Il Messaggero, Zeman: “Ancelotti ha avuto un anno di tempo, Marquinhos l’ho preso io. Fonseca paragonato a me per offenderci”

Zeman scatenato sulle pagine del Messaggero, parla a 360° sul calcio italiano. Da Sarri, Conte e Ancelotti fino ad arrivare alla Lazio, un’intervista tutta da leggere.


Sette partite di campionato e due di coppe europee sotto lo sguardo di Zeman: il nuovo avanza o il calcio è sempre lo stesso?

«Ormai non si inventa più niente. Questo sport è più fisico e più aggressivo. E sempre meno tecnico. A interpreti di qualità vengono addirittura cambiate le caratteristiche. Non faccio nomi, guardate le partite e capirete»

Domanda al contrario: chi è in grado di non far vincere il nono scudetto di fila alla Juve?

«L’Inter. Oppure il Napoli che però non ha segnato per due partite di fila. Mai successo. Da Ancelotti ci si aspettava di più: l’anno scorso ha conosciuto i calciatori. Adesso tocca a lui». 

L’Inter è davvero così distante dai bianconeri?

«La rosa della Juve è superiore. Ma Conte se la gioca sul fisico, ha una buona squadra e vuole che i giocatori si comportino come era lui in campo. Un cagnaccio. Lo apprezzo. É tra i pochi che riesce a guidare un gruppo. Gli altri, invece, sono gestori».

Sarri e Conte, con chi sta?

«Sarri, ma di Napoli. Non credo che a Torino, però, rinunci al suo credo. Ci vuole più tempo. Chiede di giocare a un tocco e bisogna quindi imparare il resto. Come muoversi in campo».

Conosce bene Immobile: che cosa accade con Inzaghi?

«L’ha detto Ciro. Lui si sentiva bene ecco perché non voleva uscire. Io, se lui non zoppica, non lo levo mai. E’ sempre lo stesso: generoso, lottatore e con i tempi giusti. E fa gol. È capocannoniere, nonostante si sia già mangiato diverse reti». 

Non conosce Fonseca: ha capito come vuol far giocare la Roma?

«No. Dal vivo sono andato all’Olimpico solo per la gara contro l’Atalanta. Non ho visto il calcio offensivo e aggressivo. Parlare è un conto, poi mettere in pratica sempre un altro. E l’Ucraina, come campionato, non è l’Italia. Lui sta cambiando tanto, anche il sistema di gioco. Quando lo ha fatto Di Francesco, alla fine ha perso il posto».

Eppure all’inizio è stato accostato proprio a Zeman: che cosa ha pensato in quei giorni?

«La solita offesa al mio gioco. Lo dicevano solo perché prendeva troppi gol».

Perché Inzaghi non riesce a decollare?

«La Lazio è discontinua. Buon calcio, ma a tratti».

Come mai la Roma passa da un infortunio all’altro?

«A parte i traumi di gioco, la principale causa è la mancanza di preparazione in estate. Dopo tre giorni si gioca, magari in America. Si chiede subito uno scatto. Così ti rompi. Servono quaranta giorni per mettere la base, distribuiti tra lavoro muscolare e organico. Ora si mischia tutto. E lo stress fisico, prima o poi, lo paghi».

Giusto esonerare Giampaolo e Di Francesco?

«No. Ma è sempre così. Le società li scelgono, ma poi non gli danno il tempo di lavorare. Il Milan qualche punto l’ha fatto, la Sampdoria è in una situazione più preoccupante. Ma Eusebio se avesse saputo che questa era la situazione non sarebbe andato. Gli hanno ceduto i migliori e ancora oggi non si sa di chi è la società».

Quale squadra di serie A è divertente da vedere?

«In Italia nessuna. Inter-Juve è stata una bella partita. Caso isolato. Spero ce ne siano altre. Io guardo il Liverpool. Condivido lo spirito di Klopp. Calcio aggressivo, veloce e di qualità. Loro sì, giocano. Anche lì la partita inizia sullo 0 a 0, ma le squadre vanno in campo per cambiare il risultato. E vincere. In Premier anche le ultime della classifica ci provano. E capita che battano le prime. Qui, se sei inferiore non giochi. A parte il Lecce di Liverani. Vediamo se si salverà». 

L’Italia domani gioca a Roma contro la Grecia: è a punteggio pieno e con tre turni d’anticipo si può qualificare per Euro 2020. Come valuta il lavoro di Mancini?

«Propositivo. Ha inciso il suo ruolo, da calciatore. Bravo a dar spazio ai giovani, anche se qualche convocazione stona. Ma non può fare diversamente: la Juve ha un titolare, l’Inter un paio. Deve quindi scendere di livello in campionato, chiamando gente con meno esperienza. I grandi club schierano quasi esclusivamente gli stranieri».

La Roma e la Lazio sono in corsa per il quarto posto: quale delle due è favorita?

«Possono farcela entrambe. Ora Inzaghi ha qualche chance in più, essendo a Roma da più anni. La squadra è collaudata. Fonseca ancora deve scegliere la formazione e su chi puntare. Ma nella sua rosa ha sicuramente più qualità».

E l’Atalanta?

«Buona squadra. Ha annientato la Roma che ha avuto solo chance casuali e non costruite. Gasperini punta sul duello fisico. Ma il gruppo è formato da stranieri. E solo due top: Gomez e Ilicic». 

Crede che Totti e De Rossi, prima o poi, torneranno alla Roma?

«Penso di sì, ma dovranno esserci le condizioni giuste. Francesco ha dovuto dire basta perché lo utilizzavano solo a scopo pubblicitario. È triste che sia finita così perché per anni è stata la Roma di Totti. Oggi è la Roma di nessuno: il presidente non si sa dove sia. Chi la rappresenta? A Francesco auguro di trovare un ruolo in cui riesca a divertirsi e dare il suo contributo. Non lo vedo allenatore. Daniele, invece, sì. Ha voglia di farlo». 

A proposito di suoi ex giocatori: che cosa succede a Insigne?

«Lorenzo rimane calciatore importante. Napoli è più difficile fuori e in campo ne risenti. Se gioca nel suo ruolo, è sempre tra i migliori».

Il calciatore italiano che finora ha fatto meglio?

«Barella. L’ho conosciuto nella primavera del Cagliari. Espulso in ogni partita e diversi rigori sbagliati. Me lo ricordo per quanto menava. E per la qualità».

E Zaniolo?

«Ha forza fisica. Ma è centrocampista. Mezzala destra o sinistra».

C’è uno straniero, tra quelli appena arrivati, ad aver incuriosito Zeman?

«Mi intriga Leao. Mi aspetto tanto, ha qualità. Vediamo come si ambienta. Bisogna aver pazienza, è successo anche con Maradona, Platini e Zidane. Gli stranieri sono, però, troppi e penalizzano il calcio italiano».

Ha lavorato con il presidente Pallotta: a distanza di anni, come mai non è riuscito ancora a conquistare la tifoseria?

«Perché ha ceduto i giocatori con cui avrebbe vinto lo scudetto. E facile, con quei campioni».

Anche il presidente Lotito è criticato: non ha investito come avrebbe voluto la gente?

«Ha poca ambizione, come del resto la tifoseria. Si accontentano. La Lazio, però, è Lotito».

La top 11 di Zeman, usando solo i giocatori che ha allenato?

«Lasciamo stare. Come faccio a scegliere come play tra Di Biagio e Verratti?. Ho avuto grandi in ogni ruolo».

E lo straniero più bravo?

«Stessa risposta: Aldair, Cafu, Boksic e anche altri. Chi prendo?».

C’è un suo ex giocatore che ha fatto una carriera migliore di quanto si aspettasse?

«Tommasi. Non mi aspettavo che diventasse così forte. Corsa, personalità e intelligenza».

Chi è il miglior tecnico italiano?

«Mio figlio Karel, ma non allena»

A 72 anni quale squadra avrebbe voglia di guidare?

«Non i campioni del mondo, ma in un club dove l’allenatore consiglia i giocatori. E a loro insegna. Ora i presidenti fanno la squadra con i procuratori. Quando alla Roma mi mostrarono cinquanta centrali difensivi, in dieci secondi scelsi Marquinhos. E dicono ancora che lo hanno preso loro. Lo misi terzino, come Nesta. Quando sono giovani, di lato fanno meno danni. Ma avete visto quanto è diventato forte Alessandro. Adesso l’altro fa addirittura il mediano in mezzo Ma sa che cosa fare: quando conquista la palla, la appoggia a Verratti».

Torna sempre ai suoi ragazzi: perché non ricomincia dal settore giovanile?

«A Palermo feci salire sessanta giocatori nel professionismo. Ora ti impongono gli stranieri. Viene privilegiato il business. Io penso sempre alla prima squadra. E alla Nazionale. Con la Lazio diedi otto giocatori a Sacchi. E con la Roma ho sempre avuto tanti azzurri».

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Zeman: “Se ad Insigne manca una stagione in serie A insieme? Per me è penalizzato dal gioco” (VIDEO)

Zeman: “Insigne è penalizzato dal gioco” Sarà una mia fissazione, ma per me Insigne e Zeman avrebbero fatto il botto…

Geplaatst door GruppoZeman.com op Zaterdag 5 oktober 2019
Domanda su Insigne a Zeman di Salvio Imparato

Era il Football Leader del 2018. Zeman ritirava a Napoli un premio alla carriera e Sarri era appena stato sostituito da Ancelotti. Nemmeno a lui mancano i problemi con Insigne.

Quando si parla di Insigne a Zeman, si parla di una sua creatura. Di un talento a cui ha cui ha dato movimenti, visione di gioco, forma atletica e cultura del lavoro.

La domanda nasce spontanea a Lorenzo manca una Zemanlandia in A con il Boemo?

Di sicuro gli avrebbe fatto fare il salto di categoria più velocemente. Quello che Mazzarri e Benitez hanno rallentato, per questioni di modulo il primo e tattiche per quanto riguarda il periodo dello spagnolo. Con Rafa la crescita fu indubbia, ma i 90 metri di campo, come appuntò anche Zeman, gli offuscava la brillantezza offensiva.

Con Sarri invece, riportato al ruolo in cui esplose, ala sinistra del 4-3-3, Insigne è tornato vicino a suoi livelli. Purtroppo il rendimento non sempre costante e la staffetta con Mertens non hanno evitato a Lorenzo screzi con il pubblico del San Paolo e con Sarri. Proprio in nome di queste continue difficoltà, chi vi scrisse pose a Zeman la domanda del titolo.

Mister ad Insigne manca una stagione in A con lei?

“Non lo so, per me, non vorrei dirlo ma, è stato penalizzato dal gioco. Giocare ad un tocco per lui che ha il dribbling, fantasia e il tiro che se lo prepara è limitante secondo me”.

Questo aveva da dire per quanto riguardava il gioco di Sarri, ma di sicuro e l’ha detto più volte, non vede bene la posizione in cui Carlo Ancelotti vede Insigne. Domani Carletto sembra voler far tornare a vestire il 4-3-3 agli azzurri. Ma non basterà solo cambiare modulo ad una squadra abituata ad un certo tipo di lavoro, fatto di automatismi e schemi, che hanno ridotto negli anni il gap con la Juventus. Ancelotti da sempre più gestore, sembra restio ad accettare di guidare una squadra che non può andare oltre i propri limiti.

Salvio Imparato

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Novellino: “Insigne figlio di Zeman e del suo 4-3-3, può giocare ovunque”

Walter Novellino doppio ex di Napoli e Torino, dice la sua suo momento delle due squadre e del caso Insigne.

Le due squadre non ci arrivano benissimo.

«Eh no – confessa Novellino – diciamo che non sono al massimo della forma».

È messo peggio il Torino o il Napoli?

«Il Toro ha perso due gare all’ultimo minuto, con due pareggi nessuno avrebbe avuto da ridire sul suo campionato. Forse paga lo scotto di una preparazione anticipata».

Questione fisica, allora? 


«I preliminari di Europa League non sono una barzelletta: i granata si allenano da tre mesi e ci può stare in questo periodo una leggera flessione».

Il Napoli invece?

«Ho l’impressione che qualcosa scricchioli fuori dal campo. Spero di sbagliarmi».

Il riferimento è al caso Insigne, giusto?

 «Sì, è una storia che non mi piace. Non giustifico l’atteggiamento di parenti e amici. Che ognuno resti a casa propria, nessuno deve intromettersi nel rapporto tra Lorenzo e la squadra».

Situazione spiacevole, visto che parliamo del capitano. 

«Sono cose che non fanno bene alla vita dello spogliatoio. E non è la prima volta che accade una cosa del genere».

La delusione di non giocare ha annebbiato la mente di Insigne?

 «Faccia il calciatore, le scelte non spettano a lui. Mi pare che si sia lamentato anche della posizione in campo: ma da quando un giocatore decide dove giocare? O forse Carlo ha bisogno di suggerimenti?».

Visto che siamo in tema, può essere utilizzato da esterno di centrocampo?

 «Ha una mentalità offensiva, essendo un figlioccio di Zeman e del suo 4-3-3. Può giocare ovunque, pure da seconda punta. Si rimetta in riga e si ricordi di essere il capitano».

Magari domani gioca e fa gol.


«Perché no? È possibile. Quando sta in forma, fa la differenza».

Ha fatto bene Ancelotti a spedirlo in tribuna a Genk? 

«Benissimo. Doveva mandare al resto del gruppo il segnale che comanda lui».

Insigne non è l’unico problema in questo momento. 


«Stranamente il Napoli si è inceppato quando sembrava aver trovato il passo giusto. Dopo il Liverpool e il Lecce è calato».

Cosa si è inceppato? Testa o gambe?

 «La sconfitta con il Cagliari ha complicato il cammino. Se lotti per lo scudetto, non puoi perdere in casa una partita al 90′ averla dominata. Da allora i calciatori sono cambiati: erano spregiudicati, ora sono timorosi».

Due gol segnati nelle ultime tre gare dicono che l’attacco se la passa maluccio. 

«Manca la tranquillità, basta vedere come e quanti gol siano stati sprecati. Che colpa ha Ancelotti se non la buttano dentro nemmeno con la porta spalancata?».

Si aspettava questa classifica?

 «No, sono un po’ deluso. Immaginavo gli azzurri al posto di Inter o Juve. Sei punti di differenza non sono un’infinità però non è un distacco di poco conto e guai a sottovalutarlo».

Quindi Torino può decidere già qualcosa visto che c’è Inter-Juventus?

 «Il Napoli deve vincere a tutti i costi, non vedo altra soluzione».

Altrimenti si rischia di restare fuori dal giro già ad ottobre? 

«Ti complicherebbe la vita».

Fiducia in Ancelotti? 

«Scommetto che a fine stagione porterà qualche trofeo a casa».

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Napoli-Cagliari 0-1, Ancelotti domina, Maran la vince

Napoli-Cagliari-Ancelotti-Maran-Zeman

In città si leggono molti attacchi ad Ancelotti. Difficile dare colpe al tecnico dopo un Napoli-Cagliari a senso unico (30 tiri e 70% di possesso), ma gli interrogativi sulle scelte di Carletto restano.

Napoli-Cagliari è una di quelle partite viste mille volte dal popolo zemaniano. Il CALCIO punito dall’ANALFACALCISMO, così scherzosamente chiamiamo il vecchio catenaccio. L’ultima che fece molto male fu Verona-Cagliari, i ragazzi di Zeman, dopo le pallate rifilate a Mazzarri e Sarri, non riuscirono proprio a metterla dentro, lezione di gioco a Mandorlini ma subirono gol da fuori di Tachtsidis a pochi minuti dalla fine. Quelle partite che fanno dire all’italiano calciofilo medio o al Cucci di turno “meglio saper difendere che attaccare” VADE RETRO.

SCELTE E CAMBI DI ANCELOTTI

Nessuna colpa ad Ancelotti quindi, ma resta che chi vi scrive non lo capisce. Nei cambi e in alcune scelte. A volte più dettate dal caso e dall’irrefrenabile smania di camaleontismo. Llorente forse meritava di giocarsela dall’inizio, specialmente dopo l’exploit a Lecce. Forse non c’era bisogno, con un Cagliari cosi arroccato, di sbilanciarsi oltremodo: centrocampo Allan-Zielinski ancora, senza nemmeno Insigne ad aiutare la fascia in copertura (da cui il Napoli ha subito la ripartenza e Maran l’ha capito) e a costruire per i due “PENNELLONI”. Infatti la decisione di sostituire Insigne ha influito più sotto l’aspetto difensivo, che su quello di costruzione. Una squadra abituata a movimenti collettivi, messa in condizioni di uno contro uno soffre non poco, succede a Koulibaly figuriamoci a Mario Rui.

Per quanto riguarda i cambi è difficile discuterli conoscendo il pensiero di Ancelotti. Il trend in cui non esistono ruoli fissi è assodato, e lasciare Mertens in campo largo insieme a Milik e Llorente escludendo i due esterni offensivi ne è la prova. In attacco però la manovra sembra confusa, quasi un voler dare punti di riferimento all’avversario. Purtroppo in modo così esasperato anche il Napoli stesso sembra perderli. Elmas invece ancora in panca, il suo apporto al centrocampo e ad Allan, che soffre Zielinski da più di una stagione, non guasterebbe. Tutti quesiti che si pone un allenatore da sofà e che per carità non vuole mettere in discussione un titolato come Re Carlo, anche se l’esperienza è tanta per non farsi infinocchiare da quel volpone di Maran.

SALVIO IMPARATO

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Rullo cita Zeman: “Attaccare non vuol dire non difendere”

Erminio Rullo terzino ex Lecce e Napoli, parla a Calciolecce.it dell’imminente sfida tra i salentini e gli azzurri, reduci dalla stupenda vittoria contro il Liverpool. Immancabile un passaggio su Zeman.

Lecce-Napoli non è un testa-coda ma quasi. E’ una gara dall’esito già scritto?

“E’ scontato dire che ci sia grande differenza di organico e qualità tra le due squadre – afferma Rullo – ma sappiamo bene che nel calcio nulla è scritto. In più ci sono diversi fattori che potrebbero contribuire a sovvertire i pronostici, che vedono giustamente favorito il Napoli. Gli azzurri vengono da una gara straordinaria e al contempo dispendiosa con il Liverpool. Ancelotti l’ha detto subito: senza la giusta concentrazione rischieranno grosso al Lecce. E i giallorossi, lo abbiamo visto con il Torino, sono una squadra che, se gioca come sa, può mette in difficoltà chiunque”.

Un giudizio sull’avvio di campionato del Lecce?

“La vittoria di lunedì permette di vedere con positività a questi primi scampoli di campionato. Non tanto la gara con l’Inter, quanto quella sul Verona avevano deluso un po’ le attese. Con i veneti i giallorossi non si erano espressi al proprio massimo. Cosa che è invece avvenuta alla grande sul campo di una squadra molto forte come il Torino. Questa vittoria deve dare il giusto entusiasmo e le consapevolezze circa le proprie possibilità. Sarà un campionato complicato, anche perché a livello di qualità della rosa i giallorossi pagano con tutti tolte 3-4 squadre. Continuando nel giusto modo, però, il Lecce potrà fare bene in questa Serie A“.

Liverani pretende molto dai suoi terzini, soprattutto in chiave offensiva. Tu, che con Zeman ti sei espresso al top, ne puoi sapere qualcosa. E’ la giusta filosofia per una squadra che deve salvarsi?

“Molti – confessa Rullo – pensano erroneamente che avere una mentalità offensiva voglia dire non difendersi o farlo male. Non c’è nulla di più sbagliato. Con un gioco meno attendista di quello che magari fanno tante squadre, soprattutto le neo promosse o i club d bassa classifica, si può anzi chiudere meglio gli attacchi avversari. Questo perché non ci si difende bassi consentendo l’altrui avanzata, ma si attacca subito e con grande intensità l’attaccante avversario. Così facendo un terzino può guadagnarci anche in fase difensiva, e non solo facendo bene in avanti come fatto ad esempio da Calderoni a Torino”.

E’ giusto dire che quel 2004/2005 è stato il miglior anno della tua carriera?

“E’ stato un anno fantastico, in cui ci siamo divertiti molto ed abbiamo divertito la gente. Il Lecce era sulla bocca di tutti perché era una squadra vivace, spettacolare, che metteva in difficoltà chiunque, anche le big. E vinceva spesso, segnando tanto e facendo sognare i tifosi. Da quella stagione potevamo raccogliere più che una salvezza tutto sommato tranquilla. Peccato per un girone di ritorno in cui siamo un po’ calati e abbiamo lasciato tantissimi punti per strada. Ma è stato un anno stupendo“.

Qual è, invece, il più bel ricordo che ti lega al Napoli?

“Arrivai in azzurro dal Lecce, in una piazza carica di entusiasmi ritrovati dopo anni difficili e fresca di promozione dalla C. C’era subito una gran fame di Serie A e la promozione arrivò subito. E’ stato come vincere uno Scudetto, vi lascio immaginare che gioia ci fosse in città”.

Domenica avrai il cuore diviso a metà. Per chi farai il tifo?

“Per il Lecce, senza dubbio. Questa è casa mia, sono legatissimo alla piazza e ai tifosi, ed in più i giallorossi hanno bisogno di punti che sarebbero preziosissimi in chiave salvezza. Spero possano realizzare un’impresa e proseguire nel modo giusto lungo la strada per la permanenza in Serie A”.

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Insigne, il pupillo di Zeman è la stella del Napoli

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E menomale che Insigne era il problema del Napoli. Il talento di Frattamaggiore determinante in tutti e tre i gol ai danni dei Reds.

Sono lontani i tempi in cui Zeman disse: “Insigne è più forte di chi gioca adesso nel Napoli”. Era il 2010 e il Boemo, esiliato e dimenticato (per loro), dimostrava di avere ancora la visione dell’illuminato, dimostrando di saper guardare dove il calcio italiano non ha mai avuto il coraggio di guardare, un po’ per non ammettere i propri errori e un po’ per non evidenziare l’incompetenza di tanti nel settore. 

E pensare che se non ci fosse stata la folle idea di Casillo, di riprendere il Foggia e formare la vecchia squadra con Pavone, Franco Mancini, Franco Altamura e ovviamente il Maestro, magari Insigne vagherebbe ancora tra prestiti e scetticismi aspettando a 28 anni la definitiva crescita: e chi oggi sostiene che Lorenzo non è consacrato, o è ciuccio o è in malafede. 

INSIGNE E IL DOPO ZEMAN

Da quando è rientrato a Napoli, dopo gli insegnamenti di Zeman, ha trovato purtroppo Mazzarri. Il toscano non ha aiutato il talento di Frattamaggiore a mettere in mostra le sue qualità, un po’ per il modulo e un po’ per la sua scarsa attitudine con i giovani. Va dato atto però a De Laurentiis di aver incominciato, dopo aver visto il Pescara di Zeman, a cambiare visione calcistica. E quella visione oggi lo aiuta ancora oggi a saper essere in contrasto tattico con gli allenatori, anche con Ancelotti. 

Insigne è sempre stata la chiave del dopo Mazzarri. Ha facilitato non poco il lavoro di Benitez e Sarri, anche se entrambi sono sempre stati scettici sul 4-3-3. Mentre squadra e presidente no, e guarda caso la vera esplosione nel gioco del Napoli avvenne proprio con questo modulo nelle mani di Sarri. Ora è il modulo di riferimento del toscano, ma qui sosteneva di non gradirlo per questioni di baricentro, però con l’ottimo lavoro sulla difesa, sul pressing e su determinati concetti ne uscì fuori uno spettacolo di gol ed equilibrio. In serie A era proprio dai tempi di Zeman che non si vedeva un 4-3-3 di questo livello, un caso? Almeno nella fase offensiva no.

LA POSIZIONE DI ANCELOTTI SCRICCHIOLA

Con Carlo Ancelotti il dilemma Insigne ritorna. La situazione in casa Napoli oggi sembra di leggero contrasto tattico con la società. Ovviamente contrasto che si trasferisce sul mercato. Si vuole puntare su Insigne ala sinistra, mentre Ancelotti insiste su un determinante trequartista e la sua posizione, dopo la prestazione di Lorenzo fondamentale in tutti e tre i gol contro i reds, scricchiola un po’ ovunque, sia da quella tattica che da quella di allenatore titolato, da cui avrebbe potuto dettar un po’ più legge invece di cedere alla totale linea aziendalista. 

COSTRUIRE IL NAPOLI SU INSIGNE

Di sicuro arrivare alle 4 partite in pay per view senza acquisti importanti non è un bel biglietto da visita. Non ci fa bella figura il Napoli , Ancelotti e nemmeno Sky. Speriamo arrivino presto specialmente per Insigne. L’unico napoletano del Napoli che vuole vincere e merita finalmente che si costruisca una squadra attorno a lui, per il calcio che da anni dispensa in azzurro.

Salvio Imparato 

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Zeman: “Ho smesso? No non mi chiamano. Insigne è un esterno sinistro”

Zdenek Zeman torna a parlare dopo l’exploit in nazionale dei suoi due pupilli, Insigne e Verratti. Il Maestro Boemo si concede a 360° sulle pagine de Il Mattino.

Due gol in due partite con il 4-3-3 della Nazionale: è questo, non il 4-4-2 del Napoli, il modulo giusto per Insigne?

«Ha fatto molto bene, dice Zeman, gol a parte: quello alla Grecia è il tipico suo colpo, quello con il tiro al volo alla Bosnia era fuori programma. Da sempre sostengo che Lorenzo è un attaccante esterno e fa le cose migliori in attacco. Quando gioca più arretrato non riesce a fare la differenza».


Quindi, meglio con il 4-3-3?

«Con me, ha fatto 40 gol in due anni. Per le sue caratteristiche ha più difficoltà quando gioca al centro perché i difensori sono più forti. Il suo pezzo migliore è nell’uno contro uno, con il tiro o il cross: provarlo al centro è più complicato».

La conclusione del ragionamento è chiara.

«Ma Insigne deve giocare dove lo mette l’allenatore. Poi, il giocatore non si discute: ha qualità tecniche notevoli e, per quanto riguarda l’aspetto fisico, ha una grande corsa».

È stato evidente il cambio di ritmo e qualità di gioco passando dal Napoli alla Nazionale, dal grigiore degli ultimi mesi alle brillanti prestazioni.

«Si vede che ha più voglia e ci mette più impegno, credo si trovi meglio in questo contesto: da esterno sinistro può rendere di più. Però Ancelotti deve fare le proprie scelte e mettere in campo la propria squadra».

Insigne era diciannovenne nel suo Foggia: adesso è arrivato al massimo?

«Lo conosco bene, può fare ancora meglio. Quanto vale ha cominciato a dimostrarlo ai tempi del Foggia e del Pescara».


Forse, quando gioca in Nazionale, è più sereno rispetto a Napoli, dove può avvertire il peso della fascia di capitano e del problematico rapporto con una parte della tifoseria.

«Il pubblico del San Paolo tiene ai napoletani: non pensi ad altro, Lorenzo, e continui a giocare». 

Insigne ha stretto un patto di fedeltà con Napoli nonostante l’amarezza della contestazione in una serata di Europa League. Ma se arrivasse la grande offerta?

«Ma dove vuole andare? Quando era a Foggia e Pescara, non vedeva l’ora di scapparsene a Napoli… Lorenzo è napoletano, deve sentire la fiducia ma anche essere più continuo. L’affetto del pubblico? Le carezze fanno bene ma non bisogna esagerare. Questa è la squadra di Insigne e qui può prendersi grandi soddisfazioni».


Lo scudetto? Ma è davvero realizzabile considerando la dittatura della Juve?

«Ancelotti ha avuto un anno di tempo per provare tutti i suoi giocatori: nel prossimo campionato sicuramente faranno meglio».

Può vincere lo scudetto?

«Può competere per vincerlo, non fermandosi a dieci o più punti di distacco».


Ancelotti ha allenato in cinque Paesi e i migliori al mondo: ha fatto la scelta giusta venendo a Napoli?

«Le scelte si fanno là dove vi sono le possibilità, comunque Ancelotti non ha sbagliato. È stato dove avevano il piatto già pronto, nel senso che dove ha vinto lui avevano vinto anche gli altri. Napoli è una piazza diversa, con una società che non è abituata a vincere. E lui vuole provarci».

È una nazionale col marchio zemaniano: per Insigne, per il 4-3-3, per Verratti.

«Il valore di Verratti, come quello di Insigne, non si è scoperto nell’ultima partita. Marco, dopo gli ottimi inizi a Pescara, è uno dei migliori giocatori del campionato francese. Ha raggiunto una grande maturità e ha trovato la giusta sintonia con Jorginho, così come era accaduto con Thiago Motta al Psg, anche se lui rende di più quando è da solo in regia».


Il calcio italiano le sembra in ripresa?

«Sul piano della qualità abbiamo assistito a un campionato non bello. Quanto alla Nazionale, ha giocato bene contro la Bosnia ma ha fatto il primo tiro dopo 22 minuti e ha segnato il gol della vittoria a 4 minuti dalla fine. Benino la Under 20 ai Mondiali, però non è un successo essere stati eliminati dall’Ucraina. C’è ancora da fare».


Visto il predominio della Juve, si potrebbero provare i playoff?

«Sono contrario. Dopo 38 anni partite la classifica dà l’esatta immagine di quanto è stato fatto in un campionato e non sarebbe giusto se a vincere lo scudetto fosse chi è arrivato sesto».

Sarri alla Juve dopo essere stato la bandiera del Napoli e di Napoli: che ne pensa?

«La Juve continua a sorprendermi. Se è stata una scelta giusta da parte di Sarri, lo capiremo durante la stagione. Ha tutto per poter lavorare bene alla Juve, bisogna poi vedere se i giocatori si adattano al nuovo allenatore».

E il nuovo corso della Roma con Fonseca?

«Il problema della Roma, sentenzia Zeman, non è l’allenatore».

Lei, a 72 anni, ha smesso di allenare?

«Vorrei ma non posso».

Perché?

«Se non mi chiamano, confessa Zeman, come alleno? Mi piacerebbe mettermi a disposizione, però evidentemente ci sono pochi progetti o non ci sono squadre adatte a me. Non sono vecchio e poi mica devo essere io a correre in campo»

Fonte intervista a Zdenek Zeman su Il Mattino

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SARRI: “L’ITALIA SPRECA OCCASIONI, MA IL RICHIAMO È FORTE”

Maurizio Sarri esce allo scoperto, lo fa sulle pagine di Vanity Fair e liquida un po’ il personaggio dipinto dalla pagina che lo celebra e dai suoi tifosi. Un Sarri che non ti aspetti, ma che si intuiva per come ha lasciato Napoli.

RITORNO IN ITALIA

 «Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo (…) È roba faticosa, la panchina. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti».

FEDELTÀ AL NAPOLI 

«I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero».

ASPETTI NEGATIVI IN ITALIA

 «Il concetto di vittoria a ogni costo. Un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti – cosa che mi preoccupa di più. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto».

SARRISMO E SOCIAL

«È un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp».

LA POLITICA

 «Nel calcio ci si schiera poco. Per non trovarsi qualcuno contro. La mia estrazione è nota. Papà era gruista all’Italsider di Bagnoli. Mio nonno era partigiano, salvò due aviatori americani abbattuti dai nazisti, li tenne in casa per due mesi. È normale che avessi certe idee, oggi la politica non mi interessa più. Vedo storie di una tristezza estrema. Da lontano l’Italia è un posto che spreca occasioni».

ALLENARE CAMPIONI

 «Esistono squadre medie di grandi giocatori o grandi squadre di giocatori medi. Io lavoro su questo. Il fuoriclasse è quello a disposizione della squadra, altrimenti è solo un bravo giocatore. Siamo pieni di palleggiatori fenomenali. Pure ai semafori. Il divertimento è contagioso se collettivo. Se ti diverti da solo, in 5 minuti arriva la noia».

SENZA LA TUTA

«Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente».

SUPERSTIZIONI 

 «Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono».

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Insigne: “Devo tutto a Zeman, lui e Pavone mi vollero a Foggia”

Ad inizio campionato parlammo, dopo la sconfitta a Genova contro la Samp, di un Napoli ferma ito e demotivato. Lorenzo Insigne, in una lunga chiacchierata con Antonio Giordano del Corriere Dello Sport conferma e si sofferma sul futuro, attacca Higuain e ringrazia il suo maestro Zeman.

“Le pressioni sono maggiori, rispetto ad altri calciatori – confessa Insigne – perché la gente da te si aspetta di più. E a volte le responsabilità costituiscono un energizzante, dunque hanno effetti positivi, ma ci sono anche momenti in cui possoo essere controproducenti e quindi negative. Non siamo macchine, ricordiamocene, un periodo buio è inevitabile”.

Zeman e Pavone

“Zeman? Gli sarò grato per sempre e gli voglio bene. Mi ha lanciato, mi ha costruito, se sono arrivato sin qui è merito suo. Lui e Pavone hanno avuto un ruolo nella mia scelta di Foggia e l’anno successivo stavo per andare al Crotone, mi chiamò il boemo, mi disse guarda che ho firmato con il Pescara: non ebbi dubbi”.


Insigne si immagina con un’altra maglia addosso? 

“Adesso, mentre ne stiamo parlando, e più in generale ora, in questa fase, non ci penso neppure. Però so bene che magari in giro possa esserci qualcuno che mi stimi. Ma non esistono squadre, né interessamenti. Ho il dovere di pensare, senza essere immodesto, che in questi anni con il Napoli abbia già dato qualche dimostrazione di ciò che so fare”.

Raiola per andare via? “Niente di tutto ciò e siete liberi di non crederci. Ma ritengo che Raiola, con Jorge Mendes, sia il più forte in circolazione e che rappresenti un’autorità in materia. Ma non c’è dietrologia. Finché starò qui darò sepre il 110 per cento e qua voglio starci a lungo. So anche che ho ventotto anni e che possa capitare, in carriera, di ritrovarsi dinnnanzi ad un’offerta, come dire? irrinunciabile. Questo sì, può succedere”.

Insigne è felice? 

“Mi scoccia assai arrivare ad un passo dal successo e poi ritrovarmi senza niente tra le mani, che so un trofeo da alzare al cielo. E questo dà fastidio anche ai miei compagni di squadra di questo Napoli che è fortissimo e meriterebbe di regalarsi una soddisfazione”.

Come sta Insigne? 

“Meglio e quasi bene. Ho fatto un differenziato robusto giovedì e un allenamento in gruppo venerdì. Ora resta la rifinitura e poi deciderà Ancelotti. E’ chiaro che il pensiero è all’Arsenal. Mi aspetto di affrontare una squadra che ha talmente tanta qualità da non poter scegliere quale sia il migliore. E poi troveremo ritmo, intensità, organizzazione tattica”.

Sullo scudetto perso a 91 punti?

“Un ferita difficile da suturare, ma bisogna guardare avanti. Ci abbiamo creduto, potevamo farcela e fa male. Come l’eliminazione dal Mondiale a San Siro: sono le sofferenze che mi porto dentro. E’ come se in quegli istanti mi fosse crollato il mondo addosso”.

Sull’Europa League

 “Ci aspettano due gare complicate e poi, dovessimo farcela, la semifinale. Non è semplicissimo, non abbiamo paura. Anzi, è il nostro folle desiderio”.

Higuain

 “Non mi andò giù il suo modo di esultare. La Juventus fu una scelta, libero di prenderla ci mancherebbe, però poi ci siamo incrociati altre volte e mai una volta, mai una dico, che sia venuto a salutarci nello spogliatoio, come pure sarebbe stato naturale fare. Vuol dire, allora, che ce l’aveva anche con noi, con i suoi ex compagni di squadra che lo hanno aiutato a segnar trentasei gol in campionato”.

Ancelotti

“È un onore essere allenato da lui”

Benitez

“Una maturazione ampia, con lui ho scoperto nuovi ruoli”

Sarri

“È il mio ritorno alle origini, il 4-3-3. Gli auguri ogni bene”

Domenica ritrovi Prandelli

“Che felicità quando mi convocò in Nazionale”

Mazzarri

“Mi ha fatto esordire in A. Gli sarò per sempre riconoscente”.

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Salisburgo, ecco chi è il prossimo avversario del Napoli

Sarà il Salisburgo il prossimo avversario del Napoli in Europa League. Il club austriaco è in vetta al suo campionato con 48 punti e 46 gol in 18 gare contro i 16 subiti, che totalizzano un +30 differenza reti.

In Europa League il Salisburgo è il secondo attacco e la loro stella è Dabbur, acquistato per giugno dal Siviglia e capocannoniere di questa competizione. Vediamo con l’aiuto di un identikit fatto dal Corriere Dello Sport di scoprire di più sui prossimi avversari degli azzurri.

SALISBURGO, LA STORIA

L’antico club dell’Austria Salisburgo, che perse contro l’Inter una finale di Coppa Uefa nel 1994, ha cambiato nome, colori sociali e simbolo col passaggio alla Red Bull, socio di minoranza e controllante di fatto. Il Napoli affronterà gli austriaci, secondo miglior attacco di questa Europa League e semifinalista l’anno scorso, in casa all’andata il 7 marzo. Gara di ritorno a Salisburgo il 14.

IL PERCORSO IN EUROPA LEAGUE

Campioni d’Austria per il quinto anno di fila nell’ultima stagione, il Salisburgo hanno chiuso il girone di Europa League a punteggio pieno: è la prima squadra a raggiungere questo traguardo per tre volte nella storia della manifestazione. Gli austriaci, imbattuti in casa nelle ultime 17 partite europee, hanno centrato gli ottavi per la terza volta dopo il 2013-14 e la semifinale dell’anno scorso, centrata dopo i successi su Real Sociedad, Borussia Dortmund e Lazio, prima di cedere ai supplementari contro il Marsiglia. Decisivo il gol in extremis di Rolando.

L’ALLENATORE E’ MARCO ROSE

Dal 2017, il Salisburgo è guidato dall’ex tecnico delle giovanili Marco Rose, promosso dopo aver vinto la UEFA Youth League per prendere il posto di Óscar García. Ex difensore del Lipsia, dell’Hannover e del Mainz, è entrato nello staff degli austriaci già dal 2013.

DABBUR LA STELLA DEL SALISBURGO

Munas Dabbur, capocannoniere di questa edizione di Europa League, 7 gol con 14 tiri in porta, è la stella degli austriaci imbattuti in casa in Europa da 17 partite. Dabbur, che ha segnato oltre 50 gol da quando è arrivato in Austria nel 2016, è stato già acquistato per giugno dal Siviglia. Dabbur, esploso al Maccabi Tel Aviv con Paulo Sousa in panchina nel 2013-14, è poi passato in Svizzera al Grasshoppers prima di arrivare in Austria e festeggiare l’anno scorso il titolo da capocannoniere del campionato. 

I PRECEDENTI TRA NAPOLI E SALISBURGO

Il Napoli non ha mai affrontato il Salisburgo che nella sua storia ha un bilancio di 4 vittorie contro formazioni italiane. L’ultima nel ritorno dei quarti di Europa League dell’anno scorso contro la Lazio.


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