Napoli – Cagliari 2-0: Mazzarri ha ricordato Maginot

Il rientro di Walter Mazzarri nel calcio italiano è risultato fortemente negativo. Un pari e due sconfitte consecutive contro Empoli (scontro salvezza) e Napoli. Gli azzurri in questo momento sono difficilmente fermabili. Tuttavia, la proposta di calcio di Mazzarri è risultata antica e anacronistica. Dieci uomini dietro la linea del pallone anche sotto di due gol. Il Napoli in questa remissività ha consolidato il suo granitico primato di primo in classifica con sei vittorie consecutive.

1. Mazzarri come Maginot

Ormai sono un paio di anni che il Cagliari a fronte di una squadra dal buon valore calcistico lotta per la salvezza della categoria. Troppi i giocatori di prestigio, su cui si fonda la rosa, a fine corsa . Pochi i giovani talenti su cui fare affidamento per accendere il Nos del motore. Stavolta Giulini si è affidato a Mazzarri per tentare una salvezza tranquilla. E chissà se non anche il conseguimento di un centro classifico in terra sarda molto agognato.

Eppure Walter, a Napoli ricordato benissimo per la sua squadra resiliente, ha iniziato male. Un pari in casa di una Lazio in difficoltà e poi due sconfitte consecutive. Entrambe nette, contro l’Empoli in uno scontro salvezza casalingo e una contro il Napoli al Diego Armando Maradona. Quest’ultimo impegno sulla carta di per sé proibitivo.

Pertanto Mazzarri, che ha comunque informato di non aver potuto ancora innestare nella squadra i suoi principi di lavoro, ha badato soltanto a non prendere imbarcate. Le dichiarazioni del post gara in cui, secondo mister Walter, il Cagliari avrebbe fatto bene, rischiato di andare in vantaggio e concesso niente agli azzurri all’infuori dei due gol sono alquanto opinabili.

La tattica cagliaritana di schierare undici uomini costantemente dietro la linea della palla con un denso 352 si è rivelato progetto difensivamente ambizioso ma gracile e anacronistico. Come la linea Maginot. La Francia, ben prima della seconda guerra mondiale, immaginò un progetto militare, che prese il nome del Ministro della guerra di allora (per l’appunto Maginot), allo scopo di rendere invulnerabile da qualsiasi invasione l’entroterra francese.

Dieci anni dopo l’artiglieria e i panzer tedeschi mostreranno all’alba del secondo conflitto mondiale la fragilità del progetto francese suddetto. L’armata di Hitler sfonderà il confine franco tedesco, lungo il quale sorgeva la Maginot, e in pochi mesi prenderà Parigi. Gli storici riconducono le responsabilità di quel fallimento francese tra le altre all’incapacità di ammodernare un progetto divenuto nel frattempo lacunoso e non più al passo con i tempi. E’ parso di soffrire di medesima impotenza il calcio di Mazzarri.

2. Il piano tattico

Come è possibile da notare nell’immagine appena allegata, Mazzarri aveva studiato bene il Napoli. Nel tentativo però di arginarlo tutto, alla fine per il Cagliari la coperta è risultata corta. Gli azzurri nel costruire la manovra tendono a decentrarsi sul lato sinistro del campo per cercare il regista offensivo della squadra, Insigne. Lorenzo, ieri sera, ha raggiunto 400 presenze in maglia azzurra festeggiate con gol su rigore: bravo!

Mazzarri ha provato ad arginare il possesso palla azzurro, che si attiva quando Osimhen perde la profondità d’attaccare, chiedendo a Joao Pedro e Nandez pressione costante su Koulibaly e Mario Rui. Lykogiannis, quinto di centrocampo di sinistra, soffocava Di Lorenzo quando il terzino della nazionale agiva da quarto di difesa. Il greco invece non si alzava mai sul terzino destro azzurro quando quest’ultimo retrocedeva sulla linea di Rrahmani e Koulibaly. Così liberi dal pressing avversario risultavano soltanto Rrahmani e Di Lorenzo.

Rimaneva soltanto la scelta se raddoppiare o meno Osimhen. Al momento Mazzarri ha ritenuto fosse il caso e a posteriori ha fatto bene in un’ottica conservativa del passivo. A quel punto, con il Napoli e Osimhen che non rinunciavano a decentrarsi sulla sinistra e Politano, dall’altra parte, a mantenere l’ampiezza sulla destra… si liberava spazio enorme ed attaccabile tra Godin e Caceres. Che nella foto è segnalato da quadratino.

3. I due gol

Nello spazio evidenziato, dunque, all’inizio del primo tempo la mezz’ala sinistra azzurra Zielinski con un taglio profondissimo, da sinsitra verso destra, ha preso il tempo al suo diretto marcatore, il vertice basso cagliaritano Marin, e recuperato in fondo al campo un bel suggerimento appena lungo del dominante Anguissa. Giusto in tempo il polacco riesce a crossare la palla diretta sul fondo per un Osimhen bruciante. Il nigeriano si smarca dalla doppia marcatura di Godin e Waluckiewicz e deposita il tap in dell’uno a zero.

All’inizio del secondo tempo, altra partenza forte del Napoli. E qui si capisce il perché regalare raddoppiare Osimhen. Sempre nello stesso spazio evidenziato, il 9 partenopeo cerca suggerimento nei piedi e non nello spazio. Il passaggio arriva. Godin è costretto a seguirlo e a perdere l’appoggio del raddoppio. A quel punto il difensore uruguayano e l’attaccante africano ingaggiano un duello corpo a corpo. Finta di Osimhen. Deretano in terra di Godin. Rigore per il Napoli occorso pressoché nella stessa zolla di erba dove Zielinski ha fornito l’assist del vantaggio. Insigne realizza.

Il resto è gestione ed accademia da parte del Napoli, che avrebbe dovuto triplicare e non facendolo forse sporca una prestazione altrimenti perfetta… anche nel riuscire a sfruttare, pur di vincere, spazi e centimetri lasciati a disposizione dagli avversari ad un palmo dalla linea di fondo. Si tratta di speculazione morbosa del dettaglio. A dire il vero è ossessione tecnico-tattica che piace!

Massimo Scotto di Santolo

Sampdoria – Napoli 0-4: Napoli, gimme five

Secondo 0-4 consecutivo. E’ un Napoli imbattuto e scintillante. Trasferte insidiose erano quelle di Udine e Genova ma il Napoli ha maramaldeggiato in casa sia dell’Udinese che della Sampdoria. Quanto il Napoli è forte lo si scoprirà nel momento delle difficoltà. Ad oggi è ingiocabile; ingiocabile il Napoli, perché si esalta non solo nella giocata offensiva ma anche nella capacità di soffrire di fronte alla bravura avversaria.

1. Il primo tempo

Al momento il Napoli è ingiocabile. Quando finirà la striscia di vittorie consecutive, verranno quindi fuori i veri valori di una rosa che al momento schianta chiunque pur avendo una squadra, causa infortuni, ancora al 70%. Tanti gli infortunati.

La Samp, dal canto suo, ha giocato 50 minuti di buona fattura. Sul piano della prestazione la migliore avversaria fino ad ora incontrata dai partenopei. Alla fine del 1T erano i blucerchiati ad avere maggiore possesso palla e più tiri a referto. Ospina severamente impegnato ha fatto grande prestazione trovandosi pronto quando chiamato in causa.

E però D’Aversa per proporre un gioco così intenso e offensivo, la cui esigenza nasce dalla perenne necessità blucerchiata di stanziare nella metà campo avversaria per poter reggere e favorire due attaccanti non contropiedisti e piuttosto anziani come Caputo e Quagliarella, concede spazio alle spalle della linea difensiva.

Così i primi 10 minuti Yoshida si trova in uno contro uno con Osimhen e scopre di praticare sport diverso dal nigeriano. Quest’ultimo prima gli mangia metri in campo aperto ma poi spreca a tu per tu con Audero, poi realizza lo 0-1 sfilando alle spalle del giapponese sulla gittata arcuata di Insigne un tempo destinata a Callejon.

D’Aversa capisce che rischia la goleada – che poi comunque subirà – e mette la copertura preventiva su Osimhen, bloccando il terzino destro doriano in fase di proposta offensiva. Da una sorta di 3412 sampdoriano, poco simmetrico, nascono i pericoli per Ospina e le annesse parate importanti di cui si diceva.

2. La mediana del Napoli

Ma nel miglior momento della doria Redondo, al secolo Fabian Ruiz, trova stile Tiger Woods sull’ennesima transizione offensiva la buca impossibile da raggiungere per Audero. Non si sa come ma con fulminea e cinica bellezza, rafforzata dalla capacità di soffrire e non indebolita dal morire nella stessa, è 0-2!

Dello spagnolo si è detto che fosse inadeguata scelta per sostituire Jorginho. Ora l’italo-brasiliano è ancora di altro livello ma Fabian ha carte in regola per raggiungere quelle vette. All’epoca l’operazione fu lungimirante, meno l’incapacità di lavorare sul giocatore sia di Ancelotti che di Gattuso.

Spalletti in 6 partite ha dimostrato che può giocare in una mediana a 2 ma questo già l’aveva detto Ancelotti – memore del 4231 Spagna u21 campione d’europa in cui Ruiz scherzava con i pari età -. Fabian può giocare sul centro sinistra e non per forza sul centro destra – dove non necessariamente a ragione si vede Fabian stesso -. E può comporre una mediana a 2 se al suo fianco agiscono giocatori come Demme o Zambo in grado di coprire metà globo terrestre con la propria corsa.

Il centrocampista spagnolo ha dimostrato che in situazione di prima impostazione, quando la linea difensiva si dispone a 4, può fare il vertice basso e farlo anche in fase difensiva, durante la quale molto spesso il trequarti Elmas o Zielinski retrocedono sulla linea di Anguissa per formare centrocampo a 3.

Anguissa, accompagnato dalla sindrome del tale e quale a Bakayoko, prestazione su prestazione sta marcando differenza con il francese e nobilitando la campagna acquisti di Giuntoli presente e passata.

Ds fin troppo criticato, che sicuramente ha commesso qualche errore, ma chiamato a gestire un ricambio generazionale già da un po’ sta vedendo germogliare la semina effettuata nelle sessioni di mercato precedenti. E se Anguissa dovesse continuare su questi livelli, Giuntoli si prende la palma di migliore Ds della stagione.

3. Il secondo tempo

La Samp prova anche nel secondo tempo, con volontà, a proseguire sulla scorta del primo. Tuttavia, appena lascia spazio – che copra preventivamente a 3 o a 2 – subisce un gol. Così accade anche nel secondo dove Osimhen a porta vuota deposita in rete un cioccolatino di Lozano. È 0-3!

Il nigeriano è meno forte di Cavani, Higuain e Mertes, se si vuole parlare di genetica del calcio, ma rispetto ai tre fenomeni suddetti è il giocatore che condiziona di più le squadre avversarie. La paura con cui preparano il piano gara o sono costretti a cambiarlo in corso è una cosa che raramente si è vista. Perché poi se le avversarie scelgono di togliere agli azzurri la profondità, si portano in area di rigore: Insigne, Zielinski, Lozano, Politano, Ounas, Elmas e anche potenzialmente l’opzione Petagna.

E chi li tiene 4 a scelta così, per 90 minuti, costantemente a 20-30 mt dalla propria porta? Peraltro 5 mezze punte dotate sia di dribbling che di tiro dalla distanza. E infatti alla quindicesima (?) ripartenza, sempre Lozano appoggia a rimorchio palla scorbutica che il trequarti polacco con la sua immensa classe, di mezzo collo esterno, schiaccia in rete manco fosse Michieletto o la Egonu agli Europei di Volley. È 0-4!

4. Mentalità

E poi infine una menzione per Insigne, che pare abbia trasmesso alla squadra la stessa fame e convinzione che aveva l’Italia di Mancini. Si può vincere a dispetto delle griglie di partenza e dei valori individuali assoluti o delle defezioni.

Sembra proprio che l’Italia per una volta abbia restituito qualcosa al Napoli: il dovere di crederci… Partenope è forte! Poi, un conto, è tenere quel tipo di mentalità per 7 partite, un altro è tenerlo per 38… e quindi calma, molta calma.

Massimo Scotto di Santolo

Udinese – Napoli 0-4: Spalletti e il compromesso storico

Il Napoli brillante, ammirato ad Udine, è frutto di una ricomposizione tattica ed emotiva cesellata da Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo ha unito la fluidità del gioco ancelottiano ad una identità dogmatica sarrista. Ha mantenuto intatti gli spunti positivi di Gattuso e scartato quelli infondati. Nell’eterna lotta tra i presidenzialisti e gli anti aziendalisti ha pacificato le due fazioni stando dalla parte del pubblico in qualità di uomo della società, alla quale ha saputo prestare carezze e schiaffi con parsimoniosa misura ed intensità. Il risultato è un Napoli consapevole delle proprie forze come mai da tre anni e perfetto, fino ad ora, nel suo cammino. La bellezza di tale perfezione consiste, infatti, proprio nell’aver vinto nonostante i difetti e nel voler vivere senza paura della morte.

1. Il lungo inverno

Ora la creatura di Luciano Spalletti, il Napoli stagione ’21/’22, danza sulla bocca di tutti. Stupefacente la vittoria sul campo della gagliarda Udinese ancora imbattuta in questo inizio di campionato. Attacco azzurro mortifero, gestione della partita encomiabile, difesa impenetrabile. Pur tuttavia, questo Napoli è il risultato di un cammino lungo di cui Spalletti sta raccogliendo i frutti.

All’indomani della fine del sarrismo, tre anni è durato il progetto di rinnovamento. E’ che questo percorso fosse giunto a compimento si era capito già nel girone di ritorno della stagione precedente, quando cioè il Napoli collezionò 43 punti. Si stava chiudendo un cerchio che vide l’ultimo Napoli sopra i 40 punti in un singolo girone di campionato, quello dei primi sei mesi di Ancelotti. Ed era ancora un Napoli profondamente sarriano. Il trend già prima dell’arrivo di Spalletti era in silenziosa e crescente ascesa.

2. I meriti temporanei di Spalletti

Spalletti ha avuto allora il merito di sembrare far brillare una bomba inesplosa. Ha conservato il 4231, imposto come nuovo schema da Ancelotti e ripreso riottosamente anche da Gattuso, ma inserendo varianti a seconda dell’avversario: il Napoli sa interpretare anche il 433 (applicato soprattutto in fase difensiva) e il 3421 (applicato soprattutto in fase offensiva). L’impostazione da dietro alterna, in base al pressing avversario, una linea di difesa a 4 più un solo centrocampista in appoggio ai difensori (4+1, utilizzato proprio ieri ad Udine) o una linea di difesa a 3 più due centrocampisti in appoggio (3+2, utilizzato ad es. contro il Leicester).

Il vero capolavoro “spallettiano” però consiste nell’aver cancellato quelle due categorie che albergavano nell’anima della città: i difensori e gli oppositori di De Laurentiis. Con i secondi ad incensare tutti i professionisti che hanno assunto ruolo contrappositivo alla società nella figura del Presidente. Amatissimi per questo motivo prima Sarri e poi Gattuso. Odiato Ancelotti per qualche esternazione aziendalista di troppo. Intanto spariva il campo dietro pessimismi cosmici dettati da faide intestine al tifo napoletano.

Ora, grazie a Spalletti, pare esista solo il Napoli e le sue prestazioni sul campo. Bisognerà testare più avanti, quando arriverà la bufera, se questo centrismo socialista non verrà rinnegato alla ricerca di scorciatoie: attaccare i calciatori per solleticare lo spirito di chi non crede nella professionalità di un gruppo che ha tradito in passato dirigenza, allenatori e tifosi oppure attaccare la società per non aver rinforzato a dovere la rosa.

3. Udinese – Napoli

Nel frattempo, gli azzurri vincono e convincono. E’ difficile riscontrare difetti nella prestazione andata di scena alla Dacia Arena, casa dei fruliani, a parte i primi 5′ di partenza lenta che pur Il Napoli si è concesso. Poi progressivamente ha sciolto i muscoli e dato sfoggio di sé.

L’idea di Spalletti, per venire facilmente a capo dell’enigma difensivo del tecnico avversario Gotti, consisteva nel disporre la linea a quattro di difesa allo scopo di attrarre sui terzini le due mezz’ali del centrocampo a 3 dell’Udinese. Sovente ha avuto effetto la trappola. E spesso, quindi, i partenopei hanno maturato superiorità in mezzo al campo ma soprattutto isolato i due esterni di attacco contro i quinti della difesa a 5 dell’Udinese.

Ed è li che Gotti voleva vincere la partita e invece l’ha persa. Contromovimento d’Insigne che finge di andare incontro a Mario Rui per poi attaccare la profondità. Il portoghese recapita pallone puntuale per il destro d’Insigne, il quale sfodera pallonetto di enorme precisione che consente ad Osimhen di spingere a porta vuota in rete il pallone dello 0-1.

4. La gestione da squadra finalmente ritrovata grande

Il vantaggio consente al Napoli di aspettare un’Udinese non propriamente abituata a fare la partita. Udinese, peraltro, spaventata dallo spazio alle spalle della propria difesa che Osimhen ha imparato ad attaccare con “discreta” cattiveria. Non a caso i bianconeri perdono completamente il filo del discorso. In questa assenza mentale, il Napoli con sconosciuto cinismo piazza due gol su schemi da calcio da fermo, mandando in rete i due difensori centrali (Rrahmani e Koulibaly).

Ritorna il compromesso storico. Non può essere un caso che dopo tre anni dall’addio di Sarri tornano schemi e geometrie in concomitanza con il rientro di Calzona. Calzona, detto Ciccio, storico vice di Sarri. Molto poco glamour per Londra, Torino e Roma ha portato conoscenze dentro lo staff di Spalletti dopo la pessima esperienza a Cagliari sotto la guida di Di Francesco.

4. Quali differenze con il Napoli del passato?

E però Spalletti è tecnico in grado di affrancarsi da copie carbone ed etichette. Lozano non lo snatura ma se c’è bisogno gioca a sinistra, dove il messicano non gradisce giocare. Hirving segna il quarto gol ed è bellissimo. Così come il Napoli di Spalletti, quasi quanto quello di Sarri ma non per le varianti che per ora ha mostrato.

Questo merito anche di Giuntoli, al cui lavoro il riconoscimento lo fornisce Gotti. Ad oggi, il tecnico dell’Udinese dichiara, è impossibile scegliere come affrontare il Napoli. Ha caratteristiche per le quali sia la difesa bassa che quella alta rappresentano in presenza di Osimhen enigmi decifrabili per la compagine azzurra. Mertens, da questo punto di vista, concedeva più scelta agli avversari sarristi su come preparare la partita. Eppure lo spunto muscolare del belga, all’epoca ancora esplosivo, ha rabberciato tante potenziali lacune.

Quindi, Spalletti pare voglia fondare un Napoli sarrista nel cuore ma ancelottiano nella mente. E con Carlo condivide il feticismo per la fisicità, in virtù della quale è stato assunto il per ora dominante Anguissa; per le varianti tattiche di cui si è detto e per Fabian possibile regista.

5. Spalletti e il compromesso storico

Gattuso aveva raccontato che lo spagnolo davanti alla difesa non poteva giocarci. Ci fu un tripudio generale su quest’affermazione, visto che il maldestro Ancelotti lì insieme ad Allan lo proponeva tra il brusio borbottante di una platea scontenta. Spalletti inizialmente si è fidato di tale convinzione e con Lobotka faceva scivolare Ruiz tra terzino e ala destra. Poi l’infortunio dello slovacco ha aperto le porte della sperimentazione. E Luciano ha compreso che con organizzazione e compagni complementari anche Fabian può dettare tempi e coperture davanti ai due centrali di difesa.

Mentre Spalletti ha ritenuto intoccabile l’intuizione di Gattuso nello schierare Zielinski trequartista. Visione sfuggita sia a Sarri che ad Ancelotti. Eppure non ha svilito, come fatto da Rino, il ruolo di Elmas a ragazzo della primavera aggregato alla prima squadra. E nemmeno confermato la maldicenza, rispetto alla precedente gestione tecnica, che Lobotka non fosse abbastanza professionale e forte per giocare in serie A.

Sembra la sfortunata epopea del compromesso storico teorizzato da Moro e Berlinguer: l’idea di creare, attraverso una posizione temperata, un accordo nell’interesse di tutti. I due leader politici agli antipodi volevano restituire agli italiani un nuovo miracolo economico sostenibile ed etico fondato su principi progressisti comunemente condivisi. Spalletti, invece, vuole ricostituire il diritto di sognare smarrito dai tifosi partenopei. Lo fa agendo, momentaneamente in modo ottimale, da eroe di mondi provenienti dal passato e tra loro fino ad ora scollati. Si spera non intervenga alcun fattore esterno a turbare un equilibrio centrista ma non compromettente.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Juventus 2-1: nessun rimpianto, nessun dolore

Al Diego Armando Maradona di Napoli andava in scena un grande classico del calcio italiano: Napoli contro Juventus. Sud contro Nord. Mai come questa volta, per una serie di contingenze, il Napoli affrontava la sfida oggettivamente da favorito. Luciano Spalletti in conferenza pre partita rigettava abilmente il ruolo del più forte. Molto più importante esserne consapevole e recitarlo nei fatti che nelle parole. Il risultato finale traccia il momentaneo quadro: il Napoli otto punti più forte della Juventus… ma è lunga, ancora lunga.

1. Vecchi fantasmi

Alle 18.00 del Sabato sera è andata in scena al Diego Armando Maradona di Napoli il famigerato vis à vis politico, sociale e sportivo tra Napoli e Juventus. Gli azzurri arrivavano allo scontro diretto da favoriti. Spalletti giustamente rifiutava in conferenza pre partita il ruolo di più forte, poi dimostrato sul campo ma soltanto nel Secondo Tempo.

Infatti, durante l’arco dei primi 45 minuti, il Napoli ha rivisto tutti i vecchi fantasmi che hanno animato le sfide partenopee contro i bianconeri. Dopo un inizio incoraggiante in cui nei primi 5 minuti il Napoli avrebbe avuto l’occasione di segnare il vantaggio al cospetto di una difesa juventina inopinatamente alta e disorganizzata, Manolas ha perso lucidità e attenzione subendo scippo del pallone da Morata. Lo spagnolo così si è potuto involare in solitaria verso la porta azzurra, mal difesa per posizionamento errato da Ospina, e segnare il vantaggio inaspettato della Juventus.

Il Napoli s’irrigidisce, subisce il contraccolpo psicologico dello svantaggio ma anche l’efficacia del piano tattico difensivo e di rimessa di Allegri. Il giro palla partenopeo è lento. La Juventus, con il suo 442 attendista, scivola meravigliosamente sulle fasce impedendo ad Insigne e Politano, eccessivamente prevedibili nel rientrare sul piede forte, di fare la differenza. Colpevole Politano di non puntare e saltare mai il terzino sinistro avversario, Luca Pellegrini, al rientro dopo 6 mesi d’inattività e al 50′ già colpito da crampi.

2. Il Napoli resta vivo

Anche l’uscita palla della Juventus inizialmente convinceva. Si è cercato ripetutamente Bernardeschi per imbeccare la mezz’ala a stelle strisce, Mckennie, molto spesso puntuale tempista nell’attaccare le spalle di Elmas. Impaurito, Spalletti, da questi inserimenti da tergo abbassa il macedone dal ruolo di trequartista a quello di mezz’ala.

Il Napoli chiude il Primo tempo attaccando un 4231 abbastanza ingessato e difendendo 433. Il risultato che ne è conseguito ha comportato una Juventus che per alcuni tratti della prima frazione di gioco ha comandato il filo del discorso. Locatelli, infatti, è risultato libero di agire nella perpendicolare che univa il vertice basso Ruiz a quello alto Osimhen. Dettava tempi e uscite. Trovava, l’ex Sassuolo, infine Kulusevsky alle spalle di Anguissa, mai preso in tempo da Ruiz, come detto, in fase difensiva mediano metodista.

Nonostante il grande sfoggio di cultura tattica compiuto da Allegri, che consolidava la sensazione d’inoffensività del Napoli togliendo completamente la profondità ad Osimhen, la Juventus non raddoppia, neanche prova a farlo. Sicuramente l’assenza di grandi campioni e dell’enclave sudamericana ha inciso sull’istinto killer juventino.

3. Nessun rimpianto, nessun dolore

Il Napoli ha iniziato a costruire la sua vittoria non cedendo alla fretta di trovare immediatamente il pareggio. Il non forzare le giocate e scoprire il fianco ai contropiedi già durante la prima parte della partita ha consentito agli azzurri di rimanere in partita, andare negli spogliatoi per ragionare su come scardinare il muro eretto da Allegri.

Spalletti nel ventre del Maradona riscopre Ounas e rispolvera il 3421 che tante gioie gli ha dato a Roma. In fase difensiva il Napoli si adagia su un 442 che però quando la squadra entra in fase di possesso della palla diventa 3421. Ounas e Politano sulla destra, Insigne e Mario Rui sulla sinistra. Saltano i raddoppi bianconeri. Conseguenza? Dominio del campo partenopeo. Ruiz dall’ombra del primo tempo trova la luce di una regia illuminata nei secondi 45 minuti. Anguissa gli presiede con muscoli e corsa i fianchi.

Il dominio napoletano non si è mai tradotto in grandi occasioni ma il portiere polacco juventino, Sczeszny, colpito da un’acuta “paperite” d’inizio stagione ne combina una delle sue. Perde la maniglia di una sfera calciata innocuamente da Insigne e consente a Politano il tap in vincente. All’85esimo, quando Napoli e Juventus si affrontano, è zona Koulibaly. Il difensore senegalese in zona cesarini ancora una volta diventa protagonista: sfonda la rete su azione da calcio d’angolo, approfittando di una palla lasciata senza padroni a ballare sulla linea della porta.

E’ 2-1 per il Napoli! La Juventus non ha più energie e qualità per organizzare un assedio finale e alza bandiera bianca. Il Napoli si concede un dolce weekend, tirando un grosso sospiro di sollievo: non battere una Juventus così spuntata, incerottata, indebitata… avrebbe potuto rappresentare rimorso difficile da dimenticare.

Massimo Scotto di Santolo

Genoa – Napoli 1-2: prima la vittoria e poi Anguissa

Il Napoli si presentava a Marassi per sfidare i rossoblu di Ballardini con tre assenze pesanti: Zielinski, Osimhen e Demme. Il Genoa peraltro si mostrava avversario molto gagliardo per riscattare la brutta sconfitta rimediata in casa dell’Inter. Alla fine Spalletti usufruendo delle uniche due risorse in panchina, Ounas e Petagna, riusciva a vincere un match che sembrava ormai condannato al pareggio. In regalo dalla società la squadra ha ricevuto un centrocampista: Zambo Anguissa, prelevato in prestito oneroso (500 mila euro) con diritto di riscatto in favore del Napoli, il quale contribuerà all’ingaggio del camerunense soltanto al 50%.

1. La squalifica di Osimhen

La trasferta di Marassi immediatamente appariva un bel grattacapo per una serie di circostanze svantaggiose. Il rosso rimediato da Osimhen contro il Venezia costringeva la squadra a pensare un calcio diverso, più cervellotico e sacrificato, dove ognuno dei titolari avrebbe dovuto aumentare la sua verve offensiva e il suo impegno difensivo.

Osimhen con la sua corsa da duecentista diventa un’arma difensiva eccezionale, portando un pressing eccezionale che sgrava i compagni di qualche km da percorrere. E poi dà la soluzione, il nigeriano, della palla lunga non necessariamente precisa dalla quale grazie al suo fisico e alla sua velocità genera contropiedi e occasioni da gol.

2. Insigne falso 9

Il sostituto di Victor, scelto da luciano, è stato individuato nel capitano Lorenzo Insigne, così come nei 70 minuti d’inferiorità numerica contro il Venezia. Insigne però, alla stregua di quanto mostrato in nazionale, non sembra in questo ruolo sentirsi pienamente a suo agio. Ha qualche spunto veramente interessante tagliando alle spalle del difensore centrale di parte secondo dettami zemaniani.

Quando la partita ha richiesto il suo appoggio per sviluppare una manovra palleggiata, la sua incapacità di giocare spalla alla porta e di saper difendere di schiena al difensore la palla ha contribuito alla sofferenza azzurra anche sul piano del gioco.

Infatti, appena il talento di Frattamaggiore è riuscito a decentrarsi sulla sinistra, scambiandosi il ruolo con Lozano, il Napoli ha siglato il vantaggio.

Insigne dal centrosinistra sventaglia per il versante opposto trovando libero Politano. La difesa del Genoa era completamente spostata sul centrosinistra per seguire i movimenti in quella zona di campo di Lozano ed Elmas. Politano stoppa ottimamente e poi serve Fabian Ruiz. Gran finta dello spagnolo che manda al bar l’accorrente Badelij e poi trafigge, con un lento ma preciso tiro a giro all’angolino basso, il fianco sinistro di Sirigu.

Fabian Ruiz come Lozano molto pericolosi in fase offensiva ma fortemente avulsi dal gioco di squadra, incapaci così di contribuire con precisione allo sviluppo della manovra e degnamente alla fase difensiva. Il ritardo di condizione per entrambi sta incidendo gravemente.

3. Il pari del Genoa

Il pareggio del Genoa nasce da una serie di concause di cui il Napoli è sfortunato protagonista. Il centrocampo composto da Lobotka, Ruiz ed Elmas a buoni livelli di A non può reggere più di un’ora. E’ lapalissiano come al Napoli manca un centrocampista che irrobustisca la fase di recupero palla.

Anguissa, che pare essere anche un buon sostegno alla manovra offensiva (in Premier con indosso la maglia del Fulham è risultato terzo per dribbling riusciti), ha le caratteristiche ricercate. Gran fisico (185 cm) che però non inficia un dinamismo notevole. Avrà il compito, Anguissa, di fungere sia da mezz’ala incontrista (es. Allan) che da mediano al fianco di Demme o Lobotka. Il compito, in questo secondo caso, è dare profondità alla prima costruzione e portare sù il pressing (es. Kessiè).

Nel frattempo si segnala tra i mediani azzurri Lobotka. Lo slovacco autentico oggetto del mistero un anno fa sta approfittando di una parvenza di continuità per dimostrare le sue doti di regista. Grande intelligenza tattica che lo rende molto più appariscente in fase difensiva che offensiva. In quest’ultima non è dotato né di grande tecnica che di grande visione di gioco. Ciò non indebolisce un ordine di smistamento del pallone che sembra appartenergli naturalmente.

4. Il pari del Genoa

E infatti la debolezza del centrocampo napoletano progressivamente consegna ai rossoblù il pallino del gioco e conseguentemente attribuisce ai ragazzi di Ballardini coraggio. L’entusiasmo genoano è divampato però al ricorrere di due papere indolori di Meret.

Il portiere friulano si è lasciato sfuggire in presa aerea per due volte il pallone. La seconda volta, tuttavia, Meret perdendo la maniglia della sfera regala all’attaccante del Genoa un tiro a porta vuota. E’ un pareggio momentaneo, perchè il Var annulla per carica al portiere. Giudicato da Di Bello falloso il contatto che Buksa, puntero dei grifone, cerca con Meret.

Alla fine, il Genoa trova comunque il pareggio anche se Manolas e Koulibaly si segnalano per la strenua difesa dei pali adoperata. Mario Rui perde un pallone in uscita. Il Genoa approfitta del suo ritardo in copertura per rifornire Ghiglione, il quale scaraventa uno spiovente sul lato opposto dell’area, dove Di Lorenzo dimentica la marcatura dell’ottimo Cambiaso regalando a lui il gol in modo molto similare a quanto concesso a Shaw nella finale degli Europei.

5. I cambi alla fine decisivi

Spalletti non si demoralizza al pari del Genoa. Era nell’aria e forse preventivabile già alla vigilia il subire almeno un gol. Così schiera prima Ounas e poi Petagna. Il primo vive uno stato di forma straordinario: va al doppio degli altri mantenendo una tecnica in velocità che ricorda il Boga ipervalutato del Sassuolo di De Zerbi.

Nonostante giocate d’applauso e la sensazione che il franco algerino possa deciderla da solo la partita, il suo impiego resta glassa sopra la torta. Quest’ultima architetta e fatta lievitare dal bulldozer Petagna.

Il miglior attaccante di scorta del campionato. Sul procinto di andare via destinazione Sampdoria, anche se trapelano ripensamenti e revirement. Il Napoli farebbe bene a tenerselo, proprio come ha fatto con Ounas. Osimhen andrà in coppa d’africa e Mertens è sul viale del tramonto. Serve una soluzione emergenziale, la quale appartiene endemicamente a Petagna che però legittimamente vorrebbe andare a giocare le sue chances da titolare.

Il bulldozer, dopo aver rassicurato Spalletti nel pre partita sulla sua professionalità benché le voci di mercato impazzassero, entra, spizza sul primo palo un cross proveniente da sinistra di Mario Rui e segna il gol partita, poi strizza quelli che sono divenuti più poeticamente le “huevas” e si scaglia contro il plexiglass in cerca di un impossibile abbraccio del popolo partenopeo sugli spalti.

6. Mario Rui il rissoso

Il gol di Petagna restituisce serenità all’ambiente. Non a caso il Napoli conduce senza patemi la partita, fino al triplice fischio, in vantaggio. L’unico irrequieto è Mario Rui, il quale prima litiga con gli avversari, poi con l’arbitro e infine con Manolas che lo invitava alla calma.

Già ammonito per proteste, il portoghese costringe Spalletti a far esordire J. Jesus al suo posto e a panchinarlo.

E il mercato del Napoli non raggiunge la sufficienza proprio perché per l’ennesima stagione, la quinta consecutiva, l’area tecnica non ha fornito un competitor del ruolo a Mario Rui puntando ancora su un giocatore malmesso e sovente infortunato come Ghoulam. Il terzino algerino, assistito da anni da Mendes, probabilmente ha puntato sulla procura di quest’ultimo per ottenere una indebita permanenza a discapito del culb partenopeo.

Peccato, un terzino sinistro titolare avrebbe trasformato il Napoli in un team molto più competitivo che per il 4 posto: l’obiettivo fissato da De Laurentiis.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Venezia 2-0: tifare il Napoli affatica

Tifare il Napoli affatica: agli azzurri spettava un esordio di campionato comodo e casalingo contro il neopromosso lagunare Venezia. Eppure non è bastato nemmeno il pubblico di nuovo al suo posto, sugli spalti, per rendere facile la pratica. L’intemperanza comportamentale di Osimhen, punita severamente dall’arbitro Aureliano, costringe il Napoli a 70 minuti in inferiorità numerica; durante i quali, tuttavia, i partenopei gestiscono il match con grande tranquillità fino a vincerla senza particolari affanni.

1. Lo schiaffo incriminato

Spalletti per l’esordio allo Stadio Diego Maradona, nuovamente popolato dal pubblico, sceglie una formazione obbligata viste le assenze per infortunio e i buchi di rosa ancora da colmare. Molti occhi su Osimhen, il giovane attaccante nigeriano sembrerebbe rappresentare la chiave di volta del Napoli per tornare in Champions.

Il suo pressing forsennato produce sin da subito applausi e occasioni da gol. Il povero portiere veneziano, Moenppa, pare esser finito in una serata da incubo. E invece il nigeriano all’ennesima provocazione di un difensore della serie A casca nella più classica delle reazioni. Vola uno schiaffo direzione Veneto, ma l’intensità è veramente bassa mentre l’intezionalità di colpire l’avversario si confonde con il tentativo di Osimhen di liberarsi dalla marcatura. Aureliano, in ogni caso, estrae il rosso per il 9 del Napoli. E’ già partita in salita. Il pubblico come la squadra non demorde.

La pendenza sembra irripidirsi ancor di più quando sul finire del 1 tempo il Napoli è costretto a sostituire anche Zielinski per infortunio muscolare. Al suo posto entra il poi decisivo Elmas. Gli azzurri però scelgono di andare con il pilota automatico fino all’intervallo conservando lo 0-0. Ci vogliono parlare sù tra le mura amiche dello spogliatoio.

2. La impeccabile seconda frazione di gioco del Napoli

La seconda frazione di gioco rappresenta un trattato di controllo calcistico. Il Napoli si difende con ordine e non dà mai la sensazione di poter subire l’inferiorità numerica. Si procura due rigori grazie alla spinta dei due terzini. Insigne, tiratore di entrambi i penalty, dall’alto della sua grande personalità, che lo ha reso campione d’europa in maglia Italia, sbaglia il primo ma realizza il secondo. E’ di nuovo festa al Diego Maradona di Napoli.

Elmas, al momento il miglior centrocampista a disposizione di Spalletti, dopo aver dispensato energia e vitalità sulla fascia, sfrutta una scorribanda del subentrato Lozano per chiudere la partita con un fendente sul primo palo che coglie in controtempo il portiere del Venezia. Il Napoli vince ma le circostanze impediscono di poter dire che convince. Dal canto suo, Zanetti, allenatore dei Veneti, si è domandato, come tutti noi del resto, circa il perché la sua squadra abbia scelto l’attendismo speculativo per tutta la partita nonostante gli episodi avessero spianato loro un’autostrada di coraggio ed entusiasmo.

3. I giocatori partenopei

A differenza dei calciatori lagunari spariti sotto il rinculo della propria timidezza, molti partenopei sono riusciti a mettersi in mostra: oltre alla già citata prestazione di encomiabile leadership del capitano Lorenzo il magnifico, Koulibaly ha collezionato almeno due chiusure da pallone d’oro. Migliore in campo il senegalese per concentrazione e impostazione (è stato il vero regista dei partenopei).

Inoltre, menzionabili i 20 minuti di Gaetano, che hanno impressionato per agonismo e concentrazione in una posizione che il talento di Cimitile racconta non essere la sua, quella di regista davanti la difesa. Ambisce alla posizione di trequartista di cui però non sembra avere le necessarie doti di sveltezza.

Ancora: Meret finalmente protagonista di due uscite autorevoli a dare sicurezza al reparto. Di Lorenzo ha mantenuto, invece, la verve europea in virtù della quale si è intestardito nel volersi procurare il secondo calcio di rigore salvando il Napoli da uno 0-0 progressivamente sempre più pericoloso.

E infine meritevole, dopo tante sventure, di citazione Lobotka. Quest’ultimo si è fatto molto gradire in fase interdittiva mentre ha mancato di esuberanza in quella propositiva. Troppe volte ha accettato passivamente la gabbia del pressing centrale avversario.

4. Un capitolo a parte: Elmas

Su Elmas va aggiunta un ulteriore paragrafo a parte: molti parlano non in modo peregrino della sua difficile collocazione tattica. La resa del macedone, nelle due stagioni precedenti, è stata inficiata dalla fiducia che i tecnici durante la stagione gli hanno tolto fino a renderlo evanescente.

Infatti, sia alla prima esperienza napoletana sotto la guida ancelottiana che alla seconda alle dipendenze di Gattuso, Elijf ha avuto ottime partenze facendo presagire exploit poi risultati disinnescati.

E a volerla dire tutta anche a questo giro, per chi ha visto le amichevoli di precampionato, il diamante è risultato il centrocampista più in forma. Pur tuttavia, Spalletti – che pure a suo dire lo ritiene fortissimo in quanto ritiene che la multidimensionalità di Elmas non lo regredirebbe in apolide bensì lo eleverebbe ad eclettico istrione – gli ha preferito Fabian (in evidente ritardo di condizione).

Questo ha di sicuro compassato la manovra del Napoli nel primo tempo al netto dell’espulsione di Osimhen e dell’infortunio di Zielinski. Ha prodotto però la possibilità di girare in modo esplosivo, nella seconda parte di gara, l’esito dell’incontro proprio grazie al programmato inserimento del macedone.

La straripanza atletica di una mezz’ala, quale Elmas, con i piedi del trequarti, le frequenze atletiche dell’ala e l’orgoglio cocciuto di un incontrista hanno consentito di riempire la partita di tutti quei dettagli intrisi di lotta e caparbietà che hanno poi permesso al Napoli di prendersi i suoi primi 3 punti del campionato 2021/2022.

Massimo Scotto di Santolo

Italia – Inghilterra 1-1 (3-2 r.): l’Italia è campione d’Europa

L’Italia del calcio vince per la seconda volta nella sua storia il massimo trofeo iridato continentale per Nazioni. E’ una vittoria insperata ma meritata sul piano calcistico. Gli azzurri hanno giocato il miglior calcio (strano a dirsi) e battuto un’Inghilterra più forte che con il più classico dei suoi storici harakiri ha trovato la strada per perdere in casa un Europeo già ad un passo dalle mani della Regina e di Kane.

1. Il primo tempo

L’Italia arrivava alla sfida di Wembley da sfavorita, con il sentore diffuso che alla chiamata di Londra l’Italia avesse risposto con due finali (quella di Berrettini a Wimbledon e dell’Italia a Wembley) entrambe difficilmente vincibili. E infatti uno stoico Matteo si arrende al probabile tennista più vincente della storia: Novak Djokovic. Inoltre, pronti via, appena cantati gli inni, l’Italia del calcio è già sotto 1-0 contro l’Inghilterra.

Gli azzurri intorno alla fine del primo minuto di gioco pressano male in avanti. L’inghilterra trova una uscita palla pulita sul centro sinistra del campo. Il 3421 proposto da Southgate, per trovare ripartenze mortifere alla stregua del Belgio di Martinez, consente di trovare subito l’ampiezza sul quinto di destra, ossia Trippier. Il terzino inglese in forza all’Atletico Madrid crossa come d’uopo sull’altro quinto di centrocampo, quello di sinistra, Luke Shaw, il quale approfittando di una lettura tattica errata di Di Lorenzo scarica al volo un fendente mancino che fulmina Donnarumma sul primo palo.

L’Inghilterra, sull’onda dell’entusiasmo del gol immediatamente subito, riesce a controllare il gioco con faciltà. L’Italia è offensivamente sterile causa un Immobile giunto a completa consuzione dopo la buona partenza agli Europei. Ciro il grande non tiene botta contro Stones e Maguire. I terzini azzurri sono tenuti bassi dai quinti inglesi. L’Inghilterra è padrona del campo e svernicia il tricolore ogni qualvolta i ragazzi del Mancio provano a ripartire, essendo gli italiani atleticamente e strutturalmente inadeguati a farlo. Basti per tutti il mismatch per centrimetri e corsa tra Insigne e Walker.

2. Il Secondo tempo

L’Inghilterra non riuscendo a chiudere la pratica nel primo tempo ed essendo dotata, a differenza dell’Italia, di grandi contropiedisti preferisce affidare il possesso palla all’Italia e stagnare nella propria metà campo. La difesa dell’area di rigore, affidata d’altronde alla massiccia fisicità anglosassone, presuppone l’incapacità italica di abbattere il suddetto muro. Il contropiede è invece consegnato dal ct inglese ai furetti che animano le fasce.

Tuttavia, la consegna della sfera agli azzurri da parte dei padrone di casa si configura come opzione strategica non reddittizia. Anche grazie al fine cervello di Jorginho Frello, l’Italia macina passaggi, acquista convinzione e produce occasioni da gol. E i leoni d’oltremanica progressivamente si rimpiccioliscono in gatti spaventati, sempre più rintanati ad un palmo dal verboso e rissoso Pickford. Si consegnano al destino, quello degli inglesi, che alla fine con addosso la maglia della nazionale trovano il modo di perdere la partita.

Calcio d’angolo: l’Italia è nettamente più bassa ma il cross è tirato bene, teso. La spizzata sul primo palo di Cristante, entrato per compensare la mancanza di fisicità degli azzurri, muore nell’area piccola senza dare tempo al portiere anglosassone d’intervenire. Chiellini crea scompiglio facendo saltare la marcatura che Stones gli riservava. Quindi, sulla palla vagante si avventa Verratti che offrendo in sacrificio la sua tempia incoccia il pallone e la testa del più maestoso Philipps ma sull’incocciata ravvicinata del pescarese Pickford compie un miracolo e devìa la palla sul palo. Quest’ultimo però, a mo’ di flipper, riporta la sfera al centro della contesa dove si avventa il mai simpatico Bonucci per siglare l’1-1.

3. I supplementari e rigori

Ora gli azzurri diventano, dopo il pari, l’unica squadra in campo. Accarezzano l’idea svariate volte di un forcing arrembante rimasto però tale, una ipotesi. Alla fine coscienziosamente entrambe le squadra addivengono da due premesse diverse allo stesso risultato… i rigori: l’Italia, da un lato, impaurita dalla devastante capacità di ribaltare il fronte degli inglesi in virtù anche di una panchina dal talento sterminato a disposizione di Southgate; dall’altro, i britannici tatticamente impreparati a reagire alla fitta trama di gioco degli azzurri a cui loro stessi hanno pemesso di entrare in ritmo.

La lotteria dei rigori, occorsa sotto la curva degli inglesi, è un trattato di antropologia. L’esperienza conta eccome. L’Italia non esegue una cinquina perfetta. Sbagliano lo spaurito Belotti e l’impallidito Jorginho. Quest’ultimo, peraltro, il decisivo. Avesse segnato era già vittoria. Ma dopo il maldestro penalty tirato dal maestro italo-brasiliano, l’esterno gunners Boukayo Saka, come gli altrettanti ventenni Rashford e Sancho, sbaglia il terzo rigore per l’Inghilterra. Il secondo dei tre sui quali Donnarumma, fresco acquisto del Psg, mette i guantoni, regalando alla sua Nazione il titolo di campioni d’Europa e a sé stesso il premio di miglior giocatore del torneo.

Southgate perde ancora una volta in casa ai rigori. Nel 1996 sbagliò da giocatore il rigore decisivo in semifinale contro la Germania agli Europei che anche in quell’occasione l’Inghilterra ebbe l’opportunità di giocare di fronte al suo pubblico. Ieri sera, da allenatore, ha perso anche l’occasione di riportare un trofeo per Nazioni dopo il mondiale casalingo del 1966. Unica finale peraltro giocata dall’Inghilterra in una competizione per Nazioni.

4. L’Italnapoli

Continua la fase dell’Italia nel nuovo millennio: dipendere dai calciatori campani. Una schiera nutrita a questo europeo ha partecipato alla spedizione. Come nel 2006, alla stregua di Fabio Cannavaro, un altro campano – per l’appunto Donnarumma – si prende la scena e l’appellativo di fuoriclasse. Curioso che nell’ultimo europeo vinto dall’Italia, quello dell’evocativo anno del 1968, fossero anche in quell’occasione due i giocatori del Napoli in campo: all’epoca Zoff e Iuliano, stavolta Insigne e Di Lorenzo. Fosse stato convocato Politano al posto dell’immeritevole Bernardeschi, il Napoli sarebbe stata la società più rappresentata dall’Italia campione d’Europa. Così è solo seconda al pari di altri club come ad esempio il Sassuolo.

4. Il senso della vittoria

Il movimento calcistico italiano ora ha una grande occasione, stante l’impossibilità di colmare nell’immediato il gap infrastrutturale ed economico con altri campionati, quello di offrire alla platea dei propri tifosi un calcio eticamente pulito e tatticamente oltre che tecnicamente piacevole, all’insegna dell’estetica che non disdegna il conseguimento del risultato.

Cioè i capisaldi di cui l’accoppiata doriana Mancini – Viali si sono fatti portatori a Coverciano e che sono valsi un titolo che mancava da circa 50 anni. Il loro abbraccio a fine partite, tra le lacrime di entrambi, ha portato stile macchina del tempo un paio di generazioni indietro alla gioventù e acceso un interrogativo al telespettatore sul senso della vittoria e della vita.

Così non fosse, il successo impossibile dell’Italia a Wembley si rivelerebbe un racconto pretestuoso: ossia, sin dall’inizio, trovare la panacea del bel gioco per lenire una possibile prematura sconfitta. Una Italia poco talentuosa ma bella da vedersi. Applausi comunque. Applausi mai riconosciuti, invece, a chi in Italia ha provato a fare lo stesso tipo di calcio del Mancio perdendo nel rush finale scudetto o coppe.

Questa volte però la sorte ha coniugato il risultato col bel gioco. Chi lo dirà ai detrattori dei mister dal calcio piacevole e organizzato, come Zeman e Sarri, – al cui ultimo Mancini si è ispirato – che è possibile giocare anche in Italia in modo internazionale e divertente?

Gravina e i dirigenti della Lega di A hanno il dovere di restituire al calcio italiano il senso dell’abbraccio tra Mancini e Vialli, il senso del calcio. Ritrovato una estate durante una notte magica.

Massimo Scotto di Santolo

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

17.05.1989: Il Napoli vince la Coppa Uefa

In seguito ad una cavalcata che vide la squadra di Ottavio Bianchi battere squadre del calibro di Juventus e Bayern Monaco, il Napoli vinse la sua prima ed unica Coppa Uefa. La sfida che ebbe luogo su due partite, l’una al San Paolo di Napoli e l’altra al Neckarstadion di Stoccarda, vide trionfare i partenopei. Il parziale dell’andata fu 2-1 per il Napoli. Quello del ritorno in terra tedesca un rocambolesco 3-3.

1. La catarsi

Fu catarsi. Affrancamento internazionale dopo quello nazionale. Una fiumana di azzurro che seguì la musa Maradona fino in Germania. Ai pellegrini si affiancorono gli esuli partenopei, emigrati in cerca di fortuna presso le fabbriche tedesche.

2. Il gol di Alemao

E poi al 2-1 dell’andata al San Paolo si aggiunse la rete in trasferta di Alemao; la cui corsa infinita a depositare pallone e liberazione nella porta dello Stoccarda mutò in leggenda grazie alla cortese voce di Bruno Pizzul, che raccontò di quella sgroppata lunga e affusolata l’ineluttabilità.

Klinsmann, giovane attaccante tedesco e protagonista l’anno dopo in Italia con la maglia dell’Inter teutonica del Trap, accorciò temporaneamente risultato e fiato dei partenopei. Fu in un attimo ancora 3-2 per il Napoli.

2. Il gol di Ferrara

Si aggiunse a quest’ultimo parziale la segnatura di Ciro Ferrara, il quale di collo trasformò in rete uno degli assist più intuitivi della storia di calcio. Maradona che non solo rifornì dunque di testa dall’altezza di un calcio d’angolo corto Ciro lo scugnizzo,a cui dedicherà la vittoria finale, ma anche Antonio Careca.

3. Il gol di Careca

Sul 4-2 momentaneo per il Napoli, il brasiliano infatti, alla vigilia pesantemente febbricitante, seguì un contropiede lanciato da Diego per poi concludere l’azione con un tocco sotto leggiadro e soave a scavare via paure e sconfitte.

E poi la genuflessione e l’invocazione del carioca… “Diegooo”. Maradona, paterno, che corre ad abbracciarlo in terra. Gli aveva chiesto, el Diez, di giocare nonostante la febbre. Aveva avuto ragione lui. Uno sforzo che Careca ringrazierà sempre di aver fatto.

4. La festa!

E quando il 3-1 rifilato a domicilio allo Stoccarda sembrava aver concluso il discorso, prima Gaudino, proprio un figlio della Campania emigrante, e poi Schmaler su retropassaggio errato di un altro campano, Nando De Napoli, agguantarono seppur tardivamente il pari per i tedeschi.

Restava nel frattempo soltanto il tempo però di un triplice fischio. E al terzo fischio fu festa, la seconda più bella dopo quella del primo scudetto!

Massimo Scotto di Santolo