Napoli-Milan 1-3: il diavolo veste Ibra

Un Napoli stanco e tatticamente sconclusionato presta il fianco alle ripartenze di una squadra ottimamente contropiedista e pratica, ma lunga e vulnerabile, il Milan. I rossoneri mai eccezionali all’infuori di Ibra, il quale però basta e avanza per vincere al San Paolo questa classica Napoli-Milan

1. Un 424 troppo stanco e occupato, davvero Gattuso lo nominò invano

Napoli-Milan, Gattuso sceglie un Napoli poco equilibrato, schierando quattro punte d’attacco e un solo centrocampista di quantità, Bakayoko. L’ex mediano milanista peraltro debilitato da una breve quanto intensa influenza. La stanchezza dei giocatori chiave del Napoli, a causa dei viaggi al seguito delle nazionali o di contrattempi di salute, ha impedito che potessero reggere fisicamente lo squilibrio tattico proposto dal proprio allenatore.


Le intenzioni di Rino erano assolutamente in buona fede: sorprendere il Milan che ha la tendenza ad allungarsi e a lasciare la mediana e la linea di difesa a cantare la messa in solitaria contro gli avanti avversari. L’esporsi ai contropiedi di cui il Milan sta diventando maestro. I trequarti rossoneri hanno una grande gamba. La scelta dunque di abbandonare Chalanoglu con Rebic e Ibra sopra la linea della palla diviene un rischio calcolato.


Tuttavia, pagato a caro prezzo per colpa delle distrazioni perpetrate dai calicatori azzurri, in primis Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Koulibaly, dal cui lato rispettivamente hanno avuto luogo le azioni dei tre gol e l’espulsione di Bakayoko. Quest’ultima è, insieme alle tardive sostituzioni, l’ultimo tassello con cui Gattusso ha completato il puzzle della sconfitta da lui magistralmente architettata.

Infatti, riconducibile alla distrazione dello staff tecnico non cambiare l’unico uomo di quantità della mediana durante una fase del match in cui gli spazi si erano aperti e le possibilità di dover provvedere a un fallo tattico da giallo aumentate esponenzialmente; almeno quanto non aver calcolato le giuste tempistiche dei cambi e non aver potuto quindi operare il quinto cambio.

2. Petagna o Elmas o Zielinski: waiting for godot

Sebbene sia stata riscontrata la buona fede del mister a schierare le quattro punte piccole e iper offensive contemporaneamente in campo, l’assenza di Osimhen ha eliminato la linea di passaggio sussidiaria che ormai il Napoli persegue una volta su due quando è in difficoltà nel palleggio, ossia il lancio lungo. Non convince perciò la scelta di lasciare in panca Petagna. Il ragazzo ex Spal non è un fenomeno ma sa far salire la squadra con passaggio diretto alla sua figura.


Così il Napoli non ha mai trovato il bandolo della matassa in Napoli-Milan. Troppo stanco per pressare in avanti e recuperare velocemente il pallone e dare continua linfa alla manovra d’attacco; troppo offensivo per praticare una sana difesa e contropiede; slegato l’attacco dal resto della squadra per praticare un calcio palleggiato. D’altronde, ogniqualvolta si trattava di ripartire da dietro la manovra ristagnava pesantemente.


Qualcuno attribuisce responsabilità ai piedi di Meret meno delicati di quelli di Ospina, come meno sviluppata è del portiere friulano la visione del gioco, ma non sarebbe bastato schieraro un centrocampista in più a galla tra centrocampo e attacco, lato centro sinistro del campo, per dare mastice alla scollatura? Chi avrebbe in tale circostanza potuto oscurare Zielinski o Elmas, papabili per ricoprire tale ruolo? Kessiè e Bennacer prendevano ad uomo Bakayoko e Ruiz mentre i due terzini le nostre due ali. Realmente Pioli avrebbe spinto Kjaer sulla mezz’ala azzurra fin sù la metà campo avversaria? Chiaro che no, ma avrebbe abbassato un centrocampista e liberato uno tra Bakayoko e Ruiz per giocare la palla in completa serenità.

3. Napoli-Milan e i casi irrisolti: la maledizione ancelottiana

Così ragionando, bisognerebbe auspicare, in mancanza di Osimhem, un 433. In realtà basterebbe un centrocampista in più all’interno dell’11 titolare. Al momento Zielinski, causa covid, è un giocatore su cui non è possibile fare affidamento. Elmas, tuttavia, proveniva da due partite in nazionale deliranti. Concedergli giusto i 5 minuti di recupero è sembrata una cattiveria più che una chance.


Un maggior numero di centrocampisti pregiudicherebbe la titolarità di uno tra Insigne e Mertens. Ancelotti ricorda benissimo come è finita quando ha messo in discussione il capitano. Su Mertens, dato il numero di partite e i cinque cambi, potrebbe tranquillamente operarsi un discorso di alternanza con Osimhen. Quest’utimo contro le difese alte; il belga contro le basse. Ruotano i portieri perché non anche le punte centrali? Al momento, con Zielinski in scarsa forma psicofisica, inutile parlarne.


La iattura ancelottiana incombe anche per una serie di analogie inquietanti: oltre al passaggio dal 433 iniziale al 4231 attuale, anche per l’appoggiare scelte all’epoca della gestione Ancelotti molto criticate. Fabian Ruiz mediano e il turnover dei portieri. Il primo ha giocato veramente male mentre Meret migliora la propria qualità in possesso della sfera ma sta smarrendo pericolosamente le distanze tra i pali. Identica regressione avvertita sotto la gestione del preparatore dei portieri, Fiori, ora al Napoli, da Donnarumma durante il biennio rossonero di Gattuso.


Altrettanto preoccupanti sono le somiglianze nei punti dopo Napoli-Milan, in campionato tra Gattuso dei primi mesi della stagione ’20-’21 e Ancelotti dei primi mesi della stagione ’19-’20: in campionato, entrambi hanno racimolato 15 punti. Il Napoli di oggi, chiaramente, paga la sconfitta a tavolino contro la Juventus, che brucia almeno quanto l’autogol di Koulibaly al 93esimo di un anno prima per il definitivo 4-3 in favore dei bianconeri. In Europa, 7 erano i punti raccolti da Ancelotti in Champions; 6 da Gattuso in Europa League. Per non parlare della circostanze che durante il pregara di Genk-Napoli Ancelotti dovette mandare in tribuna per ragioni comportamentali Insigne e Ghoulam, mentre Gattuso, prima di Rijeka-Napoli, ha dovuto punire anch’egli due uomini: sempre Ghoulam e poi Mario Rui.

Massimo Scotto di Santolo

Onofri: “Per battere Zeman preparai la partita con Stroppa”

Claudio Onofri presenta la sfida Crotone-Lazio ai microfoni di cittàceleste raccontando un aneddoto su Stroppa legato a Zeman.

“Potrebbe essere una gara apparentemente scontata in favore della Lazio, ma – confessa Onofri – il Crotone ha un modo di giocare che può dare fastidio, l’Atalanta ha sofferto non poco così come la Juventus che ha pareggiato. Sono convinto che la Lazio dovrà fare una grande partita per vincere e non abbassarsi a pensare ai soli due punti o i 19 gol subiti dal Crotone. Cosa dovuta, forse, dal fatto che alcuni elementi non sono adatti alla Serie A. Ci sono delle lacune. Ma anche giocatori interessanti come Messias che due anni fa giocava in Serie D ed ora è titolare in Serie A”.

Conferma che Stroppa è un allenatore che ci vede bene?

“Sì, sì. Di questo sono convinto. Se vuoi ti racconto un aneddoto…”.

Certo!

“Un anno allenavo il Genoa e Stroppa era un mio giocatore, dovevamo andare ad affrontare la Salernitana di Zeman e Stroppa era stato un suo giocatore. Tutta la settimana preparai la partita insieme a Giovanni Stroppa. Vincemmo. Ho intuito subito che avrebbe potuto fare l’allenatore una volta smesso di giocare”.

Dall’altra parte c’è la Lazio, come vedi la squadra di Inzaghi in questo momento?

“La partita di Torino e quella di Roma contro la Juventus ha fatto vedere che la squadra sta tornando al trend dello scorso anno, con risultati ottenuti all’ultimo minuto. Simone Inzaghi ha trovato lo spirito necessario per un nuovo campionato da protagonista. Questa è una caratteristica importante nel calcio, mica un dettaglio. Chiaro che servono giocatori all’altezza, ma questa dote di non mollare mai è importante specie in un campionato equilibrato come questo. I dettagli fanno la differenza. Stanno venendo di nuovo fuori le cose positive della Lazio”.

Hai parlato di un Crotone che pressa alto, sarà una gara aperta o con maggiori tatticismi?

“Credo che le squadre giocheranno attraverso i loro canoni. Il Genoa vinse 4-1, ma per lunghi tratti ho visto un Crotone pericoloso. Bisognerà cercare di scavalcare un pressing altissimo, loro ti vengono a prendere a metà campo. Questo lascia molto campo dietro, e se hai delle iniziative rapide e veloci con verticalizzazioni o lanci, allora puoi scardinare la linea. Sicuramente Inzaghi sta studiando questa situazione”.

Luis Alberto servirebbe eccome, allora…

“Ho seguito la vicenda, non so. Non fanno bene queste cose, bisogna essere professionisti dentro e fuori dal campo. Bisogna rivalutare la situazione, anche perché parliamo di un giocatore importate”.

Così come Immobile, un altro che nella profondità trova il suo pane. Giusto?

“Esatto, hai detto tutto tu, bravo. Con i suoi movimenti a circolo non lo prendi più, anche perché ha velocità e forza nelle gambe. Per il Crotone è un contesto positivo, ma se non lo interpreti bene allora le cose vanno male, bisognerà sfruttare i momenti”.

Causa Covid questo campionato è molto equilibrato, ti unisci al coro e pensi che per la vetta sarà lotta a 7 squadre?

“Non credo dipenda solo dal Covid, sicuramente incide molto. La Juventus ha una partita in meno, ma ad oggi non sarebbe nemmeno in Champions League. Si è affidata, secondo me sbagliando, a Pirlo. Ma non perché sia lui, semplicemente perché non ha mai allenato ed allenatori non si nasce, si diventa. Serve un percorso completo, un conto è che fosse diventato allenatore dopo 4 anni di Primavera, ma scegliere così mi sembra illogico. Se ci fosse una trasmissione diretta tra come sei stato da calciatore e come potresti essere da allenatore, allora Maradona avrebbe dovuto vincere tutto. Ma non basta. Tornando al discorso campionato: la Juventus è in difficoltà, Lazio ed Atalanta si stanno confermando, l’Inter si sta consolidata e poi c’è il Napoli. Squadra forte e allenata da un Gattuso che stravedo, uno che ha fatto la gavetta pur chiamandosi Gattuso. Ci vuole rispetto per la categoria, dai. C’è un equilibrio, per tornare al campionato. Milan e Roma? Sì, anche loro. La lotta è a sette. Per tornare alla Lazio, se tutte le cose vanno al loro posto – per esempio la situazione Luis Alberto – può confermare quello che ha fatto l’anno scorso”.

Parma-Napoli 0-2, non è possibile fermare il progresso

Un Napoli bipolare sbanca il mai ospitale Tardini: i partenopei concedono nel 1T ampie porzioni di sonno ai propri tifosi, sfidando la noia antizemaniana di Reja. Poi le nuove leve, Victor Osimhen su tutti, inondano di azzurro la difesa parmigiana costretta a capitolare.

1. La soporifera declamazione del possesso palla

Gattuso, democristianamente, sceglie per la prima di campionato della stagione ’20/’21 una formazione antica, piatta e senza profondità. Soprattutto stanca nelle soluzioni! L’allenatore azzurro probabilmente cade nell’inganno di Liverani. Mister dalla propensione al gioco areoso e propositivo; tanto bravo a riprodurre un calcio spagnoleggiante, Liverani, quanto incapace di scegliere i progetti a lui più consoni. Dopo Palermo e Genoa che hanno rappresentato brusche frenate della sua carriera la buona impressione mostrata alla guida del Lecce avrebbe dovuto imporgli una maggiore cautela nell’accogliere un nuovo progetto calcistico.

Il Parma, infatti, a sua disposizione è architettato per il gioco di rimessa e contropiede di D’Aversa. Ducali che però nel frattempo non hanno inserito qualità in mediana (fondamentale per il gioco di Liverani) e perso definitivamente Kulusevsky e, almeno momentaneamente, Gervinho per infortunio. I veri segreti, lo svedese e l’ivoriano, dell’efficienza di un calcio così sparagnino come quello di D’Aversa. Liverani però ha accumulato esperienza e dunque con opportunismo, onde subire imbarcate, presenta un pugilistico e guardingo 4312. Gattuso attendeva aggressione e possesso palla dei ducali, in cui Insigne e Mertens avrebbero potuto trovare spazio nella propria metà campo per lanciare in campo aperto Lozano… e invece ha affrontato il più gretto attendismo.

Contro quest’ultimo la marea azzurra è apparsa abbastanza improduttiva. I partenopei hanno conquistato la metà campo ma il predominio territoriale si è concretizzato in un ridondante possesso palla privo di sbocchi sulla profondità. Mertens chiamato a giocare fuori per alimentare l’intelaiatura napoletana ha svuotato perennemente l’area di rigore. L’inconcludenza della fitta rete di passaggi napoletani ha ridotto progressivamente la verve individuale anche di chi la luce dovrebbe accenderla nella difficoltà. Tanti i dribbling e i suggerimenti sbagliati dai più talentuosi. Lozano ci prova mettendo in apprensione Pezzella ma predica in un deserto delocalizzato sulla fascia destra. Così il 1T resta inchiodato su di uno scialbo e senza occasioni da rete 0-0

2. L’ingresso di Osimhen

Questa impalatabile litania è sconquassata dall’ingresso di Victor Osimhen. Il nigeriano subentra a Demme. Il Napoli passa dal 433 ad un molto offensivo 4231 con Zielinski e Ruiz in mediana. Come con Ancelotti ma non è un film di Nolan il nostro. Victor, sebbene fagocitato dal suo pauperismo tecnico, inizia a correre alle spalle dei difensori parmensi, poi si pianta in area di rigore – riempiendola – con le ganascie alle gambe, quando la palla scorre ai lati dell’attacco azzurro. Due cose semplici che rivoluzionano il match. Mertens a quel punto gravita libero dai raddoppi intorno alla sua mattonella: la lunetta dell’area di rigore.

Il Napoli sembra improvvisamente volare su trame che poco importa se improvvisate o preparate. Ciò che conta è che non appaiono anacronistiche come vecchi vestiti tattici rammendati. Basta un cross del resiliente Lozano, un’aggressione alla palla da parte di Osimhen che costringe il difensore ducale all’errore, che Mertens solo come mai prima di quel momento può stoppare e rubare il barattolo della marmellata a Luigi Sepe. E’ 1-0. Parma d’un tratto in bambola. Trasmissione della sfera dal centrale al terzino parmigiano fiacca. Lozano che il campo lo brucia con leggerezza e non lo consuma mai con pesantezza di passo scippa il pallone. S’invola, il messicano, fin dentro l’area avversaria, tira costringendo Sepe alla respinta; sulla quale però si avventa Insigne che chiude la partita siglando lo 0-2.

Insigne e Mertens che conquistano dunque la locandina di questo primo film pallonare della stagione. Tuttavia, i tre punti a casa li portano, offensivamente parlando, Osimhen e Lozano. Il primo per aver cambiato il piano partita grazie alla sua determinazione e alle sue caratteristiche; il secondo per aver creduto alla vittoria quando gli altri sembravano ancora in vacanza. Da un punto di vista difensivo, compartecipano al successo i cinque interpreti difensivi: i quattro della linea e il sicuro Ospina. Sorprende la concentrazione ritrovata, ultimamente calata in modo considerevole, di Kalidou Koulibaly, a maggior ragione se si pensa alle trattative di calciomercato in cui è coinvolto. Della sua scoperta leadership ne hanno beneficiato tutti, in primis l’irruento Manolas.

3. il 4231

Le modalità del successo azzurro in terra emiliana, inevitabilmente, apre il dibattito sul passaggio definitivo al modulo del 4231. Una valutazione che non può prescindere dal funzionamento occasionale e a gara in corso che tale soluzione tattica ha offerto al Napoli. L’idea di schierare tre mezze punte, come Insigne, Politano, Lozano e Mertens dietro Osimhen o Petagna darebbe sicuramente un impulso offensivo importante alla squadra a discapito però dell’equilibrio difensivo. In particolar modo la questione appare priva di fondamento se si pensa alla dotazione di trequartisti in pectore di cui gode Gattuso: Zielinski ed Elmas; i quali darebbero consistenza difensiva al modulo in esame e, allo stesso tempo, potrebbero presenziare in area di rigore al fianco di Petagna, Osimhen o Mertens, per aggirare così l’inconsistenza offensiva mostrata dal Napoli al Tardini nel 1T.

Chi ritiene difficoltosa la gestione delle risorse umane, immaginando la competizione di cinque uomini nei ruoli di sottopunta, declassa il Napoli a provinciale. Le due punte pure – e Mertens seppure in modo eterodosso – sui 90 minuti, qualora non supportate da quattro centrocampisti effettivi, non possono essere proposte nel 442. Ma il Napoli benché le critiche mediatiche ha anche i giocatori perfettamente adatti alla mediana a due. Infatti, Ruiz è stato nominato miglior giocatore dell’europeo u21 quando con la maglia della Spagna ha interpretato magnificamente bene il ruolo di palleggiatore in un centrocampo a 2. Demme e Lobotka, al Lipsia e al Celta, praticavano con intelligenza e maestria il ruolo di registi rispettivamente in un 343 e in un 442.

4. Il calciomercato

A mancare nel mercato del Napoli, non è certo l’ala destra cercata – oggi si parla di Delofeu – che finirebbe per giocare poco in concorrenza con Lorenzo Insigne. A mancare non è nemmeno il centrocampista difensivo, il quale più che altro servirebbe per ragioni soprattutto numeriche, a meno che non si voglia considerare Elmas utile per il quartetto dei mediani del centrocampo a 2. Il macedone ha il talento per ricoprire quel ruolo, pur tuttavia, forse, manca ancora della maturità necessaria. La grande mancanza degli azzurri, stante la possibile permanenza di Koulibaly, è un terzino sinistro d’affiancare a Mario Rui.

Lo sviluppo della manovra collettiva e la dimensione offensiva di Insigne ne risentono eccessivamente quando manca all’appello il terzino portoghese, anche per le sole sovrapposizioni che quest’ultimo può garantire rispetto all’adattato Hysaj.

Massimo Scotto di Santolo

Milik in azzurro: “una storia sbagliata”

Milik in azzurro: "una storia sbagliata"

Il 9(9) polacco del Napoli, Arkadiusz Milik, conclude la sua avventura in maglia azzurra. Il centroavanti è a meno di un passo dalla Roma. Raccoglierà l’eredità di Dzeko.

1. Il primo Milik, quello lunare

“Cominciò con la luna al suo posto; e finì con un fiume d’inchiostro”. Beh, l’avventura partenopea di Milik ha animato i letterati e il pueblo sportivo. Non è rimasta la vicenda sportiva di questo calciatore indifferente agli occhi della città, che però nelle more dell’affaire l’ha definitivamente derubricata a fallimentare. Sebbene la penna abbia fatto il suo corso, trasformando la speranza profusa dalla piazza nell’atleta in disillusione, durante una notte molto buia d’Agosto, per un attimo Milik apparve come la luna e noi le sue stelle.

Il Napoli aveva appena ceduto Higuain alla Juventus per 90 mln ed urgeva un sostituto. Da una parte, c’era il talentuoso ma spento Manolo Gabbiadini altrettanto in partenza. Dall’altra, il Napoli aveva scelto innanzitutto per il ruolo di centroavanti di scorta, da cui il numero 99, un sinistro neoclassico esploso in maglia Ajax, il nostro Milik. L’impossibilità di arrivare ad Icardi, designato erede del Pipita, ed una prestazione sontuosa di Gabbiadini in amichevole contro il Monaco a cui rifilerà ben 4 gol convincono il Napoli a puntare sulla punta italiana e polacca.

L’indecoroso 2-0 di svantaggio maturato nel 1T all’Adriatico di Pescara contro i delfini neopromossi di Oddo porta Maurizio Sarri a sparigliare le carte nella ripresa. Fuori Insigne e Gabbiadini, dentro Mertens e Milik. I due trovano subito grande intesa. Il Napoli pareggia, meriterebbe un rigore negatogli ma quantomeno porta un punto a casa. Se il belga raccolse la scena contro il Pescara, alla seconda di campionato contro un buon Milan Milik annichilisce i rossoneri segnando una doppietta.

2. L’infortunio che gli ruppe l’anima

Milik non si fermò al Milan, continuò a segnare con frequenza e cattiveria portando il Napoli, insieme a Mertens, fino al primato in classifica. Perso, quest’ultimo, appena prima della sosta nazionale a Bergamo, contro l’Atalanta embrionale di Gasperini, il cui gioco mai ben decifrato da Sarri. Poi la sosta nazionale intervenne, secondo molti, salvifica. In realtà, la Polonia restituì al Napoli il suo nuovo centroattacco con il crociato lesionato. Come in una maledizione piratesca, sette colpi di spugna in sette partite non erano bastate a Milik per cancellare muffa e ruggine del tradimento di Higuain dalla testa dei napoletani.

Tuttavia, iniziò un rapido countdown in città per festeggiare il rientro di chi aveva mostrato caratteristiche tecniche e tattiche importanti: attaccante cioè, Milik, in grado di attaccare la profondità ma di saper giocare collettivamente con la squadra; sinistro sibillino e viscido, rettile, anche però esplosivo come sa esserlo un serpente nello slancio verso la preda. Altrettanto verticale lo slancio in alto. Pochissimo destro ma così tanto calcio nel resto che sembrava bastasse.

Alfonso De Nicola, all’epoca medico sociale del Napoli, garantisce tempi di recupero record. Effettivamente, Milik s’infortuna ad Ottobre e a Febbraio è in campo. Eppure il polacco sin da subito non avverte sensazioni positive sulla tabella di recupero svolta. Rientra male; è timido, impacciato, ha paura. La stagione finisce sostanzialmente senza sussulti ma tutti son contenti ora di avere una coppia gol clamorosa: il folletto Mertens da 28 gol stagionali, che ha spazzato via Gabbiadini dalla rosa, e lo sfortunato Milik. Nel frattempo la squadra ha sancito il patto scudetto!

3. Il secondo infortunio e le crepe con i tifosi

Il Napoli al gran completo, e con un Milik in più, viaggia a ritmi forsennati in un campionato che però perderà. Infatti, prima a Ferrara contro la Spal, perde Milik per un altro crociato stavolta alla gamba destra; poi, in casa, al San Paolo, contro il City, Ghoulam. Il polacco, tuttavia, anche in questo caso riuscirà a rientrare a stagione in corso seguendo un percorso più consono alle sue istanze psicologiche. Tant’è vero che il suo secondo rientro dà benzina ad un Napoli e ad un Mertens alla canna del gas. Cambia tre partite segnate: Sassuolo, Udinese, Chievo Verona.

Poi gli capita sul sinistro, al 94′ un potenziale gol scudetto a San Siro contro il Milan, che fallirà svuotando la convinzione della tifoseria secondo cui dietro quel sorriso nella vittoria e nella sconfitta ci fosse la grande autostima e consapevolezza di un vincente. Milik saprà ripetersi nel poco opportunismo sotto porta in zona Cesarini un anno dopo: partita infuocata ad Anfield! Al Napoli basta un pareggio in casa del Liverpool per passare il turno Champions ed è sotto 1-0 fino al 93′. Manè, in realtà, ha graziato in più occasioni gli azzurri. Milik aggancia miracolosamente un pallone destinato sul fondo ma spara di destro in pancia ad Allison. Il Napoli fuori, il Liverpool campione d’Europa a fine stagione.

Sono i due episodi che dividono il percorso di gran parte dei tifosi partenopei da quello di Milik. I sostenitori resteranno, anche perché il polacco benché mostratosi pavido in due momenti clou della sua carriera e della storia del Napoli ha mantenuto medie gol impressionanti per i suoi primi 3 anni di azzurro. Medie, che andrebbero rivalutate in rapporto all’esiguo numero di partite giocate in totale discontinuità; occasioni gol sbagliate, che andrebbero rilette individuando quanti dei suoi compagni con un singolo errore personale abbiano perso quello scudetto o quella qualificazione Champions. Ma la storia non l’hanno mai scritta gli sconfitti. E Milik lo è.

4. Milik lo juventino

Il Napoli nonostante le 40 reti in coppia con Mertens, distribuite al 50%, durante la seconda estate ancelottiana cerca insistemente un’altra punta. Stessa cosa accadrà in inverno quando non era ancora certo ADL di voler esonerare Ancelotti. Alle voci di mercato corrispondono lunghi periodi di assenza ingiustificata di Arkadiusz. Forse la fragilità mentale inizia ad affiorare. Mai digerita da Milik l’alternanza con Mertens, ora diventa insopportabile anche quella di potenziali acquisti. Intanto, però, si ritiene più scontata la permanenza per la stagione ’20/’21 di Milik che di Mertens.

Il rinnovo travagliato del belga sancisce la fine delle buone relazioni anche tra la dirigenza azzurra e Milik. Quest’ultimo vuol essere pagato più di Mertens per fargli da riserva e in ogni caso si cautela accordandosi in tutto e per tutto con la Juve. La notizia giunge alle orecchie sia del presidente che dei tifosi che mai come questa volta unanimamente ritengono sia l’ora di dividersi. De Laurentiis s’impunta: a questo punto, ovunque purché dietro pagamento ma non alla Juventus! Il pericolo di perdere Milik a 0 c’è ma viene aggirato grazie al bonario componimento operato dal DS bianconero Paratici.

Il triste epilogo di questa “storia da basso Impero” è la telefonata di Paratici a Milik per comunicargli che non è più ritenuto un profilo da Juventus. Alla Vecchia Signora, in effetti, interessa o Dzeko o Suarez. Se però il polacco facesse il favore di andare alla Roma, che cerca un profilo giovane ma esperto, low profile, per sostituire il suo capitano bosniaco Edin, si ecco lo stesso Milik verrebbe considerato dal sistema ragazzo intelligente e preparato. Il polacco pare infine si sia convinto.

La firma sotto il Colosseo tarda ad arrivare per colpa del contenzioso irrisolto dell’ammutinamento. Milik non vorrebbe prestare il fianco a future ingiunzione da parte del Napoli. Una questione che secondo alcuni potrebbe far saltare l’affare. La Juve giura d’essersi arrabbiata e pure stufata. Potrebbe puntare su Suarez. E’ una storia un po’ sputtanata.

Massimo Scotto di Santolo

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate a folle

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

La rilevanza dell’anticipo serale al San Paolo tra Napoli e Lazio equivale ad una sgambata. Il Napoli ha cercato di renderla il più probante possibile in vista della partita di Champions contro il Barcellona. Il triplice fischio e poi… una lunga standing ovation virtuale per Callejon, che (probabilmente) ha calcato il San Paolo per l’ultima volta

1. Napoli-Lazio

Il Napoli torna padrone dei propri stimoli, relegando al futuro prossimo indebite mollezze. Così gli azzurri indossano anima e scarpini e sciorinano quel calcio bailado, un po’ portoghese e un po’ spagnolo, al quale la Lazio di Simone Inzaghi mai ha trovato rimedio. Prima della disavventura ancelottiana, Inzaghi aveva raccolto 8 sconfitte in 9 vittorie. L’unico trionfo sancito da un paperone di Ospina a concedere un gol che difficilmente la Lazio avrebbe segnato.

I biancocelesti, forti di una stagione fortunata, si affidano alle solite ripartenze azionate da una fase difensiva bassa ma incentrata soprattutto sulla fisicità più che sull’organizzazione. Una squadra, la Lazio, così lunga che spesso accusa la signoria altrui, benché rischi costantemente di far male agli avversari quando recupera il possesso palla. Inzaghi punta molto sugli 1vs1 in campo aperto dei propri attaccanti, tipicamente contropiedisti, contro di solito i meno rapidi difensori altrui. Il Napoli ha spolpato questo progetto tattico applicando e bene le coperture preventive.

E infatti, in una transizione dalla fase difensiva a quella offensiva, la Lazio è riuscita a pareggiare con Immobile, fresco vincitore di scarpa d’oro e grazie alla rete al San Paolo anche recordman di gol in una singola stagione calcistica italiana insieme all’immarcescibile ricordo del Pipita Higuain.

2. Poi c’è solo e soltanto lui: Josè

Callejon è stato uno dei pochi a costringere lo spettatore a pensare calcio, non solo a guardarlo passivamente. Lo ha fatto perché ha scompigliato le leggi del pallone con la sua mediocrità eccezionale, cioè quando l’imperfezione diventa bellezza. Gli altri sono stati costretti a sforzare le meningi per comprendere il suo mistero. Infatti, giocatore l’andaluso sì enciclopedico, ha sbobinato i più approfonditi faldoni della biblioteca calcistica, ma anche fortemente limitato. Raramente ha dribblato da fermo o in movimento, non è mai stato dotato di un gran calcio da fuori. Nessun connotato di esplosività atletica in termini di salto o accelerazione. Infatti, non ha mai nemmeno avuto un grande colpo di testa.

Neanche il passaggio è mai stato ficcante, eppure – qui comincia il rovescio della medaglia che trasforma il brutto in bello – ha fornito più assist di tutti quanti. Un cross chirurgico da fermo e in posizione dinamica, rasoterra o traversone alto oppure l’appoggio volante a rimorchio per il compagno accorrente.

Eppure, ha anche segnato tantissimo sfruttando da ala il tempismo e l’opportunismo alla Pippo Inzaghi. Guardalinee in pectore, Callejon flettendo a suo piacimento le logiche dello spazio e del tempo beffava la linea difensiva, aggirava il terzino e si presentava come se lo avesse scartato a tu per tu con il portiere. Non una glaciale finalizzazione, la sua, ma un tiro ad incrociare nell’angolino basso alla sinistra del portiere divenuto marchio di fabbrica e sentenza, soprattutto nelle prime stagioni.

3. José e i suoi caballeros

Spesso servito in questo speciale movimento sul filo del fuorigioco, che ha costretto ad adattamenti peculiari le difese avversarie, dal destro, già da me definito in passato parabolico, di Lorenzo Insigne. Un asse alla fine non troppo vincente, insieme a Dries Mertens, ma pericoloso come quello di ferro che trascinò il mondo nella seconda guerra mondiale.

4. Callejon il madridista

Giocatore massimamente offensivo, Josè, fisicamente leggerino, mai però intimidito dai polpacci più nutriti delle belve che tendono ad arare nel calcio moderno la fascia. Mentalità madridista, protezione di palla ingegneristica, interpretazione della difesa propria del terzino maturo: anche questo è stato Callejon.

Non solo… prodigioso nella continuità prestazionale, ordinario ma costante in tutti i suoi skills atletici. Baciato dalla sorte nel suo non infortunarsi mai gravemente. Ha scaricato il contachilometri, scalato e assunto la posizione più consona in qualsivoglia situazione, costruendo a destra il bilanciamento ideale ricercato dagli allenatori durante le sedute tattiche. Ha saputo regalare al Napoli l’ampiezza campo, appartenente ad un calcio d’attacco più antico, e accentrandosi la densità sulla trequarti, principio offensivo più moderno.

5. Il lento addio a Napoli dello Spagnolo

Dopo la finale di Coppa Italia ha pianto, poi scrollandosi l’emozione di dosso riso al fianco degli altri; consapevole com’è che la carbonizzazione della lettera di raccomandazione, firmata in calce da Benitez al momento del suo arrivo a Capodichino, fosse finalmente giunta, con la vittoria di questa Coppa Italia, a definitiva consuzione e cenere. Un lento annientamento che ha trovato rapido deterioramento con la restituzione indegna della sua maglia con cui aveva omaggiato i tifosi in trasferta a Frosinone.

In quell’occasione anche il buon Callejon abbandonò mentalmente il progetto, forse da ultimo tra i senatori, di Ancelotti, il quale sul suo eclettismo aveva fondato parte della reificazione del suo pensiero calcistico. Un progressivo spegnimento che ebbe ulteriore fiammata alle parole di De Laurentiis, che lo definì marchettaro per la richiesta di un rinnovo salariale ritenuta economicamente eccessiva e per una minaccia contestuale allora di andare a cifre superiori in Cina già a Gennaio; minaccia considerata dal patron inelegante.

Il tentativo di un triste milonguero di uscire dal cono d’ombra del terzino avversario. E poi lunghi mesi di gol sbagliati, di teste abbassate, come quelle dei compagni, e di un competitor nel suo ruolo, quale Politano, il primo con una flebile speranza di togliergli il posto.

6. José è ora di dirsi addio

Gattuso ha riconosciuto all’andaluso fin troppo doverosamente la passerella finale, sacrificando in panchina il frizzante Matteo (Politano), apprezzabile sia in semifinale da titolare che in finale da subentrante proprio al posto del moscio Callejon. Josè, con quel pianto, ha disvelato sia l’anima sincera di un illuminista che ha sofferto nel comportarsi da Bolscevico sia l’emozione del ragazzo, figlio del fruttivendolo del quartiere, che amava giocare al calcio secondo le logiche rionali piuttosto che professionali. Le prime ha avuto modo di ritrovarle a Napoli.

Qualcuno oggi vorrebbe che le sue lacrime fossero sangue con cui firmare l’ennesimo patto, altro che contratto. Qualcuno dimentica che il calcio è presente e futuro e mai passato. Fossi nella società farei un passo oltre Josè Maria prima che finiscano insieme in offside per eccessiva riconoscenza. Sarebbe per tutti un atto di coerenza, soprattutto per lo stesso Callejon, colui che studiando eluse le regole del (fuori)gioco.

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Il Napoli alla Scala del Calcio (San Siro), piuttosto che maramaldeggiare come potrebbe, si concede una performance manieristica. Priva di contenuti. Ripetizione di un già visto ma senza sostanza. Gattuso accende l’allarme sulla professionalità dei giocatori.

1. Un Napoli astrale

Avete mai assistito ad una notte di stelle cadenti? Beh, il romanticismo di una serata del genere è senza eguali. Entità fisiche, che gemmano il cielo, stralunate perdono l’orbita e trovano fine nella polverosa terra. Gli amanti si baciano di fronte a ciò che per gli uomini è un rito stupefacente mentre per le stelle la loro morte. E’ il procedimento inverso del catasterismo, con cui ciò che è terreste diviene astrale.

A guardare il modo incocludente attraverso il quale il Napoli si è abituato a dominare il campo, anche in casa dell’Inter, mi sembra una stucchevole ripetizione di una trama, che manca di certi interpreti ben definibili (dal libero di difesa all’incontrista, dall’attaccante di peso al terzino sinistro e all’ala destra), di mordente e di freschezza.

Le differenze che dividono il calcio di Gattuso da quello di Sarri sono sfumature sostanziali ma non sistematiche. Il ceppo originario della proposta di gioco è identico e il perseverare su alcuni uomini chiave anche. La squadra pare abituatasi a ritenere sufficiente ben prima delle vittorie prestazioni barocche, sebbene al momento riesca ad esibirsi soltanto in opulenza, peraltro prevedibile. Ed anche chi aveva ben compreso la necessità di riciclarsi in operaio, quale Mario Rui, coinvolto da un nuovo spirito, ha peccato di presunzione cercando giocate improbabili la cui fallace ricerca ha propiziato il vantaggio dell’Inter.

2. Le preoccupazioni di Gattuso

Se manca la freschezza delle soluzioni, dei movimenti e del gioco da quando sono finiti gli obiettivi a breve termine ed è terminata la brevissima stagione della difesa e del contropiede, a Rino ciò che preoccupa maggiormente è la poca professionalità dei suoi ragazzi. Lo ha dichiarato ai microfoni delle televisioni nel postpartita. Le deludenti e progressive cattive prestazioni sono state attribuite da Gattuso ad una serie di comportamenti extracalcistici non impeccabili. Le gite in barca, le cene in tarda serata con compagne e amici, sono state prontamente documentate dagli stessi calciatori sui social.

Gattuso accetterebbe anche la metà di quello che era il suo impegno nel tenersi concentrato e in forma in vista anche degli ultimi ancorché irrilevanti impegni stagionali. E’ un j’accuse passato sordidamente sotto silenzio, poiché la stampa napoletana vive degli spifferi di spogliatoio piuttosto che di quelli societari. Di fatto, il poco attaccamento alla causa ripreso da Ringhio è la stessa reprimenda che Ancelotti rivolgeva ai suoi ragazzi; in particolar modo a Lorenzo Insigne, reo di non tirare il gruppo da vero capitano.

La situazione sembra cambiata: ora è Insigne che spicca in atletismo e impegno, nonostante il suo feeling con la porta vada riducendosi pericolosamente, ma non lo seguono i compagni. D’altronde è cosa nota che dalla partenza di Reina, Maggio, Albiol e Hamsik sia finita a Castevolturno l’era dei grandi capitani. Nessuno peraltro riteneva che l’erede dei de cuius potesse veramente essere Insigne. Non ultimo Milik, un estate fa, che definì il vero capitano del Napoli Dries Mertens. Insigne già custodiva gelosamente la fascia. Pesante diminutio da parte di un membro del branco. La similitudine del lento ma costante spegnimento del Napoli di Gattuso con il Barcellona alle porte e quello di Ancelotti ad un passo dall’Arsenal inquieta. Il Napoli dopo la brutta figura in Europa League contro i Gunners non seppe più rialzarsi. Al Camp Nou, ovviamente, conterà più la prestazione che il risultato stante l’infinta grandezza dell’avversario.

3. Mai così in basso

Il Napoli di ADL non concludeva fuori dalle prime 6 della serie A da ben 11 anni, cioè dalla stagione precedente all’avvento di Mazzarri. Uno score vergognoso in relazione alla qualità della rosa benché mal congegnata. Qualcuno ieri, al cambio, ossia Mario Rui, si è permesso di lamentarsi. Sul perché di queste reazioni ci rispondiamo che la mancanza di leader diffusi nello spogliatoio fanno perdere anche la percezione di una realtà che la Coppa Italia ha solo ottenebrato. In realtà ci domandiamo anche del perché Milik in condizioni pensionistiche debba indossare la maglia azzurra per 80′ quando in panca c’è Callejon che come dicono tutti sa onorare la maglia anche in scadenza di contratto. Certo lo spagnolo non è una prima punta ma perché in questo momento Milik lo è?

E così ci apprestiamo alla sfida contro gli esiziali catalani. Prima però il Napoli deve affrontare la Lazio, ormai gaudente di aver raggiunto con più rigori che meriti la sognata Champions. Immobile, chissà, toglierà lo scettro di goleador di ogni epoca in una singola stagione calcistica italiana ad Higuain? Lo farà proprio al San Paolo, dove si consumò la sinfonia delle 36 segnature? La Lazio ha meritato tale risultato in classifica, perché due anni orsono gli arbitri le tolsero la gioia di conquistare sul campo il pass per la Champions assegnandolo d’ufficio all’Inter. Immobile non meriterebbe, dal canto suo, un tale riconoscimento sia in termini di record che nella corso alla scarpa d’oro, vista la quantità di rigori che ha potuto tirare e la poca legittimità dei molti trasformati in gol.

4. Gattuso come Aragorn

Le truppe spagnole aspettano il Napoli come le orde di Mordor, ne “il Signore degli Anelli”, l’esercito degli uomini alle porte del Nero Cancello. Gli azzurri, pur consci che la vittoria in questo caso è comunque sinonimo d’impresa, a loro volta sanno che il Barça può essere sconfitto o l’8 Agosto o mai più. Ter Stegen è in dubbio. Il centrocampo consta di 3 unità, la quarta è un giovane fenomeno della Cantera, tale Puig. In attacco, invece, al momento sono quattro certi della presenza per tre posti: Messi, Suarez, Fati e Griezmann. In dubbio Dembelé. L’allenatore che guiderà i blaugrana, Setién, è stato delegittimato e trattenuto solo per mancanza di alternative. Il Camp Nou, inoltre, sarà terribilmente vuoto. Ammesso che si giocherà lì… la Catalogna è ora uno focolai più grandi d’Europa. Il campo neutro è dietro l’angolo.

Azzurri! Ci sarà un giorno in cui abbandonerete gli amici e spezzerete ogni legame di fratellanza, ma non è quello il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era del Napoli arriverà al crollo, ma non è quello il giorno! L’8 Agosto combattete. Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, v’invito a resistere. Partenopei!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Un Napoli buono solo a tratti ha la meglio di un arioso Sassuolo, la cui freschezza anagrafica e sportiva è antitetica al caldo di questi giorni. Gli emiliani ne segnano quattro di gol. L’annullamento di tutte le reti per offside costituisce un record per la serie A. Il Var ad oggi manipola anche i giudizi di valore sui match.

1. Il fascino dei duellanti

I media locali e nazionali hanno derubricato la partita del Napoli ad insufficiente. Il 2 Tempo, in particolar modo, sembra aver ben raffigurato il momento di difficoltà applicativo degli azzurri, i quali nel corso della ripresa hanno perso smalto e affiatamento. Il Sassuolo da far suo ha invece propinato calcio dal 1′ all’ultimo minuto, instancabilmente. L’aurea di De Zerbi assume proporzioni progressivamente più potenti.

Lo stesso Gattuso ha onorato il Sassuolo di un paragone con il Barcellona. Dopo la vittoria del Napoli, questo raffronto suona per i sassolesi beffardo e per il Napoli benaugurante. De Zerbi in fondo pratica un calcio internazionale, che a chi scrive ricorda quello di Lucien Favre allenatore del Borussia Dortmund, sin dai tempi di Foggia. Già Foggia, la terra di Zeman, dove il temperamento si confonde con l’estro. In terra pugliese l’ex trequartista anche del Napoli, Roberto, seppe trasformare Iemmello nell’Higuain della C per poi perdere la serie B all’interno di un agonica e rissosa finale PO contro il Pisa.

Il Pisa era allenato proprio da chi oggi insignisce De Zerbi di cotante onorificenze, Rino Gattuso, il quale attraverso una difesa e contropiede scientifica seppe centrare la qualificazione in B. Uno scontro che pare non serbare più i rancori e i dissapori manifestatisi lungo il corso di quella finale. De Zerbi nel frattempo è rimasto fedele a sé stesso. Gattuso invece cerca l’estate tutto l’anno ma all’improvviso la ritrova in solidità e coscienza offensiva quando pratica le linee guida di Massimo il Cunctator, il temporeggiatore.

2. Le statistiche della partita ai tempi del Var

Fin quando il Napoli ha atteso il Sassuolo pur non abbassando le linee oltremodo e senza mai forzare, se non a palla coperta, il pressing in avanti, il Sassuolo ha capito poco. I neroverdi come in un disperato strisciare di un Mamba sono apparsi consapevoli di poter colpire tra le linee non appena la diligenza azzurra fosse calata. E infatti, non appena le prove generali per il Camp Nou sono progressivamente scolorite nelle menti dei partenopei, sebbene il baricentro sia rimasto in media alle altezze desiderate, la squadra ha perso di compattezza e determinazione.

Durante tale dissolvimento, il Sassuolo ha potuto imperversare sulla trequarti realizzando quattro gol. Tutti annullati ma cogenti il tempo necessario per trasformare l’onesta partita del Napoli in disastrosa e l’inconcludenza emiliana in Champagne. Quanto saremmo stati disposti in epoca pre-Var a giudicare efficiente la volumetria di gioco del De Zerbi? Un guardalinee attento, difatti, alzando tre anni orsono quattro volte la bandierina ben prima della conclusione dell’azione, avrebbe relegato la compagine sassolese alla voce dell’insipienza.

Nelle more della partita, leggendo i dati, il Napoli ha messo a referto 19 tiri totali contro i 6 del Sassuolo e 8 nello specchio della porta contro 1 solo del Sassuolo. Il possesso palla si attesta per il Sassuolo sul 56% mentre per il Napoli sul 44%. Il che dà l’idea complessiva di sofferenza da parte degli azzurri all’interno di una strategia ancora più ampia di controllo. Sugellata, quest’ultima, in modo abbastanza paradossale dalle reti di Hysaj e Allan. Il primo, a suggello di un’ottima prestazione, al primo gol in carriera in serie A, regalando forse ad uno scugnizzo un cane. Il secondo, che aspira così ad un addio più dignitoso della parabola calcistica discendente in cui si sta esibendo.

3. In vista del Barça

Gli stessi dati che su un periodo più ampio raccontano però anche che Gattuso fino ad ora abbia collezionato soltanto tre clean sheet in campionato su 19 partite disputate. E che per sua stessa ammissione il Napoli vanta uno dei peggiori score della serie A in hot zone. Per quante occasioni da gol subisce e crea, il Napoli è la squadra che rispettivamente incassa più gol e ne segna di meno. Anche ieri gli attacchi azzurri hanno ecceduto in sperpero.

Il piano partita sondato contro il Sassuolo è perfettamente applicabile con profitto anche a Messi e soci. Il punto è ovviamente migliorare sotto porta e non concedersi così tante palle perse in uscita. Al cospetto di Caputo la linea partenopea ha saputo districarsi con il dovuto beneplacito della sorte esercitando ottimamente il principio tanto caro a Zeman del mettere in fuorigioco gli avversari. Sfruttare una regola del genere non è un demerito ma calcio. Siccome tuttavia tra il recupero palla e il tiro in porta blaugrana e quello neroverde intercorre quel nano secondo di differenza, che colloca i catalani nell’iperuranio calcistico, bisognerà premunirsi di altra pulizia tecnica in uscita palla, pena gol subito.

In conclusione, è bene che gli azzurri anche per sommessa ammissione di Gattuso, in vista della trasferta europea, cessino giretti in barca e partecipazioni compiaciute alla vita mondana della città. Non rappresenteranno, tali svaghi, la primaria motivazione di un tristissimo settimo posto in campionato e di una eliminazione dalla Champions League. Tuttavia, una rilassatezza dignitosa non sparisce in luogo dell’inquietudine agonistica come la luce premendo l’interruttore. Sarà il caso di allenare da ultimo anch’essa turbando l’attuale ebbrezza partenopea?

Massimo Scotto di Santolo

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli domina territorialmente il Parma ma perde il match. Quanto sarebbe stato utile avere già in rosa Victor Osimhen?

1. Gattuso: Cadorna o Diaz?

Di Rino non si hanno ancora chiare le abilità strategiche. All’inizio della sua avventura partenopea ha mostrato tanta garra ma poca scaltrezza. Ingenuamente credette come un bimbo in Babbo Natale di poter riaccendere il software sarrista per eliminare le score ancelottiane. Le sconfitte contro Parma, Inter e Fiorentina lo riportarono ben presto sulla terra, sebbene egli ci fosse già.

Infatti Rino sin da subito ha allestito una preparazione atletica ben diversa da quella del suo predecessore. Le gambe ingessate degli azzurri nell’immediato contribuirono a determinare il ciclo di sconfitte iniziali; sul lungo però il Napoli ha potuto godere di antiche sensazioni muscolari positive, che hanno contribuito alla risalita della squadra e che solo l’organizzazione calcistica post covid poi ha purtroppo opacizzato.

La Caporetto divenne, dopo un mese dall’avvento di Gattuso, un’orgogliosa resistenza sul Piave. Come il fronte approntato da Diaz, anche lo spazio da coprire per il Napoli si ridusse, quando in particolare Gattuso decise di abbassare il baricentro del team e avvicinare a ciascun protagonista azzurro in campo la spalla del compagno in aiuto. Agli avversari venivano concesse solo le corsie laterali. L’onda lunga di questo nuovo moto tattico e di un umore delle truppe migliorato ha consentito a Gattuso di stregare tre delle quattro migliori della classe e vincere il suo primo trofeo, la Coppa Italia.

La raggiunta qualificazione all’Europa League per la porta di servizio – la vittoria della Coppa nazionale -, l’impossibilità di raggiungere la Champions per il distacco accumulato in classifica e infine l’ineluttabile gol da dover segnare al Camp Nou hanno portato lo staff tecnico partenopeo a sperimentare nuove soluzioni. Baricentro più alto e dominio territoriale del campo. Atteggiamento calcistico conforme al credo dei senatori del gruppo storico del Napoli. I risultati sono stati inizialmente buoni ma la mancanza di motivazioni verso la fine del campionato e qualche incongruenza tattica di troppo hanno intorpidito l’entusiasmo della piazza intorno al tecnico calabrese.

2. Parma-Napoli 2-1

Parma-Napoli, in tal senso, perplime. Il Napoli, non dotato per infortunio di Mertens e per squalifica di Milik di punta centrale di ruolo, schiera al Tardini tre piccoletti agili e veloci. Politano, Insigne e Lozano. Nessuno può però ricoprire il ruolo della prima punta. Lo si può apprezzare dal solletico inferto dagli avanti del Napoli alla difesa ducale. La presenza di Allan non ha inoltre aiutato i principi offensivi da sviluppare.

La domanda sorge spontanea: perché il Napoli non ha giocato in contropiede avendo dalla sua gli uomini per farlo? A Barcellona mica bisognerà solo attaccare… in ogni caso si assisterà ad un dominio blaugrana. Quello napoletano sarà interstiziale. Anche a livello gestionale, sacrificare all’altare della gogna mediatica il messicano Lozano pressandolo a svolgere un ruolo non suo non è apparsa mossa congeniale se non a velocizzare la sua cessione. Rinvigorito poi el chucky sulla fascia destra, è stato alla fine comunque sostituito.

3. The humble Victor Osimhen

Ed è in questa manfrina scacchistica che il nuovo ufficioso acquisto del Napoli, Victor Osimhen, cade a faguiolo. Gattuso non disprezza il calcio di contropiede, anzi talvolta lo predilige ed è anche al momento la sua espressione offensivista migliore. Tuttavia, con Mertens o Petagna (similare per caratteristiche a Milik) e Insigne si fa fatica a risalire il campo. Osimhen è un ragazzo nigeriano di 1.85, longilineo ma non elegante, caratterizzato in campo aperto da una discreta velocità di piedi nell’1 contro 1 e di una falcata incredibile sul lungo. Si muove su tutto il fronte d’attacco consentendo ai suoi colleghi di difesa e centrocampo, quando sotto pressione, di sbarazzarsi del pallone.

Se la palla rimane in campo, Victor tende a raccattare la sfera cestinata nella pattumiera del rettangolo di gioco per poi custodirla gelosamente, a costo di risultare goffo. Tante volte Osimhen ha pensato potessere essere l’ultima di occasione della propria vita. Lo ha pensato quando disperato non trovava le scarpe per giocare al calcio tra gli ammassi della discarica adiacente casa sua; oppure allorché sfiancato si dimenava per rivendere buste d’acqua. Il ventiduenne nigeriano in questione è un presenzialista affamato. Anche il suo modo di comportarsi sul mercato ha avuto una linea bisettrice, cioè quella di non bruciare le tappe e farsi coccolare da una crescita lenta e graduale. Costruire una carriera stellare, verosimilmente già proiettata tra cinque anni oltre Napoli, su fondamenta concrete.

Tale approccio alla professione fa di lui un perfetto arciere da contrattacco in uno schieramento difensivo ma attenzione, ben più di Andrea Petagna, che spesso vezzeggia più da stilista che da bomber, Osimhen ha l’apprezzabile ardore del guerriero dell’area di rigore. Ricerca il gol in modo erculeo. Le legis artis della materia pare le abbia accantonate. Dovrà comunque riprenderle. Ricorda, in definitiva, non per grazia e fiuto esiziale del gol ma per caratteristiche atletiche e aerobiche Cavani. Osimhen fa le fusa, invece, per il suo piacere a decentrarsi sulle fasce e cercare il mismatch fisico con il terzino avversario e anche per la faciltà con cui calamita palloni sostando in area di rigore, Mario Mandzukic.

4. Un vento che porta pioggia

Il rapporto con la porta avversaria è, infine, tempestoso e brutale. Non tira, scaraventa. Saccheggia piuttosto che stoppare. Non gonfia, brucia la rete. Il portiere è un ostacolo da abbattere.

Questo suo risultare centrifuga parafrastica di campioni della nostra epoca lo adibisce per il Napoli, molto di più di Mertens, ad opzione per ogni strategia calcistica. Contro il Parma le sue doti atletiche che gli consentono di saltare finanche a un metro da terra avrebbero potuto sparigliare la semplice architettura difensivista di D’Aversa.

Eppure teoricamente, come un vento caldo, non ci sarebbe che stare lì ad aspettare che si abbatta sulle nostre terre. Nessuna preoccupazione. Siccome il nigeriano però non gode di scores statistici ragguardevoli ed evidenzi già da brevi estratti video su Youtube la trascuratezza del gesto tecnico e la poca predisposizione a fraseggiare nello stretto con i compagni, il suo funzionale eclettismo per il Napoli ad oggi è il piatto della bilancia che costringe a rimandare ogni giudizio. In realtà la tara tra pregi e difetti ci potrebbe suggerire anche l’ipotesi di un Osimhen che non becca mai il pallone, impreparato com’è alle universitarie difese italiane e alle trame che il Napoli tende a tessere prima di realizzare un gol.

5. Quanto Victor c’è (e quanto ce ne sarà)?

Ignora al momento, l’umile Victor, quali siano i movimenti per fulminare i difensori della serie A ma ha la fisicità per metterli in difficoltà sin da subito. Le fondamenta tecniche lo rendono un attaccante avulso da un’offensività corale ma vanta l’associazionismo della vittoria. Osimhen forse vive più per quest’ultima che per il gol in sé per sé.

Allora la soluzione di tenere Petagna in rosa è un ottimo modo per poter aspettare Osimhen e allo stesso tempo avere un’alternativa già pronta che seppure meno prodiga al feticcio della rete ha peculiarità mediane tra Mertens e Osimhen. La faccia tirata dalla rabbia agonistica che spesso impersonifica il nigeriano nelle foto rintracciabili sul web è la garanzia pro futuro del Napoli. Quei fondamentali del calcio abbandonati per lasciare velocemente la profonda baraccopoli di Lagos il punto interrogativo di questa avventura che ADL ha deciso di pagare 50 milioni di euro di cartellino più 3.5 mln € per 5 anni di stipendio al ragazzo.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 2-1, la decide Politano

Napoli-Udinese 2-1, la decide Politano

Un Napoli in difficoltà contro il 532 friuliano del mister bianconero (John) Gotti. Partito, quest’ultimo, manovale del calcio e finito capo allenatore. Infine convinto da Pierpaolo Marino, vecchia conoscenza del Napoli Calcio, a concludere la stagione alla guida della squadra. Rino ha salvato il Napoli, lui l’Udinese.

1. Le motivazioni

Le temperature tropicali cui l’Italia in costume deve fronteggiare sono la criptonite del calcio. Squadre non facilmente corte; giocatori impauriti dagli infortuni e fiaccati dal caldo e dalla fatica. Intanto alternative alla ripresa non ce n’erano. Chi ha potuto credere che l’interruzione avrebbe illuministicamente inciso sugli equilibri del football italiano ha forse immaginato un mondo marxista. Per definizione cioè utopistico.

Lo spettacolo sportivo offerto non necessariamente è indimenticabile. Le corse palla al piede mancano del boato del pubblico che le accompagna a piè sospinto. Il terzino sembra meno impavido, l’ala meno brevilinea. Il controavanti invece meno famelico.

Così Napoli-Udinese è un’osmotica miscela tra il Ponente e la pennichella pomeridiana di mezz’estate. Sprazzi di calcio frizzante, lunghe pause di riflessione sociale per lo spettatore. Peggio ancora per i sostenitori delle squadre che hanno raggiunto il proprio obiettivo stagionale: il Napoli, la qualificazione alle coppe europee; l’Udinese, la salvezza. Eppure non mi sentirei di ritenere lo stipendio dei protagonisti di stasera non meritato. La partita per quanto possibile è stata giocata.

2. Il 532 dell’Udinese

Gotti, che vorrebbe tanto rientrare nell’anonimato da cui è venuto fuori per salvare la dinastia Pozzo ad Udine, ha imbrigliato bene il Napoli. La seconda punta su Lobotka o Demme. Superiorità numerica dei tre centrocampisti (Wallace, De Paul e Fofana) contro le due mezz’ali del Napoli (Ruiz e Zielinski). Il centrale di difesa dell’Udinese sul centroavanti del Napoli. I quinti friulani in partenza sulle ali partenopee, se i terzini azzurri fossero rimasti bassi. Viceversa Stryger-Laarsen e Zegeelar avrebbero mosso su Rui e Hysaj. In quest’ultimo caso, i due marcatori laterali della linea a tre friuliana avrebbero scalato sulle ali napoletane. Becao e Nyutnick all’occorrenza persino in grado di offrire il raddoppio su Milik.

La poca verve offensiva di Mario Rui e Hysaj, infatti, ha consentito al Napoli di dominare sì la metà campo avversaria ma di non scardinare frequentemente il bunker bianconero. Non a caso, i due gol del Napoli nascono dai piedi dei due terzini. La loro discesa costante sul fronte d’attacco del gioco avrebbe consentito persistenti uno contro uno dei tre attaccanti azzurri avverso i tre difensori dell’Udinese. Siccome il portoghese e l’albanese sono terzini più di manovra che d’assalto, anche per loro chiare connotazioni atletiche non straripanti, non è possibile attribuirgli colpe circa il gap tattico sofferto da Gattuso.

3. L’area di rigore e il dribbling

Napoli-Udinese, infatti, alla fine è stata decisa da Milik e Politano. Un centroavanti e un’ala decisivi nel momento in cui hanno avuto la possibilità di restare isolati con il proprio marcatore di fiducia, del quale hanno avuto, come il tabellino dimostra, la meglio.

Quante partite come Napoli-Udinese i partenopei dovranno l’anno prossimo giocare? Ad occhio tante! Milik, stasera, ha in una sola occasione finto ottimamente di essere ciò che non è: un picchetto dell’area di rigore. Politano è esterno funambolico ed estroso ma a quali frequenze di continuità? Il Napoli, non casualmente, per sostituire il polacco cerca un profilo che non ama svariare sulla trequarti allorché la movra stagni negli ultimi 30 mt. Osimhen, ad esempio, ha tale fissità posizionale.

Il Napoli inoltre abbisognerebbe di più dribblatori in rosa, a meno che non si scelga di puntare anche a sinistra su un terzino della spinta e della falcata di Di Lorenzo. Per intenderci, se le ali sono rifinitori come Insigne e Callejon, mantenere i terzini bassi significa costringere i due attaccanti azzurri a subire perennemente un raddoppio rispetto al quale non hanno le caratteristiche per venirne fuori. Diventano, tuttavia, esterni offensivi di altra pericolosità, qualora l’ascesa dei fluidificanti in avanti gli tolga un uomo di dosso e gli conceda una one to one. In quest’ultimo contesto strategico, tanti attaccanti, tra cui a maggior ragione anche gli Insigne e i Callejon, possono risultare esiziali.

4. De Paul

Alla ricerca dell’ala prescelta, negli ultimi giorni, il mercato ha tirato fuori dal cilindro il nome di De Paul. L’argentino ha potuto violare il San Paolo per il momentaneo Napoli-Udinese 0-1. Tralasciando la sciagurata transizione negativa del Napoli che ha favorito il temporaneo svantaggio, (Don) Rodrigo ha fisico, duttilità tattica, fiuto del gol e passaggio chiave che definirei cholista. La giocata che si permette è sovente qualitativamente essenziale e rabbiosa.

E’, De Paul, tuttavia un trequartista equilibrista sul filo della cinica ragione, che nel Napoli andrebbe ad agire con profitto nella zona d’influenza d’Insigne o di Callejon. Tant’è vero che già ora, ad Udine, agisce da mezz’ala sebbene in un 352. La prova cioè che egli prediliga gestire i tempi del gioco ma abbia comunque bisogno delle dovute coperture non essendo centrocampista puro. A Napoli faticherebbe in un centrocampo a 3 non coperto da una linea di difesa a 5. Pertanto, in terra campana meglio da ala.

Un suo eventuale acquisto delineerebbe di certo una chiara scelta tecnico-tattica da parte dello Staff dirigenziale azzurro, che però implicherebbe anche una scelta diversa sui terzini. Infatti si è passati dalla permanenza di Hysaj ai sondaggi per Faraoni e Ola Aina, in attesa di un calciatori che soppianti l’ascetico Ghoulam. A dimostrazione di come anche Giuntoli potrebbe concordare sulla deduzione per la quale i dribblatori chiedano un bodyguard difensivo alle loro spalle, mentre i suggeritori chi ha gambe e piedi per capire il loro mondo.