Parma-Napoli 0-2, non è possibile fermare il progresso

Un Napoli bipolare sbanca il mai ospitale Tardini: i partenopei concedono nel 1T ampie porzioni di sonno ai propri tifosi, sfidando la noia antizemaniana di Reja. Poi le nuove leve, Victor Osimhen su tutti, inondano di azzurro la difesa parmigiana costretta a capitolare.

1. La soporifera declamazione del possesso palla

Gattuso, democristianamente, sceglie per la prima di campionato della stagione ’20/’21 una formazione antica, piatta e senza profondità. Soprattutto stanca nelle soluzioni! L’allenatore azzurro probabilmente cade nell’inganno di Liverani. Mister dalla propensione al gioco areoso e propositivo; tanto bravo a riprodurre un calcio spagnoleggiante, Liverani, quanto incapace di scegliere i progetti a lui più consoni. Dopo Palermo e Genoa che hanno rappresentato brusche frenate della sua carriera la buona impressione mostrata alla guida del Lecce avrebbe dovuto imporgli una maggiore cautela nell’accogliere un nuovo progetto calcistico.

Il Parma, infatti, a sua disposizione è architettato per il gioco di rimessa e contropiede di D’Aversa. Ducali che però nel frattempo non hanno inserito qualità in mediana (fondamentale per il gioco di Liverani) e perso definitivamente Kulusevsky e, almeno momentaneamente, Gervinho per infortunio. I veri segreti, lo svedese e l’ivoriano, dell’efficienza di un calcio così sparagnino come quello di D’Aversa. Liverani però ha accumulato esperienza e dunque con opportunismo, onde subire imbarcate, presenta un pugilistico e guardingo 4312. Gattuso attendeva aggressione e possesso palla dei ducali, in cui Insigne e Mertens avrebbero potuto trovare spazio nella propria metà campo per lanciare in campo aperto Lozano… e invece ha affrontato il più gretto attendismo.

Contro quest’ultimo la marea azzurra è apparsa abbastanza improduttiva. I partenopei hanno conquistato la metà campo ma il predominio territoriale si è concretizzato in un ridondante possesso palla privo di sbocchi sulla profondità. Mertens chiamato a giocare fuori per alimentare l’intelaiatura napoletana ha svuotato perennemente l’area di rigore. L’inconcludenza della fitta rete di passaggi napoletani ha ridotto progressivamente la verve individuale anche di chi la luce dovrebbe accenderla nella difficoltà. Tanti i dribbling e i suggerimenti sbagliati dai più talentuosi. Lozano ci prova mettendo in apprensione Pezzella ma predica in un deserto delocalizzato sulla fascia destra. Così il 1T resta inchiodato su di uno scialbo e senza occasioni da rete 0-0

2. L’ingresso di Osimhen

Questa impalatabile litania è sconquassata dall’ingresso di Victor Osimhen. Il nigeriano subentra a Demme. Il Napoli passa dal 433 ad un molto offensivo 4231 con Zielinski e Ruiz in mediana. Come con Ancelotti ma non è un film di Nolan il nostro. Victor, sebbene fagocitato dal suo pauperismo tecnico, inizia a correre alle spalle dei difensori parmensi, poi si pianta in area di rigore – riempiendola – con le ganascie alle gambe, quando la palla scorre ai lati dell’attacco azzurro. Due cose semplici che rivoluzionano il match. Mertens a quel punto gravita libero dai raddoppi intorno alla sua mattonella: la lunetta dell’area di rigore.

Il Napoli sembra improvvisamente volare su trame che poco importa se improvvisate o preparate. Ciò che conta è che non appaiono anacronistiche come vecchi vestiti tattici rammendati. Basta un cross del resiliente Lozano, un’aggressione alla palla da parte di Osimhen che costringe il difensore ducale all’errore, che Mertens solo come mai prima di quel momento può stoppare e rubare il barattolo della marmellata a Luigi Sepe. E’ 1-0. Parma d’un tratto in bambola. Trasmissione della sfera dal centrale al terzino parmigiano fiacca. Lozano che il campo lo brucia con leggerezza e non lo consuma mai con pesantezza di passo scippa il pallone. S’invola, il messicano, fin dentro l’area avversaria, tira costringendo Sepe alla respinta; sulla quale però si avventa Insigne che chiude la partita siglando lo 0-2.

Insigne e Mertens che conquistano dunque la locandina di questo primo film pallonare della stagione. Tuttavia, i tre punti a casa li portano, offensivamente parlando, Osimhen e Lozano. Il primo per aver cambiato il piano partita grazie alla sua determinazione e alle sue caratteristiche; il secondo per aver creduto alla vittoria quando gli altri sembravano ancora in vacanza. Da un punto di vista difensivo, compartecipano al successo i cinque interpreti difensivi: i quattro della linea e il sicuro Ospina. Sorprende la concentrazione ritrovata, ultimamente calata in modo considerevole, di Kalidou Koulibaly, a maggior ragione se si pensa alle trattative di calciomercato in cui è coinvolto. Della sua scoperta leadership ne hanno beneficiato tutti, in primis l’irruento Manolas.

3. il 4231

Le modalità del successo azzurro in terra emiliana, inevitabilmente, apre il dibattito sul passaggio definitivo al modulo del 4231. Una valutazione che non può prescindere dal funzionamento occasionale e a gara in corso che tale soluzione tattica ha offerto al Napoli. L’idea di schierare tre mezze punte, come Insigne, Politano, Lozano e Mertens dietro Osimhen o Petagna darebbe sicuramente un impulso offensivo importante alla squadra a discapito però dell’equilibrio difensivo. In particolar modo la questione appare priva di fondamento se si pensa alla dotazione di trequartisti in pectore di cui gode Gattuso: Zielinski ed Elmas; i quali darebbero consistenza difensiva al modulo in esame e, allo stesso tempo, potrebbero presenziare in area di rigore al fianco di Petagna, Osimhen o Mertens, per aggirare così l’inconsistenza offensiva mostrata dal Napoli al Tardini nel 1T.

Chi ritiene difficoltosa la gestione delle risorse umane, immaginando la competizione di cinque uomini nei ruoli di sottopunta, declassa il Napoli a provinciale. Le due punte pure – e Mertens seppure in modo eterodosso – sui 90 minuti, qualora non supportate da quattro centrocampisti effettivi, non possono essere proposte nel 442. Ma il Napoli benché le critiche mediatiche ha anche i giocatori perfettamente adatti alla mediana a due. Infatti, Ruiz è stato nominato miglior giocatore dell’europeo u21 quando con la maglia della Spagna ha interpretato magnificamente bene il ruolo di palleggiatore in un centrocampo a 2. Demme e Lobotka, al Lipsia e al Celta, praticavano con intelligenza e maestria il ruolo di registi rispettivamente in un 343 e in un 442.

4. Il calciomercato

A mancare nel mercato del Napoli, non è certo l’ala destra cercata – oggi si parla di Delofeu – che finirebbe per giocare poco in concorrenza con Lorenzo Insigne. A mancare non è nemmeno il centrocampista difensivo, il quale più che altro servirebbe per ragioni soprattutto numeriche, a meno che non si voglia considerare Elmas utile per il quartetto dei mediani del centrocampo a 2. Il macedone ha il talento per ricoprire quel ruolo, pur tuttavia, forse, manca ancora della maturità necessaria. La grande mancanza degli azzurri, stante la possibile permanenza di Koulibaly, è un terzino sinistro d’affiancare a Mario Rui.

Lo sviluppo della manovra collettiva e la dimensione offensiva di Insigne ne risentono eccessivamente quando manca all’appello il terzino portoghese, anche per le sole sovrapposizioni che quest’ultimo può garantire rispetto all’adattato Hysaj.

Massimo Scotto di Santolo

Milik in azzurro: “una storia sbagliata”

Milik in azzurro: "una storia sbagliata"

Il 9(9) polacco del Napoli, Arkadiusz Milik, conclude la sua avventura in maglia azzurra. Il centroavanti è a meno di un passo dalla Roma. Raccoglierà l’eredità di Dzeko.

1. Il primo Milik, quello lunare

“Cominciò con la luna al suo posto; e finì con un fiume d’inchiostro”. Beh, l’avventura partenopea di Milik ha animato i letterati e il pueblo sportivo. Non è rimasta la vicenda sportiva di questo calciatore indifferente agli occhi della città, che però nelle more dell’affaire l’ha definitivamente derubricata a fallimentare. Sebbene la penna abbia fatto il suo corso, trasformando la speranza profusa dalla piazza nell’atleta in disillusione, durante una notte molto buia d’Agosto, per un attimo Milik apparve come la luna e noi le sue stelle.

Il Napoli aveva appena ceduto Higuain alla Juventus per 90 mln ed urgeva un sostituto. Da una parte, c’era il talentuoso ma spento Manolo Gabbiadini altrettanto in partenza. Dall’altra, il Napoli aveva scelto innanzitutto per il ruolo di centroavanti di scorta, da cui il numero 99, un sinistro neoclassico esploso in maglia Ajax, il nostro Milik. L’impossibilità di arrivare ad Icardi, designato erede del Pipita, ed una prestazione sontuosa di Gabbiadini in amichevole contro il Monaco a cui rifilerà ben 4 gol convincono il Napoli a puntare sulla punta italiana e polacca.

L’indecoroso 2-0 di svantaggio maturato nel 1T all’Adriatico di Pescara contro i delfini neopromossi di Oddo porta Maurizio Sarri a sparigliare le carte nella ripresa. Fuori Insigne e Gabbiadini, dentro Mertens e Milik. I due trovano subito grande intesa. Il Napoli pareggia, meriterebbe un rigore negatogli ma quantomeno porta un punto a casa. Se il belga raccolse la scena contro il Pescara, alla seconda di campionato contro un buon Milan Milik annichilisce i rossoneri segnando una doppietta.

2. L’infortunio che gli ruppe l’anima

Milik non si fermò al Milan, continuò a segnare con frequenza e cattiveria portando il Napoli, insieme a Mertens, fino al primato in classifica. Perso, quest’ultimo, appena prima della sosta nazionale a Bergamo, contro l’Atalanta embrionale di Gasperini, il cui gioco mai ben decifrato da Sarri. Poi la sosta nazionale intervenne, secondo molti, salvifica. In realtà, la Polonia restituì al Napoli il suo nuovo centroattacco con il crociato lesionato. Come in una maledizione piratesca, sette colpi di spugna in sette partite non erano bastate a Milik per cancellare muffa e ruggine del tradimento di Higuain dalla testa dei napoletani.

Tuttavia, iniziò un rapido countdown in città per festeggiare il rientro di chi aveva mostrato caratteristiche tecniche e tattiche importanti: attaccante cioè, Milik, in grado di attaccare la profondità ma di saper giocare collettivamente con la squadra; sinistro sibillino e viscido, rettile, anche però esplosivo come sa esserlo un serpente nello slancio verso la preda. Altrettanto verticale lo slancio in alto. Pochissimo destro ma così tanto calcio nel resto che sembrava bastasse.

Alfonso De Nicola, all’epoca medico sociale del Napoli, garantisce tempi di recupero record. Effettivamente, Milik s’infortuna ad Ottobre e a Febbraio è in campo. Eppure il polacco sin da subito non avverte sensazioni positive sulla tabella di recupero svolta. Rientra male; è timido, impacciato, ha paura. La stagione finisce sostanzialmente senza sussulti ma tutti son contenti ora di avere una coppia gol clamorosa: il folletto Mertens da 28 gol stagionali, che ha spazzato via Gabbiadini dalla rosa, e lo sfortunato Milik. Nel frattempo la squadra ha sancito il patto scudetto!

3. Il secondo infortunio e le crepe con i tifosi

Il Napoli al gran completo, e con un Milik in più, viaggia a ritmi forsennati in un campionato che però perderà. Infatti, prima a Ferrara contro la Spal, perde Milik per un altro crociato stavolta alla gamba destra; poi, in casa, al San Paolo, contro il City, Ghoulam. Il polacco, tuttavia, anche in questo caso riuscirà a rientrare a stagione in corso seguendo un percorso più consono alle sue istanze psicologiche. Tant’è vero che il suo secondo rientro dà benzina ad un Napoli e ad un Mertens alla canna del gas. Cambia tre partite segnate: Sassuolo, Udinese, Chievo Verona.

Poi gli capita sul sinistro, al 94′ un potenziale gol scudetto a San Siro contro il Milan, che fallirà svuotando la convinzione della tifoseria secondo cui dietro quel sorriso nella vittoria e nella sconfitta ci fosse la grande autostima e consapevolezza di un vincente. Milik saprà ripetersi nel poco opportunismo sotto porta in zona Cesarini un anno dopo: partita infuocata ad Anfield! Al Napoli basta un pareggio in casa del Liverpool per passare il turno Champions ed è sotto 1-0 fino al 93′. Manè, in realtà, ha graziato in più occasioni gli azzurri. Milik aggancia miracolosamente un pallone destinato sul fondo ma spara di destro in pancia ad Allison. Il Napoli fuori, il Liverpool campione d’Europa a fine stagione.

Sono i due episodi che dividono il percorso di gran parte dei tifosi partenopei da quello di Milik. I sostenitori resteranno, anche perché il polacco benché mostratosi pavido in due momenti clou della sua carriera e della storia del Napoli ha mantenuto medie gol impressionanti per i suoi primi 3 anni di azzurro. Medie, che andrebbero rivalutate in rapporto all’esiguo numero di partite giocate in totale discontinuità; occasioni gol sbagliate, che andrebbero rilette individuando quanti dei suoi compagni con un singolo errore personale abbiano perso quello scudetto o quella qualificazione Champions. Ma la storia non l’hanno mai scritta gli sconfitti. E Milik lo è.

4. Milik lo juventino

Il Napoli nonostante le 40 reti in coppia con Mertens, distribuite al 50%, durante la seconda estate ancelottiana cerca insistemente un’altra punta. Stessa cosa accadrà in inverno quando non era ancora certo ADL di voler esonerare Ancelotti. Alle voci di mercato corrispondono lunghi periodi di assenza ingiustificata di Arkadiusz. Forse la fragilità mentale inizia ad affiorare. Mai digerita da Milik l’alternanza con Mertens, ora diventa insopportabile anche quella di potenziali acquisti. Intanto, però, si ritiene più scontata la permanenza per la stagione ’20/’21 di Milik che di Mertens.

Il rinnovo travagliato del belga sancisce la fine delle buone relazioni anche tra la dirigenza azzurra e Milik. Quest’ultimo vuol essere pagato più di Mertens per fargli da riserva e in ogni caso si cautela accordandosi in tutto e per tutto con la Juve. La notizia giunge alle orecchie sia del presidente che dei tifosi che mai come questa volta unanimamente ritengono sia l’ora di dividersi. De Laurentiis s’impunta: a questo punto, ovunque purché dietro pagamento ma non alla Juventus! Il pericolo di perdere Milik a 0 c’è ma viene aggirato grazie al bonario componimento operato dal DS bianconero Paratici.

Il triste epilogo di questa “storia da basso Impero” è la telefonata di Paratici a Milik per comunicargli che non è più ritenuto un profilo da Juventus. Alla Vecchia Signora, in effetti, interessa o Dzeko o Suarez. Se però il polacco facesse il favore di andare alla Roma, che cerca un profilo giovane ma esperto, low profile, per sostituire il suo capitano bosniaco Edin, si ecco lo stesso Milik verrebbe considerato dal sistema ragazzo intelligente e preparato. Il polacco pare infine si sia convinto.

La firma sotto il Colosseo tarda ad arrivare per colpa del contenzioso irrisolto dell’ammutinamento. Milik non vorrebbe prestare il fianco a future ingiunzione da parte del Napoli. Una questione che secondo alcuni potrebbe far saltare l’affare. La Juve giura d’essersi arrabbiata e pure stufata. Potrebbe puntare su Suarez. E’ una storia un po’ sputtanata.

Massimo Scotto di Santolo

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate a folle

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

La rilevanza dell’anticipo serale al San Paolo tra Napoli e Lazio equivale ad una sgambata. Il Napoli ha cercato di renderla il più probante possibile in vista della partita di Champions contro il Barcellona. Il triplice fischio e poi… una lunga standing ovation virtuale per Callejon, che (probabilmente) ha calcato il San Paolo per l’ultima volta

1. Napoli-Lazio

Il Napoli torna padrone dei propri stimoli, relegando al futuro prossimo indebite mollezze. Così gli azzurri indossano anima e scarpini e sciorinano quel calcio bailado, un po’ portoghese e un po’ spagnolo, al quale la Lazio di Simone Inzaghi mai ha trovato rimedio. Prima della disavventura ancelottiana, Inzaghi aveva raccolto 8 sconfitte in 9 vittorie. L’unico trionfo sancito da un paperone di Ospina a concedere un gol che difficilmente la Lazio avrebbe segnato.

I biancocelesti, forti di una stagione fortunata, si affidano alle solite ripartenze azionate da una fase difensiva bassa ma incentrata soprattutto sulla fisicità più che sull’organizzazione. Una squadra, la Lazio, così lunga che spesso accusa la signoria altrui, benché rischi costantemente di far male agli avversari quando recupera il possesso palla. Inzaghi punta molto sugli 1vs1 in campo aperto dei propri attaccanti, tipicamente contropiedisti, contro di solito i meno rapidi difensori altrui. Il Napoli ha spolpato questo progetto tattico applicando e bene le coperture preventive.

E infatti, in una transizione dalla fase difensiva a quella offensiva, la Lazio è riuscita a pareggiare con Immobile, fresco vincitore di scarpa d’oro e grazie alla rete al San Paolo anche recordman di gol in una singola stagione calcistica italiana insieme all’immarcescibile ricordo del Pipita Higuain.

2. Poi c’è solo e soltanto lui: Josè

Callejon è stato uno dei pochi a costringere lo spettatore a pensare calcio, non solo a guardarlo passivamente. Lo ha fatto perché ha scompigliato le leggi del pallone con la sua mediocrità eccezionale, cioè quando l’imperfezione diventa bellezza. Gli altri sono stati costretti a sforzare le meningi per comprendere il suo mistero. Infatti, giocatore l’andaluso sì enciclopedico, ha sbobinato i più approfonditi faldoni della biblioteca calcistica, ma anche fortemente limitato. Raramente ha dribblato da fermo o in movimento, non è mai stato dotato di un gran calcio da fuori. Nessun connotato di esplosività atletica in termini di salto o accelerazione. Infatti, non ha mai nemmeno avuto un grande colpo di testa.

Neanche il passaggio è mai stato ficcante, eppure – qui comincia il rovescio della medaglia che trasforma il brutto in bello – ha fornito più assist di tutti quanti. Un cross chirurgico da fermo e in posizione dinamica, rasoterra o traversone alto oppure l’appoggio volante a rimorchio per il compagno accorrente.

Eppure, ha anche segnato tantissimo sfruttando da ala il tempismo e l’opportunismo alla Pippo Inzaghi. Guardalinee in pectore, Callejon flettendo a suo piacimento le logiche dello spazio e del tempo beffava la linea difensiva, aggirava il terzino e si presentava come se lo avesse scartato a tu per tu con il portiere. Non una glaciale finalizzazione, la sua, ma un tiro ad incrociare nell’angolino basso alla sinistra del portiere divenuto marchio di fabbrica e sentenza, soprattutto nelle prime stagioni.

3. José e i suoi caballeros

Spesso servito in questo speciale movimento sul filo del fuorigioco, che ha costretto ad adattamenti peculiari le difese avversarie, dal destro, già da me definito in passato parabolico, di Lorenzo Insigne. Un asse alla fine non troppo vincente, insieme a Dries Mertens, ma pericoloso come quello di ferro che trascinò il mondo nella seconda guerra mondiale.

4. Callejon il madridista

Giocatore massimamente offensivo, Josè, fisicamente leggerino, mai però intimidito dai polpacci più nutriti delle belve che tendono ad arare nel calcio moderno la fascia. Mentalità madridista, protezione di palla ingegneristica, interpretazione della difesa propria del terzino maturo: anche questo è stato Callejon.

Non solo… prodigioso nella continuità prestazionale, ordinario ma costante in tutti i suoi skills atletici. Baciato dalla sorte nel suo non infortunarsi mai gravemente. Ha scaricato il contachilometri, scalato e assunto la posizione più consona in qualsivoglia situazione, costruendo a destra il bilanciamento ideale ricercato dagli allenatori durante le sedute tattiche. Ha saputo regalare al Napoli l’ampiezza campo, appartenente ad un calcio d’attacco più antico, e accentrandosi la densità sulla trequarti, principio offensivo più moderno.

5. Il lento addio a Napoli dello Spagnolo

Dopo la finale di Coppa Italia ha pianto, poi scrollandosi l’emozione di dosso riso al fianco degli altri; consapevole com’è che la carbonizzazione della lettera di raccomandazione, firmata in calce da Benitez al momento del suo arrivo a Capodichino, fosse finalmente giunta, con la vittoria di questa Coppa Italia, a definitiva consuzione e cenere. Un lento annientamento che ha trovato rapido deterioramento con la restituzione indegna della sua maglia con cui aveva omaggiato i tifosi in trasferta a Frosinone.

In quell’occasione anche il buon Callejon abbandonò mentalmente il progetto, forse da ultimo tra i senatori, di Ancelotti, il quale sul suo eclettismo aveva fondato parte della reificazione del suo pensiero calcistico. Un progressivo spegnimento che ebbe ulteriore fiammata alle parole di De Laurentiis, che lo definì marchettaro per la richiesta di un rinnovo salariale ritenuta economicamente eccessiva e per una minaccia contestuale allora di andare a cifre superiori in Cina già a Gennaio; minaccia considerata dal patron inelegante.

Il tentativo di un triste milonguero di uscire dal cono d’ombra del terzino avversario. E poi lunghi mesi di gol sbagliati, di teste abbassate, come quelle dei compagni, e di un competitor nel suo ruolo, quale Politano, il primo con una flebile speranza di togliergli il posto.

6. José è ora di dirsi addio

Gattuso ha riconosciuto all’andaluso fin troppo doverosamente la passerella finale, sacrificando in panchina il frizzante Matteo (Politano), apprezzabile sia in semifinale da titolare che in finale da subentrante proprio al posto del moscio Callejon. Josè, con quel pianto, ha disvelato sia l’anima sincera di un illuminista che ha sofferto nel comportarsi da Bolscevico sia l’emozione del ragazzo, figlio del fruttivendolo del quartiere, che amava giocare al calcio secondo le logiche rionali piuttosto che professionali. Le prime ha avuto modo di ritrovarle a Napoli.

Qualcuno oggi vorrebbe che le sue lacrime fossero sangue con cui firmare l’ennesimo patto, altro che contratto. Qualcuno dimentica che il calcio è presente e futuro e mai passato. Fossi nella società farei un passo oltre Josè Maria prima che finiscano insieme in offside per eccessiva riconoscenza. Sarebbe per tutti un atto di coerenza, soprattutto per lo stesso Callejon, colui che studiando eluse le regole del (fuori)gioco.

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Inter-Napoli 2-0, la notte delle stelle cadenti

Il Napoli alla Scala del Calcio (San Siro), piuttosto che maramaldeggiare come potrebbe, si concede una performance manieristica. Priva di contenuti. Ripetizione di un già visto ma senza sostanza. Gattuso accende l’allarme sulla professionalità dei giocatori.

1. Un Napoli astrale

Avete mai assistito ad una notte di stelle cadenti? Beh, il romanticismo di una serata del genere è senza eguali. Entità fisiche, che gemmano il cielo, stralunate perdono l’orbita e trovano fine nella polverosa terra. Gli amanti si baciano di fronte a ciò che per gli uomini è un rito stupefacente mentre per le stelle la loro morte. E’ il procedimento inverso del catasterismo, con cui ciò che è terreste diviene astrale.

A guardare il modo incocludente attraverso il quale il Napoli si è abituato a dominare il campo, anche in casa dell’Inter, mi sembra una stucchevole ripetizione di una trama, che manca di certi interpreti ben definibili (dal libero di difesa all’incontrista, dall’attaccante di peso al terzino sinistro e all’ala destra), di mordente e di freschezza.

Le differenze che dividono il calcio di Gattuso da quello di Sarri sono sfumature sostanziali ma non sistematiche. Il ceppo originario della proposta di gioco è identico e il perseverare su alcuni uomini chiave anche. La squadra pare abituatasi a ritenere sufficiente ben prima delle vittorie prestazioni barocche, sebbene al momento riesca ad esibirsi soltanto in opulenza, peraltro prevedibile. Ed anche chi aveva ben compreso la necessità di riciclarsi in operaio, quale Mario Rui, coinvolto da un nuovo spirito, ha peccato di presunzione cercando giocate improbabili la cui fallace ricerca ha propiziato il vantaggio dell’Inter.

2. Le preoccupazioni di Gattuso

Se manca la freschezza delle soluzioni, dei movimenti e del gioco da quando sono finiti gli obiettivi a breve termine ed è terminata la brevissima stagione della difesa e del contropiede, a Rino ciò che preoccupa maggiormente è la poca professionalità dei suoi ragazzi. Lo ha dichiarato ai microfoni delle televisioni nel postpartita. Le deludenti e progressive cattive prestazioni sono state attribuite da Gattuso ad una serie di comportamenti extracalcistici non impeccabili. Le gite in barca, le cene in tarda serata con compagne e amici, sono state prontamente documentate dagli stessi calciatori sui social.

Gattuso accetterebbe anche la metà di quello che era il suo impegno nel tenersi concentrato e in forma in vista anche degli ultimi ancorché irrilevanti impegni stagionali. E’ un j’accuse passato sordidamente sotto silenzio, poiché la stampa napoletana vive degli spifferi di spogliatoio piuttosto che di quelli societari. Di fatto, il poco attaccamento alla causa ripreso da Ringhio è la stessa reprimenda che Ancelotti rivolgeva ai suoi ragazzi; in particolar modo a Lorenzo Insigne, reo di non tirare il gruppo da vero capitano.

La situazione sembra cambiata: ora è Insigne che spicca in atletismo e impegno, nonostante il suo feeling con la porta vada riducendosi pericolosamente, ma non lo seguono i compagni. D’altronde è cosa nota che dalla partenza di Reina, Maggio, Albiol e Hamsik sia finita a Castevolturno l’era dei grandi capitani. Nessuno peraltro riteneva che l’erede dei de cuius potesse veramente essere Insigne. Non ultimo Milik, un estate fa, che definì il vero capitano del Napoli Dries Mertens. Insigne già custodiva gelosamente la fascia. Pesante diminutio da parte di un membro del branco. La similitudine del lento ma costante spegnimento del Napoli di Gattuso con il Barcellona alle porte e quello di Ancelotti ad un passo dall’Arsenal inquieta. Il Napoli dopo la brutta figura in Europa League contro i Gunners non seppe più rialzarsi. Al Camp Nou, ovviamente, conterà più la prestazione che il risultato stante l’infinta grandezza dell’avversario.

3. Mai così in basso

Il Napoli di ADL non concludeva fuori dalle prime 6 della serie A da ben 11 anni, cioè dalla stagione precedente all’avvento di Mazzarri. Uno score vergognoso in relazione alla qualità della rosa benché mal congegnata. Qualcuno ieri, al cambio, ossia Mario Rui, si è permesso di lamentarsi. Sul perché di queste reazioni ci rispondiamo che la mancanza di leader diffusi nello spogliatoio fanno perdere anche la percezione di una realtà che la Coppa Italia ha solo ottenebrato. In realtà ci domandiamo anche del perché Milik in condizioni pensionistiche debba indossare la maglia azzurra per 80′ quando in panca c’è Callejon che come dicono tutti sa onorare la maglia anche in scadenza di contratto. Certo lo spagnolo non è una prima punta ma perché in questo momento Milik lo è?

E così ci apprestiamo alla sfida contro gli esiziali catalani. Prima però il Napoli deve affrontare la Lazio, ormai gaudente di aver raggiunto con più rigori che meriti la sognata Champions. Immobile, chissà, toglierà lo scettro di goleador di ogni epoca in una singola stagione calcistica italiana ad Higuain? Lo farà proprio al San Paolo, dove si consumò la sinfonia delle 36 segnature? La Lazio ha meritato tale risultato in classifica, perché due anni orsono gli arbitri le tolsero la gioia di conquistare sul campo il pass per la Champions assegnandolo d’ufficio all’Inter. Immobile non meriterebbe, dal canto suo, un tale riconoscimento sia in termini di record che nella corso alla scarpa d’oro, vista la quantità di rigori che ha potuto tirare e la poca legittimità dei molti trasformati in gol.

4. Gattuso come Aragorn

Le truppe spagnole aspettano il Napoli come le orde di Mordor, ne “il Signore degli Anelli”, l’esercito degli uomini alle porte del Nero Cancello. Gli azzurri, pur consci che la vittoria in questo caso è comunque sinonimo d’impresa, a loro volta sanno che il Barça può essere sconfitto o l’8 Agosto o mai più. Ter Stegen è in dubbio. Il centrocampo consta di 3 unità, la quarta è un giovane fenomeno della Cantera, tale Puig. In attacco, invece, al momento sono quattro certi della presenza per tre posti: Messi, Suarez, Fati e Griezmann. In dubbio Dembelé. L’allenatore che guiderà i blaugrana, Setién, è stato delegittimato e trattenuto solo per mancanza di alternative. Il Camp Nou, inoltre, sarà terribilmente vuoto. Ammesso che si giocherà lì… la Catalogna è ora uno focolai più grandi d’Europa. Il campo neutro è dietro l’angolo.

Azzurri! Ci sarà un giorno in cui abbandonerete gli amici e spezzerete ogni legame di fratellanza, ma non è quello il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era del Napoli arriverà al crollo, ma non è quello il giorno! L’8 Agosto combattete. Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, v’invito a resistere. Partenopei!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Napoli-Sassuolo 2-0, il calcio al tempo del Var

Un Napoli buono solo a tratti ha la meglio di un arioso Sassuolo, la cui freschezza anagrafica e sportiva è antitetica al caldo di questi giorni. Gli emiliani ne segnano quattro di gol. L’annullamento di tutte le reti per offside costituisce un record per la serie A. Il Var ad oggi manipola anche i giudizi di valore sui match.

1. Il fascino dei duellanti

I media locali e nazionali hanno derubricato la partita del Napoli ad insufficiente. Il 2 Tempo, in particolar modo, sembra aver ben raffigurato il momento di difficoltà applicativo degli azzurri, i quali nel corso della ripresa hanno perso smalto e affiatamento. Il Sassuolo da far suo ha invece propinato calcio dal 1′ all’ultimo minuto, instancabilmente. L’aurea di De Zerbi assume proporzioni progressivamente più potenti.

Lo stesso Gattuso ha onorato il Sassuolo di un paragone con il Barcellona. Dopo la vittoria del Napoli, questo raffronto suona per i sassolesi beffardo e per il Napoli benaugurante. De Zerbi in fondo pratica un calcio internazionale, che a chi scrive ricorda quello di Lucien Favre allenatore del Borussia Dortmund, sin dai tempi di Foggia. Già Foggia, la terra di Zeman, dove il temperamento si confonde con l’estro. In terra pugliese l’ex trequartista anche del Napoli, Roberto, seppe trasformare Iemmello nell’Higuain della C per poi perdere la serie B all’interno di un agonica e rissosa finale PO contro il Pisa.

Il Pisa era allenato proprio da chi oggi insignisce De Zerbi di cotante onorificenze, Rino Gattuso, il quale attraverso una difesa e contropiede scientifica seppe centrare la qualificazione in B. Uno scontro che pare non serbare più i rancori e i dissapori manifestatisi lungo il corso di quella finale. De Zerbi nel frattempo è rimasto fedele a sé stesso. Gattuso invece cerca l’estate tutto l’anno ma all’improvviso la ritrova in solidità e coscienza offensiva quando pratica le linee guida di Massimo il Cunctator, il temporeggiatore.

2. Le statistiche della partita ai tempi del Var

Fin quando il Napoli ha atteso il Sassuolo pur non abbassando le linee oltremodo e senza mai forzare, se non a palla coperta, il pressing in avanti, il Sassuolo ha capito poco. I neroverdi come in un disperato strisciare di un Mamba sono apparsi consapevoli di poter colpire tra le linee non appena la diligenza azzurra fosse calata. E infatti, non appena le prove generali per il Camp Nou sono progressivamente scolorite nelle menti dei partenopei, sebbene il baricentro sia rimasto in media alle altezze desiderate, la squadra ha perso di compattezza e determinazione.

Durante tale dissolvimento, il Sassuolo ha potuto imperversare sulla trequarti realizzando quattro gol. Tutti annullati ma cogenti il tempo necessario per trasformare l’onesta partita del Napoli in disastrosa e l’inconcludenza emiliana in Champagne. Quanto saremmo stati disposti in epoca pre-Var a giudicare efficiente la volumetria di gioco del De Zerbi? Un guardalinee attento, difatti, alzando tre anni orsono quattro volte la bandierina ben prima della conclusione dell’azione, avrebbe relegato la compagine sassolese alla voce dell’insipienza.

Nelle more della partita, leggendo i dati, il Napoli ha messo a referto 19 tiri totali contro i 6 del Sassuolo e 8 nello specchio della porta contro 1 solo del Sassuolo. Il possesso palla si attesta per il Sassuolo sul 56% mentre per il Napoli sul 44%. Il che dà l’idea complessiva di sofferenza da parte degli azzurri all’interno di una strategia ancora più ampia di controllo. Sugellata, quest’ultima, in modo abbastanza paradossale dalle reti di Hysaj e Allan. Il primo, a suggello di un’ottima prestazione, al primo gol in carriera in serie A, regalando forse ad uno scugnizzo un cane. Il secondo, che aspira così ad un addio più dignitoso della parabola calcistica discendente in cui si sta esibendo.

3. In vista del Barça

Gli stessi dati che su un periodo più ampio raccontano però anche che Gattuso fino ad ora abbia collezionato soltanto tre clean sheet in campionato su 19 partite disputate. E che per sua stessa ammissione il Napoli vanta uno dei peggiori score della serie A in hot zone. Per quante occasioni da gol subisce e crea, il Napoli è la squadra che rispettivamente incassa più gol e ne segna di meno. Anche ieri gli attacchi azzurri hanno ecceduto in sperpero.

Il piano partita sondato contro il Sassuolo è perfettamente applicabile con profitto anche a Messi e soci. Il punto è ovviamente migliorare sotto porta e non concedersi così tante palle perse in uscita. Al cospetto di Caputo la linea partenopea ha saputo districarsi con il dovuto beneplacito della sorte esercitando ottimamente il principio tanto caro a Zeman del mettere in fuorigioco gli avversari. Sfruttare una regola del genere non è un demerito ma calcio. Siccome tuttavia tra il recupero palla e il tiro in porta blaugrana e quello neroverde intercorre quel nano secondo di differenza, che colloca i catalani nell’iperuranio calcistico, bisognerà premunirsi di altra pulizia tecnica in uscita palla, pena gol subito.

In conclusione, è bene che gli azzurri anche per sommessa ammissione di Gattuso, in vista della trasferta europea, cessino giretti in barca e partecipazioni compiaciute alla vita mondana della città. Non rappresenteranno, tali svaghi, la primaria motivazione di un tristissimo settimo posto in campionato e di una eliminazione dalla Champions League. Tuttavia, una rilassatezza dignitosa non sparisce in luogo dell’inquietudine agonistica come la luce premendo l’interruttore. Sarà il caso di allenare da ultimo anch’essa turbando l’attuale ebbrezza partenopea?

Massimo Scotto di Santolo

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli ha bisogno di Osimhen?

Il Napoli domina territorialmente il Parma ma perde il match. Quanto sarebbe stato utile avere già in rosa Victor Osimhen?

1. Gattuso: Cadorna o Diaz?

Di Rino non si hanno ancora chiare le abilità strategiche. All’inizio della sua avventura partenopea ha mostrato tanta garra ma poca scaltrezza. Ingenuamente credette come un bimbo in Babbo Natale di poter riaccendere il software sarrista per eliminare le score ancelottiane. Le sconfitte contro Parma, Inter e Fiorentina lo riportarono ben presto sulla terra, sebbene egli ci fosse già.

Infatti Rino sin da subito ha allestito una preparazione atletica ben diversa da quella del suo predecessore. Le gambe ingessate degli azzurri nell’immediato contribuirono a determinare il ciclo di sconfitte iniziali; sul lungo però il Napoli ha potuto godere di antiche sensazioni muscolari positive, che hanno contribuito alla risalita della squadra e che solo l’organizzazione calcistica post covid poi ha purtroppo opacizzato.

La Caporetto divenne, dopo un mese dall’avvento di Gattuso, un’orgogliosa resistenza sul Piave. Come il fronte approntato da Diaz, anche lo spazio da coprire per il Napoli si ridusse, quando in particolare Gattuso decise di abbassare il baricentro del team e avvicinare a ciascun protagonista azzurro in campo la spalla del compagno in aiuto. Agli avversari venivano concesse solo le corsie laterali. L’onda lunga di questo nuovo moto tattico e di un umore delle truppe migliorato ha consentito a Gattuso di stregare tre delle quattro migliori della classe e vincere il suo primo trofeo, la Coppa Italia.

La raggiunta qualificazione all’Europa League per la porta di servizio – la vittoria della Coppa nazionale -, l’impossibilità di raggiungere la Champions per il distacco accumulato in classifica e infine l’ineluttabile gol da dover segnare al Camp Nou hanno portato lo staff tecnico partenopeo a sperimentare nuove soluzioni. Baricentro più alto e dominio territoriale del campo. Atteggiamento calcistico conforme al credo dei senatori del gruppo storico del Napoli. I risultati sono stati inizialmente buoni ma la mancanza di motivazioni verso la fine del campionato e qualche incongruenza tattica di troppo hanno intorpidito l’entusiasmo della piazza intorno al tecnico calabrese.

2. Parma-Napoli 2-1

Parma-Napoli, in tal senso, perplime. Il Napoli, non dotato per infortunio di Mertens e per squalifica di Milik di punta centrale di ruolo, schiera al Tardini tre piccoletti agili e veloci. Politano, Insigne e Lozano. Nessuno può però ricoprire il ruolo della prima punta. Lo si può apprezzare dal solletico inferto dagli avanti del Napoli alla difesa ducale. La presenza di Allan non ha inoltre aiutato i principi offensivi da sviluppare.

La domanda sorge spontanea: perché il Napoli non ha giocato in contropiede avendo dalla sua gli uomini per farlo? A Barcellona mica bisognerà solo attaccare… in ogni caso si assisterà ad un dominio blaugrana. Quello napoletano sarà interstiziale. Anche a livello gestionale, sacrificare all’altare della gogna mediatica il messicano Lozano pressandolo a svolgere un ruolo non suo non è apparsa mossa congeniale se non a velocizzare la sua cessione. Rinvigorito poi el chucky sulla fascia destra, è stato alla fine comunque sostituito.

3. The humble Victor Osimhen

Ed è in questa manfrina scacchistica che il nuovo ufficioso acquisto del Napoli, Victor Osimhen, cade a faguiolo. Gattuso non disprezza il calcio di contropiede, anzi talvolta lo predilige ed è anche al momento la sua espressione offensivista migliore. Tuttavia, con Mertens o Petagna (similare per caratteristiche a Milik) e Insigne si fa fatica a risalire il campo. Osimhen è un ragazzo nigeriano di 1.85, longilineo ma non elegante, caratterizzato in campo aperto da una discreta velocità di piedi nell’1 contro 1 e di una falcata incredibile sul lungo. Si muove su tutto il fronte d’attacco consentendo ai suoi colleghi di difesa e centrocampo, quando sotto pressione, di sbarazzarsi del pallone.

Se la palla rimane in campo, Victor tende a raccattare la sfera cestinata nella pattumiera del rettangolo di gioco per poi custodirla gelosamente, a costo di risultare goffo. Tante volte Osimhen ha pensato potessere essere l’ultima di occasione della propria vita. Lo ha pensato quando disperato non trovava le scarpe per giocare al calcio tra gli ammassi della discarica adiacente casa sua; oppure allorché sfiancato si dimenava per rivendere buste d’acqua. Il ventiduenne nigeriano in questione è un presenzialista affamato. Anche il suo modo di comportarsi sul mercato ha avuto una linea bisettrice, cioè quella di non bruciare le tappe e farsi coccolare da una crescita lenta e graduale. Costruire una carriera stellare, verosimilmente già proiettata tra cinque anni oltre Napoli, su fondamenta concrete.

Tale approccio alla professione fa di lui un perfetto arciere da contrattacco in uno schieramento difensivo ma attenzione, ben più di Andrea Petagna, che spesso vezzeggia più da stilista che da bomber, Osimhen ha l’apprezzabile ardore del guerriero dell’area di rigore. Ricerca il gol in modo erculeo. Le legis artis della materia pare le abbia accantonate. Dovrà comunque riprenderle. Ricorda, in definitiva, non per grazia e fiuto esiziale del gol ma per caratteristiche atletiche e aerobiche Cavani. Osimhen fa le fusa, invece, per il suo piacere a decentrarsi sulle fasce e cercare il mismatch fisico con il terzino avversario e anche per la faciltà con cui calamita palloni sostando in area di rigore, Mario Mandzukic.

4. Un vento che porta pioggia

Il rapporto con la porta avversaria è, infine, tempestoso e brutale. Non tira, scaraventa. Saccheggia piuttosto che stoppare. Non gonfia, brucia la rete. Il portiere è un ostacolo da abbattere.

Questo suo risultare centrifuga parafrastica di campioni della nostra epoca lo adibisce per il Napoli, molto di più di Mertens, ad opzione per ogni strategia calcistica. Contro il Parma le sue doti atletiche che gli consentono di saltare finanche a un metro da terra avrebbero potuto sparigliare la semplice architettura difensivista di D’Aversa.

Eppure teoricamente, come un vento caldo, non ci sarebbe che stare lì ad aspettare che si abbatta sulle nostre terre. Nessuna preoccupazione. Siccome il nigeriano però non gode di scores statistici ragguardevoli ed evidenzi già da brevi estratti video su Youtube la trascuratezza del gesto tecnico e la poca predisposizione a fraseggiare nello stretto con i compagni, il suo funzionale eclettismo per il Napoli ad oggi è il piatto della bilancia che costringe a rimandare ogni giudizio. In realtà la tara tra pregi e difetti ci potrebbe suggerire anche l’ipotesi di un Osimhen che non becca mai il pallone, impreparato com’è alle universitarie difese italiane e alle trame che il Napoli tende a tessere prima di realizzare un gol.

5. Quanto Victor c’è (e quanto ce ne sarà)?

Ignora al momento, l’umile Victor, quali siano i movimenti per fulminare i difensori della serie A ma ha la fisicità per metterli in difficoltà sin da subito. Le fondamenta tecniche lo rendono un attaccante avulso da un’offensività corale ma vanta l’associazionismo della vittoria. Osimhen forse vive più per quest’ultima che per il gol in sé per sé.

Allora la soluzione di tenere Petagna in rosa è un ottimo modo per poter aspettare Osimhen e allo stesso tempo avere un’alternativa già pronta che seppure meno prodiga al feticcio della rete ha peculiarità mediane tra Mertens e Osimhen. La faccia tirata dalla rabbia agonistica che spesso impersonifica il nigeriano nelle foto rintracciabili sul web è la garanzia pro futuro del Napoli. Quei fondamentali del calcio abbandonati per lasciare velocemente la profonda baraccopoli di Lagos il punto interrogativo di questa avventura che ADL ha deciso di pagare 50 milioni di euro di cartellino più 3.5 mln € per 5 anni di stipendio al ragazzo.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 2-1, la decide Politano

Napoli-Udinese 2-1, la decide Politano

Un Napoli in difficoltà contro il 532 friuliano del mister bianconero (John) Gotti. Partito, quest’ultimo, manovale del calcio e finito capo allenatore. Infine convinto da Pierpaolo Marino, vecchia conoscenza del Napoli Calcio, a concludere la stagione alla guida della squadra. Rino ha salvato il Napoli, lui l’Udinese.

1. Le motivazioni

Le temperature tropicali cui l’Italia in costume deve fronteggiare sono la criptonite del calcio. Squadre non facilmente corte; giocatori impauriti dagli infortuni e fiaccati dal caldo e dalla fatica. Intanto alternative alla ripresa non ce n’erano. Chi ha potuto credere che l’interruzione avrebbe illuministicamente inciso sugli equilibri del football italiano ha forse immaginato un mondo marxista. Per definizione cioè utopistico.

Lo spettacolo sportivo offerto non necessariamente è indimenticabile. Le corse palla al piede mancano del boato del pubblico che le accompagna a piè sospinto. Il terzino sembra meno impavido, l’ala meno brevilinea. Il controavanti invece meno famelico.

Così Napoli-Udinese è un’osmotica miscela tra il Ponente e la pennichella pomeridiana di mezz’estate. Sprazzi di calcio frizzante, lunghe pause di riflessione sociale per lo spettatore. Peggio ancora per i sostenitori delle squadre che hanno raggiunto il proprio obiettivo stagionale: il Napoli, la qualificazione alle coppe europee; l’Udinese, la salvezza. Eppure non mi sentirei di ritenere lo stipendio dei protagonisti di stasera non meritato. La partita per quanto possibile è stata giocata.

2. Il 532 dell’Udinese

Gotti, che vorrebbe tanto rientrare nell’anonimato da cui è venuto fuori per salvare la dinastia Pozzo ad Udine, ha imbrigliato bene il Napoli. La seconda punta su Lobotka o Demme. Superiorità numerica dei tre centrocampisti (Wallace, De Paul e Fofana) contro le due mezz’ali del Napoli (Ruiz e Zielinski). Il centrale di difesa dell’Udinese sul centroavanti del Napoli. I quinti friulani in partenza sulle ali partenopee, se i terzini azzurri fossero rimasti bassi. Viceversa Stryger-Laarsen e Zegeelar avrebbero mosso su Rui e Hysaj. In quest’ultimo caso, i due marcatori laterali della linea a tre friuliana avrebbero scalato sulle ali napoletane. Becao e Nyutnick all’occorrenza persino in grado di offrire il raddoppio su Milik.

La poca verve offensiva di Mario Rui e Hysaj, infatti, ha consentito al Napoli di dominare sì la metà campo avversaria ma di non scardinare frequentemente il bunker bianconero. Non a caso, i due gol del Napoli nascono dai piedi dei due terzini. La loro discesa costante sul fronte d’attacco del gioco avrebbe consentito persistenti uno contro uno dei tre attaccanti azzurri avverso i tre difensori dell’Udinese. Siccome il portoghese e l’albanese sono terzini più di manovra che d’assalto, anche per loro chiare connotazioni atletiche non straripanti, non è possibile attribuirgli colpe circa il gap tattico sofferto da Gattuso.

3. L’area di rigore e il dribbling

Napoli-Udinese, infatti, alla fine è stata decisa da Milik e Politano. Un centroavanti e un’ala decisivi nel momento in cui hanno avuto la possibilità di restare isolati con il proprio marcatore di fiducia, del quale hanno avuto, come il tabellino dimostra, la meglio.

Quante partite come Napoli-Udinese i partenopei dovranno l’anno prossimo giocare? Ad occhio tante! Milik, stasera, ha in una sola occasione finto ottimamente di essere ciò che non è: un picchetto dell’area di rigore. Politano è esterno funambolico ed estroso ma a quali frequenze di continuità? Il Napoli, non casualmente, per sostituire il polacco cerca un profilo che non ama svariare sulla trequarti allorché la movra stagni negli ultimi 30 mt. Osimhen, ad esempio, ha tale fissità posizionale.

Il Napoli inoltre abbisognerebbe di più dribblatori in rosa, a meno che non si scelga di puntare anche a sinistra su un terzino della spinta e della falcata di Di Lorenzo. Per intenderci, se le ali sono rifinitori come Insigne e Callejon, mantenere i terzini bassi significa costringere i due attaccanti azzurri a subire perennemente un raddoppio rispetto al quale non hanno le caratteristiche per venirne fuori. Diventano, tuttavia, esterni offensivi di altra pericolosità, qualora l’ascesa dei fluidificanti in avanti gli tolga un uomo di dosso e gli conceda una one to one. In quest’ultimo contesto strategico, tanti attaccanti, tra cui a maggior ragione anche gli Insigne e i Callejon, possono risultare esiziali.

4. De Paul

Alla ricerca dell’ala prescelta, negli ultimi giorni, il mercato ha tirato fuori dal cilindro il nome di De Paul. L’argentino ha potuto violare il San Paolo per il momentaneo Napoli-Udinese 0-1. Tralasciando la sciagurata transizione negativa del Napoli che ha favorito il temporaneo svantaggio, (Don) Rodrigo ha fisico, duttilità tattica, fiuto del gol e passaggio chiave che definirei cholista. La giocata che si permette è sovente qualitativamente essenziale e rabbiosa.

E’, De Paul, tuttavia un trequartista equilibrista sul filo della cinica ragione, che nel Napoli andrebbe ad agire con profitto nella zona d’influenza d’Insigne o di Callejon. Tant’è vero che già ora, ad Udine, agisce da mezz’ala sebbene in un 352. La prova cioè che egli prediliga gestire i tempi del gioco ma abbia comunque bisogno delle dovute coperture non essendo centrocampista puro. A Napoli faticherebbe in un centrocampo a 3 non coperto da una linea di difesa a 5. Pertanto, in terra campana meglio da ala.

Un suo eventuale acquisto delineerebbe di certo una chiara scelta tecnico-tattica da parte dello Staff dirigenziale azzurro, che però implicherebbe anche una scelta diversa sui terzini. Infatti si è passati dalla permanenza di Hysaj ai sondaggi per Faraoni e Ola Aina, in attesa di un calciatori che soppianti l’ascetico Ghoulam. A dimostrazione di come anche Giuntoli potrebbe concordare sulla deduzione per la quale i dribblatori chiedano un bodyguard difensivo alle loro spalle, mentre i suggeritori chi ha gambe e piedi per capire il loro mondo.

Bologna-Napoli, per gli azzurri segnali dal futuro?

Napoli, segnali dal futuro?

Commentare a caldo lo schizofrenico pareggio degli azzurri al Dall’Ara avrebbe represso il significato che il risultato porta con sé. Bologna-Napoli 1-1, segnale dal futuro? Un X dall’ampio respiro “Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

1. Rino

Il calcio di Rino Gattuso è perfettamente antitetico rispetto al suo modo di stare in campo. Fraseggio insistito e la qualità al potere. Giusto un incontrista per garantire l’agognato equilibrio. La densità tecnica al centro: tre a centrocampo e due rifinitori a piedi invertiti sulle fasce. Questi ultimi, con licenza di stringere al centro e imbeccare la punta che attacca meravigliosamente la profondità. Prima Cutrone, poi Piatek, analfabeti del gioco corale, hanno issato il vecchio cuore rossonero Gattuso ad un 1 punto dalla Champions League, che per il Milan avrebbe voluto dire di questi tempi Scudetto.

L’idea di replicare la sua idea di calcio persiste anche a Napoli. Anzi, presso il golfo il vecchio medianaccio calabrese intravede moltiplicatori di opportunità tattiche e tecniche. Castevolturno, centro sperimentale permanente. L’aspirazione, ad esempio, è portare la linea della difesa partenopea ad un’altezza media ben più alta di quella a cui teneva Romagnoli, Musacchio, Calabria e Ricardo Rodriguez. E già manca, qualcuno sussurra, il libero che sappia guidare la linea sull’uscio del centrocampo, con le dita dei piedi cioè appena sporgenti sulla cima di un dirupo. Manca Albiol… eh già!

I nomi che il mercato propone, come il già acquistato Rrahmani esemplifica, enucleano prototipi di stopper. Non c’è nulla di sconfortante ad immaginare una coppia di marcatori ma il baricentro a quel punto dev’essere basso. In tal modo verrebbe consentito ai Manolas di turno di esaltarsi nel piccolo spazio gladiatorio dell’area di rigore, nella quale i riferimenti dell’uomo e della palla sono più semplici da seguire.

Perciò si è già richiesto a Rino di adattare ben presto i suoi schemi ai calciatori in rosa e non viceversa, salvo ulteriori stravolgimenti di mercato. Di certo, la conferma da una parte di Mertens e la ricerca dall’altra di un calciatore con le caratteristiche Osimhen spiegano peraltro la ricerca da parte del mister di una profondità di campo e di gioco che il belga non può più garantire. La domanda, tuttavia, sorge spontanea: chi arriverà riuscirà a mettere in panchina “Ciro” Dries?

2. L’attacco della profondità

Visto che la domanda da ultimo posta risulterebbe ai più retorica, bisognerebbe domandarsi allora chi sarà deputato ad attaccare la profondità offensiva in questa squadra, stante l’intoccabilità anche di Lorenzo Insigne? Il capitano che inoltre non ricorda propriamente Mané. L’invecchiato Callejon? Beh, la spagnolo ha costruito una carriera sulla scientifica aggressione dello spazio alle spalle della difesa ancorché minuscolo ma anch’egli ormai sulle lunghe distanze ha perso fibra muscolare. José Maria cerca la più tranquilla soluzione della palla sui piedi.

Se Politano è un ibrido che non consiglia per sé altro ruolo se non quello della panchina, si torna al capzioso Lozano. Il messicano snobba il palleggio reiterato e carica a testa bassa. Talvolta si perde in una drastica solitudine, talaltra si ritrova in un’enfasi donchisciottesca. Eppure sembra l’unico in grado di aggredire le difese avversarie in campo aperto; d’inseguire un disipegno chilometrico per alleggerire la pressione avversaria.

Nel frattempo le indiscrezioni avvicinano Callejon al rinnovo. Altre trattative di mercato raccontano invece di un Napoli interessato a calciatori che giocano a destra ma di piede sinistro che vogliono la sfera sovente nel loro possesso. Così ci si domanda chi al fianco d’Insigne e Mertens attaccherà mai la profondità? E perché no Lozano in un ipotetico terzetto offensivo titolare? Osimhen o chi per esso, Politano e un alterego di Lorenzinho un attacco di riserva, dove però l’attacco della profondità verrebbe deputata all’attaccante centrale.

3. Bologna-Napoli 1-1

Il pur inesperto Bologna, infatti, fin quando ha dovuto fronteggiare un Napoli resistibile ma possibilitato grazie al movimento di Politano e Lozano a servirli nello spazio, ha balbettato. Il pressing felsineo, che fa le fusa all’orobico, produceva effetti a singhiozzo. I cervellotici cambi di Gattuso (Insigne per Lozano; Callejon per Politano) hanno però tolto dal match coloro i quali per le ragioni suddette erano stati i migliori della partita.

I tre moschettieri azzurri, nonché anche titolarissimi dell’attacco di lungo corso, con la predisposizione a esarcebare il possesso palla nella propria metà campo, non piazzando alcuno scatto degno di nota alle spalle della retroguardia rossoblu, hanno consegnato il raccolto alle giovani cavalette bolognesi. Le quali con il decorrere del tempo hanno rischiato pure di vincere l’incontro, guidate com’erano dall’ape regina Palacio. 38 anni e ringiovanire all’accorciare di una treccia sempre più corta.

3. Il centrocampo

E quando la pressione in avanti degli avversari è duratura, organizzata, costante; quando la punta centrale non è capace di far salire la squadra o le ali non hanno la benzina per scattare in avanti e costruire linea di passaggio per l’occhio del centrocampista, quest’ultimo si ritrova da solo a giocare all’impiccato. Tra l’incudine e il martello della prima e della seconda linea di pressing.

Una fornace della mediana, che per la pigrizia degli avanti partenopei di preoccupare con movimenti senza palla le retroguardie contrapposte, ha cotto Diego Demme. Il tedesco ultimamente in affanno laddove gli venga richiesto di interpretare la regia di Jorginho. L’ex Lipsia, che in realtà salomonicamente organizza tatticamente, tramite arguta diligenza, l’assedio della porta in cui segnare, è più simile a Fabinho.

Di fronte a cotanta inerzia momentanea, ad un possesso palla così statico e arretrato e forse ad una volontaria remissione dell’attacco alla profondità, Sky rilancia la notizia dell’ascesa di Lobotka per le prossime partite. Presto spiegato: lo slovacco, dotato nel suo condurre le operazioni di dribbling e sterzate, crea immediatamente superiorità numerica in mezzo al campo. Il cooptato di Hamsik, artico nel sangue, aggira personalmente e con poca coscienza la prima pressione avversaria, liberando il campo alla trama partenopea.

Se però la preferenza vira sul regista Stanislas, andrebbe affrontato il discorso della sua compatibilità con la coppia titolare di mezz’ali titolari, Fabian Ruiz e Zielinski. Chi rincorre gli avversari? E, quanto in termini di sviluppo della manovra, Rino pagherebbe dazio preferendo negli 11 titolari un mediano di lotta all’astrale Fabian Ruiz?

Napoli-Bologna sarà finita in pareggio anche per una carenza di motivazioni degli azzurri ma le contraddizioni tattiche resistono. Segnali dal futuro da non sottovalutare.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Milan 2-2, come volevasi dimostrare

Napoli-Milan 2-2

Napoli poco cinico e permeabile. Lo avevamo detto! In Napoli-Milan i rossoneri collezionano un tiro in porta ma due gol. Dicano grazie a Callejon, Maksimovic e Lapenna, cioè ai peggiori in campo.

1. Napoli, non cambi mai

Il calcio post Covid invita i suoi narratori (o sedicenti tali) ad aggiornare il racconto quasi quotidianamente. La vittoria gettata al vento dagli azzurri consta delle sue radici nelle medesime perplessità che, perdonateci l’autoreferenzialità, l’indomani della vittoria in terra genoana questa umile penna aveva segnalato: poco cinismo e permeabilità difensiva.

Il Napoli al cospetto di squadra ben più blasonata del Genoa di Nicola, cioè il Milan, ha sciorinato calcio a svariate latitudini, trovando sfogo tra le linee e sulle fasce con incredibile continuità. Theo Hernandez è stato difensivamente oltremodo sollecitato dal triangolo Di Lorenzo, Fabian Ruiz e Callejon. Kjaer e Romagnoli, nonostante lo stato di grazia, hanno sofferto Mertens come le mani un capitone. Zielinski, trequartista solare, mai eclissato da Kessié e Bennacer, almeno fin quando ha avuto birra in corpo. Un Koulibaly acquatico, molecolare, s’impossessa nella sua vastità del campo, brulicando tra l’erba. Che pare crescere al suo sgroppare.

Eppure la poetica partenopea spesso mutua la pascoliana. Estetica del verso (tecnico-tattico) di un fanciullo. Grandi vette immaginifiche, svisature e colori vividi. Il calcio del Napoli sembra la primavera di un cortile di una Scuola elementare. Poi, il buio, l’inconsistenza che regala a Theo Hernandez un gol sull’unico tiro in porta dei rossoneri. Napoli-Milan finisce in parità per un altro capriccio di Maksimovic, che allunga il piede lì dove la mamma ha detto che il figlio non deve allungare il braccio. Il serbo invita LaPenna a concedere il penalty. Kessié trasforma. Napoli-Milan 2-2 con un unico tiro in porta del Diavolo.

L’adolescenziale gestione dei momenti difensivi del Napoli, che vive anche di alibi fattuali quali il calcio a temperature poco miti e le contestuali troppe partite in pochi giorni, si giustappone all’altra nota sul registro, il poco cinismo dinanzi al portiere avversario. Donnarumma apparentemente insuperabile è stato del tutto graziato dallo scarabocchio tecnico di Callejon ma anche dalla presenza sovente impalpabile degli avanti azzurri. Adagiati quanto basta sulla fedele riproduzione di vecchie melodie proprie o altrui.

Si rischia che al Bar di Mario, compianto oste della canzone “Certe Notti” di Ligabue, l’allegra compagnia che fu di Sarri non si ritrovi più. Il Napoli deve crescere in cattiveria, pur riconoscendogli, come dette un articolo fa, che al momento l’assenza ingiustificata causa mercato di Allan e Milik ha improvvisamente accorciato coperta e soluzioni.

2. José ti lascio perché ti amo troppo

Napoli-Milan, è stato anche esperimento di ciò che sarà il calcio e il Napoli stesso appena rientrati dalle poche vacanze… ma non solo. Perfetta rappresentazione degli azzurri di ieri e di oggi, atavici difetti e superati preggi. La squadra frenata, invece, dalla tensione tra il passato e il futuro. Tale contrapposizione rende tutte le caratteristiche dei singoli calciatori del Napoli non perfettamente compatibili tra loro.

Callejon perno paradigmatico su cui è stata intessuta la tela. Consente a Donnarumma di ben figurare passandogli il pallone tra le braccia da un metro. Perde sul ribaltamento di fronte il terzino sinistro, suo connazionale, consentendo il pareggio del Diavolo. E’ chiaro che Gattuso abbia deciso di puntare per il prossimo anno su Insigne a sinistra e Mertens al centro. Quest’ultimo garantisce ottimo bottino di reti e fa strepitosamente il verso a Firmino. Il capitano di Frattamaggiore rifornisce come una filiera gli altri di assist ma ha giacimento di gol al limite dell’esaurimento.

Entrambi cercano la palla nei piedi arretrando. Quindi serve chi allunghi, oltre all’automa Piotr, le difese avversarie. Serve chi lo faccia però segnando anche i gol, a costo di sacrificare qualche equilibrio difensivo. L’andaluso ad attaccare lo spazio, infatti, resta ancora affidabile ma per carenza di fiato e per carta d’identità sdrucita affanna dietro i terzini avversari e poi inciampa quando è chiamato a timbrare il tabellino della partita.

Napoli-Milan di ieri sera ha rappresentato l’ennesimo e doveroso tributo concesso a Callejon in vista di un saluto che i più ragionevoli dovrebbero però qualificare come opportuno.

3. Gattuso meno lucido del solito

Gattuso non ha convinto nella scelta iniziale di schierare Maksimovic titolare al fianco di Koulibaly. Sebbene il senegalese e il serbo appaiano la coppia di difesa più omogenea, se il merito non è una chimera, Nikola avrebbe dovuto riposare. Peggiore in campo contro il Genoa. E’ in una fase progressiva di calo. Manolas benché non stia impressionando è usato sicuro e al Ferraris rispetto al compagno di reparto aveva conquistato quantomeno una striminzita sufficienza.

Il calo di Makismovic è sicuramente imputabile all’altrettanto crescente innalzamento del baricentro che, però, al momento il Napoli sopporta, non pagandone dazio, solo contro le piccole. Almeno in termini di punti, non di reti subite. La porta del Napoli, tant’è vero, è tornata a risultare facilmente violabile da chiunque.

Poco convincenti i cambi: Zielinski più stanco di Ruiz. Non a caso, il polacco era stato richiamato poco prima del cambio Ruiz-Elmas dallo stesso Rino per poca carica agonistica. Insigne e Mertens non apparivano con la gamba così scarica da abbisognare del cambio, mentre lo sfortunato Callejon solo per quanto combinato avrebbe meritato di guadagnare ben prima la panchina. Soprattutto non si comprende quale sia il senso di puntare per ora su Milik, la cui punizione alle stelle ha sussunto il momento psico-emotivo del ragazzo. Fin quando Llorente, tuttavia, non recupererà dai fastidi muscolari, bisogna accettare lo svogliato Arkadiusz.

4. LaPenna e il Var Rocchi, male

I tifosi del calcio spererebbero di poter tessere le lodi di un ridesto Milan. Esaltarne semmai le imprese o l’abbrivio verso una nuova grandezza. La coppia di telecronisti Sky, Trevisani e Adani, i migliori a mio avviso della rete, hanno portato avanti con il lavoro. I rossoneri descritti dalle loro voci ricordavano vagamente il Bayern Monaco. Il diavolo ha tuttavia impressionato leggermente meno degli attuali bavaresi.

Il Milan, per quanto lo si voglia incensare per ciò che in un imminente futuro potrebbe diventare, a Napoli ha scientemente approntato una partita del genere “Io, speriamo che me la cavo”. Il Prof. Sperelli ha perso un attimo di vista i suoi e così LaPenna ha decretato con rapida perizia, verificata dalla specchiata consulenza di Rocchi, il piccolissimo rigore che poi ha inchiodato Napoli-Milan sul 2-2.

Non così celeri, però, il Var e l’arbitro in campo nel controllare un contatto altrettanto dubbio tra Leao ed Elmas su calcio d’angolo oppure le strattonate di maglia con cui Romagnoli ha omaggiato Koulibaly a più riprese. Il giovane Saelemaekers è sì poi infine stato espulso. Il Milan infatti ha giocato gli ultimi 5′ minuti di tempo un uomo in meno. Peccato che ben 15′ minuti prima Hernandez avesse attentato all’incolumità fisica di Di Lorenzo. Graziato soltanto con un giallo.

Beh, questo non deve sorprendere. Il Napoli, nonostante sia da anni la squadra che più tra tutte occupi la metà campo avversaria e si rechi più spesso in area di rigore, ottiene il minor numero di calci di rigore. Quest’anno Nicchi e Rizzoli hanno esagerato: soltanto 3 rigori concessi al Napoli. Che poi a volte basta la sincerità: il Milan deve andare in Europa League. Gli azzurri in fondo alla competizione europea già erano qualificati. Il favore se chiesto lo avrebbero fatto o forse no…

Massimo Scotto di Santolo