tutto per non retrocedere ma alla fine siamo retrocessi. Quando perdi uno, due tre partite e ti trovi in zona retrocessione e non hai la squadra per non retrocedere, diventa una grossa montagna da scalare. Quello che è successo al Napoli è diverso, diverbi con la società ma un giocatore non dovrebbe mai rifiutare un ritiro”.

Differenza di pressione tra Napoli e Firenze?

“Sono due piazze esigenze ed umorali, molte legate al risultato, vinci due partite e sei da scudetto ne perdi due e sei da retrocessione con dirigenti ed allenatore da cambiare. In Italia è determinante il risultato, poi come viene non è importante”.

Diego Armando Maradona

“Ho avuto la fortuna di far parte di quel Napoli e di essere preso in simpatia da lui. Mi ha dato tanto, mi ha fatto sentire importante nonostante fossi un ragazzino e mi ha trattato sempre come se fossi un giocatore della rosa, mai come un debuttante o un giocatore aggregato dalla Primavera. Mi diceva sempre: ‘se sei qui, sei un giocatore di prima squadra’. Sono sempre riconoscente a questo fenomeno, che non ha mai fatto pesare a nessuno il fatto di essere Maradona. Era sempre a disposizione della sua squadra, non ti faceva sentire inferiore, anzi spesso era lui a fare un passo indietro per non farti sentire a disagio. Ha aiutato tutti e quando parlava lui era legge. Il presidente diceva sempre no a determinati premi, che non si potevano avere, che queste cose non si potevano fare, poi arrivava lui, parlava, lo chiedeva ed improvvisamente si poteva fare. Era semplice, umile e ti aiutava sempre. Nelle difficoltà era il primo a venirti vicino. “Pensa positivo, che se pensi negativi non risolvi i problemi”. Nei momenti difficili diceva sempre così”.

Real Madrid

“A Madrid ho debuttato in Coppa Campioni. È stato un sorteggio non fortunatissimo per il Napoli, che si è presentato alla massima competizione europea, come vincitore del campionato italiano per la prima volta nella sua storia. Siamo stati sfortunati; poiché abbiamo avuto difronte il Real Madrid, che all’epoca era la squadra più forte al mondo. Andare a giocare a Madrid è sempre stato durissimo, tuttavia noi avemmo un piccolo vantaggio; quella gara si giocò a porte chiuse, quindi non c’era la bolgia che c’è di solito al Bernabeu, mancavano 100/120 mila persone che li spingono ad ogni partita. Perdemmo 2-0 lì e al ritorno facemmo un primo tempo strepitoso, segnò Francini l’1-0, lo stadio esplose ma 1-1 di Butragueño spezzo i sogni di una città intera. che sperava di andare avanti in Coppa. Sapevamo fin dall’inizio che superare il turno sarebbe stato durissimo”.

Zeman

“Un libro minimo da 150 pagine per essere sintetici e coincisi. Il Boemo, il muto, il maestro. Un fenomeno che mi ha insegnato tanto. Quando sono arrivato a Foggia, ero un giocatore bravo ma un attaccante deve fare gol e lui mi ha insegnato come muovermi da prima punta, come muovermi vedendo la porta, che è la cosa più difficile. Tante prime punte giocano spalle alla porta, così però gol non se ne fanno, Zeman mi ha insegnato ad attaccare la profondità nei tempi. I tempi sono fondamentali è la cosa più importante nel calcio ed io cerco di insegnarlo ai miei ragazzi. Uno può pensare che se uno è veloce, arriverà sempre avanti alla porta ma se si muove mezzora prima gli conteranno 100 fuorigioco a partita. È questo che mi ha insegnato Zeman. Se per attaccare la profondità servisse solo la velocità Bolt e Ben Johnson una volta smesso di fare il loro sport sarebbero andati a giocare al Real Madrid, con la loro velocità sarebbero arrivati sempre soli dinanzi al portiere. Sotto la guida di Zeman, ricordo primo giorno di ritiro, partimmo da Foggia alle 6 e arrivammo a Campo Tures alle 18, ci disse: ‘ragazzi andate in camera, lasciate le valigie, poi venite giù, andiamo a vedere il campo, facciamo un po’ di corsettina, poi andiamo a cena e a letto presto che domani dobbiamo lavorare’. Andammo al campo, c’era il massaggiatore che ci aveva preparato tutto e facemmo 3 serie da 3 km. Insomma facemmo una passeggiata di 9 km, dopo che avevamo fatto 12 ore di viaggio in pullman. Questo era solo l’aperitivo. Il lavoro era diviso in 3 giorno: il primo giorno facevamo 3 km, 3 km, 3 km, poi veniva il lavoro in campo, di forza, le corse e le partitine a pressione. Dopo questi 3 giorni, siamo passati ai 5 km in 3 giorni, praticamente in 3 giorni abbiamo fatto a secco 45 km, poi veniva il campo e la forza. Noi siamo stati in ritiro per 40 giorni, perché prima i ritiri duravano fino alla prima partita di Coppa Italia che era dopo ferragosto, chissà quanti km facemmo tutti quei gironi di ritiro. Noi avevamo camere grandi, eravamo a coppie, io ero con Nuccio Baroni e nell’altra c’era Rambaudi e Signori.
Dopo una settimana ero in camera e non riuscivo a prendere sonno e Nuccio mi chiese come mai non dormivo, gli risposi che ero pensieroso a causa degli allenamenti del giorno dopo. Quando racconto questa cosa ai miei giocatori non mi credono, pensano che sto esagerando. Non è vero che non curava la fase difensiva, il suo motto è si vince facendo un gol in più degli altri, quindi facevamo un 30% di fase difensiva ed un 70% di fase offensiva. Mi ha detto tante cose, non ero mai pungente cattivo. Quando segnavo la domenica, il martedì non mi volevo mai allenare e lui ogni volta mi diceva: “oggi cosa hai?” ed io gli rispondevo che ancora dovevo recuperare… Quando saltavi un allenamento lo recuperavi il giorno dopo”.

Batistuta

“Anche lui argentino guarda caso. Sono arrivato a Firenze e ci siamo subito capiti e piaciuto, siamo andati sempre d’accordo dentro e fuori dal campo. In un trio/ in duo è importante creare quell’intesa fuori dal campo, dato che poi dentro viene più facile. Gabriel è fuoriclasse assoluto che finalizzava tutto quello che di buono faceva la squadra per lui. Diego era un extraterrestre, con lui ho avuto un rapporto speciale, mi ha voluto e mi ha sponsorizzato tantissimo, gli sono piaciuto molto come giocatore, come ragazzo ed ho avuto la fortuna di allenarmi un anno con loro, allenandomi quotidianamente. Ero più piccolo e lui per me c’era sempre, con Bati ero più grande ed avevo un rapporto diverse. Due giocatori con due personalità diverse, uno fenomeno e l’altro un extraterrestre. Batistuta lo metto nei primi 3 cannonieri al mondo, dietro Messi e Ronaldo. Se giocasse adesso arriverebbe a 30/35 gol. A livello tecnico Ronaldo il brasiliano era superiore al Bati ma come goleador era più forte l’argentino. Ronaldo ha sempre giocato in grandissime squadre e questo ti da un vantaggio in più. Attaccando 70 minuti su 90 è più facile fare gol. Batistuta ha giocato 10 anni a Firenze, poi alla Roma ed a fine carriera all’Inter, quando era in fase calante. Ha sempre giocato in squadre importanti, mai nelle squadre top o nelle prime 5 d’Europa. Ha lasciato Firenze e la Fiorentina; poiché voleva vincere. C’erano squadre molto più forti della Fiorentina, lo capii e quell’anno lascio Firenze per andare a vincere lo scudetto alla Roma, altrimenti sarebbe rimasto a vita a Firenze”.

Sarri, Bianchi e Sacchi

“Bianchi lo ringrazierò per tutta la vita, mi ha fatto realizzare un sogno facendomi debuttare in Serie A con la mia squadra del cuore. Sacchi mi ha fatto coronare un altro sogno: debuttare in nazionale. Infine Sarri è lui che deve ringraziare me (ride – ndr), infatti da allenatore emergente ha avuto la fortuna di avere un squadra Ciccio Baiano che gli faceva vincere le partite. Scherzi a parte, si vedeva che era un allenatore molto preparata, arrivò alla Sangiovannese e trovò una squadra già forte per la categoria e vincemmo il campionato. Lo devo ringraziare, perché mi ha sempre fatto sentire importante per la squadra, io ho ricambiato questa fiducia facendogli vincere il campionato, ovviamente ciò non sarebbe stato possibile se non avessi avuto l’aiuto dei miei compagni. Quella vittoria del campionato ha permesso a Sarri di salire di categoria e fare una carriera importante nel mondo del calcio.
Quando ero a Napoli ci sentivamo spesso, mi ha fatto andare in ritiro da loro, mi ha fatto vedere il lavoro che svolgevano ma già lo conoscevo. Maurizio è un perfezionista, lavora 24 ore su 24 in campo e fuori, tuttavia nonostante il rapporto di amicizia non c’è mai stata la possibilità di andare a lavorare con lui né a Napoli né alla Juve”.

Rambaudi, Baiano e Signori

“A Foggia i nostri cognomi erano una filastrocca, che tutti ripetevano sempre. Eravamo un trio che ha regalato emozioni e gioia ad una piazza che si nutriva di calcio e del Foggia. Eravamo esaltati da una squadra che giocava per noi e dagli schemi di Zeman che dovevamo mettere in pratica. Eravamo 3 ragazzi che avevamo l’aspirazione di diventare calciatore, era quello lo spirito di non mollare mai.
A Foggia abbiamo trovato amicizia vera, non c’erano gelosie, ciascuno di noi giocavo per l’altro e bene o male segnavamo quasi tutte le domeniche. Quando si trovano queste situazioni, gli attaccanti fanno sempre bene.
Il rapporto con Signori era ottimo ma non ci frequentavamo tanto fuori dal campo. Essendo single faceva la vita da scapolo e frequentava gli scapoli del gruppo, io invece avevo un rapporto più stretto con gli sposati: Rambaudi e Nuccio Barone su tutti. Con Beppe stavamo sempre al campo insieme, in ritiro anche e sul pullman prima delle partite si giocava sempre a carte”.

Sannino

“Beppe è un amico fraterno, che mi ha insegnato tanto. Non è facile passare dal fare il calciatore a diventare allenatore, sono due cose diverse. Ho avuto la fortuna di collaborare con lui per 4 anni, abbiamo fatto Varese, Siena, Palermo e Chievo Verona, poi è andato all’estero e non me la sono sentita di seguirlo. Non abbiamo più collaborato, per me è stata una persona molto importante e lo ringrazierò per sempre.
L’allenatore in seconda fa la spalla del primo, avevo un rapporto con Sannino molto buono; infatti lui mi lasciava sempre lavorare. Sono due ruoli diversi, la differenza sostanziale tra l’allenatore ed il vice sta nella pressione, le critiche e le colpe sono sempre del primo allenatore”.

Pisa

“Primo anno da allenatore della Primavera, primo anno che faccio il settore giovanile. All’inizio è stata molto difficile, il Pisa proveniva dalla Serie C ed in quanto tale l’anno prima non aveva la Primavera. Il 70% della Beretti è passato in Primavera e sia per inesperienza che per fisicità abbiamo fatto tanta fatica. Nel girone di ritorno la squadra era pronta e se la giocava con tutti alla pari, anche con squadre costruite spendendo milioni di euro. Il lavoro paga e nonostante tutte le difficoltà la squadra aveva una sua fisionomia e sapeva bene come interpretare il campionato”.

Due minuti per dire ciò che vuoi


“Voglio parlare dell’esperienza al Derby County, un’esperienza che auguro a tutti i miei colleghi, amici e non di fare. Tutti devono partecipare al campionato più importante al mondo, ti arricchisce e ti fa capire che il calcio è un gioco e ti insegnano ad amare sia quando le cose vanno bene che quando vanno male. Si è tifosi sempre sempre, anche nei momenti più difficili, tanto prima o poi la ruota gira e si ritorna a vincere”.

Un bilancio della tua carriera?


“Positivo, sono stato fortunato ed orgoglioso di quello che ho fatto. Forse senza infortunio avrei fatto di più, in ogni piazze che sono andato ho sempre dato il massimo, anche se non sono riuscito a dare il massimo. A Firenze mi sono rotto due volte il perone, il crociato ed il legamento ho perso un anno e mezzo, per ritrovare la forma dopo questi infortuni ci vogliono almeno 4/5 mesi. Questa è l’unica cosa di una carriera positiva. Si può dire sempre potevo, non potevo ma i se e i ma se li porta via il tempo. A me i fatti mi hanno sempre dato ragione. Non mi sono accontentato di guardare gli altri. Sono andato via dal Napoli che avevo 4 fenomeno avanti, ho rifiutato il Milan perché volevo giocare non fare la riserva. Ho detto se vengo al Milan non mi date le scarpette da calcio ma le mocassino. Al Milan c’erano mostri sacri e non mi sono sentito di andare lì per allenarmi e poi fare la panchina. Io mi divertivo solo quando giocavo, quando non giocavo mi divertivo poco”.

Kutuzov: “Grazie a Zeman diventai una macchina”

Kutuzov-Zeman

In collegamento Skype con YSport, l’ex attaccante Vitali Kutuzov ha ripercorso il suo anno, la stagione 2003-2004, nell’Avellino di Zdenek Zeman

“Mi fa piacere essere rimasto nella memoria dei tifosi dell’Avellino – afferma Kutuzov – io cercavo di dare in campo tutto quello che avevo in corpo, ma purtroppo retrocedemmo a fine campionato. Facevamo cose importanti, ma non riuscivamo a vincere. Forse mister Zeman non riuscì a trovare la quadratura”.

SU ZEMAN

“Pensavo fosse un serial killer per i suoi modi di farci allenare. Io lo soffrivo tanto, preparai pure le valigie per andare via dal ritiro, perché psicologicamente stavo male, ero solo in camera. Poi sono rimasto, grazie a Ferraresi, che ora fa l’allenatore ed è un mio grande amico. Mi diede una grande mano. E grazie a Zeman sono riuscito a farmi valere alla Sampdoria, per due stagioni in Serie A. Finisce il campionato ad Avellino e vado alla Sampdoria, che aveva in attacco due bandiere e due nazionali sulle fasce, Volpi e Palombo a centrocampo: mi ritaglio uno spazio importante, non so neanche come, ma se c’è una persona che devo ringraziare è proprio Zeman. Ero diventato una macchina e questo ti dà certezze per tutto il resto”

Manicone: “Zeman innovatore al pari di Crujiff, Sacchi e Guardiola”

Manicone, ex calciatore, anche di Zemanlandia, e attuale vice di Petkovic in Svizzera a parlato a TMW Radio al programma Maracanà

La svizzera è il primo campionato che si è fermato per Coronavirus

“Sì, quando in Italia c’erano già i primi casi. Sono stati lungimiranti – afferma Manicone – ad applicare questa politica. Quando hanno cominciato a sospendere le partite e le scuole in Italia, in Svizzera si era rimasti aperti. Quando è iniziata ad aumentare la percentuale di contagiati, si sono chiuse anche le scuole”.

Tonali, Chiesa, Castrovilli. Su chi punteresti per una grande squadra?

“Bisogna in che contesto vanno e quante possibilità hanno di giocare. Sono tre giocatori diversi, fortissimi, nel giro della Nazionale e di sicuro avvenire. Di sicuro cresceranno, ma devono giocare nel ruolo ruolo”.

Michels, Cruijff, Sacchi, Guardiola: chi ha rivoluzionato di più il mondo del calcio?

“Io aggiungerei anche Zeman, perché tanti allenatori si sono rifatti a lui, anche a livello internazionale. Guardiola si è rifatto molto a Cruiff, ma anche Sacchi è stato un grande. ha cambiato il modo di vedere il calcio. Per me sono tutti alla pari, sono dei grandissimi”.

#restiamoacasa, il Pescara rievoca i tempi di Zeman

L’account twitter del Pescara, rievoca ironicamente i fasti di Zeman. Lo fa sfidando le società di B a giocare a Pes2020. Spaventando gli avversari inserendo in rosa Insigne, Verratti e Immobile. Tutto rigorisamente con ashtag #restiamoacasa

L’account social del Pescara non è nuovo a queste iniziative. Si è già fatto notare recentemente con un tweet scherzoso di risposta al Napoli e uno all’Empoli simulando Ibra con la maglia biancoazzurra. Questa volta lo fa sfidando tutta la serie b ad una partita a Pes2020, approfittando del momento e del #restiamoacasa. In rosa però aggiunge i tre protagonisti del grande Pescara di Zeman, Insigne, Verratti e Immobile. Nostalgia? Chissà, in tutti i casi Zeman è libero e in grande forma.

SALVIO IMPARATO

Morace, Zeman: “Carolina non ricorda che nel 1986 portai la mia squadra a vedere il suo Trani”

Zeman interviene ancora sulle sue dichiarazioni, interpretate male, sul calcio femminile. La fa raccontando un aneddoto, con protagonista Carolina Morace nel 1986. Ecco il video.

“Io pensavo di fare bene al calcio femminile, che per colpa della cultura italiana non si emancipa perché, intendevo dire, che la donna qui viene vista più in cucina. La Morace? Carolina mi attacca, ma lei è una testimone diretta. Nel 1986 eravamo in ritiro e portai la mia squadra a vedere una partita del suo Trani femminile. Penso che all’epoca eravamo gli unici magari”.

Ennesima dimostrazione, che quando si parla di Zeman, molti dovrebbero sciacquarsi la bocca. Ripetiamo il concetto, la Morace chieda scusa a chi da tanto si prodiga per il calcio e lo ha evoluto ricevendo meno del dovuto, a questo punto maestro di esempi anche per il calcio femminile.

Salvio Imparato

Orsi e Nanni: “Zeman è un genio, il 4-3-3 migliore del mondo” (VIDEO)

Durante la diretta di Radio Radio, Orsi e Nanni (ex Lazio e ex Roma), lodano Zeman in modo particolare e sentito.

Orsi e Nanni parlano di Zeman

Sembrava un’accelerazione da 0 a 100 automobilistica, la lodi di Nando Orsi a Zeman. Durante una discussione sui portieri giallorossi, Orsi interrompe Nanni, che parlava delle difficoltà incontrate da Goigochea, esprimendo inizialmente un parere negativo sulla visione di Zeman sul ruolo del portiere e i relativi allenamenti.

“Guido (Nanni ndr) – esclama Orsi – io ho avuto Zeman per tre anni, è grande allenatore, ma forse di portieri ci capisce poco. Faceva degli allenamenti che facevano incazzare i portieri. Tipo gli 11 contro 0, per allenare gli schemi erano insopportabili per noi portieri, ti facevano scavetti e pallonetti”

A quel punto interviene l’ex allenatore dei portieri e iniziano le lodi per Zeman di Orsi e Nanni.

“Nando io quando l’ho avuto a Roma, dopo un pò di guerre (riferito agli allenamenti ndr), ho imparato tanto e ritengo di essere fortunato. Stiamo parlando di un genio”. E Orsi replica: “Si è un grande e credo sia uno che alleni davvero, il suo 4-3-3 a livello offensivo è il migliore del mondo, Guardiola che pure ritengo un genio, non ha gli schemi che ha Zeman, il Mister non eguali in questo”.

Sorvolando le solite battute stucchevoli, sulla difesa di Zeman, dei conduttori del programma, è stato una bella distribuzione di lodi per il Boemo da parte di Orsi e Nanni.

Bojinov ode a Zeman: “Mi ha reso giocatore, lo prendi per questo, vedi Totti, Verratti e Immobile”

Valeri Bojinov ha rilasciato un’intervista a cuore aperto al Il Posticipo, blog della Gazzetta Dello Sport. Bellissimo il passaggio sul suo Maestro, Zdenek Zeman.

Pantaleo Corvino è stato abbagliato dalla sua brillantezza, Zdenek Zeman lo ha preso tra le mani e lo ha rifinito come si fa coi diamanti migliori. Bojinov è stato un giovane di bellissime speranze a Lecce: lì è cresciuto, lì ha completato i suoi studi, lì è diventato il giocatore poi applaudito a Firenze, Torino, Parma, Vicenza e Verona. Oggi Valeri ha 33 anni e guardandosi indietro cambierebbe qualcosa nella sua vita. Restando però il ragazzo di sempre: quello che si è guadagnato la fiducia di Pavel Nedved nella Juventus dopo Calciopoli e l’amicizia di José Mourinho dopo un gol importante. E una dedica speciale nei confronti dell’Inter che qualche mese dopo avrebbe vinto il Triplete. Oggi Bojinov ha ancora tanta voglia di giocare e sogna di chiudere la sua carriera dove tutto è cominciato.

Valeri, che momento sta vivendo della sua carriera?

A 33 anni vivo un momento di piena maturità, oggi vorrei averne 20 ma non posso. Vorrei tornare indietro con la testa di oggi. Col passare del tempo capisci tante cose e ripensi a certi atteggiamenti del passato e a tante decisioni che oggi non prenderesti. Alcuni momenti sarebbero potuti essere ancora più belli, ma quando li vivi non puoi capire dove sei. A 33 anni quando tutto quello è finito allora puoi capire che cosa hai vissuto. Non voglio piangermi addosso, voglio pensare avanti.

C’è qualcuno che la ispira in questo momento?

Vedere tornare in Italia un giocatore come Ibrahimovic a 38 anni o vedere Cristiano Ronaldo è uno stimolo: io non sono al loro stesso livello, ma mi carica vedere come combattono per migliorarsi ed essere un esempio per tutti: per le loro famiglie, per le loro squadre, per i tifosi e per i giornalisti. Queste due persone mi danno ancora più fiducia e stimoli per lottare e andare avanti.

Lei si sta allenando in questo momento?

Sì, sono in Bulgaria. Qui la preparazione invernale è più lunga rispetto a quella estiva perché fa molto freddo e non ci sono partite in programma. Il campionato comincia a febbraio.

Quale sarebbe il suo desiderio? Trovare una squadra in Bulgaria? Oppure in Italia?

Vorrei tornare in Italia, ma non vorrei tornare tanto per tornare. Deve esserci un progetto, sogno una squadra con cui rilanciarmi gestita da qualcuno che creda in me. Non è facile, ma finché c’è speranza io ci devo credere.

Spera di tornare in una di quelle piazze in cui si è trovato bene?

Questo è difficile perché quando esci dal calcio italiano, esci dal giro. Tutti cercano giovani con la speranza di poterli rivendere e guadagnare soldi. È una cosa giusta perché anche io ero giovane quando sono arrivato in Italia, che considero la mia seconda casa. Io mi sento un italiano. Ho studiato a Lecce da ragazzino. Oggi la penso diversamente rispetto alla gente che vive in Bulgaria. Sono molto grato all’Italia.

Come è stato giocare nel Lecce? Ed essere allenato da Zeman?

Ho un desiderio: voglio finire la carriera al Lecce dove l’ho iniziata. Non so se succederà, ma nella vita non si sa mai. Con Zeman mangiavamo minestrone, patate lesse, insalata, zuppe e verdura e facevamo tanti allenamenti,  sudavamo tanto e macinavamo tanti chilometri di corsa. Grazie a lui sono diventato un giocatore. Pantaleo Corvino lo aveva voluto per la sua capacità di lanciare i giovani come me, Vucinic, Ledesma, Chevanton, Cassetti, Pinardi e Giacomazzi. Era difficile seguirlo, perché era molto duro però alla fine i risultati sono arrivati: non abbiamo vinto ma ci ha fatto crescere. Zeman ha valorizzato Totti nella Roma poi Immobile e Verratti nel Pescara. Il caso di Verratti è emblematico: non ha mai giocato in A ed è passato dalla B al Psg. Il mister ci ha fatto diventare grandi giocatori.

Lei è passato dal Lecce alla Fiorentina: che cosa ricorda?

È stata una grande esperienza. Sono sbarcato a Firenze quando sono arrivati i fratelli Della Valle che hanno fatto partire un grande progetto costruendo una squadra da Champions: con Prandelli ci sono riusciti. L’arrivo di Corvino è stato importante per costruire una rosa con giovani talentuosi e giocatori di esperienza. La tifoseria era calorosa. Se perdavamo, la gente parlava già della partita successiva che avremmo dovuto vincere. Noi uscivamo dal campo stanchi morti e i tifosi pensavano già al prossimo impegno. La tifoseria viola è molto vicina alla squadra e si aspetta molto. Quando sono arrivato io l’allenamento era aperto: c’erano sempre mille persone, ogni gol era un boato.

Nella Fiorentina di oggi c’è il suo zampino? È stato lei a consigliare l’acquisto di Milenkovic e di Vlahovic?

Ai tempi del Partizan Belgrado ero compagno di stanza di Milenkovic: io ero stanco, ma lui voleva che ogni sera gli parlassi dell’Italia e della Juventus. Nikola diceva che nella sua carriera avrebbe giocato in Italia. Un giorno mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa ne pensassi di Milenkovic e Vlahovic: gli ho detto di prenderli subito senza pensarci e che un giorno avrebbe incassato il doppio di quello che era disposto a investire. Non è un caso che questi due giocatori stiano facendo così bene. Milenkovic ha ancora grossi margini di miglioramento e lo vogliono già tante squadre, ma anche Vlahovic diventerà un campione. Entrambi sono un patrimonio della Fiorentina.

Nel 2006 lei è stato a un passo dall’Inter: perché è saltato il suo trasferimento?

Un giorno ero a casa a Firenze e mi stavo riposando. All’improvviso ho ricevuto una telefonata e ho risposto: dall’altra parte c’era Marco Branca, allora direttore sportivo dell’Inter. Ho riattaccato. Branca mi ha chiamato di nuovo, pensando che fosse uno scherzo ho riattaccato. Poi mi ha contattato il mio procuratore dell’epoca Gerry Palomba insieme a Romualdo Corvino: mi ha detto che dovevo rispondere a Branca. Allora il direttore sportivo dell’Inter mi ha chiamato di nuovo per chiedermi se volevo andare a giocare a Milano: gli ho detto subito di ‘sì’. Quel weekend era in programma Fiorentina-Chievo a Perugia. Branca mi aveva raccomandato di non fare casino e di stare tranquillo perché a fine partita avremmo concluso il mio passaggio all’Inter.

Che cosa è andato storto?

Prandelli mi aveva detto che non sapeva se avrei giocato: il mister era indeciso se mandare in campo me o Jimenez che era appena arrivato alla Fiorentina. Per un posto dietro Toni c’era in ballottaggio anche Pazzini. Il giorno della partita al mattino Prandelli ha comunicato che avrebbe giocato Jimenez. Ci sono rimasto male e mi sono innervosito. Il presidente mi ha chiesto spiegazioni: gli ho detto che non volevo parlarne perché ero molto arrabbiato. Lui mi ha detto di stare tranquillo perché c’erano tante altre partite che avrei potuto giocare. Ho litigato con Della Valle, ma non pensavo che lui se la fosse presa. Al rientro verso Firenze mi ha chiamato Corvino per chiedermi che cosa avessi combinato. La società ha deciso di mettermi fuori rosa e non sono andato all’Inter. Anche Branca mi ha chiamato per chiedermi che cosa fosse successo. Sono rimasto fuori per due settimane poi mi hanno convocato di nuovo e ho giocato titolare in Fiorentina-Inter finita 2-1. Poi l’estate successiva sono passato alla Juve nello scambio con Mutu.

Il resto dell’intervista su Il posticipo

Pescara-Salernitana, Zeman: “Due squadre a cui manca la continuità. Vorrei allenare ancora”

Zdenek Zeman interpellato sulla prossima sfida di B, Pescara-Salernitana, parla a 360° sul calcio italiano di A e B, sul Var, sul Napoli, sul mercato e sul suo futuro.

“Pescara-Salernitana? È una sfida tra due squadre che hanno espresso buon calcio, ma senza continuità. Il Pescara ha il vantaggio di giocare in casa, ma ultimamente all’Adriatico ci va poca gente. Ventura ha molta esperienza e se ha costruito la squadra insieme al Ds, bisogna lasciarlo lavorare. I campionati si vincono con la programmazione, costruendo la squadra adatta all’allenatore. Non credo nel mercato di gennaio. Alla Salernitana dei miei tempi, presero 15 giocatori a gennaio e non rimase nessuno”.

Serie B

“Il Pescara ha deluso? Sono tante ad aver deluso, l’Empoli e la Cremonese specialmente. È un campionato strano, se fai tre vittorie sei in A, se fai tre sconfitte sei in C. Il Benevento fa un campionato a parte, anche se non fa un buon calcio, vince con gli uno a zero e fino ad ora gli sta riuscendo, l’unica ad averli battuti è proprio il Pescara. C’è ancora tanto da giocare.”

Var, Serie A e Futuro

“Sono sempre stato contrario al Var. Doveva servire a limitare l’errore umano, ma ha fatto tanti errori quest’anno. Se la tecnologia fa errori è meglio farli fare all’arbitro.”

“La serie A non è in crisi come dicono, lo dimostra anche la nazionale, c’è meno pubblico perché ci sono troppe partite in tv che non sono nemmeno emozionanti, anche se Juve, Inter, Lazio e Atalanta giocano un bel calcio. Alcune società paradossalmente preferiscono poca gente negli stadi, così c’è meno rischio di incidenti. Sarebbe bello tornare a vedere bel calcio negli stadi senza incidenti.”

“La crisi del Napoli non me la spiego, dovrei essere dentro. Per me non è un problema di allenatore o di giocatori che improvvisamente non sanno più giocare. È una questione di testa e di motivazioni e la questione del ritiro ha aggravato il tutto”

“Futuro? Io vorrei fare ancora qualcosa nel calcio, purtroppo la mia volontà non basta. Per ora guardo calcio da casa e la Roma e la Lazio allo stadio”

Salvio Imparato

Immobile: “Zeman fondamentale per me tatticamente” (VIDEO)

Ciro Immobile, il bomber di Torre Annunziata, si racconta a Diletta Leotta nel programma di Dazn “Linea Diletta”, dove parla anche dell’annata a Pescara

“Quando ho iniziato ero molto giovane, giocavamo per vincere le partite e divertirci. Zeman per me è stato fondamentale – afferma Immobile – anche sotto l’aspetto tattico e tecnico. Lui mi diceva sempre: “Sei la rovina di questa squadra”. Si riferiva al modo di giocare, voleva che gli esterni tagliassero, che le mezzali si inserissero. Io facevo solo movimenti finalizzati al gol. Riuscivo magari a segnare anche due volte, poi entravo nello spogliatoio e lui mi diceva sempre che non andava bene”

“Pensate – confessa Immoblie – che sono stato titolare la prima volta a causa di una tuta arrotolata. Il mister era fissato per l’abbigliamento. Un mio compagno di squadra (Maniero ndr) non giocò proprio perché aveva arrotolato la tuta che indossava. Andò in tribuna ed entrai io. Da quel momento ho iniziato a far gol e giocare”.

Bonan (Sky): “Sempre affascinante Napoli. Zeman ha segnato un’epoca”

Alessandro Bonan, conduttore di Sky Calcio Show e Speciale Calciomercato, ha presentato a Napoli (Libreria Io Ci Sto), il suo romanzo “La Giusta Parte”.

Al termine della presentazione e dopo aver firmato varie copie del suo romanzo, che racconta ironicamente e romanticamente il dramma di due calciatori dalla diversa sorte e dal diverso temperamento, avvicino Bonan per sollecitarlo su uno dei personaggi più romantici del nostro calcio, Zdenek Zeman.

“È sempre affascinante Napoli – esclama Bonan uscendo dalla libreria – vado a scoprirla”

Ovviamente non è la prima volta che viene

“No e tornarci da sempre una certa sensazione”

La nostra testata si chiama zemaniano.com, il nome Zeman cosa le suscita?

“Zeman ha segnato un’epoca e questo di per sé un è grande merito. Rappresenta il sogno di una filosofia resa vincente”

Raro ascoltare la parola vincente, accostata a Zeman, da un giornalista italiano

“È vincente il sogno, poi per i numeri classici del calcio magari ha vinto poco. Ha avuto forse una grande squadra, la Lazio più che la Roma, dove aveva una rosa che lo obbligava a vincere qualcosa”

Bisogna considerare anche che la Lazio è stata la sua prima grande squadra dopo Foggia

“Questo è vero, forse gli imputo solo di essere passato, come i grandi giornalisti, dal curare più il suo personaggio e il proprio ego, che l’allenatore”

In che senso?

“Per esempio mi sono sempre chiesto come mai non abbia mai, nei momenti topici dei campionati, curato di più la fase difensiva e cercato qualche punto in più”

Il figlio Karel racconta che Zeman non allena molto la fase difensiva per paura che la squadra perda mentalità offensiva

“È un punto di vista molto psicanalitico – afferma Bonan incuriosito – è un aspetto interessante posto così”

Salvio Imparato