Il Messaggero, Zeman: “Ancelotti ha avuto un anno di tempo, Marquinhos l’ho preso io. Fonseca paragonato a me per offenderci”

Zeman scatenato sulle pagine del Messaggero, parla a 360° sul calcio italiano. Da Sarri, Conte e Ancelotti fino ad arrivare alla Lazio, un’intervista tutta da leggere.


Sette partite di campionato e due di coppe europee sotto lo sguardo di Zeman: il nuovo avanza o il calcio è sempre lo stesso?

«Ormai non si inventa più niente. Questo sport è più fisico e più aggressivo. E sempre meno tecnico. A interpreti di qualità vengono addirittura cambiate le caratteristiche. Non faccio nomi, guardate le partite e capirete»

Domanda al contrario: chi è in grado di non far vincere il nono scudetto di fila alla Juve?

«L’Inter. Oppure il Napoli che però non ha segnato per due partite di fila. Mai successo. Da Ancelotti ci si aspettava di più: l’anno scorso ha conosciuto i calciatori. Adesso tocca a lui». 

L’Inter è davvero così distante dai bianconeri?

«La rosa della Juve è superiore. Ma Conte se la gioca sul fisico, ha una buona squadra e vuole che i giocatori si comportino come era lui in campo. Un cagnaccio. Lo apprezzo. É tra i pochi che riesce a guidare un gruppo. Gli altri, invece, sono gestori».

Sarri e Conte, con chi sta?

«Sarri, ma di Napoli. Non credo che a Torino, però, rinunci al suo credo. Ci vuole più tempo. Chiede di giocare a un tocco e bisogna quindi imparare il resto. Come muoversi in campo».

Conosce bene Immobile: che cosa accade con Inzaghi?

«L’ha detto Ciro. Lui si sentiva bene ecco perché non voleva uscire. Io, se lui non zoppica, non lo levo mai. E’ sempre lo stesso: generoso, lottatore e con i tempi giusti. E fa gol. È capocannoniere, nonostante si sia già mangiato diverse reti». 

Non conosce Fonseca: ha capito come vuol far giocare la Roma?

«No. Dal vivo sono andato all’Olimpico solo per la gara contro l’Atalanta. Non ho visto il calcio offensivo e aggressivo. Parlare è un conto, poi mettere in pratica sempre un altro. E l’Ucraina, come campionato, non è l’Italia. Lui sta cambiando tanto, anche il sistema di gioco. Quando lo ha fatto Di Francesco, alla fine ha perso il posto».

Eppure all’inizio è stato accostato proprio a Zeman: che cosa ha pensato in quei giorni?

«La solita offesa al mio gioco. Lo dicevano solo perché prendeva troppi gol».

Perché Inzaghi non riesce a decollare?

«La Lazio è discontinua. Buon calcio, ma a tratti».

Come mai la Roma passa da un infortunio all’altro?

«A parte i traumi di gioco, la principale causa è la mancanza di preparazione in estate. Dopo tre giorni si gioca, magari in America. Si chiede subito uno scatto. Così ti rompi. Servono quaranta giorni per mettere la base, distribuiti tra lavoro muscolare e organico. Ora si mischia tutto. E lo stress fisico, prima o poi, lo paghi».

Giusto esonerare Giampaolo e Di Francesco?

«No. Ma è sempre così. Le società li scelgono, ma poi non gli danno il tempo di lavorare. Il Milan qualche punto l’ha fatto, la Sampdoria è in una situazione più preoccupante. Ma Eusebio se avesse saputo che questa era la situazione non sarebbe andato. Gli hanno ceduto i migliori e ancora oggi non si sa di chi è la società».

Quale squadra di serie A è divertente da vedere?

«In Italia nessuna. Inter-Juve è stata una bella partita. Caso isolato. Spero ce ne siano altre. Io guardo il Liverpool. Condivido lo spirito di Klopp. Calcio aggressivo, veloce e di qualità. Loro sì, giocano. Anche lì la partita inizia sullo 0 a 0, ma le squadre vanno in campo per cambiare il risultato. E vincere. In Premier anche le ultime della classifica ci provano. E capita che battano le prime. Qui, se sei inferiore non giochi. A parte il Lecce di Liverani. Vediamo se si salverà». 

L’Italia domani gioca a Roma contro la Grecia: è a punteggio pieno e con tre turni d’anticipo si può qualificare per Euro 2020. Come valuta il lavoro di Mancini?

«Propositivo. Ha inciso il suo ruolo, da calciatore. Bravo a dar spazio ai giovani, anche se qualche convocazione stona. Ma non può fare diversamente: la Juve ha un titolare, l’Inter un paio. Deve quindi scendere di livello in campionato, chiamando gente con meno esperienza. I grandi club schierano quasi esclusivamente gli stranieri».

La Roma e la Lazio sono in corsa per il quarto posto: quale delle due è favorita?

«Possono farcela entrambe. Ora Inzaghi ha qualche chance in più, essendo a Roma da più anni. La squadra è collaudata. Fonseca ancora deve scegliere la formazione e su chi puntare. Ma nella sua rosa ha sicuramente più qualità».

E l’Atalanta?

«Buona squadra. Ha annientato la Roma che ha avuto solo chance casuali e non costruite. Gasperini punta sul duello fisico. Ma il gruppo è formato da stranieri. E solo due top: Gomez e Ilicic». 

Crede che Totti e De Rossi, prima o poi, torneranno alla Roma?

«Penso di sì, ma dovranno esserci le condizioni giuste. Francesco ha dovuto dire basta perché lo utilizzavano solo a scopo pubblicitario. È triste che sia finita così perché per anni è stata la Roma di Totti. Oggi è la Roma di nessuno: il presidente non si sa dove sia. Chi la rappresenta? A Francesco auguro di trovare un ruolo in cui riesca a divertirsi e dare il suo contributo. Non lo vedo allenatore. Daniele, invece, sì. Ha voglia di farlo». 

A proposito di suoi ex giocatori: che cosa succede a Insigne?

«Lorenzo rimane calciatore importante. Napoli è più difficile fuori e in campo ne risenti. Se gioca nel suo ruolo, è sempre tra i migliori».

Il calciatore italiano che finora ha fatto meglio?

«Barella. L’ho conosciuto nella primavera del Cagliari. Espulso in ogni partita e diversi rigori sbagliati. Me lo ricordo per quanto menava. E per la qualità».

E Zaniolo?

«Ha forza fisica. Ma è centrocampista. Mezzala destra o sinistra».

C’è uno straniero, tra quelli appena arrivati, ad aver incuriosito Zeman?

«Mi intriga Leao. Mi aspetto tanto, ha qualità. Vediamo come si ambienta. Bisogna aver pazienza, è successo anche con Maradona, Platini e Zidane. Gli stranieri sono, però, troppi e penalizzano il calcio italiano».

Ha lavorato con il presidente Pallotta: a distanza di anni, come mai non è riuscito ancora a conquistare la tifoseria?

«Perché ha ceduto i giocatori con cui avrebbe vinto lo scudetto. E facile, con quei campioni».

Anche il presidente Lotito è criticato: non ha investito come avrebbe voluto la gente?

«Ha poca ambizione, come del resto la tifoseria. Si accontentano. La Lazio, però, è Lotito».

La top 11 di Zeman, usando solo i giocatori che ha allenato?

«Lasciamo stare. Come faccio a scegliere come play tra Di Biagio e Verratti?. Ho avuto grandi in ogni ruolo».

E lo straniero più bravo?

«Stessa risposta: Aldair, Cafu, Boksic e anche altri. Chi prendo?».

C’è un suo ex giocatore che ha fatto una carriera migliore di quanto si aspettasse?

«Tommasi. Non mi aspettavo che diventasse così forte. Corsa, personalità e intelligenza».

Chi è il miglior tecnico italiano?

«Mio figlio Karel, ma non allena»

A 72 anni quale squadra avrebbe voglia di guidare?

«Non i campioni del mondo, ma in un club dove l’allenatore consiglia i giocatori. E a loro insegna. Ora i presidenti fanno la squadra con i procuratori. Quando alla Roma mi mostrarono cinquanta centrali difensivi, in dieci secondi scelsi Marquinhos. E dicono ancora che lo hanno preso loro. Lo misi terzino, come Nesta. Quando sono giovani, di lato fanno meno danni. Ma avete visto quanto è diventato forte Alessandro. Adesso l’altro fa addirittura il mediano in mezzo Ma sa che cosa fare: quando conquista la palla, la appoggia a Verratti».

Torna sempre ai suoi ragazzi: perché non ricomincia dal settore giovanile?

«A Palermo feci salire sessanta giocatori nel professionismo. Ora ti impongono gli stranieri. Viene privilegiato il business. Io penso sempre alla prima squadra. E alla Nazionale. Con la Lazio diedi otto giocatori a Sacchi. E con la Roma ho sempre avuto tanti azzurri».

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Vucinic: “Impossibile dimenticare Zeman”

Vucinic-Zeman-Lecce-Roma

Mirko Vucinic, ex attaccante dell’AS Roma e del Lecce 2004/05 targato Zeman, ha parlato in diretta ai microfoni di Te la do io Tokyo, trasmissione radiofonica di Mario Corsi, in onda tutti i giorni sui 101.500 di Centro Suono Sport dalle 10 alle 14.


Come sta vedendo la Roma?

Ha perso ultima partita – esordisce Vucinic – quindi non molto bene. Ora c’è il Lecce che è un’altra squadra che mi ha dato tanto quindi non mi sbilancio. Io punto molto su Dzeko, è un giocatore in grado di fare la differenza.

La Roma può raggiungere l’obiettivo quarto posto?

Me lo auguro. La rosa c’è, quindi lo spero.

Lei è stato allenato da Conte, cosa ci può dire di questo allenatore?

La sua forza è che si fa seguire dalla squadra – ammette Vucinic – e vede le cose prima degli altri.

Si è assottigliata la distanza tra la Juventus e le altre? Vincerà ancora lo scudetto?

La Juventus è forte e ha un organico ampio, però quest’anno c’è un Inter dove si vede la mano di Conte. Però i bianconeri restano la rosa più forte in Serie A, quindi vedremo.

Pronto a tornare a giocare con Francesco?

Si, qualche partita giusto per incontrare vecchi amici. Colgo l’occasione per fare gli auguri a Francesco visto che oggi è il compleanno.

La Roma senza Totti e De Rossi le fa qualche effetto?

Sicuramente, ho fatto molti anni con loro e mi fa strano. Secondo me senza De Rossi quest’anno ha perso molto anche la Serie A, Daniele avrebbe potuto dare ancora tanto al calcio italiano.

Fa ancora male lo scudetto sfuggito all’ultimo? Com’era il rapporto Totti-Spalletti quando c’era lei?

Ottimo, erano amici. Poi non so cosa sia successo dopo. Per lo scudetto dico sempre che siamo stati sfortunati a incontrare quell’Inter lì, secondo me era anche più forte dell’attuale Juventus. L’Inter che abbiamo affrontato noi è quella che ha vinto il triplete, vedete un po’.

Il famoso litigio con Perrotta nello spogliatoio tra primo e secondo tempo di Roma- Samp?

Cose di campo, sono finite lì.

Cosa non è andato invece in quel Roma-Sampdoria?

Ah, non lo so. Ricordo solo che c’era Storari in porta che ha parato tutto.

Lei è stato allenato da Zeman, cosa si ricorda del boemo?

È impossibile dimenticarsi di lui, sia per la fatica durante gli allenamenti che per la simpatia. Non sembra ma il mister è simpaticissimo.

Il gol più bello con la maglia della Roma?

Quello con lo Sporting in cui ho fatto dei dribbling e poi ho segnato da quasi fondocampo.

Com’è andato il trasferimento alla Juventus quell’estate?

Sabatini voleva trattenermi ma io avevo necessità di cambiare per cose che erano accadute prima.


Il Lecce si salva?

Il Lecce gioca bene – chiude Vucinic – io spero e mi auguro che si salvi.

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Inchiesta Roma, De Rossi: “Vi faccio arrivare decimi”

Questa, che chiameremo Inchiesta Roma, dimostra il caos e il peso che ha sempre rappresentato De Rossi nella Roma e quanto Zeman avesse ragione nella stagione 2012-2013. L’Inchiesta Roma portata avanti da Repubblica svela dettagli inquietanti sulla Roma e chiarisce i motivi del turbolento addio tra De Rossi e la Roma. Dall’inchiesta emerge anche la volontà, insieme ad altri senatori, di far fuori Totti.

INCHIESTA ROMA, DOCUMENTI E PROTAGONISTI

Nel documento, datato 16 dicembre 2018, un uomo di fiducia di James Pallotta racconta al suo presidente di come lo spogliatoio o almeno parte di esso chieda alla proprietà di far cadere tre teste: quella dell’allenatore Eusebio Di Francesco, quella del direttore sportivo Monchi, e quella dell’ottavo Re di Roma, Francesco Totti.

Si citano, come fonti, i senatori Edin Dzeko, Kostas Manolas, Alexander Kolarov e Daniele De Rossi. Dall’inchiesta, Repubblica ha avuto accesso a fonti dirette e carteggi interni alla società, emerge uno spaccato inquietante che getta una nuova luce sui rapporti tra i due capitani e, soprattutto, documenta un grumo di ricatti e trame di spogliatoio che dice molto non solo della Roma e di Roma, ma anche del doppiofondo del calcio professionistico. 

E’ una storia che comincia a metà agosto del 2018. L’estate è gonfia di attese. I conti della società sono a posto. Il fatturato ha toccato i 250 milioni di euro, patrimonio dei calciatori a libro supera i 200 milioni che di fatto raddoppiavano a valore di mercato. Sono stati rispeati i paletti del fair play finanziario.

L’IRA E LA MINACCIA DI DE ROSSI

Sono state fatte cessioni dolorose: Alisson, Nainggolan, ma l’ultimo acquisto fatto, il campione del mondo Nzonzi viene accolto come un grande colpo. Non la pensa così De Rossi che ritiene quell’acquisto un avviso di sfratto e, come raccontano tre diverse fonti, chiede, anche attraverso il suo agente, la rescissione del contratto. Daniele in un momento di collera, avvisa la dirigenza: “Se non risolviamo  la cosa vi faccio arrivare decimi”. Lo strappo viene ricucito. Ma quello scricchiolio è il prologo di quanto accadrà nell’arco di soli quattro mesi. 

IL TESTIMONE ED LIPPIE

La mattina del 16 dicembre Ed Lippie, preparatore atletico e uomo di massima fiducia di Jim Pallotta, che ha appena lasciato dopo tre anni la Roma per tornare a Boston, si sistema di fronte al suo pc. Ha delle cose importanti da scrivere, che il suo presidente deve sapere. Lippie spiega a Pallotta di avere ancora occhi e orecchie dentro Trigoria. Le sue fonti — scrive — lo informano regolarmente con messaggi e telefonate. E quello che raccontano è sorprendente. Spiega che i quattro “senatori”, che cita — De Rossi, Kolarov, Dzeko e Manolas — ritengono il gioco di Di Francesco dissennato, dispendioso sul piano della corsa ma misero su quello della tattica.

Lamentano l’indebolimento della squadra. Il tecnico – dicono da Roma – è in preda alla nevrosi dovuta al rammarico di aver accettato da Monchi un mercato inadatto al suo 4-3-3. Circondato da uno staff non all’altezza, vittima della sua stessa presunzione di riuscire ad “adattare” calciatori non compatibili col suo gioco.

Lippie scrive che Monchi a Trigoria è visto come il fumo negli occhi. Lo vivono come un narcisista che ha riempito la squadra di giocatori per i quali vincere o perdere è la stessa cosa. Se le fonti dell’ex preparatore dicono il vero la squadra soffre la presenza di Totti nel suo nuovo ruolo di dirigente. Le percezioni negative che trasmette allo spogliatoio. E’ mal tollerato — così scrive Lippie — da coloro a cui ha consegnato il testimone e che pubblicamente non smettono di celebrarlo.

Le fonti di Lippie chiedono che l’ex “Capitano” venga allontanato da Trigoria se necessario cacciando Di Francesco cui Totti è legatissimo. E sostituendolo con qualcuno che lo tenga lontano. Monchi, Totti e l’intera struttura societaria, a partire dall’allora dg Mauro Baldissoni e dal media strategist Guido Fienga, vengono informati della mail.Monchi rassegna le dimissioni (che vengono respinte). Per Totti quel racconto è una ferita profonda. Occorre mettere mano dentro lo spogliatoio – dice alla società – e bisogna cominciare proprio dal medico e dal fisioterapista; le cose non potranno che andare peggio. In quel momento, però, la Roma si deve ancora giocare tutti i traguardi di stagione e Monchi e Di Francesco sconsigliano di aprire una crisi che terremoterebbe la squadra. 

LA PEZZA

 Si sceglie la via di sempre: metterci una pezza. E rimandare il redde rationem con senatori e whistleblowers. La società chiede a Monchi un piano b. La possibilità, se la situazione sportiva dovesse precipitare, di immaginare un nuovo allenatore. Monchi il piano b non lo ha. Anzi, rilancia: «Se va via Di Francesco vado via anch’io». Pallotta e i suoi soci fanno la sola cosa nella loro disponibilità. Ridistribuiscono le deleghe e nominano ceo Guido Fienga un uomo con una lunga esperienza in finanza. A Baldissoni va la vice presidenza, per portare a casa il progetto vitale per la crescita del club: il nuovo stadio.

LA CRISI, LA SQUADRA ENTRA NEL TUNNEL

La squadra intanto entra in un tunnel da cui non uscirà più. Subisce una rimontato con l’Atalanta, l’umiliazione dell’ennesimo 7-1, in Coppa Italia a Firenze, e perde male il derby. Di Francesco chiede alla società di essere mandato via se questo può risolvere quel conflitto sordo con lo spogliatoio che ormai è un segreto di Pulcinella. Ma gli ottavi di Champions sono vicini: la doppia sfida col Porto è l’ultima chiamata.

ESONERO DI FRANCESCO

Dopo il ko di Champions vengono accompagnati alla porta, insieme a Di Francesco e Monchi anche Del Vescovo e Stefanini. Nessuno fuori da Trigoria si chiede il perché, ci si accontenta della versione ufficiale, quella che li vuole responsabili dei troppi infortuni. Lo spogliatoio il perché lo conosce. E prende le difese di Stefanini, cui De Rossi è legatissimo (è una delle tre persone che il capitano citerà nella sua lettera di addio). I senatori si convincono che la pulizia abbia un mandante, Francesco Totti. E tra lui e De Rossi scende un gelo che durerà fino alla fine. Fino a quell’ultimo fotogramma di domenica 26, con Totti sotto l’ombrello, le mani in tasca e una faccia che è una maschera di amarezza per quella festa triste di cui conosce il non detto.

ADDIO DE ROSSI

I modi e i tempi dell’infelice addio tra De Rossi e la Roma si comprendono ora meglio. E si comprende ora meglio anche per quale motivo ci siano versioni opposte su chi abbia mancato di rispetto a chi. De Rossi lamenta che la società non abbia nemmeno voluto discutere di un rinnovo “a gettone”; la società sostiene che sia stato Daniele ad aver cambiato idea all’ultima curva. Quel che conta, ed è più interessante, è come quell’addio turbolento diventi narrazione, senso comune, utile a chi vede in questo psicodramma l’occasione decisiva per sottrarre agli americani il giocattolo. 

(fonte Inchiesta Roma, Repubblica)

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Burdisso: “Zeman aveva idee chiare e atleticamente mi ha dato tantissimo”

Burdisso-Zeman

Nicolas Burdisso si è raccontato nel Match Program di Roma-Cska Mosca. Il difensore ha parlato dei suoi ex allenatori nell’esperienza giallorossa. Noi riportiamo l’intervista con un titolo diverso dalle altre testate, che di Zeman prendono in malafede sempre il senso negativo di ogni dichiarazione.

 

Partiamo dalla fine: perché ha deciso di dire basta?

“Avevo voglia di competere – racconta Burdisso – ripartire da zero non era un mio obiettivo. Ho avuto delle offerte, alcune anche interessanti, ma nessuna di queste mi ha convinto totalmente. Così, alla fine, sono rimasto coerente con il mio pensiero e ho smesso. Senza troppi rimpianti. Vivrò un anno a Torino, in attesa di capire bene il futuro”.

Già pensa cosa farà da grande?

“Intendo restare nel calcio. Sono grato a questo mondo e a questo sport. Mi trovo bene nell’ambito, non soffro le pressioni, anzi mi piacciono. Ho frequentato un corso da allenatore, vedremo se riuscirò a coronare anche questo sogno. Da calciatore i sogni li ho raggiunti tutti e
per questo sono sereno”.

Parliamo degli allenatori che ha avuto a Roma, partiamo da Spalletti.

“L’ho avuto per solo due partite, Genoa e Juventus. Due sconfitte, purtroppo. Ma mi resta il ricordo di un professionista preparatissimo tatticamente. E poi mi volle lui a Roma. Lui con Daniele Pradè. Venire in questa meravigliosa città fu prima di tutto una mia volontà, ma loro mi convinsero prospettandomi un ruolo importante nella squadra”.

Settembre 2009, l’esonero del toscano e l’arrivo di Ranieri.

“Un martello sotto l’aspetto motivazionale. Semplificava il calcio con pochi concetti, ma quando c’era da parlare alla squadra riusciva a farsi sentire e a portarti ad un livello mentale molto alto. Sfiorammo uno scudetto a poche giornate dalla fine e arrivammo in finale di Coppa Italia. Purtroppo, davanti avevamo l’Inter del triplete. Una stagione indimenticabile per me, quella in cui mi sentii meglio anche fisicamente”.

Montella subentrò in corsa nella stagione 2010-2011.

“Vincenzo mi impressionò per non aver mai pagato lo scotto del salto dalle giovanili alla prima squadra. Fece subito capire di avere ottime doti di gestione del gruppo e importanti idee di gioco. Conosceva bene l’ambiente di Roma, particolare da non sottovalutare”.

Luis Enrique, il primo allenatore della gestione americana.

“Uno dei più forti e completi che ho avuto – confessa Burdisso – insieme a Carlos Bianchi e Mourinho. E lo dico con cognizione totale, pur avendolo vissuto marginalmente, dato che in quell’annata ebbi un serio infortunio in nazionale che mi tenne fuori per tutta la stagione. Ma sul campo sapeva lavorare come pochi, oltre che ad avere un carisma coinvolgente. Lo andrò a trovare nei prossimi giorni in Spagna, a Madrid, per aggiornarmi professionalmente”.

Zeman.

“Sapeva bene come lavorare e aveva idee molto chiare. A livello atletico mi diede tantissimo, dato che venivo dall’infortunio e tornai su ottimi livelli di rendimento. Eravamo una squadra divertente, segnavamo tanto, ma mi faceva pure rosicare perché a volte subivamo troppo”.

Forse è per questo che poi gli successe Andreazzoli.

“Nel calcio si vince e si perde, fa parte del gioco, con Zeman ad un certo punto non andò più. Aurelio era un uomo di calcio, respirava in questo mondo da tempo e si vedeva. Ottenne buoni risultati, nonostante quella finale persa che incise anche sul suo futuro”.

Piccola parentesi: avesse la possibilità di rigiocare una partita a scelta tra quella con la Sampdoria di campionato del 25 aprile 2010 o la finale di Coppa Italia del 26 maggio 2013,
quale sceglierebbe?

“Sicuramente quella con la Sampdoria. Vincere uno scudetto, quello scudetto, dopo un anno di lavoro incredibile, sarebbe stato molto più importante di una Coppa Italia, anche se persa contro il rivale storico. Nel 2001 vidi con i miei occhi, all’Olimpico, parte dei festeggiamenti per il titolo vinto pochi mesi prima. Venni con il Boca per la gara di presentazione della Roma 2001-2002. La partita in cui si infortunò anche Lassisi. Immagino la città che esplose di gioia per tutta l’estate. Altro che Coppa Italia del 2013…”.

Dopo quella finale, arrivò Garcia.

“Rudi fu l’uomo giusto al posto giusto. Un eccellente motivatore, riuscì a tirar fuori il meglio da ognuno di noi in un momento delicato per la storia del club. Facemmo le dieci vittorie consecutive all’inizio del campionato, poi la squadra arrivò seconda. Io decisi di andare via a gennaio al Genoa perché giocavo poco. Ma non potevo prendermela con l’allenatore, davanti avevo due in stato di grazia come Benatia e Castan. E poi, Rudi mi coinvolgeva sempre nei suoi discorsi. Parlava spesso con me, Totti e Maicon su come vincere un campionato in Italia. Dato che eravamo gli unici di quella rosa ad aver conquistato uno scudetto in precedenza”.

Ha condiviso lo spogliatoio con due totem come Totti e De Rossi.

“Due esempi. Diversi, ma entrambi da seguire. Francesco ti trascinava in campo con le sue doti da calciatore eccelso. Daniele faceva un lavoro encomiabile anche nello spogliatoio. Un ragazzo culturalmente
preparatissimo. Totti e De Rossi si completavamo alla perfezione, ciascuno con le proprie caratteristiche”.

I cinque calciatori migliori con cui ha giocato?

“Leo Messi sopra a tutti senza dubbio. Poi dico Juan Riquelme, Zlatan Ibrahimovic, Francesco
Totti e il mio idolo Walter Samuel”.

SALVIO IMPARATO

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Zeman: “Giorgio Rossi persona eccezionale” (VIDEO)

Zeman-Giorgio-Rossi

Anche l’allenatore Boemo Zdenek Zeman ai funerali di Giorgio Rossi,  lo storico massaggiatore giallorosso scomparso ieri.

Tanto popolo giallorosso ai funerali di Giorgio Rossi. Presenti gli ex Zeman, Nela, TommasiCandela e Rossella Sensi. Per la Roma invece presente delegazione rappresentata da Totti, De Rossi, Di Francesco e Bruno Conti. Zeman intercettato all’esterno della chiesa ha rilasciato un breve ricordo:

“Era una persona eccezionale, sempre a disposizione di tutti. Troppo una brava persona”.

Un commosso De Rossi prende la parola durante la celebrazione e racconta:

“Quando è nata mia figlia ho scelto Giorgio per accompagnarmi in clinica. Abbiamo parlato tanto in quei giorni. Oggi lo voglio ringraziare per quello che ha fatto per noi. Non lo ringrazio come capitano della Roma, ma come il ragazzino che dimenticava la cinta o i calzini e lui mi dava la sua. Era una persona unica”.

Di seguito i ricordi di altri esponenti del presente e del passato romanista.

Di Francesco molto provato dice:

Oggi non avrei voluto parlare. Quando mi sono operato al polmone, lui è stato con me in sala operatoria tenendomi la mano, io avevo paura e lui mi stava accanto. Ha insegnato a tutti a essere se stessi nella vittoria e nella sconfitta. Lui mi chiamava ogni tanto anche quando ero via da Roma per dirmi “ti voglio bene”. Grazie Giorgio”.

Bello anche il ricordo di Bruno Conti, che ricorda l’episodio Manfredonia:

Un padre per tutti noi, un grande uomo e un grande professionista. Non voglio dimenticare quello che fece a Bologna, quando salvò la vita a Manfredonia. Giorgio era tutto per noi, era una persona che non ti faceva mai mancare nulla, sempre disponibile. Un padre per tutti”.

Anche Rossella Sensi ha voluto lasciare un ricordo per Rossi :

“Un uomo dolcissimo, un grande professionista che ha fatto tanto per la Roma, non solo nella nostra gestione ma anche prima. Per me è un dolore che si aggiunge ad un altro dolore”, la risposta della Sensi, che poco meno di una settimana fa ha detto addio anche alla madre Maria. Momento della Roma? Voglio parlare solo di Giorgio”.

 

 

 

SALVIO IMPARATO

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Totti: “Con Zeman il rapporto umano più forte”

Totti-Zeman

Francesco Totti alla vigilia del suo compleanno e della presentazione della sua autobiografia, si racconta in una lunga intervista a Repubblica e anticipa qualche passaggio del suo libro.

Cosa fa Totti ora? Si annoia? 

“Ancora no. Le giornate sono quasi come quelle da calciatore. Mi sveglio, porto i figli a scuola, poi vado a Trigoria, sto col mister, la squadra, seguo tutti gli allenamenti. Dopo pranzo torno e mi dedico ai ragazzi”.

Perchè non hai smesso giocando in Asia, in America…?

“Perchè avrei rovinato 25 anni di carriere. Ho sempre detto che avrei indossato un’unica maglia. Sono uno di parola”.

Per averti il Milan era pronto a scucire 300 milioni. E avevi solo 12 anni.

“In quel caso il “No” fu della mia famiglia. Soprattutto di mia madre. È vecchia maniera: apprensiva, possessiva. Papà lavorava fino a tardi. Era sempre lei a starmi dietro. Non voleva che mi allontanassi. Mi voleva tutto per sè”.

Ora il pallone in strada è praticamente proibito. Tu invece hai imparato tanto calciando contro i muri o giocando a “Paperell”. Che roba era?

“Un gioco inventato da noi,. All’entrata della scuola Manzoni c’erano gradini lunghi quasi 50 metri. Uno doveva scenderli percorrendoli tutti in orizzontale mentre altri due cercavano di beccarlo col pallone tirando da una decina di metri. Bell’esercizio di mira”.

Quando ti lasciavano a casa da solo ti fingevi morto sul letto per paura dei ladri…

“Pensavo che a un ragazzino morto un ladro non gl’avrebbe fatto niente”.

Diventato famoso, sei dovuto scappare dal quartiere perchè all’entrata di casa ti rubavano gli zerbini su cui s’era posato il “sacro piede”. Tre in una settimana.

“C’era sempre gente accampata sotto casa o sul pianerottolo. Era diventato impossibile. Non solo per me, ma per tutto il palazzo”.

In Curva Sud hai smesso di andarci a 14 anni.

“Dopo un Roma-Napoli ci furono scontri. Scappai. Quando sono tornato per recuperare il motorino era disintegrato. Con i capi della curva? Da tifoso non avevo grandi rapporti con loro. Li ho conosciuti da giocatore: qualcuno ha parecchi casini alle spalle. Altri no, o di meno. C’è di tutto”.

Il fallaccio assassino l’hai fatto a Balotelli. Finale di Coppa Italia

“Sì, ma quello arrivò dopo un crescendo. Erano anni che lui provocava, insultava me, i romani. Un continuo. Alla fine la cosa è esplosa. Fu un fallo orrendo. Proprio per fargli male. Ma dopo, stranamente, i giocatori dell’Inter non mi assalirono. Mentre uscivo dal campo per l’espulsione, Maicon mi diede addirittura il cinque. La sensazione era che anche tra i suoi compagni interisti Balotelli creasse qualche irritazione”.

Dici: “Mario è forte, ma non gli hanno mai insegnato l’educazione sportiva”.

“È il suo carattere e sarà difficile cambiarlo, anche se adesso è un po’ migliorato. Mancini ha fatto bene a riprenderlo in Nazionale, il talento c’è. Poi però tutto dipende dalla testa”.

Anche Cassano è un bel caratterino. Ma tra voi è stata amicizia vera, venne anche ad abitare con te e famiglia.

“C’è rimasto quasi quattro mesi. Faceva dei regali incredibili a mia madre… Anelli, bracciali da 5-6 mila euro. Manco fosse la moglie. Se mi vedeva a cena con amici al ristorante pagava non solo per me ma per tutti. Non lo faceva per comprare il mio affetto, ma perchè è fatto così. Adesso spende di meno perchè sennò la moglie je mena. Ma quand’era single era incredibile. Perchè litigammo? Gli era sparito l’assegno dello stipendio e s’era messo in testa che a rubarglielo fosse stata la nostra domestica. Per lei avremmo messo la mano sul fuoco e poi era incassabile solo da lui. Se ne andò. Qualche giorno dopo l’assegno fu ritrovato sotto il sedile della sua macchina. È il calciatore più forte con cui abbia giocato”.

Una leggenda narra che alla Roma sbarravi la strada all’acquisto di campioni che potessero farti ombra.

“Discorsi da bar. Se i campioni non arrivavano era per limiti di budget, mica per scelta mia. Io ho sempre voluto vincere, e non veder vincere”.

Allenatori. Qual è quello con cui si è creato il rapporto umano più forte?

“Zeman. Sembra un tipo ombroso, ma appena lo conosci te ce diverti da morì. Certo per capirlo quando parla ci vuole un po’… Quando fa un discorso ogni tanto te c’addormenti. Capello? Quando parli con lui hai sempre torto. Sa tanto ma l’ultima parola deve sempre essere la sua. Se passa un piccione e lui dice che è un gabbiano ti dimostrerà che è un gabbiano. Le ragazze in ritiro? Le cercava negli armadi, nella doccia, pure sotto al letto”.

Torniamo allo scudetto. Durante i festeggiamenti sei stato costretto a rifugiarti in un convento sull’Aventino.

“Ero a cena con parenti e amici in un ristorante quando cominciamo a sentire un boato di folla. S’era sparsa la voce che ero lì. A un certo punto mi affaccio: di sotto cinquemila persone bloccavano le strade. Volevano entrare. Il proprietario mi dice: non c’p una seconda uscita, l’unica è scavalcare l’inferriata e scappare da su, dalla parte del convento. Con tre o quattro amici c’arrampichiamo sulla scarpata nel buio tra le piante. Appena salta la recinzione mi dico: se qui c’è qualche cane da guarda ce se sbrana. Invece arriva un frate. Mi illumina la faccia: “Ma tu sei Totti”. Prima di farci uscire m’ha chiesto l’autografo”.

Con il Real avresti vinto di più, ti sei mai pentito di quel no?

“No, ma decidere fu durissimo. Rimasi anche per Ilary. Stavamo insieme da poco e a me non piacciono i rapporti a distanza. Prima o poi finiscono sempre”.

Da giocatore quando hai rosicato di più?

“Quando prendemmo un gol all’ultimo dallo Slavia Praga e non andammo in semifinale Uefa. Poi qualche derby e la finale dell’Europeo persa con la Francia. In quell’Europeo avevo davvero scommesso con Maldini, Nesta, Di Biagio che se fosse finita ai rigori la semifinale avrei fatto il cucchiaio. Mi sfottevano: parli così in allenamento, in partita è diverso. Ma il giorno dopo, quando andando verso il dischetto dissi che avrei mantenuto la parola, mi scongiuravano di ripensarci: Sei scemo? Guarda che se lo sbagli c’ammazzano!”.

È vero che da piccolo incollavi le figurine dei laziali al contrario?

“A testa in giù. Uniche di tutto l’album”.

San Siro…

“È il mio secondo stadio preferito. Ti fischiano ma c’è rispetto. Quando negli anni dei Maldini o dei Kakà partivamo per Milano ci facevamo il segno della croce: quanti ce ne fanno stavolta? Tre? Quattro? Cinque? Oggi gli equilibri sono un po’ cambiati”.

Quando hai capito che era arrivato il momento di staccare?

“Non è stato un mio pensiero, ma una cosa voluta dalla società. È l’unica ombra che s’è creata tra me e la Roma. Perchè un conto è decidere con la propria testa e un altro farsi mettere i paletti da altri. Certo, mi rendo conto che finché stai lì non vorresti mai smettere. Ma non pretendevo di continuare 60-70 partite all’anno. Volevo solo restare a disposizione. Spalletti? È quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola”.

Ora il tuo lavoro è quello di mediatore tra il mister e lo spogliatoio.

“Sì. I giocatori sono bestie, sono bastardi, ma mi portano rispetto. Io ero come loro, li conosco bene, conosco il loro linguaggio segreto fatto di occhiate, mezze parole. E cerco di rendermi utile. Nello spogliatoio adesso si parla quasi solo inglese. Se non lo sai non capisci un cazzo. E si fa meno gruppo. In ritiro ognuno si isola in camera sua col telefonino… a navigare a mandare messaggi”.

Che voto dai alla tua carriere?

Nove e mezzo. Se avessi vinto la Champions, dieci”.

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Totti rinuncia al corso di allenatore. L’Aiac: “Campione anche fuori dal campo








Non è stata una bocciatura, la strada per diventare allenatore per il Pupone è stata interrotta volontariamemte, per i troppi impegni ha lasciato il posto a Perrotta. Questo il comunicato dell’Aiac: “Totti ha dimostrato anche fuori dal campo di essere un grande campione: impossibilitato a frequentare assiduamente il corso, nel rispetto dei compagni, dei docenti e degli organizzatori ha rinunciato, ci auguriamo momentaneamente, alla possibilità di diventare un mister. Il presidente Aiac Lazio, Sergio Roticiani, il responsabile del corso, Fabio Lozzi, e il docente federale di tecnica e tattica calcistica, Biagio Savarese, seppur dispiaciuti della decisione di Totti, si augurano di poterlo in futuro ritrovare tra i banchi”.

Salvio Imparato



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Zeman: “Il Var non mi piace e auguro a Totti di divertirsi in altro modo”

 

A Coverciano per un incontro tra arbitri e allenatori di lega B, Zdenek Zeman dice la sua sull’introduzione della nuova tecnologia di supporto agli arbitri, e approfitta per fare gli auguri a Francesco Totti



Sul Var

«Non la giudico positivamente. Il calcio è un gioco, si sbaglia, sbagliano i calciatori, possono sbagliare anche gli arbitri e quello che è umano è giusto». «Penso che gli arbitri di serie B sono contenti perché quest’anno ci sono meno espulsioni, meno ammonizioni quindi loro si sentono migliorati – ha aggiunto il tecnico del Pescara – Gli arbitri sono giovani, hanno possibilità di crescere e poi se sbagliano, sbagliano tutti, perché i regolamenti sono chiari ma le interpretazioni sono diverse. Loro cercano di adeguarsi a fare tutti la stessa cosa, la più positiva possibile».

Sul Pescara

«Noi siamo una squadra giovane e cerchiamo di imparare – ha concluso – Non è facile, non giochiamo in questo momento il calcio che ci piacerebbe ma stiamo lavorando per quello. Stiamo facendo pareggi strani, nel senso che siamo stati sul 2-0, sul 3-0, solo l’ultimo è stato uno 0-0. E’ strano, di solito le mie squadre giocano con maggiore equilibrio una volta andate in vantaggio di più reti».

Su Totti

«Gli auguro di divertirsi in altro modo, anche se per ora un altro modo non lo vedo».

 

Salvio Imparato




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