Pavone: “Io e Zeman due onesti. Convinsi Caffarelli a darmi Insigne”

Auguri Peppino Pavone

In occasione del suo compleanno abbiamo intervistato Peppino Pavone, lo storico direttore sportivo di Zemanlandia e attualmente Ds della Juve Stabia

Direttore buon compleanno, lei resta un mito per una comunità di tifosi di zemanlandia, di cui lei è uno dei maggiori fautori, come si sente a ricevere tutto questo affetto ed essere una figura storica del calcio italiano?


“Sinceramente sono sorpreso da tutto questo affetto – confessa Peppino Pavone – e certo mi fa molto piacere. D’altronde nella mia vita calcistica ho sempre cercato, per quelle che erano le mie competenze, di aiutare tutti, io penso che poi nella vita ciò che semini quello raccogli”


Ora il vostro modello sembra di ispirazione per tanti giovani tecnici, proprio in queste ore Italiano si è detto ispirato dal vostro Foggia, le da orgoglio tutto questo anche se dopo più di 30 anni?

“Certo anche perché ci inorgoglisce il fatto di essere stati i precursori in Italia di un calcio aggressivo veloce e verticale che oggi ha preso piede un po’ dappertutto”


In questi giorni Insigne ha raggiunto quota 100 gol con il Napoli. Lui spesso si è detto riconoscente a lei e Zeman. Può raccontarci di come e quando si accorse di lui?

“Ma io all’epoca lavoravo per la Cavese, a tutela delle quote che Casillo aveva acquistato, la squadra si allenava a Palma Campania e su quel campo disputava le partite ufficiali la primavera del Napoli, successe che un sabato finito l’allenamento della Cavese il custode mi disse che da lì a poco avrebbero giocato la partita Napoli Lazio primavera, per cui mi fermai per vedere la partita.In pratica la partita fu Insigne contro la Lazio, fece gol assist di tutto, naturalmente vinse il Napoli, i commenti sugli spalti erano che era bravino ma piccolino. Incurante dei loro commenti lo portai a febbraio dopo il Viareggio a Cava. Caffarelli, responsabile del settore giovanile, era l’unico che non voleva darmelo ma, siccome aveva giocato con me alla Cavese, lo convinsi a darmelo. Naturalmente l’anno dopo lo portai al Foggia”

Zeman fu colpito subito quando glielo segnalò?


“Subitissimo”

Lo vide da subito ala sinistra?

“Si, lo mise subito sugli esterni certo”

Che ne pensa di Gattuso e chi le piace come progetto attuale in A?

“Gattuso è un ottimo allenatore e motivatore, secondo me gli viene chiesto l’impossibile perché a mio modo di vedere il Napoli non è competitivo per lo scudetto e forse neanche per la Champions perché vedo Inter, Milan, Atalanta, Juve e Lazio più forti del Napoli”

Lei per fortuna è ancora nel calcio, il modello di cui parlavamo e che lei porta dipende anche dal sostegno delle societá, ci sono attualmente le condizioni per ritrovarla protagonista di una scalata? Molti sognano di rivederla ancora una volta con Zeman, il Boemo è in silenzio da molti mesi..

“Io spero – afferma Peppino Pavone – che qualcuno si affidi a noi, anche perché al di là delle capacità abbiamo due qualità che non dovrebbero far temere, l’onestà e l’aziendalismo, come dicevano i latini “SPES ultima dea”“.

SALVIO IMPARATO

Ringhio vs Baldari, Gattuso da un volto ai problemi interni con il Napoli

Al fischio finale di Napoli-Juventus, oltre all’abbraccio tra Ringhio e la squadra, un altro dettaglio non è passato inosservato.

Tutti hanno già parlato del grande abbraccio in cui si sono stretti Gattuso e gli azzurri. Ma ora si sta incominciando ad analizzare un altro particolare, che non è sfuggito agli attenti tifosi e appassionati del Napoli (alleghiamo il video sotto). Il particolare è l’immagine di Ringhio che manda a quel paese un addetto alla comunicazione della società di De Laurentiis. Quell’episodio da un volto ai problemi interni di Ringhio con il Napoli, che ha più spesso denunciato nei post partita. E conferma un nostro precedente articolo in cui si parlava dei soliti problemi del presidente con gli allenatori. Quel volto ha anche un nome ed è quello di Guido Baldari addetto stampa del Napoli.

Valerio Celentano da New York lancia una petizione per un futuro salto di qualità del Napoli

Ringhio e gli spifferi interni

Non si sa ovviamente nel dettaglio quale sia stato il problema tra i due, ma di sicuro c’entra con le denunce di spifferi interni, definiti da Gattuso “robe allucinanti”. Ringhio in qualche modo avrà individuato la fonte di certe voci e attuato una strategia, più istintiva che razionale, per portarsi firme autorevoli di tutta Italia dalla sua parte. In difesa dell’ex campione del mondo più che dell’allenatore. Questo ha messo a nudo, ancora una volta, i problemi del Napoli in quanto ad organizzazione. Una società che sotto il punto di vista della comunicazione deve fare un salto di qualità notevole. Un rapporto con la stampa che resta ambiguo e sempre meno professionale, almeno rispetto alle società con cui ci siamo trovati a collaborare. Basterebbe ecco percorrere la via della professionalità, anziché cambiare figure. Una società che vuole vincere tiene al riparo allenatore e squadra da certe polemiche, qui addirittura sembra si siano create per accontentare il capriccio di qualcuno per sbarazzarsi di Ringhio, nel modo più subdolo e anche ridicolo possibile. Chi viene da una grande società vincente ha ovviamente tutt’altro modo di lavorare.

SALVIO IMPARATO

Atalanta-Napoli 3-1: Un Napoli perdente e poco kantiano

Il Napoli è in crisi di risultati da ormai un mese. La partita di ritorno della Coppa Italia, divenuto match da dentro o fuori in virtù dello 0-0 dell’andata al Maradona, poteva costituire un ottimo palliativo contro la confusione che regna sovrana a Castelvolturno. Tuttavia, una prestazione moralmente dignitosa e orgogliosa non è stata fornita, aggravando una sconfitta che ci sarebbe potuta anche stare.

1. L’antefatto della partita

Atalanta in finale. Giusto così! Gattuso annunciava che le priorità del gruppo azzurro erano altre: la qualificazione alla prossima Champions, il 4 posto in campionato. Considerando la prestazione di Genova, non pare… però in campionato ci sono, nelle prossime due, Juventus e di nuovo Atalanta. E poteva risultare comprensibile un turnover in Coppa che però non c’è stato, aggravando così la sconfitta di Bergamo, vista la presenza della migliore formazione possibile e della finale ad un passo.

Si premiava, per quanto quel tipo di calcio non ammicchi agli esteti, l’umiltà e l’utilitarismo con i quali Gattuso si prendeva lo 0-0 casalingo dell’andata contro la Dea. Conscio com’era, Rino, di poterne prendere 4 in campo aperto. Bene, ricordato che con un secondo 0-0 si andava ai rigori, Gattuso ha scelto di giocarsi fuori casa, contro una squadra da lui ritenuta al momento più forte, la partita a tutto campo.

2. Le contraddizioni di Gattuso

La sommatoria di una partita che non avrebbe dovuto contato nulla – e infatti per 45 minuti non ha contato nulla per i partenopei guardando a come l’hanno interpretata – e di un atteggiamento tattico offensivo e peranto incomprensibile ha prodotto un tempo di gioco orripilante.

Infatti, il taglio di Pessina, che all’andata assorbiva il libero della difesa a 3, laddove il mediano non riusciva a coprirlo tempestivamente, oggi è stato esiziale. Due volte a tu per tu con Ospina, due gol.

E, dunque, quel 3421 resiliente ma inefficace in quanto improvvisato avrebbe potuto rappresentare una problematica maggiore per l’Atalanta del ritorno, potendo disporre, come d’altronde si è disposto, di due punte. L’Osimhen di Bergamo, oltre all’immarcescibile Petagna, difatti è un calciatore in rapida corsa verso il rientro rispetto a quello tetro e fumoso del Maradona.

3. La partita del 2 Tempo

Poi la Coppa Nazionale, durante la pausa tra i due tempi, ha improvvisamente contato per il tecnico calabrese, forse anche impaurito del rischio di una goleada. Così Gattuso cambia tatticamente ed emotivamente la squadra. Passa da un vuoto e leggero 433 ad un arrembante 4231.

Complice il calo di concentrazione dell’Atalanta, gli azzurri segnano pure il gol della speranza, che però sta diventando una rete ripetutamente illusoria. Politano, Demme e Lobotka danno una viva scossa. Osimhen ha sul piede il gol della qualifcazione ma Gollini fa il miracolo.

L’Atalanta chiude i conti con il secondo taglio di Pessina, lasciando la solita sensazione atavica. Quella di aver concesso una potenziale rimonta, di esser andata ad un passo dal crollare sotto i colpi di un’armata brancaleone e dal rovinare quanto meritato, cioè la finale.

Eppure, l’arretramento delle linee è stata una scelta in controtendenza al credo di Gasperini e che infatti ha pregiudicato sprazzi di brillantezza orobica ma consentendo una gestione meno alternativa della gara. Esiste un tertium genus tra il perdere il conto dei gol realizzati e il crollare immeritatamente per un calcio fin troppo garibaldino. In questo caso, accettare lo sfogo avversario e nel finale chiudere un match già indirizzato.

4. I calciatori del Napoli non hanno etica.

La squadra prova a replicare ciò che il mister chiede ma le consegne tattiche e tecniche progressivamente, da tempo, appaiono confuse. E soprattutto continuano in ripetizione, sin dai momenti felici di questa stagione, i Primi Tempi tatticamente e psicologicamente mal preparati.

Conta in quest’ultimo caso, certamente, l’immaturità del tecnico ma anche un gruppo che manca di una bussola interiore, di una legge morale, la quale agisca e gestisca i momenti e le situazioni. E quando manca, questo ordine interno e convenzionale, allora l’uomo diventa meschino e il gruppo branco.

Massimo Scotto di Santolo

Gattuso è solo e il suo sfogo racconta i soliti problemi di De Laurentiis

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Dopo il raggiungimento della semifinale di Coppa Italia, le tensioni tra Gattuso e De Laurentiis restano. Lo sfogo di Ringhio nel post gara può lasciare spazio a varie interpretazioni.

Molti ascoltando lo sfogo di Rino Gattuso, hanno parlato di un uomo delirante e in confusione, a tratti imbarazzante. Ma chi vi scrive non la pensa così, anche se a tratti Gattuso ha ricordato Malesani nella famosa conferenza Mollo, non sembra un allenatore allo sbando o stressato. È semplicemente solo e incazzato per le incessanti voci che circolano. La sensazione è quella di un allenatore ormai scaricato da presidente e piazza istruita a mezzo stampa. Insomma siamo alle solite dinamiche di attrito tra De Laurentiis e il suo tecnico.

Le distanze tra i due non sembrano essere solo i risultati, anzi, ma questo rinnovo che tarda ad arrivare e questo scetticismo che si respira attorno al tecnico sembra influire sulle prestazioni della squadra. Non si sta dicendo che Gattuso è esente da colpe, ma non sembra responsabile al punto di metterlo alla gogna mediatica. Le dimissioni sembrano una cantilena imposta dall’alto un pò come il modulo quest’estate.

IL 4-2-3-1

Da quest’estate dopo l’acquisto di Osimhen, la cantilena sul cambio modulo iniziata da alcune testate voce del presidente è stata insistente. Gattuso è venuto qui con l’idea di riproporre quel 4-3-3 di cui questa squadra sembrava orfana nel periodo ancelottiano. Purtroppo però questa cosa ha creato insofferenza, specialmente da parte di De Laurentiis che sembra aver, a suo tempo, accolto l’idea del ritorno per salvare la baracca che l’anno scorso stava naufragando.

Con l’acquisto del nigeriano Gattuso si è messo al lavoro sul nuovo modulo buttandoci il sangue, come dice lui, nonostante è evidente, a lui in primis, che questa squadra fatica ad interpretarlo. Nemmeno il mercato ha aiutato ad equilibrare bene questa scelta. Se è vero che De Laurentiis aveva scelto Juric dopo il traghettamento di Gattuso, i nodi vengono al pettine. De Laurentiis si è trovato sorpreso e costretto a continuare con Gattuso anche per la stagione in corso. Questo non giova a nessuno anche perché i problemi di spogliatoio non sono risolti e un tecnico discusso dalla società e non sostenuto da un filotto di risultati, difficilmente otterrà il massimo dai suoi.

GATTUSO NON SI DIMETTE

Quando un allenatore non è mai esente da critiche, di errori tattici e di cambi sbagliati ne avrà fatti. Ma non gli si può dare torto quando trova assurdo che gli si dica di dimettersi. I risultati altalenanti, causa Covid, travolgono bene o male un pò tutte le squadre. Il Napoli resta comunque in lotta, sia per la Champions che per lo scudetto e ovviamente per le coppe. Subito dopo la partita con il Verona è stato un pò delirante sentire un famoso giornalista partenopeo invocare le dimissioni del tecnico calabrese. Ed è stato gravissimo ieri ascoltare un giornalista conduttore Rai dire in diretta che la semifinale raggiunta non è poi sto gran risultato. Su questo la società dovrebbe intervenire duramente. Invece di dare fiducia al tecnico solo di facciata e far circolare insistentemente il nome di Benitez, il giorno dopo lo sfogo.

Non è ben chiaro cosa pensi di fare Adl con l’eventuale ritorno dello spagnolo. Rafa non è più quello del 2013, potrebbe rilanciarsi qui certo e cercare di riproporre le sue intuizioni di mercato, visto che è anche in rotta con Giuntoli. Ma anche se il 4-2-3-1 è il suo marchio di fabbrica, non sembrano esserci le condizioni per ottenere risultati migliori di Gattuso, almeno in questa stagione. Tutto sembra tranne che un progetto razionale, sembra il solito capriccio di distruggere quello che lui stesso ha costruito. E questo succede quando sente oscurati i suoi meriti, questa volta anche perché Gattuso non è propio una sua scelta in prima persona.

SALVIO IMPARATO

Juventus – Napoli 2-0: Juve meritatamente campione.

L’account twitter del Napoli segnalava la copertura mediatica globale del match di supercoppa. Il calcio italiano ancora una volta ha però proposto all’intero mondo uno spettacolo per una buona ora soporifero. La partita si è decisa sugli episodi, che sono girati a favore della Vecchia Signora apparsa molto più convinta e organizzata di un timoroso Napoli. Il rigore di Insigne ha infine consegnato la partita agli annali del psicodramma sportivo.

MERITI DELLA JUVENTUS

La Juve, pur non facendo nulla di straordinario, ha giocato al calcio e vinto meritatamente il primo trofeo della stagione. Il Napoli ha peccato di timidezza e paura per 90 minuti, rispettando oltremodo un avversario forte ma battibile.

Sczesny, con due grosse parate, ha ricostituito una giustizia sportiva per quello che le prestazioni delle due squadre hanno raccontato.

Pirlo l’ha preparata molto bene, schermando alcuni giocatori decisivi del Napoli, clamorosamente venuti meno dal punto di vista caratteriale, e tallonando gli azzurri nel loro punto debole difensivo.
Infatti le spalle di M.Rui e Di Lorenzo sono state ben attaccate da Ronaldo e Kulusevsky, esattamente come le ha ben attaccate per 45 minuti – alla grande! – la Fiorentina di Prandelli con Ribery e Callejon prima dell’uno due micidiale degli azzurri.

Inoltre Pirlo fa il capolavoro soprattutto in fase difensiva, giocando a scacchi con Gattuso: si mette uomo contro uomo a tutto campo contro un Napoli storicamente in difficoltà a costruire da dietro. Gli unici due che lascia liberi sono Zielinski e M. Rui. Indirizza il possesso palla del Napoli dal lato del terzino portoghese, al quale viene tolta da Mckennie ogni linea di passaggio verso il trequarti polacco.

Schermate così bene le linee di passaggio diretta a Zielinski, che gli uomini di Pirlo si sono concessi il lusso di non prenderlo a uomo. Così facendo, Bonucci e Chiellini hanno avuto sempre la superiorità numerica nei confronti di Petagna, per l’occasione cattedrale nel deserto.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Gattuso non ha preparato alcunché all’infuori dell’attendismo, buttando via più di un’ora nella speranza di non prenderle.
Male la gestione dei cambi, i quali hanno dato la parvenza che fosse lui al primo anno di professionismo – e non al nono – piuttosto che Pirlo.

Ci sarebbero da porsi le seguente domande: perché Zielinski 90′ in campo?
Perché non sfruttare il mismatch sulla fascia sx, dove Bonucci scivolava in fase di possesso?
Pirlo, chiaramente, ha sfruttato la qualità di Bonucci, ben superiore a quella di Milenkovic, per replicare lo stesso giochino ben conscio che in ripartenza il passo di Insigne non avrebbe mai messo in difficoltà il difensore juventino.
Perché non mettere Lozano a sinistra, a quel punto?
Perché a Politano sono stati concessi soltanto 10′?

La percezione è che sin dal prepartita Gattuso fosse consapevole di essere finito in un doppiogioco tattico, da cui voleva tirarsi fuori puntando tutto su una difensivismo oltranzista e in virtù di una rete episodica che portasse per primo in vantaggio il Napoli. Non è andato molto lontano dalla realizzazione del piano studiato.

LE FRAGILITÀ MENTALI DEL NAPOLI

Chiuderei con un’amara sensazione: se avessimo perso in casa contro la Fiorentina, probabilmente l’avremmo giocata diversamente.
Il che deve far riflettere sullo status psico-emotivo di questa squadra.

Sento le urla dei social contro Insigne. Comprensibile non amarlo, indecoroso criticarlo per un rigore sbagliato e non per la prestazione.
Ritenere che il Napoli abbia perso la partita per l’errore dal dischetto, altrettanto miope.
I rigori li sbaglia solo chi ha le palle di assumersi la responsabilità di tirarli. Le partite le vince chi invece ha coraggio. Il Napoli non ne ha avuto mentre la Juventus si.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Fiorentina 6-0: Gattuso ha sette vite come i gatti!

Il Napoli si concede una goleada salutare contro la Fiorentina di Prandelli. Il risultato in parte mente. Il Napoli per buona mezz’ora del primo tempo ha prestato il fianco alle iniziative ficcanti laterali della Viola. La capacità di azzurra di barcollare e al contempo finalizzare in gol tutti e quattro tiri della prima frazione di gara ha consentito un secondo tempo accademico.

1. Architettura partenopea

L’architettura cos’è se non rendere umane e vivibili colate di cemento?

Demme e Petagna hanno messo fondamenta e radici mentre Insigne e Lozano la panna montata e le bollicine.

2. Le difficoltà azzurre.

6-0 che racconta di un dominio che è stato tale solo dal 2-0 in poi.
Tra il primo e il secondo gol la Fiorentina sfondava a meraviglia sulle fasce del Napoli.

I fluidificanti a metà tra i terzini e le ali azzurre, dal canto loro, invece, Ribery e Callejon tenevano occupate le scalate delle nostre mezze ali, quando la palla era in possesso dei due braccetti della difesa a 3 viola.


Quando la trasmissione di palla toscana giungeva dai difensori fiorentini a Venuti e Biraghi, le spalle del terzino partenopeo erano attaccate in un secondo tempo di gioco da Ribery e Callejon.


Sfondata la profondità, la Viola riempiva l’area di rigore molto bene con 3 uomini: primo palo, centro area e secondo palo.

3. I meriti del Napoli


Il 433, rispolverato per l’occasione da Gattuso, ha permesso di reggere, pur soffrendo per mezz’ora, contro queste iniziative avversarie. Modulo accantonato per far posto ad Osimhen. Pur tuttavia contro il 3421 sempre buono per trovare le giuste contromisure in mediana. La stessa accadde contro la Roma.

Il secondo e ancor di più il succedaneo terzo gol hanno spezzato le reni alla Viola… poi accademia. Si conferma la virtù azzurra per la quale il vantaggio partenopeo significa quasi matematicamente vittoria alla fine dei 90 minuti, confermando così la natura contropiedista di questa squadra.

Poi, aldilà delle letture tecniche e tattiche, dove il Napoli pure oggi non è stato perfetto, è la mentalità che differenzia una vittoria e una sconfitta.
Il Napoli, in questa Domenica uggiosa, ha vinto tutti i contrasti.
Sul 4-0 Koulibaly richiama Manolas fin troppo verboso nei confronti dell’arbitro, che aveva concesso a suo dire un calcio d’angolo inesistente alla Fiorentina.
È questa la mentalità!

4. Pillole laterizie

Ora la Supercoppa… con la speranza di non collezionare altre defezioni e di giocarla con determinazione.
Importantissimo in tal senso il recupero insperato di Manolas.
Nutro dubbi su quello di Mertens, sceso in campo ma vistosamente zoppicante, o quantomeno insicuro nell’andare a contrasto.
Se però garantisce una mezz’oretta, anche il recupero del belga potrebbe risultare decisivo in vista di Mercoledi sera.

Menzione per Tonino Cioffi che entra nella schiera dei figli di questa terra esordienti con la maglia azzurra della prima squadra.

Applausi a Callejon nonostante l’opaca prestazione dell’andaluso.
Quest’ultimo, storia del club.
Tuttavia, puntare sulla coppia Lozano-Politano piuttosto che sullo spagnolo mai lettura dirugenziale fu più azzeccata.

5. Gattuso il resiliente

Il grande merito di Gattuso è il seguente: ha 7 vite come i gatti.
I numeri parlano per lui, le prestazioni no!
Vedremo altre sconfitte stile Spezia, come altre vittorie stile odierno.


È il suo modo di allenare ed il momento attuale in cui il mondo langue a caratterizzare la sua guida tecnica in modo resiliente.

Massimo Scotto di Santolo

Udinese – Napoli 1-2: la confusione azzurra

Gattuso raccoglie all’ultimo respiro in quel di Udine gli 8 punti in 6 partite. Bottino che lo tiene ancora a galla. La confusione del Napoli sul prato verde rimane intatta nonostante la vittoria. Gotti, meraviglioso nel preparare il match con la velocità di Lasagna ad attaccare la linea del Napoli, mentre De Paul ha annichilito la coppia in mediana del Napoli.

1. Confusione societaria e tattica.

Un suo uomo salva Rino dal baratro: Tiemoue Bakayoko. La società ha costruito una squadra per tre allenatori differenti: Ancelotti, Gattuso e Juric. Questa confusione tecnica ha costretto Gattuso a selezionare i suoi intoccabili, riducendo la rosa da un punto di vista numerico ma anche, ovviamente, di soluzioni possibili.

Gli infortuni, provocati da una gestione non ottimale delle risorse nella prima parte di stagione – penso a Koulibaly i cui straordinari hanno costretto Manolas a giocare il turno infrasettimanale e a perderlo per chissà quanto tempo -, oggi inducono Gattuso ad attingere da quei giocatori non appartenenti alla cricca dei titolari.

Ciò ha generato prima confusione tecnico-tattica e poi le sconfitte in campo, che hanno tolto fiducia ai calciatori e innestato il germe dell’instabilità psicologica. Da cui gli errori contro Spezia, che però restano meno giustificabili di quelli di oggi pomeriggio.

2. Gattuso: sette vite come i gatti

Tra una voce di un esonero e uno scempio in campo, Rino colleziona, dall’infortunio di Osimhen in poi, una vittoria dopo ogni Waterloo calcistica. Udinese post Spezia; Cagliari, post Torino; Roma, post Milan etc. Gattuso è araba fenice che risorge dalla sue ceneri. Per un allenatore gran pregio non fidelizzarsi mai ai trend. O troppo bene o troppo male. Caratteristica implicita ed endemica alla sua identità istrionica e trasformista di allenatore.

Anche i numeri gli strizzano l’occhio: in fondo potrebbe arrivare ancora ai 40 pt. Il Napoli da ormai 3 gironi completi non sfonda il muro dei 40 pt. In ogni caso ha modo di migliorare i pt fatti nel girone di ritorno della stagione scorsa. E siccome la prima mano ritinteggiante Castevolturno Giuntoli l’ha messa dal secondo anno di Ancelotti in poi, il progressivo crescere di punti a passo di cicala è segno di una ricostruzione che a fatica sta funzionando. E sta funzionando sotto la cura Gattuso.

La migliore difesa del campionato sebbene con una partita in meno, insieme ad un attacco che per ora senza Osimhen e Mertens se la cava, rappresentano due elementi che forse veramente disegnano un quadro per cui, se non ci fossero le brutte prestazioni in campo, le assenze rappresenterebbero il perfetto alibi per Gattuso. Tuttavia, la domanda resta sempre la stessa e aperta: è stata scelta avveduta fondare un intero impianto di gioco sulle caratteristiche di un ragazzo di 22 anni, quale Osimhen? Si giustappone a margine l’ulteriore sottodomanda per cui non era il caso di dotarsi di attaccante di scorta dal cartellino meno oneroso e però con eguali proprietà del nigeriano?

2. La vittima della suddetta confusione: Amir Rrahmani

Bisogna criticare Rrahmani ma parlando di calcio, non da haters. Il suo errore ha mille spiegazioni e attenuanti per quanto gravissimo. E la sua sostituzione ha inficiato il famigerato skill della coerenza riconosciuto solitamente a Gattuso. Perché Maksimovic contro lo Spezia andava psicologicamente preservato mentre Rrahmani no?

Amir, abituato peraltro ad un gioco completamente diverso: in quanto marcatore instancabile ma non fine dicitore, Juric lo ha lanciato alla ribalta come braccetto di una difesa a 3. Tale ruolo gli permetteva non solo di salire in avanti ma anche di avere le dovute coperture alle proprie dal libero di turno (Kumbulla, giocatore dalla grande intelligenza e dal grande posizionamento difensivo). Il suo passo ricorda sul lungo quello di Skriniar ma con meno velocità e capacità di recupero.

Ulteriore input all’Hellas, in fase di possesso, per Rrahmani era o portare palla o lanciare sulla prima punta, mai palleggiare. E il palleggio, laddove richiesto, era codificato. Rrahmani ad Udinese più che il gesto tecnico ha sbagliato dapprima la postura del corpo, errata per chi deve ricevere un passaggio. In seguito, sotto la pressione offensiva dell’attaccante friulano e il controllo altrettanto approssimativo (figlio della postura corporea raffazonata di cui sopra), ha peccato d’ingenuità cercando un retropassaggio timido, dettato dalla paura, piuttosto che spazzare, con la risolutezza del lungo corso, via la palla.

E non si vuole tirare in mezzo l’attenuante per il pavido Amir di non calcare un campo da gioco esattamente da 6 mesi. Il bosniaco si è anche, nelle more, fatto male ad una spalla e beccato il covid.

3. Redivivi Meret, anche detto Garellik, e Di Lorenzo

Contento per Meret che ha messo i piedi, rievocando Garella, sulle occasioni clamorose costruite dall’Udinese, sciupona e punita nel finale come il Napoli contro lo Spezia. Gotti aveva ben preparato la squadra con difesa bassa e ripartenze. Lasagna su suggerimento di De Paul ha squarciato l’impianto difensivo di Gattuso, basato sui principi del Napoli di Sarri.

Meret, che ha cambiato preparatore dei portieri (passando da Nista a Fiori), sta modificando anche tutta la sua struttura tecnica. Le parate di piede suggeriscono questo. Lo si sta portando verso quell’atteggiamento brasiliano e tedesco di stare tra i pali, cercando di cancellare 20 anni di allenamento presso la scuola italiana. Lo si nota nelle sue difficoltà, anche odierne, di uscita alta, amando, Alex come De Sanctis, muoversi sulla linea di porta e piuttosto rimediare con parate di grande esplosività. Quest’ultima in progressivo affievolimento, visto che Meret sta inserendo tanta robustezza muscolare nel tronco corporeo.

Caratteristica fisica necessaria per comandare i cieli dell’area di rigore. Notevoli i miglioramenti di Meret nella fase di possesso palla ma lì si è potuto intervenire più facilmente. Su tale abilità gli allenatori precedenti di Meret non avevano mai lavorato.

Di Lorenzo, riproposto Dif. Cen., ricorda ai tifosi del Napoli che è al 3 ruolo in 2 anni. 3 gol + 7 assist. Ora et labora: non un fenomeno ma in termini offensivi il miglior terzino destro di De Laurentiis dal Maggio di Mazzarri. Solo che Christian giocava quinto di centrocampo.

Massimo Scotto di Santolo

Cagliari – Napoli 1-4: la settimana tipo

Il Napoli si sbarazza facilmente di un Cagliari senza né carne né pesce. Trovano comunque modo, i partenopei, di tenere in gioco per troppo tempo i cagliaritani. Qualche distrazione azzurra eccessiva.

1. La settimana tipo

La settimana tipo di allenamento di cui ha goduto il Napoli prima della partita di Cagliari si è vista tutta.
Il Napoli ha dominato il match, spargendo pepe qui e la alla gara con vari tentativi di autogol.
Alla fine l’asse Insigne-Ruiz-Rui-Maks è riuscito a confezionarne uno.

Tuttavia, oggi pomeriggio, gli azzurri erano così superiori che non sarebbero riusciti a perderla neanche da soli.
Il Cagliari, dal canto suo, paga oltremodo la silenziosa intensità di Rog in mezzo al campo.
Nandez s’impegna ma si dimostra adattato in una mediana a due benché al Boca abbia giocato anche in quel ruolo.

2. Zielinski, in arte Piotr figlio dell’arte

Zielinski, pertanto, ne approfitta e ricorda ai tifosi azzurri quanto potrebbe avvicinarsi a De Bruyne.

Quando il polacco gioca bene, accostarlo al top player belga significa tradizione, come ‘o capitone… poi trovare qualcuno che realmente lo apprezzi diventa complesso

3. Il cambio generazionale: Lozano!

La chiude Lozano, che è lì a ricordarci come la società stia cercando di traghettare la squadra verso una nuova era.


Gravitava dal lato di Callejon. Un mammasantissima dello Stadio Diego Armando Maradona. Eppure, cosa assurda in poco tempo… Lozano è un serial killer e mena qualunque terzino gli graviti intorno, mentre Callejon soffre a Firenze.


Prandelli lo mette addirittura in discussione.
Situazione spiacevole che l’andaluso non meriterebbe.
Va anche detto che, ecco, la scelta di accasarsi sponda Commisso non la più lungimirante.

4. Ricambio generazionale: querelle Osimhen

Ci vuole pazienza, anche con Osimhen, che sostituirà gradualmente Mertens, altra leggenda il belga. Giusto ricordare al nigeriano quanto sia stato poco furbo a farsi riprendere durante il festino familiare, poi anche basta! È un patrimonio presente e futuro del campionato italiano.

E l’assenza di Osimhen è la differenza che intercorre tra noi e le due milanesi.
In un calcio condizionato dal Covid, dove non c’è spazio per allenarsi ma solo per giocare, poter buttare la palla davanti e trovarsi direttamente a tu per tu con il portiere è tanta roba.


Si guardi cosa stanno combinando Lukaku e Lautaro… l’Inter, messa sotto dal Crotone in casa sul piano del gioco, annienta gli squali con due calciatori fisicamente incontenibili.

Massimo Scotto di Santolo

Paolo Rossi ci lascia. Addio Pablito Mundial!

L’iconico Paolo Rossi è morto all’età di 64 anni. Stroncata la sua vita da un brutto male ma per tanti ragazzi italiani, oggi adulti, il suo assolo dell’82 equivale ad un riff dei Rolling Stones

1. Un’estate al mare

Una solita estate italiana tra Jukebox e un bagno al mare. Quell’estate dell’82 però il tormentone non è di Umberto Tozzi o di Giuni Russo ma di un ragazzo smilzo, dai fianchi matronali, che flirta con la linea del fuorigioco. Si chiama Paolo Rossi e per tutti, dall’82 in poi, sarà Pablito mundial.

Condurrà la nazionale italiana di calcio più discussa della storia a vincere il mondiale, segnando 6 reti in 3 partite – quarti, semifinale e finale -.

2. Le polemiche del mondiale ’82


Un crescendo rossiniano: all’indomani di un girone qualificatorio giocato dall’Italia in modo maldestro, senza nemmeno una vittoria – al quale il compianto giornalista Oliviero Beha opporrà una scarsa regolarità e una valigetta con tutti i soldi necessari per convincere il Camerun a non sbatterci fuori dal Mondiale – la squadra per le troppe critiche si chiude, su decisione di Zoff e Scirea, in un assordante silenzio stampa. E il girone a fatica verrà in questo modo superato. Beha, successivamente, sparirà progressivamente dal mainstream televisivo.

La scelta dei ragazzi azzurri occorse per proteggere dalla avventatezza di certe penne che scrivevano un giorno si e l’altro pure il de prufundis ad Enzo Bearzot, ct di quella nazionale.
Più padre che uomo per tanti nazionali dell’82.
Durante il silenzio stampa, non mancarono momenti di tensione come quando l’inviato Mario Sconcerti e Tardelli, centrocampista della nazionale azzurra, vennero quasi alle mani.
È una storia pertanto prettamente italiana. Rossi appena trasferitosi alla Juventus dal Vicenza fu squalificato per calcioscommesse. Lui e Bruno Giordano le vittime eccellenti.

Paolo Rossi fu il sogno proibito, prima del si alla Juventus, di Ferlaino, che provò ad acquistarlo in ogni modo ma Rossi riteneva il Napoli non all’altezza delle sue ambizioni. La Juve lo era invece eccome, visto che nel frattempo già viveva il decennio d’oro. Alla guida della Vecchia Signora Trapattoni, con cui la Juventus vincerà tutto. Bruno Giordano invece qualche anno dopo fu il felice ripiego di Ferlaino; Bruno che affiancò Maradona per portare a Napoli il primo storico scudetto.

3. Rossi vs Pruzzo: decide Bearzot


Rossi passa da titolare, con Bettega, della bellissima nazionale dei mondiali di Argentina del ’78 guidata sempre da Bearzot e da nuovo centroavanti della Juventus del Trap ad allenarsi due lunghi anni con le riserve dei bianconeri. Tanto fu la squalifica comminata dal Giudice Sportivo. Bearzot tuttavia non dimentica l’efficienza di Paolo Rossi, ha il suo gruppo già sperimentato 4 anni prima e con quello vuole giocarsi il mondiale dell’82, visto che quattro anni prima, in Argentina, l’avventura finì alle semifinali.


Bearzot così non convoca Roberto Pruzzo, goleador implacabile della Roma di Liedholm, con la quale nell’82 il bomber ligure era divenuto pure capocannoniere. Lo spazio per Pruzzo ci sarebbe stato ma Rossi dopo due anni d’inattività andava aspettato. Per Bearzot, è certo che Paolo non sarà in forma le prime partite. La stampa, a quel punto è altrettanto certo, chiederà di sostituirlo con Pruzzo.

Quindi, Bearzot convoca un altro attaccante, destinato a divenire mascotte di quella nazionale perché accetta la convocazione conscio del fatto che non giocherà mai.
Si chiama Franco Selvaggi e fa di mestiere la punta nel Cagliari.

4. Paolo Rossi. Pablito Mundial

E così accadrà: Paolo Rossi giocherà male le prime 4 partite del mondiale.
I giornalisti non poterono invocare Pruzzo ma solo i Santi circa il perché non fosse presente in quella spedizione azzurra.

Poi la partita contro uno dei primi 5 Brasile di sempre… e lì all’idea dei cinque n. 10 contemporaneamente in campo, Bearzot opporrà il contropiede e l’uomo che gioca sulla linea del fuorigioco. Rossi, con il suo tempismo, lo scatto incontenibile nei primi metri, la capacità di non finire mai in offside e partire quindi soltanto all’ultimo cm ancora a disposizione, dilanierà la poco organizzata difesa del Brasile realizzandone 3 di reti.

E poi altre 2 alla Polonia. E 1 alla Germania in finale. L’Italia campione del Mondo. Paolo Rossi un anno dopo pallone d’oro. Per i ragazzi del Giulio Cesare di Roma che l’82 sostennero la Maturità, Paolo Rossi fu il tormentone estivo che li accompagnerà per tutta la vita. Nostalgia.

Massimo Scotto di Santolo

Crotone-Napoli 0-4: se il Napoli fosse del nord sarebbe un piccolo Milan

Crotone-Napoli, l’azzurro non impressiona, ma continua a vincere nonostante gli manchino i rigori del Milan, calciatori talvolta decisivi e 4 pt sacrificati all’altare del “Tavolino” per aver dato ascolto all’ASL. Not bad, esclamerebbe un anglosassone.

1. Crotone fumoso

Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari. Se Zeman non avesse scelto di schierarsi contro i poteri forti sarebbe un piccolo Guardiola. Un Barcellona molto meno spietato sotto porta sarebbe un piccolo Crotone. Se Messi non realizzasse gol a vagonate sarebbe un piccolo Messias. I numeri degli azzurri in Crotone-Napoli sono estremamente ragguardevoli.

Questo consente rapidamente di comprendere che il Napoli allo Scida non avrebbe mai passeggiato. Stroppa che per devozione zemaniana tende a muovere, piuttosto che le ali, le mezze ali in diagonale fa giocare ad alta intensità i calabresi, cercando un equilibrio tattico con un difensore in più. Il mister crotonese offre alla platea calcistica un 352 arioso. Il Crotone fino ad ora ha ospitato tutte le prime della classe, manca soltanto l’Inter. Poiché le salvezze si costruiscono in casa non bisogna cantare ancora il de profundis agli squali, i quali già una volta rimontarono una situazione disperata salvandosi. All’epoca, in panchina c’era Nicola e in attacco Falcinelli.

Quest’ultimo andò in doppia cifra di reti realizzate. Ecco, il Crotone paga una mole di gioco piacevole e briosa ma mai ficcante. Simy ricorda una quercia silenziosa e centenaria, protegge meravigliosamente la palla. Messias gli ronza intorno come un picchio, che parrebbe in grado di perforare qualsivoglia difesa. Eppure entrambi smarriscono gusto e acquisiscono per la propria squadra perdenza vanificando la loro abnegazione sotto porta. Non propriamente cecchini, l’albero perforato dal picchio ospite.

2. Un Napoli vittorioso

La non continuativa fluidità di gioco non permette di stimare ancora il vero valore di Gattuso. Sembra sempre che siano i demeriti degli altri a farci grandi. A costituire, stasera, una diminutio per il Napoli sembrerebbe l’espulsione di Petriccione. Il bassotto dal grande fiuto per i palloni e dall’irrefrenabile vivacità sulla mediana, che sovente sfocia in disordine quando applicato al ruolo di regia, a causa di entrataccia lascia in 10 il Crotone contro un Napoli, grazie al polacco Zielinski, a trazione anteriore ma non di certo squilibrato.

Insigne, Lozano e Petagna hanno potuto affrontare tre mismatch contro rispettivamente Cuomo, Marrone e Luperto; i quali poi in campo aperto, prima, e in inferiorità numerica di squadra, dopo, hanno manifestato tutta la loro sofferenza nei duelli individuali. Zielinski, che certe sere ricorda la centralità estetica dell’étoile di Parigi, ha impedito che il duro proletariato di Demme e Bakayoko non trovasse un eccessivo distaccamento ideologico, tradotto in metri di campo, dalla delantera azzurra.

In Crotone-Napoli gli squali hanno giocato per 30 minuti ad altissimo voltaggio. Se l’arbitro non avesse espulso Petriccione, quel tipo di ritmo avrebbe mantenuto eguale intensità per 90 minuti? Forse no. Il Napoli avrebbe vinto lo stesso, non 0-4, ma chiuso i giochi probabilmente nella seconda metà del 2 Tempo. Petriccione ha solo evitato al Napoli una ennesima e sudatissima vittoria.

3. Dieguito Demme

Sugli scudi il ritrovato Dieguito Demme in Crotone-Napoli. Messo inizialmente da parte dallo stesso Gattuso per far posto alla belva della mediana, Bakayoko, e perse successivamente le distanze in un 4231 oltremodo offensivo la cui inefficienza operativa è esplosa nella sconfitta interna contro il Milan, Rino in concomitanza con la morte di Diego Maradona ha rispolverato l’orologio da polso tedesco.

Demme non fa nulla che sia sbagliato ma non appare capace di sconvolgere mai una partita con una singola giocata personale ed esclusiva, sebbene controlli il battito della squadra sia in difesa che in attacco. E’ un tranquillante naturale. Anche la sua innata capacità di recuperare palloni si esprime con una serenità disarmante. Mai arrembante e tecnicamente sopraffino, il tedesco di origini calabre ma cresciuto sognando Napoli e Maradona organizza la manovra con una semplicità così trasparente da dover rivedere le categorie del talento.

Inoltre, in questo momento della stagione risulta talmente indispensabile che per azzannare il momento Demme ha iniziato a realizzare anche reti che due in una sola stagione rappresentavano un vizio a cui raramente in carriera si è lasciato andare. Illuminista.

4. Andrea Petagna

Petagna, invece, ricorda come il gioco di Gattuso abbisogni di una punta di peso. Il giro palla approntato da Rino, per molti inutile, è innanzitutto difensivo – se la palla la ho io gli altri non possono segnare -; in secondo luogo, è un’esca: tirare fuori gli avversari dalle proprie posizioni convincendoli a pressare in avanti e infine, laddove non sia possibile uscire palla a terra e ragionando, un bel calcione a cercare la sponda di Petagna. La seconda palla, qualora il bulldozer ex spallino metta già il rilancio del suo compagna di squadra difensore, è aggredibile dai tre trequartisti azzurri verosimilmente in uno contro uno al cospetto dei difendenti avversari.

Perciò Petagna, in assenza di Osimhen, ben più di Mertens risulta funzionale al ruolo di prima punta. Alla Giroud con la Francia campione del mondo: “io sgomito voi segnate” disse così Olivier a Mbappe e Griezmann. Ovviamente Petagna non ha gli stessi scores realizzativi di Giroud, ha però toccato vette importanti con la Spal, la quale per necessità virtù intravedeva in Andrea l’unica bocca di fuoco armabile. A tal punto ciò che Semplici per due anni ha costruito una squadra che giocasse esclusivamente a suo uso e consumo.

Mi sembra nell’ordine delle cose che sia Petagna a disposizione del Napoli e non il contrario. Altrettanto che due, i gol fatti sino a Crotone-Napoli dal centroavanti azzurro, siano un ricompenso che debba soddisfare tutti. Chiedere di più sarebbe ricercare un tesoro che non c’è.

5. I rigori dopo Crotone-Napoli

Il Napoli, dunque, resta a -6 pt dal Milan benché come in premessa si ricordano i 4 pt lasciati in Tribunale. Uno di penalizzazione, tre dati in omaggio dalla giustizia sportiva a tavolino alla Juventus. Il Napoli sul campo ha collezionato 21 punti con una partita ancora da giocare. Potenzialmente a – 2 dal Milan, che regge ritmi impressionanti sia in attacco che in difesa. La classifica è la sublimazione di questo perfetto equilibrio tra le due fasi che spesso in Europa viene un po’ meno.

Altrettanto devastante è la capacità del Milan di procurarsi rigori. 8 in 10 partite di campionato, per l’appunto. Una media ben superiore a quella altrettanta dopata da errori grossolani della Lazio, che alla fine ne guadagnò 14 di tiri dal dischetto. Il Milan nella classifica particolarissimi degli expected goals (Xg) è primo. Xg è l’acronimo con cui si concretizza in percentuale le possibilità di fare gol di una squadra in relazione al suo sforzo offensivo. 8 rigori risultano statistica gonfiata per quanto la metà dei penalty ricevuti risulterebbe un numero alquanto coerente con la capacità offensiva.

Il Napoli, che insegue al 2 posto, avendo gli stessi pt dell’Inter ma sul campo una partita in meno, ha il migliore attacco ed è seconda nella classifica degli Xg. Inoltre, al 17.11.2020 gli azzurri erano la squadra con il maggior numero di tiri verso la porta e il maggior numero di tiri nello specchio della porta. I partenopei hanno ricevuto in cambio 0 rigori. Per la precisione 9 nelle ultime 86 partite. Tra la vetta e il Napoli di Crotone c’è anche tanta “sfortuna”.

Massimo Scotto di Santolo