Vucinic: “Impossibile dimenticare Zeman”

Vucinic-Zeman-Lecce-Roma

Mirko Vucinic, ex attaccante dell’AS Roma e del Lecce 2004/05 targato Zeman, ha parlato in diretta ai microfoni di Te la do io Tokyo, trasmissione radiofonica di Mario Corsi, in onda tutti i giorni sui 101.500 di Centro Suono Sport dalle 10 alle 14.


Come sta vedendo la Roma?

Ha perso ultima partita – esordisce Vucinic – quindi non molto bene. Ora c’è il Lecce che è un’altra squadra che mi ha dato tanto quindi non mi sbilancio. Io punto molto su Dzeko, è un giocatore in grado di fare la differenza.

La Roma può raggiungere l’obiettivo quarto posto?

Me lo auguro. La rosa c’è, quindi lo spero.

Lei è stato allenato da Conte, cosa ci può dire di questo allenatore?

La sua forza è che si fa seguire dalla squadra – ammette Vucinic – e vede le cose prima degli altri.

Si è assottigliata la distanza tra la Juventus e le altre? Vincerà ancora lo scudetto?

La Juventus è forte e ha un organico ampio, però quest’anno c’è un Inter dove si vede la mano di Conte. Però i bianconeri restano la rosa più forte in Serie A, quindi vedremo.

Pronto a tornare a giocare con Francesco?

Si, qualche partita giusto per incontrare vecchi amici. Colgo l’occasione per fare gli auguri a Francesco visto che oggi è il compleanno.

La Roma senza Totti e De Rossi le fa qualche effetto?

Sicuramente, ho fatto molti anni con loro e mi fa strano. Secondo me senza De Rossi quest’anno ha perso molto anche la Serie A, Daniele avrebbe potuto dare ancora tanto al calcio italiano.

Fa ancora male lo scudetto sfuggito all’ultimo? Com’era il rapporto Totti-Spalletti quando c’era lei?

Ottimo, erano amici. Poi non so cosa sia successo dopo. Per lo scudetto dico sempre che siamo stati sfortunati a incontrare quell’Inter lì, secondo me era anche più forte dell’attuale Juventus. L’Inter che abbiamo affrontato noi è quella che ha vinto il triplete, vedete un po’.

Il famoso litigio con Perrotta nello spogliatoio tra primo e secondo tempo di Roma- Samp?

Cose di campo, sono finite lì.

Cosa non è andato invece in quel Roma-Sampdoria?

Ah, non lo so. Ricordo solo che c’era Storari in porta che ha parato tutto.

Lei è stato allenato da Zeman, cosa si ricorda del boemo?

È impossibile dimenticarsi di lui, sia per la fatica durante gli allenamenti che per la simpatia. Non sembra ma il mister è simpaticissimo.

Il gol più bello con la maglia della Roma?

Quello con lo Sporting in cui ho fatto dei dribbling e poi ho segnato da quasi fondocampo.

Com’è andato il trasferimento alla Juventus quell’estate?

Sabatini voleva trattenermi ma io avevo necessità di cambiare per cose che erano accadute prima.


Il Lecce si salva?

Il Lecce gioca bene – chiude Vucinic – io spero e mi auguro che si salvi.

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Spalletti: “Icardi senza squadra non vale niente” (VIDEO)

Spalletti-Icardi-Inter

Questo è il vero titolo, il significato delle parole di Spalletti sono totalmente diverse da quelle titolate dai maggiori quotidiani sportivi.

Prima di fare un titolo magari, invece di copiare da altre testate uno sguardino alla conferenza stampa lo darei….

Pubblicato da GruppoZeman.com su Martedì 2 aprile 2019
Le parole di Spalletti dalla pagina Facebook GruppoZeman.com

La battaglia del tecnico sulla disciplina e sul concetto di squadra viene completamente ignorata. La stampa pallonara, ormai sempre più gossipara, si focalizza su temi sempre più distanti dal campo e il nostro calcio ne risente sempre di più. Poco importa se i risultati e i modi di Spalletti fanno storcere il naso ai tifosi, agli stilatori di griglie e ai perbenisti del pallone, la battaglia sui comportamenti va appoggiata e sottolineata.

“Icardi per come lo avete messo voi (riferendosi alla Gazzetta Dello Sport ndr) vale poco. Appeso così come unm maglia ad una cruccia vale poco, la questione è metterla ad asciugare la maglia, dopo aver sudato per la squadra. È con altre 10 maglie a sudare insieme a lui che poi può valere piu di CR7 e Messi insieme!”

Il concetto è chiaro, è l’esaltazione del collettivo in contrapposizione con il singolo. Principio Zemaniano, Sacchiano e di tutto il calcio europeo moderno di cui Guardiola e Klopp ne sono il massimo esempio.

SALVIO IMPARATO

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Inter-Napoli 1-0, Spalletti Mago Merlino, Ancelotti problema 442

A San Siro va in scena il Big Match Inter-Napoli, Ancelotti contro la sua bestia nera Spalletti. Un’atipica sfida di vertice dove la seconda della classe dista 9 punti dalla vetta e la terza addirittura a 17.

Dopo il pareggio, con polemiche, a Bergamo tra Atalanta e Juventus, il Napoli di Ancelotti aveva la grande occasione di riaprire il campionato. L’Inter da parte sua, svanita la possibilità di recitare la parte dell’AntiJuve, aveva solo l’occasione di dimostrare che potenzialmente sa e può fare di più. La prima sorpresa di Inter-Napoli è nella formazione diramata da Ancelotti, con Callejon schierato terzino basso. Forse Ancelotti si sarà sentito in vena di omaggiare l’Inter di Mourinho a San Siro, chi potrà mai dimenticare Eto’o terzino, ma con tutto il rispetto l’Inter attuale non è né il Barcellona di Guardiola, né il Bayern di Van Gaal tanto da meritare questo timore tattico.

Il 4-4-2 di Ancelotti

Se questo sistema di gioco è stata inizialmente la svolta della sua gestione, ora forse Ancelotti deve fare i conti con gli apparenti difetti che sta portando alla manovra azzurra. E’ vero che Re Carlo la partita la stava portando dove voleva lui, e Spalletti in conferenza stampa è stato buon profeta, ma la sensazione è che da un po’ di partite il Napoli ha cambiato radicalmente mentalità.

Chi vi scrive parla di involuzione offensiva. Questa squadra era abituata a fare un certo tipo di calcio, fatto di palleggio, schemi e l’insistita ricerca di una mentalità di dominio. Ancelotti disse al suo arrivo di non voler stravolgere questo modo di interpretare il calcio. Onestamente sembrava voler aggiungere solo più verticalità rispetto all’era Sarri. Purtroppo una serie di contrattempi, tra cui l’esperimento Hamsik regista che non ha dato nell’immediato gli effetti sperati e un gruppo ancora provato dallo scudetto perso nelle ultime giornate, hanno costretto Ancelotti ad una soluzione immediata: il 4-4-2.

La sconfitta di ieri a San Siro era preventivabile, un po’ come quella a Genova contro la Sampdoria. Il Napoli veniva da due vittorie in rimonta in cui aveva mostrato approcci preoccupanti. Giampaolo ne seppe approfittare più di Inzaghi e Gattuso. Dopo quella partita Ancelotti sentì l’esigenza di parlare al gruppo optando per una soluzione che avrebbe garantito più equilibrio e sicurezze. Ora sembra però che quelle sicurezze si siano tramutate in timore o forse hanno solo aiutato il Napoli a cambiare radicalmente veste. Un cambiamento radicale nel pressing, nel palleggio e nell’uscita palla al piede. Difficile pensare che Ancelotti volesse questo quando affermò che era più difficile cambiare le cose fatte bene.

ZEMAN, FILOSOFIA OFFENSIVA E RAZZISMO

iIn questo contesto si inserisce benissimo la cultura del Boemo sull’iniettare un certo tipo di mentalità. La spiega benissimo in una frase – << Alleno poco un certo tipo di fase difensiva perché ho paura che la squadra perda la mentalità offensiva>> – e l’involuzione di mentalità del Napoli sembra la perfetta materializzazione di questo concetto. Il Napoli è una squadra che si rigenera nei cambiamenti, non importa se forzati o per scelta. Forse ora si è davanti ad una nuova svolta che potrebbe chiamarsi 4-2-3-1. Difficile riproporre il 4-3-3 senza un vero regista. Il ritorno a quello che era il modulo di Benitez. Le certezze Allan e Ruiz a supporto di Insigne, Mertens, Callejon e Milik. Hamsik ha bisogno di rifiatare, ma potrebbe essere un’alternativa in mediana o nella trequarti, rivalutando il ruolo indigesto affidatogli da Don Rafael.

Per quanto riguarda gli episodi di ieri è ancora Zeman a fornire un interessante punto di vista – <<E’ più ignoranza che razzismo secondo me, in campo sono tutti uguali. Le offese ci sono sempre, anche in partite di soli bianchi>> – come dargli torto se proprio gli stessi bianchi si sono scontrati a morte per una partita.

INTER-NAPOLI, SPALLETTI MAGO MERLINO

Se per Ancelotti è stata una serata no, sconfitta, mancata riapertura del campionato e va -4 dal Napoli di Sarri, per Spalletti Inter-Napoli è stata significativa per la sua carriera di allenatore. Si conferma il più grande carnefice di Re Carlo, 9 vittorie, in 19 sfide contro le 6 del tecnico romagnolo. Spalletti potrà dire di essere stato Mago Merlino, lui che viene spesso criticato per i cambi stavolta può definirsi tale, e non per scherno come fece negli studi Rai quando fu criticato dopo Inter-Juventus della stagione scorsa. Stavolta i due cambi nel finale con cui ha inserito Keita e Lautaro Martinez gli hanno dato ragione e può sentirsi addosso un po’ di magia a dispetto di una serata che magica non è stata.

SALVIO IMPARATO



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Spalletti: “Temo più l’esperienza di Ancelotti che il calcio di Sarri”

Spalletti-Ancelotti

Luciano Spalletti è intervenuto in conferenza stampa, a differenza del suo collega Ancelotti, rivelando di temere più il tecnico romagnolo che Sarri.

“Secondo me è giusto giocare – afferma Spalletti parlando del boxing day – perchè il calcio è una delle forme di intrattenimento preferita dagli italiani. Basta vedere i numeri per questa partita”.

“I giocatori sono dispiaciuti per quanto successo a Verona, e vogliono riscattarsi subito”.

“Il Napoli è un avversario che sa come si fa, sa stare in campo, non dobbiamo avere l’impeto di chi vuole reagire per forza, ma piuttosto di chi sa quando deve andare ad affondare i colpi”.

“Ancelotti è uno dei migliori, se non il miglior allenatore che abbiamo in Italia. Avrà saputo ottimizzare il buon  lavoro fatto da Sarri, mettendoci dentro la sua esperienza, che poi viene fuori la macchina più precisa per andare a sviluppare calcio”.

“Il Napoli di Sarri sicuramente era un calcio fatto più di schemi, di ripetitività, di azioni, anche un pò simili, anche perchè l’atteggiamento era sempre lo stesso. Ancelotti sceglie più il momento di quando venirti addosso o di quando lasciarti campo. Sono due filosofie differenti, ma ugualmente redditizie, se messe a puntino, e diventa ugualmente difficile per chi deve andarci contro”.

“Ancelotti fa un pò di paura, perchè lui è davvero quello che le ha vissute tutte, che conosce la materia in profondità”.

“Sarebbe uno spettacolo in più affrontare più volte Ancelotti, perchè sono convinto che domani sera una bellissima partita. Che sia il Napoli che l’Inter avranno la possibilità di dire la loro. Divertimento probabilmentel, perchè la vedo difficile che finisca in parità.

SALVIO IMPARATO

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Totti: “Con Zeman il rapporto umano più forte”

Totti-Zeman

Francesco Totti alla vigilia del suo compleanno e della presentazione della sua autobiografia, si racconta in una lunga intervista a Repubblica e anticipa qualche passaggio del suo libro.

Cosa fa Totti ora? Si annoia? 

“Ancora no. Le giornate sono quasi come quelle da calciatore. Mi sveglio, porto i figli a scuola, poi vado a Trigoria, sto col mister, la squadra, seguo tutti gli allenamenti. Dopo pranzo torno e mi dedico ai ragazzi”.

Perchè non hai smesso giocando in Asia, in America…?

“Perchè avrei rovinato 25 anni di carriere. Ho sempre detto che avrei indossato un’unica maglia. Sono uno di parola”.

Per averti il Milan era pronto a scucire 300 milioni. E avevi solo 12 anni.

“In quel caso il “No” fu della mia famiglia. Soprattutto di mia madre. È vecchia maniera: apprensiva, possessiva. Papà lavorava fino a tardi. Era sempre lei a starmi dietro. Non voleva che mi allontanassi. Mi voleva tutto per sè”.

Ora il pallone in strada è praticamente proibito. Tu invece hai imparato tanto calciando contro i muri o giocando a “Paperell”. Che roba era?

“Un gioco inventato da noi,. All’entrata della scuola Manzoni c’erano gradini lunghi quasi 50 metri. Uno doveva scenderli percorrendoli tutti in orizzontale mentre altri due cercavano di beccarlo col pallone tirando da una decina di metri. Bell’esercizio di mira”.

Quando ti lasciavano a casa da solo ti fingevi morto sul letto per paura dei ladri…

“Pensavo che a un ragazzino morto un ladro non gl’avrebbe fatto niente”.

Diventato famoso, sei dovuto scappare dal quartiere perchè all’entrata di casa ti rubavano gli zerbini su cui s’era posato il “sacro piede”. Tre in una settimana.

“C’era sempre gente accampata sotto casa o sul pianerottolo. Era diventato impossibile. Non solo per me, ma per tutto il palazzo”.

In Curva Sud hai smesso di andarci a 14 anni.

“Dopo un Roma-Napoli ci furono scontri. Scappai. Quando sono tornato per recuperare il motorino era disintegrato. Con i capi della curva? Da tifoso non avevo grandi rapporti con loro. Li ho conosciuti da giocatore: qualcuno ha parecchi casini alle spalle. Altri no, o di meno. C’è di tutto”.

Il fallaccio assassino l’hai fatto a Balotelli. Finale di Coppa Italia

“Sì, ma quello arrivò dopo un crescendo. Erano anni che lui provocava, insultava me, i romani. Un continuo. Alla fine la cosa è esplosa. Fu un fallo orrendo. Proprio per fargli male. Ma dopo, stranamente, i giocatori dell’Inter non mi assalirono. Mentre uscivo dal campo per l’espulsione, Maicon mi diede addirittura il cinque. La sensazione era che anche tra i suoi compagni interisti Balotelli creasse qualche irritazione”.

Dici: “Mario è forte, ma non gli hanno mai insegnato l’educazione sportiva”.

“È il suo carattere e sarà difficile cambiarlo, anche se adesso è un po’ migliorato. Mancini ha fatto bene a riprenderlo in Nazionale, il talento c’è. Poi però tutto dipende dalla testa”.

Anche Cassano è un bel caratterino. Ma tra voi è stata amicizia vera, venne anche ad abitare con te e famiglia.

“C’è rimasto quasi quattro mesi. Faceva dei regali incredibili a mia madre… Anelli, bracciali da 5-6 mila euro. Manco fosse la moglie. Se mi vedeva a cena con amici al ristorante pagava non solo per me ma per tutti. Non lo faceva per comprare il mio affetto, ma perchè è fatto così. Adesso spende di meno perchè sennò la moglie je mena. Ma quand’era single era incredibile. Perchè litigammo? Gli era sparito l’assegno dello stipendio e s’era messo in testa che a rubarglielo fosse stata la nostra domestica. Per lei avremmo messo la mano sul fuoco e poi era incassabile solo da lui. Se ne andò. Qualche giorno dopo l’assegno fu ritrovato sotto il sedile della sua macchina. È il calciatore più forte con cui abbia giocato”.

Una leggenda narra che alla Roma sbarravi la strada all’acquisto di campioni che potessero farti ombra.

“Discorsi da bar. Se i campioni non arrivavano era per limiti di budget, mica per scelta mia. Io ho sempre voluto vincere, e non veder vincere”.

Allenatori. Qual è quello con cui si è creato il rapporto umano più forte?

“Zeman. Sembra un tipo ombroso, ma appena lo conosci te ce diverti da morì. Certo per capirlo quando parla ci vuole un po’… Quando fa un discorso ogni tanto te c’addormenti. Capello? Quando parli con lui hai sempre torto. Sa tanto ma l’ultima parola deve sempre essere la sua. Se passa un piccione e lui dice che è un gabbiano ti dimostrerà che è un gabbiano. Le ragazze in ritiro? Le cercava negli armadi, nella doccia, pure sotto al letto”.

Torniamo allo scudetto. Durante i festeggiamenti sei stato costretto a rifugiarti in un convento sull’Aventino.

“Ero a cena con parenti e amici in un ristorante quando cominciamo a sentire un boato di folla. S’era sparsa la voce che ero lì. A un certo punto mi affaccio: di sotto cinquemila persone bloccavano le strade. Volevano entrare. Il proprietario mi dice: non c’p una seconda uscita, l’unica è scavalcare l’inferriata e scappare da su, dalla parte del convento. Con tre o quattro amici c’arrampichiamo sulla scarpata nel buio tra le piante. Appena salta la recinzione mi dico: se qui c’è qualche cane da guarda ce se sbrana. Invece arriva un frate. Mi illumina la faccia: “Ma tu sei Totti”. Prima di farci uscire m’ha chiesto l’autografo”.

Con il Real avresti vinto di più, ti sei mai pentito di quel no?

“No, ma decidere fu durissimo. Rimasi anche per Ilary. Stavamo insieme da poco e a me non piacciono i rapporti a distanza. Prima o poi finiscono sempre”.

Da giocatore quando hai rosicato di più?

“Quando prendemmo un gol all’ultimo dallo Slavia Praga e non andammo in semifinale Uefa. Poi qualche derby e la finale dell’Europeo persa con la Francia. In quell’Europeo avevo davvero scommesso con Maldini, Nesta, Di Biagio che se fosse finita ai rigori la semifinale avrei fatto il cucchiaio. Mi sfottevano: parli così in allenamento, in partita è diverso. Ma il giorno dopo, quando andando verso il dischetto dissi che avrei mantenuto la parola, mi scongiuravano di ripensarci: Sei scemo? Guarda che se lo sbagli c’ammazzano!”.

È vero che da piccolo incollavi le figurine dei laziali al contrario?

“A testa in giù. Uniche di tutto l’album”.

San Siro…

“È il mio secondo stadio preferito. Ti fischiano ma c’è rispetto. Quando negli anni dei Maldini o dei Kakà partivamo per Milano ci facevamo il segno della croce: quanti ce ne fanno stavolta? Tre? Quattro? Cinque? Oggi gli equilibri sono un po’ cambiati”.

Quando hai capito che era arrivato il momento di staccare?

“Non è stato un mio pensiero, ma una cosa voluta dalla società. È l’unica ombra che s’è creata tra me e la Roma. Perchè un conto è decidere con la propria testa e un altro farsi mettere i paletti da altri. Certo, mi rendo conto che finché stai lì non vorresti mai smettere. Ma non pretendevo di continuare 60-70 partite all’anno. Volevo solo restare a disposizione. Spalletti? È quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola”.

Ora il tuo lavoro è quello di mediatore tra il mister e lo spogliatoio.

“Sì. I giocatori sono bestie, sono bastardi, ma mi portano rispetto. Io ero come loro, li conosco bene, conosco il loro linguaggio segreto fatto di occhiate, mezze parole. E cerco di rendermi utile. Nello spogliatoio adesso si parla quasi solo inglese. Se non lo sai non capisci un cazzo. E si fa meno gruppo. In ritiro ognuno si isola in camera sua col telefonino… a navigare a mandare messaggi”.

Che voto dai alla tua carriere?

Nove e mezzo. Se avessi vinto la Champions, dieci”.

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Inter-Tottenham 2-1, Il gol di Vecino per la svolta?

Vecino-Inter-Tottenham

Sono pochi, ma significativi, gli elementi necessari a farci comprendere la grandezza di una competizione come la Champions League. Sono pochi, ma significativi, gli elementi necessari a farci comprendere le dinamiche e il valore del colpo di testa di Vecino al minuto 92. L’Inter batte 2-1 il Tottenham, la squadra da superare e lasciarsi dietro nell’economia di un girone decisamente complesso.

“L’ha ripresa Vecino“. Spalletti, complici le assenze di D’Ambrosio e Vrsaljko, sceglie di adattare Skriniar sulla destra, cercando di limitare la verticalità e la rapidità di Son. La linea difensiva dell’Inter si disegna a 3 in fase di possesso e a 4 in fase di non possesso, con Miranda, De Vrij e Asamoah. In mezzo al campo è Vecino a occupare il posto di Gagliardini, escluso dalla lista, insieme a Brozovic al suo fianco e Nainggolan a galleggiare nella trequarti. Esordio assoluto poi per Politano in Champions, con Perisic nella sua consueta zona di sinistra e Mauro Icardi come punto di riferimento avanzato.

L’INTER

Le tremende difficoltà in fase di costruzione riscontrate in questo inizio di stagione vengono ormai certificate partita dopo partita. Il match con gli Spurs, d’altro canto, ha enfatizzato questo aspetto e mostrato contemporaneamente l’altra faccia della medaglia. I nerazzurri sono stati infatti bravi a sfruttare a loro vantaggio la naturale tendenza della squadra di Pochettino a condurre sempre la partita attraverso il dominio del pallone e del gioco posizionale. Spalletti pretendeva dai suoi una gara di personalità, sperando in una sterzata.

Dal punto di vista tattico l’ha preparata cercando di limitare le sicurezze e i princìpi degli inglesi, disturbando spesso il palleggio della loro fase di uscita e incrociando le dita circa la tenuta fisica necessaria per poterlo fare con continuità nell’arco dei 90 minuti. La strategia ha dato in alcuni casi i suoi frutti. Soprattutto nel primo tempo infatti, alcuni episodi hanno mostrato come questo atteggiamento tattico sia forse il più congeniale alle caratteristiche dei giocatori. Lo sviluppo differente che questi stessi episodi potevano avere, inoltre, avrebbe probabilmente determinato da subito l’efficacia della strategia adottata.

Il TOTTENHAM

Il Tottenham si è presentato a San Siro con diverse assenze. Se quelle di Lloris e Alli erano preventivate per infortunio, quelle di Alderweireld e Trippier sono invece avvenute per scelta tecnica. Alla base potrebbe esserci un litigio successivo alla sconfitta in campionato contro il Liverpool.
Unica novità di formazione, esclusi i non presenti, è stata quella di Lamela titolare al posto di Lucas Moura. Quest’ultimo il vero uomo in più a disposizione di Pochettino quest’anno.

Lo schieramento prevedeva l’argentino nominalmente sulla corsia di destra ma portato naturalmente a venire dentro al campo, e la scheggia Son libero di supportare Kane, aprirsi sull’esterno per puntare e saltare l’uomo o abbassarsi per ricevere il pallone e creare superiorità numerica in conduzione. Dier e Dembelè a fare filtro, con il belga a tratti dominatore, e il genio di Eriksen a fluttuare sempre nella zona di campo giusta per avviare o rifinire l’azione in verticale. Aurier ha preso il posto di Trippier sulla destra, e Davinson Sanchez quello di Alderweireld come centrale di destra, con Vertonghen e Davies a completare il reparto. In porta ancora una volta il non irreprensibile Vorm.

LA FORZA E LA FRAGILITA’ DEGLI SPURS

La forza e al tempo stesso la fragilità del Tottenham sta nel consolidamento. Talmente completo dei princìpi di un sistema di gioco comunque tatticamente fluido da aver forse rallentato o addirittura frenato il processo di maturità e di adattamento mentale allo sviluppo della gara. Il progetto avviato e portato avanti dalla società è un esempio per il calcio europeo. Le idee di Pochettino hanno permesso al movimento calcistico inglese di crescere. Il valore assoluto dei calciatori della squadra è ora decisamente alto anche grazie al suo lavoro. Fondamentale anche la visione e le idee chiare della dirigenza, alla capacità di scegliere su chi investire.

Tutto questo è vero, o almeno condivisibile, e non va dimenticato. Ma è altrettanto vero che al quinto anno di gestione, non il secondo e nemmeno il terzo, è doveroso pensare di non potersi più accontentare semplicemente di vincere partite solo quando l’avversario viene dominato. Giustificare le sbandate a partita in corso parlando di errori costruttivi e di crescita futura è meno tollerabile giunti a questo punto del percorso. La lettura delle partite in corsa e la forza mentale che ne deriva sono requisiti ora non più da ricercare ma necessari. Il mancato adattamento mentale alla gara rende spesso inutile quello tattico, che invece la fluidità del sistema permette. E rappresenta l’ultimo ma decisivo passo per trasformare la semina di virgole di qualità e illusori punti sospensivi (si veda lo 0-3 di Old Trafford) in raccolta di punti fermi.

SVOLTA INTER?

Necessaria è sicuramente anche la sterzata che questa incredibile vittoria dovrebbe dare all’Inter. L’immagine del colpo di testa di Vecino in zona Cesarini ha ormai assunto tinte letterarie. L’uruguaiano è a tutti gli effetti l’uomo della Champions e della Provvidenza, nonché fautore diretto della svolta che la stagione dei nerazzurri potrebbe avere. Le difficoltà e la lentezza in fase di possesso, unite alla condizione fisica non ancora ottimale, non possono di certo scomparire da un giorno all’altro. Così come la preoccupante poca occupazione dell’area di rigore durante le fasi di attacco.

La sensazione è che la presenza di un giocatore come Rafinha in questo senso sia stata sottovalutata. Oltre ovviamente al mancato riscatto di Cancelo, vero regista esterno arretrato, la personalità e la classe del brasiliano avevano avuto lo scorso anno un impatto molto forte. Un giocatore come lui, con le sue caratteristiche, in questo momento all’Inter manca. La capacità sia di supportare Brozovic in fase di costruzione che di farsi trovare libero negli spazi di mezzo per ricevere e dare evoluzione alla manovra è stata spesso la chiave in molte partite. Spalletti si è messo in discussione proprio perché consapevole che con l’arrivo di Nainggolan in quella posizione, gli effetti, seppur completamente diversi dal punto di vista tecnico, fisico e tattico, devono toccare almeno quei livelli.

Il GOL DI ICARDI

Il gol di Icardi è un capolavoro, un gioiello. Un gesto tecnico che però, paradossalmente, mette l’attaccante argentino parzialmente dalla parte del torto. Se il physique du role del capitano non gli appartiene, anche la pigrizia e la passività in campo in numerose circostanze contribuiscono in negativo. Parliamo di un attaccante del 1993.

Da quattro stagioni ormai ha dimostrato a suon di numeri impressionanti di essere uno dei migliori finalizzatori al mondo. Ma guardando alla fattura del gol di ieri, più di un pensiero al fatto che questo giocatore abbia le carte in regola per muoversi in campo diversamente e modernizzarsi deve essere sfiorato in molti. D’altronde, con l’arrivo proprio di Nainggolan, Spalletti non può non aver riflettuto sull’importanza che i movimenti del centravanti hanno avuto per il rendimento strepitoso del belga. Qualche videocassetta di Dzeko a Icardi non farebbe male. Ne beneficerebbe la squadra tutta, e lui diventerebbe ancor più fenomenale di quanto non sia in questo momento.

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Conferenza stampa Luciano Spalletti Inter-Tottenham

Le parole dell’allenatore dell’Inter in vista dell’esordio in Champions di domani contro il Tottenham alle ore 19. Panoramica anche sulla sconfitta di sabato e sulle difficoltà che la squadra sta incontrando in questo inizio di stagione

Spalletti analizza il momento difficile della sua squadra mettendosi anche in discussione.

“Se si prendono tutte le possibili risposte insieme senza descrivere bene le domande diventa facile fare confusione. Noi siamo consapevoli della negatività del momento ma sappiamo quello che possiamo e dobbiamo fare. Se prendiamo i numeri della partita col Parma vediamo che la partita è stata dominata e non si è riusciti a fare gol.  La confusione è arrivata dopo il vantaggio loro, che ci ha spenti. La fetta di responsabilità maggiore di questa situazione è sicuramente mia”.

Non siamo stati ancora in grado di cogliere le qualità individuali del calciatore che avvalori quel salto di qualità dal punto di vista tecnico che dobbiamo trovare. I valori dei giocatori sono ancora troppo bassi, ma mi aspetto che ci si possa sbloccare in questo senso da un momento all’altro”

“Quando entri in un mondo particolarmente divertente come quello della Champions League si sentono le musiche all’interno degli spogliatoi. I calciatori hanno bisogno della musica per salire su questa magnifica giostra con energia e stimoli. Il timore di andarsela a giocare in un momento come questo deve essere sovrastato dall’energia positiva che questo palcoscenico darà ai miei giocatori”.

“Quando si gioca una partita, uno se la rivede, e alla mattina dopo imbastisce un discorso alla squadra. Poi entrano in gioco le tempistiche, a volte ci si va più leggeri, alle volte più pesanti.  Spesso ci si confronta, e anche i calciatori possono partecipare dicendo la loro, anche se questa volta non l’hanno fatto. Sappiamo dell’importanza della partita di domani, il Tottenham è una squadra forte, ma lo siamo anche noi. Può essere la gara che ti fa sterzare in maniera veloce e quindi andiamo a giocarcela”

“Abbiamo visto le partite del Tottenham e lo abbiamo visto operoso in qualsiasi situazione. I numeri di Harry Kane sono quelli di uno striker forte, e anche se amano costruire il gioco sempre da dietro loro si appoggiano sempre a lui, l’azione si definisce sempre con la pallata su di lui, con il cross verso di lui. C’è ancora tutto il tempo possibile perché questa competizione qui resta l’obiettivo per una squadra come l’Inter e quindi bisogna andare a riprendersi quei punti”.

Spalletti si è poi soffermato in seguito ad una domanda relativa ai benefici dello schieramento con la linea a quattro e con quella a tre. Ha parlato di atteggiamenti tattici diversi in fase di possesso e di non possesso, in funzione dei meccanismi di squadra e delle caratteristiche dell’avversario.

Gioacchino Piedimonte

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Auguri Maestro. Zdenek Zeman compie 71 anni, ma il calcio italiano ha ancora bisogno di lui e di fare i gradoni

Settantuno primavere e ancora tanta voglia di respirare l’erba dei rettangoli di gioco insegnando ai più giovani, almeno era cosi al suo ritorno a Pescara, preso in una situazione disperata. Il patto di prendersi una sicura retrocessione, con il presidente del Pescara, era la costruzione di un progetto vincente in serie B con largo anticipo, ma l’occasione di programmare con il vantaggio dei tempi e con le unite visioni del Boemo e di Pavone sono state sprecate. Acqua passata ormai, ma va ribadita la qualità del suo lavoro, che ha portato una squadra zeppa di primavera e di esuberi a lottare per un posto nei play off e che senza di lui si è ritrovata a lottare per evitare i play out, ancora oggi è a rischio e la sconfitta contro l’Ascoli degli ex Ganz e Cosmi potrebbe essere fatale. Facendo gli auguri al MAESTRO ci auguriamo di rivederlo già dalla prossima stagione in panchina, il calcio italiano ha ancora bisogno di lui, un calcio distratto e esclusivamente attento al mercato e alle vittorie non si accorge dell’assenza di crescita dei propri talenti, se pensiamo che i più grandi e nuovi talenti italiani li ha scoperti e cresciuti lui, ma non certo perché si è resi conto di tener esiliato uno dei più grandi innovatori del nostro tempo pallonaro, ma solo perché Casillo nel 2009 provò a ricomporre il Foggia di Zemanlandia e il Boemo accettò la sfida di tornare in Lega Pro. Quasi riuscì il colpaccio a Casillo-Zeman-Pavone con un squadra costruita con 10000 euro e una pioggia di gol, si sfiorarono i playoff e incominciò a fiorire il talento di Lorenzo Insigne, trasformato dal muto nella splendida ala sinistra che ammiriamo oggi nel Napoli. Quell’annata incuriosì, l’allora presidente del Pescara, De Cecco e complice anche l’intervento di Eusebio Di Francesco ci fu il matrimonio Zeman-Delfino, il resto è storia quel 4-3-3 con Insigne, Immobile e Verratti ha riscritto gli almanacchi e riportato Zeman tra l’olimpo dei tecnici da studiare, rivincere dopo 20 anni con il calcio che tutti ti hanno sentenziato morto e defunto è stato un vero e proprio miracolo e uno smacco ai detrattori. Oggi i principi e i concetti del suo calcio sono visibili e attuati nelle migliori squadre di A, Sarri, Di Francesco, Spalletti e addirittura Allegri hanno in modi diversi addosso l’influenza offensiva del Boemo e si fa davvero ancora tanta fatica a non vederlo con costanza nel calcio che conta, qualcosa non torna da anni, da troppo. Chi lo ama e lo segue lo sta abbracciando con tanti messaggi e ci chiede se tornerà, purtroppo non lo sappiamo ancora e se potessimo regalargli una squadra lo faremmo immediatamente, non potendo farlo chi scrive può solo regalargli un sogno, maturato in questi anni e che lo vede sostituire il dimissionario Sarri, nel malaugurato caso dovesse andar via, sulla panchina del Napoli dove sarebbe perfetto per quello che chiede De Laurentiis e per la cultura del lavoro che c’è a Castel Volturno, valorizzazione della rosa, 4-3-3 e scoperta di qualche giovane italiano, portato dalla primavera alla prima squadra, sognare non costa nulla e lo scudetto del Napoli con lui in panchina è uno dei più bei sogni che posso regalare al Maestro. Tantissimi auguri Maestro un popolo di zemaniani ti aspetta!

SALVIO IMPARATO

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Spalletti: “Sarri arrivi settimo, se vuole giocare ad un altro sport” (VIDEO)

Durante la conferenza a margine di Inter-Chievo, Luciano Spalletti punge Sarri incalzato da Guardalà di Sky.

“Se arrivi tra le prime quattro vai Champions, se arrivi dopo vai in Europa League e se arrivi settimo ti mandano a fare le amichevoli. Se vuole giocare ad un altro sport arrivi settimo e vede come si diverte, noi vorremo arrivare a giocare tre partite la settimana. La Juve nonostante questo ha vinto tanto, si deve confrontare con loro Sarri non con noi”

https://youtu.be/HO56HtDDksU

SALVIO IMPARATO

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Insigne in dubbio per sabato, Sarri ha varie alternative.

Dopo la trasferta di Manchester il Napoli torna in città con tante certezze, ma con il dubbio Insigne, in vista del big match contro l’Inter di Spalletti. Gli azzurri sono usciti dall’Ethiad con la consapevolezza di aver raddrizzato mentalmente una partita che aveva preso del tutto le sembianze di una debacle, ma complice un City arrogante e superficiale, che non ha saputo infierire su un Napoli in seria difficoltà, i ragazzi di Sarri hanno saputo riorganizzarsi e prendere le misure, tanto da rischiare un pareggio insperato. Terminare il secondo tempo con il maggior possesso palla e incassare lo stupore di Guardiola – «Non ho mai giocato contro una squadra come il Napoli» – è tanta ma tanta roba, anche in ottica campionato. Purtroppo nonostante la sconfitta, l’unica beffa sembra essere il probabile infortunio di Insigne, che potrebbe tenere fuori il fulcro della manovra partenopea sabato sera, contro i nerazzurri. Sarri nel caso avrebbe molte alterantive, ma sia chiaro in rosa un sostituto pronto a prendere il posto di Lorenzo non c’è, forse solo Mertens che conosce bene il ruolo, con Milik disponibile sicuramente il tecnico toscano avrebbe optato per questa soluzione, che pare inattuabile perché significherebbe magari spostare le sicurezze di troppi ruoli, Mertens Callejon Ounas (Rog), per esempio, sarebbe un inedito e farlo debuttare proprio con l’Inter sarebbe un rischio. La soluzione più istintiva sarebbe quella di ripetere Ounas, apparso in palla ieri, o lanciare Giaccherini, Zielinsky non può garantire il sacrificio di Insigne. Una soluzione, per gli amanti del 4-3-3 e del calcio totale, sarebbe quella di spostare Ghoulam ala sinistra supportato da Mario Rui per garantire profondità e sacrificio di fascia, dove da quella parte per l’Inter agisce Candreva, da lui partono i pericolosi cross per Icardi, soluzione difficile per Sarri, staremo a vedere.

Salvio Imparato

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