Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

17.05.1989: Il Napoli vince la Coppa Uefa

In seguito ad una cavalcata che vide la squadra di Ottavio Bianchi battere squadre del calibro di Juventus e Bayern Monaco, il Napoli vinse la sua prima ed unica Coppa Uefa. La sfida che ebbe luogo su due partite, l’una al San Paolo di Napoli e l’altra al Neckarstadion di Stoccarda, vide trionfare i partenopei. Il parziale dell’andata fu 2-1 per il Napoli. Quello del ritorno in terra tedesca un rocambolesco 3-3.

1. La catarsi

Fu catarsi. Affrancamento internazionale dopo quello nazionale. Una fiumana di azzurro che seguì la musa Maradona fino in Germania. Ai pellegrini si affiancorono gli esuli partenopei, emigrati in cerca di fortuna presso le fabbriche tedesche.

2. Il gol di Alemao

E poi al 2-1 dell’andata al San Paolo si aggiunse la rete in trasferta di Alemao; la cui corsa infinita a depositare pallone e liberazione nella porta dello Stoccarda mutò in leggenda grazie alla cortese voce di Bruno Pizzul, che raccontò di quella sgroppata lunga e affusolata l’ineluttabilità.

Klinsmann, giovane attaccante tedesco e protagonista l’anno dopo in Italia con la maglia dell’Inter teutonica del Trap, accorciò temporaneamente risultato e fiato dei partenopei. Fu in un attimo ancora 3-2 per il Napoli.

2. Il gol di Ferrara

Si aggiunse a quest’ultimo parziale la segnatura di Ciro Ferrara, il quale di collo trasformò in rete uno degli assist più intuitivi della storia di calcio. Maradona che non solo rifornì dunque di testa dall’altezza di un calcio d’angolo corto Ciro lo scugnizzo,a cui dedicherà la vittoria finale, ma anche Antonio Careca.

3. Il gol di Careca

Sul 4-2 momentaneo per il Napoli, il brasiliano infatti, alla vigilia pesantemente febbricitante, seguì un contropiede lanciato da Diego per poi concludere l’azione con un tocco sotto leggiadro e soave a scavare via paure e sconfitte.

E poi la genuflessione e l’invocazione del carioca… “Diegooo”. Maradona, paterno, che corre ad abbracciarlo in terra. Gli aveva chiesto, el Diez, di giocare nonostante la febbre. Aveva avuto ragione lui. Uno sforzo che Careca ringrazierà sempre di aver fatto.

4. La festa!

E quando il 3-1 rifilato a domicilio allo Stoccarda sembrava aver concluso il discorso, prima Gaudino, proprio un figlio della Campania emigrante, e poi Schmaler su retropassaggio errato di un altro campano, Nando De Napoli, agguantarono seppur tardivamente il pari per i tedeschi.

Restava nel frattempo soltanto il tempo però di un triplice fischio. E al terzo fischio fu festa, la seconda più bella dopo quella del primo scudetto!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 5-1: Scurdammece o’ passat

Il Napoli ha affrontato nell’anticipo infrasettimanale della terz’ultima giornata di campionato una Udinese già salva. Dopo 90′ minuti, della compagine ideata da due vecchie conoscenze del Calcio Napoli, il direttore generale Pierpaolo Marino (il quale secondo alcune voci è dato come prossimo Dg del Napoli) e Andrea Carnevale, ne rimangono i brandelli. I partenopei, cannibaleschi, ne rifilano cinque alla squadra friulana. E ora si apprestano a vivere una penultima giornata che evoca infausti ricordi.

1. Il vantaggio

I lettori più affezionati della presente rubrica hanno già avuto modo di leggere della ritrovata capacità di Gattuso di decodificare i 352 avversari. Il modulo presentato da Gotti pertanto rappresentava l’ultimo dei problemi per dei calciatori azzurri ormai in grado di attaccarlo e vincerlo. Impossibile per le mezze ali altrui venire a prendere da una parte la coppia Ruiz-Di Lorenzo e dall’altra Hysaj o M. Rui-Insigne.

Pur tuttavia, i primi 30′ sono stati difficoltosi. Il Napoli girava palla lentamente. La coppia di mediani Fabian Ruiz e Bakayoko nella loro proverbiale lentezza hanno acuito tale passo cadenzato, finché il mediano francese, autore di una partita nuovamente vigorosa, ha cercato un lancio diretto per Osimhen.

L’attaccante nigeriano ha svolto il solito lavoro incontenibile per qualsiasi marcatore che tenti di tenerlo ad uomo. Saltata la marcatura, Victor ha saputo ben combinare con Zielinski, il quale su respinta del portiere Musso deposita in rete il vantaggio.

2. Accademia

Il vantaggio, trovato con istinto e caparbietà, restituisce sveltezza e coraggio alla manovra e alle individualità dei partenopei. Dopo 3′ minuti Fabian Ruiz arma dal limite dell’area il suo sinistro arcobaleno. Trova la ragnatela all’incrocio e spolvera Musso con il raddoppio. Lo spagnolo ha giocato una partita progressivamente monumentale, annichilendo De Paul, da qualche ben informato designato come suo sostituto, e una metà stagione iniziale tutt’altro che convincente. Il rinnovo con sommo rammarico per Napoli stenta ad arrivare.

La meravigliosa girata di Okaka a trovare una traiettoria inesploarbile per i guanti di Meret rimette a pochi minuti dall’intervallo in corsa l’Udinese. Il Napoli, con sapienza, capisce che le ostilità vanno recuperate nella ripresa. Nella seconda frazione di gioco, il Napoli alza un baricentro che durante il primo tempo era risultato eccessivamente basso e scopre tutti i limiti tecnici dell’Udinese.

All’ennesima uscita palla errata dei friulani, Lozano strappa il pallone dai piedi del difensore avversario e sigla la rete che chiude la partita, quella del 3-1. C’è spazio però per il diciottesimo gol in campionato di Lorenzo, che eguaglia il suo record di reti in una singola stagione di serie A; motivo per il quale ha chiesto ed ottenuto la permanenza in campo da Gattuso nonostante una forma fisica non più brillante. E trova gioia Di Lorenzo con il suo dodicesimo gol da quando è in A. Di assist invece ne ha messi a referto diciotto.

3. Scurdammece o’ passat

Il Napoli non ha ancora matematicamente la qualificazione Champions in tasca, necessaria per alimentare un progetto che vive da 12 anni della ribalta europea e con sette posizionamenti sul podio della serie A negli ultimi 10 anni, oltre ai quattro trofei vinti (tre CI e una Supercoppa). Tuttavia, sembra che per come giochino gli azzurri non possano non andare in Champions. Il Napoli ha quattro punti e una partita in più sulla quinta in classifica, la Juventus, attesa stasera a Reggio Emilia dal moderno Sassuolo di De Zerbi.

Eppure, incubi ricorrenti si avvistano all’orizzonte: dovesse vincere la Juventus contro il Sassuolo, si andrebbe ad una penultima giornata che vede la Juventus impegnata contro l’Inter già campione d’Italia e il Napoli a Firenze contro la Viola di Iachini. Uno snodo che ricorda un’altra one to one persa dal Napoli al cospetto della Juventus. In panchina c’erano Allegri e Sarri. Le due squadre si giocavano lo scudetto.

Allora, bisogna che il Calcio Napoli dimentichi quell’infausto ricordo ed esorcizzi definitivamente quella ferita che sanguina ancora.

Un passato che appare ormai per molti tifosi e giornalisti cancellato. La stagione del capitano ha polverizzato le sue responsabilità sulla serenità del gruppo durante la gestione Ancelotti. La ritrovata verve di Fabian e Koulibaly portano la piazza a spingere per il rinnovo. Soprattutto è Gattuso colui che oggi ha un carro pieno zeppo di gente che ne vorrebbero la riconferma.

4. Il passato e il futuro di Gattuso

Gattuso è tecnico in piena formazione. La palestra Napoli gli gioverà a prescindere. L’errore di aver perserverato su Maksimovic, ascoltando una riconoscenza che nel calcio non è sentimento da assecondare, si staglia sui teleschermi nel vedere le partite in cui si sta esibendo Rrahamni. Ed è chiaro che una sua permanenza, raggiunto almeno il quarto posto, non sarebbe scandalosa, purché la società sappia veicolare mediaticamente i contenuti del nuovo progetto tecnico e per cui anche la pazienza nel supportare un allenatore in fieri.

Tuttavia, la querelle panchina Napoli sta assumendo contorni stantii. Gattuso ha tanti meriti quanti demeriti. In realtà, qualunque tecnico di ottimo livello, compreso il mister calabrese, se sarà dotato della presenza in rosa di Osimhen, dovrà limitarsi a non fare danni e a preoccuparsi di averlo in forma. Tanto basterà per fare bene.

Il nigeriano è così veloce che è un attimo, un secondo, sempre più avanti del futuro stesso. L’ex Lille, in modo diverso, è atleticamente dominante come Lukaku. Consente di difendere e attaccare contro qualsiasi proposta avversaria. Indispensabile per il successo di chiunque, anche per quello ottenuto, in anticipo sul risultato da conseguire, dallo stesso Rino!

Massimo Scotto di Santolo

Spezia-Napoli 1-4: “Un Napoli Osimheniano”

De Laurentiis durante il ritiro a Castel di Sangro pronunciò a proposito del nuovo Napoli di Gattuso due frasi. La prima: “Se Gattuso avesse la settimana tipo sempre a disposizione, batterebbe chiunque”. Alla domanda, invece, su che Napoli si fosse aspettato rispose “un Napoli osimheniano”. Da quando il Napoli è uscito dalle coppe e ha recuperato dall’infortunio alla spalla l’attaccante nigeriano ha cambiato marcia. La goleada rifilata allo Spezia ha dato ulteriore conferma di ciò.

1. Atletica con il pallone

Spezia-Napoli 1-4. Si può dire che, parafrasando una vecchia battuta da stadio, e per motivi tattici e per motivi tecnici… il Napoli di Gattuso è Osimhen! Il centroavanti nigeriano è di una modernità spaventosa. Victor rappresenta ciò che Brera temeva il calcio diventasse: atletica con il pallone. E il Napoli sulla delantera schiera quattro atleti fantastici: Lozano, Politano, Osimhen e Zielinski.

Dries, uscito per infortunio dopo pochi minuti dal suo ingresso, obbliga il Napoli a sperare in suo recupero. La sapienza tecnico-tattica del belga, di cui Insigne è complice, dà le variazioni giuste ad una fase di attacco che altrimenti andrebbe ad una sola ed ingestibile velocità.

Pur tuttavia, Petagna in questo momento costituisce soluzione più utile al calcio di Gattuso rispetto a Mertens. Con colui soprannominato Ciro condivide il piacere di legare il gioco spalle alla porta ma rispetto al quale vanta quei centimetri in altezza fondamentali per la squadra partenopea. Ora che sul finire di stagione il fiato scarseggia, quando gli avversari in svantaggio alzano nei minuti finali la linea del pressing, la difesa napoletana se in affanno può alzare la palla alla ricerca dell’ex puntero spallino.

2. Un Napoli “osimheniano”

Perciò Osimhen poi risulta imprescindibile come la media punti del Napoli dimostra. Il nigeriano ha la fisicità di Petagna ma è un velocista straordinario in campo aperto. Se Petagna comunque va ricercato sulla figura, per servire Osimhen basta centrare lo spazio libero.

Mr 70 milioni di euro pressa come un dannato e attacca sempre la profondità, tenendo così bassa ogni squadra avversaria. Ciascuna rivale non solo è limitata nel palleggio ma anche impaurita dal giocare in campo aperto contro un atleta superiore anche a quell’Edinson Cavani per cui Napoli stravede. Persino lucido Osimhen allorché a tu per tu con Provedel ha preferito fornire assistenza all’accorrente Lozano piuttosto che siglare la sua prima tripletta in Italia.

3. il resto della squadra

Pertanto, pure la freschezza di Elmas si fa preferire per ora alla saggezza di Mertens nel ruolo di sottopunta. Dries sembra affaticato e non brillante sebbene non molto tempo fa, a dispetto di prestazioni non eccellenti, tra Roma e Lazio abbia smentito gli scettici con fiuto realizzativo apparso quello dei tempi migliori.

Grande prova di Amir Rrahmani, che forse rappresenta vero cruccio per Gattuso: incomprensibile come il tecnico calabrese abbia preferito per 6 mesi il partente Maksimovic al capitano del Kosovo. Quest’ultimo, che in fondo non è così complessivamente superiore al serbo ma quantomeno pagato il prezzo giusto – e questo aiuta! -, nonostante non sia comunque pulitissimo nella gestione palla comprende con immediatezza quando la sfera di cuoio debba finire fuori lo stadio.

Alex, inoltre, che ancora mette i guantoni su un colpo di testa ravvicinato di Estevez. Non riesce però ad evitare il tap in vincente di Piccoli sulla sua respinta reattiva che forse, sebbene in modo non scontato, avrebbe potuto direzionare più lateralmente. Meret, in vero, per una volta si è fatto preferire per il gioco podalico: sereno nel fraseggio come un Ospina invecchiato bene.

4. Il migliore in campo

Il migliore in campo però è Giovanni Di Lorenzo! Il terzino destro del Napoli, e ormai anche della nazionale italiana, ricorda il Christian Maggio di Mazzarri. Un fattore da quinto di centrocampo di quel Napoli operaio e irredento. Insuperabile, Di Lorenzo come quel Maggio, in difesa e fenomenale in attacco.

Solo che va riconosciuto al terzino ex Empoli, vero capolavoro di mercato di Giuntoli, il merito di star imponendosi in una linea a quattro. Quest’ultima rimasta sempre indigesta invece all’ex capitano del Napoli. Per il Napoli sarebbe un vero delitto non fornirsi di un terzino sinistro altrettanto capace.

3. La delusione della giornata

Italiano, dal canto suo, rappresenta la vera delusione della partita. L’enfant prodige della panchina ligure sta toppando clamorosamente il finale di stagione, almeno quanto il suo collega neopromosso Inzaghi. Entrambi hanno realizzato un girone d’andata straordinario, dove il Benevento si è caratterizzato per volontà e solidità mentre lo Spezia per lo spettacolo.

Ora i tre punti che separano gli spezzini dalle Streghe (i primi a 34 pt invece i secondi ora terzultimi a 31) fanno tutta la differenza del mondo in ottica salvezza ma i liguri sono in caduta libera. Italiano sta cercando una solidità difensiva visto che la squadra dal calcio offensiva non sembra più ricevere i dividendi necessari da un sistema spregiudicato ma nella retroguardia da sempre lacunoso.

Il risultato di questo revirement conservativo produce risultati disastrosi: imbottire le sue interessanti trame di gioco di tempra fisica e attenzione tattica debilita il possesso palla della squadra. La gestione della sfera non è più scattante e fluida. Il team ligure, perdendo sovente il controllo del gioco, è costretto a rincorrere all’indietro avversari di solito più forti a cui viene anche concessa l’azione in campo aperto.

Nella partita contro il Napoli, esiziale concedere costantemente ad Osimhen i 30 mt alle spalle di Ismaili e Chabot. Poi, certo, la doppietta del nigeriano è anche propiziata da un assist cubista di Zielinski e da uno dolce come una foglia morta di Insigne. A certi piedi che spiegano talvolta si può però trovare contromossa. Se la corsa di Estevez non avesse incrociata la flebile quanto improbabile e inappropriata diagonale difensiva di Insigne, il risultato finale avrebbe segnato un corretto e inappellabile 0-4.

Massimo Scotto di Santolo

Samp-Napoli 0-2: vittoria sofferta ma non banale

Samp-Napoli

Samp-Napoli 0-2. Dopo una pavida sconfitta allo Juventus Stadium, il Napoli andava a Genova, contro la Sampdoria dell’inossidabile Mr. Ranieri, in quel che rappresentava trasferta complicata: Demme, Lozano e Mario Rui in diffida con l’Inter alle porte. Settimana tipo a disposizione per i sampdoriani; turno infrasettimanale pesante per il Napoli. Alla fine vittoria è stata per i partenopei ma non a caso sofferta.

1. Napoli ad orologeria

Samp-Napoli si è rivelata complessa come ci si aspettava per gli azzurri: Samp rivelatasi come da pronostico intensa e molto ficcante sulle fasce. Napoli alla grande nel 1T, tanta sofferenza nel 2T. Equilibrio precario in mediana, dissoltosi soprattutto allo scoccare dell’ora di gioco: Politano e Insigne fisicamente non brillanti. La linea a quattro del centrocampo così ha progressivamente finito per non filtrare lateralmente gli attacchi avversari. Di Lorenzo e Rui ad un certo punto hanno iniziato inevitabilmente a concedere molto. I centrali e i mediani, però, hanno riempito molto bene l’area di rigore, alzando un muro che è risultato infine invalicabile.

Tuttavia tale muro stava per crollare, anzi è crollato, ma ha provveduto il Sig. Valeri correggendo al Var quello che non è sembrato un suo chiaro ed evidente errore. Thorsby aveva segnato un gol regolare su traversone da calcio d’angolo. Forse a poter essere incriminabile è la spallata di Keita Balde su Ospina: una carica al portiere inutile, perché Thorsby aveva preso magnificamente il tempo a Koulibaly in modo del tutto regolare.

2. Samp-Napoli, i gol di Osimhen e Ruiz

Scampato il pericolo, il Napoli comunque è rimasto basso con le linee a pogare contro i tentativi di spallata delle ali e terzini doriani. La squadra di Gattuso ha resistito anche grazie ai cambi (tardivi, e ancora una volta appena prima di un calcio d’angolo che anche stavolta aveva portato al gol avversario). Mertens e Lozano hanno dato quantomeno freschezza e qualità. Da un recupero palla di un monumentale Demme, gravato da una diffida in vista dell’Inter e per questo motivo ancor più grande la sua prestazione, viene imbeccato Mertens in posizione di rifinitore.

Palla nel corridoio del belga per la falcata irresistibile di Osimhen che buca Audero con un fendente sul primo palo e realizza quelli che sono i suoi gol, in contropiede. Il nigeriano che è in realtà entrato anche nel primo gol del Napoli, realizzando una combinazione trilatera in collaborazione con Piotr e Fabian Ruiz in seguito alla quale quest’ultimo ha impallinato la Samp e ricordato a tutti che livello di mezz’ala è. Oggi lo spagnolo però bene anche in mediana a 2. Il riposo causa covid salvifico per l’andaluso. Tornato dal contagio altro calciatore!

Dal canto suo, il nigeriano oltre al gol, come Fabian, ha sfoderato prestazione di grande sacrificio e intelligenza: corse infinite a pressare Audero. Dal suo atletismo e dai piedi di Fabian è passato un Napoli per 45 minuti alto e sereno nel palleggio. Il Victor però calato fisiologicamente alla distanza e beccato una volta di troppo in fuorigioco è rimasto nella partita a lottare per quanto possibile. Sforzi premiati dal bel gol!

3. Samp-Napoli e le note dolenti per il finale di stagione

Non abbastanza concentrato Lozano, che anche lui in diffida si fa ammonire, ma il messicano pare condizionato da un infortunio muscolare non del tutto smaltito. Ha poca benzina e per questo nervoso. Non è riuscito ad incidere dal punto di vista offensiva benché abbia dato una mano importante nelle retrovie.

Male Manolas, che nei primi minuti di gioco stava propiziando il gol della Samp, come Maksimovic in Genoa Napoli di un paio di mese fa. Il greco è apparso in costante affanno a differenza di Koulibaly mai ordinato ma estremamente presente nelle pieghe della partita.

Samp – Napoli, vigilia di un altro trittico decisivo a partire da Domenica prossima: Napoli – Inter. Poi Napoli – Lazio e Torino – Napoli. Da qui passa la qualificazione Champions degli azzurri, anche perché l’Atalanta ha in rapida successione Juve (nel weekend) e Roma (turno infrasettimanale). Meglio di così i partenopei, in termini di risultati, non potevano arrivare ma serviranno prestazioni più sicure e convincenti per staccare il pass per l’Europa che conta.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Crotone 4-3: vincono gli attacchi

Napoli-Crotone

Di scena al Maradona stadium va un incontro quasi da testacoda. I partenopei di Gattuso contro gli squali del redivivo Serse Cosmi. I calabresi strappano applausi per come giocano, veloci e garibaldini, ma concedono tanto, troppo. 74 reti subite di cui altre 4 al vecchio San Paolo. La forza offensiva del Napoli è andata a nozze.

1. Napoli-Crotone, il primo tempo

Napoli-Crotone. Gattuso, in vista della supersfida di Mercoledì contro la Juventus, si concede leggero turnover e arma i cannoni, presenta un 4231 a fortissima trazione anteriore con Mertens e Osimhen contemporaneamente di punta. Squadra naturalmente squilibrata, constando sulle fasce di due ali e due terzini di spinta alle loro spalle, si presentava grammaticalmente però corretta al fischio d’inizio per chiudere presto la pratica Crotone.

Cosmi, dal canto suo, complice una rosa a sua disposizione votata al gioco veloce e offensivo, ha presentato un centrocampo leggero con Zanellato, Benali e Messias a supporto di due punte vere come Simy e Ounas. Il trasformista Molina invece decentrato sulla fascia sinistra. Lui di piede buono ma destrorso.

L’equilibrio del Napoli, gravitante completamente intorno al perno consumato di Bakayoko, sarebbe stato facilmente attaccabile con altro undici iniziale da parte dei calabresi. Ma la lettura originaria dell’allenatore degli Squali ha lasciato al Napoli il dominio completo del gioco e della partita. Il Crotone non abilissimo a marcare in area di rigore, non a suo agio se schiacciato nella propria metà campo, crolla in un primo tempo sotto i colpi di Insigne, Mertens e Osimhen.

Eppure, che il Napoli fosse vulnerabile Cosmi lo comprende già nella sciagurata prima frazione di gioco dei suoi, durante la quale comunque colleziona due contropiedi mortiferi. In uno Manolas propizia un gol di Simy quasi collocabile nella categoria “auto-gol”; nell’altro Meret mette le mani su quello che a quel punto sembra un tranquillo Sabato prepasquale in quel di Napoli.

2. Parentesi: il gol d’Insigne

Ormai il capitano ha raggiunto gradi e status quo. Dopo tante lamentele talvolta ingiustificate, il talento di Frattamaggiore ha la centralità nel progetto del Napoli tanto cercata e richiesta a società e allenatori. E Gattuso, che è anche una sua creatura, sta ricevendo regali in versione di Perle e Coralli.

Ieri, più che il gol, resta negli occhi lucidi dei tifosi partenopei lo schiaffo in sforbiciata volante che Lorenzo Insigne, dopo attacco andaluso alla linea difensiva, di esterno destro ha dato al pallone per servire l’accorrente Osimhen. Il nigeriano ha così potuto depositare a porta vuota il gol che porta la sifda Napoli-Crotone sul 2-0. Nelle more: ragguardevole la punizione di Mertens… forte e tagliente! Quanto basta per togliere tempo d’intervento a Cordaz, incolpevole portiere e bandiera storica del Crotone.

3. Napoli-Crotone, il secondo tempo

Cosmi entra nella ripresa con le idee chiare in testa. Sposta soldatino Molina a destra. Insierisce il più arcigno Pedro Pereira al posto dell’aitante Rispoli. Inoltre accomoda in panchina lo spento Ounas, che lascia il posto in attacco all’irrefrenabile Messias. A centrocampo viene aggiunto un centrocampista di presenza come Vulic.

Ecco che di fronte ad un Crotone molto più equilibrato rispetto a quello del Primo Tempo un Napoli anche appagato va in difficoltà. Gli squilibri del 1 tempo che non avevano preoccupato diventano lacune. Il Napoli perde sin dall’inizio del 2 tempo il controllo della gara. E gli azzurri quando non sono padroni del proprio destino tendono a perdere anche le certezze psicologiche acquisite.

Sono 25 i minuti di agonica sofferenza del Napoli. I partenopei soffrono il palleggio del Crotone e non mordono in avanti. Black out complessivo in cui i poco brillanti Manolas e Maksimovic giungono a consuzione. Il greco concede anche un secondo gol, quello del 3-2, spazzato via da Simy. Il serbo compie harakiri tecnico: scopre la palla che Messias rapina con destrezza e s’invola con una certa qual cattiveria a depositare in porta per l’impronosticabile 3-3 in rimonta del Crotone.

Che Maksimovic sia difensore ormai fuori dal progetto Napoli è cosa che lui stesso ribadisce ogni volta che indossa scarpini da calcio ormai da Dicembre. Che Manolas dipenda troppo dalla sua salute atletica, è fatto altrettanto noto: con Koulibaly il greco ha media gol subiti di 0.73 – proiezione su 38 partite di 27 gol subiti: media scudetto -. Manolas e KK hanno giocato 1107 minuti, pari a 12 partite. Il dubbio su Manolas non è tecnico ma fisico. Gioca troppo poco per garantire ciò che in coppia con il centrale senegalese può dare difensivamente al Napoli, ossia numeri da scudetto.

4. Ci pensa Giovanni Di Lorenzo

Napoli-Crotone sembra compromessa. Vulic ha l’opportunità del ribaltone definitivo. Spreca! Allora ci pensa un terzino che da bambino era soprannominato BatiGol, conosciuto da tutti come Giovanni Di Lorenzo. Il fin troppo sottovalutato Giovanni sfodera un marchio di fabbrica del suo repertorio… il gol! Rientra sul sinistro e trova l’angolino basso alla destra di Cordaz. 4-3, come con la Lazio in un Sabato prepasquale di tanti anni fa. All’epoca fu tripletta di Cavani a segnare delirio al San Paolo.

Poi l’ingresso poco dopo il gol di Zielinski: parità numerica a centrocampo ristabilità con colpevole ritardo e partita di nuovo nelle mani del Napoli, pertanto in ghiaccio. Elmas, inoltre, che si procura trafiletto cronachistico offrendo, già prima del quarto gol, gamba e sprint ad una mediana dilaniata dall’inconsistenza di Bakayoko progressivamente riacutizzatasi.

Casatiello e Pastiera sono salvi… ora finalmente deglutibili e digeribili. Buona Pasqua!

Massimo Scotto di Santolo

Max Allegri al Club, “per me è no!”. Racconto del calcio che non convince

L’entusiasmo che ha accompagnato la presenza di Max Allegri al Club, ha incuriosito ma non ha convinto. I problemi del calcio italiano in Europa sono anche figli del racconto che il tecnico livornese ha portato in diretta a Sky Calcio Club.

Chiunque potrebbe dire – <<Ma come, Allegri è l’unico che ha portato la Juve a giocare due finali di Champions e voi scrivete queste eresie?>> – ma non avrebbe ragione, almeno non del tutto. Qui non stiamo scrivendo un articolo per dire – << Svegliatevi, Allegri non è bravo>> – anzi, Max Allegri è bravissimo, il numero uno dei gestori, come li definì Zeman. Ne è l’evoluzione, la versione 3.0 di Lippi, Capello e Ancelotti. Anzi come Ancelotti è un rinnegato, Carletto rinnegò Sacchi senza tradire il DNA del Milan, forse alla Juventus capì che non poteva replicare l’integralismo del suo maestro. Allegri invece ha rinnegato il bel gioco, con quello vinse la panchina d’oro alla guida del Cagliari, mutando invece il suo DNA personale, fino ad arrivare a quello che è oggi. Un allenatore moderno che va ospite di Caressa a far godere Capello e far felici gli anti Sarri e risultatisti.

IL CALCIO E’ CHI DIFENDE MEGLIO

Era l’ultima frase che si poteva sperare di sentire e Max Allegri we l’ha detta. E da li in poi non lo ascolti più con la curiosità di chi ormai si era buttato alle spalle il suo periodo Juventino, la contrapposizione con Sarri e i “giochisti”. Chi si è definito zemaniano non può non discostarsi dal racconto che ne è venuto fuori. Si tradirebbero le crociate filosofico-culturali di Zeman, dove il calcio è chi fa un gol più dell’avversario, ascoltando assoluti del calcio vecchia maniera. E si rischia anche di fare brutte figure se non si capisce, che ormai il calcio italiano sta pian piano accogliendo il calcio di chi è sempre stato vissuto come untore.

Non a caso le rivelazioni italiane sono tutte quelle che propongono un’idea di calcio ben precisa. Italiano, che è l’ultima in ordine cronologico, si emoziona in diretta per i complimenti ricevuti dal Boemo. Questa realtà dovrebbe raccontare molto di più di un – <<sono più importanti i calciatori e la loro tecnica>> – che diventa un racconto non più sostenibile. C’è ormai un pubblico attento che non si può entusiasmare a vedere Max Allegri e Don Fabio “farsi i pompini a vicenda” in stile Pulp Fitcion.

CON QUESTO TIPO DI RACCONTO NON SI VA LONTANI IN EUROPA

Sandro Piccinini in qualche modo ha tentato di ricordare, a Max Allegri, che in Europa le squadre cercano il risultato con una diversa mentalità offensiva. Ma Max ha tentennato, non ha saputo rispondere arrovellandosi con la storia del DNA delle società. Il Liverpool ed il City ad esempio, ora hanno il DNA di Klopp e Guardiola, quindi il suo discorso stona, se pragonato a queste realtà. Magari è più circoscritto alla serie A, ma in Champions perde molta forza. Insomma il suo racconto e tante altre realtà non dette o citate non convincono. Quando Zeman dice che in Italia si lavora poco nessuno lo cita o lo ascolta.

E’ chiaro che il colpo Sarri lo ha accusato. Un colpo forte da cui non ne è ancora uscito. E di sicuro non ne uscirà rafforzando questa limitata visione. Non ne uscirà consolidando miopi convinzioni, non sempre valide. Infatti prendiamo la sua regola in cui contasolo il valore dei calciatori. Perché da quando è arrivato Ronaldo, uno dei più forti del mondo, acciughina ha faticato di più? Max Allegri è intelligente e anche furbo, legge la partita come pochi. Ma il calcio che racconta e quello che rinnega screditandolo mettono a nudo il suo limite.

SALVIO IMPARATO

Roma-Napoli, La rinascita azzurra in due mosse: a Spasskij risponde Fischer

Il Napoli proviene da 6 partite senza sconfitte: 5 vittorie e 1 pareggio. Una serie di 4 vittorie e 1 pari in campionato ha portato il Napoli a -2 dal 3 posto con una partita da recuperare in casa della Juventus. Molti ascrivono tale rinascita al recupero degli infortunati e all’assenza di impegni infrasettimanali ma è un racconto parziale di una verità più ampia.

1. Un racconto parziale della verità

Il periodo positivo in cui gli azzurri partenopei ultimamente si sono prodotti, riaccedendo le speranze Champions e alimentando qualche rimpianto in ottica scudetto, è stato confermato dalle due vittorie esterne in casa del Milan e della Roma.

La stampa e i media locali, qualche pagina d’opinione influente, ha ricondotto questa nuova primavera azzurra al recupero degli infortunati e alla settimana di allenamento completa di cui oggi Gattuso può godere per preparare i match.

Si tratta di una ricostruzione veritiera ma parziale e soprattutto, a differenza di quanti molti credano, profondamente declassante per mister Gattuso. Non si può immediatamente non far notare che se un allenatore non è in grado di gestire una rosa per colpa dei tanti infortuni e per il turno infrasettimanale di coppa, è un coach non ancora pronto per certi palcoscenici nazionali.

2. Gli infortunati e la settimana tipo

E che Gattuso sia un progetto di ottimo allenatore è giudizio fondato. Non è altrettanto pienamente sostenibile che però le fortune del Napoli dipendano soltanto da un ritorno degli acciaccati. Prima della partita europea allo stadio Maradona contro il Granada, il primo match dei sei senza sconfitta degli azzurri, al Napoli mancavano: Ospina, Manolas, Hysaj, Demme, Lozano, Petagna e Osimhen.

Il Napoli ha potuto puntare sino alla partita della Roma su quattro rientri: Hysaj, Ospina, Osimhen e Demme. E in realtà due delle ultime sei partite di successo dei partenopei sono ricorse anch’esse in turni infrasettimanali: Granada e Sassuolo.

E allora se mancano all’appello Lozano, Petagna e Manolas e nel frattempo si è perso per un altro po’ di tempo anche Osimhen (causa trauma cranico in quel di Bergamo) e infine in ordine temporale Ghoulam, Rrahmani e Lobotka, i conti dell’infermeria continuano a non tornare.

Come non torna la questione dell’infrasettimanale: il Napoli a rigor di logica avrebbe dovuto cedere anche al Granada e al Sassuolo. Nonostante alterni momenti d’imbarazzo comunque non ha perso.

3. La mossa alla Bobby Fischer di Gattuso per rispondere a quella di De Laurentiis alla Spasskij

Chi erano Bobby Fischer e Spasskij? Due dei più grandi campioni di scacchi di tutti tempi. L’americano capace d’interrompere prima di altri l’egemonia russa sul gioco di cui Spasskij era fulgido esponente. Fischer uomo dalla mente misteriosa, dal carattere non facile e in grado di enormi slanci razionali e di rovinose cadute. Spaskij eroe contemporaneo di una Russia sempre meno sovietica e rivale numero uno dell’amico-nemico statunitense.

Fischer come tanti altri giocatori di scacchi ha assunto ben presto come ideale da seguire e da battere i maestri russi. Gattuso ha rimodulato l’impostazione della squadra nelle prime fasi del giro palla. Esigenza sopraggiunta anche dalla necessità di rispondere con orgoglio al silenzio stampa imposto da De Laurentiis – la prima delle due mosse -, con il quale il produttore cinematografico ha interrotto la campagna mediatica antipresidenziale condotta nei post partita da Gattuso. Quest’ultimo, da questa scelta in poi, non ha potuto che concentrarsi sul campo, profondendo massimo sforzo per recitare un finale Jordaniano.

Il presupposto necessario per questa mossa era sicuramente il recupero a pieno regime di Diego Demme, il quale rappresenta manna dal cielo per la squadra e per Fabian Ruiz rispetto allo spaesato Bakayoko. Demme con la sua frequenza di passo compensa quella antitetica dello spagnolo, mentre la sua tecnica lineare ma pulita consente un possesso dal baricentro basso che per quanto ancora artefatto ad oggi risulta quantomeno ragionato.

4. L’influenza di Mertens

La nuova vita stagionale di Osimhen e Mertens è caratterizzata dalla poca brillantezza atletica. Il belga ha ribadito anche per questo che sottopunta proprio non ci vuole giocare più; a maggior ragione se le gambe non lo aiutano, mentre al contempo quelle del polacco Zielinski, nella medesima posizione, al momento ballano una danza che per frequenza e cura dell’estetica appartiene alla poesia del Sudamerica.

Mertens ha conquistato una titolarità che ormai viaggia sui 60′ minuti a partita. L’ultima mezz’ora per i contropiedi mortiferi lasciata alla pantera Osimhen. Ora si poneva il problema di sviluppare una manovra che per un’ora mancasse del puntero e quindi dello sviluppo di un calcio diretto e verticale.

Così Gattuso sceglie di mantenere dal calcio di fondo del portiere la struttura classica del 4+2, la quale però non è più tale, a differenza di prima, quando il Napoli supera la prima pressione oppure recupera la palla e non può andare subito verso la rete. In questi secondi casi, il Napoli si riposiziona con una difesa a tre: i due centrali di difesa e uno dei due mediani che tende ad aprirsi sempre a destra. Un centrocampo a rombo dove l’ampiezza è data dai terzini mentre la bisettrice del centrocampo collega Demme a Zielinski. E poi l’attacco a tre di cui una delle due ali deve stringere dentro al campo a seconda della posizione che assume Piotr sulla trequarti.

5. Le altre squadre

Il Napoli aveva già provato a programmare questa rotazione dei calciatori in fase di possesso ma soltanto dopo aver perso sia Osimhen che Mertens. Per la prima volta questo disegno tattico andò in scena senza successo a San Siro contro l’Inter.

Replicò con migliori fortune il Napoli di Cagliari e quello casalingo contro la Fiorentina di Prandelli. Una soluzione che però non ha mai avuto seguito e continuità per la confusione che ha in seguito attanagliato tecnico e società, della cui tregua sancita dal silenzio stampa hanno beneficiato soprattutto i giocatori.

Questa rimodulazione del Napoli nasce dall’esigenza d’inseguire la modernità tracciata da Guardiola al City, della quale da ormai un po’ di anni si fregia Gasperini e che Inzaghi, Pirlo e Conte hanno provato a replicare con alterne fortune. E’ il futuro l’impostazione che gli storici della tattica definirebbero olograficamente con una lettere dell’alfabeto: la W. L’ampiezza in questo modulo è donata dai terzini.

Il Milan è l’unica squadra come il Napoli a mantenere l’impostazione 4+2 dal calcio di fondo, perchè le altre squadre propongono la W sin dal rinvio del portiere. I rossoneri in questa frazione di gioco appaiono meno in imbarazzo rispetto ai partenopei. Questo è riconducibile alla qualità di Tonali o Bennacer superiore a quella di Demme e Bakayoko. La scelta di volere la quantità piuttosto che la qualità davanti alla difesa è attribuibile a Gattuso – che così immaginò anche il suo Milan operaio -.

E infine, l’altra grande differenza risiede nella prima punta: il Milan ne ha utilizzate tre, tutte strutturate dal punto di vista fisico. Leao, Rebic e Ibra. Il Napoli non si è posto il problema, esattamente come non se lo è mai dovuto porre Pioli, fin quando ha avuto Osimhen, cioè soltanto nelle prime 9 partite stagionali. Poi il buio… che ora pare finalmente diradarsi.

Massimo Scotto di Santolo

Zeman: “Italiano mi somiglia, in Italia si lavora poco fisicamente”

Zeman-Corsport-Italiano

Dopo un lungo silenzio, il Boemo è tornato a parlare. Ecco le parole di Zeman al Corriere Dello Sport, intervistato da Antonio Giordano.

La Roma è rientrata ieri pomeriggio dalla Ucraina

«Penso non incida. Se sei allenato bene – afferma Zeman – hai la possibilità di recuperare sino a domenica sera. E comunque non sarà un aspetto condizionante: gli organici sono ampi, si può procedere con le rotazioni».

Ma la Roma le piace?

«Non glielo posso dire…».

Faccia un’eccezione… 

«Contro le prime della classifica, ha conquistato pochi punti. E domenica scorsa hanno cominciato anche a perdere con il Parma. Anche questi sono segnali».

Domenica ha la possibilità di rivalutarsi, anche agli occhi della classifica, con il Napoli. 

«Che per me è favorito, in questo momento. Ma pure a loro manca la continuità nelle prestazioni, un paio buone e poi una o qualcuna sbagliata. E dipende, comunque, da come affronteranno la partita: se per vincerla o se per non perderla».

Il campionato del Napoli è border line: può arrivare in Champions o ritrovarsi anche niente tra le mani. 

«È una stagione deludente, complessivamente, ma la vittoria di Milano è una speranza, riavvicina gli azzurri al quarto posto e consente almeno di credere che sia possibile qualifi carsi per la Champions».

Insigne è sempre di più il miglior calciatore italiano? 

«Più passa il tempo e lui più diventa bravo. A me le classifiche sui calciatori non piacciono, però lui ci mette qualità, ti diverte, fa le due fasi, anche se una di queste non è cosa sua. Quando bisogna difendere, lui non ne prende una. Però ci mette tanta buona volontà e comunque sa fare ombra al giocatore avversario. Solo che per andare a coprire è costretto a rimetterci qualcosa in chiave offensiva”.

“L’Inter per vincere lo Scudetto ha dovuto rinunciare alla Champions?

“E invece seriamente io dico che in quel momento l’Inter non era convinta delle propria forze. Resto convinto che giocare ogni tre giorni sia possibile e che una squadra con quell’organico potesse permettersi il doppio e triplo impegno. Però, rivado a quei giorni e ripenso che all’epoca, probabilmente, Conte e i suoi non fossero pienamente consapevoli della loro consistenza. Succede”.  

Italiane eliminate in Champions

“Non siamo mai stati grandi lavoratori. Siamo indietro fisicamente, tecnicamente e tatticamente – dice Zeman – c’era già un gap. Si è dilatato con il virus, il problema è ampio. Ma siano concesse le attenuanti generiche”.

In Europa è rimasta solo la Roma

“E’ l’ennesimo campanello d’allarme, vuol dire che si è commesso qualche errore in precedenza”.

Scelga il nome di un allenatore che l’ha incuriosita. 

«Il primo, ma da anni, è Gasperini: ha una mentalità che colpisce, vuole sempre avere la palla e poi attacca, insegue la vittoria. In un calcio in cui in tanti passano la palla all’indietro, manco fossimo nel rugby, l’Atalanta fa altre cose e anche assai belle».

E poi un giovane: ce n’è uno in giro che un po’ qualcosa di lei sembra ce l’abbia dentro. 

«Italiano non si accontenta, devo dire che penso un poco mi somigli. Vuole salvarsi attraverso il gioco: lo propone e non lo subisce. E non ha paura».

Per divertirla, tra un po’, ci saranno gli Europei: perché la Nazionale di Mancini le piace.

 «Sempre pensato che fosse il Ct ideale per l’Italia. E il campo lo sta confermando…».

Le faccio alcuni nomi: Florenzi, Immobile, Insigne, Romagnoli e Verratti… 

«Li conosco bene. E spero che tutti e cinque possano esserci all’Europeo. Hanno meritato queste soddisfazioni, hanno lavorato duro e sempre, non si sono accontentati di ciò che il destino gli ha concesso. Io li ho semplicemente allenati e ognuno si è impegnato per migliorarsi”